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I demagoghi / O, I misteri di Livorno cover

I demagoghi / O, I misteri di Livorno

Chapter 37: LETTERA II
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About This Book

The narrative unfolds in a setting marked by political turmoil and personal tragedy, focusing on the lives of Giovanni and Esmeralda, who face the loss of their parents and the decline of their family's fortunes. As they grapple with their newfound poverty, they reflect on the nature of wealth and freedom, contrasting their situation with those enslaved by material desires. The story explores themes of honor, resilience, and the struggle for identity amidst societal upheaval, culminating in moments of emotional intensity as characters confront their past and aspirations for the future.

—Che osi tu vantare? Che osi tu?… Quello che da qualche dì vado scoprendo sempre più mi addolora. Di quai sette vai parlando? stolto! credi che a forza di macchinare in segreto potrai render felice il suolo natío? passarono quei tenebrosi tempi, ed oggi saria vergogna l'appartenere a quella misteriosa setta; ciò farebbe altrettanto torto quanto far parte di una masnada di assassini. Si, e conosciuto ch'io ebbi le sette, le abborrii come micidiali, le reputai come inutili, non le stimai più degne di quel nome di liberatrici che si erano date. Forse a quell'epoca alcuni potevano crederle vantaggiose, ma il tempo ha svelato la verità. Che adunque? tu, che sai chi sono, vai rimproverandomi, credi sia qui venuto per mercede o per sussidi; vergógnati. Io sono e sarò sempre lo stesso, grande, onesto, caldo amatore del mio paese.—

Giovanni non aveva lasciato la mano di Bruto, e Bruto, vinto dal fascino terribile che Giovanni aveva per l'addietro esercitato su di lui, cedette a quell'ira che gli divampava dagli occhi accesi e furibondi, ed a stento ricovrando la parola:

—Via via, Giovanni, tu sai ch'io sono focoso e suscettibile d'ira; la tua lontananza e….

—La mia lontananza ha durato fino a che io mi credeva inutile; ella ha cessato allorchè io credetti la mia presenza necessaria.

—Necessaria!… riprese con calma Bruto, se tu lo credi, sarà: anzi ho piacere che possa esserlo: divideremo insieme la gloria.

—La gloria! esclamò Giovanni, la gloria, non l'ho cercata; io ho cercato l'utile del mio simile, e credo che sarò giunto a tempo.

—Deh! pregovi d'intendervi senza irritarvi, disse Alfredo desiderando di mettere il colloquio in più pacato andamento. Parmi superfluo il filosofar sulle parole, come tener motto di rimproveri.

—Alfredo ha ragione; entrambi ci siamo lasciati trasportare, rispose Bruto desideroso di riprendere la calma, di cui sentiva più bisogno per giunger meglio ai suoi fini. Giovanni, continuò, se ti ho offeso, perdonami; tu sai quanto bollente io sia nell'ira mia: orsù, io primo darò l'esempio di moderazione dappoichè m'avveggo che fui il primo a varcarne i limiti; e poichè sento che entrambi gradite conoscere lo stato delle cose, io vel dirò schietto, schietto.—

I due amici stettero in silenzio, ed il demagogo, con finta pacatezza, parlò in questa sentenza:

—Lo spirito di fazione, o miei cari, converrò che non deve animare i nostri cuori, ma pur troppo fino a che vi saranno uomini vi saranno fazioni.

—E le cose andranno sempre male e come sono ite fin qui, proruppe
Giovanni.

—Ma lasciami dire, rispose Bruto, non mi interrompere. Quanto a me, mi spoglio di ogni spirito di partito, e calmo e quieto mi propongo di secondare lo spirito delle masse, che tende assolutamente ad un nuovo ordine di cose, ordine il quale evidentemente è quello che è indispensabile per la comune prosperità. Sappi dunque che io ho rannodato i legami di amicizia con coloro che egualmente che me amano il suolo natio, che ho in mano le fila di una gran tela.

—Il vostro piano, o Bruto, non trova censure nella mia mente, disse Giovanni rimessosi in calma; gradirei peraltro sapere se avete veramente fatto conoscere al popolo i suoi diritti e i suoi doveri.

—I suoi diritti certamente, o Giovanni; e vi dirò che siamo in certi tempi in cui non ha bisogno di maestri su ciò: quanto poi ai suoi doveri, io credo che non debba erigermi in catechista.

—Su ciò non andiamo d'accordo con voi: voi sapete che mal si conosce il proprio diritto se non si ha cognizione del proprio dovere; nelle franchigie la misura è il tutto, il traboccare può e deve naturalmente portare degli sconcerti nel godimento di queste franchigie istesse; preferirei qualunque stato, fuori che quello di un'anarchia.

—Ed io pure, disse Alfredo, il quale, profittando che Bruto era rimasto in silenzio, volle esprimere la sua opinione, io pure sono del parere di Giovanni: non vi hanno eccessi che non si possano commettere da una sfrenata ed indisciplinata moltitudine, e se non si desse una misura, una regola, un freno ai movimenti di questa, quando è eccitata, sarebbe lo stesso che pretendere di procurare la integrità di un gregge lanciandovi nel bel mezzo un lupo affamato.

—Miei cari, rispose il demagogo, che durante questo colloquio aveva tirato su grosse prese di tabacco per serbare quella freddezza che voleva mantenere, miei cari, noi senza volerlo ritorneremmo alla questione di parole o almeno di mezzi. Io ho su questo punto idee diverse dalle vostre: voi altri, dimoranti da lungo tempo in altro emisfero, mi avete preso tutte quelle maniere di sentire dei popoli stranieri; in voi tutto è calcolo, ed io credo che quando la spinta è data e data a tempo, il retto debba andare da sè; vi prego lasciarmi in questa opinione ed anche lasciarvi chi la divide meco: non pregati e non richiesti siete venuti, ed io alla buon'ora vi accolgo; ma ormai il mio piano è preso, ed io non posso nè voglio ritornare indietro.

—Questo era quello appunto ch'io voleva sentire da te, quantunque tu non mi dica cosa ch'io già non sapessi. In mezzo al popolo ho veduto che tu l'hai ciurmato come farebbe un negromante: ebbene io lascerò che tu e lui andiate secondo il vostro merito nella bilancia dei decreti di Dio. Quanto a me, se le mie forze varranno, cercherò di ricondurre li agnelli al vero pascolo, se no….

Di moderati non è duopo, carissimo Giovanni: ti lascio colle tue utopie; tu vorresti fare il possibile nella tua testa con mezzi impossibili. Educazione, moderazione nel popolo! Ah! filastrocche di racconti della nonna nel canto del fuoco.—

Alfredo era per parlare ed appoggiar le idee di Giovanni e per concludere come esso, quando la porta si aperse ed un nuovo personaggio familiare a Bruto entrò nella stanza. Egli non riconobbe i due; ben essi lo riconobbero, ed insieme con un accento di sdegno esclamarono:

—Qui costui?… ora tutto intendiamo. Questo paese non è più per noi, torniamo in America.—

E così dicendo, senza degnarsi di un saluto, uscirono dalla stanza.

CAPITOLO XXIV.

Colloquio di diverso genere.

La persona entrata era il signor Basilio. La vista di lui produsse su di Alfredo e Giovanni la sensazione di quella di un aspide. Un sol momento bastò loro per comprendere i misteriosi legami che attaccavano costui al demagogo.

—Ora sì che non credo possibile il risorgimento del mio paese, urlò Giovanni percuotendosi forte colla destra la fronte: con siffatti uomini alla testa gli abitanti di questa città passeranno al cospetto degli uomini per masnadieri; e dai due che ne sono capitani supremi argomento il resto del consiglio dirigente.—

Una cocente lacrima gli bagnò le gote al chiudere di questo discorso.
Alfredo pure era colpito dal più profondo dolore.

—Pur nullameno, soggiunse Giovanni, farò il possibile per loro, finchè l'onore non sarà da essi fuggito, col braccio e col consiglio.

—Ed io seguirò il tuo nobile esempio, io e mio figlio ti seguiremo: ma se non salveremo il paese dall'anarchia….

—Tu sai che io son nato in Piemonte, tu sai che laggiù ho amici; noi torneremo colà, fuggiremo questo luogo ammorbato da pestifere serpi che spargeranno il loro veleno dappertutto; io non voglio macchiarmi col loro contatto. Noi partiremo per Nizza, e colà comprerò una villetta per le donne, mentre che noi uomini, due padri e due figli, offriremo il nostro braccio ed il nostro cuore alla schiettezza sabauda.

—Il tuo desiderio, Giovanni, è pure il mio, lasciar che i rei si perdano; peggio per loro: ma forse vi è speranza che riconoscano il loro errore.

—Nol spero io; e non ti rammenti che cosa fecero della Francia un Robespierre e tutti gl'infami membri della Convenzione? quella storia di cittadini macelli, di turpi condanne, di orribili carnificine, Dio il voglia che non si rinnovi nella bella Toscana! Tu lo comprendi qual me; quei capi avidi di prede, di ricchezze, mirano unicamente allo stabilimento dell'anarchia; ed il popolo ignorante li crede e li crederà fino a che le sciagure gli faran conoscere, ma tardi, il suo fallo.—

Giovanni ed Alfredo erano parificabili a colui chi si desta dopo un lungo letargo: videro pur troppo l'amor patrio falsato; e sebbene quelle anime ardenti non fossero suscettibili di pentimento, pur nullameno quanto sentivano e vedevano li persuadeva della inutilità degli sforzi che avevano fatti pel bene comune; convenivano in loro stessi che, prima di pensare ed avere una rappresentanza, il popolo deve giungere al più alto grado di perfezione morale, e che quanti passi dista da quella, altrettanti sarà lontano dalla sua autonomia. Fino ad ora i due nostri personaggi si erano illusi inquantochè non si erano mai dati tanti fatti, tante combinazioni, quanti si erano dirò accalcati in quel poco spazio di tempo in cui eransi allontanati dal nuovo mondo. Fino allora non era giunto il tempo dell'azione, la quale a chiare note di realtà dimostrava il pessimo andamento della plebe, che, credendo slanciarsi così senza essersi purificata nella via del progresso civile, si era viepiù cacciata nella perdizione per un cammino del tutto opposto. Ma fa duopo lasciare i due spiriti bollenti di sdegno generoso per ritornare al gabinetto di Bruto, ove, come vedemmo, era entrato il signor Basilio.

Costui, sedutosi familiarmente sul divano di raso, tenendo in segno di confidenza il cappello in capo, aveva incominciato così la conversazione.

—Ebbene, caro il mio luminare del secolo, come sei tu contento di me?

—Caro Basilio, se tutti gli uomini giovassero come fai tu alla buona causa, io credo che in poco tempo si rinnoverebbe completamente la faccia della terra; ma a proposito, dimmi, hai tu assistito al panegirico del tuo fanatico missionario?

—L'ho diretto specialmente, ed oh tu avessi sentito come sbuffava e come faceva venir la mosca al naso al popolo affollato! parlava di fucili, di guerre, di franchigie con una faccia da energumeno; citava Catilina, come se fosse stato uno dei più dotti santi padri: è un gran diavolo costui.

—E di dove l'hai pescato?

—Non so di qual luogo sia scappato questo nuovo Lutero; e ti assicuro che per le stranezze, per le contorsioni, per le ispirazioni profetiche, costui non la cede a Maometto, nè a quanti impostori di quel genere.

—Ma, dimmi un poco, e a denaro come si sta?

—Ah! quanto a ciò non dartene pensiero; le scrivanie ed i forzieri dei ricchi stanno nelle nostre mani, e noi abbiamo in tasca le chiavi di tutti quanti gli stipi, cioè è in nostra mano farli forzare a piacimento.

—Ed il tuo? disse il Bruto in tuono beffardo.

—Oh! quanto a ciò, rispose il signor Basilio collo stesso tono, è un'altra faccenda; in casa dei ladri non ci si ruba.—

Il signor Bruto dette in uno scoppio di risa così clamoroso che i giovani dell'anticamera ne furono maravigliati.

—Dimmi e il giornalismo come lavora?

—Oh! caspita! ne stampa ogni giorno più da fare strabiliare; nel giornalismo livornese abbiamo due periodici che a senso mio potrebbero ricreare una conversazione di demonii, e tu vedessi che effetto magico! Si direbbe che la placida popolazione della città ha il diavolo in corpo; i ricchi tremano di una paura indicibile; i poveri pendono alle speranze del lucro e già s'ingegnano; il commercio vacilla; insomma tutto si affretta alla dissoluzione dell'antica società, sui rottami della quale noi edificatori ne pianteremo una nuova.

—In questi prodigiosi passi, caro Basilio, vi è del maraviglioso, ma quello che corona l'opera è la tua conversione, caro Basilio.

—Conversione? con ciò dire mi dimostri ch'io sono stato un uomo mal conosciuto; ma che credi? che ai tempi in cui biasciava i paternostri e teneva il collo torto e fuggiva le donne, io lo facessi davvero? eh! caro amico, stupisco come tu lo abbi creduto, un uomo della tua fatta…. Era tutta tutta polvere negli occhi, e lo faceva per ingannare i babbei e, come suol dirsi, tirare l'acqua al mio mulino. Ma in casa ah! amico, avresti veduto con che dirittura teneva il collo e che belle fantoline ricreavano le mie veglie notturne.

—Ma e quei certi soffietti in certi luoghi…. che so io…. non li facevi da vero?

—Sicuro, era il miglior mestiero per giungere alla meta; altri tempi altre cure. Oh! ma le tue facezie mi hanno fatto dimenticare un caso: sai tu che possiamo dirci proprio fortunati, fortunatissimi? indovina un po'? il bravo nostro collega Catone il censore è salito al posto di proconsole. Il popolo ce l'ha messo, e possiamo dire che siamo al punto beato di fare quello che ci piace.—

Oh! Catone! mormorò fra sè Bruto, è già salito! e mentre in sè mulinava un pensiero d'ira, il suo volto non era mutato dal sorriso abituale, onde freddamente:—Ne ho piacere; dimmi, Basilio, e i bollettini sulfurei?

—Ah! piglian fuoco da sè.

—E la tassa che divisava porre su tutti i negozianti?

—Ho la minuta del nostro decreto.

—Sei proprio un Perù; ma pria che io nella moltiplicità degli affari i quali da tutte parti mi attorniano mel dimentichi, che si ha da fare dei retrogradi? queste bocche inutili e cervelli guasti si hanno a metter fuori! il mio segretario ha minutato il programma, io lo firmerò e tu lo farai stampare: ma a proposito; io ho su ciò da palesarti un arcano.—

Quando si trattava di arcani da conoscere, il signor Basilio era peggio di una donna per la curiosità; onde con somma fretta esclamò:

—Presto presto, di che si tratta?

—Hai tu veduto bene quei due che con brutto cipiglio si sono allontanati dalla mia stanza al tuo ingresso?

—Gli ho veduti di volo, ma non ho badato gran fatto alla loro faccia; avevano l'aria da disperati.

—E forse lo sono; sappi però che costoro li stimo pregiudicevolissimi al buon andamento delle cose nostre.

—Quand'era così, perchè non mi facevi un cenno? non avevi forse le pistole sul tavolo? non ho io il mio pugnale? non ci erano i giovani in anticamera? si saltava loro al collo e con un fazzoletto turando ad essi la bocca in due minuti erano belli e spacciati; dopo avremmo gettati i loro cadaveri nel sottoposto canale urlando all'affollata moltitudine: Così periscano i traditori!

—Lodo il tuo zelo, caro Basilio, ma sappi che quei due furfanti non erano due oche, e probabilmente prima che tu avessi potuto fare la festa a loro avrebberla essi fatta a te; ma è inutile perder tempo in questa digressione. Coloro sono due dei più indiavolati moderati che io conosca; hanno aderenti e mezzi e son capaci di guastare le cose sul più bello: conviene sul momento spiccare un ordine del proconsole che non ardiscano più presentarsi in città sotto le più severe comminazioni.

—Ebbene si farà; ma, in grazia, dimmi i nomi e i casati, perchè io possa parlarne al saggio Catone.

—Nel tempo passato credo che tu avrai sentito nominarli, son essi quel Giovanni ed Alfredo….—

Bruto non ebbe duopo di proferire i cognomi, poichè se una miniera d'oro fosse stata scoperta sotto il terreno di proprietà del signor Basilio, avrebbe questi risentito minor gioia; laonde con tanto d'occhi spalancati e con la bocca aperta:

—Ah!… ah!…, ho capito, ho capito benissimo; questa nuova mi consola: servirò di tutto cuore il mio paese; con costoro ho qualche conto da regolare; io volo dal proconsole.—

E fe' per uscire.

—Senti…. senti…

—Non mi trattenere: quanto siano terribili costoro, lo so molto più di te; altro che esilio! costoro bisogna farli legare, incatenare, imprigionare, o meglio, fucilare.—

E così dicendo, a malgrado delle premure di Bruto, uscì precipitoso dalla stanza; se non che, con eguale precipitazione ritornando per un momento indietro, con voce affannosa:

—Dimmi, dimmi… e…. donne ne hanno con loro?

—Donne? E che importa delle donne?

—Importa benissimo; sono forse peggio degli uomini; ma a me, a me costoro, tutti tutti fino ad uno, non mi fuggiranno una seconda volta.—

E terminando queste parole uscì della stanza col volto radiante della più pazza ed infernale gioia.

Il perfido signor Basilio non aveva perduto un istante di tempo per sfogare una vendetta da lungo tempo covata: qual gioia per lui, il percuotere di colpo mortale quel Giovanni che aveva posseduto colei per cui il vedemmo ardere di amore! qual sodisfazione di potere in un tempo schiacciare due abominate famiglie! e ben lo sperava, anzi tenevasi sicuro dell'esito, dal fermento popolare che esso era per destare contro le due designate vittime; sapeva bene che il popolo non ragiona, ed aveva presente con qual felice resultato i demagoghi del 1793 all'epoca della terribile anarchia avean fatto cadere le teste delle da loro odiate persone, gavazzando nel sangue più puro e più innocente, senza rispetto all'età, al sesso ed al grado. Basilio aveva in cuore l'anima di Robespierre e di Marat; e se fosse permesso di credere alla metempsicosi, io vi direi che l'anima infernale di uno di quei due mostri fosse trasmigrata nel corpo del signor Basilio. Ma nell'eccesso del suo sfrenato desiderio esso uscì dal gabinetto senza direzione veruna e come se, appena uscito, avesse potuto raggiungere i due personaggi, farli arrestare dal popolaccio e tradurli in prigione. Egli forse sperò incontrarli, riconoscerli alle loro vesti, alle loro fisionomie quando avesse comodo di fissarli. In questa speranza e per la fretta di giungere al suo scopo, non pensò a dimandare qualche schiarimento al demagogo o ai giovani dell'ufficio di lui. Giunto che fu sulla Piazza d'arme, si avvide del commesso sbaglio e se ne morse le mani. Dove saranno alloggiati? disse fra sè: in questo stato di disordine ei sapeva che le denunzie fatte al comitato di sicurezza circa i forestieri erano molto incomplete. Da una parte si rasserenò pensando che neppure Bruto avesse saputo dirgli qualche cosa intorno alla dimora dei due, ed infatti ciò era vero; tanta fu la sorpresa in cui gettò quell'agitatore la comparsa improvvisa dei due antichi colleghi che non aveva pensato a dimandar loro dove dimorassero e se si trovassero in Livorno sotto il loro vero nome; e forse, quando pure ciò avesse loro dimandato, noi abbiamo ragione di credere che non sarebbe stato soddisfatto nelle risposte. Il signor Basilio dunque si dispose almeno per il momento a far da sè ed a fiutare come un bracco le peste del cervo o della lepre; e pensando che più facile gli sarebbe stato rinvenire coloro nei luoghi più frequentati, si diresse quasi trafelante verso la bocca del Porto, urtando senza pur chiedere scusa or l'uno or l'altro di tanti che si trovavano sulla via, i quali, non conoscendolo, lo presero per un matto, mercanzia umana in grande abbondanza in quell'epoca a Livorno. Tali altri, conoscendolo, si guardavano in viso come per dirsi: Eh! esso oggi è l'uomo del giorno, l'uomo di affari, bisogna scusarlo; le grandi cure che lo molestano, non gli permettono di fare cerimonie.

Sul canto di via della Tazza, allora detta Via Marsillana, stava un banco di arance di Portogallo l'une sopra le altre a piramide; per sventura del povero rivenditore, un'acuta estremità del banco medesimo s'internò nella fodera delle falde dell'abito del corrente signor Basilio, il quale, non arrestandosi per il contrasto, fece sì che trassesi dietro per un poco la panca, ed ecco rotolare a centinaia le arance per terra, con gioia immensa degli sfaccendati, dei ragazzi, e risa anche degli adulti; mentre il signor Basilio, credendosi preso per le falde dell'abito da qualche persona che volesse alcun che, cui egli divisava di non dar retta, urlava senza guardare e gridava:

—Fermatevi, fermatevi, non mi trattenete; si tratta della salvezza della città.

—E si tratta della salvezza delle mie arance, urlava dalla sua parte il povero rivendugliolo; nessuno vi ferma, è voi che dovete fermarvi.—

Ma la corsa del signor Basilio doveva inevitabilmente essere trattenuta, perchè la panca che stava attaccata alle falde di lui, avendo nello strisciare per terra fatto cadere delle persone che passavano per direzioni opposte a quella dell'infaticabile persecutore, si levò un gridìo, una diavoleria, e ben tosto il signor Basilio si vide circondato da persone e ceffi minacciosi, e davvero questa volta preso per l'abito e tirato da tutte le parti.

—Perdio! questo è un procedere da bestia, gridava un tale rialzandosi a stento da terra e zoppicando colla gamba destra; ahi ahi! che sbucciatura! che frizzore! ma da quando in qua si cammina colle panche attaccate al vestito?

—Oh il mio occhio! strillava un altro lacrimando e turandosi l'occhio sinistro; ho avuto un bel fare a metter le mani avanti che un sasso mi si è cacciato sotto, e sarò per divenir cieco.

—Che impertinenza! che sfacciataggine! gridava come indiavolata una vecchia signora di circa sessant'anni che era, per causa di quella maladetta panca, caduta con la gonnella alzata sopra il marciapiede, ed aveva sopra di sè un ricco Ebreo, la cui grossa pancia non temeva confronto di quella del basso cantante Lablache, essendo del peso di cinquecento libbre almeno. Che birbonata è questa, saltare addosso in questa guisa? aiuto, aiuto!

—Per Mosè, per Aronne, per Baruch, ahi ahi! cara lei affogo! per Esdra e Neemia, signori, cioè cittadini, chi mi aiuta a sbarazzarmi da questa vecchiaccia la quale mi ha incatenato un piede con lo strascico di sua gonnella?—

Ed invano gridavan tutti quei poveri caduti; troppo ci vorrebbe a numerarli tutti ed a trascrivere gli accenti d'ira, di bestemmie, non meno che i lazzi curiosi che facevano crepar dal ridere: e, come ben pensate, lettori carissimi, neppur uno di quelli che erano all'intorno dei caduti divisava di dare aiuto ai meschini attrappati dalla panca del signor Basilio; ma invece si divertivano a far calca all'intorno di quel mucchio di gente, la quale dava uno spettacolo ridicolo. Così ognuno dei caduti, vedendo che da niuna parte veniva soccorso, pensava di alzarsi da sè, chi colle mani, chi col bastone, chi col gomito; ed in fatti si alzarono alla meglio che poterono, gli ultimi la vecchia e l'Ebreo, i quali, stirando le gambe e spolverandosi la giubba e tirandosi giù la gonnella, alzati che furono, si guardarono in cagnesco.

—Buh! buh! urlò la vecchia digrignando i denti.

—Auf! auf! esclamò il grasso Ebreo, per Malachia, l'ho avuta bella la grazia; credevo di affogare presso quel cadavere.—

Le risa degli astanti furono troncate dall'arrivo di un tamburo e di una massa d'uomini armati.

Era cosa ben naturale il loro intervento: a quell'epoca tutto destava allarme; e siccome ogni uomo si credeva in diritto di armarsi, di pattugliare e di arrestare o almeno di girare in truppa, dalla vicina pescheria un tal Grongo pescivendolo dei più clamorosi, sentito il fruscío di via della Tazza e visto il popolo accorrere a quella volta, si credè in dovere di riunire in un attimo la compagnia delle guardie di sicurezza e portarsi sul luogo del supposto tumulto.

—Alto alto! affè de mio! urlava il capitano; fate largo alla giustizia, figli di cani (scuseranno i nostri pudici lettori il poco purgato linguaggio del capitano di sicurezza), che fate quaggiù birbe sconsagrate?

Le risa avendo ricominciato, il furibondo capitano ordinò:—Spianate le baionette!—Ed era la commedia per divenire tragedia, se il signor Basilio, sempre accerchiato dalla folla, avendo riconosciuto il pescivendolo, non gli avesse gridato:

—Ferma, Grongo, son io…. non tirare perdinci!

—Ohè! abbasso l'arme, gridò il capitano. Lo dice il signor Basilio. Ma insomma cosa è stato? aggiunse calmatosi il feroce Grongo a coloro che più gli stavano vicini.

—Te lo diremo, ma abbassa quella fiocina, che qui non son tonni nè balene da infilzarsi, disse un dotto parrucchiere. Ma perdinci! non ci far più di queste paure co' tuoi soldati. Vedi quella cittadina è là per morire di convulsioni.—Ed accennò quella signora a cui il grasso Ebreo aveva quasi schiacciata una coscia e che avevano posta su di quella terribile panca staccata dalle falde del signor Basilio.

—Lasciate che muoia pure, riprese l'Ebreo grasso.

—Zittati, Ebreo cane, gli gridò infastidito Grongo, rispetta la ciccia nostra; (sì dicendo gli lanciò un solenne pugno nella pancia, la quale fece crich! come una vescica di aria percossa) lasciami funzionare, interrogare e far giustizia.—Ed appressandosi al signor Basilio:—In somma come è ita?—

Il signor Basilio, veduta l'imponente radunata di gente intorno a sè e quegli armati che sapea dipendere da un menomo suo cenno, non tralasciò così bella occasione di magnificare il suo amor patrio: per cui con ampolloso discorso fece sapere alla moltitudine che il disgraziato accidente era accaduto per la fretta in cui si trovava di rintracciare per la città due persone pericolose al ben essere di quella: due…. e per spiegarsi meglio nel linguaggio plateale di quell'epoca, due più formidabili codini; il che suonava ancora uomini avversi al buon ordine di cose. Il popolaccio fece plauso alle premure del signor Basilio: e il capitano giurò su quella coltella colla quale era solito tagliare in pescheria il pesce tonno e il pesce spada, la quale portava in mano in modo bellicoso, giurò di cacciarla nel ventre ai due codini ricercati dal signor Basilio, e si pose immediatamente insieme colla compagnia dei pescivendoli a disposizione dell'eroe dell'indipendenza, il degnissimo signor Basilio. Costui, pettoruto e gonfio di boria, ringraziò la provvidenza (ci s'intende la provvidenza di cui era degno) dell'aiuto novello; ma non sapendo la dimora di coloro che ricercava, dubitò di riuscire nell'impresa: pur nullameno, infaticabile nello zelo, fu per muoversi a nuova ricerca traendosi dietro que' forsennati, allorchè la sorte lo favorì appunto quando meno se lo aspettava.

Alfredo e Giovanni si erano determinati di ricondursi a bordo della corvetta passando per la via San Giovanni ed imboccando nella darsena. Erano già sullo scalo, allorchè il frastuono che aveva luogo in via della Tazza penetrò nelle loro orecchie.

—Ah! qualche scenata popolare! urlò Giovanni; andiamo, vediamo se si può fare intender la ragione a questa belva di popolo aizzato dagli iniqui.

—Andiamo, rispose Alfredo: in ogni utile e pericolosa impresa mi avrai sempre compagno.—

Così dicendo, presisi a braccetto, si avviavano per la Pescheria, in via del Giardino, e di là per via Materassai in via Ferdinanda, detta comunemente via Grande. Giunti colà, in breve furono laddove stava predicando il signor Basilio; il quale, all'avvicinarsi dei due, come colpito da improvvisa reminiscenza, ravvisando gli odiati personaggi, con voce stentorea urlò:

—Eccoli, eccoli; son quei due: addosso, addosso!—

Ed in un attimo i due vennero accerchiati ed atterrati dal popolo.

CAPITOLO XXV.

Quadri popolari.

Fa duopo lasciare per il momento i due nostri perseguitati in mano del popolo furibondo; il che certamente starà loro in luogo di terribile lezione. Lasciamoli dunque, sicchè abbiano tempo di fare amare riflessioni e pentirsi delle utopie di cui furono vaghi, sto per dire, tutto il tempo di loro vita. Il periglio in cui si trovano, se non servirà loro di emenda, servirà, non vi ha dubbio, di esempio a chi, nutrendo nel cervello le idee più fantastiche, fosse preso dalla smania di imitarli. Intanto noi anderemo al palazzo del proconsole, dove già ci ha preceduto il nuovo Bruto.

Costui, tuttora coll'animo inquieto per la comparsa improvvisa degli antichi compagni di partito, si stava pauroso che essi volessero rovesciare il piano di cose da lui con fatica di tanti anni edificato, rapirgli, non dirò la gloria, poichè la gloria era la vernice del quadro, ma il tesoro ed il potere, preziosi gioielli per quel genio di cupidigia e di superbia. Cresceva il malumore del nostro personaggio la nuova che il bravo Catone così di slancio si fosse impadronito del posto eminente e, come dice il proverbio, gli avesse fatta una finestra sul tetto. Pieno d'ira avrebbe veduto volentieri fucilare i vecchi compagni Giovanni ed Alfredo e per giunta anco Catone: se non che la prudenza e la finzione gli suggerivano di spingere solamente lo sdegno popolare contro Giovanni ed Alfredo, ch'ei ben sapea poter avere pochi aderenti in città ed essere venuti alla ventura ed a pescar nel torbo; mentre era a lui vantaggioso adulare ed avvicinare Catone, presentarsi col miele sulle labbra ed allargarsi il meglio possibile, simulando un affetto dei più sviscerati. E perciò, fattosi annunziare dalle guardie del nuovo reggitore, si fu al di lui cospetto in una sala delle più leggiadramente adornate dell'appartamento.

—Si può inchinare la novella Eccellenza, prese a dire tenendosi fra il brioso ed il serio e facendo per altro cenno di rispetto curvando la schiena.

—Poffare! sei tu che mi vieni con queste nonnate? a banda gli scherzi; appunto aveva bisogno di te: tu mi lasci negli impicci….

—Per…. sclamò Bruto rassicurato che almeno in apparenza il potente non voleva omaggi. Per…. sei tu che mi rimproveri? è strano; ed io invece doveva rimproverar te.

—Mi burli?

—Dico sul serio per…. ti cacci nientemeno nel posto di timoniere di questa barca e non avvisi il piloto.

—Graziosa questa metafora e non mi dispiace; ma che vuoi ch'io ti dica? sarà forse due ore ch'io mi trovo qui a regere et gubernare, e tanto è lo sbalordimento del balzo o meglio della salita che non ho avuto tempo di ripigliar fiato per fare scrivere le officiali di nomina agli altri poteri della città. Ti prego dunque di disimpegnarmi dalle formule dell'etichetta diplomatica; d'altronde tu vedi bene che bisogna in prima che cominci a far conoscenza con queste superbe suppellettili dalle quali sono circondato, poscia coi miei segretari e per ultimo col portinaio. La mia elevazione subitanea non mi ha anche permesso questa indispensabile ricognizione, fra cui vuolsi por per la prima quella della cassa proconsolare. La mia è stata a un dipresso come l'elevazione di Vespasiano; le turbe lo acclamarono e sopra uno scudo lo elevarono al cospetto dei sudditi: io sono stato inalzato collo stesso entusiasmo sopra un fondo di botte nella piazza dell'erbe; ma ciò non vieta che sia valida l'elezione per acclamazione piuttostochè per plebiscito.—

Bruto si mise cordialmente a ridere e porse al caro amico un grosso abbraccio.

—Mi rallegro teco, riprese il primo con effusione di cuore. Tu stai bene dove sei, ed io ti ci sosterrò.

—Diamine! vorrei vedere che tu mi abbandonassi, il mio caro piloto. Sono impaziente di vederti salire sulla mia nave, colla quale sfideremo le tempeste dei venti retrogradi.

—Son con te in vita e in morte.

—Oh! ma mi scordava il meglio: sai tu ch'io considero questo passo come un gradino per andare più su, e che voglio trarti meco al tempio della felicità e della gloria e….?

—E delle ricchezze…. capisco benissimo, mia cara Eccellenza cittadina; ma ecco qua, incominciamo subito con quell'aria di protezione.

—Me ne guardi il berretto frigio, alto nume che invoco; io e tu ci abbracceremo come un ramo di ellera per salire al più alto delle mura cittadine.

—Poetico ed amichevole concetto! accolgo la tua promessa e lodo la tua affezione: se non che permettimi di far uso di altra metafora; noi ci inalzeremo non già come ellera, sebbene possiamo coscienziosamente ritenerci come pianta parasita, ma come due gatti, reggendoci sugli ugnoli e graffiando chi c'impedisce di salire.

—Bravo per…. ti cedo in tutto, eziandio nella vivacità, nel fuoco sublime della tua ferrea imaginazione: ma noi siamo abbastanza infiammati, per quanto parmi, di alto amor patrio; e siccome potrebbe operarsi nel nostro interno una spaventosa combustione, mi parrebbe conveniente di vuotare insieme un paio di rinfrescanti bottiglie di Sciampagna, del quale ho fatto innaffiare alcuni crostini di beccaccia. Orsù saliamo alla mia sala del déjeuner, e, per non infrancesarci, diremo colla Crusca dello asciolvere.

—Tu sai che feci voto di religione, di mia religione…. non bevo vini nè liquori spiritosi.

—Ah! sì lo so, ma quei voti si osservano in pubblico e non in privato; anche il sultano Mahamud non beveva nè spiriti nè vini, e crepò per eccesso di ubbriachezza.

—Il mio Corano è più severo, ed appunto la sorte di Mahamud mi è di esempio.

—Orsù non voglio teco contendere: se non bevi tu liquori spiritosi, li beverò io ed altri nostri compagni e cavalieri che hanno per impresa sullo scudo quel motto di Orazio:

    Nunc est bibendum, nunc pede libero
    Pulsanda tellus.

Laonde se tu non vorrai ber vino, berrai acqua e mangerai i crostini coi tartufi.

—Il tuo nuovo posto ti esalta più del solito; veggo benone che tu sapresti reggere a fortuna maggiore.

—Lo vedremo; per me sai che, per contentarmi appieno, sarebbe poco l'impero del Mogol.

—Sì, sì, ne son persuaso: ma quelli che ascoltarono le tue lezioni di modestia, di moderazione, ecc., ecc.

Ait latro ad latronem. Bruto, quelli che udirono le nostre lezioni volevi dire; io ritengo che niente vi sia di nuovo sotto il sole, e che i favori e le fortune siano per i furbi e per gl'impostori.

—Massime da scolpirsi in bronzo, ma in caratteri di geroglifici, perchè i posteri non apprendano a metter giudizio. Diamine! dobbiamo noi essere gli ultimi al mondo, e il fatto sta che non sarebbe prudenza dir quattro finchè non è chiuso nel sacco. Che diresti mai se nel mare che ora navighiamo fossero molto vicini degli scogli?

—Tu burli: non sai tu al par di me come a Livorno abbiamo assestato le uova nel panierino a mo' di non romperle, e come questa aristocrazia di pescivendoli, navicellai e borsaioli che marciano in carrozza ci abbia secondato colle opere, col denaro? Quasi mi faresti ridere colle tue ubbíe.

—Eppure io sto per dirti che, senza il mio modo laconico di parlare e di agire e senza il pronto soccorso dell'indefesso atleta del progresso, il degno signor Basilio….

—Quell'ex-spia.

—Di' pure quella spia; perchè, cangiando di partito, non ha cangiato nè costumi nè abitudini nè mestiero.

—Ebbene?

—Il signor Basilio sta in traccia di due rompicolli che erano venuti appunto a guastare quelle uova che tu, prudentissima Eccellenza novella, credevi di aver collocate così bene.

—Ma per…. spiégati.

—Son qui, cascati come dalle nuvole, quei due malandrini antichi nostri compagnoni dell'osteria dei Tre Mori.

—Giovanni ed Alfredo?

—Appunto loro.

—Per mia fè! giungono in buon punto quei demagoghi indiavolati, di quelli abbiamo sempre bisogno…. gente che attizza il fuoco….

—Cara Eccellenza cittadina, sul conto di costoro devi cambiare opinione e devi sapere come io li abbia in conto di perfetti rinnegati. Ed infatti tu sai come di loro non si sentisse più parlare da anni e anni, come si rifuggissero in America con le loro donne e che mettessero assieme molti figli e molto denaro; il fatto sta che costoro rinunziarono alla setta nostra.

—Ma pure Alfredo nel trentuno….

—Eh baie! Fece come gli avoltoi; venne all'odore della preda e disparve allorchè vide che non ci era da buscar nulla. Caro amico, cotesta gente la temo come la gragnuola; è pur funesta alla messe del risorgimento!

—Ma dove sono costoro?

—A me lo domandi? Potrei risponderti che a te, oggi padrone della città, spetterebbe render conto di chi vi si trova: veggo pur troppo che non si è fatto nulla se non si organizza un drappello di polizia; signor sì, non inarcare le ciglia, sarà polizia democratica; vi ha da essere forza, altrimenti le nostre cose faranno fiasco.

—Se costoro sono perniziosi, li farò ricercare e tradurre alle carceri.

—E se avessero fatto come fecero sempre, cioè apparvero e sparvero a guisa di comete?

—Pazienza! non avremo a temere di loro.

—Quel che è certo è che le cose sono andate male fin qui, poichè gli statuti della nostra società non sono stati mai osservati perfettamente; ed in fatti quanti sarebbero i traditori che avrebbero dovuto essere stilettati a tenore del codice da cui si regola la nostra società stessa!

—Tu hai detto benissimo: quel che peraltro è differito non è perduto; tengo in manica costoro.

—Se mai peraltro si trovassero, io ritengo doversi abbandonare al popolo; tu sai che difficil sarebbe trovare una bestia più feroce.

—Lo credo.—

I due amici, nelle cui mani stava pur troppo la misera Livorno, sorridevano di compiacenza e si fregavano le palme delle mani; quando un romore di popolo che si avanzava con urli e fischi a suono di acclamazioni e di tamburi troncò i loro ragionamenti. A tal romore la curiosità spinse quei due ad affacciarsi al verone che dà sulla piazza, sicchè ebbero agio di vedere, dalla parte di via Grande ossia dalla tromba, immensa folla di popolo che teneva dietro ad una fila di militi in mezzo ai quali sembrava fossero delle persone arrestate.

Erano infatti Alfredo e Giovanni, che, a malgrado di una vigorosa resistenza, a malgrado che facessero conoscersi antichi amici del popolo, a malgrado i loro generosi sensi di oneste speranze, aveano dovuto soccombere sotto il peso degli oltraggi dell'armi e dei più violenti trattamenti. Procedevano essi colle mani legate a tergo e stretti ai fianchi da quattro manigoldi che loro tenevano a forza le braccia; imprecazioni orribili echeggiavano per l'aria, e li accompagnava il suono di scordati tamburi. Il signor Basilio eccitava sempre più l'ira della sfrenata plebe contro i miseri arrestati, e brandendo per l'aria la canna d'India a guisa di spada, avendovi posto il suo fazzoletto di seta rossa a mo' di bandiera, urlava fino a perdere il fiato:—Fucilate costoro, fucilate gli empi che vengono a spargere la zizzania fra noi! costoro vorrebbero venderci.

—Morte, morte! urlava il popolaccio.

—Ammazziamoli subito! gridarono più voci di forsennati.

—Intanto la piazza sempre più e più si gremiva di gente che sboccava al trambusto da tutte le vie, e cresceva la folla ed il trambusto stesso. Le finestre pure delle abitazioni erano gremite di persone curiose.

—Ammazziamoli subito! seguitavano ad urlare quei demonii.

—Facciamoli prima confessare, gridavano i pacifici.

—Facciamoli palesare i loro compagni, urlavano i prudenti.

—Li faremo fare doppia confessione, dicevano i filosofi.—

L'opinione di straziarli prevaleva sempre: ed il corteggio terribile si avvicinava al palazzo del proconsole; se non che, entrato diverbio e susurro sul modo di spacciarli, poco mancò che non succedessero omicidii nella folla medesima, la quale, dividendosi in più partiti, fu causa che coloro che menavano i disgraziati dovettero arrestarsi.

Fu tenuto una specie di parlamento generale.

Bruto e Catone sulla terrazza pigliavano tabacco sorridendo.

—Sono essi? disse Catone nel vedere i due legati a non molta distanza.

—Sì, sono essi: possiamo dirci fortunati; scena così bella chi sa se vedremo più mai?

—Io credo che Nerone e Caligola dall'alto dell'anfiteatro non abbian veduto così strano spettacolo.

—Allora erano le tigri che si slanciavano sopra i condannati, adesso la plebe.

—Evidente segno del progresso! ma zitto, sentiamo la deliberazione delle bestie ragionevoli.

—Tocca a me a parlare per…. urlò con voce stentorea il capitano Grongo; e siccome tale esclamazione fu seguita dallo schiamazzo affermativo di tutti i di lui fautori, l'opposta fazione credè utile compiacerlo.

—Che li dobbiamo ammazzare questi due rinnegati sta benissimo, e basta che l'abbia assicurato quel pio signor Basilio; ma di qual morte debbano poi morire, è questo un caso che tocca a deciderlo a me che li ho arrestati. Prima di tutto bisogna domandare a questa gente chi sono e chi non sono, poichè, voi m'intendete, non bisogna ammazzare le persone senza prima sapere i loro nomi, tanto più che una volta morti non si può più loro domandar nulla.—

Tutti quei forsennati in mezzo a così luttuosa scena ebbero il cuore di ridere alla dotta osservazione del capitano. Terminato lo schiamazzo, il capitano riprese la parola dicendo:

—Dunque appena sapremo chi sono, li potremo per la più lesta spellare vivi, ossia scorticare.—(Ognun sa che il capitano era uno scorticatore di pesci.)

Dopo di lui vennero a parlare i beccai, i fabbri, i falegnami, ecc., ed ognuno insisteva perchè i due sventurati fossero fatti morire per mezzo di istrumenti propri del loro mestiere. In tanta lascivia di sangue, in tanta sfrenatezza di popolare licenza, due soli uomini che mestamente seguivano i furibondi e, forse con l'animo pio di sottrarre le vittime a tanti carnefici, fra loro bisbigliavano:—Ah! ci aiuti Dio: in quali mani siam caduti!

—Eh! ma non sento l'ira per questi di quaggiù, bensì per quelli di lassù.—Ed indicava Bruto e Catone che dalla loggia del palazzo proconsolare guardavano con indifferenza e brutto sogghigno la turba insultante e fremente.

—Mi sdegno con quei due e con quel seguito di congrega; e che sì, sono pochi ed hanno ammaliato tanti! ma guarda veh! soggiunse in tono profetico, ha da venire anche per loro il Dies magna.

Et amara valde.

Quindi tacquero: e buon per loro che nessuno li intese, altrimenti la festa che quei manigoldi eran per fare ad Alfredo e Giovanni sarebbe pur troppo toccata anche ad essi.

Peraltro alla scena di terrore e di pietà doveva succederne altra.

Dalla parte del porticciuolo ecco venirne un drappello di giovanetti armati di fucile, i quali avevano per capo un elegante giovane di forme robuste che, sguainata la spada, si cacciò urlando di fronte a coloro che tenevano i due prigionieri, e in un attimo i suoi compagni trassero i colpi di fucile; cui fu risposto dai militi che guidava il capitano pescivendolo.

—Furfanti, gridava il giovane eroe, furfanti! lasciate le vittime, lasciate le vittime.

—O Selvaggio!—urlò uno degli arrestati, ed Alfredo, che nel trambusto di quella zuffa si era liberato da coloro che lo tenevano, si slanciò verso il figlio; ma ahimè! erano pur essi di nuovo per essere sopraffatti e trucidati spietatamente, se la mano divina non avesse loro inviato un insperato soccorso.

Alla parola Selvaggio pronunziata in quella zuffa ed in quel tumulto di grida, di bestemmie, di fucilate, fra il fragore delle baionette ed il fuggire del popolaccio inerme, un grido che rimbombò per l'aere ripetè:—Selvaggio! Selvaggio!

Ed un uomo canuto fu visto precipitarsi a braccia aperte sul giovane che abbracciava il padre. Era un gruppo magnifico.

Al grido di quell'uomo parve che l'ira di quei mostri si fosse spenta come per prodigio; le armi micidiali si abbassarono al severo sguardo di lui.

Chi era mai il nuovo venuto?

Era un uomo che poteva avere fra i sessanta e i settant'anni, con una di quelle fisionomie franche e burbere che a prima vista incantano e che spesso si trovano fra i buoni popolani. Egli era sboccato dalla via del Giardino, tranquillamente portando sulle spalle una corba da pesce vuota, quando, veduta quella folla di popolo, si era accostato per mera curiosità, ed appunto quasi in quel momento era successa la scaramuccia fra i giovani marinai condotti da Selvaggio ed il patetico incontro di costui col padre.

Il tono di protezione del vecchio verso del giovane avrebbe avuto troppo sterili conseguenze, non sarebbe servito che a sopire per un momento quell'ira ed effrenatezza popolare, perchè queste ripigliassero un maggior vigore e più tremende scoppiassero, se in primo luogo il vecchio stesso non avesse esercitato una specie di magico potere sul diabolico capitano pescivendolo; in secondo luogo, se alla di lui aria di protezione non se ne fossero uniti ben cento e cento, i quali, sollevando per l'aria i berretti e le pezzuole, urlavano come spiritati:

—Viva lo zio Neri! per…… luogo allo zio Neri!—E questi applausi erano formidabili e decisivi perchè partivano di mezzo alle stesse infuocate turbe e dalle gole di qualche centinaio di pescatori e navicellai del Calambrone e di bocca d'Arno e di Pisa, i quali avevano il nostro zio Neri in quel conto in cui i nostri vecchi progenitori si ebbero un tempo i patriarchi ed i profeti.

Gli animosi giovani che Selvaggio aveva seco addotti dalla nave in traccia del genitore e di Giovanni, la cui assenza aveva posto in apprensione le donne e della cui pericolosa situazione in Livorno era giunta notizia sulla corvetta, cessarono dal trarre coll'armi quando videro che anche le turbe avevano momentaneamente cessato d'inferocire; si guardavano peraltro i due partiti in cagnesco: ma quello del buon zio Neri ingrossato di ben trecento o quattrocento proseliti, le di cui armi in parte altro non erano che buone e callose mani serrate a pugno e armate di coltello, permisero al vecchio pescatore di bocca d'Arno di allontanarsi dal luogo della zuffa insieme al suo caro protetto ed al genitore di lui, i quali da un gruppo di pescatori erano stati posti in salvo con quella velocità con cui si sottrarrebbe da uomo nerboruto un fanciullo da un incendio o da altro periglio. Ma per sventura di Giovanni il partito di Grongo, vedendo l'altro starsene colle mani a cintola e come non solo uno dei prigioni fosse salvato restando impunito l'ardire di quel giovane marinaro piovuto proprio come una saetta su loro, con eguale velocità tratto di peso Giovanni e circuitolo di folla, lo fecero in un batter d'occhio sparire dalla scena per cacciarlo in una delle stanze di forza del palazzo proconsolare.

I due del terrazzo al primo scoppiettar degli archibusi si erano, come nimici delle palle di piombo, tolti dal verone, ed ormai credendosi sicuri della preda, avevano fatto ingresso nella sala della colazione, ove tracannavano e Sciampagna e Bordò ed altri preziosi vini, e rosicchiavano polpe di selvaggiume e pasticcini alla crema, quando vennero dalle guardie avvisati che il prigioniero era già nella cantina ad uso di carcere.

—Come! urlò il proconsole spezzando un bicchiere di Sciampagna nelle pareti, come! canaglia, e l'altro?

—L'altro, dissero i manigoldi, l'ha voluto per sè lo zio Neri!

—E chi è lo zio Neri?

—Chi è? replicarono i popolani: è uno che conta quanto voi; poichè voi è poco che contate, ed esso comanda da trent'anni sull'Alghe di bocca d'Arno.

I due demagoghi si morsero le labbra.

—Uno per uno non fa male a nessuno, ripetevano con ilarità i popolani; e con una espressione che la decenza non consente trascrivere suggellando la massima, si ritirarono.

—Non ci frastorniamo di ciò, gridò Catone riprendendo la sua solita gaiezza; basta che uno sia in gabbia, e penserò io a dargli un esempio: ormai la congiura è sventata; evviva il trionfo dei galantuomini, evviva il bene dell'umanità!

—Evviva evviva! urlò ansante il signor Basilio entrando dopo coloro che avevano fatto l'accompagnatura di Giovanni; evviva, amici! Dei due colombi potremo mettere nello spiedo il più grosso.—

E si assise nel mezzo dei convitati chiedendo da bere. Largamente fu provvisto. La gioia gli sfavillava negli occhi. Fu cantato un coro patriotico.

—Ma chi è un certo zio Neri? disse il Catone all'orecchio del signor
Basilio dopochè il frastuono dei bicchieri ebbe un momento di tregua.
Vorrei far pentire costui, ma non mancherà tempo, sai.

—Caro amico, per conto di costui stimo conveniente far passata; sarebbe un osso ove rischieremmo di rompere i denti quanti siamo: costui ha in mano tutto il popolaccio di Pisa e tutto il litorale fino a Livorno.

—Basta basta; m'inchino e taccio, disse Catone; gireremo di bordo.—

Il canto patriotico avendo ricominciato con più alto tono e con gorgheggi molto spontanei, coloro che ormai più non parlavano ma balbettavano essendo accompagnati dalla musica dei bicchieri e dei piatti percossi fra loro, i due cessarono di favellare per unirsi ai cantanti. Dopo un'ora non ve n'era un solo che non fosse ubriaco.

CAPITOLO XXVI

Rivelazioni.

Non sì tosto Giovanni ed Alfredo eransi, come vedemmo, recati dal bordo della corvetta alla città nella quale dovevan subire tante sventure e perigli, la sentimentale Angiolina, ognor più passionata ed afflitta, diresse preghiere alle amiche di scendere nella sua camera, ove, ella disse, farebbe delle rivelazioni che elleno al certo non si sarebbero aspettate. Ed avvegnachè reputassero inconveniente udissele la fanciulletta Ofelia, questa per alcun tempo affidata alle cure della moglie del capitano del naviglio, si condussero alla camera di Angioina. Ivi giunte, la donzella pregolle ad assidersi, e dopo avere brevemente orato genuflessa innanzi una sacra imagine, parve riconfortata dalla preghiera e, sedutasi al fianco delle amiche, così parlò:

—Tutto, o mie care, tutto mi annunzia una vicina catastrofe, e parmi che una voce della provvidenza mi avverta esser giunto il momento di separarmi per sempre da ciò che ho di più caro al mondo.—

Le due amiche sentirono empirsi gli occhi di lacrime a tale annunzio, ma le trattennero onde non impedire all'amica di continuare.

—Sì, disse ella proseguendo, io non mi inganno; prima peraltro di eseguire un progetto che ritengo pericoloso voglio dopo tanti e tanti anni di silenzio rivelarvi un segreto che ho tenuto nel fondo del mio cuore e che adagio adagio ha infranto questo misero frale. Oh! possa questo frale consumarsi totalmente e permettere all'anima mia di volare al più presto purificata dai terreni martirii nel seno del suo Creatore.—

Le due amiche non poterono trattenere lo sfogo del pianto.

—Calmatevi, disse loro dolcemente Angiolina, serbate a più tardi lo sfogo della vostra pietà, non mi togliete colle vostre lacrime quel coraggio che ora sento di avere per fare una confessione tremenda; chi sa se, perdendolo adesso, potrei mai più ricovrarlo? d'altronde mi è necessario svelarvi un arcano terribile non per me, ma per chi ha diritto che sia svelato: questo segreto non può nè dee rimanere sepolto nella mia tomba.—

Le due amiche, guardandosi in volto, convennero di reprimere decisamente il dolore che loro arrecava il dire di Angiolina; gliel promisero, ed ella continuò:

—Voi certamente avrete fin d'ora creduto che non vi potessero essere per me sciagure più tremende di quelle che conoscete; ma v'ingannate. Sappiatelo, sì, sappiatelo…. io pure sono madre!…—

Alle due donne sfuggì un'esclamazione di sorpresa.

—Cielo! e la tua creatura?

—Non so se sia morta, o se sia tuttavia in questa valle di tribolazione.

—Ah!… esclamarono insieme Rosina ed Esmeralda.

—O mie care, il fallo non fu mio; io ne sono la vittima al pari dell'essere infelice che diedi alla luce.

—Prosegui…. ah! prosegui.

—Nel mezzo della vita che la mia sventura volle che io tenessi, abbandonata, senza lumi di religione e di fede, finchè non piacque a Dio di ritrarmivi, l'avvenimento funesto non avrebbe a me stessa fatto meraviglia. Ma ahimè, ahimè!…—Giunta a tal punto Angiolina non ebbe più forza di proseguire, chè un dirotto pianto ed opprimente singulto alquanto le impediva la parola: come fu per le cure dell'amiche un poco rimessa,—Ahimè! proseguì, era segnato nel libro fatale del destino ch'io dovessi bere fino all'ultima goccia il calice delle amaritudini. Nel tempo della mia tribolazione, io desiderava almeno conoscere chi potesse essere il padre di quell'essere che avrebbe dovuto pur troppo con orrore risguardare la madre sua; io era determinata di rinunziare per sempre al conforto di sentirmi chiamar madre, perchè il figlio non dovesse arrossirne, perchè il mondo non stampasse su quella fronte innocente il suggello della esecrazione. Oh quanto era infelice, amiche mie, quanto ora lo sono ancor più! Ma come scoprire il padre del frutto delle mie viscere?… Cresceva intanto nel mio seno quell'essere infelice, e le mie compagne di turpitudini e l'infamissima maestra di esse volgevano in dileggi e le mie lacrime e la mia affezione. Finalmente il giorno da me desiderato e temuto giunse, ed io misi alla luce un vezzoso fanciullo. Chi può narrare ciò che provai in quell'istante? Non osava guardarlo, poichè il primo di lui sorriso esser doveva l'ultimo per la madre sventurata. Lo strinsi al mio seno. Dopo pochi momenti le infami braccia della padrona di quell'orribile albergo me lo strappavano fra le risa e gl'insulti delle mie compagne di ludibrio. Buon Dio! che può mai impedire ad una madre, sia pur le mille volte colpevole, di ritrovarsi un dì su questa terra col parto delle viscere sue? Formai un progetto e tosto l'eseguii: ah! io ben sapeva come quella infelice creatura andava ad essere confusa fra le mille e mille sventurate sue pari in un di quei luoghi ove la pietà degli uomini ha cura degl'innocenti frutti del disonore. Una vertigine mi colpì: un segno, un segno era indispensabile onde se un dì sulla faccia di questa terra lo avessi scontrato, mi desse a riconoscerlo: ma come imprimerglielo? con qual mezzo, con quale istromento? Avrebbe forse la orribile donna che a me imperava acconsentito giammai alla mia preghiera? Gli istanti volavano; il più piccolo indugio rendeva vana l'esecuzione del mio desio. Senza coraggio di risguardare la mia creatura, senza pure osare di mirare le fattezze infantili, afferratogli colla ferocia di una leonessa il padiglione dell'orecchio sinistro, non mi distaccai se non avendone un brano fra i denti sanguinosi. Il figlio gettò uno strido: io svenni. Madre e figlio fummo separati per sempre. Ah! ecco il frutto della povertà! il frutto del disonore! Orrore, sangue, maledizione: eppure io era nata innocente.—

Lo stupore delle amiche impediva loro di proferire parola, un brivido di orrore corse per le loro membra, e nel risguardare la pallida faccia della loro sventurata amica, nata sì casta, sì virtuosa, degna di tanta pietà, di tanta compassione, simultaneamente abbracciandola, confusero con le sue le loro cocenti lacrime.

Lungo tempo fu silenzio non interrotto che da lacrime e baci.

—Di noi, chi più chi meno, tutte abbiamo provato l'ira del destino e possiamo dire pur troppo non esser finite le dure prove per noi, esclamò con un sospiro Rosina che ruppe il silenzio. Tu vedi, Angiolina, che nostro malgrado, lasciato il pacifico rifugio dell'America, ci siamo dovuti condurre qui ove i torbidi nascono di ora in ora, e dove i nostri più cari vanno rischiando la vita e, ahimè! io temo l'onore.

—I tuoi disastri sono miei, replicò Angiolina; i miei non sono tuoi, chè io ho doppio carico di sventura: tu sai quanto amo te ed i tuoi; sì, non vi offendo, io amo e voi e gli sposi ed i figli vostri di un amore superiore a quello e di sposa e di madre; il mio amore non ha nulla di terreno, esso è spirituale come l'anima; io tenterei e chiunque tenterebbe invano di esprimerlo; ma quanto più sento la purezza dell'anima mia, tanto più spregio questa carne che l'adombra e la imprigiona.—

Grosse gocce di sudore gelato stillavano della pallida fronte della derelitta, la quale a questa interruzione di dire non aveva perduto lo scopo principale della sua dolorosa narrazione, e perciò fu sollecita a continuare:

—Voi siete madre, ma non madre a cui il figlio fu divelto dal seno appena nato e cui ella dette un ricordo acerbo di sangue e di crudeltà in un delirio di affetto materno onde, rivedendolo, riconoscerlo; non potete appieno comprendermi: ma quando io vi avrò palesato il più terribile dubbio, ah! temo che il vostro amore, la vostra pietà dovrà convertirsi in ribrezzo.

—Gran Dio! che dici mai? sclamarono in una volta Rosina ed Esmeralda.

—Io son…. figlia dell'ipocrita Basilio…. Quella maschera… Oh
Dio! io svenni! Amiche, il mio dubbio mi dilania le viscere! io….
Ah! non fia vero: ditemi che non può essere, ditemelo per pietà….—

E cadde priva dì sensi.

Quando ebbe ricovrato la parola non poterono le due amiche udire che le interrotte frasi:—Ah, il mio dubbio! dubbio di morte…. Ah Dio! non sarà…. no…. non sarà…. vero….—E così dicendo, con mano tremante si trasse un involto di carta dalle vesti, e consegnatolo alle due amiche, queste vi lessero quanto segue.

LETTERA I.

Reverendissimo padre,

Dal Lazzeretto di Livorno, li 3 settembre 1835.

Invano tenterei dipingere al vero come io vorrei l'orrore che questo luogo inspira. Oh quanto è da compiangersi, padre reverendissimo, l'umanità! Terribile malore crucia i corpi degli infelici che vengono qui tradotti colpiti già dalle tremende unghie della morte. Oh! ben pochi di essi ne ho veduti tornare alle loro desolate famiglie. Padri divisi dai figli, consorti dagli sposi, fratelli dai fratelli; e tutti, nel più intenso esasperare del morbo conservando la limpidezza e sanità della mente, sentono più vivi i loro spasimi fisici, poichè a quelli vi si aggiungono i morali. Chi può descrivervi i lai, le lacrime, gli urli feroci e dirò, ahimè! le più esecrande bestemmie di cui risuonano gli echi di questo albergo lugubre? Pur troppo pochi essendo in pace e in grazia di Dio, giungono a vedere con fronte serena avvicinarsi il termine di loro mortale carriera, pochissimi sono tanto virtuosi da rassegnarsi ai voleri inalterabili della divina provvidenza. I più di questi moribondi (inorridisco a riferirlo alla paternità di vostra signoria reverendissima) sembra che con imprecazioni diaboliche strappar vogliano dal trono di Dio la grazia di loro guarigione. Oh insensati e doppiamente infelici! essi non si avvedono che fra pochi istanti perderanno una vita di dolori quaggiù per incominciarne una che non avrà mai fine nell'eternità dell'inferno.

Siccome vostra paternità reverendissima agevolmente crederà, non manco, in unione ai miei venerabili fratelli, di alleviare i patimenti fisici e morali di tante centinaia d'infelici, e ogni vittima che noi strappiamo al nemico infernale è per noi oggetto di indefinibile gioia che ne fa dimenticare gli altri disagi di questo vivere di penitenza, che la fiducia in Dio e la carità del prossimo ci dà forza di tollerare.

Conforta in tanta miseria il cuore paterno di noi religiosi e di quanti sentono amore di cristiano il vedere a quando a quando fra questi orrori brillare la carità e l'annegazione di sè stessi, di alcuni degli inservienti di questo luogo e fra gli altri delle donne. Ed a questo proposito merita special menzione certa donna infelice, qui conosciuta per il nome di Esmeralda, la quale, tradotta dalla città quasi moribonda, riprese la vita che tutta volle consacrare alla cura di un suo diletto figlio fanciulletto amabile per nome Selvaggio, e di poi è rimasta nell'ospedale per assistere altri infelici.

Per quanto si dice, costei non ha genitori, e vuolsi sia stata per alcun tempo vittima di certi zingani. È questa una di quelle poche creature che veramente nobilitano il genere umano e sono, come pur troppo accade nel mondo, le più infelici tra i figli di Adamo.

Fino dal suo giunger qui confessolla il degnissimo padre Giuseppe da Montepulciano, di cui vostra paternità reverendissima conosce la pietà e la dottrina. Or bene il reverendo padre, senza punto violare il sacro segreto della confessione, mi accennò ch'ei sapeva tali cose intorno a questa donna che eccitavano la più alta compassione verso di lei; talchè un giorno, e parmi ieri l'altro, nel vederla passare per le corsie del Lazzeretto apportando cordiali per gl'infelici ammalati, mi disse: «Oh! padre Roberto, punto non dubito che questo malore sia per cessare presto, quando tali creature sono per disarmare la collera celeste.»

Ma ahimè! se abbiamo qui creature angeliche, abbiamo pure, come io vi accennava, dei peccatori ostinati, ed il giorno stesso in cui il padre Giuseppe mi elogiava le virtù di quella donna che all'aspetto si rivelava per donna di alta condizione caduta nel basso, dovemmo fuggire dal letto di un moribondo che nella più tremenda agonia parea già in possesso di una legione di demonii. La carità cristiana m'impedisce di segnar qui il nome di colui; voglia il cielo farlo ravvedere e portarlo a sè. Sento un campanello della infermeria che mi avvisa; un servente in tutta fretta mi dice che una delle più ostinate femmine di mondo mi chiama per la confessione. Chiudo la presente e vi raccomando, o padre, e me e quella infelice nelle vostre sante orazioni. E con tutto il filiale ossequio

                                Vostro figlio nel Signore
                                  ROBERTO DA SANTA CROCE.

LETTERA II

Reverendissimo padre,

Dal Lazzeretto, il 5 settembre 1835.

Il dovere del sacro mio ministero mi obbliga a scrivervi, e lo faccio appunto per obbedire alla volontà di quella disgraziata peccatrice che stavasi morendo allorchè io era sull'ultimare della mia precedente. Cotesta donna, per nomignolo Vascello*, dopo aver narrato le più orribili peccata, mi confessò aver tratto nell'infamia una infelice giovanetta per nome Angiolina, figlia di tal signor Basilio negoziante di Livorno e della moglie di certo facchino per sopranome Topo, il quale dubitando della legittimità della figlia, ebbe cuore di abbandonare quella creatura all'età di sette anni sulla pubblica via. Quella fanciulletta, che avrebbe avuto miglior sorte a morire la prima notte del suo abbandono, fu trascinata nel vizio dalla Vascello, la quale per tal peccato era inconsolabile allorchè la confessai. Ma ahimè! ciò era nulla rimpetto di più orribili misfatti che io per commissione della defunta vado a narrare alla vostra paternità, onde, per quanto sia possibile, riparare ai peccati e danni ulteriori. L'iniquo padre della misera ed infelice fanciulla avvicinò la sventurata in preda del più grave letargo. Forse…. non sarà…. ma pur troppo era nei destini che altra vittima dovesse venire al mondo. L'Angiolina partorì un maschio che fu gettato nella ruota dei trovatelli con entro le fasce il nome di Enrico e del casato imaginario di Sprinel. La donna Vascello, per una di quelle bizzarrie che veggonsi nei caratteri dei mortali, mentre non si era fatta scrupolo di maneggiare la trama, si fece peraltro un dovere di sorvegliare alla infelice creatura che ne derivò; per lo che, tenuta intelligenza con alcune donne, potè sapere che il giovanetto Sprinel dapprima venne collocato presso una famiglia di contadini e dipoi, entrato nella militare carriera come tamburo, aveva disertato e si era arruolato sotto estera bandiera. Di più non aveva potuto saperne, ed in quell'ora terribile, colla morte innanzi, col pentimento nel cuore e col desiderio verace di riparare il meglio possibile il male, mi supplicò di occuparmi io del rintraccio dell'Angiolina e del di lei figlio, a cui intendeva lasciare quelle poche sostanze ammassate coi suoi delitti.

* Storico.

La donna, padre reverendissimo, a quanto parmi, avrebbe molto desiderato prima di morire che l'autore di tanti misfatti potesse disporre delle sue immense ricchezze a pro delle infelici sue vittime; e nominò questo mostro nella persona del signor Basilio sopraccennato. Giudichi vostra paternità reverendissima del mio stupore e di quello dell'ottimo padre Giuseppe nell'apprendere che tal insigne peccatore giaceva a pochi passi di distanza dalla cella della moribonda ed esso pure era agli estremi della sua vita nefanda, e che avanti a lui era il suo complice in vari grandi misfatti, certo Narciso, uomo dissoluto e mezzano di amori. Ci portammo alla cella del signor Basilio; ma ahimè! quel peccatore (che è quello stesso di cui io le parlai non nominandolo nella mia precedente lettera e che faceva fuggire i sacerdoti per le ereticali sue bestemmie in punto di morte) ricusò costantemente di confessarsi. E piacendo a Dio per i suoi impenetrabili fini di non toglierlo adesso dal mondo, non abbiamo nè io nè padre Giuseppe creduto bene di entrare in terribili dettagli con lui, tanto più che l'Angiolina ed il giovane (il quale adesso aver dee circa quattordici anni se pur vive) non si sa dove sieno.

Tanto io quanto padre Giuseppe abbiamo combinato di scrivere la breve e lacrimevole storia di questi peccati a vostra paternità reverendissima, perchè ella coi suoi superiori lumi ci diriga in quello in che la nostra insufficienza mancasse.

E con la solita affezione filiale e rispettosa

                                  Suo figlio nel Signore
                               PADRE ROBERTO DA SANTA CROCE.

PS. Mi dimenticava di dirgli che, avendo il moribondo Narciso dopo la sua confessione confermato il discorso e la narrazione della Vascello, e tanto io quanto il padre Giuseppe avendo domandato ai peccatori se, a riparazione delle loro colpe, avesser consentito che la loro deposizione in proposito di Angiolina e di Enrico fosse ripetuta alla presenza di notaro e di testimoni per maggiore autenticità, essi avendo acconsentito volentieri, mostrandosi anzi ansiosi che ciò succedesse, è stato in proposito redatto un istromento che accompagno a vostra paternità reverendissima per quel migliore uso che crederà nell'alta sua saviezza. Preghiamo pace all'anima di quei peccatori, che almeno dettero prova di pentimento all'ora estrema. E mi ripeto, ecc.

Queste due lettere autografe erano state accompagnate all'Angiolina col seguente biglietto:

Dilettissima nel Signore,

Avendo sentito da un nostro confratello missionario che in coteste remote parti del mondo esistete voi la quale siete certamente quella fanciulla sventurata cui può molto interessare il contenuto delle due lettere nel nostro venerabil figlio nel Signore padre Roberto da Santa Croce, ve le accludiamo e spediamo per persona di nostra fiducia. Non v'importi sapere come dall'eremo nostro sì distante dal luogo ove voi siete abbiamo scoperto la vostra dimora; grandi sono le vie della provvidenza, cui non mancano mezzi di operare ciò che ella vuole per i suoi adorabili fini. Così potessimo avere scoperto il soggiorno del disgraziato vostro figlio: ma vogliamo sperare nella misericordia dell'onnipotente Iddio che un giorno o l'altro lo scopriremo; e se potremo ravvicinare la madre al figlio, ciò rallegrerà il nostro cuore; e per tale oggetto non mancheremo di pregare notte e dì il Creatore d'ogni bene.