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I demagoghi / O, I misteri di Livorno

Chapter 2: VOL. II.
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About This Book

The narrative unfolds in a setting marked by political turmoil and personal tragedy, focusing on the lives of Giovanni and Esmeralda, who face the loss of their parents and the decline of their family's fortunes. As they grapple with their newfound poverty, they reflect on the nature of wealth and freedom, contrasting their situation with those enslaved by material desires. The story explores themes of honor, resilience, and the struggle for identity amidst societal upheaval, culminating in moments of emotional intensity as characters confront their past and aspirations for the future.

CAPITOLO VI.

Esmeralda.

Il vecchio negro si era ingannato. Viveva un parente dell'antico signor Artini a cui erano devoluti molti averi di lui. Cinque anni dopo il racconto del povero Iago, Giovanni ed Esmeralda non avevano più genitori.

Caduto il dominio napoleonico, scritta nella nota de' di lui partigiani, la famiglia Artini, spogliata dei beni tutti che possedeva in Francia ed alla Guadalupa, era per cadere nell'indigenza. Amalia ed il marito, non potendo resistere a colpo così impreveduto, l'un dopo l'altro si spensero a guisa di teneri fiori colti dall'oragano. I loro figli e Iago ne accompagnarono i corpi alla tomba, e quel giorno fu giorno di lutto per tutta l'isola.

—Ed ora? disse il negro al giovane Artini non imberbe, ed ora?

—Ora, riprese l'intrepido giovane baciando la terra che copriva i suoi cari; ora non ho più nulla che mi obblighi a rispettare i desiderii di coloro che la morte spense. Ora io sono figlio dei miei pensieri.

—Quanto siam poveri! esclamò la bella ed interessante Esmeralda.

—Taci, le rispose l'animoso Giovanni; ch'io non oda mai più siffatta parola. Poveri sono coloro che giacciono schiavi del capriccio, del lusso, dell'orgoglio; te l'ho già detto.

—Buon Dio! riprese con malinconico sorriso la fanciulla; non abbiamo più case, più campi: ahimè!

—Mira, esclamò Giovanni bollente di entusiasmo, mira questo mare immenso che ci si para dinanzi: e dove più spazioso campo di questo? Mira (e mostrógli il piccolo naviglio di sua proprietà ancorato nel golfo), sapresti tu ideare un più vago palazzo?

—E come vivremo noi?

—Non ti affliggere, disse il giovane teneramente guardandola, non ti affliggere. Deh! ch'io non veda mai più lacrime sul tuo ciglio, se non vuoi che io mi perda. Ben misero è colui che ha bisogno di case, di campi, di vigne per campare la vita! L'uomo grande basta a sè stesso, ed io mi glorio di sentirmi tale. Vieni, porgiamo un ultimo addio a questa tua patria, un estremo addio ai nostri antichi domestici, un bacio ad Iago, e partiamo.

—Ah! no, rispose il vecchio stemperandosi in lacrime, fino a che una goccia di sangue animerà il mio braccio, un'aura di vita sosterrà questo frale, non fia ch'io vi lasci giammai.

—Ebbene verrai con noi; questa sera lasceremo quest'isoletta ridente.—

E la sera infatti, radunati in un cofano i pochi loro arredi preziosi, i gioielli della madre, il poco oro, unica eredità dei defunti, salirono a bordo del piccolo naviglio di Giovanni, spiegando le vele, secondati da tepida brezza, lungo il continente americano. Un mese bastò loro per trasportarsi sulle rive dell'Ohio, dove in una selvaggia tribù educata da un buon missionario al cristianesimo era nato il fedele ed amato loro Iago.

In questo pacifico ed ameno soggiorno Esmeralda, divenuta col progresso del tempo bellissima, aveva appreso tutte le cognizioni di cui già la sappiamo adorna. Pittrice dell'amena natura, la sua musica era la vergine e selvaggia espressione di tuttociò che la circondava; avresti detto ch'ella armonizzava lo strepito dei fiumi, la romba dei venti, la bellica tromba del vittorioso selvaggio; i suoi trapunti esprimevano la sapienza di una Indiana educata alla libertà. Ella era l'idolo della tribù; il negro e le vecchie l'appellavano figlia del gran Genio.

Il coraggioso Giovanni si era compiaciuto di ammaestrarla ai costumi delle nazioni civili, lasciandole la virginale purezza della figlia del deserto.

Nei precedenti capitoli noi abbiamo veduto l'effetto di tal bizzarra educazione. Venne finalmente giorno in cui Giovanni, il vecchio Iago ed i suoi amici ritornarono dopo lunga assenza non più abbigliati da selvaggi, ma seco traendo numerosa compagnia di Europei. Giovanni di pirata si era fatto capo di una delle più potenti sette che ardissero imaginare il rinnovellamento del sistema politico europeo; Giovanni in quell'assenza aveva riveduto il suolo natìo e si lusingava d'effettuare quel pensiero che fin dai primi anni gli si era fitto nel cuore. Esmeralda lasciò piangendo l'amata tribù, e dal nuovo mondo passò per la prima volta nel vecchio continente.

Ma ci è d'uopo ripigliare il filo del nostro racconto e ritornare a
Rosina.

Il gabinetto della giovane si era aperto al cenno da essa dato col campanello, ed il buon padre abate entrando benediva la fanciulla e si assideva al fianco di lei. Rosina era ricaduta nel più fiero accesso di sua malinconia.

—Molto strano il vedervi afflitta così, mia buona figlia, riprendendo il discorso aveale detto il padre abate: spero però che il vostro stato sia effetto della stanchezza della passata notte.

—Tutto il contrario, mio buon padre; io non ho ballato che due sole volte.

—Che è mai dunque?

—Un peso orribile, mio buon padre, un peso proprio qui in fondo al cuore mi debilita, mi annienta.

—Volete voi ch'io vi aiuti a sollevarlo? Ebbene, figlia mia, non sarà questa la prima volta che mi avete aperto il segreto dell'anima vostra. Io non dirò che dobbiate considerarmi come al tribunale di penitenza, dove io sono severo giudice in nome di Colui che regna nei cieli; ma consideratemi sempre pronto a spargere olio e vino sulle acerbe ferite dei miseri abitatori di questa valle di lacrime.

—No, non posso acconsentire ad affliggervi col racconto dei miei mali; voi siete venuto a me ad oggetto di trattenervi in amichevole conversare, anzi a far meco colezione. Permettete adunque che ordini il caffè o la cioccolata, come più vi aggrada.—Ed in questo dire fu per chiamare col campanello la cameriera

—Oh! no certo, figlia mia, riprese il monaco trattenendo la bianca di lei mano onde impedirle sonasse il campanello, oh! no certo; e come volete ch'io possa pensare a prender cibo, vedendovi così cupamente concentrata in voi stessa? Certo che io nol farò, a meno che prima non mi sveliate quei pensieri che l'animo vi tormentano; e qualora vogliate dinegarmelo, non torrò questo ad ingiuria, non volendo obbligarvi a parlare, ma mi ritirerò per lasciarvi in libertà e tornerò in altro momento più opportuno.—

La fanciulla, immersa nel più cupo dolore, non pensò a rispondergli; laonde il monaco si era alzato e già si avviava alla porta: il suo moversi scosse la giovane dalla dolorosa apatia, tal che, alzatasi, preselo per un lembo della veste e lo costrinse a seder nuovamente presso di sè.

Fu qualche tempo silenzio; finalmente in mezzo a mille strazianti dubbi la giovane svelò gli arcani del suo cuore all'ottimo religioso.

Durante il lungo racconto l'abate avea più volte afferrato un pensiero ed interrotta la narratrice esclamando:—Possibile? possibile?—

Quando la Rosina ebbe ultimato il suo ragguaglio, il monaco stette lunga pezza irresoluto; volgeva in mente un progetto, non sicuro sul modo di eseguirlo.

—Ebbene, qual consiglio mi date voi? esclamò Rosina, tenendosi fra le mani il volto; deh! non mi negate il soccorso della vostra sapienza.

—Figlia, riprese il frate dopo lunga pausa, i miei timori sono pur troppo fondati. Il vostro amante misterioso deve esser un settario. Guai a lui! Non è questa la via che dee battere un uomo il quale d'altronde vanta quei sentimenti d'onestà che voi mi dite; egli è uno sciagurato, pur forse traviato e che prevedo cadrà nell'abisso da sè stesso scavatosi.

—Ma il convegno di questa notte?

—Bisogna evitarlo.

—E mio fratello?

—Ei pure dee fuggire la tenebrosa congrega. Sì, mia figlia, sedicenti amatori della quiete, dell'ordine, del diritto, della patria, prendendo abbaglio sulla vera indole della passione che loro bolle nel cuore, traviano e son traviati; lungi dal fare il bene dei loro simili, li trascinano insieme con loro a perdita certa; simili al turbo impetuoso di estate, essi vorrebbero abbattere nella speranza di costruire, ma il turbine non fa rinascere la querce che schianta. Infelici! continuò, essi hanno speranze nelle tenebre, ma le tenebre non fia che partoriscano la luce. Pur troppo vanno incontro a morte sicura e calcan già la via del patibolo!

—Gran Dio! esclamò la misera fanciulla esterrefatta, che sarà mai di mio fratello e di lui…, sì, è pur forza che io il dica, di lui che amo?

—Infelice fanciulla! mormorò il monaco macchinalmente scorrendo col dito gli acini del rosario che gli pendeva dalla cintura. È un fatto, indi proseguì, che anche nella pacifica città di Livorno pullula una setta di cospiratori, ed io ben me ne avveggo alla comparsa e apparizione misteriosa e strana del vostro amatore; esso ha le mani in una grande matassa di cui molte sono le fila. Sia pure che tutti s'infrangano, egli non perderà il coraggio e l'ardire per porle su tela novella. Guai per lui! Io potrei…. ma no, voi mi avete palesato un segreto, io non posso svelarlo…. Conviene per altro che almeno le due fila, che siete voi ed Alfredo, che debolissime scorgo, io liberi dal pericolo di essere spezzate; io lo farò a rischio della mia vita stessa. Chi sa che non mi riesca di salvare…. di salvare anco la persona a voi cara? Ma or non è tempo di ulteriori ragionamenti; voi dovete ristorarvi con un poco di cibo, e quindi v'ingiungo di prendere un poco di riposo.—

Così dicendo suonò per la colazione, che venne portata. Rosina, cotanta agitata come vedemmo, appena gustò qualche goccia di caffè: il buon padre peraltro fece pacificamente la sua colazione; non già che fosse insensibile, ma, abituato a tanti e tanti travagli nella lunga sua vita, era assuefatto a mirare le cose più gravi con un animo veramente imperturbabile. Terminata la colazione, rinnovò a Rosina il positivo ordine di non muoversi dalla sua stanza: la consigliò di discendere sotto qualche pretesto nella camera della madre, quindi si allontanò.

Noi, mentre lasceremo il monaco studiare il miglior modo possibile con che i suoi protetti venissero allontanati dal luogo periglioso della notturna assemblea, terremo d'occhio i preparatori della stessa riunione. Fino dal mattino, al comparire del sole, nella osteria dei Tre Mori era stato concertato che Bruto, Cacanastri, Narciso e quanti erano là piccoli capi tenessero pronti i loro affigliati, i quali, per tempo uscendo fuori delle mura, dovevano trovarsi dopo la mezzanotte nel sotterraneo di San Iacopo lungo il mare. Gli ordini erano corsi con molta celerità, e certamente non avrebbero mancato di trovarsi colà tutti coloro di cui un giuramento tremendo legava il volere a quello del Caprone.

Ma qual era lo scopo di tal ragunata notturna? Noi andiamo a dirlo ai lettori nostri onde non tenerli in tanta curiosità.

Il Caprone era uno dei più accaniti carbonari che la setta di allora contasse nella penisola; teneva sotto il suo regime la congrega di Toscana, combinando coi capi della setta esistente in altre provincie un decisivo movimento di sommossa. Così avevano prestabilito quegli sciagurati, ideando di far nascere un qualche disordine, cosicchè fosse impossibile alla forza regolare ed ai buoni cittadini il porre un rimedio ed estinguere un incendio su tanti punti scoppiato. In quella sera adunque doveva stabilirsi il giorno e l'ora.

Il cielo però non permetteva tanta sventura: un accidente impensato doveva impedire che l'adunanza avesse luogo a risparmiare alla città le orribili conseguenze dei furori dell'anarchia. Sul far del mezzodì era insorta lite, a causa di una pezzuola rubata, fra Topo e Cacanastri; Topo aveva sul ponte di Venezia dato una stilettata al compagno, il quale, moribondo, veniva dalla compagnia della Misericordia trasportato allo spedale. Topo, sebbene espertissimo in fuggire fino allora dai birri, questa volta non aveva potuto riuscirvi; imperocchè, datosi a gambe per la via dei bottini dell'olio, nel voltare dalle Fontine per la via delle Carceri, si era imbattuto in una squadra che per caso passava da quella parte; sicchè piombò proprio negli artigli del falco.

Tradotto al cospetto del giudice, Topo, seguendo l'esempio dei vili, pensò di salvare sè stesso ruinando i compagni; onde interrogato dal magistrato sulla cagione dell'omicidio:

—Se vosustrissima mi fa aver l'impunità, le dirò tutto senza preamboli.—

E qui sfilò, come suol dirsi, la lunga corona, dicendo essersi finto settario e, venuto in sospetto del congiurato Cacanastri, aver pensato bene con una pugnalata spicciarsi di lui. E quindi narrò ciò che sapeva intorno alla congiura ed alla adunanza della prossima notte. Fortunatamente per i congiurati, il magistrato non lo interrogò sui nomi di quelli, riserbando ad altro momento un nuovo e più solenne interrogatorio, per prendere intanto consiglio da più alto personaggio e giudice intorno alla investigazione e i passi da farsi per tutti in un colpo avere in mano i settari. Topo, che si credeva potersene ir libero a casa sua, venne invece fatto tradurre in una delle più strette prigioni.

Gli altri congiurati intanto nulla sapevano del progetto loro per metà scoperto da Topo; stavano in breve per esser côlti al laccio. I nostri lettori sentimentali proveranno un certo ribrezzo nel vedere sull'orlo del precipizio l'entusiasta Giovanni, l'appassionata Rosina, il focoso Alfredo e la fantastica Esmeralda. Ma chi sa poi…. tiriamo innanzi il racconto.

Il ferito Cacanastri stava sul punto di esalare l'anima impura sopra un letticciuolo dello spedale di Sant'Antonio. Un confessore ascoltava la lunga storia de' suoi delitti e peccati, e questo ministro di Dio era quell'istesso padre abate che noi vedemmo poco fa presso Rosina. E come ciò? Ecco come.

Il padre abate traversava la strada quando il ladro era caduto immerso nel proprio sangue. Trattandosi di un moribondo, il buon sacerdote si curvò sovra di lui e non volle abbandonarlo nè mentre fu posto in lettiga nè per la via nè allo spedale, avendo già incominciato a confessarlo. Iddio aveva preparato l'incontro. Il buon padre colla confessione del ladro rannodando i fatti del racconto di Rosina, fortunatamente giunse a scoprire il ricovero di Esmeralda: ed appena spirato quel ladro, non frappose indugio a muovere verso l'osteria dei Tre Mori. I Veneziani di Livorno, se avessero veduto tutt'altri avvicinarsi alla caverna dei contrabbandi, lo avrebbero fatto a pezzi: ma trattandosi di un religioso, in ispecie di un padre abate di Montenero, padre mitrato e che ha il pastorale come i vescovi, eglino che, mentre non hanno scrupolo di rubare ed ammazzare, sono peraltro ciecamente, superstiziosamente ed anco bizzarramente devoti, si fecero a chiedere al padre la benedizione; le donne affollate a baciargli la tonaca, gli uomini a dimandargli la presa di tabacco: ed egli, profittando di quella cortese accoglienza, potè farsi additare la tana, alla quale avendo picchiato, poco dopo entrò.

Ah di qual patetica scena doveva esser egli testimone! Su di un piccolo letto di quelle luride stanze stava la bella, la già orgogliosa Esmeralda. Ai suoi piedi travisato da marinaro il giovane ufficiale Alfredo. Impossibile sarebbe dare una precisa idea del loro colloquio.

—Io ho giurato di venire al convegno ed ho giurato di recarvi una sorella; io vi andrò, sì, ma nè mia sorella nè tu vi verrete.

—O mio Alfredo, diceva la sventurata, che mai pensi? deh! non opporti a Giovanni; egli ti crederà un traditore, ti ucciderà.

—Sia pure! esclamava Alfredo, ma voi due mie care donne non mai vi troverete ad un tanto periglio, a quello di perder la testa su d'un patibolo.

—E che? diceva Esmeralda, e che? siam forse colpevoli noi?

—Cara, innocente e appassionata creatura, la tua semplicità ti vieta conoscere il vero.—

Esmeralda sorrideva come quando era fra le tribù dell'Ohio.

—Deh! non sorridere…., sclamava Alfredo, deh! non sorridere; il tuo sorriso mi fa l'orror della morte.—

Esmeralda dal sorriso era passata al riso sprezzante.

—Hai paura? gli diceva, hai paura? ebbene andrò sola: io ho il mio pugnale.—

Alfredo ignorava chi veramente fosse Esmeralda, ma però sentiva crescersi l'amore nelle vene. L'amore ch'ei le portava era, per così dire, raddoppiato. E l'amava come donna e come madre del figlio suo.

—Ascolta, Esmeralda, soggiungeva: sia pure che tu e io non curiamo la vita; ma puoi tu compromettere l'esistenza di quella creatura che porti nel seno?—

Era la prima volta che Esmeralda sentiva pronunziare simile parola. Il sentimento di madre parve la colpisse. Stette silenziosa alquanto. Alfredo a mani giunte aspettava una parola confortante; ei l'implorava, ma la giovane, dopo di essersi terso con la mano l'affannoso sudore della fronte,

—Ah, dovere di madre! sì, dovere di madre! io lo conosco, ma, prima che nascere schiava, la mia creatura morirà nel seno materno.—

Questa ultima decisione aveva agghiacciato le speranze e l'ardire d'Alfredo; una idea disperata gli si affacciò alla mente.

—Senti, gridò all'amante; il cuore mel dice, pur troppo mel dice, la via che calchiamo conduce al patibolo. Almen sia salva la sorella: morte per morte, val meglio trucidarsi che morire infamati.—

Proferiva questi dolorosi accenti fuor di sè stesso, alto levando uno sguainato pugnale; già stava per immergerlo nel seno dell'amante, che lo guardava impassibile, per poscia cacciarselo in cuore, quando il monaco, entrando in quell'istante, di sulla porta gridò:

—Infelici! io vengo a salvarvi.—

CAPITOLO VII.

Le catacombe.

Lungo la scogliera delle spiagge di San Iacopo esisteva una sotterranea galleria scavata nel tufo. Forse le onde del mare coll'andare dei secoli addentrandosi nella terra aveano formato quella volta naturale; e l'acqua col volger del tempo ritirandosi aveva lasciato asciutto quel sotterraneo. La sua apertura, nascosta fra gli scogli coperti di alghe e piante marine e quasi turata dalla arena trasportatavi dai flutti, a pochissimi era nota. Attualmente essa è rimasta così ingombra che non può discernersi se non se da colui che abbiala veduta assai anni addietro. Il sotterraneo, che si estendeva molte e molte braccia, penetrava al di sotto della chiesa attuale: e nei primi secoli del cristianesimo, quando nei luoghi dell'attuale chiesa vi era un convento, probabilmente quella galleria, comunicando colle tombe della chiesa del cenobio, aveva servito di ritiro alle meditazioni di quei religiosi e forse di nascondiglio a non pochi dei primitivi cristiani, furiosamente perseguitati dai pagani, signori del mondo. Comunque la cosa sia, è un fatto che là dentro eransi rinvenute non poche ossa, mentre gran quantità di teschi ed umane reliquie si erano scoperte non lungi da quel cenobio verso la riva del mare, dove era ed è il superbo passeggio dell'Ardenza.

Gli archeologi e gli storici avrebbero potuto dirci con precisione a che cosa avesse servito in origine quel sotterraneo: i secondi se pure lo avessero creduto oggetto degno di occupare le gravi pagine dei loro scritti, ed i primi qualora non avessero preso qualche lucciola per lanterna. E qui (sia detto con buona pace) un romanziere, ricordando L'antiquario commedia dell'immortale Goldoni, e L'antiquario romanzo del celebre Walter Scott, non può trattenersi dal ridere sulle dotte asserzioni di coloro che, al lume dell'intelletto, hanno creduto penetrare con passo sicuro nel buio di centinaia di secoli. Concludo adunque che nulla mi cale di sapere quando il mio sotterraneo sia stato abitato e da chi; come anche nulla mi cale se certi zerbinotti increduli mi forzassero a dimostrar loro il suo sito, ed io non potessi additarlo. Se coloro che son vivi non lo hanno veduto, lo vedranno nel mio romanzo, giacchè per il buon andamento del racconto basta che ci sia stato: e quelli che lo hanno veduto e che non son più, non sanno nulla del mio scritto, il che mi risparmierà degli interrogatori noiosi. E poi in ultima analisi il mio sotterraneo è quello che era il luogo delle Acque di San Ronano del gran romanziere inglese: ci era, adesso non c'è più; ed è meglio, perchè infatti chi sa che paura ne avrebbero le modestissime damine e pedine cui piace il passeggiare cogli amanti nel bel sito che ora è lungo la via di San Iacopo, se sapessero che a pochi passi da dove fanno tranquillamente sospiri amorosi e si ricambiano dolci parolette esiste un sotterraneo di catacombe? Ma ritorniamo a a noi: come io dunque diceva, il sotterraneo aveva la sua entrata fra gli scogli e dopo un cento passi la volta si faceva stretta, ed il terreno si approfondava con sensibile declivio; talchè, camminando fra quelle tenebre, avresti creduto di essere entrato in quello da cui il vecchio Enea passo passo se ne andò alle porte dell'Averno. Il mio sotterraneo peraltro non era tanto lungo; poichè dopo circa quattrocento passi si arrivava ad un ripiano che formava un quadrilatero non disdicevole ad una grandiosa sala da ballo; le muraglie erano tutte di tufo e di conchiglie. Questa sala, tutta a volta spaziosa, comunicava con due lunghe gallerie; da queste metteva in altri due salotti più lontani e più grandi del primo; sicchè, come ognun vede, quella gran sala potea dirsi l'anticamera, e le altre potevano essere usate per luogo di numerosa riunione. È facile l'imaginare come quel luogo offrisse tutto il comodo di parlare ad alta voce, poichè quelle pareti non avevano orecchie, ed il suono non avrebbe giammai oltrepassato il palco della spessezza di un terzo di miglio di terreno. Egualmente impossibile sarebbe stato a qualunque curioso il sentire il cicaleccio di coloro che erano dentro stando all'estremità della grotta, sì perchè lo avrebbe impedito la lontananza, sì perchè il fiotto marino che incessante sbatteva gli scogli avrebbe spento anche la voce del basso Lablache nella cavatina del Figaro e i trilli della Malibran nelle cadenze finali della Sonnambula.

Ecco dunque che la nostra caverna era più che idonea al misterioso ritrovo di quei fanatici, i quali si eran posti in idea di rinnovellare il mondo sociale, tanto per tutelare la loro personal sicurezza quanto per la libertà di parlare a voce alta; il che suole accadere bene spesso in quel genere di assemblee. Al capo di quella segreta società non era sfuggito un luogo così magnifico, del quale era stato da lui scoperto l'ingresso in uno di quei momenti melanconici in cui passeggiava lungo la riva del Tirreno, e, per quanto crediamo potere asserire, quel luogo stesso in tempo di vacanza di congiure erasi più volte adoperato per dar ricetto ad ogni sorta di contrabbandi. Ma adagio, qualche lettore perito di cose marittime mi dirà: e come mai le guardie delle torricelle del vicino lazzaretto non vedevano andare e venire i frequentatori del sotterraneo? ed in tal caso come mai non far loro fuoco addosso? Sì, certamente, rispondiamo all'obiezione, che le guardie avrebbero ciò fatto; tutto sta che avessero veduto: ma la situazione dell'ingresso fra i due scogli era tale che prometteva ogni sicurezza di stare al coperto dagli sguardi altrui: e poi ognun sa che i ladri, i congiurati e gli amanti hanno amica la notte ed il passo così leggiero quasichè sempre portassero scarpe colla suola di velluto o di feltro; ed in ultima analisi guardia vien da guardare, ed ognun sa che molte volte si guarda e non si vede.

La prima sala delle catacombe aveva per pavimento il nudo suolo; quella a cui metteva l'ala destra del sotterraneo quando dalla sala si partiva in due era tutta sul pavimento coperta di un largo tavolato di grosso legno, il che dimostra che coloro i quali ne facevano uso avevano cura di tenere i piedi all'asciutto, o per qualche altra ragione adesso a noi sconosciuta avranno creduto bene che quel pavimento dovesse essere di grosse tavole di abete. La sala che noi abbiam descritto non aveva che un rozzo e gigantesco tavolo tondo con intorno una quantità di sedili dell'istessa forma e rozzezza. Alle pareti erano attaccati grossi anelli di ferro i quali sorreggevano dei candelabri tutti rugginosi dalla salsa umidità, sovrapposte ai quali grosse padelle di metallo con entro strutto o sevo e bitume, che una volta accese tramandavano tal rossa e funebre luce da far abbrividire qualunque buon cristiano; e siccome il fumo avrebbe certamente soffocati coloro che si fossero radunati in quella profonda caverna, al di sopra di quelle bizzarre e quasi infernali lucerne esisteva scavata nel tufo una specie di cappa non dissimile da quella dei nostri camini, la qual cappa metteva nel corridore primo del sotterraneo, da dove il fumo usciva per la imboccatura della grotta. La sala da noi descritta conteneva appesi al muro grossi triangoli di ferro, simili assai alle nostre graticole su cui poniamo le casserole e le pignatte, i quali triangoli, per quanto assicurano gl'intelligenti in materia di sette, erano altrettanti oggetti indispensabili a quei fanatici. Oltre i triangoli, vi avevano in quel luogo varie forchette a tre denti, dei dadi a tre facce, in somma il numero tre era molto ripetuto in quel luogo; ed in un quadro di grossolana pittura si mirava finalmente entro un triangolo dipinto uno sterminato occhio di bove. Quella sala era chiamata sala del comando o del gran maestro, poichè era in quella che gl'iniziati alla setta dovevano subire le strane prove per la definitiva ammissione e proferire il più terribile giuramento. La seconda sala, quella in cui metteva la galleria a sinistra, era chiamata sala d'aspetto, e là avevano luogo le abluzioni dei candidati, ed ivi si vedeva una gran vasca ad uso di bagno, un gran camino per scaldare le acque, caldaie, paioli, ecc., in somma vi erano tutti gli oggetti indispensabili alla cerimonia: quella sala era detta ancora la sala della purgazione.

Ahimè! lettori carissimi, questa sala a causa della arena che la ingombrò e delle alghe marine spintevi dai venti di libeccio è andata con le altre del tutto perduta, come un tempo si perderono le grandi città di Ercolano e di Pompeia! Ah! il tempo guasta gran cose, ma egualmente di grandi ne accomoda; e d'altronde è possibilissimo che fra diciasette o diciotto secoli qualche colono nel solcare la terra scopra le sale che vi ho descritte, ed i sapienti di quel tempo ne facciano una dottissima illustrazione degna di esser premiata dalle accademie che allora saranno nel mondo, a cui auguriamo ogni sorta di prosperità letteraria e scientifica.

Terminata che abbiamo appunto la descrizione delle catacombe, noi saremmo per introdurvi i lettori onde vedessero da per sè le cose descritte; ma riflettendo che essi ameranno più assai il vederle coll'occhio della mente quando il Caprone vi avrà introdotti i suoi aderenti, riteniamo dare nel genio dei lettori stessi riconducendoli nell'osteria dei Tre Mori allorquando il colloquio di Esmeralda e di Alfredo venne interrotto dall'improvvisa comparsa del monaco vallombrosano. I due amanti rimasero così colpiti a quella subita apparizione che non seppero proferire un accento.

I lineamenti del monaco erano ad essi affatto sconosciuti. Non così al monaco la fisionomia di Esmeralda, sebbene fosse la prima volta che si trovava al cospetto di questa fanciulla.

—Amalia! sclamò; gran Dio!

—Amalia…. Amalia…! gridò alla sua volta la fanciulla.

Alfredo non sapea come spiegare la venuta del nuovo personaggio e le parole di lui non meno che quelle dell'amata giovane. Dal mattino in poi egli era passato di emozione in emozione, di orgasmo in orgasmo; quanti affetti! quanti dolori!

Il monaco era rimasto in silenzio dopo la fatta esclamazione; egli stava concentrato nella più strana rimembranza; più guardava Esmeralda, e più sembravagli sognare.

Il giovane uffiziale voleva rompere il silenzio. Chi dava diritto ad un estraneo d'introdursi in quella camera? qual'era la sua missione? Ma la fanciulla ruppe il ghiaccio da cui sembravano tutti sorpresi all'improvviso e, con quella semplicità che distingue gli Indiani,

—Buon padre, prese a dire, se voi cercate di mia madre, ahimè! la cercate invano: ella riposa sotto la terra odorifera della Guadalupa.

—Dunque, lode a Dio! non mi ero ingannato. Oh previdenza celeste!—

E congiunte le mani, levolle al cielo in atto di fervorosa preghiera; quindi rivolto alla giovine, come se già ogni arcano fossesi svelato intorno alle condizioni della misera coppia,

—Non cerco la madre, cerco la figlia, la figlia di Amalia, prese a dire come ispirato.

—Son io, sì, son io; ebbene che volete da me?—

Il giovane militare, fattosi avanti e preso un poco di coraggio dopo sì strana apparizione,

—Signore! disse al monaco, io non vi domanderò con qual diritto siete qui penetrato; rispetto il sacro vostro carattere, e, non v'ha dubbio, voi qua moveste con ottimo fine; pure io ritengo che ad altre persone sieno dirette le cure vostre e che voi abbiate errato nel dirigervi a questa camera. Qui, signore, non vi sono persone da salvare come voi dite; ciò dimostra chiaro il vostro abbaglio. Io non vi licenzio, ma vi faccio osservare che la vostra presenza agita molto i sensi della mia compagna.—

Infatti Esmeralda nel guardare il frate pareva venir meno.

Il monaco non rispose alle osservazioni ed all'invito del giovane; era disposto a tutt'altro che ad allontanarsi.

—Fanciulla infelice! continuò dirigendo sempre le parole ad Esmeralda, fanciulla infelice! di voi cercava, voi voleva…. (e qui gli brillò in fronte un rassicurante pensiero): fanciulla, continuò, vostra madre qui mi manda e vi aspetta.—

Gli occhi di Esmeralda scintillarono di luce insolita; essa parea risorta dallo stato di debolezza in cui l'aveva prostrata il colloquio coll'amante suo. Con quella vivacità che forma il leggiero carattere delle Americane, essa non pensò che la madre era stata da lei stessa accompagnata alla tomba. L'eccesso della gioia nel sentire che la madre la chiamava le fece momentaneamente smarrire la ragione; e coll'imaginazione infiammata di cui noi l'abbiamo veduta dotata, colla educazione ricevuta in una tribù di selvaggi, col passionato ardente suo carattere, in lei l'esaltazione era al colmo. Imbevuta dei principii del fratello senza averne approfondito il valore, credendosi una creatura privilegiata, non dissimile dalle fatidiche donne d'Israello che infiammavano e guidavano alla pugna intere falangi, posta nella situazione di madre, di amante, di settaria…., ora qualunque altra specie di affetto se non potea giungere a spezzarle il cuore, era certo però che la ragione doveva almeno rimanerne sconcertata e sconvolta: talchè, preso di sopra il letticciuolo uno scialle ed avvoltavi la elegante persona,—Andiamo, disse, o buon religioso, andiamo: la nave sarà all'áncora, non facciamo più oltre attendere la madre che tanto mi aspetta.—

Il monaco, nel vedere Esmeralda, era stato colpito dalla rassomiglianza fra lei e la estinta Amalia. Un ritratto effigiato in un medaglione pendente dal collo della giovanetta aveva persuaso padre Gonsalvo che egli non s'ingannava nel ritenere la infelice fanciulla come figlia di quella stessa Amalia che egli molti anni prima aveva unita in matrimonio segreto col giovane Artini. Tal riconoscimento bastò per fargli desiderare di salvare anco questa dall'imminente pericolo della notturna assemblea, sebbene il primo pensamento del frate fosse quello di porre in salvo Alfredo e Rosina, e di servirsi della mutua passione di Esmeralda e di Alfredo onde impedire che il giovine uffiziale andasse alle fatali catacombe. Il morente sgherro gli aveva svelato il luogo del convegno, gli amori dei due giovani e l'osteria ove avrebbe potuto ritrovare costoro. Padre Gonsalvo, che da prima voleva fare di Esmeralda un semplice mezzo di salvezza, non sì tosto si avvide che quella sventurata creatura era figlia di altra non meno infelice ed amabile donna, fermò in pensiero di liberare essa pure; ed il cielo lo aiutò col prodigioso ed istantaneo smarrimento della ragione della giovinetta americana.

Alfredo, ripresa la padronanza di sè medesimo, dopo lo stupore in cui avevalo gettato questo nuovo avvenimento e l'improvvisa esaltazione di spirito di Esmeralda, la quale erasi messa d'accordo con quel bizzarro frate, fattosi alla porta della stanza, come per impedire che i due uscissero, sospinse indietro il buon vecchio, il quale aveva presa sotto il braccio la fanciulla.

—E che? gli gridò questi con dignitoso rimprovero, e che? osereste voi forse impedirmi di salvare la creatura che amate?

—Debbo io affidarla ad un incognito? qual diritto ne avete voi?

—Il diritto che dà l'Onnipotente di togliere dall'abisso le creature innocenti.—

Tanta era la maestà di padre Gonsalvo negli atti e nelle parole che il giovane Alfredo provava, suo malgrado, un'impotenza ad opporglisi; pareva inchiodato in ogni suo movimento, e la parola istessa gli moriva sul labbro. Pur nullameno balbettò:

—Ma di grazia, padre, chi siete voi? chi vi manda? ma voi….—

Il buon frate, senza dargli agio ad ultimare la frase, sollevata la fanciulla, che tutta ilare e fuor di sè lo seguiva, stupida a segno da non volgere nè anche uno sguardo all'amante diletto, si avviò per il tenebroso corridoio.

Alfredo voleva seguirlo: ma un gelo lo sorprese in mezzo al cuore, le membra ricusavano prestarsi al più piccolo movimento; invano tentò chiamare aiuto, poichè il labbro era incapace di proferire un accento. Era la mano di Dio che lo voleva liberare dall'abisso; egli cadde spossato a piè della scala che metteva all'appartamento superiore.

L'oste, l'ostessa, Concetta e tre o quattro beoni i quali stavansi nella cucina non si fecero veruna meraviglia mirando passare il frate colla fanciulla sotto il braccio. Costoro ne vedevano tante delle cose straordinarie in quella taverna che nulla vi era che potesse farli stupire. Padre Gonsalvo, giunto che fu sulla via, si fece più celeremente che potè al ponte della Crocetta, sempre traendo seco la vaga giovane; e veduta là una vettura, fatto cenno al cocchiere di fermarsi, fe' in quella salir la fanciulla ordinando, salitovi egli stesso, al cocchiere di partir di galoppo per Pisa. Il vetturino non fiatava ed obbediva all'istante, conoscendo il ricco padre abate: e chiunque abbia idea di Livorno sa qual rispetto porti la plebe per l'abito e pei rusponi dei ricchi monaci di Montenero. Ei non fece motto nè interrogazione: e poi quando mai i vetturini interrogano sul contegno, sia pure misterioso, dei loro avventori se questi hanno pingue la borsa?

Durante il viaggio, la povera Esmeralda, sempre fuor di sè stessa, non parlò di altro che della madre. Il monaco non le rispose mai, lasciandola in quello stato di aberrazione mentale che dava una tinta indefinibile al viso angelico dell'adorabile creatura. Conservando il silenzio, ripensava in sè stesso alle inesplicabili vie della provvidenza. Quanti casi erano succeduti in poche ore! quanti altri avevano a succederne, e come s'incalzavano gli avvenimenti con incessante celerità! Faceva duopo di togliere ad Esmeralda la facoltà d'indurre il giovane amante a recarsi all'assemblea, e ciò era riuscito quanto al salvare ella stessa; ma, per essere sicuro che il giovane non precipitasse in quel periglio, era duopo di tutta l'energia di Gonsalvo, il quale, tratto disotto la tonaca un ricco oriuolo, vedendo essere le sei pomeridiane ed avanzare sei ore alla mezzanotte, mise un sospiro doloroso, pensando a quanto ancora rimanevagli a fare.

Era evidente il pericolo che presentava per i congiurati la riunione alle catacombe; dappoichè, come il frate ben pensava, tal ritrovo doveva essere ormai scoperto ai magistrati dopo la morte dello sgherro e la cattura dell'altro birbante. Era duopo non solo liberare Alfredo e Rosina, ma sì pure quel misterioso individuo amatore di quest'ultima, che, in conseguenza delle scoperte fatte, il buon frate tenea per certo esser fratello di Esmeralda, e quell'istesso Giovanni da esso tenuto bambino sulle ginocchia, quel Giovanni così sensibile ed intelligente! E come salvare anche lui? Dove trovarlo? Come sperare di ridurlo, avendo inteso da Rosina esser egli un uomo straordinariamente tenace in ogni sua volontà? Ciò superava di troppo le forze del buon monaco: il tempo stringeva; bisognava trasportare Esmeralda al luogo di sicurezza da lui ideato; bisognava pensare ad Alfredo e Rosina, tornare a Livorno e pur anco al convento: sebbene quanto al convento gli desse ciò meno inquietudine, avendo egli, come superiore, la facoltà di rientrarvi a qualunque ora di notte; ma pure avrebbe amato tornarvi, onde non dar sospetto ai monaci, che son piuttosto curiosi. Il buon frate in tanta ambascia era pur sempre frate, e perciò con religiosa rassegnazione esclamò fra sè stesso: Io farò tutto quello che uomo al mondo può fare; il resto si abbandoni alla volontà di Dio. Padre Gonsalvo per certo non andava errato, misurando tutto il pericolo a cui giovani sconsigliati andavano incontro se fosse stato scoperto il luogo del loro clandestino ritrovamento e vi fossero stati côlti sul fatto.

Le leggi erano le più severe e rigorosamente osservate in tal maniera; troppo premeva alla pubblica quiete l'estinguere le cospirazioni col sangue dei cospiratori; e mentre il vigile magistrato dopo la rivelazione di Topo aveva saputo doversi nella notte congregare i congiurati tutti nella sala delle catacombe, pensò essere inutile pel momento il farsi dal masnadiero palesare i nomi dei congiurati stessi, ma meglio essere colpirli sul fatto nel luogo medesimo del loro delitto, ed a ciò fare avea drizzato tutte le sue mire. Intanto era giunta a Livorno notizia che altre congiure erano state sventate in diverse provincie e puniti di morte alcuni dei cospiratori ed altri tratti in catene. Il carbonarismo ognun sa come in quell'epoca avesse l'ultimo crollo: ed il magistrato già si rallegrava del bel colpo che era per fare. Ma lasciamo che costui si adopri in proposito e torniamo a padre Gonsalvo.

Sonavano le otto all'orologio della torre pretoriale di Pisa che già le reverende madri di Santa Chiara avevano tra le loro sante mura la infelice ed appassionata Esmeralda. Le melodie dell'organo, i sacri cantici, le tenere cure di quelle ancelle di Dio se calmata avevano l'effervescenza della giovane Americana, non le avevano restituito la ragione, che Dio le avea tolta onde liberarla da più tremenda sciagura.

Padre Gonsalvo, ritornato a Livorno intorno alle dieci ore, assicuratosi che Rosina era nelle mura della casa materna, che Alfredo vi era ritornato dopo la burrascosa scena dell'osteria dei Tre Mori, dette opera ad alacremente provvedere che il suo favorito Giovanni sfuggir potesse all'estremo periglio; ma vi riuscirà egli? Lo vedremo a momenti.

Si avvicina mezzanotte. Giovanni, ignaro di quanto era successo alla sorella e ad Alfredo, ai due subalterni Cacanastri e Topo, fino dal mezzodì se ne stava intanato nella sala delle catacombe ricevendo ad uno ad uno i più diligenti fra i congiurati: aveva con loro svolto varie carte, ammonendoli a star saldi nella decisione che erano per prendere nella futura notte. Giovanni fidava nel grande ascendente che aveva su Rosina, sopra Alfredo, sulla entusiasta Esmeralda, per esser sicuro che eglino non avrebbero mancato di intervenire alla notturna assemblea; e già aveva segnati i capitoli delle operazioni imminenti, da cui presagiva un esito felicissimo.

Ma a qual pro, diranno i lettori, volea Giovanni fare intervenire alla tenebrosa assemblea una timida e dilicata fanciulla qual'era Rosina? Giovanni in ciò aveva le sue buone o cattive ragioni: ei voleva sempre più impressionare i settari che nulla a lui era impossibile; e d'altronde era vago di brillare in faccia all'amata fanciulla nell'apogeo della sua gloria. Le catacombe eran per lui il suo mondo, il suo seggio; era là che poteva comandare ed essere obbedito, di là dettar leggi all'universo; giovane di ventisei anni, bisogna compatirlo se ei bramava dare ampia idea della propria potenza alla donna del suo cuore: e questa è la ragione per cui bramava che Rosina venisse al convegno.

La sala del gran mastro è già ripiena della folla de' congiurati.

È mezzanotte: la squilla lugubre di un oriolo a pendolo l'annunzia con dodici tocchi; i quali simultaneamente vengono ripetuti dall'orologio della piazza d'arme e del lazzaretto, dalle campanelle delle sentinelle che vanno mutando di fazione. La notte è cupa, nessun lume si vede nei dintorni di San Iacopo, la spiaggia è deserta.

Ma già l'ora fatale è nuovamente rimbombata per l'aere nei suoi dodici tocchi. Il sotterraneo è già pieno dei più fedeli al giovane entusiasta. Egli è al primo posto della tavola rotonda ed ha innanzi a sè alcune carte importanti; le pareti sono illuminate dalle faci che noi abbiamo già descritte. Giovanni batte tre colpi su uno scudo di bronzo che ha sopra la gran tavola. Il più cupo silenzio regna fra i radunati. Giovanni spia per quella folla onde vedere la testa dell'amata, di Esmeralda e di Alfredo; le sue indagini sono vane: egli batte tre tocchi nuovamente sul grave scudo, e l'eco li ripete per quei vasti sotterranei; tutti i radunati s'inginocchiano.

—Esmeralda? grida il giovane capo.

Nessuno risponde.

—Alfredo? esclama allora impaziente.

Nessuno risponde.

—Rosina? grida più vivamente ed appassionatamente il capo.—

Nessuno risponde.

Un personaggio però inaspettato, che produsse un misterioso terrore su quella fanatica assemblea, si presentò sulla porta.

FINE DEL VOLUME PRIMO

INDICE

Prologo Pag 7

  CAP. I —Il Caprone » 12
   » II —Rosina » 36
   » III —Festa da ballo in maschera » 55
   » IV —Fratello e sorella » 76
   » V —Vicende » 96
   » VI —Esmeralda » 117
   » VII —Le catacombe » 133

Allora lo spettro si avventò sopra l'empio che fuggiva.

Vol. II, pag. 133

I DEMAGOGHI O I MISTERI DI LIVORNO

Romanzo

DELL'AVVOCATO CESARE MONTEVERDE

   AUTORE DEI ROMANZI
    ASTORRE MANFREDI
           e
    IL DUCA DI ATENE

VOL. II.

        MILANO
  PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO
  Via di Chiaravalle, N. 11 rosso.

1862

Proprietà letteraria dell'editore, che intende far valere i propri diritti a norma di legge.

Milano—Ditta Wilmant.

CAPITOLO VIII.

Sorpresa.

—Iago! esclamò con la maggior sorpresa il Caprone.

Il negro, sebbene cadente per la grave sua età, senza rispondere, si fece largo tra la folla dei congiurati e si avvicinò al tavolo. Ivi giunto, incrociate le mani al petto in segno di riverenza verso il gran capo, pronunziò alcune parole in un linguaggio ignoto a tutti quelli adunati. Il Caprone gli rispose nello stesso linguaggio, e i congiurati stupefatti si guardarono l'un l'altro. In quell'istante si udirono accelerati passi di molte persone dentro il corridoio; si sentivano voci di sdegno e rumor d'armi che già rimbombava verso la sala del gran maestro. Non poteva dubitarsi sulla qualità di coloro che s'inoltravano; poichè, oltre il romore delle armi che accennammo, si vedeva un insolito chiarore avanzarsi dalla parte del cortile sotterraneo. Infatti due uffiziali e molti soldati che portavano corti fucili e fiaccole eran giunti allo sbocco della sala del gran maestro e già stavano per irrompere sull'assemblea. Non furono però in tempo.

—Hourrah! esclamò il Caprone percuotendo con forza il pavimento di legno col piede destro; ed il pavimento, sebbene grave di tutte quelle persone, girò allo scattar d'una molla sui cardini che stavangli ai lati, e rovesciatosi impetuosamente toccò con un'estremità la volta, precipitando nel sottoposto abisso il Caprone, il negro e tutti i congiurati, e restando verticalmente, come una barriera insormontabile, sull'imboccatura della sala, in guisa da impedire agli armati di penetrare in quella. Il fragore fu orribile: invano i soldati tentarono di rompere quella parete di legno; quell'intavolato era grosso oltre un sesto di braccio e, munito di grossi chiodi, sfidava i colpi dei calci di fucile e delle scuri dei sopraggiunti, i quali, confusamente urlando ed imprecando per la fallita impresa, furono costretti a ritirarsi.

Ma i congiurati usciranno poi dal baratro ove li ha fatti piombare insieme con lui il loro misterioso capitano? oppure avranno eglino preferito una morte volontaria al portare la testa sul patibolo? Il resto della storia ce ne farà consapevoli. Ma intanto ci convien tener dietro ad un nuovo personaggio, fino ad ora sconosciuto nel nostro racconto; questo personaggio interessante non è altri che il signor Basilio.

Il signor Basilio è un uomo di mezza età: la sua professione è quella di onesto mercante; e se la sua qualità di mercante non può impugnarsi… forse la qualifica di onesto potrebbe incontrare degli ostacoli: ma tiriamo innanzi. Il signor Basilio ha un bellissimo modo di farsi strada nella pubblica estimazione: cortese con tutti, puntualissimo nel pagare chi avanza, puntuale nel riscuotere i suoi crediti, sapeva condire con molta affabilità anche qualche parola da per sé stessa un po' aspra; aveva sempre un risolino sulle labbra, teneva abitualmente gli occhi bassi; le paroline sue eran sempre melate, aveva una flemma inalterabile; il suo vestiario era pulito e quasi elegante, ma però sempre di un taglio antico; declamava ognora sulle bricconate del mondo; nemico giurato del progresso, aveva la precauzione di non urtar peraltro i progressisti, praticava con loro un contegno urbanissimo; rispondeva con monosillabi inchinando il capo, tossendo spesso e mostrando un aspetto arrendevole ed ossequioso; teneva o per vezzo o per abitudine il capo un poco pendente sulla spalla destra; sempre sbarbato, il suo viso di trentacinque anni pareva che ne dimostrasse venticinque; la cravatta bianca colla quale fasciavasi il collo faceva spiccare il rubicondo delle sue gote infiorate di un'eterna primavera. Il degno signor Basilio era insomma uno di quegli uomini che sanno stare al mondo. Non avendo prossimi parenti, se ne stava in un quartiere a pigione in una delle strade meno di grido, poiché amava la quiete: e siccome il mondo è inclinato a pensar male anche delle cose più oneste, il signor Basilio non aveva voluto né serva né servitore, e si era acconciato con una vecchia vedova, come suol dirsi, a dozzina o a retta: aveva nel suo quartiere una cameretta tutta decente e pulita, adorna di quadri di sacro tema; poi uno spogliatoio per le vesti, un salottino per mangiare, un'altra stanzetta per i bagagli. Le tende delle finestre della di lui camera e quartiere stavano chiuse, egualmente che i cristalli di esse, tanto di estate che d'inverno: e, tranne il caso che una decrepita serva entrasse a spazzare le stanze ed aprisse un pocolino l'invetriata alzando la portiera, nessun occhio curioso si era potuto ficcare nell'abitazione del signor Basilio.

Chi poi dei suoi vicini non avesse avuto orologio poteva servirsi del signor Basilio; poichè egli era periodicamente preciso nel suo uscire e nel suo entrare in casa la mattina, all'ora di pranzo e nel riporsi la sera, a seconda del crescere o del calare delle giornate. Ed infatti nell'estate e nell'autunno, quando usciva al mattino, erano le sei; quando tornava a pranzo, le due pomeridiane; quando di nuovo sortiva, le quattro; quando rientrava, le otto; e nell'inverno e primavera egli usciva alle sette, ritornava alla una, ed uscendo fino alle sei, a quest'ora si rintanava.

Pe' suoi negozi aveva una bottega cui assisteva solo, facendo da commesso e da principale insieme; e solo una volta la settimana si serviva del facchino di un vicino banco perchè spazzasse il suo e gli accendesse ogni sabato il lume all'imagine di sant'Omobono protettore dei mercanti, e mutasse la padelletta al gatto che periodicamente stava in bottega ed al quale il degno signor Basilio portava ogni dì il vitto dentro una pezzuola da naso turchina.

Pel signor Basilio non ci erano conversazioni, non c'erano teatri nè spettacoli; e tutto il tempo che si permetteva di sollazzo era quello impiegato dal Credo all'Angelus nella bottega del tabaccaio vicino e dall'Angelus al De profundis alla Coroncina e pia meditazione alla Cappellina dei catecumeni, della cui compagnia era stato più volte governatore. Come ognun pensa, il signor Basilio non avea per certo avuto in capo la minima idea per le donne. Oibò! Eppure, è venuto il tempo di dirlo ai lettori, ed essi faranno, udendolo, un tanto di Oh! eppure il signor Basilio era molto addentro nelle buone grazie della signora Guglielmi, e, vedete bene, faceva i fatti suoi molto riservatamente, perchè in realtà non lo abbiamo mai veduto nè a prendere il thè nè a fare la partita ai quadrigliati presso la signora e molto meno all'ultima festa di ballo in maschera. Dio guardi! Le maschere erano di orrore al degno signor Basilio, il quale nei giorni del carnevale teneva il suo negozio chiuso, non usciva quasi mai di casa e qualche volta passava quei giorni di tripudio o di pazza gioia e di peccati i più grossi presso i suoi buoni amici i religiosi conventuali, in devoti esercizi. Pure il signor Basilio era, se non in tutto, almeno due terzi padrone a casa della Guglielmi; e, quello che è maraviglioso, non ne sapevano nulla nè Rosina nè Alfredo; e, cosa ancor più straordinaria, non ne sapeva nulla la gente di servizio ed in ispecie la oculatissima Mary.

La mattina stessa in cui abbiamo veduto tanto in angosce Rosina ed Alfredo, in dolori Esmeralda, in trame più cupe il Caprone, cioè il cospiratore Giovanni, molto sul tardi fu sentito dare un buffetto all'uscio dell'appartamento segreto di madama Guglielmi: e sembra che quel modo di picchiare fosse conosciuto dalla signora, la quale fece un atto d'impazienza nel sentirlo; poichè quella visita non era aspettata e nemmeno gradita, distraendo la signora da una interessante lettura. Ripose ella il libro; ed appena proferita la parola—Entrate—compariva sull'uscio della camera il signor Basilio, che fece due profondi inchini, col secondo dei quali si avvicinò a madama, che, giusta il costume del secolo decorso, porse la bianca mano al degno cavaliere, il quale la baciò con trasporto, soggiungendo con voce dolcissima, pure alquanto stridula:

—Vi chieggo scusa, o madama, del disturbo che io per certo vi arreco…, ma non ho potuto resistere al piacere di augurarvi il buon giorno e dimandarvi notizie della preziosa vostra salute, che io voglio sperare non sconcertata dalle fatiche della danza.

—Mille grazie, ottimo signor Basilio! replicò la dama, graziosamente ritirando la mano sulla quale egli aveva deposto il bacio aristocratico.

—La vostra cortesia mi onora infinitamente nè so come potermene mostrar degno; io, davvero, povero mercantuzzo, voi dama pregiatissima, rampollo della più scelta nobiltà….

—Da banda le cerimonie, sempre complimentoso e compito al solito signor Basilio carissimo: ma voi sapete in quanto pregio vi tenga; onde fra noi non han luogo davvero i complimenti.

—Tutto effetto della incomparabile vostra cortesia; della quale tolga il cielo che io voglia abusare: permettetemi di conservare il più profondo ossequio verso una dama di tanto merito. Vi domandava adunque della vostra preziosa salute.

—Sono un poco stanca, signor Basilio, e nulla più.

—Oh! lode al cielo. Queste feste sono cose indispensabili: come si fa? quando si è nel grado in cui la provvidenza pose voi e la vostra famiglia, oh! davvero sono cose indispensabili.

—E le approvate voi? voi sì rigido, sì ritirato?

—Oh! madama, altro sono io, altra voi. Non può esistere idea di paragone: io sono un nulla, un nulla affatto; ignorato dal mondo, è giusto che io ignori il mondo; così ci trattiamo alla pari.

—Eh! caro Basilio, voi invano pretendete di celare la vostra immensa virtù; le beneficenze che spargete….

—Per pietà, madama, cessate di umiliare, elogiandomi, la nullità di un vostro servo devoto, e favelliamo d'altro. La signorina che fa? Si sarà stancata al festino. Degna giovane…., vero ritratto della madre!—

Madama sorrise di compiacenza.

—E quel degno signor Alfredo? qual ottimo giovane! oh! si conosce bene la discendenza del puro sangue degli eroi. Non mente, no, quel bollore guerresco che gli trapela dal viso; l'una è la casta Diana, l'altro il bellicoso Marte.—

E così dicendo si fregò le mani contento di avere sfoggiato questo gran pezzo di erudizione mitologica.

—Sono creature che prometton bene, replicò la dama.

—Gli amo tanto quei due cari giovani, continuò il signor Basilio; quanto sarà brillante il loro avvenire! Oh il loro avvenire! Ed avranno formato il brio della festa. Erano molti gl'intervenuti?

—Non vi era penuria di fanatici, caro signor Basilio, e poi oltre gl'invitati grande fu l'affluenza delle maschere.

—Non seguì nessuno inconveniente peraltro? richiese con affettata premura il signor Basilio.

—No, per grazia del cielo; ma quali inconvenienti potevano succedervi?

—Eh! signora mia, dico per causa delle maschere; chi sa mai quali facce si nascondono sotto la visiera?

—La vostra riflessione mi convince: buon Dio! sono tre giorni che non vi fate vivo; se foste venuto, io avrei profittato del vostro consiglio, e il mio quartiere sarebbe stato chiuso alle genti immascherate.

—Oh! se avessi potuto solamente sognare di esservi utile, potete ben credere, madama, che sarei volato qui al certo; ma in questi giorni di clamore, siccome il commercio non va, ed io non mi curo di tenere aperta la bottega e mostrare le mie merci alla folla dei matti, così mi ritiro a fare delle divote meditazioni sulla debolezza umana.

—Buon per voi! Io vorrei poter fare altrettanto.

—Madre giovane di figli giovani, sul fior dell'età, in un ritiro. Oh! non è questo il tempo. Ma a proposito, più che ci penso e più mi trovo io dalla parte dei torto: toccava a me a venire a suggerirvi…. (e così dicendo con atto di rammarico si percosse la fronte), toccava a me a venire a trovarvi, ad avvisarvi d'un pericolo; ma….

—Di qual pericolo, in grazia? prese a dire madama Guglielmi scorgendo un certo non so che di mistero nelle maniere e nelle reticenze del signor Basilio.

—Eh! vi dirò…. ma già lo saprete; una certa voce….

—Non so nulla; spiegatevi.

—Si dice…. ve', forse saranno chiacchiere; si dice che anche a
Livorno possa esservi una setta demagogica.

—Misericordia! sclamò spaurita la signora, che dite mai? E guardò il signor Basilio, il quale dal canto suo fissava la vedova con sguardo significante.

—Credeva che ne aveste sentito, così come io, vociferare.

—Vi ripeto che non so nulla, anzi sarei ansiosa….

—Vi soddisfaccio subito; ma, guardate, non intendo di accertare la cosa e desidero anzi che siano fandonie, cara madama: voi avreste orrore; si tratterebbe di voler far man bassa sui nobili, sui ricchi, sulle persone e, piango in dirlo, fino sui ministri di Dio; anzi da questi vorrebbero incominciare quei manigoldi e quei demonii.

—Ah! caro signor Basilio, una specie di 93 dunque?

—Altro che 93! quei diavoli si appellano carbonari ed hanno le carbonaie dappertutto, veri tizzi d'inferno; pur troppo le avranno anche qui! anzi da certi discorsetti che ho sentito in un luogo…. (e nel dire queste parole guardò maliziosamente madama).

—Buon Dio! voi mi atterrite.

—Siccome costoro ad altro evidentemente non mirano che a fare scoppiare il disordine, chi sa che anco una festa di ballo non potesse essere stata acconcia ai loro tristi divisamenti? Ma basta; ora il pericolo è passato, e può essere anche non esistito: sia lodato il cielo!—

La signora trasse un cocente sospiro.

—E…., guardate la combinazione, senza un certo discorso sentito bisbigliare nella bottega del tabaccaio che sta sui quattro canti, io forse non sarei venuto così presto ad incomodarvi: non vi terrò in pena nel dirvi tutto; prima peraltro fa duopo che mi diciate se è vera una cosa.

—E quale?

—Che alla vostra festa un numero considerevole di maschere che mai non si levarono la visiera avesse sull'abito appuntata una camelia rossa.

—Verissimo, e che perciò?

—Oh! non vi faccia specie: le buone persone stanno attente a tutto, anche i più piccoli segnali non isfuggono alla vigilanza dei magistrati; e tante volte da insignificante indizio sonosi scoperte le trame dei malvagi. Quel segnale così ripetuto sappiate, signora, che dette nell'occhio; e siccome il mondo è dedito a mormorare, nè mai si fa tanto che basti per evitare lo scoglio della maldicenza, il mondo questa volta ha trovato un ninnolo, vedete, un'inezia, ma pure qualche cosa contro di voi, ottima e rispettabile madama Guglielmi.

—Contro di me? esclamò la signora tirandosi addietro sulla poltrona ove stava mollemente adagiata, di me? E che vi è da ripetere sul mio conto?

—Oh! duolmi di avervi dato un dispiacere; nel caso perdonatelo al mio zelo, alla mia inalterabile affezione per voi: non parlo più.

—No, no, anzi dovete parlare; vedete, sono già tranquilla, ma non ho potuto reprimere un momento istantaneo di collera nel sentirmi ingiustamente censurata.

—Ingiustamente sicuro! coloro che parlavano nella bottega del tabaccaio le tengo per le peggiori linguacce della città.

—Su via dunque…

—Il discorso è andato così: «Bella festa!» diceva uno degli avventori spuntando un sigaro. «Bella davvero!» diceva un altro, è stato anche chiuso il teatro.» «Bellissima!» prendendo parte al colloquio entrò a dire per terzo il padrone di bottega. Ed il primo interlocutore, il quale ha una chiacchiera da sfidarne qualsivoglia ciarlatano, «Eh! eh! soggiunse, ma sarà poi liscia la cosa?» «Che? c'è forse del mistero? rispose l'altro, dicci un po' qualche cosa; tu che sei un birro riposato devi saperne delle belle, ai tuoi occhi non può sfuggir nulla.» «Sono riposato, riprese l'ex-famiglio, ma non sono stracco; il male è che non conto più nulla, ma giocherei che quella vedovina ha dato il festino per un pretesto.»

—Per un pretesto! esclamò la signora Guglielmi alzandosi dal seggiolone e ricadendo sul medesimo.

—Lasciatemi continuare, replicò con calma il signor Basilio. «Dunque dovete sapere, amici cari, seguì a dire l'ex-birro, dovete sapere che i belli spiriti moderni, questi innovatori del diavolo, le vanno cercando tutte; dunque dovete sapere che al festino della suddetta signora vi era una quantità di gentaccia immascherata, e questa gentaccia non era là senza qualche segreto fine: ma scoprirò io la faccenda, e se ci riesco….» Il tabaccaio, che è un galantuomo di quelli proprio della stampa antica, prese a difendervi con calore.

—Graziosa! prese a dire madama Guglielmi mordendosi le labbra con un certo dispetto: dopo le accuse gradirò conoscere cosa disse il mio difensor tabaccaio.

—Disse essere impossibile che una nobile signora del vostro carattere, dei vostri sentimenti aristocratici, tollerasse nè anche il puzzo della demagogia in casa propria.

—Fortuna, replicò con vivacità madama, fortuna che il sinistro sospetto passò per la testa di una persona volgare! per il che sarebbe pazzia l'adontarsene. Ah! ma tutto questo segue perchè son vedova; se io avessi un uomo cui appartenere, le cose non passerebbero così.—

E lanciò una tenera occhiatina al signor Basilio.

—Verissimo, rispose costei umilmente inchinandosi col capo, verissimo: la lingua sfrenata del maldicente percuote più facilmente le vedove isolate e leggiadre, alle quali si fanno i conti addosso con molta malignità. Quel temerario di birro riposato parlava delle spese vistose in cui vi siete messa, concludendo che avesser bisogno di qualche segreto aiuto; e siccome le sêtte si vuole possedano molti tesori, ei diceva che coll'oro….

—Non terminate l'iniqua frase, esclamò accesa di sdegno madama Guglielmi; temerario! dubitare della discendente dei conti di Brienne! E voi, signor Basilio, amico qual mi siete, non avete preso quel furfante pel collo e messolo fuori di bottega, oppure non lo avete minacciato in nome mio di farlo disdire avanti i tribunali e ricevere il meritato castigo?

—Mia buona signora, tutto riverenze, replicò il signor Basilio, sebbene io sia uomo di abituale calma, effetto del mio carattere, vi confesso che nell'udire l'empia bestemmia mi sono sentito venire il sangue al viso; ma in quanto allo schiaffeggiare, voi conoscete bene il mio cuore di pulcino: non mi vergogno; è effetto del mio timido naturale; nessuno si fa da sè.

—Ebbene ricorrerò io; la mia fama dev'essere rispettata….

—Su questo, colla mia solita prudenza, vi dirò che sono di opinione diversa; sono certi argomenti delicati che non conviene stuzzicare.

—Dunque sarà permesso alla plebe di denigrarmi? ed io me le sentirò dire senza prendere un'esemplare vendetta?

—Non dico questo, ma vi è il suo rimedio; in avvenire, madama, sempre riservandomi, vorrei essere un poco più oculato.

—Per esempio?…

—Per esempio: in molte coserelle…. ma badate, non vi offendete; è per carità fraterna che io mi azzardo a porger consigli.

—Dite, dite.

—Ecco: non vorrei introdurre in casa tanta gente forestiera.

—Come si fa? le convenienze….

—Sta benissimo, concordo: le convenienze sono tutto al mondo, è il perno su cui si aggira la gran macchina della civiltà; ma vi sono tante e tante cose che appunto sono convenienze, e convenienze da cui si può trar profitto per il proprio vantaggio.

—Caro signor Basilio, voi sapete che da due anni io mi lascio regolare da voi, e certamente ho ben ragione di ringraziarvi; voi siete il segreto mio Mentore, il mio vero amico, voi mi avete favorito dei vostri consigli e del vostro scrigno.

—Oh! quanto a quest'ultimo non merita il conto di parlarne…. sempre a vostra disposizione.

—Dunque, ritornando laddove mi avete interrotto il discorso, vi dirò che, essendo voi il mio Mentore, mi uniformerò a voi pienamente, e solo mi duole che persistiate a tenervi celato agli occhi del mondo, che bramerei conoscesse in voi il mio unico amico.

—Oh! madama, voi mi onorate di soverchio: io nulla sono, ve l'ho detto le mille volte e ve lo ripeto adesso; ma io so dare il vero peso alla parola convenienza, ed in fatti tutta la convenienza possibile vuole che la nostra amicizia appunto resti segreta. Cosa mai avrebbe detto il mondo se avesse conosciuto e conoscesse la bontà che avete per me? Chi sa quante chiacchiere, quanti castelli in aria? di voi si sarebbe detto che nuovo amore vi avrebbe fatto scordare l'antico; e poi chi sa quante annotazioni…? Di me, che un onesto negoziante, quando avvicina una nobile vedova e bella in specie, deve avere dei secondi fini; si sarebbe supposto che io abbia tesori a profondere, fatto il computo ai miei capitali, tirate malignamente delle conseguenze sinistre al mio buon nome infine ed al mio commercio.

—Voi siete la saggezza in persona.

—Troppo, troppo, madama!

—È però un fatto che io, carissimo signor Basilio, m'avveggo di non potere andare avanti su questo piede.

—E perchè mai? non sono io sempre ai vostri cenni? non già per farmi avanti, ma se vi accomodano altri due o tremila scudi, questi sono fino d'ora a vostra disposizione: anzi mi obblighereste infinitamente permettendomi di recarveli questa sera; ho più piacere che siano nelle vostre mani che nel mio scrigno.

—Grazie! per adesso non ho bisogno di prender somme ad imprestito. Riprendendo il filo del mio discorso, quando io poc'anzi vi diceva non poter durare su questo piede, intendeva parlare dello stato di vedovanza, parendomi conveniente il dare ai miei figli un consigliere col grado di secondo padre, essendo eglino ormai giunti ad un'età in cui l'autorità della madre non può produrre su loro che assai debole effetto.—

La vedova in dire queste parole lanciò un tenero sguardo al signor Basilio, il quale sentì montarsi al viso tutto quel verginale rossore di cui era capace ed abbassò lo sguardo. La signora continuò essa pure tenendo gli occhi bassi:

—Sì, carissimo amico, la bizzarra circostanza della festa mi ha fatto comprendere essere impossibile ad una vedova il salvarsi dalle censure del mondo; ho veduto che anche nella circostanza di dare una festa da ballo non son capace di regolarmi. Ciò accelera una spiegazione che io volea farvi da qualche tempo.—

Il signor Basilio, al momento di questa mezza dichiarazione, di cui prevedeva la conclusione, fece un viso serio e compunto, non dissimile da quello d'uno scolaro al momento di subire l'esame. Non interruppe con un sol motto la vedova, cosicchè ella continuò:

—Voi vedete, signor Basilio, in questa mia spiegazione l'effetto di quella prudenza che mi avete suggerita coi vostri consigli; ho consultata la mia ragione e vi paleso chiaramente trovarsi essa in pieno accordo col cuore.

—Oh! ne godo davvero, riprese il signor Basilio con una straordinaria affabilità Vostra Signoria pensa dunque a seconde nozze; io non saprei oppormici, anzi ne lodo il pensiero e gradirò conoscere la scelta, tenendomi lieto di essere sgravato della carica di consigliere.

—Tutto al contrario, caro Basilio, anzi mi sarete più efficace che mai.

—Ma se sono obbligato dall'amicizia e dalla carità a darvi quei pochi consigli di cui nella mia insufficienza mi credo capace, non saprei come darli ad una signora maritata. Orsù ditemi piuttosto dove cade la vostra scelta, chè la mia approvazione non mancherà di certo. Conosco la vostra prudenza.

—Possibile che non m'intendiate?

—Non v'intendo davvero, signora; nelle cose di amore sono veramente un bambino.

—Voglio crederlo, ma dite piuttosto che la vostra eccessiva modestia…. Ma orsù voglio dirla io questa magna parola; la mia età mi dà il diritto di dispensarmi dai pregiudizi in siffatta materia. Carissimo signor Basilio, ho pensato come un nodo consigliato dalla ragione non potrebbe da me meglio formarsi che unendo la mia destra alla vostra.—

Il signor Basilio non si scosse a questa dichiarazione d'amore di una donna quadragenaria; onde colla massima freddezza e come se si trattasse di negozio mercantile rispose:

—Ora ho compreso benissimo, madama, e come ben potete credere, ben volentieri aderirei alla vostra proposizione, anzi mi confonde l'onore che mi fate; ma la vostra scelta non poteva esser peggiore, provando io una decisa repugnanza pel santo vincolo del matrimonio.—

La vedova si morse le labbra dal dispetto: una donna, avesse anche 80 anni, non potrebbe conservare il suo sangue freddo sentendosi intonare una repulsa in chiare note di fronte ad una dichiarazione amorosa. Ambedue stettero qualche tempo in silenzio, e la signora Guglielmi si pose a sfogliare alcune carte per nascondere la sua confusione e far passare dalla sua fronte quel rossore che la rabbia e il dispetto vi avevano fatto salire. Il signor Basilio occupò questo tempo, con viso sereno e tranquillo e come se nulla fosse accaduto, nel tirare cinque o sei prese di tabacco dalla sua tabacchiera d'oro contornata di brillanti:

—Ebbene non se ne parli più, disse rompendo il silenzio la vedova e soffocando un sospiro di rabbia.

Il signor Basilio parve pensoso e finalmente, dopo la sua parte di silenzio, riprese:

—Signora, la manifestazione della vostra volontà e le ragioni che la animarono mi han posto, lo confesso, in un bivio: io veggo tutta la convenienza che un uomo di riflessione e di età possa entrare nella vostra famiglia, e dirò francamente che quest'uomo si rende quasi indispensabile; ed infatti, lasciando le piccolezze e considerando le cose gravi, io m'avveggo e convengo che i vostri due figli sono in quella età in cui naturalmente le passioni agitano e dominano il cuore umano, e ben difficilmente l'autorità d'una madre può giungere a liberare i suoi nati da quei pericoli che sono la conseguenza del bollor giovanile, specialmente in questi tempi, in cui la malizia arriva prima degli anni e che sono terribili per le idee progressive a cui volge il secolo. Una vedova può paragonarsi giustamente ad una vite a cui la tempesta abbia atterrato l'olmo che la sorreggeva.—