—Ma…. a proposito…. si eran già prima segretamente sposati? prese a dire una delle giovanette negre rivolgendosi al negro Iago.
E Iago, facendo una specie di smorfia che difficilmente potrebbe descriversi, rispose:
—Uh uf, quanto son curiose le donne! sicuro sicurissimo, si erano sposati segretamente; e non avete veduto il figlio loro grande e grosso? A poco per volta anzi è quasi un mezzo uffiziale.
—Selvaggio! ma converrà dargli un altro nome.
—Oibò! per me Selvaggio è il più bel nome del mondo; è quello che più si avvicina allo stato naturale, ed io lo cambierei volentieri con quello d'Iago, che a quanto credo deve avermi messo un qualche spagnuolo che sarà stato mio compare.—
Il racconto fu interrotto dall'arrivo di un personaggio a noi cognito, ma che da lungo tempo era obliato nel nostro racconto. Tal personaggio alla maestà del volto di un venerabil vecchio aggiungeva un'affabilità che gli acquistava sempre più grazia; aveva affatto bianchi i pochi e radi capelli che gli restavano; la lunga barba, pur essa bianca, gli scendeva maestosa sul petto; un paio di occhi scintillanti come di sacro fuoco gli brillavano sotto la fronte; ed un insieme di gravità e di dolcezza rendevano angelico quel viso, il cui labbro aveva un continuo nobile sorriso di benevolenza. Tal personaggio vestiva una tunica paonazza e portava il cappello a grandi ale e piccola e rotonda cucuzza; sul petto del vecchio sfolgorava la croce vescovile dei missionari. Al di lui apparire, i tre interlocutori si tacquero e trassero in disparte curvandosi per ricevere l'episcopale benedizione, che il degno prelato non lasciò di compartire con tutta l'effusione del cuore. Quel prelato sarebbe forse?…
Sì, miei cari lettori, quel prelato, comechè per gli anni e per le fatiche apostoliche invecchiato, è appunto colui che vi suggerisce il cuore, l'ottimo padre Gonsalvo, che dovere di missionario per traslocazione di seggio dall'Indostan fece passare alle americane isole, e da poco era giunto alla Barbada.
Il cielo aveva riunito alla perfine insieme quegli esseri che tanto si amavano. Chi sarà che possa dipingere la loro gioia? La mattina delle nozze, il prelato aveva toccato di volo le loro vicende, e di più egli avrebbe voluto che nell'anima di Giovanni e di Alfredo fosse omai spenta quella mania d'innovare. Di Esmeralda ei più non temeva; restituita alla ragione, ella aveva affatto perduto quel fervido carattere della sua prima giovinezza; gli altri non già, che, ahimè! il tempo ancora non giunse di loro ravvedimento.
Il missionario diceva:
—Qui riuniti, io vi benedico, o miei cari, in nome dell'onnipotente Signore dei cieli e del mondo: forse un sì fausto momento non si rinnoverà mai più per me, e già sento essere anche troppa la pienezza della mia gioia. I perversi non sono estinti, no; e sebbene un immenso mare separi i due emisferi, il veleno dell'uomo è più sottile di quello del più malefico serpente, esso attossica passando i mari ed i monti. Forse a voi ch'io tenni sulle mie braccia Iddio prepara nuovi dolori e nuovi travagli, forse la nebbia e gli oragani della sventura si addensano sui capi innocenti di questi cari pargoletti che in questo tempio vi ricingono, o Giovanni, Rosina, Esmeralda ed Alfredo, simili agli angioletti che implorano su voi la celeste benedizione. Grandi sono gli arcani del Nume, sempre e sempre adorabili e nella sventura e nella felicità. Ma se a me ministro di Dio, ma se a me il più vecchio di quanti oggi vi amano e vi ameranno, è lecito fare degli augurii, io non saprei fare miglior voto di quello di vedervi per sempre riuniti in quest'isola lungi dai rumori di un mondo da cui, fra le innovazioni, fra le inutili cogitazioni, fra le ambagi tumultuose della guerra e del commercio, disparvero la pace e la virtù. Pensate troppo difficile impresa essere quella di rinnovare la faccia della terra. Non è da tanto lo spirito dell'uomo; solo può tal miracolo lo spirito di Dio, e noi non siamo più che uomini, quando pure la sapienza fosse il nostro retaggio. Vivete, sì, e vivete per una generazione di esseri novelli che qui trapianterete; scordate quegli sfrenati desiderii che vi partoriranno, come vi partorirono, lunga catena di sciagure. E se mai queste parole del vecchio amico vostro oltre le orecchie non vi scendano al cuore, voglia il Dio a cui servo non punire per voi quei pargoli a cui deste la vita. Vi benedico.—
Chiuse il sermone il buon vescovo, e niuno di quei cigli, avvezzi ai patimenti, alle più dure vicende, ai guerreschi ludi, alle più pertinaci avversità, sapea frenare le lacrime. Il buon pastore stesso nel prendere dalle mani di Selvaggio vestito di bianco ed a guisa di angelo due corone di mirto per porle sul capo di Esmeralda e di Alfredo, nel congiungerli in matrimonio, aveva lasciato corrersi abbondante il pianto di tenerezza sulle gote appassite. Rosina, cui circondavano i figli, singhiozzava di gioia; e Giovanni, a malgrado di sua abituale fierezza, sentiva in cuore un sentimento non mai provato. Angiolina, la patetica Angiolina, guardando i nuovi coniugi, aveva vôlto gli occhi al cielo come per dirgli: O voi Creatore dell'universo, non avete dunque una simile gioia anco per me? Ma posando poscia lo sguardo su Rosina, su Giovanni e sui loro figli, e dipoi su quel vegliardo venerando, di nuovo rivolgendosi al cielo, aveva esclamato:—Oh! sì, gran Dio! tutte le felicità che può gustare una misera io le ho gustate in quest'istante; di più non poteva darsi ad Angiolina.—
Di ritorno dal tempio, le due famiglie riunite si dettero in braccio alla gioia; e lungamente strette in abbraccio fra loro Esmeralda e Rosina si dissero, si ripeterono la loro storia, e i baci volarono e rivolarono fra esse ed i figli che Angiolina teneva fra le braccia.
In una sala a parte peraltro Giovanni ed Alfredo si ricambiarono queste parole:
—Hai sentito il buon vescovo?
—Sì.
—E che pensi?
—Prima morire che rinunziare al mio progetto.
—Ed io pure.—
CAPITOLO XXI.
Un astro novello.
Pochi giorni dopo Giovanni aveva mantenuta la parola data al cognato.—Il molle ozio non è per me, più volte avevagli detto, o mio Alfredo; ed ozio imbelle io chiamo la vita che meno. Io sperai che le gioie purissime dell'affetto di sposo e di padre mi staccassero dal cuore quella smania immensa che mi divora, ma no: essa vi è fissa come uno stile acuto e mi lacera senza uccidermi. Io sento il bisogno di ripiombarmi nei maneggi che ponno darmi una fatica; io non l'ho, cioè non l'ho come la vorrei.
—Ma, Giovanni, tu lo sai se io divida il tuo fuoco, il tuo desio; se al primo volger di una luce fra tante tenebre, or son pochi anni, mi ricacciai in Europa, rividi gli amici; se tentammo: ci parve avere ottenuto alcun che; ma ahimè! nobili ed entusiasti giovani caddero sul patibolo o morirono nelle prigioni o nell'esiglio, ed io miracolosamente salvato feci ritorno in America. Quanto a me, Dio mi ha fatto ritrovare la mia Esmeralda, son marito, son padre; ciò versa un balsamo di calma nel fervido mio cuore. Non me ne starò per altro, se un'aura benefica disperde e dissipa le tenebre del nostro orizzonte.
—Ed io voglio pugnare per un suolo non mio, se pel mio nol posso; almeno snuderò un acciaro per la medesima causa: ovunque vedo oppressi, io ritrovo fratelli.—
Giovanni lasciava la Barbada; gli subentrava Alfredo nel governo dell'isola. L'indomito cospiratore adduceva seco il suo primogenito, ancora imberbe, nei cimenti della gloria. America suonò di eterne laudi al guerriero intrepido e generoso, cui l'Europa, memore di essergli madre, decretava una spada di onore. Carico di allori, esso dopo alcuni anni rientrava nel seno della famiglia.
—Ebbene? dopo gli affettuosi abbracci che si dettero, or ti riposerai, dissegli Alfredo.
—Chi sa? aveva risposto laconico il cospiratore.—
Ma lasciamo nella vaga isola i nostri più cari personaggi e riconduciamo in Europa i lettori e precisamente in Livorno; mutata così nel fabbricato, dirò quasi anche nel costume del ceto più alto, ma la stessa nei bisogni e nella ignoranza del popolo, il quale fa come dicesi del mondo, cioè peggiorando invecchia.
«Ma questi salti, dirà qualche leggitore o leggitrice, sono un poco grossi.» Al che io rispondo: faccio la parte del narratore, e lasciatemi la facoltà di narrare a mio modo; d'altronde un romanzo non è un libro di annali, ed anzi dovete consolarvi se mi studio ad esser meno lungo e se più presto vi levo l'incomodo di starmi ad udire; ed essendo poi il libro più breve, costerà meno, ed ecco contentati anco gli avari: gli avari! e voi sapete che questa è una pianta umana che non cessa di vegetare molto propiziamente in tutte le parti del globo.
D'altronde che avrei a dirvi d'interessante, quando la vita dei nostri personaggi in questi anni andò là là secondo il solito, secondo il comune andamento delle cose umane? E meglio al certo, quando sarà suo tempo, mostrarveli di nuovo sulla scena turbinosa del mondo.
«Or via dunque affrettatevi.»
Calma, calma, lettori carissimi, chè saprete tuttociò che è giusto sappiate; ma se io ho saltato a piè pari circa un decimo di secolo, non voglio peraltro abbozzare il mio racconto, poichè alla fine dei conti ho interesse anch'io che il libro vada meglio che può al suo termine. Non crediate già per paura delle critiche: perchè sappiate che ho sempre creduto doversi dire di loro ciò che dice il volgo della nebbia, cioè che lasciano il tempo che trovano; ma perchè mi è grato sodisfare alla mia coscienza col fare il libro tal quale mi son proposto di farlo. Ma andiamo avanti, chè la disgressione è terminata. Siamo al settembre del 1847.
Noi ricorderemo certamente che fino da ventisei anni prima, in quella famosa osteria dei Tre Mori, disparsa adesso dal numero delle bettole, nella serata dell'improvvisa comparsa del Caprone stavano insieme due giovani, uno dei quali noto per il nome di Bruto, l'altro per quello di Catone, e che altri individui di animo cogitabondo e di fama dubbia si assidevano al medesimo desco. Or bene di quei personaggi non erano morti che il Topo e il Cacanastri, come già vedemmo, ed il Narciso, a cui il chólera troncò la vita piena d'imbrogli e di lenocinii. Gli altri restavano e vivevano sani e gagliardi sebbene invecchiati; in specie il vecchio oste e sua moglie, i quali dal ricettare robe rubate erano divenuti negozianti, possedevano un bello stabile nella piazza del luogo pio ed avevano maritato Concetta al giovane marinaro, il quale aveva avuto anch'esso non poca fortuna e, fatto uomo adulto, era divenuto proprietario di vari bastimenti che carichi di merci ed in specie di grano veleggiavano per il Mediterraneo.
Vero è però che i nostri personaggi non avevano sempre goduta la prosperità: infatti più volte erano stati qualche mese in prigione per sospetto di furti, avevano avuto delle bastonate per altre turpitudini; ma ciò non impediva che marciassero adesso in vesti assai ricche, con catena d'oro agli orologi, avessero carrozza e servitori, ed anzi servitori in livrea, e già già aspirassero alla nobiltà. Ciò non faccia meraviglia: sulle mani callose e nere continuamente tenendo dei soprafini guanti di seta e di pelle canarina, non si vedevano i calli di esse; il parrucchiere acconciando ai signori capitano di marina e negoziante le fedine ed i baffi, dando pomate odorose ai capelli e pettinando elegantemente la signora Concetta e le sue figlie (nulla importa se nate prima del matrimonio), ne era avvenuto che sparisse da quei personaggi ogni puzza di catrame e di unto. E poi chi in quella florida e commerciante città bada all'origine degli abitanti suoi? se marcia in carrozza il rivenditore di stoccofissi e di carbone? se i bettolieri hanno palazzi, ville e fattorie ove più loro piaccia? Se antichi ed onesti commercianti hanno battuta la capata, peggio per loro, il mondo bada al presente. Il danaro fa tutto, sono i denari che fanno l'uomo, dice il proverbio: Chi ha è, chi non ha non è, e quel che è più chi ha danari è ancora sapiente; vedi mo' che razza di prodigi fa l'oro coniato!!! Dunque, come io vi diceva, la signora Concetta, ora madama Concetta, ed il suo signor consorte (a cui i commessi della casa di commercio da lui stabilita a Malta si levano tanto di cappello) danno feste di ballo splendidissime, hanno lacchè gallonati, nessuno si vergogna a praticarli, sono ammessi nelle migliori società. Ed in questo la popolazione di Livorno ha progredito come le nuove case; ciò che prima era una soffitta lurida e cimiciosa è divenuto un palagio a cinque piani con colonnati, con finestre gotiche ed altro e che si vede da dieci miglia lontano; ed i cenciosi di un dì oggi camminano cogli staffieri accanto. In tanto progresso Bruto e Catone non sono stati indietro; entrambi, per opinioni sporcate le carceri nei decorsi anni, ne sortirono alla pulita, si fecero avventori e clienti, e, per bacco! non sono più quei discolacci di anni ed anni indietro; sanno fare le cose con destrezza; tengono in mano le fila di una gran tela e, quel che è più, si sono accaparrati il genio e la volontà della moltitudine, della quale a suo tempo sapranno giovarsi, e lo vedremo. Ad essi la prosperità si para davanti come una umilissima serva che spazza ben bene la camera al suo padrone. Costoro se la ridono di quella dabbenaggine della moltitudine che gl'incensa e dalla quale, sotto lo specioso titolo di libertà, si propongono di levare le penne maestre, e già si beano di quell'alto loco ove la loro ambizione è per guidarli.
In mezzo ai voli della cupida fantasia, essi hanno qualche volta rammentato con dileggio quel buon baggiano del cospiratore Giovanni, che faceva per gli altri e non per sè, e sghignazzando gli hanno accordato titoli i più bizzarri che ei non seppe mai.
Mi scordava di dire che il signor Bruto è il favorito bracciere di madama Concetta; ed è una gioia il vedere la damina, un dì bettoliera, oggi in un superbo legno a quattro ruote ed a due bei cavalli inglesi, con servi e cocchiere in serpa e cacciatore dietro, due o tre pellicce o cappotte, due o tre canini pomeri seco sdraiati sui cuscini di raso del phaeton, dare le occhiatine al ganzo che galoppa al fianco del legno su cavallo arabo riccamente bardato.
Il gabinetto di studi di Bruto era affollato di ogni genere di clienti, ed i commessi avevano un bel fare a tenerli indietro tutti; e poi tutti volevano vedere l'oracolo del giorno, gran cosa è il tempo! tutte queste che son cose da fare maraviglia, non lo sono tanto quanto la meraviglia, delle maraviglie, cioè, non s'indovina alle cento, il signor Basilio….
«Ebbene su….»
Sì, lettori carissimi, il signor Basilio, quell'uomo tutto collo torto, era diventato un gran liberale, eh! un liberalone, e di quei più grossi, amati leggitori! Non più stavasi romito giù nella solita via: ma, affittata quella casetta dopo averla comperata, aveva acquistato una vaga palazzetta proprio fuori del Casone, nel luogo il più di chiasso e di brio, ove, circondato da scelta società, dava serate di musica e di ballo; insomma era un vecchio alla moda: ma che vecchio? pareva un giovanetto sui venticinque anni, con capelli nerissimi, baffi neri.
«Anche i baffi?»
Anche i baffi, e di più aveva cessato di essere avaro, eh! Dio guardi! il denaro, dalle sue mani usciva a pugni: aveva proprio la palma traforata, e non figuratevi già che largheggiasse a paoli e testoni, erano francesconi, erano doppie d'oro di buona zecca. Ora sento che mi domanderete: «Ma come spender tanto? è vero ch'era ricco, sappiamo come gli ha fatti, e si saranno moltiplicati e decuplati, un uomo come lui, ma….» Eh! che volete? rispondo, avrà trovato una qualche cava d'oro bello e coniato; o che? credete che di queste cave non ve ne siano? ve ne sono, eh! ve ne sono delle inesauribili.
Ma se lo aveste sentito sputare di politica nel salone del bigliardo della sua villa! nella platea del teatro Rossini! al casino di San Marco! eh! avreste strabiliato; e, quel che è meglio, i suoi sproloqui, per dir come dice il volgo, non li faceva mica nelle brigate degli amici o in qualche ritirata conversazione. Eh! il signor Basilio non aveva paura di nessuno: per lui nel caffè, al teatro, al casino, al veglione, alla bisca, era tutt'uno; parlava alto, sputava sentenze a bizzeffe, censurava leggi e moveva guerre, e che so io?
—Oh che coraggio! dicevano taluni nel sentirlo toccare certi argomenti pericolosi; eppure tutti il salutano, va nelle migliori società!
—Il cielo lo ha sempre protetto, diceva il vecchio tabaccaio che noi già conoscemmo nei precedenti capitoli; e se egli ora parla in tono diverso, è segno che sa di poter parlare. I tempi sono cangiati, ed egli, che conosce come adesso possa mostrarsi, si mostra: quando era tempo di starsene zitto, pareva un pesce. Il galantuomo fa così.—
Il mio lettore ed io conosciamo perfettamente il galantomismo del signor Basilio; e siccome ci dispiace staccarci così presto da lui, vogliamo passare a seguirlo nella sala da giuoco della signora Concetta, ove è raccolto il fiore e la crema della società livornese: e perchè qualcheduno potrebbe dubitare che nel dir crema e fiore io esagerassi, lo prego di ascoltar meco ciò che il vecchio oste dei Tre Mori, uno dei signori della società, dice ad un giovane francese che venne come forestiero invitato alla festa, il quale passa in rivista alcune delle signore ed alcuni dei signori che dalla sala da giuoco vanno in quella del ballo, del buffet e della musica.
—Ebbene, signore, chi è quella damina coll'abito di raso celeste guarnito di fiori bianchi, col ventaglio color fuoco?
—Ah! ah! monsieur (il vecchio oste dei Tre Mori divenuto paladino aveva imparato a memoria qualche parola francese) cette dame, cioè la signora, è consorte del barone Pradky, un signore polacco che hanno fatto barone da poco in qua, e badate bene polacco proprio di Polonia, che ha centomila scudi di rendita e riceve tutte le balle del cotone, di seta, e che so io, le quali si vendono in Europa! Vedete, è quello appunto che ride colla figlia del signore Armary; e questo Armary è un sensale che, dopo aver fatto quattrini, ha aggiunto un ipsilon al suo casato.
—E quell'altra dama grassa e piuttosto bassa che tiene in capo una specie di turbante di velo ed è a sinistra di quel cavaliere da tre decorazioni?
—Ah! quella è la baronessa Muleynà; è una signora tartara (per quanto credo) che spende tesori ed è amica di un giovane maestro di musica, il quale, di spiantato che era, un giorno sarà cavaliere, se pure non l'hanno già fatto.
—Cavaliere del merito di qualche…?
—Sicuramente; e vi par poco merito l'aver saputo incantare un pezzo di donna di quella fatta? Per bacco! altro che scriver note ed assordare le orecchie dei galantuomini coi crescendo delle sinfonie a piena orchestra!—
Il giovane francese, dopo qualche tempo e dopo avere passeggiato alcun poco col signor De-Raudy (cognome novello del già oste dei Tre Mori), si fermò nella maggior sala tutta contornata di specchi che riflettevano le cento eleganti persone di ambo i sessi ivi adunate, e non fu avaro en passant di francesi sdolcinature a madama Concetta, la quale più non puzzava di brodo di dentice, ma, esalando mille preziosi profumi, stava ricevendo gli omaggi del forestiere e rispondendo nel di lui idioma, giacchè in vent'anni era riuscito passabilmente ad un povero maestro di lingua di cacciarle nella testa quell'idioma del bon ton, in quella guisa con cui un ammaestratore di pappagalli sa far dotto un perrocchetto di America. La signora Concetta, che nelle ricchezze e nella vita dell'alta società aveva sotto le vesti terribili stecche delle moderne fascette, mercè quel cilizio, invece di una donna di quarantacinque anni aveva l'aria d'una di trenta tutto al più; ma mentre in fatto di sapienza non aveva, per dire il vero, fatto grande profitto, aveva però superato molte e molte dame galantissime in quelle loro indispensabili smorfie; e credo che ben poche contesse, baronesse, marchesine avrebbero potuto starle a confronto in quelle scipite leziosaggini e svenevolezze nell'aria di spensierataggine e di astrazione, ne' gesti così sguaiati da muover la bile al buon senso, se pure il buon senso frequenta i luoghi ove si compiacciono trovarsi tali persone.
—Comment vous amusez-vous?
—Oh! infinitamente, mia bella dama, riprese il Francese baciandole la mano coperta dal guanto e rispondendole in pretto italiano. Ma madama Concetta, che voleva fare spiccare la metamorfosi da cuoca in damina:
—Parlons français, s'il vous plait. C'est la langue de la mode.
—Parla parla livornese le susurrò passandole vicino l'ex-oste dei Tre
Mori.—
Ma la Concetta s'assise mollemente sopra un sofà chermisi, sbadatamente sdraiandosi e battendosi il ventaglio sulla mano sinistra e trascurando l'avvertenza del padre.
—On m'a dit que vous avez à la corvette bien de jolies dames; et pourquoi ne les amener avec vous? je serais été bien aise de les entretenir chez moi.
—Ah ma belle dame! nous avons à la corvette quelques dames et des demoiselles, que à la verité ne sont pas sans grâces, mais, bon Dieu! quelle difference entre elles et vous!
—Vous badinez; je ne suis pas charmante et je me persuade bien que ma soirée serait été bien plus passable si cettes dames eussent voulu l'honorer.
—Cela était impossible.
—Et pourquoi?
—Il faut savoir que le deux plus âgés sont les femmes de deux officiers anglais, et tout a fait inabimées dans (comme on dit) leur spleen.
—N'en parlons plus donc; j'haïs toute sorte de melancolie: mais pourquoi vous ne dansez pas?
—Puis-je avoir l'honneur de vous guider a la galope?
—Je ne puis me refuser, quoique assez fatiguée.
—On joue la polka.
—-Eh bien, tant mieux! la polka est plus charmante; je viens de danser avec monsieur le baron Jolaky, le marquis Bell'Isle, lord….—
Per buona fortuna dei lettori la elegante damina ex-cuoca, avendo veduto dentro uno specchio la figura terribile di Bruto dare uno sguardo truce al francesino, non seguitò l'elenco lunghissimo dei signori che avevanla guidata al ballo, e lasciò di numerare le dame alle quali avrebbe potuto esso signor francese offrire il braccio per la danza, poichè altrimenti non basterebbe questo capitolo a numerarle; ed infatti quella scelta società di musica e ballo detta in termini di moda soirée dansante (che sarebbe ridicolezza se dovesse tradursi serata che balla) erano quasi tutte le famiglie forestiere ed indigene comprese quelle degli ex-salumai, ex-carbonai, ex-muratori, ex-sarti, ex-barcaiuoli, e direi quasi ex-ladri se taluno degli insignoriti avesse certamente cessato dall'aver le mani piuttosto lunghe.
Madama Concetta ed il signor francese si erano avviati verso la sala ove ballavasi la polka; e nel salotto che la precedeva beveva tranquillamente il thè il signor Bruto, cui facevano cerchio gli amatori delle novità di ogni genere, fra cui il signor Basilio, vecchio ganimede coi capelli neri e i baffi morati: ambedue parlavano di affari molto interessanti. Il signor Basilio affondava molto spesso il pollice e l'indice ora nella tabacchiera, dorata di Bruto, ora in quella del padre della padrona di casa ex-oste dei Tre Mori, che era tutta d'oro tempestata di brillanti e di perle, ed alcune volte nella propria, la quale era tutta di conchiglie, guarnita di oro e cesellata di squisito estranio lavoro. Presso Bruto mi scordava dirvi che stava sempre col suo solito sogghigno beffardo il suo compagno Catone.
—Caro Bruto, disse Basilio, le cose nostre vanno molto bene; ah! certamente la città nostra….
—Si danno casi…. certi casi in cui…. rispose colui.
—Che casi? che casi?… soggiunse Basilio, già voi mi foste sempre uno scettico indiavolato; non credete a niente.
—La storia degli uomini mi fa conoscere l'uomo.
—Affè ch'io perdo la pazienza, riprese Basilio; con quella freddezza che mostrate, avete un bel diritto alle comune ammirazione dei vostri concittadini! caro mio, le nazioni hanno fatto progressi da gigante; che giogo, che giogo? il giogo l'hanno a mettere ai bovi, e gli uomini, affè di Bacco! non son bovi. Ah! ah! il tempo è venuto; per me lo dico e lo sostengo: via via quelle brutte angherie dei tempi passati, viva il progresso, per Bacco!—
Catone pareva che prendesse tutta la sodisfazione a ghignare sotto i baffi con un pro' da far gola, pareva che non avesse mai riso a questo mondo e che si volesse sfogar tutto allora. Bruto aveva preso un'aria di noncuranza e di astrazione: per lo che il signor Basilio, che continuava a discorrere alto di faccende pubbliche, di speranze e di liberazioni, di franchigie, di popolo, ecc., fu costretto ad indirizzare il discorso al vecchio della barba bianca, il signor ex-oste dei Tre Mori, al quale a prima giunta disse:
—Eh! eh! quell'astro novello lassù….
Il vecchio si fece a guardare verso il cielo che scorgeva da una vicina finestra; e siccome il cielo era nubiloso ed oscuro, soggiunse:
—Ah! per me non ne vedo nè nuovi nè vecchi.
—Ma che dunque? non m'intendete?…
—Io no.
—L'astro rigeneratore…. che adesso è comparso a sicura guida nella via del progresso e della verità, non lo esaltate voi?
—Ah! ah! ora intendo…. riprese il vecchio che, sebbene rozzo oste, aveva capito che il signor Basilio aveva toccato qualchecosa di serio. Ah! ora intendo: cioè non intendo altro se non che voi siete un bravo merlo.—
Il signor Basilio si morse le labbra e mutò discorso; Bruto se le morse pur lui, per non dare in uno scroscio di risa,
—La polka, la polka! urlavano le coppie del salone da ballo.
—Evviva la polka e la mazurka!—
CAPITOLO XXII
La corvetta.
La corvetta francese la Vengeance, di cui abbiamo sentito parlare nel dialogo fra madama Concetta e il damerino, aveva nel giorno dopo la soirée salpato improvvisamente per Genova. Facilmente se ne indovinerà la causa, dicendo che su quel naviglio si trovavano Giovanni ex-governatore pensionato della Barbada, Alfredo e le rispettive mogli e famiglie.
L'antico cospiratore Giovanni non aveva potuto resistere alla tentazione di ritornare a pescare, come suol dirsi, nel torbo: le grandi mutazioni suscitatesi nella vecchia Europa al comparire di colui che il signor Basilio e molti chiamavano astro novello avevano scosso Giovanni. La Guglielmi, il buon Gonsalvo, Iago erano scesi nel sepolcro. Chi mai poteva trattenere quello spirito bollente? Egli aveva figli adulti, credeva più che mai possibile conseguire il da lui vagheggiato momento. Ventisette anni di lunga aspettativa non ne avevano calmato il desiderio nè dileguate le fallaci speranze. Credeva (il buon uomo!) nella virtù del popolo. Aveva deciso partire. Prima di porre il piede sul naviglio che solcar doveva l'Atlantico ebbe luogo fra lui e la moglie un breve dialogo di tale importanza che non possiamo tralasciare di trascriverlo.
—Le familiari dolcezze, i miei pianti, le mie preghiere, le carezze dei nostri figli, quelle di Esmeralda, di Angiolina te dunque non tratterranno giammai? gli aveva detto Rosina.
—No.
—E non pago di slanciarti a sangue freddo nel pericolo, corri a precipitarvi te e la innocente famiglia? noi periremo tutti.
—Rosina! questi funesti augurii non fare per pietà…. Ah! se tu sapessi…. io ho un voto da sciogliere; nulla al mondo saprebbe arrestarmi: prima d'ogni affetto vi è quello della patria.
—Lo so. Ma che mai speri tu? non vedi come gli anni ci ammaestrano sulla fallacia delle tue giovanili speranze? omai i tuoi capelli, già biondi, incanutiscono, la tua fronte s'increspa delle rughe della età matura; credi tu che questa vedrà coronati i tuoi desiderii?
—Sì, lo credo e fermamente lo credo: oggi una spada dal cielo benedetta si snudò sulla Dora; io mi beerò a quel lampo e per la prima volta abbraccerò mio fratello.
—Chi mai? proruppe Rosina: sarebbe forse giunta l'ora in cui mi svelerai il tuo segreto?
—Rosina, ascoltami: tu ne sei degna, il momento arrivò; giurami però custodire il grande arcano.
—Lo giuro per la vita dei nostri cari figli e pel nostro amore.
—Ebbene, proseguì Giovanni tergendosi una lacrima, sappilo: io non sono che figlio per adozione dei coniugi Artini; il loro vero figlio morì nelle fasce.
—Gran Dio!!!
—Ecco le carte che padre Gonsalvo mi consegnò pochi istanti pria di morire; leggi e dimmi se io posso trattenermi.—
Così dicendo porse alla moglie un piccolo portafogli di marocchino nero con fermagli d'argento, sul quale una placca dello stesso metallo che portava incisa un'arme o stemma di principesca famiglia colla fascia blasonica indicante rampollo bastardo.
—Cielo! esclamò Rosina coprendosi la faccia con ambe le mani, tu illegittima prole?
—Io sono il figlio naturale di….—Ma non proseguì, e solo abbracciò la moglie prossima a svenire e la coprì di baci.
—Dio eterno! tu sì grande? disse Rosina con un misto di gioia ed affanno leggendo le carte ricevute.
—Grande? riprese Giovanni? non lo sarò che compiuto il mio voto; ora sdegno ogni altra grandezza.—
I coniugi si presero per mano e s'avviarono alla corvetta pronta a lasciare le Antille.
I nostri personaggi tragittarono felicemente l'Atlantico ed il Mediterraneo, giungendo alla rada di Livorno. Alfredo e Giovanni discesero a terra nel giorno che precedè la sera del festino dell'ex-cuoca signora Concetta; travisati in abiti marinareschi si erano recati a terra e, percorrendo le bettole ed osterie più triviali, raccolsero a larga mano quelle notizie che più desideravano.
In fondo alla via San Giovanni, ridotta in tutt'altro aspetto da quello che era ventisei anni prima, nell'osteria delle Stelle, alla bettola della Coroncina, al giardino degli antichi acquedotti, insomma in tutti quei luoghi in cui più frequentemente solevano radunarsi i caporioni della plebe, i nostri personaggi sentirono presso a poco gli appresso discorsi.
—Oh! dev'esser pure la bella cuccagna, compare!
—Affè de mio, lo credo! è tanto tempo che si lavora e non si mangia; deve venire il tempo in cui si deve mangiare senza lavorare.
—E come fare?
—Caspita! e non l'hai sentito il signor Bruto? per la barba di Maometto! costui la sa più lunga di quanti sapienti sono al mondo tanto di legge che di medicina, che di grammatica.
—Ebbene?
—Diceva che, quando nacque il primo uomo, cioè dopochè il primo uomo fu fatto, e fu il nostro primo padre Adamo, non ci eran quaini; e questi quaini* son venuti dopo. Era meglio che non fossero venuti mai; questi quaini son di tutti, e pelciòe** non ci hanno a essere più nè poveri nè più ricchi, e si ha da campare proprio in cuccagna, e tutti si ha da sta' senza fa' niente.
* Danari, in vernacolo livornese. ** Per ciò.
—Oh questa è bella! e la roba chi la fa? e il grano chi lo raccoglie? e il vino chi lo leva dal tino?
—Ah! bel mi' omo, il Bruto ci ha pensato; tutti quelli che devono travagliare ci hanno da essere, ma la roba dev'esser tutta spartita.
—Dunque tutti lavoreranno?
—Sicuro; ma lavorare così per ispasso, non perchè uno lavori e l'altro intaschi: ci saranno cioè i vinai, i facchini, gli operai, ci s'intende; ma di tutto il guadagno si ha a fare un cacciucco*, e ognuno deve avere la sua parte.
* Miscuglio.
—Eh! mi piace, ma che riesca! qui vuol essere il busillis, dice il latino: per esempio a mo' di di', que' signori che vanno nelle belle carrozze…. chi ha fatto fortuna vorrà poi piegare il collo al lavoro?
—Oh! questo è quello appunto che vuol far seguire questo signor Bruto; vedi, per esempio, quando arriva il punto, tutti gli amici della conia*, cioè no' altri, dovremo star pronti e lasciarci regola', e quando ci diranno piglia su, e no' altri allora su come i cani da presa.
* Buon umore.
—Su? e contro chi?
—Contro i ricchi. Intanto ha detto quel galantuomo di Bruto che a far nascer l'occasione ci pensa lui con quelli che hanno istudiato; insomma le cose le avremo di riffa*.
* Prepotentemente.
—Ma seguiranno delle guerre da diavoli.
—Gua' e' seguiranno sicuro; ma almeno quelli che camperanno staranno bene.
—Ci credo poco.
—Senti, diceva quell'omone; è venuto, non mi ricordo di dove, il perdono per quelli che erano, m'intendi?… capi matti qua e là per il mondo. E questo perdono si dice che sarà per tutti: dunque presto verranno quaggiù quelle barbe che erano ite via a busca'* per il mondo; quando saranno venuti, dice Bruto che tutti vorranno delle franchigie.
* Far fortuna.
—E che sono le franchigie?
—Non lo so neppur io, ma non m'importa: queste franchigie verranno concesse perchè sulle prime saranno poche; ma poi dopo la prima dell'altre, e dell'altre, e se alla fine quelli che comandano non vorranno dar più: su piglia, to': to', piglia su; e il tempo di comandare per noi sarà venuto.
—Ci ho gusto; ma dimmi: di queste franchigie ne abbiamo avuto altre volte?
—No; ma presto verranno.
—Corpo di una fregata da cinquanta! ci ho gusto davvero; allora si potrà rubare senza paura d'andare in prigione.
—Sicuro, perchè a rubare il nostro non è peccato ed è una prepotenza a gastigarci; di fatti quelle robe che hanno i signori non son nostre? dunque sono loro che ce l'hanno rubate, e noi ce le ripigliamo, e si fa patta*.
* Pari.
—Viva la faccia di Bruto, che ci vuol tanto bene!
—Mi era scordato di dirti una cosa: poi tutti no' altri si deve procurare degli amici della conia e dirlo chi a' parenti, chi a' figliuoli; sicchè tutti a Livorno quanta vi è gente che s'industria sia proprio al chiaro dei fatti nostri.
—Non dubitare che quanto a me farò come le trombe della comunità.
—Ih! adagio: queste cose si hanno a di' alle persone di conoscenza e per bene; perchè se trovassimo delle spie, addio mi mengoi*, la faccenda anderebbe a traverso.
* I miei quattrini.
—Ho capito; ma dimmi fra le franchigie non si potrebbe domandare: abbasso le spie?
—Le spie? quelle le butteremo abbasso noi quando sarà tempo, e averemo a far tanta salsiccia di quella ciccia di porco.
—Bravissimo!—
I due interlocutori si separarono dopo aver bevuto un intero fiasco di vino di Frontignano.
Giovanni ed Alfredo di ritorno alla corvetta erano mesti e malinconici. I colloqui che avevano sentito lor laceravano l'anima e toglievano un gran velo dalla loro mente. Quando furono soli, Giovanni, tratto un sospiro, sclamò:
—O Alfredo! sarebbe mai possibile che del più santo dei nomi volessero farsi schermo e tradire migliaia d'uomini, Alfredo….? questa plebe sarebbe mai indegna di esser salvata? ma no; sebbene questo giorno noi abbiamo udito dire bestemmie intorno al più santo dei desiderii, io preferisco star nell'errore anzichè conoscere una terribile verità.
—Giovanni, riprese Alfredo mestamente, gli scaltri hanno sempre abusato dei semplici; oggi non vi ha dubbio le masse sono ingannate più che nol fosser mai, ma che perciò? ti arresteresti forse dall'oprare ora che tutte le circostanze favoriscono la nostra impresa? dopochè invano vi abbiamo tenuto dietro tanti e tanti anni, dopochè abbiamo sfidato i rischi più tremendi? dimmi, ti par egli che sia stata vita la nostra? Oh! no…. abbiamo bevuto aure di un altro cielo, brezza di un altro mare, noi abbiamo vegetato in suolo straniero, vissuto…. E ora che incominceremmo a vivere, d'ora innanzi che….
—Ma e se, lungi dall'ottenere quel trionfo del bene, noi dovessimo poi vederlo precipitato in un più terribile abisso, dimmi: che resterebbe a noi se non un rimorso avvelenativo ed infernale?
—Giovanni, e di che temi? ti scoraggia sentir qua e là quei discorsi che testè udimmo? dubiti forse che il popolo si arretri?
—Questo non temo; temo di peggio…. l'anarchia!
—Ah! ah! se un momento…. e poi nelle grandi commozioni qualche cosa bisogna condonare: dopo il disordine vien l'ordine, così è sempre andato il mondo. Ma che? pretenderesti che così di un salto il popolo acquistasse saggezza?
—Non sono esigente, ma laggiù nella patria non mia, soldato non per il mio paese, portando nel cuore un tarlo divoratore, non ho cessato di pensare (o amici o fratelli) al bene degli uomini. Quest'idea fissa mi ha portato ad odiare i prepotenti, ed in mezzo agli onori li ho sprezzati nel fondo dell'anima, li ho anche ambiti, dirò, per farmene sgabello al mio scopo; ma, abbandonando le utopie di qualunque setta, ho voluto agir solo per mio impulso, non per obbligo; e così farò: ma se non m'inganno, è venuto il tempo di molte novità e di grandi scoperte…. Giovanni vestito da marinaro seguirà a spiare le idee del popolo qui e altrove.
—E poi?
—E poi io qui morrò sul terreno dei padri miei quando fia duopo e anche in breve; o per sempre dicendo un addio ad una colpevole Gerosolima, io mi addentrerò nelle foreste siccome fece il Battista.—
I due amici terminarono questo colloquio che avevan tenuto lunghesso la via finchè fu scevra di gente; quindi, ripigliando in silenzio la via del molo, si ricondussero al battello che doveva riportarli a bordo.
Da Genova i nostri entusiasti toccarono il Piemonte. Giovanni condusse la moglie, i figli e gli altri parenti alla capanna dove aveva passato gli anni infantili; indi, essendo scoppiata la guerra lombarda, padre e figli vestirono la divisa di volontario milite, lasciando le donne a Torino a pregare e raccorre oblazioni per la guerra sospirata. Se non ci proponessimo far tema di altro nostro romanzo le gesta di quella grande campagna, daremmo qui ragguaglio delle prodezze dei nostri amici; ma avvegnachè troppo angusto loco lor toccherebbe in questo racconto, esso ripiglia il filo nel marzo del 1849.
La medesima corvetta la Vengeance, coi nostri medesimi personaggi, che in nulla eran mutati, tranne l'aver tutti gli uomini decorazioni militari e Giovanni una mano di meno, perchè di due una gli era rimasta sul campo di battaglia, aveva di nuovo dato fondo nel molo di Livorno. La corvetta era bella e comoda, e per i passeggeri di qualità aveva splendidi appartamenti. Mentre i figli di Rosina e di Esmeralda trovavansi sul ponte a prender parte agli esercizi militari che avevano luogo nell'assenza di Giovanni e di Alfredo discesi travestiti come due anni prima in città, le due donne unite ad Angiolina ed alla figlia di Giovanni stavansi sedute in un elegante salotto. Sui volti delle donne era impressa quella profonda malinconia che aveva in proposito fatto dire al damerino francese, due anni avanti, alla signora Concetta che esse erano inabissate nella tristezza; ma più di tutte Angiolina, che sappiamo essere di abituale mestizia. La fanciulla figlia di Rosina, intenta a ricamare un fazzoletto di tela batista, non prendeva parte al colloquio segreto che aveva luogo fra le donne.
—I nostri mariti sono sempre più acciecati dal loro tenebroso proposito, prese a dire per la prima Rosina.
—Ah! pur troppo! rispose sospirando Esmeralda; quando un'idea si è fitta nel capo di un uomo, è difficile rimuoverla.
—Ahimè! soggiunse Rosina, invano ho sperato che i pubblici uffizi in altra parte di mondo sostenuti dal mio Giovanni, potessero fargli dimenticare quella bollente idea della sua prima gioventù; ahimè! e quando mi credeva che l'età, l'avvenire dei cresciuti figli dovesse dar l'ultimo crollo a quella sua ostinazione, le novità prodigiose che hanno avuto luogo in Italia da circa tre anni a questa parte hanno converso in fiamma quelle faville che io credeva spente e che covavano sotto la cenere.
—Eh! tu, mia cara, avevi sperato nella conversione del tuo sposo, io poi non ho mai sperato in quella del mio; vi sono certi caratteri che io chiamerò ferrei, in cui il tempo stesso non produce alterazione veruna. Ma finalmente non vi è ragione di allarmarsi; essi sono venuti quaggiù: non come facenti parte di qualche segreta società. Tu sai, ed in questo la divina provvidenza ci ha esaudite, tu sai che i nostri sposi sonosi da alcun tempo sciolti da quei pericolosi vincoli, e questo accennerebbe ad un principio di conversione; ma ritornando al primo filo del mio discorso, dirò che nulla abbiamo a temere: i nostri sposi seguiranno la corrente, e parmi, a ciò che sento e leggo sui giornali, che quella prosperità nazionale cui essi diressero sempre i voti del loro cuore vada, come suol dirsi, da sè: se mai i nostri uomini intendono di dar la spinta onde si acceleri, su ciò non vi è periglio; lasciamoli fare, ottenuto il loro intento, quelle anime focose si acquieteranno.
—Ma chi sa se tutto anderà bene? Vedi, mia cara Esmeralda, tempi addietro noi abbiamo temuto per i nostri mariti, ora ci sarebbe da temere per essi e per i nostri figli; ah! questo è proprio un mondo di lacrime.
—Lacrime! (quest'ultima parola scosse Angiolina da una specie di profonda apatìa nella quale era caduta) lacrime! pronunziò, ah! mie care, il cuore mi dice che queste saranno in breve finite per voi.
—Per noi sole? ripresero insieme le donne. E per te?
—Ah! per me è forse venuto il tempo del loro apogeo.
—Che dici mai?
—O mie care, da lungo tempo questa mia sensibilità che dalla nascita mi consuma si è resa così intensa che, ruminando la fralezza del nostro impasto, mi fa quasi essere spirito nudo quaggiù; spirito veggente, mi sembra che il futuro perda la sua nebbia innanzi allo sguardo acuto che vi caccia l'imaginazione; sì, mie care, soggiunse con un sorriso d'indefinibile dolcezza malinconica, sì, io sono una veggente, io sento una certezza di non ingannarmi. Adagio adagio, il fuoco animatore di noi miseri mortali divora il suo involucro e si avvia per l'eternità; ai miei occhi il mondo sparisce a grandi tratti, e mi par di essere qualche cosa di più che mortale.—
Nelle parole della languente Angiolina vi era tanto sentimento, tanta nobiltà, tanta sicurezza che le due amiche, sebbene avvezze a vederla da gran tempo versare in un genere di vita contemplativa, ne furono scosse ed abbrividirono, pur non osando dimandare che continuasse nel suo dire e pur desiderando che lo facesse. Angiolina, dopo lunga pausa, tratto un cocente sospiro dal seno, continuò con tono da estatica:
—Il leone furente vuol rompere i suoi lacci e li rompe; eccolo rugge per le campagne, scuote la rabbuffata criniera; tutto par che pieghi davanti all'ira sua, ma dall'alto scende un genio terribile che lo rincalza nel suo serraglio. Che è ciò? Egli aveva preso una storta via, non quella che doveva renderlo alla libertà delle foreste. È perchè due maligni genii se li erano cacciati ai fianchi fino dal momento in cui per bugiarda pietà gli avevano aperto la gabbia ferrata. Essi non volevano farne il dominatore dei boschi, volevano farne un cacciatore che arrecasse copiosa preda alle loro dimore. Genii malefici e mentitori! Genii malefici e mentitori, che si morderanno le labbra per la fallita impresa, che si copriranno di vermi della invidia nel precipitare nell'abisso della universale maledizione; intantochè inutilmente saranno corsi rivi di sangue. Le sciagure saranno piombate sull'umanità come le nevi sui gioghi dell'alpi.
Una spaventosa bufera avrà atterrato i semi delle generazioni, nè i virgulti nè le vecchie piante avranno potuto resisterle. O genti traviate, pentitevi! già si avvicina la terribile procella dell'ira di Dio.
Essi erano nel peccato e speravano nella salvezza; stolti ed iniqui! guida forse il peccato alla grazia?—
Angiolina ristette un poco in silenzio, quando con passione e completamente inspirata esclamò:
—Le classi!… le classi!… Oh quanto più sublime sarebbe l'uomo nella civiltà se non obliasse ciò che fu l'uomo in natura! L'eguaglianza è impossibile! la fratellanza può solo felicitare l'umanità; mutuo soccorso, mutua affezione, ma i figli di Sem comanderanno ai figli di Caino; è la conseguenza del primo anatema; d'altronde il peccato fu commesso qui in questo mondo e qui deve espiarsi. Di là, di là…. lo spirito è spirito; i colpevoli sono rigenerati dal sangue del giusto; la gioia è l'eternità, l'eternità è la gioia, l'uguaglianza è in cielo.
È scritto; Beati quelli che piangono; essi saranno consolati; e la consolazione è lassù oltre l'umana miseria. La lotta tra le creature è il retaggio delle prime colpe. Il fratello uccise il fratello per invidia; e sarà così fino alla consumazione dei secoli.
Caino!! Abele!! sono le due classi, il ricco ed il povero: l'uno armato di clava, l'altro soccombente. Caino invidioso del profumo che dall'olocausto d'Abele salì al trono dall'Eterno. E quel profumo è la pace del cuore che umana perfidia non può togliere a chi ama Iddio, geme, soffre, non si lamenta e spera.—
Angiolina, perdurante il suo soliloquio, aveva gli occhi fissi al cielo, immobili e vitrei come quelli del cieco: se non che pareva da quelli si partisse una fiamma che incontrandosi nei raggi del sole s'immedesimasse in loro e formasse un raggio di luce continuo che da quella pupilla salisse all'astro maggiore, col quale andava a congiungersi; le due donne e la tenera Ofelia parevano penetrarsi del magico influsso della presenza di quell'infelice e sublime donzella.
Lo straordinario eccitamento aveva, collo sviluppo immenso delle forze morali, sostenuto le forze fisiche della fanciulla; il suo volto, per abitudine pallidissimo, si era coperto di un rosso acceso; dalla di lei fronte gelata cadevano abbondanti gocce di sudore: alla fine ella cadde in una specie di deliquio, e le amorevoli amiche, toltala di peso dal pavimento, la collocarono nella sua cameretta.
Lo stato di morte apparente di Angiolina non si protrasse a lungo; cessato che fu quello, essa si rivolse amorosamente alle due amiche, le quali stavano come in atto di preghiera presso il suo letto.
—Mie care, prese a dire con modo tutto suo proprio incantevole ed oltre ogni dire dolcissimo, mie care, non andrà in lungo questo mio stato che tutti tribola fuorchè me, al quale peraltro la vostra pietà vi ha abituato da lungo tempo: abbiate dunque un poco di sofferenza.
—Ah! crudele Angiolina! è questo il modo di rimproverarci, se mai….
—Zitto zitto, fu sollecita a dire la fanciulla: non volete ch'io parli dei vostri sacrifizi per me? ebbene obbedirò, tacerò, ma sapete voi che dopo questo attacco di nervi che vengo a soffrire io ho fatto un sogno? ma no…. io non dormiva e perciò non poteva sognare; è stata una visione, visione beata che mi rivela un dolcissimo avvenire per voi.
—Dio buono! sclamò Esmeralda singhiozzando, siamo così abituate a ritenerti per una profetessa che tuttociò che dici ci scuote nel più intimo dell'animo e ci fa sperare o disperare; ma ti preghiamo di non parlare così misteriosamente come hai fatto nell'attacco di nervi che hai sofferto.
—Mie care, io allora non parlava a voi, parlava al mondo intero, alla mia patria. Verrà un dì che sarò compresa, quando queste ossa riposeranno nella pace del sepolcro: ma via, non vi contristate, chè io vi narrerò la visione.
—Cara zia, saltò a dire la fanciulla Ofelia, ch'era solita chiamar così per vezzo Angiolina, mamma ha bisogno di confortarsi; dicci dicci della tua visione.
—Ho veduto due giovani combattere sul campo della gloria e tornare ai focolari paterni coperti di onorate ferite per una causa che brillerà come fulgida gemma nella pagina della storia; ho veduto che questi giovani lacrimavano nell'asciugarsi la fronte cospersa di nobile sudore. Questi due giovani, o mie care, erano i vostri due figli.
—Tu presagisci la guerra, disse con emozione vivacissima Rosina.
—Non è d'ora ch'io vedo il mover d'armi e che odo il nitrito dei cavalli ed il calpestio dei fanti; guerra onorata e senza frutto, perchè….
—Perchè? esclamarono tutte le ascoltatrici.
—Perchè le nazioni prima di vincere devono essere purificate al crogiuolo dell'afflizione e scevre di colpa; guai a quei soldati che entrano in campo senza la benedizione del Dio degli eserciti! Ma, come io vi diceva, i vostri figli li ho veduti tornare gloriosi nelle vostre braccia materne.—
Le donne tacevano di un silenzio religioso.
—Ho veduto due uomini, e non voglio nascondervelo, due uomini cari a noi tutte ritornare sul sentiero della ragione, dolersi e pentirsi, non sperare nell'agitazione del mondo, ma sperare nella pace, e da quella argomentarne ai posteri quella felicità che può dare la religione e la virtù cittadina, non per essi ma per i figli loro. Non per loro; perchè è scritto che i figli sconteranno i peccati dei padri, e l'ira del Dio delle vendette arriverà fino alla terza generazione.
—Ahimè! esclamavano le due madri percuotendosi la fronte, ahimè! dunque?…
—No, mie care, questa profezia di dolore non è particolare a voi; è per la nazione che non conosce i suoi delitti e pretende concorrere al premio, ed io le grido: Tre volte guai a te che pretendi il nome di Sionne e non sei che un'empia Babele!—
Angiolina sospirò; quindi, con ambo le mani fregandosi con violenza la fronte, ricomposta la chioma:
—Mi scordava di dirvi che voi tutte sarete felici quanto domestica fortuna permette esserlo…. e in quella domestica pace…. io vi prego…. non vi scordate di me.
—Gran Dio!…
—Preparatevi a lasciarmi; sebbene non sia, come disse il Salvatore, venuta anche l'ora mia, pure essa non è lontana: io ho anche una missione da compiere quaggiù, ed il momento si avvicina; missione di dolore, ma che? il divino Artefice non patì egli per noi…? felice chi può imitarlo!—
Angiolina discese nella camera e, lungi dal sembrare spossata, parve avere acquistato quella energia che possedeva ne' primi suoi anni giovanili; lasciato il tono misterioso e profetico, ella prese parte al doloroso donnesco colloquio che succedette alla concitata scena che abbiamo descritto: nel mezzo alle sue amiche Angiolina era dall'altezza degli spiriti celesti passata alla semplicità della donna nel seno della sua famiglia; si era diffusa in tante nuove tenerezze con Ofelia ed aveva anco baciato in fronte Antonio, Carlo e Selvaggio, quando eran ritornati sotto coverta dopo avere ultimati gli esercizi. Rosina ed Esmeralda si erano racconsolate. Elleno amavano assai starsene con l'Angiolina quando essa era in calma e come ritornata nella sfera donnesca, anzichè vederla nello stato di estasi in cui da qualche tempo cadeva. Il rimanente del giorno che era per terminare lo passarono in reciproche carezze: solo la sera, quando Angiolina fu per ritirarsi nella sua stanza, avendo pregato Antonio di prepararle un completo abito da marinaro ed Ofelia di tagliarle i capelli alla foggia degli uomini, Rosina ed Esmeralda non poterono trattenere una domanda che espressero insieme.
—Angiolina, e perchè mai?
—Zitte, mie care, rispose loro baciandole in fronte, zitte; non tutto…. non tutto può dirvi una veggente.
FINE DEL VOLUME TERZO
INDICE
CAP. XV.—La camera del signor Basilio. Pag. 5
» XVI.—Per viaggio » 23
» XVII.—Alla Barbada » 46
» XVIII.—Lazzeretto » 63
» XIX.—La capanna dello zio Neri » 87
» XX.—L'agonia di un empio » 107
» XXI.—Un astro novello » 128
» XXII.—La corvetta » 146
Le di lui mani stringevano una delle superbe colonne di granito.
Vol. IV, pag. 244.
I DEMAGOGHI O I MISTERI DI LIVORNO
Romanzo
DELL'AVVOCATO CESARE MONTEVERDE
AUTORE DEI ROMANZI
ASTORRE MANFREDI
e
IL DUCA DI ATENE
VOL. IV.
MILANO
PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO
Via di Chiaravalle, N. 11 rosso.
1862
Proprietà letteraria dell'editore, che intende far valere i propri diritti a norma di legge.
Milano—Ditta Wilmant.
CAPITOLO XXIII.
Conferenze.
Tutto il fermento della città di Livorno (che all'epoca in cui arriva il nostro racconto era incontentabile, nè aveva nè volea conoscere misura nelle riforme) era nella bocca, nelle braccia di molti, nel cervello di pochi. Le più famose lancie spezzate del carbonarismo, trasformatosi in altra setta non meno peggiore che quella e micidiale al vero ben essere del mondo, profittando della miseria, della ignoranza di quella popolazione, dirò semplice, senza studi, senza regola di condotta, tentavano il gran colpo di mano per innalzarsi fin dove avrebbe potuto arrivare la loro cupidigia, la effrenata loro voglia di onori, di primeggiare, di dominare. Quella classe che sta fra il popolo ed i magnati, in specie oggidì, è una classe la quale tiene dei bisogni, delle innormalità dell'una, degli appetiti dell'altra. Vorrebbe sfuggire dalle miserie della prima e slanciarsi nelle beate sedi della seconda. Gli uomini di tal classe, che hanno troppo orgoglio, troppi fittizi bisogni per essere tolleranti del nome di plebe e troppa incapacità per giungere a far parte di quell'alta società che mirano sopra la loro testa, sono quelli che nell'anarchia han fatto maggiore strepito degli altri, son coloro che gli evocatori di subbugli vanno trattando e tentando più degli altri.
Questa classe, in forza del commercio, aveva già veduto operarsi miracoli; ed infatti il denaro da alcuni di queste classi acquistato in alcuni anni (Dio sa come! ma a noi scrittore di romanzi non importa sindacare i loro libri di banca) avevali collocati al livello di quel seggio là dove si assideva la classe elevata, e perciò si sono trovati senza merito, se non con quello dell'oro, a faccia a faccia con questa classe invidiata e privilegiata: e quindi ecco nascer la manìa di fondersi in quella, di prenderne tutte le abitudini, tutti i vizi, senza poi curare di emularne le virtù; ed ecco come un lusso smodato, un puzzo di città capitale, e di capitale parigina, entrava nella modesta Livorno, ed ecco moltiplicato il numero delle scimie che d'uomo non sanno far altro che imitare, nascondendo ciò che del primo loro essere sociale avrebbe potuto rivelare l'origine bassa e vigliacca. Un infinito numero di uomini per tal modo non di altro curanti che dell'esteriore e della fortuna, non pur pensando ad emulare qualche cittadina virtù, ha fatto consistere la propria prosperità nel più basso egoismo, e trovavasi in una posizione non conforme alla nascita, alla educazione, al modo di sentire; si è lanciato nella corrente dell'ambizione, sperando sempre di giungere a quella perfezione a cui non potrà giungere giammai; e di fronte al mondo si è reso ridicolo e dispregiabile a malgrado le ricche vesti, la sfolgorante albagia, gli scrigni di oro; la servitù gallonata, ahi! fa agli occhi degli illuminati la figura del corvo vestito colle penne di pavone. Parendo a costoro che l'agiatezza del vivere sia poco, eccoli sognare gradi ed onori, e tutto imprendere per conseguirli. Ed eccoli slanciarsi nel burrascoso mare delle novità, nella speranza che, anco facendo naufragio, sia dato loro di afferrare una tavola salvatrice.
Sull'esempio della classe media, ecco che la classe povera tenta anch'essa di levare il suo volo, e d'infima diventare media. Consiglieri di questo volo sono dapprima i bisogni, dipoi l'intolleranza dei dispregi, la mancanza di lavori che abitua all'ozio, il quale fa sentire e centuplica gli stessi bisogni. Questa classe peraltro non può avere speranza di fare un passo nè colla via ordinaria, nè così uomo per uomo, sente la necessità di una catastrofe nella quale muoversi in massa e cacciarsi in quella posizione sociale alla quale aspira come ad apice di sua felicità. A questa i demagoghi non hanno da far altro che parlare e, ben s'intende, parlare a modo loro proprio, dare ad intendere mari e monti; colla gente di questa sfera inabile a riflettere tutto si fa credere.
Bruto era a quell'epoca divenuto l'arbitro della volontà popolare: tutto doveva piegarsi al suo volere; ed in questo era potentemente secondato e dagli eventi e dagli accordi con altri suoi simili agitatori. Quante teste esaltate potevano raccapezzarsi per il mondo, e che avessero bisogno di far fortuna erano state da lui fatte venire a Livorno; esso sentiva la necessità di avere dei collaboratori a tanta impresa, parendogli poco l'avere un potente ausiliare nel da noi conosciuto Catone. Ciò peraltro che farà specie ai lettori è il sapere che altro collega si era associato costui, e questo era nientemeno che il signor Basilio, il quale avendo veduto come il tempo di fare il delatore era passato e che per ingannare il pubblico conveniva prendere altro mestiere, appoco a poco si era insinuato nel sinedrio degli agitatori, i quali, sapendo alla perfine come ad essi non potesse nuocere, ma anzi giovare verso le masse nel vedere acclamare le massime dette moderne da un uomo della stampa del pio signor Basilio, certamente non avrebbero più oltre dubitato della giustizia dei movimenti che erano per fare essi (lupi vestiti da agnelli).
Così erano preparate le cose; e così quella città commerciale e pacifica la quale portava in seno i germi della dissoluzione della sua morale andava a gran passi verso la propria ruina. Così adunque, come io vi diceva, erano preparate le cose all'epoca dell'arrivo in rada di Giovanni e di Alfredo, i quali, dopo aver percorsa nuovamente la città girovagando per le bettole e per altri luoghi impuri, un bel mattino, discesi a terra e vestito abito borghese e civile, si erano decisi di recarsi direttamente alla dimora del vecchio amico Bruto, ove si proponevano tenere lungo colloquio, il quale ebbe luogo ed a cui invitiamo i nostri lettori di assistere.
L'appartamento del demagogo, che possedeva uno dei più bei palagi, era magnificamente mobiliato con un lusso quasi orientale. Nel piano superiore era il quartiere domestico; nell'inferiore, che di molte sale si componeva, si trovava il suo segreto gabinetto: una quantità di giovani di più o meno età stava in servizio pel disimpegno di affari particolari, altra per quelli pubblici; e coloro che appartenevano a quest'ultima categoria erano tratti dalle infime classi ed educati a modo suo. Ordinariamente il segretario era quegli che introduceva i forestieri che venivano per visitare il sapiente. Un servo accompagnò Alfredo e Giovanni fino alle stanze del segretario antedetto, e questi con modo cortese, venuto a richiedere i due dei loro nomi e cognomi, essi risposero in modo piuttosto laconico che non desideravano di spiegarsi su ciò, ma che bastava avvertire il suo principale che due dei più vecchi amici desideravano di vederlo. Il giovinetto segretario, rispettando l'incognito che volevano serbare i due, non senza averli ben bene squadrati da cima a fondo con uno sguardo malizioso ed indagatore, fatto loro cenno di sedersi, passò nella sala del suo principale,
—Annunzio una misteriosa visita, disse allorchè fu entrato.
Il suo padrone con gravità distogliendo gli occhi da un grosso volume in foglio sul quale studiava:
—Che è ciò, Giorgio? mi sembra che questa mattina siate di miglior umore del solito; ebbene cosa dicevate?
—Vengo ad annunziarvi che due forestieri i quali desiderano tener celato il loro nome e cognome bramano di essere introdotti; dicono peraltro di essere vostri vecchi amici.
—Vecchi amici! vecchi amici! borbottò fra sè colui, e quando mai io ho avuto amici vecchi o nuovi? Sono uomo da sentir l'amicizia io?…—Quindi volgendosi al segretario:—Orsù che faccia hanno costoro? che abiti? parla su; dalla soprascritta ho uso d'indovinare il contenuto delle lettere.
—Vostra signoria eccellentissima….
—Stolido! da quando in qua ti ribollono per la mente i titoli? Che eccellenze? che eccellentissimi? che illustrissimi? ad ogni modo non sai tu che siamo e saremo sempre gli stessi scimiotti vestiti?
—L'ho fatto per dire; non mi avete voi stesso detto, o cittadino, ch'io era questa mattina di assai buon umore?
—A banda gli scherzi; io sugli affari non scherzo mai: dunque costoro…?
—Son due uomini di mezza età con facce piuttosto cupe; sembrano di poche parole, e quanto agli abiti li hanno modestissimi; ed uno è monco.
—Capisco, saranno due comici che, lasciate le scene, verranno qua all'opera di cui sono impresario; due disperati: meglio così; il mio avviso è corso per tutto il mondo, e se non vedo di meglio, fra un mese avrò radunato tanti avventurieri da far sì che i Livornesi nati se ne dovranno andare a trovare un altro luogo…. Ma no: caspita! non si possono pensar tutte insieme le cose di questo caos; li collocherò fra le spie; questa è la valvola di sicurezza onde non scoppi la gran caldaia, ove bollono i cervelli degli uomini.—Poneva fine al suo monologo con secco dire:—Fagli passare.—
Il segretario fece l'ambasciata, e mentre si prepara ad introdurre i nostri due personaggi, daremo una breve occhiata alla camera, ossia al gabinetto.
Era questo assai spazioso e prendeva luce da due grandi finestre; i cristalli delle quali dalla parie del davanzale tutto di marmo bianco erano diafani, ciò perchè la luce assai più dolce penetrasse sul banco di mocogon, avanti il quale stava il grand'uomo: alle finestre eranvi ricche portiere di mussolina d'India a fiori di ricamo e a grandi festoni di seta verde. Un divano di raso parimente verde occupava con semicerchi la stanza: e davanti al banco si vedevano alcuni sgabelli di mocogon imbottiti pure di raso verde. Il pavimento era coperto di un finissimo tappeto di Persia a vivacissimi disegni, e solo la parete alla quale il padrone voltava le spalle era coperta da uno scaffale di mocogon nel quale vedevansi collocati libri di ricche rilegature, opere tutte che erano il balsamo delle idee correnti, ossia la loro essenza distillata. Sul banco si miravano un elegante lume a tripode, due magnifiche pistole ed una quantità di carte di ogni genere, tutte spiegate, quali a forma di lettere, quali a forma di cartolare. Nel resto, le pareti erano adorne di quadri, di carte geografiche; e dal soffitto dipinto a fresco, rappresentante Giove nell'Olimpo attorniato dai maggiori dei, pendeva una lampada con cristallo diacciato. Il sapiente vestiva un'ampia zimarra di lana del Tibet a fiori, a larghe maniche, ed aveva in piede delle pianelle di elegantissimo lavoro e di stoffa preziosa.
I due entrarono senza far cerimonie, così con i cappelli in capo, e serrarono la porta dietro di loro. Bruto, come macchinalmente, stese le mani sulle due pistole.
—Ah! ah! ti facciam paura? gridò Alfredo cacciandosi avanti e dando in uno scroscio di risa.
La parola: «Chi siete voi», che era venuta sul labbro di Bruto, vi spirò senza esser proferita, in quantochè non alla cangiata fisionomia di Alfredo, ma a quella di lui voce sì bene conosciuta ravvisò l'antico collega: onde in un subito slanciatosi dalla sedia incontro,
—Poffar di Bacco! gridò, chi vedo mai! Alfredo, e certo tu, Giovanni.
—Sì, mio buon amico, presero a dire simultaneamente i due, siamo noi.—
In questo dire si reciprocarono i più cordiali abbracci.
Nella fisionomia del demagogo, a malgrado del riso sardonico abituale, si leggeva un evidente dispetto, ed infatti pensava in sè: Che vengono qui a fare costoro? forse per carpirmi il frutto di mie fatiche? oh! ma saprò presto sbarazzarmene. Quindi:
—Ah! miei cari, assidetevi qua, qua: rinasco alla vita vedendovi. Quanto tempo! quanti anni! e sopratutto tu, o Giovanni…. Ma poffare! tu sei invecchiato di molto; come te la passi? hai moglie, hai figli? su via, anelo di saper tutto di voi; e di te pure, Alfredo: ma qui starete male, passeremo nel mio appartamento.
—Amico, rispose pacatamente Giovanni, non occorre che noi replichiamo alle domande che ci fai intorno alla famiglia nostra; queste son cose private, nè il tempo soliamo impiegare in inutili ciarle.
—Qualche affare?… interruppe Bruto, ebbene allora sediamoci; son qua ad ascoltarvi.—E così dicendo fece sedere sul divano i due amici.
Giovanni si assise dimostrando un evidente cattivo umore; e prima che
Alfredo prendesse la parola:
—Oh! qual morbidezza! qual lusso! dimmi ed è così che suoli accogliere gli amici? ahi! quanto diverso da quei tempi in cui l'osteria dei Tre Mori….
—Capisco, ma i tempi sono cangiati; allora era una cosa, ora è un'altra; allora poveri cospiratori, adesso ricchi padroni.
—Padroni di chi?… voleva urlare Giovanni, cui l'accoglimento del già collega era sembrato derisorio ed insultante, ma facendo cenno ad Alfredo, il quale era per aprir bocca, che tacesse, prese a dire:
—Basta…. ho troppe cose da dire, sarò laconico: ti ricordi dei tempi andati?
—Qual dubbio?
—E delle promesse?
—Sì certo.
—Su dunque: sia a te a narrare del come vanno gli affari; che fai, che pensi? credi tu che siamo venuti a fare da semplici spettatori? ah! no; il nostro braccio, la nostra mente sono sempre quelli di prima, il mio cuore non ha mai cessato di palpitare.
—Ed il mio più forte, esclamò Alfredo con nobile entusiasmo.
—Risponderò ad entrambi qual vuolsi a me ed a voi: dappoichè veggo al vostro fare che non volete preamboli, se voi veniste per avere dei soccorsi, la cassa del popolo è aperta per i confratelli; ma se veniste coll'animo di servirlo, io vi ringrazio, non ne ho bisogno.—
Le strane parole resero muti per alcun tempo i due, sicchè Bruto proseguì con una specie d'ira concitata:
—Sì, io non posso che considerarvi per avventurieri o per avoltoi che vengon qui attirati dall'odore della preda; voi più (e da molto tempo) non appartenete alla setta.—
Giovanni non fu più suscettibile di freno, ed afferrato un braccio a
Bruto fu per ispezzarglielo a forza.