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I demagoghi / O, I misteri di Livorno cover

I demagoghi / O, I misteri di Livorno

Chapter 6: SCENA SECONDA
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About This Book

The narrative unfolds in a setting marked by political turmoil and personal tragedy, focusing on the lives of Giovanni and Esmeralda, who face the loss of their parents and the decline of their family's fortunes. As they grapple with their newfound poverty, they reflect on the nature of wealth and freedom, contrasting their situation with those enslaved by material desires. The story explores themes of honor, resilience, and the struggle for identity amidst societal upheaval, culminating in moments of emotional intensity as characters confront their past and aspirations for the future.

Madama Guglielmi a tal discorso sentì riaprirsi il cuore alla speranza.

—Ma, continuò il signor Basilio, io non sono inclinato al matrimonio.

—Ebbene proponete voi l'uomo che mi conviene, soggiunse la signora
Guglielmi, nascondendo il dispetto.

—Dio mi guardi! riprese ipocritamente il nostro Basilio; suggerire la scelta! Il cuore è libero; e poi qui a Livorno, ve lo dico schiettamente, sarebbe peggio il rimedio del male e….

—Ma dunque? interruppe madama Guglielmi impaziente, sacrificatevi al bene di un'amica.

—Madama, quando io pure potessi vincere l'antipatia per lo stato coniugale, la mia unione con voi sarebbe contro tutte le convenienze.

—E quali sarebbero di grazia le sconvenienze nel mio maritaggio con voi, signor Basilio?

—Moltissime, signora Guglielmi, e posso enumerarvele: primieramente voi mi siete debitrice di quarantamila scudi.

—Possibile? gridò la signora Guglielmi atterrita.

—I miei libri parlano, riprese tranquillamente l'ipocrita. Signora mia, il debitore si scorda facilmente la cifra de' suoi debiti, ma al creditore la cifra resta sempre impressa nella memoria.

—Ma, perdonate, non mi prestaste voi diecimila scudi?

—Non lo contrasto: per altro voi sapete che io feci un sacrifizio alloraquando per pura amicizia ebbe luogo lo sborso; voi non sapete che nelle mani di un commerciante è incalcolabile il frutto che può dare il denaro; voi ignorate gli scapiti per le speculazioni fallitemi per non aver la detta somma all'epoca della scadenza; sicchè calcolando i danni, gl'interessi, i frutti dei frutti, insomma tutto bilanciato, posso dirvi che se la somma che attualmente mi dovete è di quarantamila, è per effetto di longanimità.

—Gran Dio! proruppe madama Guglielmi, ma siete voi il solo che calcola in questa guisa; la mia adesione….

—La vostra adesione vi è benissimo: e non vi ricordate la cambiale che firmaste tre sere prima del festino?

—La cambiale? esclamò madama percuotendosi la fronte: come? io ho firmata una cambiale per quarantamila scudi? E non mi diceste che era il semplice rinnovo dell'antico mio debito?

—E credevate voi che io volessi danneggiare il mio commercio? Il foglio parla chiaro e non occorrono schiarimenti.—

Madama Guglielmi, vedendo il riso sardonico dell'iniquo amico, si sentì côlta da brivido febbrile: s'avvide di esser perduta ed indegnamente tradita; ella avea firmato il foglio senza pur leggerlo; riandò nella mente colla maggior celerità se vi fosse modo di sodisfare quel mostro, ma dolorosamente dovette convincersi che le sue dissestate finanze non potevano fornirgliene il mezzo. Si avvide di essere in balía della volontà di quell'uomo terribile e, mentre sentiva bagnarsi la fronte del sudore dell'angoscia, non fu capace di proferire parola.

—Secondariamente, proseguì il signor Basilio con quel suo infernale sogghigno, si oppone al nostro maritaggio l'opinione del mondo, il quale, conoscendo me per vostro creditore, potrebbe credere lo fossi divenuto per giungere al possesso della vostra mano, che io nell'amichevole imprestito fossi stato animato da secondo fine d'impalmare la vedova di un generale distinto….

—Ma, interruppe madama severamente, il mondo conosce quali interessi passino fra voi e me? I vostri registri son eglino cosa del pubblico?

—Non dico nè sì nè no; cioè distinguo: se voi per pubblico intendete gli sfaccendati e gli oziosi, oh! certo, no che io non mostro i miei registri a costoro. Ma se per pubblico intendiamo quegli uffizi ove esistono impiegati che devono conoscere indispensabilmente gli affari dei galantuomini, certamente il pubblico conosce la somma che io avanzo da voi.—

Madama era annichilata sotto lo sguardo del signor Basilio, il quale, senza mostrare di conoscere l'orgasmo della vedova, continuò:

—È vero ch'io professo la maggiore stima verso i signori impiegati nell'uffizio delle ipoteche e son certo del loro silenzio fino a che non sentissero parlare di noi; ma non potrei ripromettermi d'altrettanto alla notizia del nostro matrimonio. In generale le seconde nozze fanno sempre ciarlare; molto più lo farebbero le vostre, chè siete persona di alto rango. Vi è ben noto quanto io sia nemico del sentir parlare di mia persona; pure, se vi fosse un qualche mezzo termine….—

La vedova, fra la vita e la morte, ricovrata la parola, proferì:

—Su via, non mi tenete in tanta angoscia, parlate.—

Il signor Basilio si concentrò in sè stesso facendo una cera da ebreo convertito e traendo un lungo sospiro:

—Faccio uno sforzo nel proporlo, uno sforzo terribile.—

Madama era stupefatta.

—Ah! non sia mai detto che abbia abbandonata la causa dell'amicizia.

—Per carità, non mi tenete angustiata!

—Mentre tutte le convenienze si oppongono a che io divenga vostro sposo, potrebbe tollerarsi ch'io divenissi vostro genero, quando pur me ne crediate degno.—

La gran parola era finalmente scagliata; il signor Basilio avea, come dice il proverbio, presa la lepre col carro.

La signora Guglielmi fece il volto più livido di un cadavere: il suo amor proprio, già sacrilegamente oltraggiato nella ripulsa a sposare lei stessa, lo diveniva doppiamente nell'attuale proposta, per lei tinta del più amaro scherno. Ma si può egli transigere con un creditore di quella tempra che in tre anni aveva quadruplicato il capitale? Madama non ebbe forza di rispondere; chi sa che cosa avrebbe detto in quell'istante, se dalle di lei gelide e convulse labbra avesse potuto uscir la parola?

Il furbo per altro non interpretò favorevolmente il silenzio della signora, dai cui occhi partivano lampi di sdegno. Laonde con una vocina dolcissima ed in basso profondo:

—Mi pento, signora, d'aver parlato: la nostra conversazione è arrivata a un punto ben lontano da quello del suo principio; veggo bene che vi dispiaccio, sono mortificatissimo…., ma rasserenatevi, o signora; spariranno fra poco i vostri debiti, e fra noi resterà pura e limpida la nostra amicizia.

Che mai dirà ora? pensò fra sè la Guglielmi.

—Madama, il cielo mi manda un raggio di sua divina misericordia: perduta la vostra stima, nulla mi resta al mondo fuorchè un ritiro ove espiare i miei troppi falli.—

Dove tende quest'uomo straordinario? avrebbe detto chiunque altro fosse stato meno di buona fede della signora Guglielmi nel sentir quel discorso da volpe umana; ma la donna non poteva uscire dal suo stupore.

—Sì, aggiunse con un sospiro lunghissimo il signor Basilio, fra otto giorni al più tardi, il procuratore del convento a cui farò dono di quel poco che posseggo verrà a ritirare la piccola cambiale che mi avete fatto. Oh! non voglio più interessi col mondo; ne ho avuti assai: però dal quieto asilo non cesserò di assistervi coi miei consigli, implorando su voi e sui figli vostri la celeste benedizione.—

Il gran dado era gettato: la stupidezza momentanea della signora Guglielmi cessò; ella vide in un limpido quadro qual tristo sconvolgimento avrebbe prodotta l'ultima determinazione del signor Basilio, la cui inflessibilità le era nota, ed il cui bigottismo non ammetteva dubbio: tardi, ma pur si pentì della illimitata fiducia in lui avuta tanto tempo, e per l'onore della medesima vogliamo credere non vi fosse anche qualche altro motivo di segreta deferenza verso l'uomo terribile. Ella misurò l'abisso nel quale sarebbe caduta, se in breve termine avesse dovuto restituire l'immensa somma; vide la sua casa e i suoi arredi venduti, sè decaduta nell'opinion pubblica, l'avvenire dei figli compromesso e rovinato: pensò quindi, risolse, ed invano potrebbe descriversi il suono della sua voce nel pronunziare queste parole:

—Signore, non permetterò mai che rinunciate al mondo, in cui sapete sì bene condurvi e a cui potete esser di tanta utilità da non misurarsi. Acconsento a darvi mia figlia e già vi considero qual mio genero; voglio sperare che Rosina, la quale è ignara d'ogn'altro affetto fuorchè di quello filiale, sarà lieta di unirsi ad uomo di merito sì raro qual siete voi.

—Troppa bontà, signora, rispose seccamente quell'uomo impassibile, avvezzo a padroneggiare i suoi sensi in guisa che non si scôrse sul di lui viso la gioia che provò nel cuore udendo la promessa della Guglielmi; promessa che coronava tutti i suoi voti ed alla quale mirava da lungo tempo.

—Ahimè! continuò, madama, io mi assumo una grande responsabilità in faccia al cielo ed agli uomini.

—Oh! voi saprete ben sostenere il vostro incarico, riprese la Guglielmi, che avea penetrato nel fondo dell'anima del signor Basilio. Quindi, risoluta di trarre il miglior partito possibile dall'immenso sacrifizio che faceva e nel quale trascinava la innocente sua figlia, usando ella pure della doppiezza del futuro suo genero,

—Non credo ingannarmi, proseguì, nel ritenere che il disinteresse, il quale vi piegava alla donazione dei vostri averi al convento, vi spingerà a ricevere e considerare come sopraddote della figlia la somma ch'io vi devo allorquando le mie finanze mi permettano estinguere la mia cambiale.—

Il signor Basilio comprese bene che alla fin dei conti la faccenda era la stessa, poichè come marito avrebbe amministrato i beni della sposa.

—Madama, esclamò, son ben lieto di fare alla mia fidanzata un così insignificante regalo.—

Quando il turpe mercato fu concluso, il signor Basilio pregò madama di presentarlo alla figlia nella sua qualità di futuro sposo. La signora voleva far discernere Rosina, ma egli vi si oppose costantemente. Era troppo l'interesse che aveva di penetrare nelle verginali soglie della vaga fanciulla: onde entrò nel privato gabinetto di Rosina. La prima cosa che lo colpì fu sullo stipo, entro un bicchiere, la camelia rossa.

CAPITOLO IX.

Il nuovo Giuda.

Nel precedente capitolo abbiamo veduto come il vecchio negro giungesse in tempo per avvertire nel linguaggio dei naturali delle sponde dell'Ohio il cospiratore Giovanni dell'imminente pericolo di essere scoperto insieme con gli altri congiurati: fa duopo adesso svelare come il negro apparisse così improvviso mentre anche noi lo credevamo o morto o tuttavia in America. La cosa è semplicissima. Iago, vecchio ed incapace di seguitare nei viaggi il suo prediletto Giovanni e la Esmeralda, tostochè costoro si stabilirono in Europa, il primo dandosi alla vita dell'avventuriere e del cospiratore alimentato dai denari della compagnia dei settari, l'altra vivendo della beneficenza del fratello, Iago, mesto e sconsolato di non potere a causa del suo colore entrare nel santuario di un chiostro per terminarvi i giorni, erasi (spinto dalla curiosità) azzardato ad appressarsi al convento di Montenero, chiedendo umilmente di passare qualche ora nel santo ritiro. Vennegli accordata la domanda, e, per fortuna dell'ottimo negro, il padre abate in persona passò per la chiesa mentre costui divotamente pregava. Entrambi si riconobbero, si abbracciarono, ed è superfluo il dire che padre Gonsalvo, appena udita la volontà di Iago di ritirarsi dal mondo, lo acconciò come supplente ortolano del convento, non già con l'idea di permettere che il negro logorasse gli ultimi giorni della sua vita a lavorare l'orto, ma per dargli un titolo a stare nel cenobio. La cosa fu accomodata, e già da qualche anno Iago riposava le stanche membra selvagge in quel santo soggiorno, ed era l'intimo, il confidente di padre Gonsalvo.

Avendo nel giorno il buon padre avute tante faccende, arrivata la sera senza che fosse presente al Benedicite nel refettorio, Iago, temendo di qualche sventura, si era condotto a Livorno ed aveva incontrato il buon religioso nelle vicinanze dell'abitazione di Rosina, presso cui vigilava al ben essere dei suoi protetti.

Il negro in poche parole fu incaricato dal religioso di muovere direttamente al luogo del convegno di Giovanni e di profittare di tutto l'ascendente che aveva sul giovane per persuaderlo della ragionevolezza che i suoi capricci non fossero secondati circa al pretendere che Rosina, Alfredo ed Esmeralda si recassero alle catacombe, ove non avrebbero fatto altro che la parte di ascoltatori. Di più il negro dovea dissuadere Giovanni da pratiche così perigliose, prive di vantaggio per la causa di felicità imaginaria che si era fitta in testa; e quando esso Giovanni avesse fatto pompa di una ostinazione solita in lui, Iago dovea palesargli la cattura di Topo, dalla quale certo aveano a sorgere funeste conseguenze; finalmente forzare il giovane entusiasta a differire almeno la pericolosa riunione.

Iago assunse con gioia l'incarico, e padre Gonsalvo rese nuove grazie all'Altissimo del sempre crescente favore con cui compiacevasi di assisterlo nella sua impresa. Il negro obbedì e, giunto nelle vicinanze delle catacombe, avendo veduto lucicare in distanza delle armi, giudicò che l'affare del suo antico padrone fosse scoperto; talchè, sempre più desideroso d'impedire una sorpresa, cautamente si celò fra gli scogli dell'imboccatura della caverna, fermo di restarvi per spiare i movimenti di quella truppa che se ne stava appiattata in vari punti della scogliera. E noi vedemmo con qual felice esito il povero negro giungesse a prevenire Giovanni del pericolo che gli sovrastava.

Ma e Giovanni ed il rimanente de' suoi, profondati nell'abisso sottoposto al mobile pavimento della sala, si salvarono eglino? domanderanno i lettori.

Essi il sapranno, rispondesi; ma siccome gli autori fra i molti loro privilegi hanno quello di narrare i fatti come più torna loro a capriccio, io invece, passando dal descrittivo al dramatico stile, vado ad appagare la loro curiosità sovra altro punto, ponendoli in grado di conoscere in qual maniera Rosina ed Alfredo non andassero alla notturna assemblea.

Le scene hanno luogo nel palazzo Guglielmi.

SCENA PRIMA

Salotto illuminato da lampada all'inglese pendente dal soffitto e con cristallo fiorito e diafano. Il salotto non contiene che una graziosa tavola di noce a pulimento; alcune sedie di mogano vi sono attorno, due canapè imbottiti ai lati: è salotto di passaggio che mette negli appartamenti di ROSINA a sinistra e di ALFREDO a destra, ai quali si va dalle relative porte d'ingresso a destra ed a sinistra della scena. In fondo è la porta comune che dà adito al rimanente del quartiere. Un orologio a pendolo suona le undici.

ROSINA, entrando nel salotto con passo assai leggiero.

Ah! è pur forza cedere al destino! Se lo stesso padre Gonsalvo qui si trovasse cambierebbe il datomi consiglio. (Si sofferma come per aspettare se alcuno si avanzi.) Fra poco io mi troverò sotto abito mentito; fra poco assisterò a terribile scena, il cuore me lo dice. Ma che? sia pur crudele la sorte che mi sovrasta, nol mai sarà quanto quella che la troppo condiscendente mia madre mi prepara. Io sposa di quell'ipocrita? io unir la mia mano a quella dello sdolcinato signor Basilio?… prima la morte. Sì! mi getterò nelle braccia dell'uomo misterioso, ma pur da me amato, sì!… Ma che dico? Non ho io un fratello, un fratello che mi ama? Oh! mio Alfredo, tu solo sarai il mio sostegno, tu solo la mia speranza! (Dopo avere lentamente traversato il salotto, si avvicina alla porta del quartiere di Alfredo.)

Ros. (sottovoce). Alfredo.

Alf. (aprendo la porta). Ah! mia Rosina, già ti aspettava.

Ros. Lo so…. I miei abiti alla militare sono essi preparati?

Alf. Ah! mia adorata, mia unica sorella, e che? tu dunque vuoi venire alla perigliosa riunione?

Ros. Sì, Alfredo.

Alf. Non mai! io non posso condurti.

Ros. Che dici? Oseremo noi disobbedire a colui oggimai arbitro dei nostri destini?

Alf. Cálmati, Rosina, dissuaditi; io solo andrò, io solo nel luogo ove ci appella il comando dell'uomo fatale. Si giuoca a giuoco terribile, capisci, Rosina? si giuoca la testa.

Ros. Alfredo!

Alf. Sì, Rosina, sì, mia adorata sorella. Ah qual trista sorte è la nostra! io non posso dirti di più; tempo verrà che mi sarà dato aprirti il mio cuore, sul quale posano tanti affanni.

Ros. Ah fratello! lasciami dividere il tuo periglio, sarà di noi quel che Dio vorrà.

Alf. Anche un'altra, un'angelica creatura come te, era ostinata, insistente; un nume benefico l'ha salvata; un monaco che palesandosi mi svela esser direttore della tua coscienza.

Ros. Il buon Gonsalvo! fidati, fidati in lui; ma se egli ha salvata la tua amante, tu salverai me.

Alf. Che mai dici? Nelle tue parole è contradizione manifesta.

Ros. No, Alfredo; a te sembra…. a te. Ahimè! sappi che in verun luogo io corro tanto pericolo quanto in questa casa.

Alf. Che favelli? qual mistero è questo?

Ros. Il tempo stringe: domani sarò sposa.

Alf. Tu? tu sposa? vaneggi!

Ros. Compiangimi: il mio carnefice…. colui cui sono promessa è….

Alf. Chi mai?

Ros. L'esecrabile signor Basilio…. sì, quella tigre ricoperta del manto di agnello.

Alf. Che ascolto? (resta pensoso).

Ros. Dunque non vorrai soccorrermi? (con ansietà).

Alf. (dopo qualche pausa). Ritirati…. mi viene un pensiero… Padre Gonsalvo… (L'orologio batte undici ore e un quarto)

Ros. Ah! come il tempo vola! Rosina, seguimi, indossa le vesti e le armi; ti condurrò in salvo, comprendo il tuo pericolo. Oh troppo debole madre!

SCENA SECONDA

Dalla porta di mezzo apparisce un servo con due lumi, ed entrano precipitosamente la signora GUGLIELMI ed il signor BASILIO.

Madama Guglielmi (con qualche sdegno). Voi qui a quest'ora?

Alf. e Ros. (insieme placidamente). Cara madre….

Mad. (interrompendoli con asprezza). I vostri progetti sono scoperti; questo degno amico invigilava su voi.

Basilio (interrompendo a sua posta la Guglielmi). Signora, i miei sospetti, voi il vedete, si convertono in certezza. L'occhio di un amico non s'inganna; la mia sposina è pregata a ricomporsi, il signor uffiziale tornerà al suo reggimento; per adesso entrambi ascoltino i miei precetti.

Alf. Signore, la presenza di mia madre può solo reprimere quel risentimento che d'altronde scoppierebbe repentino; a suo tempo e luogo mi renderete ragione del procedere vostro nel farla qui da consigliere.

Bas. (senza curarlo e rivolgendosi alla Guglielmi). Signora, come fidanzato della Rosina; io ho diritto su lei; ella si ritiri nelle stanze dell'appartamento materno. (L'orologio della sala batte undici ore e mezza.)

Alf. (con nobile risentimento). Un affare di molta importanza mi obbliga di uscire all'istante: dimani non è lontano, ci rivedremo (va per partire).

Mad. Fermatevi: senza spiegarmi la ragione per cui avete fretta di uscire ad ora sì inoltrata, voi non partirete.

Alf. (con accento di premura). Signora madre, la prego, non mi domandi spiegazioni in pubblico; dico pubblico perchè il signore è per me un estraneo: il mio onore mi obbliga ad uscire senza dilazione; dimani non avrò segreti per la più tenera delle madri.

Mad. (con fermezza). Voi non partirete: ve lo impongo; mi risparmio la fatica e forse il dolore di spiegarmi: figuratevi ch'io sappia ciò che volete celarmi; vi comando di restare.

Alf. (guardando minaccioso il signor Basilio). È duro il ricorrere ad un passo estremo…. ma la urgenza giustifica ogni mio procedere. Signora madre, voi siete ingannata, di più non dico; dimani, dimani sarà grande giornata. Olà, signore, (rivolgendosi al signor Basilio che erasi messo sulla porta) olà! sgombrate il passo, non mi obbligate ad usare la forza (trae la spada).

Rosina si getta come spossata dal dolore nelle braccia della madre, ed il signor Basilio cede il passo esclamando: Temerario! fra poco vedrai.

SCENA TERZA

MARY, con le trecce scomposte, entra nel massimo disordine in sala esclamando:

Mar. Ah! signori, qual disavventura! (A tal parola tutti sono nel massimo stupore, fuori che il signor Basilio, il quale tranquillamente levando la tabacchiera d'oro contornata di brillanti, trae alcune prese per il naso.)

Mar. Signori, la casa è circondata da gente della polizia; alcuni soldati salgono le scale accompagnati da un commissario.

Tutti, eccetto Mary ed il signor Basilio, esclamano: Gran Dio!

SCENA QUARTA

Un COMMISSARIO e DETTI.

Il commissario entra e fa collocare alcuni soldati sulla porta. Quadro di doloroso stupore per parte di tutti i componenti la famiglia.

Com. Madama Guglielmi, non è senza il massimo dolore ch'io vengo a disturbarvi ad ora sì avanzata, ma il mio dovere mi vi obbliga nè posso dispensarmene.

Mad. (nobilmente). Signore, qualunque possa essere il motivo della vostra presenza in queste mie soglie, il rispetto verso la divisa che voi rivestite non verrà meno; ma di grazia qual motivo vi guida?

Com. Nelle apparenze gravissimo, argomentandolo dagli ordini che ho ricevuti. Nondimeno, considerando la qualità delle persone che formano l'oggetto della mia missione, io nutro speranza che le conseguenze non saranno sgradevoli (quindi rivolgendosi ad Alfredo). Signor capitano, in nome della legge vi prego consegnarmi la vostra spada ed a passare agli arresti.

Mad. Signore! mio figlio….

Ros. Il mio fratello….

Alf. (sciogliendosi la spada dal fianco, la consegna al magistrato). Conosco la disciplina e mi uniformo alla legge; protesto però la mia qualità d'uffiziale al servizio straniero, della quale intendo valermi per essere in breve restituito alla libertà (rivolgendosi alla madre). Madre mia, persuadetevi che nessun documento può dare argomenti di reità a mio carico: fra poco ritornerò nelle vostre braccia.

(Il signor Basilio ed il commissario si danno segni di mutua intelligenza.)

Mad. Mio figlio agli arresti?

Com. Madama, ciò è forse la sua fortuna, a quel che dice egli stesso, non teme il rigor della legge, e certamente il suo grado in armata straniera renderà precaria la di lui detenzione.

Alf. (con nobil fierezza, nel guardare l'oriuolo a pendolo, fra sè). Giovanni! non è mia colpa, io cedo ad una forza maggiore.

(Durante questa scena, Rosina, staccatasi dalla madre, si è gettata sovra una sedia a bracciuoli.)

Com. Sei un gran furbo, qualcuno ti ricompenserà (piano a Basilio).

Bas. Zitto zitto, che ci guardano! ho capito (piano al commissario).

Bas. (rivolgendosi a madama, vedendo che lo guardava). Signora, io tentava….

Alf. (con aria di dileggio marcatissima, interrompendolo). Vi dispenso da ogni premura a mio riguardo (quindi rivolgendosi al commissario). Signore! (con dignità) se vi piace io vi seguo: l'ora è tarda, mia madre e mia sorella han bisogno di riposo.

Com. Un momento, signor capitano. Altro più doloroso dovere mi resta a compiere prima di allontanarmi di qua.

Alf. e Mad. Gran Dio! qual altra nuova sciagura?

Com. (a Rosina). Madamigella, voi pure siete agli arresti.

(Rosina non dà segno di avere inteso, tanto la rende stupida il dolore.)

Mad. Ah! (Sviene ed è trasportata sopra una sedia: Alfredo si scuote, fa un movimento d'ira, si tocca il fianco, che trova privo della spada, e sospira incrociando le braccia al petto.)

Bas. (con estrema vivacità). Perdonate, signor commissario; voi forse avrete degli ordini verso madamigella Guglielmi; ma, perdonate, io dubito che possano eseguirsi sopra la mia futura sposa.

Com. (fingendo meraviglia), Oh! degnissimo signor Basilio, la cosa cangia aspetto sicuramente; la vostra futura consorte è dunque la signorina?

Ros. (scuotendosi). Ah! no: non è vero, prima la morte!

Alf. (con nobile sdegno). Pietà di una madre e di una donzella infelice! Ah! vieni, deh! vieni giustizia divina!

Com. (freddamente e senza curarlo). Gli schiarimenti datimi dall'ottimo signor Basilio tranquillizzano la mia coscienza. Mi rallegro con voi.

Alf. Ah! madre mia, scuotetevi, deh! non sacrificate la misera vostra figlia.

Ros. Ah la più tenera delle madri! (Ambedue i figli si accostano a mani giunte verso la donna svenuta colmandola di carezze.)

Mad. (rinvenendo dal deliquio). Dove sono io?…

Com. Godo di vedervi risorgere dal vostro abbattimento: la signora Rosina resterà nell'abitazione materna, sotto la malleveria del signor Basilio di lei fidanzato; il signor Alfredo avrà la bontà di seguirmi.

Mad. Signore, sono talmente confusa che mal comprendo me stessa: pur vi ringrazio per la urbanità con cui adempite agli uffici del vostro ministero; d'altronde voglio persuadermi che un disgraziato equivoco abbia prodotto questa disgustosa scena; ho troppa fiducia nell'onor dei miei figli, cui seppi inculcare i sentimenti migliori, per non temere sinistre conseguenze.

Com. Signor Basilio, ella è pregata a far le mie veci; dico cioè ad invigilare alla condotta della sua signora fidanzata.

Bas. Carissimo signore, rispondo di lei qual di me stesso.

Com. Signor ufficiale.

Alf. Ho inteso: addio, mia madre, addio, mia sorella; voi mi rivedrete fra poco: l'innocenza non teme il rigor della legge. (Nel proferire queste parole dà un'occhiata terribile al signor Basilio, il quale volge da altra parte la testa.)

Mad. e Ros. (con accento doloroso stendendo le braccia verso Alfredo). Addio. Voglia il cielo restituirti in breve all'amor nostro.

Il commissario, Alfredo ed i soldati escono.

SCENA QUINTA

MADAMA, BASILIO e ROSINA.

Mad. (con accento doloroso). Quale scena terribile! qual cordoglio per una madre! ma voi, signor Basilio, che oggi fate quasi parte di mia famiglia, voi che ne pensate di ciò?

Bas. (con aria cortesissima e con la solita flemma). Signora, vi consiglio a non temere di nulla; ecco l'effetto dell'imprudenza, l'effetto delle feste di ballo, delle maschere, e per sospetto….

Mad. Per sospetto si deviene all'arresto di un ufficiale d'onore? e lo s'intima ad una damigella?

Bas. Sicurissimo, in certi casi, in certe faccende…. Oh! ma tranquillizzatevi; io salverò tutti, io, vedete… Ah! se avessi potuto prevederlo; ma….

Mad. Ah! se non fosse per troppo disturbarvi, compatite un desiderio di una madre, non la lasciate una notte in preda al suo dolore.

Bas. Comandate.

Mad. (con qualche esitazione). Se non vi rincresce tener dietro al commissario, informarvi, parlare… su via, mio buon amico.

Bas. (con ipocrita affettazione). Dio guardi! Madama, un'insistenza per parte mia sarebbe peggio; a voi piuttosto…

Mad. Ma io!.. Rosina…

Bas. Tranquillatevi, penserò io a tutto, lasciatela pure in mia custodia, conoscete la mia onestà: vi è pur la sua gente di servizio.

Mad. Qual bivio terribile!

(L'orologio a pendolo suona mezzanotte. Il signor Basilio con somma gioia, fra sè.)

Bas. Ah! sei pur battuta, ora desiderata; io t'attendeva. (Durante il colloquio della signora Guglielmi col signor Basilio, Rosina, che dopo la partenza di Alfredo si è gettata sopra una poltrona verso la finestra, è adagio adagio passata sotto la portiera di damasco; nè Madama nè il signor Basilio han veduto quel movimento. Squillata l'ora, un prolungato colpo di cannone si ode romoreggiare per l'aere.)

Bas. (con gioia) Son presi!

Mad. Che dite mai? che è ciò?

Bas. (avviandosi verso la finestra). Or or lo saprete. (Penetrato sotto la portiera, retrocede coi capelli irti; quindi esclama). Gran Dio! Rosina!…

Mad. (accorgendosi della mancanza della figlia con affannosa ansietà). Ros…

Bas. (gridando verso la porta comune). Ahimè! presto accorrete, la finestra è aperta.

Mad. (con crescente agitazione). Me misera! Rosina? (inoltrandosi verso la finestra).

Bas. (nel massimo furore). Si è gettata dalla finestra!

Mad. Ah! (cade svenuta al suolo).

Bas. (scagliandosi fuor della porta comune, seguito da alcuni servi entrati nella sala con lumi). O viva, o morta.

(Le cameriere trasportano madama Guglielmi priva di sensi nella sua camera.)

CAPITOLO X.

Otto giorni dopo.

Otto giorni dopo queste dolorose scene cui il lettore si è compiaciuto di assistere, Alfredo Guglielmi, liberato dalla fortezza, la mercè delle premure dei suoi superiori, mestamente congedandosi dalla madre, ripartiva pel suo reggimento stanziato sulla Dora.

Padre Gonsalvo recitava col suo breviario l'uffizio, il negro Iago rispondeva agli Oremus del monaco, madama Guglielmi giacendo in letto ancora convalescente riceveva le visite di condoglianza dei suoi amici e di altri suoi conoscenti, ed appena aveva forza di sorreggere la testa sopra i cuscini. Ma Esmeralda, ma Rosina, ed il misterioso Giovanni che facevan eglino? Della sorte di Rosina circolarono varie voci, nessuna però si addiceva al vero. La fanciulla era scomparsa in modo maraviglioso e incomprensibile; appena il signor Basilio si avvide essersi ella gettata per la finestra, discese in un attimo le scale accompagnato dai servi con lumi, credendo di trovarla esanime e ferita al suolo, avvegnachè la finestra da cui erasi precipitata fosse alta una diecina di braccia dal livello della strada. Ma sulla strada non vi era orma di persona caduta, non una macchia di sangue, non un oggetto che le avesse appartenuto. Alcuni vicini discesi al trambusto che faceva il signor Basilio, interrogati, risposero non avere inteso il menomo rumore tranne quello che faceva lui stesso: ed egli furibondo si era dato a frugare per ogni dove nel palazzo coll'idea fossesi nascosta la fanciulla, ma la di lui ricerca era tornata inutile. Spumante di rabbia in vedersi deluso nella aspettativa di sicura felicità, mordendosi i labbri si era rivolto alla direzione di polizia, la quale, udito il caso straordinario, aveva immediatamente praticate le più scrupolose ricerche, ma invano. La stessa osteria dei Tre Mori, siccome conosciuta oramai per un nascondiglio di gente sospetta, era stata perlustrata da cima a fondo senza verun resultato. Si era dubitato che la fanciulla leggermente ferita ovvero miracolosamente sana fossesi diretta per qualche porta fuori della città, ma i portieri assicurarono come dalle undici della sera al vegnente mattino veruna donna era uscita dalle mura. È cosa impossibile l'esprimere la rabbia del degnissimo signor Basilio, a cui la preda era uscita proprio di fra gli ugnoli; e siccome l'arresto di Alfredo imputato di sospetta associazione ai settari era stato opera de' suoi maneggi per tor di mezzo un ostacolo alle mire che aveva sul possesso della Rosina, venuto per la di lei misteriosa scomparsa a mancare lo scopo, non aveva voluto più oltre insistere, ed il giovane fu rilasciato per mancanza di prove. E qui mi è duopo narrare come il signor Basilio era informato da certo suo confidente segreto che un malandrino nella persona di Topo, arrestato per omicida, aveva rivelato l'esistenza di una setta, di cui aveva dato alcuni riscontri circa il convegno, senza per altro al momento spiegarsi di più, mentre il magistrato sorvegliatore credette dispensarsi da ulteriori spiegazioni del detenuto, attenendosi piuttosto al partito di cogliere i settari sul fatto alla mezzanotte nelle catacombe. Esso signor Basilio, sopra l'unico riscontro dell'esistenza della camelia rossa, segnale sospetto nelle stanze di Rosina, piccato dal di lei costante rifiuto di sue nozze, aveva concepito il pensiero che fra Rosina ed alcuni dei congiurati dovesse esistere un qualche segreto legame, ed argomentò che certamente la fanciulla non poteva esser sola nella faccenda e che Alfredo, giovane riputato entusiasta, andasse con lei d'accordo. Su tal sospetto, insinuando analoghi dubbi alla signora Guglielmi, la quale insieme con lui sorprese i giovani, siccome vedemmo nel precedente capitolo, alle ore undici e un quarto di sera nel salotto in procinto di fuggire dalla casa materna, aveva preventivamente fatti nascere nel commissario suo amico sospetti utili al suo fine, instigandolo a procedere all'arresto del giovane, riservandosi di farla da protettore e padrone di Rosina, che divisava di trasportare presso di sè al più piccolo pretesto che gli fosse riuscito di cogliere. Ma il cielo si compiacque schernire questo briccone. Il salto di Giovanni co' suoi nella cloaca del sotterraneo aveva resa inutile la sorpresa tanto desiderata dal magistrato di cogliere in flagranti i congiurati. Il salto della Rosina dalla finestra aveva reso inutile l'arresto di Alfredo; il quale, ben sapendo come nessun documento potea comprometterlo, in specie non essendosi trovato alla riunione nel sotterraneo, era riuscito, come sappiamo, ad ottenere di essere restituito in libertà. Il signor Basilio, affettando una calma stoica, era tornato ad assidersi al suo banco di pannine, senza osare di presentarsi alla signora Guglielmi, temendo di esser corso troppo e di non avere colori bastanti onde ulteriormente contrafarsi ed ingannare quella donna. In mezzo a tante ambagi lo crucciava il pensiero della perdita di colei per il cui possesso avea sparso assidue cure durante un biennio; lo crucciava l'idea di non potere, senza pubblicamente tôrsi quella maschera di galantuomo a lui sì favorevole, ottenere il pagamento del suo credito verso madama Guglielmi; e lo angustiava infine il sentire che, contro sua voglia, qualche poco si ciarlava di lui. Talchè, simile alla volpe che dopo essere entrata nel pollaio non trova la via di uscirne dal solito buco per aver mangiato troppo, si trovava in preda ad un'agitazione da lui non mai provata tutto il tempo della ipocrita sua vita; pure, nella speranza di rimediare o almeno di non far peggio, seguitò ad uscire alle ore solite di casa, ad assidersi al banco ed in tutte le periodiche occupazioni in cui noi lo vedemmo esattissimo. Nella sua doppiezza non avea mancato di recarsi al tribunale ed esternare gravissimo cordoglio per la fallita impresa delle catacombe e per la mancanza di prove onde si prolungasse la detenzione di Alfredo.

—Ma…., aveva esclamato sul termine di un colloquio con un funzionario di polizia, quod differtur non aufertur; ne vada la mia pelle, sarò sempre buon servitore della giustizia.—

Tornato al suo banco, egli invano procurava d'imaginarsi un plausibil modo intorno alla sparizione della fanciulla; infatti chi poteva averla aiutata, sola, senza mezzi, senza esperienza, a sottrarsi non tanto alle ricerche di lui, quanto a quelle diligentissime della polizia? Forse il suo incognito amante? Ma se colui era, qual ei supponeva, uno dei settari, come trovarsi sotto la finestra per ricever nelle braccia la cara fanciulla e al tempo stesso essere alle catacombe? Alfredo, ito agli arresti col commissario, non era suscettibile di porgerle aiuto. Dunque? Il diavolo in persona doveva aver preso parte a vantaggio della giovane: ma nè anche quest'idea persuadevalo, sapendo come la purezza dei costumi di Rosina non poteva procacciarle le simpatie del formidabile ausiliario infernale. Lambiccatosi il cervello per mille differenti congetture, il degno signor Basilio aveva concluso di lasciare al tempo la cura di svelare l'impenetrabile arcano e dover lui deporne il pensiero, onde non rischiare di divenir pazzo a forza di meditare; ed infatti si era avveduto che la strana sua situazione avevalo alquanto dissestato nella direzione dei propri affari. Si era dimenticato di cancellare una partita di un suo debitore che lo aveva pagato; ma giacchè la cosa era passata, pensò esser meglio lasciare aperto il credito che scarabocchiare la carta. Si era scordato di accendere l'ultimo sabato la lampada alla imagine di sant'Omobono, ma pensò rimediare alla trascuranza col comprare il sabato venturo, invece di una crazia, due soldi d'olio. Il tremito dei suoi nervi rendendogli paralitiche le mani, queste tenevano il passetto in modo che nel misurare il panno a' suoi compratori le bracciature riuscivano piuttosto scarse, ma, per tranquillizzare la propria coscienza, diceva a sè stesso: Che colpa ho io se i dispiaceri che ho provati agitano i miei nervi? tutti coloro che son causa delle mie afflizioni sconteranno nel mondo di là il piccol danno che in questi giorni di confusione possono aver risentito i miei avventori. Troppo lungo sarebbe l'enumerare le sbadataggini di cui fu suscettibile il nostro mercante nel periodo transitorio che abbiamo accennato; una sola, come d'indole assai bizzarra e comica, non vogliamo passar sotto silenzio i nostri lettori. Si scordò di portare le solite teste di pesce fritto nel fazzoletto turchino al gatto che teneva in bottega, il quale essendo stato 48 ore in forzato digiuno, si mostrò piuttosto in broncio col padrone. Quando questi un bel dì aperse la bottega, in un momento di riflessione, appoggiati i gomiti sul banco, il micio, credendo che il padrone ingrato dormisse, imaginò di rifarsi del lungo digiuno a spese di uno dei di lui orecchi il quale per la portata del sangue pareva rosso come un salsicciotto. Onde, spiccato un salto sulla tavola del banco, glielo addentò così fieramente che, senza l'aiuto di benevole persone accorse alle grida del mercante, l'orecchio del signor Basilio sarebbe passato nelle interiora del famoso Buricchio. Da queste dimenticanze trasse frutto il signor Basilio; cessò dal meditare sulla sparizione di Rosina, restringendo i suoi studi mentali sul modo di ottenere dalla signora Guglielmi il pagamento del vistoso suo credito. Lasciamo intanto questo degno personaggio e ritorniamo ad Esmeralda. Esmeralda? Oh! qui sì che vi è del mistero; oh quanti misteri! dirà qualcheduno. Carissimi, rispondo io, non so che dirvi. Dunque zitti, e tiriamo innanzi.

Esmeralda dopo alquanti giorni di dimora al convento pareva più tranquilla, sebbene non avesse riacquistata la ragione. Le suore, a causa della sua beltà, quasi l'amavano. Essa aveva un certo che da farla considerare come superiore al resto delle femmine. La priora aveva per mezzo dell'ortolano mandata lettera confidenziale al padre Gonsalvo, onde questi le indicasse qualche cosa intorno alla frenetica fanciulla in modo brusco da lui introdotta come pensionaria in quel luogo, non avendo la buona madre potuto sfogare il femminil talento di curiosità colla fanciulla, imperocchè essa faceva dei discorsi fuori di senso: parlava di navigli, di catacombe, della Guadalupa, di un caprone, della tribù dell'Ohio e d'altre simili cose, alla madre priora inintelligibili ed a cui rispondeva con esorcismi onde fugare il demonio, da cui credeva ossessa la giovane. E noi certamente le daremo ragione del suo procedere; inoltre quel benedetto padre Gonsalvo aveva avuto tanta fretta nel partire dai monastero che non era stato possibile interrogarlo, e poi era tanto laconico quel buon padre!

Il giorno dopo l'improvvisa recezione di Esmeralda, madre Domitilla, parlando confidenzialmente a suor Dorotea in un'ora dopo il refettorio, le aveva detto:

—Ma che ne dite, suor Dorotea, della apparizione di quella specie di energumena?

—Oh! rispose la camarlinga, io non ne so nulla; tocca a voi, siete priora e basta, io non posso aprir bocca su certi argomenti.

—Ma pure….

—Pure, riprese suor Dorotea, dico che quel benedetto padre abate si prende certe facoltà un poco troppo spinte: capita qua ad ora quasi notturna, picchia, gli viene aperto, introduce una straniera che fa certi occhiacci di spiritata, parla di bastimenti, prende la soglia del convento per la bocca di una darsena, la fune del campanello per una corda d'una vela, voi per il grand'ammiraglio e me per il capitano dei cannonieri; e il reverendo, senza dirci chi è o chi non è costei, ci lascia colle laconiche espressioni: Suore mie, in nome del cielo custodite questa infelice fino al mio ritorno; ed aggiungendo: Benedicat vos, etc., se ne va, e non ne abbiamo saputo più nulla.

—Sì, cara camarlinga, io pure sono del vostro avviso; il buon abate non ci ha fatto il miglior regalo del mondo: ma su questo, transeat; peraltro non è scusabile quel non farci sapere, almeno in due parole, chi è la giovane, cosa voglia, se sia turca, ebrea, scismatica; se dobbiamo convertirla, riconciliarla, ecc., ecc. Quanto è strano quel reverendo!

—Eh! eh! madre priora, sento dire che quel religioso in sua gioventù fosse un po' cervellino strambo, ben s'intende avanti di vestir l'abito.

Delicta juventutis meae ne reminiscaris, Domine, prese a dire la priora: in gioventù tutti più o meno avemmo i nostri falli; speriamo che il Signore voglia dimenticarli. Ma, tornando alla fanciulla, ella non può essere nè turca nè ebrea nè pagana nè protestante: perocchè sappiate, carissima suor Dorotea, come io, sebbene mi fidassi del degno padre abate, abbia voluto togliermi ogni dubbio di ricevere fra le pecorelle del Signore una qualche volpe pericolosa; e fino dal momento in cui l'incognita ci venne presentata dal padre abate, io colla scusa di accomodarle il fazzoletto da collo procurai di rintracciare se da quello pendesse qualche segno di buon cristiano. Indovinate un poco cosa vidi?

—Che? Dite, dite.—

—Una bella reliquia del santo Velo incastrata in una teca di oro a filograna.

—Cospetto! esclamò la camarlinga; deve essere non solo buona cattolica, ma anche ricca.

—Ed anche nobile, continuò la priora; dietro alla teca vi è una bellissima incisione della corona di conte e sotto le iniziali E. C. Z. S. A. 21 marzo 1805.

—Bagattelle! disse sorpresa la camarlinga. Oh! è da figurarselo.
Colei è nobil contessa. E non importa che sia forastiera; padre
Gonsalvo ha relazione con tutti i popoli del mondo. Sarà qualche
giovane scappata ai suoi parenti.

—O qualche innamorata di giovane pagano o liberale, il che è tutt'uno.

—Che bell'acquisto per il convento se si facesse monaca!

—Sicuro, e, a dirvela, io ci ho pensato subito subito: speriamo che riprenda la sua ragione.

—Ed io, vedete, madre priora, confesso il mio peccato: non sapendo tutta questa faccenda, sono stata non poco inquieta in questi giorni, poichè credeva che il convento ci rimettesse di suo, dando da mangiare ad un'incognita la quale….

—Zitta! zitta! riprese la priora: non vi fate sentire da nessuno. Non sapete cosa mi consegnò il frate al momento di lasciar la ragazza?… cinquanta luigi d'oro!

—Eh!

—Sicuro; il buon padre Gonsalvo disse poche parole, è vero, ma fece de' fatti e mi pose in mano un involtino con cinquanta bei luigioni lampanti.

Benedicamus Domino, disse la camarlinga, che aveva tutta la sfiducia propria dei cassieri; sicchè adesso non rimane che ad appagar la curiosità.

—Questa sera sapremo qualche cosa; ho inviato l'ortolano a Montenero,

—Ma intanto non potrei vedere il reliquiario? soggiunse la camarlinga sentendosi morire dalla curiosità.

—Non vi è difficoltà, riprese la superiora; andiamo nella cella N. 12; la fanciulla è tanto buona che è certo ci dirà «Mamma, mamma» e ci mostrerà ciò che volete.—

Entrambe si avviarono alla cella N. 12, bussarono. Nessun rispose; entrarono, non ci era alcuno. Il convento fu tutto frugato. La Esmeralda non ci era più, nessuno l'aveva veduta uscire. Considerate ciò che pensarono, ciò che dissero le suore. La priora spedì un altro espresso al padre Gonsalvo, e questi fu il garzon del vinaio, ritenendo peraltro i cinquanta luigi lampanti.

Esmeralda era sparita la sera dopo la sparizione di Rosina.

Quanto al Caprone ed Iago sappiate…. ma no, per adesso non avete a saper nulla. Bisogna ch'io ritorni nella carcere ov'è rinchiuso Topo. Ma non si potrebbe prima parlare di Giovanni, ossia del Caprone e di Iago? No, signore, non si può; perchè se si tardasse ad andare nella carcere di Topo, si correrebbe rischio di non trovar più nè anco lui. Caspita! ci sono scappati due dei nostri personaggi; non voglio che ci fugga anche il terzo.

Topo è in carcere. Passato il primo bollore della paura, costui si è pentito della rivelazione fatta così su quel subito dell'arresto; sapeva il birbante che, una volta sfuggito dalle unghie della giustizia, poteva cadere in quelle dei settari, i quali certamente a seconda dei loro terribili statuti l'avrebbero spedito all'altro mondo senza processo. Dunque si era pentito e, per riparare alla imprudenza, faceva giuro a modo suo di non dir altro. Caspita! diceva fra sè nella prigione: la tortura e quelle macchinucce con cui strappavano ai tempi antichi la verità dalla bocca dei rei non ci son più; sicchè non ho paura di corda, di argani, di caprette, di quegli ordigni che ho sentito tante volte nominare in un libro che il signor Bruto leggeva all'osteria dei Tre Mori. Dunque non ci son più, ed io?… resta sempre da imparare. Dopo che in carcere ci sono stato tante volte, questa volta l'ho fatta proprio da somaro e non da topo, e sì che i topi son furbi; sono stato tante volte fra le unghie del gatto e ne sono bravamente scappato senza lasciargli in bocca del mio pelo. E adesso?… Ah! proprio l'ora del minchione viene ai più furbi, e d'altronde ero tanto acciecato dalla rabbia…. quel birbante di Cacanastri voler per sè la roba rubata da me. Caspita! gli uccelli sono di chi li chiappa. Io con lui non ho agito così quando l'altra settimana rubò quella collana di perle all'erbaiola di piazza e la portò a vendere al signor Basilio, cioè al signor Giuda: cospetto! io non dissi mica: gliela voglio portar io. Ognuno che va da quel galantuomo ci deve portar ciò che busca. Birbante di Cacanastri! ma almeno dal signor Giuda ci andrò io solo. Gran galantuomo che è quello! paga a contanti, e si sapesse mai nulla! è più segreto del muro. Ma, soggiunse, se ho fatto male, farò emenda da me, il signor giudice non saprà più nulla: se ha voglia di gridare, di urlare, di minacciare, di spezzare il campanello, per me saranno le sei*.

* Espressione volgare di quell'epoca, che equivarrebbe: a non so nulla.

Mentre Topo faceva questi discorsi fra sè udì in uno degli anditi delle carceri dei domenicani* una voce che accompagnandosi col tintinnio del mazzo delle chiavi cantava l'appresso stornello.

* Luogo detto così volgarmente.

    Che mangerà la sposa la prima sera?
    Un mezzo piccioncin*.

* Canzonaccia popolare di quei giorni.

—Veh! veh! questa voce non m'inganna; è Caicchia il fruttaiolo di via San Francesco; no, è del suo figliuolo, quel monello che non ha mai fatto nulla di bene.

—Oh! oh! Caicchia.

—Chi mi chiama? rispose la voce.

—Son io, è Topo che hanno fatto cascare nella trappola: ma tu sei dentro?

—Son fuori; non son gonzo.

—E che ci fai?

—Faccio il gatto.

—Gnau, buon pro ti faccia; almeno avvicinati alla mia stamberga, briccone!—

Un giovanotto dai venti ai ventidue anni, che ben si scorgeva per un secondino di quello stabilimento, si avvicinò alla cella di Topo, ed aperto il piccolo finestrino dell'uscio a doppio sportello, si fece vedere al detenuto.

—Figliol d'un tette* di Caicchia, to', chi ti faceva qua dentro. Come se' grosso e grasso; lo dicevo io tu' pa' che non avevi voglia di far nulla al mondo…. Eccoti diventato un signore.

* Espressione del volgo.

—Tutti i mestieri danno pane, ma tu, pezzaccio di galera, che hai fatto?

—Ho sbertito Cacanastri*.

* Nel gergo: ucciso.

—Ci ho gusto davvero; ma dimmi ho sentito di' che sei anche della congiura della fusciacca rossa* eh!

* Il volgo chiamava così, quasi appartenenti ad una specie di setta, tutti coloro che a quell'epoca erano compromessi colla giustizia: e riteneva che i congiurati, per commettere insieme dei misfatti, portassero una fusciacca o cintura rossa con cui legassero i calzoni alle reni.

—Chene?…: chene? non me ne vendi: co' tu' pari acqua in bocca

Secondino. Ti compatisco: per chi m'hai preso?

Topo. Per un ferro di bottega*. Se non hai altri moccoli, va' a letto al buio, Da questo sportello tira troppo vento.

* Nel gergo: impiegato di polizia.

Sec. Bene: serrerò.

Topo. Noe, l'ho fatto per celia; anzi ho piacere di vedetti quìe; semo camberati.

Sec. Della Bulca….

Topo. Della Bulca…. ma mene mi hanno ilscaraventato ai malmetti*.

* Messo in luogo di prigione.

Sec. Ma tu hai ilbotrato* tutto.

* Palesato.

Topo. Noe…. noe ho ilbotrato nulla due hosine al pittore* pel conia.

* Cancelliere criminale, in gergo.

Sec. Ma e del Caprone e di Concetta e di Bruto….

Topo. (confuso). Futtulsco Caicchia! anche te della fusciacca rossa.

Sec. Sie sie,,, non ti arioldi barabba.

Topo. Barabba! sì me ne arioldo, sei tene, che volevi bulscherar la Honcetta.

Sec. E te ne mi arreggevi lume.

Topo. E hai poltato la balchetta in questo molo*?

* Venuto in questi luoghi.

Sec. È stato mi pae* pttosto il sniffo** che ha holoniali.

* Padre. ** Birro.

Topo. Magari!

Sec. Ora se tu vuo' fa bene, va' a ilbotrare anche di mene.

Topo. De' camberati! accidenti! ma giacchè sei della corda*, non mi potlelti aprimmi un poino.

* Della lega.

Sec. Gnau… gnau…

Topo. Ohè, se torni a ilmiaulare, ritorno Topo, abbasso i camberati e ilbotro anche di tene al pittore.

Sec. Hoe; ho fatto conia, e poi la chiave della bujosa* l'ha il soprastante.

* Prigione.

Topo. Accidenti a lui e alla sua famiglia!

Sec. Non beltemmiare…. vuoi una mezzetta? pago io.

Topo. Bravo, camberata!

Dopo qualche spazio di tempo Caicchia torna con mezzo boccale in mano e, riaprendo lo sportello, porge da bere a Topo.

Topo (prendendo il boccale ed accostandoselo alla bocca). E tu non bei?

Sec. Ho beuto.

Topo (rendendo il boccale). Buh! che roba! a che osteria l'hai preso? come è amaro! Buh!

Sec. (chiudendo lo sportello e rompendo il boccale sgangheratamente ridendo). È roba da Tobi, birbante!

Topo (con urlo soffocato di dentro). Caicchia! ahimè! brucio, brucio, brucio, muoio, muoio.

Sec. (ridendo). O vai ora a ilbotrare di Caicchia*!

* A palesarmi.

Topo (Con voce appena intelligibile). Ah!… t'aspetto all'inferno! ah!

Sec. (allontanandosi). Clepa pure ed avviati o ilbotra di Caicchia*!

* A palesarmi adesso.

Prima di notte Topo era morto: credettero fossesi avvelenato da sè stesso; la sua morte e la fallita impresa delle catacombe aveano salvato i congiurati. In quella notte medesima da incogniti ladri venne derubata madama Guglielmi degli ori, degli argenti e delle gioie. Il furto ascendeva a 10,000 scudi. La polizia non scoperse mai nulla.

N.B. Nel dialogo fra Topo e Caicchia si è adoprata l per r e si son soppresse alcune lettere dell'alfabeto per dare un'idea della pronunzia dei Veneziani di Livorno ed in genere del basso popolo.

CAPITOLO XI.

Salvezza.

Persuasi che il cuore delle gentili nostre leggitrici batterà di palpito straordinario per l'impazienza di conoscere la sorte della sfortunata Rosina, non vogliamo tenerle oltre nella trepidazione. Prima però due parole intorno a Giovanni. Esse ricorderanno che, dopo pochi istanti dall'improvvisa comparsa del negro, quel cospiratore aveva, con un calcio dato in una molla, fatto alzare il pavimento di tavola della sala del maestro delle catacombe e ciascuno con lui precipitare nel sottoposto baratro. Ognuno crederà che, nel precipitare dall'alto al basso in modo brusco ed improvviso, qualcuno dei caduti si fosse fracassato un braccio, una gamba, lussata una spalla, rotto il cranio, e che so io? Ma no: nulla affatto di questo: nella sottostanza della sala del maestro era stata da gran tempo appositamente ammassata una quantità considerabile di lana da materassi, la quale, nel caso in cui ai congiurati facesse bisogno di precipitare nel baratro, potesse addolcire la caduta per modo che le loro membra non ne soffrissero alcun nocumento; ed infatti tutti gli adunati laggiù si trovarono in un monte; ma, passato il primo momento di sorpresa, si alzarono, si assettarono alla meglio nelle vesti e nei capelli e si avviarono per lunghissimo ed umido andito ad altra uscita del sotterraneo che metteva in luogo affatto opposto alla riva del mare, sulla quale sarebbero stati sorpresi dalla forza, se per là si fossero procurati una sortita. È superfluo il raccontare che di essi chi mosse di qua e chi di là, e se ne andarono raminghi tutta la notte per la campagna, e chi prese la via di Montenero e chi di Salviano, chi della Valle Benedetta, rientrando nella città per porte diverse, ad ore e giorni diversissimi e colla maggior cautela del mondo. Ognuno di essi si era creduto proprio, come suol dirsi, in bocca al lupo e ne era scampato per miracolo, e certamente a molti passò la volontà di cospirare. Quando tornarono in città avevano i volti molto smagrati, perchè, avendo dovuto all'impensata trattenersi fuori mezzo nascosti fra i boschi ed i cespugli, non avevano potuto sodisfare all'appetito naturale dopo lungo digiuno, ed appena appena avevan trovata un poco d'acqua per dissetarsi.

E qui giova osservare come veramente e propriamente appartenenti ad una setta non potevano dirsi che pochi di costoro; mentre i più erano persone date al malfare, soci di bricconata e conosciutisi fra loro per appartenenti ad una compagnia di persone rotte al delitto, cui il volgo dava nome della compagnia della Fusciacca, forse dal modo col quale ognuno di essi si soleva legare alla vita i calzoni con una ciarpa del colore suddetto.

L'entusiasta Giovanni, dalla inclinazione e per la ricevuta educazione trasportato a macchinare trame a danno del ceto dei nobili e de' ricchi da lui odiato, aveva innestato quest'odio all'idea di un miglioramento di sorte nei poveri; e concluso ciò non potersi sperare che al sorger di un popolare regime, erasi veramente associato ai carbonari d'allora e aveva fatto dei proseliti anche fra persone al mal far dedicate, pur di accrescere il numero dei soci e fra' giovinastri suoi conoscenti di mezzi disgraziati, a cui ferveva in petto ambizione estrema, da essi scambiata col creduto amore della patria e degli uomini. Fra questi eran coloro che abbiamo nominati Bruto e Catone ed alcuni altri di quella tempra. Tranne peraltro costoro, che almeno avevano una idea di politica, gli altri non erano se non se adoperati come stromento materiale di trambusto e scene violenti, nelle quali la setta molto sperava per dar opera a quanto meditava. L'infausto esito per essi della notturna congrega tolse ai capi, come suol dirsi, le mani, perchè i malandrini di cui si componeva quella riunione si erano sbandati per non si riunire almeno per qualche tempo, tenendosi fermi nel proposito di commettere dei proditorii ferimenti, dei furti e altre iniquità con animo di lucro infame e di sete di sangue. I nostri lettori faranno certamente le meraviglie nel vedere come un uomo del pensare, dirò anche del cuore, di Giovanni potesse associarsi con siffatta gente. Ahimè! nessuna cosa è più al caso di accecare il buon senso di quello che lo sia il demonio demagogico che attacchi il cuore e la mente di un povero uomo; e così avvenne di Giovanni.

Non sì tosto ei si vide fuor del nascondiglio nel quale aveva corso rischio di essere preso, appena respirò le aure del cielo sereno, un grosso sospiro ed una lacrima gli uscirono ad un tempo.

—Ahimè! tutto è perduto,—esclamò, e lungamente stette colla testa fra le mani. Il solo Iago lo seguiva a capo basso senza proferir parola, lasciandolo sfogare. Quando i primi scoppi di dolore per la fallita impresa cominciarono a calmarsi, allora un tetro pensiero gli si affacciò alla mente. E che? Alfredo, Esmeralda l'avrebber forse tradito? Perchè non comparsi presso di lui? perchè?… E furioso per tal pensiero, lungi dal tenersi discosto dalla città, andava a gran passi verso la medesima. Quando peraltro Iago lo vide deciso di entrare in quella, d'improvviso afferrandolo per la destra,

—Padrone! esclamò nel linguaggio natio tanto da Giovanni ben inteso, padrone! non contento di far piangere Rosina, Alfredo, Esmeralda sulla certa e vituperosa vostra morte, volete anche che nel mondo migliore ne piangano gli ottimi vostri genitori estinti?—

Il dolore ed il tono patetico di queste parole fece soprassedere il turbato Giovanni, il quale, è pur forza dirlo, credendosi tradito, meditava di rientrare in città, vendicarsi ed uccidersi. I nomi proferiti dal negro avevano per il cuore del giovane una infinita potenza; inoltre nella notizia del servo vi era quasi implicitamente la notizia dell'innocenza dei tre individui da lui nominati.

Giovanni si fermò e, postosi a sedere su d'un arginello di un campo poco lungi dalle mura, riprese il suo pianto e i suoi sospiri, e quindi vivacemente:

—Ebbene! perchè mia sorella, il mio amico, colei che amo non son eglino qui? almeno piangerebbero meco e ci daremmo un estremo addio.—

Il negro narrò di loro ciò che allora sapeva per averglielo detto il frate, cioè che esso aveva e con persuasioni e con stratagemmi allontanati i tre giovani del convegno e condotta la Esmeralda in luogo sacro e sicuro. Di più a quell'ora non sapeva il servo.

Giovanni, al racconto di lui, teneva il volto accigliato e severo in modo che, battendogli il raggio della luna in fronte, fealo assomigliare a quelle facce di bronzo delle statue di qualche antico guerriero. Fiero e nemico a chiunque si mostrasse avverso alle cose sue e vi s'immischiasse dentro per dar loro un altro corso, gridò:

—E qual diritto aveva colui di quasi rapirmi la sorella, di obbligare a disobbedirmi la donna che dev'essere mia per sempre?

—Il diritto dell'amore, replicò il negro; il vecchio frate vi ha dato la più gran prova di affetto che mai potesse darvi; e se io non veniva, e se invece coloro che amate fossero stati con voi, che sarebbe e di voi e di loro?—

Il fiero Giovanni tacque, esso era calmato; alla sua calma contribuì più certamente l'assicurazione che i suoi diletti non si erano macchiati di tradimento di quello che l'idea di esser salvo ed eglino ed esso. Continuò:

—E chi mai, dimmi, rivelò il segreto delle catacombe?

—Per quanto credo, uno dei vostri complici.

—Sia in eterno maledetto! (indi traendo un pugnale) chiunque sia, morirà.—

I nostri lettori avranno veduto che non era destino di Giovanni il macchiarsi di sangue. Topo doveva morire per altre mani.

Il colloquio del negro col suo padrone non durò oltre, perchè quest'ultimo, bruscamente alzandosi, gli aveva detto:

—Questo padre Gonsalvo, quest'uomo singolare che, dopo avermi tenuto bambino, come mi narri, sulle ginocchia, viene dopo venti anni a occuparsi nuovamente delle cose mie, dove trovasi egli?

—Non lo so, riprese il negro; e dentro la città sarebbe malagevole il ritrovarlo quando che vi sia: meglio andarne al convento; in questo sacro luogo voi potrete trovarlo od aspettarlo, e ciò sarà acconcio a nascondervi fino a che abbiate dato una nuova direzione al vostro avvenire.—

Il consiglio del negro piacque al fervido Giovanni, il quale, cambiata direzione ai passi, li volse verso la chiesa del convento di Montenero, da cui erano distanti quattro miglia, ma che esso si proponeva di abbreviare tracciando la linea più retta che gli fosse possibile per quei campi e prati che gli si paravano davanti. Iago lo seguiva in silenzio, come se, invece di un uomo, fosse stato un cane da caccia.

Non faccia specie se quei due procederono così, invece di prendere la via: assuefatti a percorrere le inospite lande dell'America, per loro il saltar fossi, andar per i solchi, rompere filari di viti o di altre piccole piante che si opponessero al loro passaggio era cosa assai ordinaria; di più, tanta erane l'agitazione che il cercare la strada maestra ritengo non passasse lor per la mente. Ma, mentre costoro vanno di un passo rapido verso il monte della Vergine, io ritorno alla passionata Rosina. Rosina dall'immenso dolore in cui avevala gettata l'improvvisa proposta della madre di accordarla in sposa all'odiato signor Basilio da lei poche volte e sempre con indicibil ribrezzo veduto, era passata allo stato di delirio, allorchè dopo l'arresto di Alfredo si era veduta in balía di quell'uomo infernale. Dopo la scena terribile del salotto ella, fuor di mente, in una indicibile spossatezza, si era senza volerlo insinuata sotto la portiera di damasco, cogli occhi macchinalmente fissi sulla finestra; un pensiero nuovo, tremendo le balenò nella mente, quello cioè della possibilità di evadere precipitandosi dal verone, unico mezzo di sottrarsi alla sua situazione infelice. Fuggire, sì, fuggire fu l'unica idea di cui fu capace in quel doloroso frangente. La morte, nello stato di esaltazione in cui si trovava, le apparve ben mille volte più soave della vita di sposa dell'uomo abborrito; si persuase la madre non esser più padrona di sè stessa per sottrarla al sacrifizio più terribile; guardò anco una volta fremendo il suo persecutore, richiuse gli occhi mentre un brivido le corse per le ossa: riaperti gli occhi, affissando una stella del cielo, le parve che il raggio che da quella partiva le insinuasse nell'animo una insperata dolcezza; e, vaneggiando, credè che da quella lo spirito beato del padre suo la invitasse ad approfittare di quel rimedio estremo, le promettesse sovrumana assistenza. Risoluta, non più vide il suicidio, ma nel periglioso passo un invito della provvidenza a non dubitare delle tante e miracolose vie che ella ha per salvare i miseri mortali dal colmo della sventura. Trattasi dal petto una portentosa imagine della Vergine, se l'accostò ai labbri con indicibil fiducia e, leggermente aprendo il verone, spiccato un lancio da quello, fu nella via. Al cielo si era affidata, il cielo accolse l'intemerata sua fede e preghiera; trovossi ella in piede, qual se un angiolo l'avesse portata sulle ali sue; piegato il ginocchio, orò brevissimamente e quindi si pose a fuggire nella prima direzione che le si parò dinanzi. Ma il cielo vegliava su lei. Una vettura munita di due lampioni accesi stava fissa sulla parte opposta a quella della finestra di madamigella Guglielmi, vettura che dalle ore sette o le otto stava là ferma. Il vetturino non si vedeva sul davanti, cioè a cassetta, ma ciò non aveva dato nessun sospetto a coloro che transitavano la via grande; spesso si vedevano vetture ferme accanto ai portoni delle case, entro le quali il vetturino addormentato attendeva qualche signore o signora che uscisse dalla conversazione.

Non appena la fanciulla saltò e si mosse veloce verso la via de' Materassai, la misteriosa carrozza si mosse e le tenne dietro, ed in un momento un incognito, uscendo dallo sportello, precipitosamente afferrata la fanciulla e messale una mano alla bocca perchè non gridasse, la trasse in vettura, che partì di là con straordinaria celerità. Tutto questo fu opera di pochissimi istanti. Rosina era stata messa nella misteriosa vettura allo svoltare di via dei Materassai a cento passi di distanza dalla sua abitazione e senza che le persone guidate dal signor Basilio e fornite di lumi fossero state in tempo di veder nulla.

La misteriosa vettura coll'incognito che vi era dentro, il quale teneva dolcemente fra le braccia il capo di Rosina svenuta per l'emozione e per lo spavento, non aveva preso nessuna direzione verso le porte della città, ma, dopo aver girato varie strade, si era fermata sulla piazza dell'erbe e davanti una casa di poverissimo aspetto, donde una donna era uscita a prendere la misera fanciulla: e sebbene il personale di quella donna non fosse molto felice perchè pingue, il di lei vigore era tanto che in un baleno, tratta a sè la giovane, chiuse la porta. L'incognito partì colla vettura senza che si sapesse dove andassero e come così prodigiosamente avesse giovato alla salvezza della fanciulla. La casa della donna era una di quelle che, mediocremente mobiliata, spiccava per la nettezza. Costei, trasportata la fanciulla tuttora svenuta in una politissima camera, avevala collocata sopra un morbido letto prodigandole tenere cure. Quando Rosina aprì gli occhi, credè di sognare. Tuttociò che vedeva talmente le pareva straordinario che suppose essere passata in un mondo migliore. Mezz'ora prima in casa propria! ora viva dopo il periglioso passo e senza saper come, quasi rapita di mezzo alla via, trasportata in un incognita magione! Dove mai era stata condotta? Chi era quella donna che salmeggiava accanto al suo letto? E quella bella biondina in abito bruno che mormorava divote litanie? Rosina non azzardavasi a parlare mentre le due donne pregavano. Finita la prece, la donna prese una porzione di cordiale e la fece sorbire alla fanciulla, che ne fu riconfortata ed in grado di parlare.