—Vi sentite male, signora? proruppe la straniera; ah! per mia causa forse….
—No; no, fu sollecita a dire Rosina; continuate.
—Sì, madama, sono dieci mesi che giro pel mondo in traccia dell'uomo che adoro.
—È molto tempo che siete separata da lui? prese a dire con molta premura Rosina.
—Si direbbe, replicò la forestiera, che avreste parte nella mia storia; tanto è l'interesse che vi degnate prendere ai miei casi. Quindi con una lacrima sul ciglio: È molto tempo, sì, signora; quel mio caro angioletto non era nato.
—Così tardi,… riprese Rosina turbata, lo cercate?…
—Ah! avesse voluto Iddio che lo avessi potuto prima, Ma da quel tempo in poi ho avuto un velo sugli occhi.
—Cielo! spiegatevi.
—Fui pazza….
—Giovanni, Giovanni! sclamò la Rosina. Deh! Angiolina, va da
Giovanni, che presto venga qua, che non tardi un istante.
—Giovanni?… esclamò la straniera con un visibile tremore e si pose la sinistra alla fronte. Qual nome!—
Nel movimento fatto dalla mano di costei, rimase totalmente visibile la piastra del ricco anello che essa aveva in dito; vi brillava inciso lo stemma della famiglia Guglielmi, consistente in un guerriero in atto d'imbrandire un'asta di ferro, sormontato da una corona di cavaliere. Quell'anello era d'Alfredo. Rosina ebbe appena la forza di esclamare:—Ecco il mio sogno! ecco il mio sogno!—e di gettarsi a braccia aperte al collo della straniera chiamandola Esmeralda.
La giovane, dando in un dirotto pianto per l'eccesso della gioia, svenne nelle braccia di Rosina.
Il figlio, in vedendo le donne in quello stato, scioltosi dal cerchio dei festeggianti giovanetti, si slanciò presso la madre e, piegato un ginocchio, le prese una mano, che scaldò col fiato. Vi fu un quadro degno del più celebre pennello.
Giovanni, avvisato dall'Angiolina e dalle grida di gioia della moglie, accorse sul luogo: e per la prima volta da quel ciglio di ferro uscirono due calde lacrime di commozione. Egli abbracciava la perduta sorella.
Quali vicende avesse fino a questo punto patite la infelice lo vedremo nel capitolo seguente.
CAPITOLO XVIII.
Lazzeretto.
La vecchia Europa, già tribolata per torbidi avvenimenti, doveva divenirlo più ancora per malattia contagiosa e mortale. Grandi mutamenti politici nella Francia, ove, in mezzo a rivi di sangue cittadino, Parigi, scacciato il rampollo del buon re Luigi, accoglieva Filippo per arbitro dei suoi destini nella estate del 1830; e nella primavera del vegnente si erano rianimate le speranze di quei carbonari che, a malgrado della contrarietà degli eventi, non cessarono in seguito anco da lungi di fomentare il fuoco della ribellione. Dal colmo degli onori e delle agiatezze, Giovanni, cui stava sempre fisso in cuore il pensiero di novità nel terreno natío, se non colla persona aveva con scritti ed oro sovvenuto alle imprese degli antichi compagni, favorito speculazioni rischiose, spedite armi in segreto. Come poteva egli farlo senza rischio? questo è problema.
Alfredo poi, militante per la repubblica di Colombia, al primo annunzio di mutamenti europei si era spiccato dal continente americano onde soccorrere l'impresa col senno e col braccio valoroso.
Ma anche questa volta i disegni di novità andarono falliti. Nuovo sangue grondò dai patiboli. Vi furono emigrazioni, prigionie ed esigli, e l'antico statu quo resse intrepido alla procella progressista. Ma, come sì dura traversia poco fosse alle sciagure dei popoli, un morbo pestifero movendo gigante pel Tibet dalla China, passato il Volga e gli Urali, infestata Russia, Polonia, Germania, Inghilterra e Francia, alla perfine attraversò le Alpi venne a piombare sul nostro paese. Volgeva l'anno 1835, Livorno non fu l'ultima ad esserne afflitta; ed avvegnachè lo squallore, il dolore, la miseria che vi recò un nemico sì distruttore non sia stato estraneo a sollevare altro lembo del velo che copriva i misteri di quella popolosa città, è duopo che i nostri lettori dalle amabili e toccanti scene del ritrovo di Esmeralda, retrocedendo col tempo, ci seguano fra i malati, i morti, i carrettoni e la compagnia della Misericordia di quella città, da cui prese le mosse il nostro racconto. Volgevano gli ultimi di luglio. Ad estate fresca ed umida erano successi giorni di un'afa terribile ed opprimente. Un languore in tutte le membra tribolava giovani e vecchi, una malinconia regnava su tutti i volti; il brio da cui è accompagnato il franco e leale carattere del Livornese pareva intorpidito o perduto; intanto una insolita mortalità incominciò a dare nell'occhio ed in specie in certe contrade popolose e sudicie. Nel quartiere della Venezia nuova, ove noi vedemmo l'osteria dei Tre Mori, nelle vie di San Giovanni e di Pescheria, di Sant'Anna, di Crocetta, si videro ad un tempo attaccate varie persone da certa malattia della quale sul principio o non si sapeva o non si voleva dire il nome. Questo malore assaliva violento e sprezzante ogni rimedio; senza dar tempo all'arte di esercitarsi, colpiva di morte: in pochi dì il mormorio per siffatta sventura era in bocca di tutti; chi ne diceva una, chi ne diceva un'altra, ma nella sostanza ognuno temeva. I dotti si perdevano in indagini, il popolaccio attribuiva a sortilegio ed avvelenamento la moría. Intanto il morbo facea passi da gigante, nè si sapea come venuto in città: chi dicea comunicato da persona infetta venuta da Genova, chi da merce introdotta di contrabbando. Come fosse venuto, poco montava; il terribile chólera era là come un demone invasore, tenace, mortale. Aperte sull'infierir del morbo le case ai medici, agli impiegati, alla guardie di sanità, ai soldati, si svelarono incredibili misteri, e si vide come in Livorno quella gran parte di popolazione che ne forma il nerbo e che al di fuori mostrasi in vesta linda e civile non ha in casa pane per sfamarsi, letto per giacervi, lenzuola per coprirsi, a malgrado dell'operosità del travaglio. Terribile verità che un chólera può far conoscere; mistero che un romanzo può liberamente rivelare e darsi il vanto di storia. Ma come il morbo tanto si diffuse e così rapidamente? Ah! la ragione è la miseria; quella miseria che se dotto o filantropo potesse trovare un mezzo da estinguere, io lo saluterei novello salvatore degli uomini: sì, perchè la miseria è peste, peste sociale, peste morale, la qual produce il delitto, il disonore, la morte. Livorno come città popolosa ha due bisogni: che cessi la miseria delle classi più numerose; che si educhi e si satolli l'artigiano e la famiglia. E qui nella classe degli artigiani giova porre anco i facchini, i barcaiuoli; imperocchè in vece di commercio queste sono arti ed insieme industria. La fame è consigliere di tutti i delitti; quindi i furti, i lenocinii, tutto deriva da quel mostro, e per ultimo la ribellione. Quando le masse sono affamate, hanno perduto fra la ignoranza e i disagi quella poca ragione che loro rimaneva.
Un casamento della via San Giovanni, cui dava accesso un lurido e buio cortile, a quell'epoca conteneva in sè cento persone, divise in poche famiglie; e per lo più teneri fanciullini privi di vesti, di scarpe, con pochi stracci alla vita, fanciulli che per modestia non uscivano fuori non avendo di che coprirsi. Tutti, maschi, femmine, adulti, impuberi, tutti, famiglia per famiglia, dormivano in un letto! Ma che? quel giaciglio di paglia imputridita posto sul nudo ed umido mattonato, fra nere muraglie coperte di salnitro, in mezzo ad una stanza buia e senza sfogo d'aria libera, coperto di mille cenci, privo di lenzuola, a buon dritto appellar si potrebbe canile. Ebbene colà mesto il livornese artigiano, dopo intere giornate di sudori e d'immense fatiche, viene a posar le stanche membra martoriato dal pianto dei figli e della moglie, che spesse volte il vedono riedere senza pane. Colà in quelle oscure tane la figlia perde l'onore, perchè l'orribile miseria la getta in braccio della seduzione e dell'infamia. Colà il giovanetto, senza nozioni di bene, perchè il padre stanco ed affamato non può dargliele e forse non le possiede, ed egli non può riceverle, spinto negli orribili stenti, educato alla bestemmia, al vedere il brutale commercio della sorella che si vende per fame, impara il furto e l'assassinio. Ah pur troppo! di quei sozzi tugurii abbonda la città, mentre ben pochi Livornesi abitano i bei palagi moderni che sono stanza degli scaltri forestieri, i quali venuti in sul bel suolo hanno saputo arricchirsi col sudore del povero che lasciò morendo un'eredità di dolore e di maledizione. La casa detta delle cento anime, a sinistra della vecchia dogana venendo di verso la Piazzetta dei grani, era situata a metà di via San Giovanni, che a quell'epoca non avea sfondo; strada pericolosa per le aggressioni, per i ferimenti, per i furti, per gli stupri, che negli oscuri pianerottoli delle sue case sporche e povere potevano impunemente commettersi. La casa delle cento anime doveva in breve rimanere deserta, sì; poichè il chólera, introdottosi colà, era venuto a mietere la vita di tutti quei miseri abitanti dal primo fino all'ultimo. Morti e moribondi, privi di conforto in quel trambusto di ammalati e di tali che assaliva il morbo, giacevano sull'istessa paglia. Gemiti, urli, maledizioni rendevano quel luogo un inferno in terra che dava un'idea di quello dell'altra vita. Molti e molti quadri simili a quello che ho cercato di descrivere offrirebbero la scena eguale a quella ch'io debbo narrare, ed il farei, se raddoppiare potessi le scene di sensibilità e disinteresse, quando nol fossero d'infamia, di cupidigia ad un tempo. Però da uno dei quadri potremo averli tutti per dipinti, poichè l'imaginazione, primo dono di Dio, crea imitando. Nel casone delle cento anime all'ultimo piano, cioè dopo il sesto, è una soffitta composta di una sola stanza, il cui focolare strettissimo è al pari del solaio. A metà della cappa del camino si trova un'apertura, larga un quarto di braccio, lunga altrettanto, che dà la luce a quell'abituro; il quale è ad un tempo cucina, camera e salotto, mentre ha appena sei braccia di lunghezza e quattro di larghezza. Quell'abituro, posto sovra i tetti, non ha veduta, è privo del palco, che coprono poche tegole sconnesse, e viene spesso inondato nelle grandi cadute della pioggia. Il mobiliare che andiamo a descrivere sta pur troppo in armonia colla bruttezza di quel locale: un saccone ripieno di foglie di granturco giace sull'umido pavimento nell'angolo opposto al camino. Accanto a quello stanno una brocca di coccio, una sedia rotta e spagliata, un candeliere di legno con una candela di sevo, due o tre tondini, una scodella di legno, una pignatta. Presso al focolare, una tavola fissa nel muro e mezzo tarlata, ha sopra una saliera, due forchette di ferro, un bicchiere di vetro ed una piccola boccetta di olio, un fascetto di erbaggi e un pane nero. Accanto al letto dal lato della porta è un piccolo baule, e sopra quello un liuto ed alcune carte da musica. Sovra il letto è una coperta a colori, e ciò che fa contrasto col rimanente è la nitidezza del lenzuolo. Poche paia di scarpe, un tempo di forma elegante, veggonsi poste ad asciuttare accanto al fuoco.
Sul pagliariccio giace una giovane donna nel fior dell'età, di vago aspetto, la quale mezzo sollevata sulla persona tiene coperto da uno scialle il dorso appoggiato alla nuda parete. Ai suoi piedi su di un piccolo materassino è il giaciglio di un giovanetto di cui primavera infiora le gote, biondissimo e bello; il quale fa ad alta voce questa preghiera diretta alla imagine della Vergine affissa a capo del letto.
—O voi gran madre degli sventurati, che tanto soffriste quaggiù, che tanto amaste il Figlio vostro, deh! soccorrete mia madre.—
La donna per la cui salvezza pregava il tenero figlio era immersa nel delirio più atroce; il terribile malore che l'aveva côlta era nel suo maggior vigore.
—Regina degli angioli, proseguiva il fanciullo, ella muore senza soccorso! Io non ho nessuno che vada a cercare un aiuto: se esco, quando ritornerò, la troverò morta.
—Eccolo, eccolo; torna, torna: urlò la donna; è trovato.
—Chi mai? disse il fanciullo.
—Tuo padre.—E cadde supina.
—È morta! gridò il giovanetto gettandosi a corpo perduto su quella misera, che nell'eccesso dello spasimo era caduta quasi esanime. Ei l'abbracciava pur pregando con queste parole il divino aiuto:—Madre santissima, soccorrete la moribonda mia genitrice.—E mescolava i singhiozzi alla preghiera.—Essa palpita ancora: deh! voi che portaste nel seno il Creatore del mondo, abbiate pietà.—
La donna si alzò, i suoi occhi brillarono d'insolita luce, il suo aspetto parve sereno, cessati i suoi spasimi.
—Figlio, figlio! esclamò, e coprì di baci la bionda capellatura del fanciullo. Sei qui? non mi hai abbandonato?
—No, madre mia: gran Dio! avrei avuto forse la grazia più completa? cesseremmo noi di ritrarre dalla sua infelicità il misero sostentamento? Potrò io allora lasciarla senza timore che si anneghi o si uccida, ed andare a lavorare per lei? O gran Madre di Dio, grazie, grazie! me l'avete salvata; ella tornerà in vita e sarà ragionevole.—
I cieli si aprirono, sì, certo, si aprirono ad una preghiera sì fervente, sì pura. La donna, vinta la crisi violenta del malore, ne risentia tal possente scossa che di un tratto le faceva ricuperare la ragione per tanti anni smarrita. Il tenero figlio aveva, nell'accertarsi di tanta verità, veduto come gli occhi della divina imagine avevano tramandato sì vivi raggi che tutta ne era stata illuminata la cameretta, la quale parve convertirsi in una parte di paradiso. Il fanciullo cadde genuflesso, e quando si alzò dall'estasi beata, la madre, già sana di mente, dal cielo istesso guarita, era in grado di reggersi sopra di sè, di prodigare tali carezze al suo nato quali mai non aveva potuto durante i tredici anni della di lui vita, sebbene nei gravi accessi di follia ella lo avesse accarezzato sovente.
Queste scene avvennero nella soffitta, mentre là solo aveva fatto grazia la morte, così volendo Iddio.
Ma il giovanetto e la donna dovevano appena aver tempo di gustare della dolce soddisfazione di così segnalato prodigio. Un uomo di età matura, sprezzando la morte e calpestando i cadaveri degli appestati, si era precipitato nella stanza senza neppure annunziarsi; costui non credeva nel chólera, cioè riteneva assai potenti gli antidoti di che si profumava le vesti, per andar sicuro fra i moribondi ed i morti. Costui era il proprietario di quella casa.
—Ebbene, entrando gridò, maledetta canaglia, non è ancor giunto il tempo di pagarmi della carità che vi ho usata? fuori, canaglia, fuori le cinque lire di pigione.
La donna lo guardò stupida e disse:—Ah signore!
—Per pietà, esclamò il giovanetto afferrando quell'uomo per le vesti, per pietà lasciateci respirare, noi abbiamo ricevuta una grazia dalla Madonna; ce ne farà un altra, e vi pagheremo.
—Eh! monello, gridò nuovamente quell'uomo, tu mi burli, pezzo di ladroncello, di vagabondo, di cantastorie; fino a che tua madre cantava, io ci credevo, ma ora che so esser moribonda, voglio esser pagato.
—Tigre! gli urlò la donna, abbi pietà di questo ragazzo!
—Ah! ah! sei donna e basta; morrai, sta bene: ed io non voglio conti coi morti; qua i denari, e si mise per saltare alla vita della donna. Qua i denari, so che gli avete accattati; malandrini, qua.
—Mio Dio! urlò il giovane, mia madre tornerà pazza.
—Meglio così, riprese l'uomo infamemente ridendo, canterà meglio. Ma che vedo? un anello? ah! un anello d'oro? l'avrai rubato; qua quell'anello, e vi ci tengo un mese di più.
—Giammai, giammai! urlò la donna come immersa in un orribile furore.
Giammai, la vita…. ahi! sì prima la vita.—
E tentò di respingere il violento.
Il fanciullo si provò anch'esso a trattenere l'iniquo; ma colui, cupido di quel pezzo di oro che vedeva brillare in dito a quella sventurata, nulla curando di lottare contro una specie di cadavere, raddoppiò la sua lena e violentemente con un piede percosso nel volto ed atterrato il giovane, era per commettere l'infame furto, e chi sa se di quel solo delitto sarebbesi appagato un uomo sì brutale? poichè la donna, come dicemmo, era bellissima. Presso a quello era un altro casamento pieno di morti e moribondi. Chi lo avrebbe veduto? chi? Iddio, e Dio lo vide e protesse la donna e l'orfano: in quell'istante un lugubre passo si udì vicino; entrò nella stanza un medico fiscale e alcuni della compagnia della Misericordia.
—Al Lazzeretto, al Lazzeretto! gridò il medico vedendo su quel giaciglio il giovanetto in ginocchio, il fiero uomo ritto e la misera donna svenuta. Al Lazzeretto! continuò, e gl'incappati si disposero ad obbedire.
—Ah! no…. salvateci piuttosto da questo mostro! urlò il giovanetto. Ah! Madonna, ecco un'altra grazia. Che fate voi? mia madre è guarita, riprese vedendo che i fratelli della Misericordia si facevano a prendere per le braccia la donna svenuta, è guarita, le ha fatto la grazia la Madonna, non c'intendete? eccola lì (ed additò la santa imagine), ed io son sano.
—Buon fanciullo, dissegli il dottore commosso dalla tenera fisionomia e dall'accento del giovinetto, lascia, lascia che portiamo via la tua mamma; poveretta! ella sarà guarita, sì, ma qui poi morrebbe di stento e di miseria, di patimenti, di freddo e di fame.—
Il fanciullo vedendo che già quegli uomini incappati si erano tolti in braccio la cara sua mamma, fatto un gesto di fiducia nella beata Vergine,
—Ebbene, disse rassegnato, sia così, ma io non posso lasciarla.
—Figliuol mio, aveva risposto il dottore, e dove possiam noi condurti se sei sano?
—Ebbene ammalerò qui; sento stringermi il capo come in un cerchio di ferro rovente; desidero, sì, desidero di esser malato, almeno per seguire la mamma: la Madonna che mi ha fatto due grazie (e qui il caro giovanetto alludeva a quella comparsa della compagnia della Misericordia che aveva salvato la mamma dai rapaci artigli di quel crudele e disumano creditore che volea derubare l'infelice moribonda) e mi farà anco la terza.—
Il dottore, commosso fino all'estremo:—E non ti farà paura stare nel
Lazzeretto fra tanti malati, in mezzo a tante morti?
—Buon Dio! e qui non è peggio? sclamò il fanciullo accennando la miserissima stanza; e poi colla mamma starò bene dappertutto.—
Il dottore, onde compiacere il fanciullo e per dare al pio suo desiderio una favorevole risoluzione, toccò le tempie ed il polso di quell'amabile creatura, e quindi, diretta agl'incappati la parola,
—Signori, disse, questo fanciullo ha il polso quasi febbrile; sarà dunque prudenza condurlo al Lazzeretto con sua madre; d'altronde lasciarlo qui è per lui morte sicura.
Il fanciullo trasalì dalla gioia: madre e figlio furono messi in una stessa barella e trasportati al Lazzeretto di San Iacopo: partita che fu la prima barella, gl'incappati erano per uscire.
Quell'inumano creditore, cui essi avevano impedito la più orribile violenza, per tutto il tempo di questa lugubre scena si era appoggiato al muro, dando segno della sua fredda indifferenza col tenere le braccia incrociate sul petto.
—Signor Basilio! sclamò il dottore; ovunque è miseria la di lei ottima persona trovasi presente; ah! ella è proprio il genio della beneficenza!—
L'uomo non rispondeva.
—Signor Basilio degnissimo, continuò il medico, non mi sorprende trovarlo in luogo ove la sua solida pietà e religione trova pascolo a confortare gl'infelici; ed il cielo e gli uomini le saranno larghi di ricompense: ma mi permetta il dirle che ella si azzarda di troppo; la sua carità le fa trascurare il pericolo maggiore. Ma non sa ella che questa malattia è terribilmente contagiosa ed in specie nel lezzo di simili abitazioni? non sente ella che questo tanfo, che questa puzza insopportabile possono accrescere senza dubbio il pericolo del contagio?—
Il signor Basilio fece come una specie di sorriso in disprezzo del male.
—Eh! comprendo, soggiunse il dottore, la sola pietà sfida i pericoli…. ma buon Dio! signor Basilio, che l'è mai sopraggiunto? ella trema: che veggio mai? ella vorrebbe rispondermi, ma la contrazione dei muscoli del mento indicherebbe un accesso di parossismo febbrile.
—Eh! eh! eh!… non è nulla…. un effetto nervoso.—E nel proferire queste parole il signor Basilio ansava terribilmente.
—Non si allontanino ancora, o signori, disse il dottore ad alcuni incappati della Misericordia che erano per andarsene.
Il signor Basilio volea rispondere a questo tristo preludio, come per confortare il dottore e confortarsi egli stesso; ma appena potè proferire il monosillabo no…. che il suo volto, di rosso scarlatto, divenne nero piombo; i suoi occhi s'iniettarono di sangue, la sua lingua s'ingrossò nella bocca, sentì ardersi la faccia. In sì terribile posizione, esso provò, non potendo parlare, di allontanarsi per sfuggire dalle mani del dottore; ma non sì tosto muovevasi dal muro ove era appoggiato che le gambe ricusarono di servire il suo corpo; ei fu preso dall'orrendo vomito, uno dei sintomi del fiero chólera e cadde al suolo privo di sensi.
—Signori, facciano il loro dovere; ecco un altro allo spedale, una vittima della compassione. E gl'incappati, preso il signor Basilio che la collera di Dio aveva finalmente colpito, lo recarono al Lazzeretto, ove lo avevano preceduto le due care creature.
Il Lazzeretto, in cui la polizia sanitaria aveva decretato doversi trasportare gl'infetti dal chólera, era un fabbricato assai vasto situato fra il così allora detto Mulinaccio e la chiesa di San Iacopo. Alcune palizzate o lunghi cancellati di legno tinto di nero lo accerchiavano, e le vicinanze istesse di quel luogo di pietà e di dolore ne indicavano con caratteristici segni tutto il tetro. Da lungi si vedevano alti fumacchi neri e cerulei salir verso il cielo, prodotti dalla combustione di letti marciti dai malati e di vesti avanzate ai morti, di masserizie sospette di contagio. Un silenzio lugubre regnava nell'interno, ed il timido viandante non avrebbe osato avvicinarsi a quelle temute barriere per tutto l'oro del mondo. Dalle finestre uscivano vapori di zolfo e d'altre materie adatte a disinfettare l'aere, vapori che, mescolandosi col fumo delle robe dei defunti, arse in vari punti del prato da cui era circondato lo stabilimento ed a quello di veri camini, giunti a certa altezza dal suolo, si coagulavano in una eterna nuvola che pareva formare un funebre baldacchino sopra quel luogo di dolore. Accenti di lamento dei malati, urli strazianti dei moribondi, voci di tanti e tanti guardiani e medici ed inservienti che qua e là accorrevano, chi per assistere un moriente, chi per medicare un ammalato, chi per togliere dal letto un morto, facevano un cupo e confuso mormorio che da lontano assomigliava al fiotto di un mare in burrasca. Soprintendeva a quel luogo un ufficial militare, onde stretta e severa ne fosse la disciplina, inquantochè ogni subalterno dovea rigorosamente obbedire agli ordini ricevuti senza farvi osservazioni, senza dilazione, senza mormorare, con fedeltà e con puntualità; ed in fatti, privo di questo severo disciplinare reggimento, come avrebbe potuto governarsi quel luogo, ove la confusione era pronta sempre a scaturire da ogni parte? Ed infatti colà abbisognava porgere agli ammalati a tutte le ore medicine di ogni sorta ed a seconda del grado del malore; trasportare i cadaveri e svestirli a tutte le ore; assistere i convalescenti, rinviare i sanati, il cui numero in specie nei primi tempi era sì raro che a tutti coloro che si trasportavano in quel locale funesto dicevasi per sempre addio. Conveniva riparare ai furti che nel trambusto avrebbero potuto commettersi a danno degli impiegati e degli ammalati e delle famiglie degli estinti; conveniva impedire scandali e delitti carnali fra persone di sesso diverso: era questo un caos novello che bisognava ordinare. La vigile sapienza del governo seppe por gli occhi sopra un ufficiale militare, il quale intrepidamente accettò il periglioso incarico: e siagli qui reso eterno e pubblico tributo di lode e di riconoscenza; imperocchè, oltre le immense difficoltà dell'ufficio, le fatiche egualmente grandi, più di quello v'era il pericolo sempre minaccioso di essere colpito dal contagio, e conveniva trovare un uomo che per virtù e per amor dei suoi simili mettesse in non cale la propria vita; imperocchè era un rinchiudersi fra quelle mura con la morte sempre pronta a vibrare la falce micidiale; faceva duopo di una vera e completa abnegazione di sè stesso, e bisognava avere un cuore di tempra adamantina per reggere a tanti colpi sulla sensibilità fisica e morale. Quest'uomo che sul campo di battaglia aveva mietuto allori e sprezzata la morte erasi accinto a sfidare la stessa terribile nemica dei viventi in campo chiuso, cioè nel Lazzeretto.
Erano le ore cinque di sera quando il cancello fu schiuso aggirandosi sopra i cardini, e il funebre convoglio accompagnava una lettiga su di un carro a due ruote tutto coperto di drappo nero e di stoffa incerata; il legno veniva tirato da un solo cavallo. Il vettore era esso pure vestito di tela nera; perfino i guanti erano dello stesso drappo; sul sellino del cavallo attaccato alla funebre vettura stava un campanello e sventolava una bandiera bianca e nera; il suono del campanello era procurato all'effetto che i sani i quali per la via lo sentivano si allontanassero il più presto possibile, onde evitare che i miasmi funesti i quali partivansi dalle vetture ripiene d'infetti propagassero il morbo. Per maggior precauzione a tutela della sanità, due o tre soldati scortavano la vettura stessa, allontanando da quella chi o non avesse inteso il suono della squilla o avesse creduto sprezzare il pericolo. Due inservienti dello spedale, aventi a tracollo una specie di stola indicatrice della loro qualità e armati di bastone a punta, terminavano il corteggio lugubre. Essi erano coloro che avevano nella vettura rinchiusi gli ammalati, che di quella li toglievano per affidarli all'altra consimile guardia detta di sanità, la quale aveva l'altro incarico di trasportare nelle cellette del Lazzeretto coloro fra i rinchiusi nella vettura che erano malati, e alla stanza mortuaria coloro che, troppo aggravati dal male, fossero periti nel fare il tragitto.
Oltre quel Lazzeretto che testè abbiamo descritto, anche altro luogo era destinato al ricovero degli infetti quando il primo era troppo ripieno, ed era la moderna chiesa di San Paolo, posta sull'antico spalto e che allora non era sacrata. Una pietra sulla porta maggiore ricorda e ricorderà ai fedeli come prima che al sacro uso venuto fosse quell'edifizio l'aveva già l'umanità consacrato a benefizio della languente progenie di Adamo.
La città pareva deserta: tutte le botteghe chiuse rendevanla pari ad una città dissotterrata dopo tanti secoli e restituita alla luce, i cui fabbricati più non contassero abitatori; ed oltre le botteghe, non una finestra aperta con qualche viso confortante affacciato. Coloro cui le convenienze non permisero di emigrare nelle vicine campagne e città per fuggire il morbo desolatore in traccia di aere salubre e confortante, si erano rinchiusi rigorosamente nell'interno di loro abitazione, segregandosi dagli altri viventi e ricevendo da quei di fuori le vettovaglie per mezzo di corda incatramata, per sospetto sempre d'infezione: e queste vettovaglie accuratamente purgavano pria di toccarle, tanto era il riguardo e la paura, servendosi dei cortili per calar giù dei panieri ed altri recipienti. Ed appena i più divoti si azzardavano ad uscire per girne ai sacri uffizi; e questi pochi li avreste veduti tenersi per le vie e nel tempio a grandi distanze fra loro per non urtare veste con veste, dappoichè il solo tatto poteva essere veicolo di morte. Anche dalla città si levavano in alto colonne a spirale di fumo o per masserizie e vesti abbruciate, o per suffumigi di zolfo e di bitume, i quali poi rannodandosi formavano un nuvolone nero galleggiante per l'aere ed equilibrato, tenentesi fisso sovra la città quasi gigantesco ombrello. Il che aumentava la tetraggine di chi dall'alto dei vicini colli vedeva là quel vapore denso che, unito all'aere affannoso, dava una tinta lugubre alla città stessa e ne rivelava le dure calamità; e quei miseri che stavan là dentro trepidanti per la loro vita e per quella dei cari, volgendo l'occhio al cielo e vedendolo tinto di funebre velo, più e più si scoravano, quasi che il cielo coperto di un panno mortuario dicesse a note di terrore: Per ora è morte, e tutti morrete, così volendo Iddio sdegnato.
In quel doloroso periodo di comune dolore, gli uomini sentirono veramente il palpito di fratello che lor rivela esser tutti nati di un istesso sangue: e perciò mille e mille grandi esempi di carità, di amore, di abnegazione di sè stessi offrirono quei giorni di tribolazione; ricchezze non curate, nobiltà che scese a stender la superba mano al povero; povero che, obliando gli insulti del ricco, gli fu largo di aiuti che con l'oro avrebbero potuto pagarsi; là l'ammirabile e filantropica società della Misericordia, degna sentendosi della sua generosa divisa, operò tanti e tali eroici tratti di cittadina virtù che bene avrebbe meritato ad ognuno dei fratelli quella corona di quercia che gli antichi Romani solevano imporre ai cittadini che un cittadino salvavano. La compagnia della Misericordia imitò le altre consorelle d'Italia, in ispecie nelle orribili pestilenze de' secoli scorsi, tanto fu benemerita della umanità. E se in mezzo a tanta espansione di affetti generosi qualche indegno del nome di uomo si macchiò di delitti…. deh! non turbi il bel quadro delle eroiche di lei azioni tal ricordanza. Noi vedremo che il Nume seppe coglierlo sul fatto. Ed invero la vettura funebre che, siccome narrammo, alle ore cinque entrava nel Lazzeretto, vi conduceva l'infame signor Basilio sul doloroso letto di morte.
CAPITOLO XIX.
La capanna dello zio Neri.
Prima che facciamo ad introdurci nel locale doloroso in cui abbiamo veduto trasportare la misera cantatrice di storie ed il suo pargoletto, e rinchiudere il signor Basilio, ne fa duopo ritornare molti anni addietro, cioè a quel punto del nostro racconto in cui con tanta sorpresa e rammarico delle reverende madri priora e camarlinga di Santa Chiara, disparve da quell'asilo di pace la sventurata Esmeralda.
Quella entusiasta giovane, che improvvisa mania colpiva nella mente, alla quale peraltro gradatamente avevanla preparata lo strano modo di sentire e quel darsi alla vita della selvaggia in un mondo civilizzato, stava, come sappiamo, trattenuta nel convento senza sapere ove fosse, credendosi in riva ad un porto di mare e pronta a salire su di un naviglio che recassela in America alla rediviva sua madre. La fisionomia delle donne velate di nero che circondavanla, la ristrettezza della cella, il suono dell'organo, le voci femminili ed acute delle monache producevano nella sua mente una di quelle confusioni che ella non poteva e non sapeva spiegare, ma che pur troppo dovevano rendere più intensa quella passeggera aberrazione mentale che il discorso di padre Gonsalvo nell'osteria dei Tre Mori in un momento di eccitazione ed il colloquio col suo amante avevano fatta improvvisamente nascere.
Se il buon religioso avesse creduto che tanto sinistro effetto avessero a produrre in quella giovane le sue parole, oh! chi sa se le avrebbe proferite? Ed infatti una delle più crucciose rimembranze che angosciassero quel venerando, laggiù nel fondo dell'Indostan era quella del giorno torbido e fatale 17 febbraio 1821, in cui aveva sottratta la giovane al suo amatore. Ma chi mai può prevedere gli eventi? una delle cause più energiche che avesse preparato il tristo effetto della demenza della infelice fu quella di accorgersi di avere fecondo il seno. Avvezza a disprezzare là nei deserti dell'America un avvenimento che, a senso di quella selvaggia sua semplice vita, non aveva in sè vergogna; purchè rilevasse da affetto verso un sol uomo, e che quest'uomo fosse l'unico amante, ella non pensava che in Europa e nella moderna civiltà si giudica ben altrimenti. Ma un senso di dolore nel riflettere che la frenesia da cui sentivasi posseduta verso la causa di un fallace risorgimento, e da cui pure era invaso il suo amante Alfredo per la felicità della patria, potevano portare entrambi i giovani insieme sul patibolo, avevala scossa terribilmente, pensando di dovere salirvi o incinta o madre di fresco. Il crudele contrasto fra il dovere di cittadina e l'amore di madre, amore che voleva soffocare per vincere nella ardua palestra, avevale acceso il sangue.
Trovatasi al convento, ella s'imaginò di esser già stata giustiziata e di aver perduta la vita sul palco e di trovarsi in luogo di beatitudine eterna, a ciò suadendola le pie voci delle monache e la melodia dell'organo. Esmeralda, dai deserti dell'Ohio passata alle popolose città di Europa, ingolfata fra le turbe cospiratrici, immersa nei piaceri di una vita turbolenta e variata, internata dei discorsi e delle aringhe esaltate ed esagerate, non aveva la menoma idea di un convento, e quella pace di esso e quella maestosità dei sacri riti, non vi ha dubbio, doveva aver penetrato nell'anima della giovane, sebbene la sua ragione fosse smarrita.
Credutasi in cielo, la sua anima agitata parea acquietarsi; ma nell'interno bolliva più fiera la tempesta. In un momento di delirio più forte le venne in mente il figlio di cui era incinta: credè di averlo lasciato nel mondo, e sebbene ormai si credesse puro spirito, l'amor del figlio la riconducea alla terra; e la terra essere le parea quel giardino fioritissimo sul quale dava la finestra della sua cella, la quale era ben poco elevata dal suolo, ed ella nell'idea di avere le ali, giù si cacciò a precipizio. Ma avvegnachè fosse nei decreti della provvidenza che non dovesse risentirne danno veruno, sotto appunto la finestrella l'ortolano aveva trasportato per avventura una quantità considerevole di paglia per foraggio delle giumente e delle capre ad uso del convento, ed Esmeralda si rialzò subito e messesi a cercare per tutto il vasto giardino. Delusa nelle sue ricerche, incontrò la porta, che l'ortolano medesimo per disgrazia aveva lasciata aperta; uscita senza saper dove andava, errò per l'alta notte illuminata dalla luna, fino a che trovossi sopra di una sponda dell'Arno; curvatasi per vedere laggiù, scôrse la propria imagine riflettuta dalle acque limpide del fiume, e siccome l'onde movendo verso la foce facean vacillare l'imagine che parea fuggire sull'acqua,—Ah! ah! non mi fuggire, cattivello, esclamò la misera pazza; e non sai che io son tua madre e che quando ti avrò acchiappato torneremo insieme al paradiso?—Disse e di un lancio si gettò nell'acqua profonda. Non più vedendo l'imagine, ella, vigorosamente nuotando, nel che era espertissima, e seguendo la corrente, in breve fu verso lo sbocco del fiume nel mare; ma il lungo digiuno che ella aveva fatto in quel dì, in cui più che mai aveva farneticato, lo stato morboso in cui erano le sue fibre, il gelo dell'acque che avevanle inzuppato tutti i panni, fecero sì che prima di arrivare allo sbocco del mare ella aveva completamente perduto i sensi e come corpo morto seguitava la corrente, quando uno dei molti arbusti che scorgonsi sulla destra di quel fiume essendosi intricato nelle vesti, rattenne quel corpo quasi esanime. Volle fortuna che presso a quello si trovasse un tal Neri, vecchio pescatore e cacciatore ad un tempo; il quale da molti e molti anni passava la vita dentro ad un barchetto a pescare ed a cacciare gli uccelli acquatici: e sulla prossima riva estrema a confine degli spessi boschi di San Rossore, luogo tutto selvaggio e tutto pineti ed arbusti intricati fra loro, stanza favorita di daini, di cinghiali e di caprioli, il vecchio Neri teneva una capanna di cui la moglie avanzata in età era l'altra abitatrice. Neri, sentendo l'acqua rimulinare intorno al barchetto, nel quale quella notte era anche la moglie che accomodava alcune reti, voltossi a lei:
—Ohe, Teresa, le disse, guarda un po' quaggiù fra i salci; ci ha da essere qualche ingombro: l'acqua rimulina sotto il barchetto e lo fa girare intorno al palo (poichè il barchetto di Neri era legato ad un palo o remo confitto nell'alveo del fiume); se è così, è inutile gettar la lenza.—
Teresa ubbidì e, tratto fuori del barchetto un lanternino, si mise a sbilucciare verso i salci indicatile.
—Oh Madonna santa di sotto gli organi! gridò la vecchierella, altro che ingombro, è una donna affogata.—
Neri a tal voce lasciò andare la lenza nel fiume ed esso pure gridò:
—Perdinci! potrebbe essere non anco affogata; in questo caso è dovere di cristiano aiutarla; e se mai è morta, sarà quello che Dio vuole.—
Neri accompagnò le parole coi fatti (e sappiate, lettori carissimi, che Neri era livornese e livornese schietto, un tôcco di cuore, non potete imaginarvelo, ignorante, ma cristiano, che tutta la vita aveva passato a bocca d'Arno fino dall'infanzia): fatto girare il battello, l'accostò alle sponde e, tiratosi i calzoni fino sopra al ginocchio, cavatesi le scarpe, si calò nell'acqua, che presso la riva aveva basso fondo; amorosamente raccolta la Esmeralda, la pose nel suo barchetto, mentre la buona vecchierella gli faceva lume dalla sponda del medesimo. Siccome uomo di forza erculea, presa nelle braccia la misera giovane come noi faremmo di un bambino, leggiermente inchinò la testa di essa verso il suolo onde rigettasse quell'acqua che potesse avere ingoiata. Ma ben poca ne aveva trangugiata Esmeralda, perchè, sebbene svenuta, era stata sempre a fior d'acqua; imperocchè le larghe sue vesti le avevano servito come di sostegno. Fatta questa operazione, la donna, posta sopra il cuore della giovane una mano e sentito che batteva, disse:
—Caspita! questo non è luogo per noi, andiamo in capanna, caro Neri; questa ragazza non è morta, è svenuta, e va subito slacciata e messa a letto.—
Il pescatore comprese che la moglie aveva ragione; e perciò, saltato sulla riva, condusse attraverso i salci, i giunchi e la bassa pineta, la derelitta alla propria capanna, che stava ad un quarto di miglio dalla riva ed in luogo così inospito che le selve del fiume Ohio non avevano a perderne. Giunti colà, i coniugi intesero a mille cure verso la sfortunata, che, rinfrancata da una quantità di rhum che il pescatore volle cacciarle per la gola, sbrogliata dei panni e collocata nel letto di quei sessagenari sposi, riprese in breve i sensi e la vita.
—Ah! te l'ho detto tante volte, ed ora te lo ripeto, esclamò Neri fregandosi per gran sodisfazione le palme; il mio rhum è un liquore miracoloso, ha fatto e farà sempre prodigi: viva il contrabbando; senza di questo il povero pescatore sarebbe costretto a bere dell'acquerello o del cognac.
—Eh giusto! sempre col tuo rhum di contrabbando; mi hai stonate le orecchie: è stata prima la Madonna di sotto gli organi e poi questo letto caldo.
—Ah! in quanto alla Madonna sta benissimo, io non contrasto, poichè senza il di lei patrocinio nè anche il rhum potrebbe aver fatto bene; ma quanto al letto, ci vuol altro che pannicelli caldi.—
Il marito e la moglie ebbero un piccolo ed innocente diverbio, mentrechè Esmeralda aveva preso un placido sonno. Finalmente, dopo aver egli vantato i pregi infiniti del suo rhum, la donna quei del suo letto caldo, terminavano per pacificarsi, dicendo Teresa:
—Dimmi un po', Neri, e chi sarà questa giovane?
—Oh bella! rispose il pescatore, sarà chi sarà; sarà una donna e te lo dirà ella stessa, se le pare dimani; caspita! non son mica l'oste delle Tre Donzelle che dimanda il passaporto ai forestieri che arrivano. Ma bando alle inutili chiacchiere: sono contento di aver fatto un'azione da galantuomo; questa però non deve impedirmi di badare al mio interesse. È quasi l'alba; io ritorno al barchetto: tu sai che sul far del dì i germani fanno il ripasso; dammi l'archibuso e tu resta qui colla padroncina, giacchè di fronte a noi è di certo una signora.—
Neri, preso da capo del letto un fucile coll'acciarino alla fiorentina e di canna lunghissima, fece ritorno ai barchetto.
Al mattino la Esmeralda era risorta ed in grado di ricevere le cure della vecchia, la quale però non potè cavarle una parola di bocca intorno all'esser suo; la buona donna, sebben curiosa come tutte le donne, aspettò il miglior tempo e le continuò quelle attenzioni proprie di una disinteressata persona di quel deserto.
Neri era una specie di uomo che non dipendeva da nessuno. Tanto esso che la moglie andavano le feste alle funzioni del mattino nella chiesa di San Piero a grado, posta dall'altra parte dell'Arno, e facevano ritorno alla capanna ed al barchetto. Non praticavano nessuno, come nessuno accedeva alla loro dimora, così nascosta nel bosco che anco passandovi dappresso la non poteva scorgersi. Due volte o tre la settimana Neri portavasi alle vicine città di Pisa o di Livorno per vendere la cacciagione ed il pesce; questo era l'ordinario suo tenore di vita. Quello della Teresa consisteva nel filare, nell'aiutare il marito alla pesca ed in rassettargli la rete ed in preparargli il frugalissimo cibo della mattina e della sera; occupazione che qualche volta Neri, in specie le domeniche ed altre principali feste dell'anno, faceva da sè. I due consorti vestivano panni grossolani che da sè stessa cuciva la vecchia, e calzavano scarpe di legno coperte di poco cuoio, nella cui fabbricazione il buon Neri era espertissimo. Erano ormai quarant'anni che menavano quella vita patriarcale lieti e contenti, ed il solo figlio che avevano avuto, andato alla guerra nel 1813, era morto gloriosamente sul campo. Questo era stato l'unico dolore di Neri e Teresa, i quali, veramente religiosi e filosofi, avevano offerto a Dio il loro immenso spasimo; dopo di che si erano già dati pace all'epoca in cui venne da essi salvata la Esmeralda.
Passati i primi tre giorni del ristabilimento della misera, allorchè ella cominciò a parlare, costoro si avvidero di leggieri che essa era pazza.
—Caspita! è pazza, disse Neri con una delle sue solite esclamazioni.
—E che perciò? prese a dire Teresa, i pazzi vanno forse abbandonati?
—Non dico questo, riprese il buon uomo: dico che se mai venissero a cercarla….
—Ah ah! se la cercano, non gliela darò certo quella creaturina; non vedi che angelica fisionomia? ella è quieta quietissima; non usa alle faccende, passa tutto il tempo a guardare il cielo; forse è una santa. In ogni modo, non la renderei al certo, perchè coloro cui apparteneva dovevano tenerne conto. Oh! oh! certo, sicuro, se non eravamo noi, era morta; dunque? dunque la roba trovata è di chi la trova.
—Dici bene, ma se fosse fuggita dallo spedale?
—Peggio! disse la vecchia, oh là sì che non ce la rimanderei: e non sai tu che laggiù per medicina danno le bastonate?
—Bella medicina! riprese Neri.
—Figúrati se è possibile che un cristiano guarisca a dargli le bastonate….
—Dici bene, moglie mia, la terremo per noi; giacchè la provvidenza ci levò il figliuolo e non ce ne dette altri, piglieremo questa.
—Bravo Neri! ora sì che ti vo' più bene di prima. Ma dimmi un poco… mi viene un dubbio…. e se le guardie di San Rossore facessero la spia?
—Ah! ah! ah!… mi fai crepar dal ridere, moglie cara; le guardie di San Rossore! ah! ah! ah! e non ti ricordi le grandi lezioni che ho dato loro io fino dalla mia giovinezza? non ti rammenti, sui primi tempi che venni a stabilirmi qua, quante bravure volevano fare, volevano dire, e poi non fecero nulla nè mi dissero nulla? Oh! dimmi un po', fanno esse la spia che io caccio di contrabbando continuamente in San Rossore, che vi ammazzo caprioli, cervi e cinghiali e che me li porto a vendere tranquillamente a Pisa? considera se vorranno occuparsi di una fanciulla. Non sai che cosa dicono? ed io lo so dal mio compare oste dei Tre Mori; dicono: Eh! con quel Neri non ci si piglia; con lui ci si ragiona male, perchè gli si parla colla voce, e risponde con le schioppettate. Tu vedi bene che io feci ottimamente sul principio del mio mestiere ad usare, come dicono i maestri, la grammatica dell'archibuso. Oh! è un gran linguaggio! e come si fa intendere in tutte le parti del mondo!—
Neri chiuse il discorso che aveva fatto tutto ad un fiato per porre le labbra sopra un bicchiere ripieno del suo favoritissimo rhum di contrabbando e si pose a cantarellare la strofa della canzone sua favorita:
Sulla poppa del mio brich,
Buoni sigari fumando,
Col bicchier facendo trich
Col mio rhum di contrabbando….
canzone che un poeta gli rubò, la mise in un libretto o melodramma e che noi poi abbiamo sentita accompagnata da scelta musica in teatro. Oh! mirate un po' questi poeti dove si attaccano per rubare i versi: fino quelli del povero Neri non furon salvi. Ma torniamo ad Esmeralda.
Esmeralda, divenuta nel bosco di San Rossore seconda figlia di Neri e di Teresa, aveva naturalmente e molto presto riprese le sue abitudini selvagge e, come in riva al gran fiume dell'America settentrionale, era intenta alla pesca ed alla caccia ed a rassettare le reti; di più con le fila di certe erbe palustri quasi essiccate cominciò a tessere delle vesti alla foggia dei selvaggi americani, di cui faceva anco le stuoie.
—Questa ragazza è un portento, diceva spesso Neri; è nata cacciatrice e mi sorpassa nell'abilità: il mio traffico di pesca e di caccia è raddoppiato; io faccio invidia ai miei rivali di mestiere di Stagno e del Calambrone; e quando mi vedono, mi fanno mille smorfie dicendomi con un risino mendace: Buon pro ti faccia, Neri; tu fai più da te solo che noi insieme, e nell'invecchiare ti fai sempre più abile. Ed io: Eh! che volete…. la provvidenza aiuta i galantuomini.—
Esmeralda, menochè immemore della sua passata vita, come se fosse nata dopo il terribile giorno dello smarrimento della sua ragione, del resto non conservava più altra foggia della sua pazzia. Mangiava, beveva, rideva, tesseva stuoie e vesti, cacciava e pescava, e per bizzarria, essendo da qualche tempo addivenute logore le sue vesti, non conservava di prezioso che il medaglione vedutole al collo dalle monache di Santa Chiara ed un anello con lastra incisa in arme gentilizia. Ella si era tutta vestita degli abiti tessuti di giunchi marini alla stessa maniera delle selvagge della sponda dell'Ohio. E di quella stoffa anco Neri portava, quando era nel barchetto, la giacchetta, trovandola comodissima.
Nei primi mesi della dimora di Esmeralda presso Neri e Teresa avvenne ciò che doveva avvenire: ella si sgravò di un vezzoso bambino, che Teresa raccolse colle sue mani, facendo da levatrice. I coniugi rimasero un poco stupiti a tal faccenda, ma non ne cercarono il mistero.
—Sarà sposa di qualcheduno, disse Teresa.
—Eh! sicuro, disse Neri sbavigliando, o vedova.
—O forse qualche briccone, profittando dello stato della sua mente….
—Può essere, replicò laconicamente Neri, raddoppiando la dose del rhum, cosa che egli faceva quando avveniva alcun che di straordinario o nel barchetto o nella capanna.
—Ebbene si terrà mamma e figlio.
—Ebbene si terranno tutti e due.
—Ma…. e per battezzarlo?
—Caspita! manca acqua? riprese Neri; siamo fra l'Arno ed il mare.
—Sguaiato!… senza prete?
—Oh! è bella e trovata. Don Silvestro non vien qui forse una volta l'anno per l'acqua benedetta? Ci verrà una volta di più in quest'anno, perchè, caspita! dopo questo la signorina non ne farà più.
—Ma don Silvestro ci verrà?
—Ci verrà sicuro: è tanto ghiotto del cinghiale; glielo farò fra due fuochi.
—Ma trattandosi di rito….
—Che rito e non rito?… Coi cacciatori non ci si bada; gli dirò che l'ho trovato in un cespuglio, e che, non avendo figliuoli, adotto questo: gli dirò… oh! non vo' confondermi; quello che gli dirò gli dirò: oh! farà a modo mio; basta che ciò che gli chiedo non sia peccato e sia a fin di bene. Tu quel giorno allontanerai Esmeralda, cioè tutte e due vi rinchiuderete nel battello, ed io starò in capanna col bimbo e con don Silvestro, e quando sentirete un archibusata verrete a casa.—
Così fu detto e così fu fatto. Il fanciullo ebbe nome Selvaggio; certo che nome più adatto non avrebbe potuto avere.
Il figlio di Esmeralda, sviluppatosi, era il più bel bambino del mondo: la madre nello stato di pazzia se fu capace a nutrirlo del suo latte, certamente non gli avrebbe potuto dare quella educazione morale ch'è indispensabile anco ai fanciulli delle più povere classi. Di ciò si prese cura la ottima Teresa: essa amava Selvaggio come un vero e proprio figlio; e siccome nella sua giovinezza era stata cameriera, sapeva discretamente leggere e scrivere e la dottrina cristiana, cose tutte che rendevano la sua educazione e coltura molto superiore a quella di Neri. Il fanciullo in breve apparò tutto quello che gli insegnò la vecchia, la quale, per non infurbire il giovanetto, gli apprese a chiamar mamma la madre, zio Neri il pescatore e zia Teresa lei medesima. Selvaggio in breve aiutò la mamma e lo zio Neri nelle cacce e nella pesca e nel tessere i panni pescherecci, mentre (e qui va detto) anco lo zio Neri, avendo voluto fare sfoggio di qualche coltura, ricordandosi di avere in sua gioventù suonato il liuto (a quell'epoca fuor di moda), rimestati tutti i rigattieri di Livorno e di Pisa, riuscì a trovare un tal vecchio istrumento che, alla meglio raccomodato, pervenne a render suonabile, e ne istruì il giovanotto, il quale fece notabili progressi. Lieta così la famigliuola giunse all'anno 1831, epoca in cui pel povero Selvaggio incominciarono le sventure, e per l'Esmeralda ripresero con maggior violenza.
Esmeralda ed il figlio spesse volte si aggiravano soli pel bosco, fino al confine di quello sulla riva del mare; colà la donna farneticava cantando storie malinconiche, ed il figlio, che era un genio per la musica, l'accompagnava col liuto. Una sera, ahimè! madre e figlio più non tornarono alla capanna. Il dipingere le smanie della buona Teresa e dello zio Neri sarebbe cosa impossibile; invano si misero a girare il bosco per tutta la notte; invano li chiamarono qua e là. L'indomani pur troppo si apprese cosa fosse divenuto di loro: una banda di zingari, spinta dal desiderio di fare acqua in quel luogo, vide la madre ed il figlio che si aggiravano sul lido; il capo di essa nel mirare le selvagge vesti dei due formò subito l'ardito progetto d'impossessarsi di quegl'infelici, onde, traendoli seco, farli passare pel selvaggi tratti dall'Oceania. In un attimo Esmeralda e Selvaggio vennero circondati e rapiti dagli zingari, che, rientrati nella barca, presero il largo in mare.
In mezzo a costoro passarono quattro lunghi anni, e spesse volte Esmeralda, che nella sua pazzia aveva serbato il gusto per il canto, ed il giovinetto suonatore col lucro da essi guadagnato avevano servito al sostentamento di tutta quell'orda, colla quale a piè nudo aveano talvolta percorso gran parte d'Italia e di Europa. Il giovinetto Selvaggio aveva saputo resistere alle battiture ed agli strapazzi inumani di quella barbara e mercenaria gente; ma non seppe frenare il suo impeto giovanile quando un dì vide orribilmente frustare la madre perchè si era ricusata di cantare e far capriole e salti su di una pubblica piazza. Favorito dalla notte, venduto quel gioiello che la madre teneva al collo, ei si era procacciato tanto denaro quanto fosse occorso per fare il viaggio da Genova a Livorno. Giunti in questa città, noi accennammo come col mezzo del canto e del suono andassero campando la vita per effetto della pubblica commiserazione. Oh! se Selvaggio avesse saputo che lo zio Neri e la Teresa erano tanto vicini a loro! Ma chi mai avevagli detto che quel luogo ove nacque fosse il bosco di San Rossore? Ignaro di quel rifugio, ei campò la madre fino a che, sorpresa questa dal terribile chólera, venne con esso lui trasportata al da noi mentovato Lazzeretto.
CAPITOLO XX.
L'agonia di un empio.
La cantatrice di storie ed il figlio, che noi or conosciamo per Esmeralda e Selvaggio, entrati che furono nel Lazzeretto, vennero collocati l'uno accanto all'altra: sebbene il sesso fosse diverso, pure il fanciullo aveva così teneramente scongiurato il severissimo soprintendente che costui, a malgrado dell'abituale rigore, si era lasciato vincere e fatto aveva un'eccezione alla regola. Ma il giorno dopo le cose avevano mutato di aspetto. La donna aveva vinta tutta l'ira della malattia; e sebbene fosse stata portata colà in stato grave, e lo stento l'avesse sì terribilmente prostrata da farla parere moribonda, il male era cessato. Ciò non sfuggì al vigile occhio del medico di turno: costui dichiarò che la donna avrebbe potuto dopo uno o due giorni rinviarsi perchè guarita. Ma ben altra era la situazione del misero fanciullo: egli era soprafatto dal male in modo sì violento che temeasi della sua vita. La infelice Esmeralda, che nel tempo stesso di sua pazzia non aveva disconosciuto il figlio, renduta alla ragione, sentì di amarlo oltre ogni umana idea; ma buon Dio! in qual mai tristo momento aveva ella ricuperata la mente! in una miserissima soffitta e nel Lazzeretto del chólera; lassù, per essere soggetta alla tentata violenza del signor Basilio, quaggiù, per trovarsi nell'asilo della morte e per conoscere tutta la intensità della dolorosa sua situazione, senza mezzi, in uno spedale, presso un figlio, il suo unico figlio, agonizzante…. senza sapere ove rivolgersi per averne un soccorso. Ahimè! questo non era il solo suo immenso dolore; resa a sè stessa, ella sentì il terribile vuoto dell'anima sua, sentì più cocente l'affetto verso Alfredo, verso il padre di quella creatura ora morente. Oltre ogni dire intollerante e bramosa di sapere le nuove di quell'uomo che ella aveva adorato e che adorava, non aveva a chi domandarne a chi ricorrere. Quanto tempo era che ella nol vedea? domandava a sè stessa: per i pazzi il tempo della demenza non può calcolarsi, cosicchè ella si trovava come se il corso di quattordici anni fosse stato quello di un'ora, come se si fosse destata dopo aver dormito quel lungo periodo; ma che anni ed anni dovevano esser passati ella il comprendeva pur troppo dall'età in cui vedeva adesso quel figlio, forse sull'orlo del sepolcro. Gran Dio! qual riflessione! che sarà divenuto dell'amante dopo sì lungo tempo? che di Giovanni? saranno essi vivi? e dove, se lo sono, si trovano eglino? Tutte queste riflessioni l'avrebbero pur troppo gettata di nuovo nel disordine della mente, se un più grande pensiero, quello del momento attuale, quello del figlio, non l'avesse distratta dal fermarsi di troppo sugli altri. E il pensiero del figlio era angoscioso: non solo temea di perderlo, ma che le fosse pur anco negato di poterlo assistere nelle ultime ore. Ma la preghiera e la fiducia in Dio la sostenne; ella chiese di essere ammessa al cospetto dell'ufficiale soprintendente, ed ebbe luogo tra loro una scena che rivelava i franchi modi di ambedue: ella donna che si ricordava le selvagge sue primarie abitudini, egli che credeva sempre dover parlare coi soldati per comandar loro di attaccare i Cosacchi.
—Chi siete? che volete? sbrigatevi.
—Sono Esmeralda, una madre che ama.
—Il cognome? orsù….
—Artini.
—Artini? non lo conosco tal cognome, ma non importa.
—Voglio stare accanto a mio figlio per assisterlo.
—Voi non l'assisterete, non voglio.
—Ebbene, signore, uccidetemi.
—Non uccido nessuno…. e poi una donna.
—Ebbene io mi ucciderò, ne ho coraggio.
—Così va bene… le donne dovrebber esser tutte così.—
Il modo con cui Esmeralda, tolta una pistola dalla tavola dell'ufficiale, se l'appressò all'orecchio, sorprese in tal guisa il soprintendente che, balzato dalla sedia, fu in un attimo al braccio della donna e distornollo dall'orecchio.
—Per la battaglia di Smolensko! voi dite davvero.
—Non ho mai mentito.
—Lo credo.
—Io al mondo non ho alcuno; lasciate, signore, che finisca i miei giorni dopo aver chiuso gli occhi a mio figlio.—
Gli occhi di Esmeralda assunsero un'espressione di dolore, talchè l'uffiziale ne fu penetrato.
Tanto coraggio! tanta beltà infelici! disse fra sè; ma già questo è il solito delle cose del mondo. Indi in modo burbero ma cortese:—Ebbene restate.—
Esmeralda trasalì dalla gioia e con calma soggiunse:
—Signore, io resterò, ma credo darovvi poco incomodo; mio figlio starà forse qualche ora in vita, ed io domani lo seguirò nella tomba.—Indi si allontanò.
L'uffiziale le tenne dietro lungamente cogli occhi nel corridoio in fondo al quale era la stanza di Selvaggio ammalato; quindi dopo avere qualche tempo passeggiato su e giù per la stanza esclamò:—Oh! per la battaglia di Smolensko, costei ha l'anima di un granatiere della vecchia guardia.—
Accese la sua pipa ed andò per lo spedale in traccia di coloro che avevano portata colà la Esmeralda ed il figlio. Voglio conoscere quest'ottima madre, fra sè borbottava, ed anzi voglio che costei resti nello spedale a servire i malati. Una donna di quella tempra non si trova così frequente. Per la battaglia di Smolensko! costei ha l'anima di un granatiere della vecchia guardia.—
Intanto Esmeralda sta presso al letto del figlio; le sue mani stanno congiunte a preghiera, e quello sguardo che essa figge al cielo penetra le volte celesti e arriva al cospetto del Creatore dei mondi. Il sospiro di una madre che geme sul figlio moribondo è accolto da un coro di angioli, che lo presentano al trono di Dio. Quel sospiro fu la vita di Selvaggio. Gli angioli tutti pregavano per Esmeralda. Il fanciullo, che quasi era divenuto cadavere, andava riprendendo il calor della vita; nel seno dell'afflitta madre tornava a gradi a gradi la speranza.—Ah! se egli vive, gran Dio! se voi lo ritornate a me, io vi offro le mie più calde speranze….—Ed era per dire:—Io rinunzierò ad Alfredo—, ma la imprudente promessa parve che per volere di Dio le spirasse sul labbro: poichè ella, credendo di offrire qualche cosa di più grande ancora, tratto un gran sospiro, continuò:—Io non apparterrò più alla setta.—Proferito questo voto, ella diede un tenero, un indefinibile sguardo al figlio come per volere esprimere: Ah quanto mi costi! Ma il sorriso del pari indefinibile che il fanciullo fece al tenero sguardo della madre fu di gran lunga più prezioso del sacrifizio.
Selvaggio migliorava a gran passi, e già nel quarto giorno dall'arrivo allo spedale ogni pericolo era sparito. Non un giorno, non un'ora, non un minuto Esmeralda aveva lasciato il giaciglio del dolcissimo suo figliuolo.
Il soprintendente aveva risoluto. Esmeralda, così operosa, così ferma, così pia nel ministero di assistere i miseri infermi della corsia ove stava malato il figlio, veniva nominata ispettrice di quello spedale ove avevanla portata insieme con la sua creatura. Colà aveva raccolto abbondante frutto di benedizioni, e colà doveva ricevere la consolazione di essere informata delle vicende corse dalle persone tanto care alla misera donna. Nelle ultime corsie dalla parte di settentrione di quello stabilimento giaceva in un letticciuolo un povero e vecchio negro, cui, per la differenza del colore e per quella ripugnanza che le persone del volgo di cui si componevano gl'inservienti di quel luogo ben minor cura prestavasi che agli altri. Esmeralda si appressò al letto di lui: quel negro che ella consolava al letto di morte era quel tenero Iago che avevala veduta nascere, quell'uomo che dopo la morte de' suoi genitori era stato un secondo padre a lei ed a Giovanni. Il conoscersi, il rendere vive grazie a Dio fu un punto solo; e dopochè la malattia del vecchio negro volse a un più lieto fine, servendosi della lingua dei naturali di America, ei palesò a colei che amava qual figlia come Giovanni fosse ritornato in America, come Alfredo pur militasse in quel nuovo continente, ma che ignorava il preciso luogo di sua dimora. Di più non ne sapeva il misero vecchio; poichè, dopo la partenza del padre Gonsalvo per la missione dell'Indie, il resto dei frati non si era gran che curato del povero negro, e lunghi anni era stato senza pur lasciare il convento. Ma Esmeralda si contentò di sentire almeno qualche nuova: essa aveva un punto ove dirigersi in traccia del fratello e del padre di Selvaggio. Il solo stato di inopia la spaventava, e lo confessò al negro; ed il negro confortavala a farsi conoscere all'autorità od almeno al soprintendente. La donna peraltro, che ben sapea quali accuse pesassero pur sempre sui settari, severamente proibiva al fedel negro di palesare a chicchessia l'esser suo. Il negro obbediva, giurando che da quel momento, posto che Dio gli avesse reso la vita mercè della sua cara padroncina, egli avrebbe seguito la sorte di lei e del figlio suo. Ad Esmeralda rinacque in cuore la speranza; ella sentiva di non esser più sola, nè parvele essere tanto lungi da coloro che amava. Iddio le aveva mandato il povero negro.
—Padrona, le diceva Iago, ecco qui (e levava di sotto al capezzale del letto un involto) ecco qui; questi sono quaranta scudi in oro, altri ne ho al convento; perciò torneremo in America.
—Ah! mio Dio… mio Dio, affretta quest'istante. O Iago, io non ho altri che te al mondo che mi possa assistere.
—Padrona… la mano, la mano.—E su v'impresse un bacio rispettoso.
Quindici giorni dopo questo dialogo, Esmeralda, Selvaggio ed Iago uscivano dal Lazzeretto; ma, prima di uscire, la tenera giovane era stata presente alla scena che andiamo a descrivere.
Uno dei giorni più terribili era stato quello del 31 agosto: la morte aveva mietuto maggiori vittime; nella seconda corsia dello spedale un uomo agonizzava.
Quest'uomo, orribilmente contratto dagli spasimi della più angosciosa paralisia, era il signor Basilio. Una donna genuflessa da una parte del letto ed un fanciullo prostrato dall'altra pregavano. Essi erano Esmeralda e Selvaggio…. pregavano per il loro persecutore.
—Mamma, mamma (aveva detto Selvaggio già in convalescenza e che girava per la corsia, aiutando nelle sue incombenze la madre), accorrete, accorrete quaggiù: al N. 12 vi è un uomo che muore; quell'uomo che voleva pigliarvi l'anello e cacciarci fuori della soffitta.
—Eccomi, figliuol mio.
—Sì, mamma; il Salvatore del mondo ci ha insegnato a prestarci per i nostri nemici. E qual più nemico nostro di questo?—Selvaggio infelice! non sapeva tutto il male che gli aveva fatto il signor Basilio. E madre e figlio pregavano il Dio delle misericordie; ma era Iddio il terribile Dio dell'ira che passeggia sui fulmini e sulle tempeste, conculca i draghi e i leoni.
Un cappuccino, posata sul letto dell'ammalato in quell'estremo la stola, recitava le preghiere degli agonizzanti.
Negli occhi del malato stava dipinto l'inferno; esso volgevali come carboni ardenti sulla donna e sul figlio, e con voce rauca ed interrotta urlava:—Satanno, Satanno, non vo' morire; non vo' morire; maledizione!…
—Exorcizo te, spiritus immunde.
—No, urlava il malato vomitando nera schiuma dalla bocca, no, non posso morire; il mio oro, i miei brillanti, le mie cambiali!
—Pax tibi.—
Ma il malato, sollevandosi in furioso modo sul letto, aveva afferrato la stola e, postasela in bocca, l'aveva messa in pezzi e tinta di sangue. Tutti gl'inservienti, meno Esmeralda e Selvaggio, erano fuggiti; anco il frate aveva con orrore abbandonato quel peccatore moribondo. Il malato nell'eccesso della smania che divoravalo facea orribili rivelazioni.
Se invece di Esmeralda e di Selvaggio, i quali soli udirono, vi fossero state altre persone, madama Guglielmi avrebbe ricuperato il suo palazzo, le sue gioie, Rosina sarebbe stata reintegrata nella sua fama presso i suoi concittadini, e la infelice e sensibile Angiolina avrebbe avuto il patrimonio del suo vero padre; ma sventuratamente non fu così.
—Morire!… urlava diabolicamente il moribondo, morire! dopo avere accumulate ricchezze immense, morire!… no, non voglio morire. Vieni, vieni, inferno, tu che ho sempre invocato, tu che mi hai protetto, opponi la tua potenza; io son tuo in carne e in anima; opponi la tua potenza a quella celeste… qua quei sacchi d'oro, qua quei diamanti, qua le mie belle concubine, qua tutto; voglio portare sotterra tutto all'inferno con me. Rosina…. Rosina…. beltà sprezzante che ho amata, che ho perduta, no, non ridere della mia morte, no; io dall'inferno riderò di te e ti sarò spettro persecutore, ti sarò demonio incarnato! Ma che?… no… non voglio morire.—
Mentre le più orribili imprecazioni e bestemmie venivano a mescolarsi a tanto tremendo soliloquio, Esmeralda e Selvaggio, innocenti creature, stavano genuflessi ai piè di quel letto di angoscia supplicando l'Eterno di dare all'ultima ora di quell'uomo la calma per prepararsi all'estremo viaggio per l'eternità. Seguendo l'esempio del divino Redentore, eglino pregavano per il loro acerrimo persecutore.
Il Dio di bontà e di giustizia ascoltava quelle preghiere, e nella sua immutabile volontà destinava il premio all'anima di quegli ingenui e la pena pure di quell'uomo delittuoso: ma era scritto nei suoi volumi eterni che l'uomo colpevole per quel momento dovesse vivere; ei lo serbava a più terribili tempi.
Se gli ammiratori della condotta sociale o, piuttosto dirò, dell'apparente condotta sociale del signor Basilio fossero stati testimoni della sua agonia, oh quanti si sarebbero ricreduti! oh come avrebbero veduto non doversi gli uomini misurare dalle pratiche esteriori! e chi sa che, riflettendo come il signor Basilio non fosse forse che una mostra di tanti suoi simili, non avessero appreso ad esser più cauti nel dare laudi o biasimi a tanti e tanti esseri di questo mondo?
Ma…., come io diceva, la scena aveva luogo fra tre persone: imperocchè le orribili bestemmie del bigotto Basilio avevano fatto allontanare tutti gl'inservienti dello spedale; e siccome le celle circostanti erano vuote, così nessuno, oltre i due infelici, sentì quel monologo infame.
Il signor Basilio molto disse e di troppo avrebbe detto se Esmeralda avesse potuto penetrare il mistero delle di lui parole: ma, come sappiamo, Esmeralda era affatto ignara della persecuzione di Rosina e delle iniquità dal signor Basilio esercitate contro di lei; di più ignorava anco chi fosse lo stesso signor Basilio. Quando costui cessò dal bestemmiare ad intervalli e chiuse con maledizioni il suo monologo, in cui parlò dell'Angiolina, che era sua figlia adulterina, della Rosina oggetto dei suo amore iniquo e sprezzato, del pozzo del sotterraneo, della di lei liberazione, dell'ufficiale inglese, del furto delle gioie, cadde in profondo letargo ed in un mar di sudore. Allora Esmeralda, dopo aver somministrata al languente una refrigerante bevanda, fatti tornare sul luogo il frate, gl'inservienti ed il medico, si dipartì dalla cella di colui col conforto di un'anima buona che sa di aver compito il sacro dovere della carità.
Due giorni dopo il signor Basilio era dichiarato fuori di pericolo, ed il contegno da lui tenuto quando assistevalo il frate fu ritenuto come aberrazione di cervello infermo dalla malattia. Così vanno le cose del mondo! Egli ricuperò la salute, e la fama sua di uomo pio rimase intatta; esso fu commiserato e felicitato, ed al suo ritorno al negozio in Livorno sentì che lo qualificavano per martire dell'umanità, e tutti il mostravano a dito come un uomo che, per soccorrere ad un sesto piano una famiglia languente dalla fame e dal chólera, aveva egli stesso contratto l'orribil malore ed era stato agli estremi di vita.
Così giudica il mondo; ma, per fortuna e sodisfazione dei buoni, noi sappiamo che dopo il mondo v'è l'eternità, là dove la verità si scopre dalle mani di Dio stesso.
La condotta di Esmeralda e del figlio aveva eccitata l'ammirazione di tutti i buoni, e al partire dallo spedale del Lazzeretto essa aveva dovuto accettare non poche limosine. Queste, la scienza del canto e del suono e i pochi denari di Iago (licenziatosi dal convento di Montenero) aiutarono la misera a lasciare il vecchio continente ed a vagare per il nuovo in traccia dell'amante suo e padre del proprio figlio: e noi già vedemmo come miracolosamente capitasse fra le braccia di Rosina e di Giovanni. Or noi ricondurremo il lettore all'isola della Barbada, un solo mese dopo quel felice incontro, dappoichè il nostro cuore sente il bisogno di passare a descrivere scena più dolce di quella precedente.
Le campane della chiesa maggiore della Barbada suonavano a festa, e le artiglierie del forte tuonavano in segno di gioia: tutti gli alberi dei navigli posti in rada erano carichi di cento diverse bandiere; il tripudio degli abitatori di quell'isola era al colmo. Aveva luogo una festa nuziale ed il più venerabile ecclesiastico parato di abiti pontificali aveva data la benedizione agli sposi!
Chi erano essi? il cuore ce lo dice, e quando non cel dicesse, lo apprenderemmo sentendo questo dialogo che in linguaggio indiano (quale noi tradurremo) tenevano presso il parco della residenza del governatore un vecchio negro e due ancelle di servizio di Rosina.
—Gran bella festa! mio buon Iago, diceva la più adulta delle femmine, cui un vago cappello di paglia di riso nascondeva per metà il volto abbronzito dal sole dei tropici.
—Bella, sì, rispondeva il vecchio fregandosi le mani in segno di gioia e secondo il costume dei negri battendo le palme. Per la Dio grazia, è la seconda volta in cui ad alta voce sento il sacerdote pronunziare: Esmeralda Clementina Zaira Sofia figlia del signor cavaliere Adolfo Artini conte di ****; se non che la prima volta a queste parole sentii aggiunger quelle di Credis in Deum Patrem? ed adesso ho sentito aggiungere: Siete contenta di sposare il signor Alfredo Guglielmi capitano, ecc.?
—Quanto era bella l'acconciatura della sposa! riprese l'altra fantesca.
—Quanto erano vaghi, quanto sono belli entrambi!
—E quanto hanno sofferto! ditelo a me, care fanciulle, a me che li ho veduti nascere e li ho veduti soffrire; ma Dio è giusto, ed il giorno del premio arriva o presto o tardi, ma arriva sicuramente.