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I divoratori: romanzo

Chapter 10: VIII.
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About This Book

The novel follows upheaval in a Hertfordshire household after the arrival of a newborn and her grieving young mother, which provokes attention, gossip, and unease among children, servants, and relatives. The child's presence disrupts routines and reveals rivalries, possessiveness, and social prejudices, as domestic roles shift and private longings surface. Intimate scenes track emotional ambivalence toward nurturing and control, showing how affection can feed both tenderness and destructive desire. Through close observation of daily life and psychological portraiture, the narrative examines identity, belonging, and the costs of love within constrained social and familial expectations.

Die linden Lüfte sind erwacht
Sie säuseln und wehen Tag und Nacht
Sie kommen von allen Enden...

I poeti le bisbigliavano le parole maliarde all'orecchio. Traverso gli alberi foscheggianti in fondo al prato si vedeva una striscia d'oro, là dove il tramonto si accendeva in cielo.

Die Welt wird schöner mit jedem Tag
Man weiss nicht was noch werden mag,
Das Blühen will nicht enden!...

Nancy si lasciò scivolare giù dall'altalena. I poeti sussurravano ed urgevano... Fräulein nelle sue lezioni di ieri le aveva insegnato un fatto meraviglioso: aveva detto che il mondo era una stella: una stella rotonda, oscillante nell'azzurro, con tante altre stelle tutto all'ingiro. Sì, sopra alla terra ed anche giù, sotto, in tutta l'aria celeste intorno al mondo galleggiavano le stelle! Ma dunque, se si andava all'orlo del mondo, proprio fino all'orlo, là dove la curva della terra comincia a scendere, si poteva certo, sporgendosi un poco (e aggrappandosi forse a un albero per non cadere) guardar giù nel cielo e veder le altre stelle, sospese sotto di sè!

Subito Nancy sentì che bisognava che ella andasse fino all'orlo del mondo a guardar giù. L'orlo del mondo! Si vedeva anche di qui. Doveva essere dietro a quegli alberi scuri, al di là delle cascine del Mulino, proprio là dove il sole era caduto, lasciando una striscia d'orizzonte incendiato.

Fu così che Nancy uscì dal suo giardino, per andare fino all'orlo del mondo.

Quando la signora Avory, teneramente sorretta dalle figlie, venne a sedere in giardino, e che le ebbero messo uno sgabellino sotto ai piedi, e un guanciale dietro le spalle, e dell'acqua di Colonia sulla fronte, Edith disse:

— Dov'è Nancy?

— Già, — disse Valeria, — dov'è Nancy?

Fräulein andò chiamando per il giardino e per la casa. Valeria andò, chiamando, per la casa ed il giardino. Edith corse di sopra e guardò in tutte le stanze; poi guardò in solaio, e poi ancora nelle stanze e ancora in giardino, e nel boschetto, e nella serra. Nino, appena entrò, fu mandato in paese a domandare se mai Nancy vi fosse stata, ma Nancy non c'era, e nessuno l'aveva veduta. Lo zio Giacomo col garzone della scuderia se n'andò in una direzione, e Jim Brown nell'altra. Nino prese per i campi verso la stazione: lo si udiva chiamare e fischiare per miglia d'intorno. E Florence corse giù pel sentiero della Cappelletta, che conduce a Fern Glen.

Valeria, torcendosi le mani, le corse dietro, lasciando detto ad Edith che restasse a casa a badare alla mamma e al nonno.

Ma Edith si era messo il cappello, e diceva alla signora Avory:

— Torno subito, mamma cara! Sta qui buona, e chiama la Fräulein, che badi a te, e al nonno.

Ma sua madre non volle saperne di lasciarla uscire sola. No, no! andrebbe anche lei. E se ne uscirono frettolose verso Bakers' End, dicendo a Fräulein di stare in casa e di badare al nonno.

Ma Fräulein, che aveva recentemente letto « Misunderstood », fu presa da un orribile presentimento riguardo al lago del vecchio Castello di Bery. Ed uscì anche lei, in gran fretta, fermandosi solo un attimo per dire alla cuoca che badasse di ritardare il pranzo, e non mancasse di star attenta al nonno.

Ma la cuoca andò fuori alla latteria di Smith a raccontare l'accaduto; e l'altra serva andò con lei.

Il nonno rimase solo nella casa deserta.

(Le Parche filavano. « Ecco un filo nero. Intessiamolo »).

Il nonno era solo nella casa deserta. Chiamò sua figlia. Chiamò Valeria; ed Edith; e Nancy. Poi si ricordò che Nancy si era smarrita. E chiamò Sally. E chiamò Tom. Poi suonò tutti i campanelli, ma nessuno venne, nessuno rispose. Allora di nuovo si ricordò che Nancy era smarrita, e che tutti erano andati in cerca di lei. Lentamente si avviò nel parco e scese lungo il viale fino al cancello. S'affacciò a guardare: la strada si stendeva deserta nell'ombra crepuscolare.

Il vecchio uscì, e a passo a passo, volse a sinistra, dalla parte opposta al villaggio, verso il crocevia delle Cascine.

Ma, prima ancora di arrivarci, lasciò la strada maestra e prese un sentiero traverso i campi. Il sentiero si perdeva al Fosso di Wakeley, ma il vecchio continuò a camminare inoltrandosi verso la brughiera desolata e incolta.

Il sole era caduto dietro le colline, e la notte, come un gatto grigio, correva furtiva e rapida per le lande.

Nancy era già stata trovata e ricondotta a casa da Jim Brown. Ma il vecchio nonno volgeva ancora i tardi passi per la scura e desolata brughiera. Vide qualcosa oscillare e muovere contro il celo.

— Sarà Nancy, — disse. E la chiamò.

Ma era una trebbiatrice, coperta di lunghe tele nere che sventolavano nell'aria. Il nonno si affrettò un poco nel passare, e disse forte:

— Ho ottantasette anni.

Allora si sentì più tranquillo. Era persuaso che nessuno, sapendo la sua grande età, gli avrebbe fatto del male. Difatti la trebbiatrice lo lasciò passare senza fargli nulla, e non lo seguì coi suoi cenci sventolanti, come egli aveva temuto. D'un tratto sussultò udendo dei piedi leggieri correre nel buio davanti a lui. Erano tante pecore grigie nella notte, che si fermarono di colpo, tutte insieme, con le faccie nere volte verso di lui. Gli venne freddo, e si affrettò, vacillante; mentre gli pareva sempre che dietro a lui sbucasse qualche cosa dai cespugli. Era agghiacciato di paura.

— Ho ottantasette anni. Non è giusto che io sia qui, solo nella notte, — disse e cominciò a piangere forte, come un bambino; ma nessuno lo udì ed egli ebbe paura del rumore che faceva.

Si volse per tornare a casa, passando di nuovo vicino alla macchina avvolta nel drappo nero. Ed ecco che in un campo a destra vide qualcuno in piedi che si moveva.

— O Nancy! — gridò — sei lì?

Ma la figura non rispose.

Allora il nonno gridò:

— Buona sera. Scusi... ha visto Nancy? Buona sera! Nancy è passata di qui?

La figura nel campo faceva molte riverenze e il nonno continuava a rispondergli:

— Buona sera, buona sera.

E come gli pareva di vedere che gli facesse cenno di avvicinarsi egli si avviò pel campo, incespicando nei solchi.

Quando fu vicino a quella figura, disse in fretta:

— Ho ottantasette anni.

La figura sventolò ambe le braccia, molto impressionata.

Il nonno sedette per terra perchè era stanco.

... Già Nancy era giunta in salvo, e la casa echeggiava di voci e splendeva di lumi accesi. Ma nel buio sulla collina il nonno sedeva vicino allo spaventa-passeri e discorreva con lui.

— Quando vorrà andare a casa, — diceva il nonno, — verrò anch'io se permette.

E lo spauracchio non fece obbiezioni.

Dopo un lungo silenzio il nonno riprese:

— Mi dirà poi quando sarà disposto ad andare...

La figura gli fece cenno con fluttuante gesto che aspettasse; e il nonno cercò di non impazientirsi.

— Va bene, va bene, — disse. — Non ho fretta.

Ma era tardi e faceva freddo.

... D'improvviso, ecco, sul ciglio della lontana collina, apparire suo figlio Tom! Ed anche il figlio di Tom. Giganteschi e taciti scendevano per il pendìo, venendo a lui con passi lunghi e leggieri. E dietro loro, con passi lunghi e leggieri, venivano tutti i figli morti di suo figlio Tom. E tutti si mettevano a sedere intorno a lui. E più l'aria si faceva buia, più egli se li sentiva vicini, leggieri e giganteschi. C'era anche Sally, Sally che era la sua prediletta; ed essa si appoggiava strettamente al suo petto, e gli agghiacciava, col piccolo viso freddo, il cuore.

A tutti loro egli domandò se avessero veduto Nancy; ma essi dissero di no, scotendo la testa tutti insieme. Il nonno chiese a Sally se la sua tosse andava meglio. E allora tutti risero piano, senza rispondere.

La trebbiatrice passò, agitando le ali...

Così per tutta la notte i suoi figli morti sedettero accanto a lui. All'alba si levarono, e ritraversarono con passi lunghi e leggieri la collina.

Ma lo spauracchio non lo abbandonò.

(Taglia il filo, disse la Parca).


VIII.

Quindici giorni dopo il funerale, Nino si arricciò i baffi e se ne andò a Londra. Suo padre non gli fece rimostranze. Veramente lo zio Giacomo stesso trovava la casa esageratamente lugubre; e sentiva intorno a sè un'atmosfera di vaga irrequietezza angosciosa che non poteva attribuirsi alla scomparsa della mite figura dell'avo.

Valeria errava per le camere nel suo vestito di lutto, con un'espressione spaurita e sonnambulesca. Se lo zio Giacomo voleva parlarle, ella scattava in mezzo alla conversazione con aria di bestiola inseguita, e correva a vedere di Nancy. Lo zio Giacomo s'infastidiva. Ma non c'era dunque Fräulein per badare a Nancy? E se Fräulein fosse occupata con la signora Avory e con le domestiche, v'era pur sempre Edith! Edith non adorava forse la piccina, accarezzandola e viziandola? Che bisogno c'era che Valeria si agitasse a questo modo?... Ma Valeria si agitava, impallidiva e correva via. Non più piccole premure per lo zio Giacomo; non più minestroni freddi, fatti espressamente da lei sotto il naso disapprovante della cuoca inglese. Più nulla. In quanto a Nino, poveretto! pareva proprio che per Valeria egli non esistesse più. Ella non aveva occhi che per Nancy e per Edith. Sempre le guardava, le seguiva, s'intrometteva nei loro discorsi; sempre le spiava con quell'aria di bestiola inseguita che faceva pietà. Quando le due ragazzette sedevano insieme, felici, leggendo o chiacchierando, Valeria con voce rauca e nervosa chiamava Nancy, e la mandava via a far qualche commissione inutile; oppure se la teneva vicina, facendole dei lunghi discorsi incoerenti. Edith talvolta si domandava perchè mai Valeria le portasse via così la bambina; perchè la chiamasse sempre a sè con fare così improvviso e severo. Ma poi vedendo il viso ansioso e pallido di Valeria — e guardando Nino, che per lo più sembrava distratto e seccato, Edith pensava a litigi d'innamorati, e non faceva domande.

Ma non v'erano litigi d'innamorati tra Nino e Valeria. Dal cuore affannato di lei l'amore materno aveva scacciato ogni altro sentimento; e un solo pensiero la possedeva: il pensiero di proteggere Nancy, di tener Nancy lontana dal lieve alito di Edith, dai teneri baci di Edith! E Nino, vedendola sempre colla figlioletta sulle ginocchia o al fianco, si abituò gradatamente a vedere in Valeria la madre più che l'amante, la parente più che la fidanzata.

Poichè la creatura in grembo a sua madre vieta e frena la passione.

Una sera Nino, sbadigliando, prese in mano un giornale, e per esercitarsi nell'inglese ne lesse le notizie. Ed ecco che le notizie lo interessarono!

All'indomani si arricciò i baffi e partì per Londra. Andò a pranzo da Pagani e vi trovò un vecchio compagno di università, Carlo Fioretti, che pranzava con una signora inglese, troppo ingioiellata e dai capelli troppo dorati, a una tavola presso la sua. Fioretti gli fece gran festa, e la bionda signora gli sorrise. Lo invitarono a prendere il caffè con loro, e Fioretti gli raccontò molte cose sulla colonia italiana di Londra. Poi lo invitarono a venir con loro all'Alhambra. Ma Nino, spiacentissimo — oh, desolato! — non poteva. Andava appunto stasera al teatro Garrick...

— Ma è vero! — esclamò la signora bionda. — C'è quella grande attrice italiana, stasera, al Garrick! Come si chiama? Villari! Già, Villari. Perchè non ci avete pensato? — E scotendo un dito rimproverante a Fioretti: — Perchè non mi avete condotta a sentire la Villari?

Fioretti si profuse in discolpe e scuse, e baciandole le dita ingemmate, promise che ve l'avrebbe condotta l'indomani, e la sera appresso, e tutte le sere!

Quindi Nino si accommiatò, con molti inchini e baciamani; e Fioretti lo condusse sino alla porta.

— Chi è? — domandò Nino.

— Una « lady » dell'aristocrazia, — disse Fioretti. — Divorziata.

— Deliziosa, — disse Nino.

— Milionaria, — soggiunse Fioretti; e, stretta rapidamente la mano all'amico, tornò al suo tavolo.

Le tragiche donne del Cossa salmodiavano già le loro nenie quando Nino entrò in teatro. Prese posto in una poltrona di quarta fila; e subito il suo cuore si aprì al suono delle voci italiane. Il suo sangue latino pulsava in perfetto accordo colla sonora dolcezza delle parole familiari, colla graziosa violenza dei gesti noti.

All'improvviso entrò in scena la Villari, e tutto sparve per Nino all'infuori di lei. Fervida e sottile, ardente e leggiadra, ella tenne subito tra le piccole mani calde i cuori del placido pubblico inglese, scuotendone i nervi, costringendoli e attirandoli verso inusitate passioni.

Nino sedeva immobile, col cuore scosso da forti battiti, e si chiedeva se ella lo ravviserebbe. Ricordò la prima volta in cui gli occhi di questa donna avevano incontrati i suoi: al Manzoni, a Milano, quattro anni prima.

Come ricordava quella sera! Gli pareva ieri!... Si dava la « Saffo » di Daudet; e Nino era andato con la zia Carlotta e la cugina Adele in un palco di proscenio. Nel secondo atto egli rideva con Adele della veemenza della scena d'amore quando, all'improvviso, si accorse che la Villari lo guardava. Sì, guardava lui! Lo fissava con grandi occhi penetranti, lungamente, deliberatamente, mentre Jean le singhiozzava ai piedi. Poi ella pronunciò la famosa frase del Daudet: « Toi, tu ne marchais pas encore que moi déjà je roulais dans les bras des hommes », tenendo sempre gli occhi fissi e profondi sul viso di Nino. Capricciosa e bizzarra qual'era, aveva detto quelle parole in francese, in mezzo al dramma italiano, quasi per sottolinearle di più. Poi s'era voltata via ed aveva continuato la sua parte senza più badare a lui. E a Nino pareva di aver sognato. Adele era stata sarcastica ed acidetta tutta sera. Poi — ah, come Nino se lo ricordava! — il giorno seguente egli aveva mandato dei fiori alla Villari. (Essa se li aspettava!)... E una settimana dopo, le aveva mandato un braccialetto con brillanti e rubini, avendo venduto a questo scopo il pianoforte della zia Carlotta durante una sua assenza.

Ed oggi, ecco, ella gli stava davanti ancora, fervida e sottile, ardente e leggiadra, e Nino, immobile, col cuore palpitante, si domandava se essa lo ravviserebbe.

A un tratto ella volse gli occhi verso di lui e lo fissò con sguardo fermo e profondo. Tanto a lungo ella lo guardò che gli parve che tutti dovessero accorgersene, e Nino si sentì mancare il respiro per la commozione.

Quando cadde il sipario, le fece portare in camerino il suo biglietto di visita.

Ma ella si rifiutò di riceverlo. Nè volle vederlo alla fine del dramma. Il giorno seguente le mandò dei fiori (ella se li aspettava)! — ma quando andò a trovarla al suo albergo, gli venne detto che la signora non c'era per nessuno.

Così, egli assistette a nove delle dodici recite; ed ella continuò a non volerlo ricevere. Poichè ella era astuta e fine; e aveva trentotto anni; e conosceva il cuore degli uomini. Conosceva anche il proprio cuore; e più di una volta le era parso di scoprire in esso dei sintomi di ciò ch'ella chiamava una « cotta », una « toquade », per questo giovane Nino dalla testa ricciuta, dal riso leggiero, dagli occhi violenti.

Nunziata Villari temeva le sue « cotte ». E non a torto. Da tempo ne conosceva i disastrosi effetti. Sapeva quanto fossero dannose alla sua carnagione, rovinose pei suoi affari; torturanti nel loro svolgersi, e strazianti alla loro fine. E sopratutto le faceva paura una cotta per Nino; poichè Nino era uno di quelli dal naso di pasta frolla, e quindi sarebbe stato certo una fonte di sofferenze per lei.

Così, una sera dopo l'altra, Nino seduto nella sua poltrona al Garrick, la guardava e contava i giorni che gli rimanevano prima che ella ripartisse. Ogni sera ella era diversa: era Saffo e Maddalena; era Norah e Fedora; era Fedra e Desdemona. Ogni sera ella era davanti a lui tutta sorrisi o lagrime, tutta amore od odio. La vedeva dolce e spaventosa, feroce e ammaliante. La vedeva abbracciare e uccidere; contorcersi in morti delicate o terribili. Ella era la purità risplendente e il trionfale peccato. Era l'Eterno Feminino, l'immortale Amante — la sempre Desiderante e la sempre Desiderata.

Allorchè dopo l'undecima recita ella gli concesse finalmente di vederla, egli entrò nel camerino, pallido, con le labbra tremanti. Senza una parola di saluto, senza rispondere al sorriso di lei, si lasciò cadere su una seggiola e nascose il volto tra le mani. E ciò fece ridere Marietta.

Ma Nunziata Villari non rise. Comprese d'un tratto che in tutte le sere passate ella non aveva recitato che per questo Nino; che per lui, per lui solo, ella aveva singhiozzato e pianto, riso e delirato. E vedendolo ora davanti a lei, con la faccia tra le mani, chino il bel capo ricciuto, ella si sentì nel cuore quel palpito intermittente che riconosceva e paventava.

— Misericordia! — sospirò. — Ho paura che sia un'altra cotta!

Era un'altra cotta.


IX.

Nella Casa Grigia a Wareside, Fräulein Müller leggeva ancora la Divina Commedia all'inconscio zio Giacomo. I fiori dei meli oscillavano nella mite aria primaverile. Le farfalle passavano come fiori alati sul capo di Edith che giaceva in un seggiolone al sole, troppo stanca per muoversi e troppo svogliata per leggere. La piccola Nancy correva per il giardino, coi ricci scompigliati, inseguendo i pensieri e le parole che le balzavano innanzi o le cantavano nella fantasia; e pensieri e parole si dividevano in strofe, si accoppiavano in rime, come fanciulli che danzano.

Sedute nell'ombra le due madri vegliavano; la signora Avory non distoglieva gli occhi dal volto di Edith se non per leggerle qualche libro, di cui presto la fanciulla si stancava. Valeria — placida e pietosa se Nancy era lontana — stringeva le labbra, fosca negli occhi, appena udiva Edith chiamare la piccina; e se questa correva all'appello, subito Valeria la chiamava, e la circondava con braccia gelose.

Allora il volto della madre di Edith si faceva duro e il suo cuore era invaso dall'amarezza. Si alzava rapida, e avvicinandosi ad Edith si chinava su di lei con parole incoerenti, cercando di distrarla, per non lasciarla accorgere delle crudeli paure di Valeria.

Sopra le inconscie teste delle loro figlie gli sguardi delle due donne si incrociavano, ostili e duri, ognuna proteggendo la propria creatura, ognuna accusando l'altra.

— Edith è ammalata, — dicevano gli occhi della signora Avory, — ma non voglio che lo sappia.

— Edith è ammalata, dicevano gli occhi di Valeria, — non voglio che Nancy le stia vicino.

— Non bisogna affliggere Edith, — dicevano gli occhi della signora Avory.

— Non bisogna esporre Nancy al pericolo, — rispondeva lo sguardo di Valeria.

— Mamma, — trillava all'improvviso la limpida voce di Nancy, — credi tu che Maggio sia una fanciulla?

— Cosa vuoi dire, cara?

— Ma sì! il mese di Maggio! non ti pare che sia una ragazza, bionda e inghirlandata, che passa correndo leggiera leggiera sui prati? e dove tocca le siepi col dito fioriscono!

— Sì, sarà così, gioia mia, — rispondeva sua madre, distratta.

— O credi piuttosto che sia un fanciullo, un ragazzo capriccioso e prepotente, coi ricci che gli cadono sugli occhi... Mi pare di vederlo correre all'impazzata per la campagna, scotendo i rami per far guardar fuori le foglioline spaurite e lanciando traverso il cielo gli uccelletti felici e sbalorditi.

— Sì, cara, sarà proprio così...

— Oh! mamma, non dài retta a niente, — rise Nancy, e corse via pel prato, improvvisando nell'andare:

Says May: « I am a girl!
May is short for Margaret,
Margaret or Daisy.
The petals of a jessamine
No boy's hand could unfurl! »
Says May: « I am a girl ».
Says May: « I am a boy!
May is short for.... »

— « For what »? — pensa Nancy, rabbuiandosi, impaziente colla parola ribelle che non viene quando si vuole. Poi salterellando attraverso l'erba:

Says May: « I am a boy!
May is short for Marmaduke,
As all the world should know!
I taught the birds their trills and shakes,
No girl could whistle so! »
So May the girl, and May the boy, they quarrel all day long
While the flowers stop their budding, and the birds forget their song,
And God says: « Now to punish you, I'll hang out the new moon
And take and bundle both of you into the month of June ».

— Veramente, — riflettè Nancy, — « May » non è affatto il vezzeggiativo di « Marmaduke ». Ma come fare? Ci deve essere per la poesia un Mago che tiene tutti i pensieri chiusi in una stanza buia e tutti i vestiti dei pensieri — che sono poi le parole! — chiuse in un'altra. E la difficoltà sta nel trovare i vestiti giusti per i pensieri... Qualche volta esce dalla stanza buia un pensiero bello, alto, chiaro come un arcangelo! e si va a cercargli un vestito, e non si trovano che degli straccetti che non gli stanno. E qualche volta si ha un pensiero storto, insignificante, un rospiciattolo di pensiero! e gli si trova una gran veste a strascico d'argento. Quando sarò un grande poeta, — sospirò Nancy, — spero di non condurre attorno dei rospi di pensiero vestiti d'argento...

Nella sua seggiola al sole Edith aprì gli occhi.

— Nancy! dov'è Nancy?

Valeria balzò in piedi.

— Vuoi qualche cosa, Edith cara?

— No, niente; vorrei Nancy! mi piace tanto vederla. E sono proprio troppo pigra per correrle dietro.

— La chiamerò io, — disse Valeria.

A quella risposta inaspettata, la signora Avory alzò gli occhi sorpresi e grati, e sorrise a sua nuora.

Valeria trovò Nancy che declamava dei versi agli alberi del frutteto. S'inginocchiò sull'erba ad allacciarle la scarpetta sciolta, e disse senza alzare il viso:

— Nancy vai da Edith. Ma... senti... cara, non devi baciarla.

— Oh! è stata cattiva?

— No, gioia, no. — Valeria ancora in ginocchio cinse col braccio la piccina. — La povera Edith è malata, — disse lentamente.

— Allora la bacierò il doppio, — disse Nancy facendosi rossa.

— Bimba mia! bimba mia! cerca di capire! — scongiurò Valeria. — Edith è ammalata; come lo era il tuo papà... povero caro papà! — che è morto. Ed è lo stesso male che avevano le sue sorelle — e sono morte. E se tu la baci, oh, anima mia, adorata mia! potresti ammalarti anche tu, e morire. Pensa, pensa che ogni volta che tu baci Edith, è come se tu prendessi una spada per trafiggere il cuore di tua mamma.

Vi fu una lunga pausa.

— Ma se rifiuto di baciarla, non sarà una spada che trafigge il cuore a lei?

— Forse, — sospirò Valeria.

— E se una spada trafigge il cuore di Edith, non sarà trafitto anche il cuore della nonna?

— Sì, — disse Valeria.

Un'altra lunga pausa. Poi Nancy disse:

— Dunque c'è una spada per ogni cuore... credo che potrei fare una poesia su questo pensiero...

I suoi larghi occhi non vedevano più nulla, nè sua madre, nè Edith ammalata; vedevano un gigantesco cuore, il cuore del mondo, trafitto e sanguinante: e quel sangue lo sentiva già fluire e scorrere in versi, e il ritmo le pulsava nella mente...

— Santa Vergine, assisteteci, — sospirò Valeria. — Vai! vai da Edith, che ti aspetta.

E Nancy andò: e baciò Edith, perchè aveva già scordato tutto ciò che la sua mamma le aveva detto.

Poco dopo comparve lo zio Giacomo, che veniva rapidamente a loro con una lettera in mano. Era una lettera di Nino; e l'ira dello zio Giacomo non aveva limiti. Nino era un mostro, era uno scemo, era un cretino, era un imbecille e figlio di imbecille!... E Valeria era una stupida e insensata creatura, che avrebbe potuto trattenere Nino e tenersi Nino e sposarsi Nino perchè Nino era un angelo e nessun marito avrebbe potuto essere più angelo di lui; e ora invece quel triplice estratto di insensata imbecillità, se n'era scappato con una attrice — una perfida, linguacciuta vipera senile, che lo aveva seguito in Inghilterra e perseguitato e instupidito!... E tutto era colpa di Valeria e di Fräulein! Sì, di Fräulein! Di quell'assurda ed esaltata persona tedesca che aveva fatto di lui, zio Giacomo, un idiota e un buono a nulla, coll'ululargli nelle orecchie, da mattina a sera, i pazzeschi canti dell'Inferno di Dante.

Fräulein pianse, e Valeria pianse; ma ciò non servì affatto allo zio Giacomo.

E neppure fece tornare Nino da San Remo, dove passeggiava sotto le palme con la Villari. E la Villari sospirava languida e beata, sciolta nell'angoscia deliziante della sua « cotta » novella.


X.

Nino, prima di lasciar Londra, si era fatto prestare dei denari da Fioretti, che se li era fatti prestare dalla sua « signora dell'aristocrazia ». Poi Nino aveva scritto all'impresario della Villari rescindendo tutti i suoi contratti. Infine aveva scritto a suo padre dicendogli che sentiva d'essere il trastullo del destino, e a Valeria dicendole che sentiva d'essere l'ultimo degli uomini. Quindi era partito per la Riviera con Nunziata; e Nunziata era docile e leggiadra, drappeggiata in vesti meravigliose, e adorna di grandi cappelli inverosimili.

Furono felici a San Remo, ma essendo già la fine di maggio faceva caldo, e Nino suggerì che si andasse a passare il giugno in Isvizzera. Andarono a Lucerna e salirono a Bürgenstock.

Il Grand Hôtel era già affollato, per lo più di famiglie inglesi; e la elegante coppia italiana fu molto osservata e discussa. Al « déjeuner » si trovarono vicini di tavola ad una famiglia americana — padre e madre, con tre figlie, singolarmente belle e maleducate.

Le tre ragazze guardavano i nuovi arrivati, poi bisbigliavano tra loro e soffocavano le risate nel fazzoletto, scotendo le esili spalle e le teste inanellate. La sera apparvero tutte e tre in seriche vesti color di rosa, strette nella vita, e molto scollate, perfino la minore che non mostrava più di quattordici anni. Portarono a tavola tre orsacchiotti di pelo giallo, che baciavano ogni tanto, chiamandoli « Darling Teddy-bears! » Erano rumorose e irrequiete e volgari, e attiravano l'attenzione di tutti. Ma la loro bellezza era indescrivibile. Le due maggiori portavano i capelli in una massa di riccioli rosso-dorati raccolti sulla sommità del capo con un immenso nodo nero; mentre la minore aveva la fluente capigliatura disciolta e divisa nel mezzo, sì che le cadeva, liscia e lucida come acqua dorata, fino alla cintura.

Nino alla sua tavola si arricciava i baffi, dimenticando di offrire le vivande a Nunziata; e Nunziata, senza smettere di discorrere e di sorridere, amabilissima, si mordeva le labbra scarlatte e faceva girare e rigirare gli anelli sulle dita delicate.

D'un tratto disse — come per caso — che proprio oggi aveva ricevuto una lettera dal conte Melindo di Tarbìa. Melindo di Tarbìa? Subito Nino si rabbuiò. Il nome del ricchissimo siciliano lo urtava sempre, ed anche stavolta s'imbronciò e fece a Nunziata delle osservazioni ingiuste ed amare. Ella lo ascoltò dolce e paziente, mordendosi le labbra scarlatte, e facendo girare e rigirare gli anelli sulle dita delicate; quindi disse che Tarbìa intendeva di venire a Bürgenstock, verso la fine della settimana...

Nino respinse il piatto, incrociò le braccia e disse che partirebbe l'indomani. Allora Nunziata rise e disse:

— Anch'io.

Nino le strinse le dita sotto la tavola, le disse che era un angelo, e finì il suo pranzo in pace.

L'indomani partirono.

Andarono a Engelberg. Qui trovarono molto tennis e molto golf e molte ragazze in blusa bianca e cappello alla canottiera. Ragazze ridenti, ragazze arrossenti, ragazze cinguettanti — Engelberg ne rigurgitava. Nunziata ben presto ricevette una lettera dal conte, dicendo che egli pensava di venire a Engelberg... E Nino la condusse ad Interlaken.

Ma tutta la Svizzera era infiorata di giovinezza. Pareva che tutte le donne al mondo non avessero che diciasette o diciotto anni! Nunziata diceva nervosamente mille volte al giorno:

— Dio! che bella ragazza!

E Nino diceva:

— Ah, sì? Dove?

— Ma l'hai pur vista... quella che è passata adesso.

Nino non aveva visto.

— Ma sì che l'hai vista, — insisteva Nunziata.

No, Nino non aveva veduto nessuno, non vedeva mai nessuno.

Ma Nunziata vedeva tutti. Ogni figuretta slanciata, ogni fine profilo, ogni curva di guancia fresca, le figgeva spine e scheggie nel cuore dolorante. Portava le sue vesti meravigliose e i suoi cappelli inverosimili, ma stonavano nel grandioso ed elementare paesaggio svizzero. E le fanciulle che andavano al tennis in camicetta bianca e gonna corta, passando a braccetto, gaie nella spietata luce del sole di giugno, si voltavano a guardarla, e ridevano.

In breve Nunziata sentì che ciò che era stato un mero capriccio per lei durante quattro anni in cui aveva ancora per distrarla le sue parti e il suo pubblico, i suoi impresari e i suoi critici, i suoi adoratori e i suoi nemici — ora non era più un capriccio. La « toquade » di cui si rideva non era più una toquade. La « cotta » era divampata e s'era fatta incendio. Questa era la passione — la temuta e grande passione.

Ora non esisteva per lei altri che Nino. Nino non era più Nino: era la giovinezza stessa, era l'amore, era la vita, era tutto quello che ella aveva posseduto nella turbolenta ricchezza del suo passato, tutto quello che tra poco le sfuggirebbe per sempre. E il suo cuore si fece amaro, come amaro è il cuore di ogni donna che ama un uomo più giovane di lei. Ella sentiva i suoi trentotto anni come una piaga vergognosa. A volte, quando egli la guardava, ella con un piccolo singhiozzo nervoso, gli copriva gli occhi colle mani.

— Non guardarmi, non guardarmi!

Egli allora, ridendo, le scostava la mano:

— Ma perchè, fantastico amor mio?

— I tuoi occhi sono i miei nemici, io ne ho terrore.

Poichè ella ben sapeva che quegli occhi avrebbero guardato e desiderato tutta la leggiadrìa e la giovinezza che è nel mondo.

Un giorno, sul tardi, sedevano sul loro balcone, mentre nei giardini sottostanti un'orchestra italiana suonava della musica di Sicilia, languida ed eccitante.

Nunziata disse il suo pensiero:

— Non sei stanco di me, Nino? Oh, Nino! sei certo di non essere ancora stanco di me?

— Ma cosa dici? Ma tu sogni. Io non mi stancherò mai di te. Mai! te lo giuro.

Nunziata sorrise, amara.

— « Ils faisaient d'éternels serments... » — mormorò.

Nino le afferrò le bianche mani inerti.

— Perchè, non sei felice? — domandò. — Perchè?

— Non lo so! — sospirò lei.

— Tu soffri, tu soffri. Lo so, lo sento. Lo sento tutto il giorno, anche quando ridi. E' colpa mia? dimmelo! dimmelo! Saresti più felice senza di me?

— Nè con te, nè senza di te, posso vivere, — citò Nunziata.

L'orchestra suonava l'aria della « Manon » di Massenet. L'anima di Nunziata era presa dalla sete dell'inafferrabile, dalla nostalgia della morte.

Ma era tardi, e la campana della table-d'hôte era suonata da un pezzo. Ella si alzò con un lieve sospiro. Si ravviò i capelli, si sfiorò la faccia col piumino della cipria; poi, con una piccola e muta preghiera alla Madonna, mise il braccio sotto quello di Nino e scese a pranzo.

— Non sarò più così stolta, — disse scendendo le scale. — E' assurdo, lo so. E' una cosa morbosa.

Ma ecco che dopo il pranzo una ragazza di Budapest venne pregata di ballare. Sulle prime, essa rise ed esitò; poi sparì per pochi istanti, durante i quali Nunziata si sentì venir male.

La giovinetta riapparve, scalza ed avvolta in lievi drappeggiamenti. E danzò. Danzò, rosea e fine come un petalo di fiori di pesco. Pareva l'incarnazione di tutte le primavere.

E Nunziata fu di nuovo morbosa.

Nino era disperato. Sospirò cupamente un verso del Verlaine:

Mourons ensemble, voulez-vous?

La straziata amante lo guardò, poi diede una breve risatina stridula, citando il verso che seguiva;

Oh, la folle idée!

Ed ella non era del tutto sincera nel suo riso, — come egli non lo era stato nel suo sospiro.

Mentre gli amanti così, quasi per celia, invocavano la Morte, — lontano, nella Casa Grigia, quella macabra Visitatrice si era avvicinata, si era tolto il velo dall'orrore del viso, ed ora batteva, batteva alla porta... Un mattino la signora Avory, svegliatasi, trovò l'ultima delle sue figlie convulsa, con le labbra intrise di sangue.

Un dottore chiamato in gran fretta aveva suggerito: Davos! Uno specialista venuto da Londra aveva ripetuto: Davos!

Otto giorni dopo, la casa era chiusa, la servitù licenziata. Fräulein, disciolta in lagrime, era migrata in una famiglia americana del vicinato. Valeria, pallida e triste, e la piccola Nancy, singhiozzante e aggrappata al collo di Edith, avevano detto « Addio! Addio! » ed erano partite per l'Italia con lo zio Giacomo.

Edith e sua madre, tragiche e sole, volsero i passi verso le cime dove brilla eterna la neve e la speranza.


XI.

Davos scintillava adamantino e terso nel sole invernale.

Edith giaceva sulla terrazza dell'Hôtel Belvedere, con una coltre ravvolta intorno alle ginocchia e un parasole aperto sul capo.

Era felice. Sua madre le aveva allora allora portato una lettera di Nancy.

La piccola Nancy, che l'aspettava in Italia — (oh, non avrebbe avuto molto da aspettare! Ancora un po' di tempo, ed Edith sarebbe completamente guarita!) — le scriveva una lettera, tutta d'amore e di tenerezza, dicendole di far presto a guarire! La vita senza Edith, scriveva la bimba, era un brutto sogno; l'Italia senza Edith non era che una macchietta verde e un nome sulla carta geografica, ma in realtà non esisteva affatto! La zia Carlotta e la cugina Adele erano buone e care persone con voci forti e risate larghe — come tutti, del resto, a Milano — ma Nancy non le capiva e non le amava. Non amava che Edith. Non voleva che rivedere Edith, essere vicina a Edith! e non lasciarla più. — Ah, quasi dimenticava di dirle che aveva scritto due poesie in italiano; e sua mamma le trovava più belle di tutte le altre cose scritte prima. E addio! e arrivederci! e che Edith guarisse presto presto, per poter tornare tutti insieme in Inghilterra ed essere felici.

V'era un affettuoso poscritto di Valeria che le diceva di essere buona e di guarir presto.

Sì, sì! Edith sentiva che sarebbe guarita presto. Era l'ora in cui la temperatura le saliva, e il leggiero frizzore che la febbre le metteva nel sangue le dava un senso di eccitazione, quasi di fretta. Essa si sentiva vivere, intensamente, smaniosamente.

Strinse sulle labbra la lettera della piccola Nancy, e riaffondò il capo nei cuscini.

La sua seggiola a sdraio era la penultima di una lunga serie di seggiole identiche, tutte in fila sulla terrazza a mezzogiorno dell'Hôtel Belvedere. Da ambo i lati, Edith vedeva altre figure adagiate con coltri e parasoli, come lei. La sua vicina di destra era una giovane russa, di pochi anni, forse, maggiore di lei, con una faccia magra e contratta e un rossore fisso al sommo delle gote. A sinistra giaceva Herr Fritz Klasen, un tedesco di ventiquattro anni, fresco di carnagione, largo di spalle, con grandi occhi azzurri e irrequieti.

Quando Edith volse lo sguardo verso di lui, egli subito le parlò.

— Come le piace Davos? — chiese.

— Tanto, — rispose Edith.

E il giovane approvò col capo e sorrise.

La ragazza russa aprì gli occhi neri e guardò Edith.

— E' appena arrivata? — domandò.

— Sì, da tre giorni soltanto, — rispose Edith. — E lei, da quanto tempo è qui?

— Da quattro anni, — disse la ragazza, richiudendo gli occhi.

Edith volse il capo verso il giovane tedesco, scambiando con lui un'occhiata di compassione.

— E lei? — gli domandò.

— Io sono qui da otto mesi, — rispose il giovane. — Sono guaritissimo, e torno a casa in maggio.

La russa riaprì i cupi occhi infossati, ma non parlò.

— Va al ballo lei, questa sera? — chiese il giovane a Edith dopo un momento di silenzio.

— Un ballo? qui? — domandò Edith, sorpresa.

— Già, già! Proprio in questo hôtel, nel gran salone. Sicuro, si balla ogni mercoledì qui al Belvedere. E al Grand Hôtel ogni sabato. Questo è un posto dove ci si diverte molto! — E il giovane diede un piccolo colpo di tosse per schiarirsi la gola e canticchiò la « Valse bleue ».

Quella sera Edith andò con sua madre nel gran salone, e sebbene non ballasse, si divertì assai. La signora Avory le chiedeva ogni momento:

— Sei stanca? Sei stanca?

Ma Edith non era stanca. Sentiva nell'atmosfera intorno a lei un vibrante e intenso eccitamento, a cui ella partecipava senza capirlo: era il perturbante, febbrile eccitamento di una danza macabra.

Fritz Klasen le venne davanti e, dritto, battendo insieme i tacchi, si presentò a sua madre e a lei.

— Mai più avrei pensato che Davos fosse così gaia, — disse la signora Avory, levando sul viso del giovane i miti occhi celesti.

— Altro che gaia! — rispose lui, ridendo. — E' il posto più allegro del mondo; non abbiamo tempo qui da perdere in malinconie.

Una signorina vestita di seta gialla si precipitò verso di lui:

— Presto. La quadriglia! — esclamò, prendendogli il braccio e trascinandolo via.

Se ne andarono ridendo, e sdrucciolando come bimbi sul lucido impiantito.

— Non pare ammalato, quel giovane, — osservò la signora Avory.

— E la ragazza neppure, — disse Edith.

— Ma nessuno qui sembra ammalato; — e la madre girò lo sguardo sulla gaia folla danzante, chiedendosi con meraviglia se ciascuno di essi portava chiuso in sè il funesto e spaventevole spettro che ella sapeva rinserrato nel fragile petto di sua figlia. — Hai notato, — disse, — che non si sente mai nessuno tossire?

— E' vero, — disse Edith.

Dopo una breve pausa, la signora Avory disse:

— Probabilmente tutta questa gente è qui per godersi gli sports dell'inverno.

E per molto tempo, credette che fosse così. Vedeva intorno a sè visi giovani, e guancie colorite, e occhi vividi; e udiva chiacchierare molto, e ridere. Oh! sopratutto ridere, sempre ed eccessivamente. V'erano balli e concerti, feste e bazars; e sempre e dapertutto si ritrovavano gli occhi vividi e le guancie colorite e le folli risate.

Un'unica cosa singolare notava la signora Avory, ed era questa: quando, nell'augurare la buona notte ai nuovi amici, stringeva loro le mani, quelle mani erano strane al tocco, e la facevano trasalire. Non erano come le mani dell'altra gente, della cui stretta non ci si accorge. « Buona notte, » all'uno. (« Dio, che mano calda! » pensava la signora Avory). « Buona notte, » all'altro. (« Che mano fredda e umida! ») Mani di fuoco e mani di ghiaccio; mani aride che parevano doversi sbriciolare al tocco; mani umide che la facevano rabbrividire; deboli mani bagnate, da cui le sue palme rifuggivano. Ognuna di esse narrava la sua tragica storia. Ma i visi ridevano, ed i piedi danzavano e nessuno tossiva mai.

In breve anche Edith cessò di tossire. Il dottore glielo vietò. Ed essa tossiva soltanto di notte; quando nessuno fuor che sua madre la poteva udire.

Così passarono i giorni pieni di promesse, e pieni di delusioni. E Edith, sottomessa, con passo lieve, andava verso il suo fato.

Una sola cosa le straziava l'anima: era il desiderio angoscioso, lo struggimento intenso di vedere Nancy.

Nancy! Oh, Nancy! Nancy! Essa ripeteva piano quel nome mille volte al giorno, e chiudendo gli occhi, tentava rievocare il visino allettatore e i ricci neri ondeggianti al sommo della vaga testolina. Le pareva di sentire un vuoto, quasi doloroso, nelle mani febbrili, per la smania di stringere in esse quelle morbide mani infantili che in passato si erano così soavemente aggrappate a lei.

La signora Avory la consolava. In primavera, o al più tardi in estate, Edith rivedrebbe Nancy! Oh! certo, fra un mese o due Edith starebbe benissimo! Purchè bevesse molte uova crude e fosse ragionevole.

E Edith beveva molte uova crude ed era ragionevole.

Primavera, esitante e timida, scalò i mille cinquecento metri di montagna e arrivò a Davos alla fine di maggio.

Fritz Klasen partiva per tornare a Lipsia.

— Addio! addio! — Faceva il giro della terrazza nell'ora del riposo, stringendo la mano a tutti, e dicendo: « Gute Besserung » e « Auf wiedersehen in Deutschland! » a due o tre amici tedeschi.

Quando giunse presso la ragazza russa, questa dormiva. Edith lo salutò con un sorriso radioso:

— Addio! sono tanto contenta per lei, che parta. Sono proprio tanto contenta!

Quando egli fu partito, Edith si avvide che la russa aveva aperto gli occhi e la guardava fissamente.

— Mi avete parlato? — domandò Edith.

— No, — disse la russa, nella sua strana voce vuota — Ho pensato.

Edith sorrise.

— Che cosa?

— Ho pensato: perchè mentite, voi?

Edith si rizzò a sedere facendosi rossa in viso.

— Come? — esclamò.

Rosalia Antonowa tenne i suoi occhi profondi inchiodati sul viso di Edith.

— Avete detto che siete contenta di vederlo partire. Forse era vero, — soggiunse. — Voi non siete qui che da poco!... Ma tra un anno, tra due anni, tra quattro anni, le vostre labbra non potranno più pronunciare tali parole, e il vostro cuore si stringerà per l'amarezza quando un altro partirà, mentre voi sapete che non partirete mai. Mai!

Le fosche palpebre si richiusero.

Edith cercò qualche cosa di consolante da dire.

— Non bisognerebbe affliggersi di star qui. Davos è così divinamente bella! Non si può non amare questo splendore azzurro, queste montagne, folgoranti di neve e di sole.

— Oh! le montagne! — mormorò Rosalia, con le mani contratte. — Le montagne che mi pesano sul petto! E la neve che mi agghiaccia e mi soffoca, e il sole che mi brucia e mi accieca! Oh! — e alzò il pugno sottile verso l'immensità che torreggiava intorno a lei. — Oh! questa indescrivibile, questa mostruosa prigione della Morte!

In quel momento passò una giovinetta belga, con le labbra pallide e il vitino stretto, e si fermò per domandare a Rosalia come stava.

— Male, — rispose la russa, brevemente.

Quando la ragazza fu passata, si rivolse ancora a Edith.

— E saprete allora cosa vogliono dire quando vi domandano: « come state ». Non è il solito « come va? » che si dice, passando, quasi senza pensarci. No; qui vogliono sapere. Lo domandano sul serio. « Come state? state meglio di me? E' possibile che possiate guarire più presto di me? No, no; mi pare che stiate un po' peggio di me... Come? da un mese non avete emorragie? E nessuna febbre? Ma brava!! così va bene!... » E poi vedete nei loro occhi l'odio che vi vorrebbe morta.

— Oh! — esclamò Edith, — non mi pare possibile!

La russa tacque per un po', poi disse.

— Klasen tornerà qui. Non è guarito. Il dottore gli aveva detto di non partire. Vedrete che fra poco tornerà.

Tornò, diffatti, quattro mesi dopo. Edith fu desolata di vederlo così pallido, quasi grigiastro, in faccia. Ora doveva fermarsi a Davos ancora due o tre anni. Ma Klasen diceva che non gliene importava! Era felice. Era sposato da un mese!

Difatti sua moglie era con lui; ed egli la presentò a Edith e alla signora Avory il giorno dopo l'arrivo. Era una biondina di diciannove anni — un fiore di sangue azzurro dell'aristocrazia tedesca — e aveva voluto sposare Klasen malgrado le preghiere e i divieti dei genitori.

— Lo farò guarire io, — diss'ella ridendo alla signora Avory e a Edith.

L'estate era splendida; e la sposina usciva molto a far lunghe passeggiate e gite in montagna; e la sera cantava in tutte le feste e i concerti, perchè aveva una voce limpida e chiara, tutta trilli e gorgheggi come quella di un'allodola. Nelle ore del riposo stava sulla terrazza accanto a suo marito e vicino a Edith (poichè egli aveva ripreso il suo antico posto); ma dopo un po', la bella biondina si stancava di star lì; baciava in fronte suo marito e scappava a far delle visite, o andava in carrozza a Klosters; o studiava qualche romanza nuova.

I lucenti occhi azzurri di Klasen la seguivano; e la russa, dal suo giaciglio, lo guardava, leggendogli in volto i pensieri. Essa leggeva: « Ho preso moglie per non essere più solo — solo col mio male e il mio terrore, nel giorno e nella notte. Ma sono ancora solo. Quando mia moglie è con me, se io tosso, ella dice: « Povero tesoro! » E quando di notte soffoco e sudo, essa, nel sonno, sospira: « Povero tesoro! ». Poi si volta dall'altra parte e dorme. E io sono solo, col mio male e il mio terrore ». E alla russa pareva di vedere che gli occhi di Klasen ardessero di una luce che non era tutta amore.

Dopo qualche tempo la sposina cantò meno e fece meno visite.

Disse che era calata di peso; e un giorno andò con suo marito dal dottore. Sì... infatti... qualche cosa c'era — oh, una cosa da niente! — all'apice del polmone sinistro.

Così venne posta anche per lei una seggiola a sdraio sulla terrazza, accanto a quella di suo marito; e anche lei nel pomeriggio riposava con una coltre intorno, e un parasole sul capo.

Fritz teneva stretta la manina su cui brillava ancora nuovo l'anello nuziale; e quando lei tossiva, era lui che diceva: « Povero tesoro »! E non era più solo. Durante il giorno i due ridevano ed erano allegri; e di notte Fritz dormiva meglio. Ma sua moglie restava sveglia, e pensava alla sorellina e ai suoi due fratelli che erano a casa, sani e salvi, col papà e la mamma.

Talvolta, e specialmente d'inverno, arrivavano a Davos dei turisti e degli amanti di sport per restarvi una quindicina o un mese. La signora Avory notava che questi ridevano molto meno degli ammalati.

E Fritz Klasen diceva:

— Guardate un po' come esagerano lo sport, pattinaggio, ski, « bobsleigh », « curling »! Si logorano, si affaticano! Sì, sì, — aggiungeva piano a sua moglie e a Edith, — quasi tutti quelli che vengono qui come « sportsmen » ci tornano poi come ammalati. — E il suo risolino faceva rabbrividire Edith.

La sposina talvolta sussurrava al marito:

— Guarda, guarda, Fritz! altri due, arrivati oggi!

— Ma forse sono turisti?

— No, no! sono ammalati... — E negli occhi giovanili che si volgevano ai nuovi venuti, non v'era dolore.

Caddero, uno dietro l'altro, i giorni, come goccie stillanti, lente, limpide, uguali. Fluirono i mesi. Svanirono gli anni. Ed Edith li varcò con passo leggiero e sempre più leggiero. Ma ancora e sempre il desiderio di rivedere Nancy le mordeva, con dente avvelenato, il cuore. Ogni ora della sua giornata era amareggiata dallo struggimento di udire quella voce trillante e puerile, di sentire nella sua il tocco di quella tiepida manina. Pensava: « Se io morissi, Valeria permetterebbe a Nancy di dirmi addio! ». Poi pensava: « Ma se Nancy venisse, io guarirei. Adesso non posso mangiare, perchè ho sempre voglia di piangere... ma se Nancy fosse qui, non piangerei. Andrei a passeggio con lei, e mi verrebbe fame. E se potessi mangiare, lo so che guarirei. Nancy! Nancy! Nancy!... »

Ma Nancy era in Italia in casa della zia Carlotta e della cugina Adele; e nemmeno le lettere di Edith le venivano date, perchè su quei poveri fogli si era chinata Edith — Edith, di cui l'affetto, di cui il tocco, di cui l'alito, era veleno.

Nancy parlava italiano e scriveva versi italiani. Usciva a passeggio con Adele; ed era Adele che teneva la morbida manina, che udiva il trillo della voce puerile. Era Adele che imponeva il silenzio in casa, e faceva aspettare i pasti quando Nancy componeva. E quando Nancy aggrottava le sopracciglia, passandosi una mano sulla fronte con quel rapido gesto che le era famigliare, Adele rideva; e la sua squillante risata milanese faceva prendere il volo a tutte le farfalle della fantasia! Adele metteva ordine nelle cose di Nancy, e aveva buttato via le primole disseccate che Nancy aveva colte con Edith nei boschi dell'Hertfordshire. E la fila di perline azzurre che Edith le aveva messo al collo il giorno che era partita per Davos, Adele l'aveva regalata alla figlia del portinaio. Aveva anche stracciato le poesie scritte dalla piccola Nancy in Inghilterra, perchè, tanto, erano vecchie cose che nessuno capiva!

E così fluirono i mesi, svanirono gli anni: ed Edith passò fuori dalla memoria di Nancy. Pianamente, mitemente, con passo leggiero, la dolce virginea figura uscì dal suo ricordo, e si dileguò. Poichè fanciulli e poeti sono immemori ed egoisti. E un fanciullo che è poeta, è doppiamente egoista e doppiamente immemore.

Quando Nancy ebbe quindici anni, una casa editrice milanese accettò il suo primo libro: un ciclo di liriche. La posta che portò le prime bozze di stampa alla giovanissima poetessa, portò anche una lettera, listata di nero, dalla Svizzera per sua madre.

— Mamma, — gridò Nancy togliendo dalla larga busta i fogli stampati e facendoli trionfalmente sventolare; — guarda! Ma guarda, mamma, le bozze! Questo è il mio libro! pensa che è il mio libro! — E la fanciulla, chinando il viso sui sciolti fogli li baciò.

Valeria aveva aperta la lettera listata di nero, ed ora la contemplava pallida, con gli occhi inondati di pianto.

— E' morta Edith, — disse con voce tremante.

— Oh, poveretta! — esclamò Nancy. — Che dispiacere! Non piangere, non piangere, mamma adorata! — E baciò leggermente i capelli di sua madre. Poi si rivolse alle bozze, e trepida e solenne ne voltò la prima pagina.

— E' morta giovedì mattina, — singhiozzò Valeria. — Oh, Nancy, Nancy! E tu non sai come ti amava.

No, Nancy non sapeva.

Nè udiva più sua madre. Davanti a lei stava la sua prima poesia stampata. La striscia dei brevi versi in mezzo al largo foglio bianco, le pareva un sentiero...

E via per questo fantastico sentiero Nancy s'avviò, con occhi stellanti e mattutini, là dove il richiamo dell'amore o della morte non le giungeva più — guidando l'allucinante turba dei suoi sogni verso le lande favolose dell'immortalità.


XII.

Così Valeria vide esaudito il suo voto. Sua figlia era un genio. E un genio riconosciuto e glorificato come solo i paesi latini glorificano e riconoscono i proprii grandi. Nancy passò dal soave crepuscolo della puerizia all'abbagliante clamore della celebrità. Gli inesperti suoi passi tremarono sulle vette. E il giovane capo le fu cinto di splendori. Fu intervistata e citata, imitata e tradotta, invidiata e adorata. Aveva più innamorati che una prima ballerina, e più nemici che un primo ministro.

Al ben ordinato appartamento in via Durini, non veniva più la gente mitemente frivola che alla zia Carlotta piaceva. No. La casa era sempre piena di poeti. Poeti che restavano a pranzo, che suonavano il pianoforte, che parlavano sempre di sè stessi ad altissima voce e che trattavano lo zio Giacomo come se fosse il portinaio.

Sedevano intorno a Nancy e le leggevano i loro versi. E le critiche dei loro versi. E le loro risposte alle critiche dei loro versi. V'erano dei tempestosi poeti con barbe in punta; dei fortunati poeti coi baffi all'insù; dei cupi poeti non stampati; e dei poeti negligenti che si lavavano poco.

Vi fu anche un poeta che portò via un soprabito dall'anticamera. La zia Carlotta disse che era il Probabilista, quello dai capelli lunghi, autore della « Melica Cantata Essenziale ».

Ma Adele sosteneva che era il Futurista, cantore del « Verbo della Magnifica Sterilità ».

In breve giunse una lettera da Roma, collo stemma della Real Casa.

La dama d'onore di Sua Maestà la Regina era incaricata di invitare Giovanna Desiderata a leggere i suoi poemi al Quirinale, alle quattro e mezzo del venerdì seguente.

Subito la casa fu sossopra; dapertutto e ad ogni istante, mentre si facevano i bauli e perfino durante i pasti, la zia Carlotta, Adele, Valeria e Nancy si esercitavano a far delle profonde riverenze e dei baciamani — chiedendosi esterrefatte se si doveva dire « Vostra Maestà » ogni volta che si parlava, o solo casualmente, di quando in quando.

Partirono subito per Roma. Ordinarono per Nancy una veste sontuosa e un grande cappello piumato. E, giunto il fausto giorno, Nancy, con una veletta bianca calata per la prima volta sul viso infantile, in guanti troppo stretti, e tenendo il volumetto de' suoi versi serrato al cuore trepidante, si recò al Quirinale, accompagnata da Carlotta, Adele e Valeria, tutte in grandi boa di piume bianche.

Una dama d'onore, dalla veste semplice e dalla voce dolce, le ricevette; e, sorridendo un poco, spiegò che soltanto Nancy era attesa e poteva essere ricevuta. Disse poi a Nancy di alzare il velo e di togliersi il guanto della mano destra. Carlotta, Adele e Valeria abbracciarono Nancy come se partisse per un lungo viaggio, e le fecero il segno della croce sulla fronte, e molte raccomandazioni. Quindi la dama di Corte la condusse per una fila di sale gialle, di sale azzurre, di sale rosse — fino alla sala bianca ed oro dove la Regina l'avrebbe ricevuta.

Quasi subito la porta si aprì e la Sovrana entrò. Aveva la veste ancora più semplice e la voce ancora più dolce della sua dama d'onore, e mosse sorridendo incontro alla figurina, timida, sotto l'immenso cappello piumato. Allora Nancy dimenticò la riverenza imparata e il saluto tante volte ripetuto. Fissando gli occhi timorosi e infantili sulla bionda e clemente visione, con un piccolo singhiozzo, afferrò e strinse al cuore la mano bianca che si porgeva a lei.

La Regina d'un tratto si chinò verso di lei e la baciò.

... Era tardi, quasi buio, quando Nancy, pallidetta e trasognata, tornò dove l'aspettavano sua madre, sua zia e sua cugina. Queste terminavano appunto un nervoso rinfresco di dolci e vini, con un gentiluomo in divisa in piedi presso a loro, e due lacchè incipriati che le servivano. Tutte e tre si alzarono quando Nancy apparve, mettendosi affrettatamente i boa; e se ne andarono, scortate e riverite dal gentiluomo in uniforme, che — disse la zia Carlotta — « era probabilmente il Duca d'Aosta ». Un altro lacchè incipriato le condusse sino alla carrozza reale, che aspettava per ricondurle all'albergo.

Durante il tragitto Nancy parlò poco, e la zia Carlotta e Adele la interrogarono invano. Seduta nell'ombra della carrozza, con gli occhi chiusi, teneva stretta la mano di sua madre e non sapeva dire alla zia Carlotta neppure che cosa le avessero offerto da mangiare! « Del thè? » Sì, del thè. « E delle paste? » Sì, delle paste. « Ma che genere di paste? e che cosa d'altro? ».

Nancy non si ricordava.

« E come era vestita la Regina? Di bianco? » No, non di bianco. « Era vestita di seta? O di pizzo nero? » Nancy non lo sapeva. Non aveva visto.

« E che gioielli aveva? » Nancy non se ne poteva ricordare. « E l'aveva poi chiamata « Maestà » o « Signora »? » Nancy non sapeva. Le pareva di non aver detto nè l'uno nè l'altro.

Allora sua madre le chiese timidamente:

— E le tue poesie, le sono piaciute?

E Nancy strinse forte la mano di sua madre e disse:

— Sì.

Carlotta e Adele rimasero convinte che la visita di Nancy era stata un fiasco. Certo aveva fatto delle gaffes!... Si era dimenticata di fare riverenze e non aveva mai detto « Maestà ». Tuttavia all'albergo parlarono molto e con tutti del pomeriggio passato al Quirinale; e finsero di non essere sorprese quando all'indomani il portiere portò a ciascuna di loro una busta, con dentro il ritratto firmato della Regina, e per Nancy uno scrigno con monogramma e corona contenente una spilla di smalto azzurro con le iniziali reali in brillanti.

Nancy comperò un diario — un piccolo libro celeste e oro — e scrisse sulla prima pagina la data e un nome. Il nome di un fiore — il nome della Regina.

Tornarono a Milano come in un sogno. Una folla di amici le aspettava alla stazione, e, primo fra loro, lo zio Giacomo, raggiante, con al fianco il Figliol prodigo, Nino, che da otto anni non si era fatto vivo a Milano. Alla sua vista Adele si fece rossa come una brage e Valeria bianca come un lino. E Nino ben se n'accorse; e sorrise, e si arricciò i baffi; e nell'aiutarle a scendere dal vagone, le baciò tutte e due, forte su ambo le guancie. Nancy non si ricordava affatto di lui. Lo guardò con occhi gravi mentre egli le descriveva un certo grembiulino rosa che ella portava da piccina in Inghilterra, e cercava di farle ricordare un teatrino di marionette, di cui a quell'epoca una Fräulein Meyer o Müller era direttrice di scena. Le chiese anche conto di una fossetta, come quella di sua mamma, che da bambina possedeva nella guancia sinistra — e Nancy rise, e subito la fossetta riapparve, incavandosi come una piccola coppa rosea nella tonda guancia giovanile. Valeria sorrideva colle lacrime agli occhi, e Nino, ciò vedendo, la baciò. Poi si permise di baciare anche Nancy. E infine baciò anche Adele che pareva aspettarselo. Allora lo zio Giacomo, molto impazientito, li fece correre fuori dall'affollata stazione, e li spinse nelle due vetture che aspettavano. Nino, all'ultimo momento, salì nella carrozza con Valeria, Nancy e la zia Carlotta, dove si stava pigiati e stretti.

Durante il tragitto egli non s'informò nè di Roma nè del Quirinale, e neppure parlò della propria lunga e misteriosa assenza. Citò dei versi di Baudelaire e di Mallarmé, senza nesso nè coerenza, ma con voce commossa e vibrante che faceva senso.

— I tuoi versi, cuginetta, — disse a Nancy, — non li cito. Sono sacrosanti. — E aggiunse piano: — Le mie labbra sono indegne.

Poi, distrattamente, prese a recitare Richepin: