Aldo sentiva di fare una figura da cretino con quella piccola mano fredda sulla sua. Tuttavia continuò:
— Questa è la linea dell'intelletto...
Van Osten pose, come casualmente, una mano sulla spalla di sua moglie, e ve la tenne. Ella lo guardava di sotto in su; e ancora nei suoi occhi riapparve l'espressione di gatto e anche di sorcio.
— Ecco ciò che leggo in questa mano... — continuò Aldo.
Van Osten con lenta mossa sporse una ampia scarpa di vernice:
— E in questo piede, — disse, — che cosa leggete?... Calci? —
Sua moglie diede in una squillante e perlata risatina, e ritirò la sua mano da quella di Aldo.
Anche Aldo rise.
L'unico che parve non trovar molto divertente lo scherzo fu Van Osten stesso.
Qualche giorno più tardi Aldo, nel suo studio, dopo aver copiato quattro colonne di un giornale, si gettò indietro nella sua seggiola e trasse un profondo sospiro. Era irritato e stanco.
Nel calamaio c'era poco inchiostro, e doveva intingere la penna a ogni seconda parola. Si sentiva esasperato e nervoso. La piccola Van Osten gli dava sui nervi. Che cosa significava il suo contegno? Che cosa voleva? Era innamorata di lui... questo era naturale. Nulla di sorprendente in ciò. Ma sorprendente invero era il suo contegno quando erano soli. Non gli parlava affatto e lo guardava con verdi occhi, remoti e agghiacciati, come s'egli fosse un muro o una finestra. Poi s'alzava, e lo lasciava solo.
Dopo quel pranzo in casa Van Osten egli era tornato a casa sua agitato e inquieto. Questa donna, certamente, lo amava! Questa ricchissima donna era pronta a compromettersi per lui. Aldo, cosa doveva fare? Per un istante l'idea di fuggire con lei gli traversò la mente. Questa biondina non era certo bellissima; era però originale, e poi, e poi... era enormemente ricca!
E Aldo ragionava:
— Bisogna pensare a Nancy e alla bambina.
Ora per Nancy e la bambina sarebbe mille volte più vantaggioso se Aldo si decidesse a un passo simile, che non se restasse a sgobbare tutta la vita per venti dollari alla settimana. Questo era innegabile. In un anno, forse anche meno, Aldo potrebbe ritornare a loro in condizioni agiate e aggradevoli. Già, queste stravaganti americane erano sempre prodighe e generose...
Aldo fece a piedi quella sera il cammino dalla 66.ma alla 38.ma Strada per poter pensare a suo agio. I treni dell'« Elevated Railroad » gli correvano sopra al capo, ma egli colla fronte dava di cozzo nelle stelle.
E sognava vertiginose corse traverso l'Europa in automobile, e lunghe fermate nei migliori alberghi, senza mai pagar conti...
Arrivato a casa aveva trovato Frau Schmidl alzata, e Nancy in lagrime, e Anne-Marie colla rosolìa.
Era rimasto chiuso in casa cinque giorni colla piccina, seduto nella stanza buia e soffocante, a far scaldare latte e farina di Nestlé su una lampadetta a spirito, e a cantare delle arie d'opera a Anne-Marie che non voleva sentir altro.
— « Celeste Aida, forma divina », — cantava Aldo nel buio, tenendo nelle sue la manina sudata di sua figlia.
— Canta ancora, canta più forte, — diceva Anne-Marie, che sentiva i brividi della febbre e della musica scorrerle come acqua fresca per la schiena.
E Aldo cantava ancora, e cantava più forte.
Al sesto giorno la piccola era convalescente e Aldo tornò al suo studio nella 66.ma Strada.
Nessuno era stato a domandar di lui, ed il suo lavoro giaceva sullo scrittoio come l'aveva lasciato.
Allora era andato al numero 8, alla casa Van Osten e, aspettando in anticamera, aveva udito la voce acuta e infantile della signora Van Osten che diceva:
— No; io non sono in casa.
Ritraversò la strada, convinto che essa, dietro le cortine, lo guardava e rideva di lui.
Tutte queste cose egli rammentava oggi, intingendo rabbiosamente la penna nel calamaio mezzo vuoto. Poggiò il calamaio in isbieco contro a un libro. Il calamaio cadde e si rovesciò, e fu più vuoto di prima. Aldo pensò di suonare il campanello per domandare dell'inchiostro alla serva; ma poi ricordò che questa, dopo la prima settimana di amabili premure e di sorridente zelo, era diventata assai acida e breve. Aldo quindi rifuggiva dal chiamarla, ed era contento quando non la incontrava per le scale.
Si guardò intorno in cerca d'una bottiglia d'inchiostro. Aprì cassetti e tiratoi. Poi aprì un armadio nel muro. In alto, sopra uno scaffale, ricacciato indietro presso alla parete, vide un pacco di carte che gli parve di riconoscere. Montando su una seggiola tirò giù il pacco e lo guardò. Era il suo lavoro della settimana scorsa: cento ottantadue fogli di nitida scrittura! Cosa facevano lassù?
Stette lungamente a contemplarli, riflettendo. Poi li rimise in cima all'armadio. Era deciso a fare un esperimento. Suonò il campanello e ordinò alla inamabile serva di portare dell'inchiostro.
Avutolo, sedette e continuò la pagina del suo lavoro cominciato. Scrisse:
« Il dibattimento si chiuse colla solita maggioranza per il Governo. La donna è mobile qual piuma al vento. Sono curioso di sapere se qualcuno legge le cretinerie che scrivo qui. Ho idea che nessuno le guardi. Venite all'agile barchetta mia, Santa Lucia, Santa Lucia. »
Finì la pagina e la mise sullo scrittoio colle altre. Poi fumò delle sigarette e lesse « Autour du mariage » finchè fu ora di uscire a far colazione.
Durante la sua assenza per il « lunch », un biglietto lilla era stato lasciato sulla scrivania per lui: « Venite stasera alle otto precise. »
I suoi fogli terminati erano stati portati via, come di consueto; e un nuovo pacco di giornali lasciato al loro posto, perchè egli li copiasse.
Subito Aldo riaprì l'armadio nel muro e guardò su. Sì, il pacco di carte era più grande. Aldo trasse a sè i fogli e li guardò. In cima agli altri era il foglio scritto per l'ultimo, col miscuglio di parole insensate e di canzoni italiane in mezzo alle notizie politiche!
Allora Aldo prese dal pacco una ventina di fogli scritti e li mise sullo scrittoio davanti a sè.
Evidentemente era inutile copiarne dei nuovi. Tanto nessuno li leggeva.
Appoggiato allo schienale della sua seggiola, Aldo accese una sigaretta e riflettè profondamente.
Da quasi un mese egli veniva qui, e copiava, per sette ore al giorno, delle colonne di vecchi giornali. Era pagato per questo, venti dollari alla settimana. Perchè?
Mrs Doyle era forse un angelo caritatevole, che desiderava aiutare lui e la sua famiglia senza esserne ringraziata? No, era convinto che non era questo.
Il suo sguardo cadde sul biglietto lilla. « Venite stasera. »
Come un lampo gli balenò la certezza che egli era pagato per le ore che passava al numero 8, e non per quelle che passava al numero 59.
Dunque, ciò significava che la signora Van Osten era innamorata di lui. Lo pagava per tenerlo vicino a sè, dove, quando volesse, lo poteva chiamare. Il lavoro non era che un pretesto per tenerlo lì, a due passi da lei, nella stessa strada; fors'anche — chi sa? — per tenerlo lontano da altri...
— Povera donna! — sospirò Aldo. — Quanto deve soffrire! — Quindi aggiunse pensieroso: — Però, venti dollari alla settimana sono pochi.
Le otto erano passate da dieci minuti allorchè Aldo quella sera s'avviò rapido per la 66.ma Strada, verso il palazzo Van Osten. A pochi passi dalla casa s'imbattè nel signor Van Osten che usciva.
Aldo lo salutò rispettosamente; ma Van Osten si fermò ad accendere un sigaro e parve non accorgersi del suo saluto.
Aldo trovò la giovane signora nel salone, sola; era vestita di nero, colle spalle nude, e coperta di brillanti. Pareva agitata e incollerita.
— Siete in ritardo, — esclamò, vedendo Aldo.
— Perdonate! — scongiurò lui.
E si precipitò per baciarle la mano. Ma la signora Van Osten la ritrasse irosamente.
— Avete incontrato mio marito?
— Sì, — disse Aldo.
— Vi ha visto?
— Sì.
— Ne siete certo? Ne siete certo?
Il giovanile petto un po' scarno, ansava.
— Sì, certissimo, — disse Aldo.
— Vi ha veduto? Vi ha veduto venir qui, e non è tornato indietro?
Le sottili labbra si fecero più strette. Aldo, guardandola, la trovò quasi brutta. Pareva una piccola edizione disseccata e striminzita della signora Doyle.
— Giovine volatiletto occidentale, — disse Aldo fra sè.
Ma ecco entrare il domestico col caffè sopra un grande vassoio d'argento, e dietro di lui un altro domestico colla panna e lo zucchero sopra un altro grande vassoio d'argento.
E l'opulenza, e l'atmosfera di placida potente ricchezza vinse l'anima di Aldo. I suoi sensi soddisfatti nuotavano nel benessere, ed egli si disse che per quanto magra, per quanto secca, per quanto striminzita ella fosse, egli poteva rendere al volatiletto occidentale il suo amore.
Quando i servitori si furono ritirati Aldo sentì che doveva parlare. Bisognava pure che dicesse qualche cosa. Fortunatamente si ricordò che in altre occasioni — trovandosi solo di fronte a una donna ancor poco conosciuta — egli si era servito di una frase, semplice in sè, ma di un effetto istantaneo e sicuro. Si chinò un poco in avanti, e disse a bassa voce:
— Come vi chiamate?
La signora Van Osten levò su di lui due occhi vitrei e agghiaccianti. Non rispose.
— Non conosco ancora il vostro nome, — ripetè Aldo, sprofondando lo sguardo nelle verdi chiarità delle iridi di lei.
Ella prese un sorso di caffè. Poi disse lentamente e nettamente, scandendo le sillabe:
— Signora — Van — Osten.
— No! non quel nome, — disse lui; — il vostro piccolo nome... il vostro nome vero...
Vi fu un lieve rumore nell'anticamera e la porta di casa si chiuse. Nell'udirlo, la signora Van Osten parve invasa da una subitanea fiamma d'eccitazione. I gelidi occhi scintillarono, ed ella rispose ad Aldo rapidamente e con veemenza:
— Marjorie! — disse; — mi chiamo Marjorie!
Aldo si chinò in avanti sopra la sua tazza di caffè.
— Marjorie! — ripetè a bassa voce.
Sì: l'effetto anche stavolta fu sicuro ed istantaneo, anzi, più istantaneo di quanto Aldo se l'aspettasse.
— Ditelo ancora, ditelo ancora! — sussurrò rapidamente la signora Van Osten. — Mi piace sentirvelo dire. Ditelo ancora, fate presto!
— Marjorie! — esclamò Aldo, chinandosi ancor più verso di lei, nel momento stesso in cui la porta si apriva e il marito entrava.
Subito ella si volse, rovesciando all'indietro il viso con atto folle ed estasiato.
— Oh, Bertie! Sei tornato? — disse, e rise.
Aldo la guardò stupito. Nella sua voce e nel suo riso egli aveva udito una nota che riconosceva. L'aveva udita in altre voci di donna, quella nota tenera e selvaggia, di tortorella e di tigre!
Quella nota tremula e tubante gli vibrò nel cervello col clangore d'una fanfara! Era l'amore!
E amore sfolgorava nelle verdi iridi chiare rivolte al viso torvo e corrucciato del marito.
Allora Aldo comprese perchè egli si trovasse lì. Comprese in che modo e a che cosa egli aveva servito alla piccola Van Osten. E guardando la fronte corrugata e le poderose spalle del signor Van Osten, più che mai egli si disse che venti dollari erano pochi...
Aldo non rimase più che qualche istante, durante i quali assunse un atteggiamento di tristezza amara e silenziosa. Era precisamente l'atteggiamento che la signora Van Osten desiderava, ed ella gli fece, quando potè, un piccolo cenno di approvazione.
Accommiatandosi Aldo decise di mostrarle che egli aveva capito la situazione. Con un gesto come a discacciare i tristi pensieri, disse:
— Mi farebbero l'onore di venire ad udire il « Tannhäuser » domani sera, nel mio palco all'Opera House?
Un lampo guizzò dai maliziosi occhi della signora Van Osten, un abbagliante sorriso lampeggiò e svanì.
Suo marito le pose una pesante mano sulla piccola spalla nuda.
— Siamo impegnati, — disse. — Grazie.
E quel ringraziamento era concludente e definitivo.
La signora Van Osten sporse ad Aldo una manina fredda, tenendo poggiato al braccio di suo marito il piccolo viso arguto ed estasiato.
Aldo s'inchinò e partì.
L'indomani era sabato. Sul suo scrittoio giaceva la busta lilla di tutti i sabati. Aldo l'aprì. Conteneva un biglietto da 500 dollari.
Il lunedì seguente Aldo, arrivando nello studio, trovò la giovane signora Van Osten che lo aspettava.
— Adesso, per un mese o due, non avrò più bisogno di voi, — disse ella, pensosa. — Ma temo — e sospirò — che l'effetto benefico che avete prodotto su mio marito non durerà in eterno.
— Nulla dura in eterno, — sentenziò Aldo, sedendosi per abitudine davanti allo scrittoio.
— Ebbene, — disse la signora, — appena egli ricomincia — e qui un nuovo sospiro — vi manderò a chiamare. Per il momento è meglio che non veniate in casa. Però, aggiratevi... così, a distanza. E mandatemi dei fiori. Ordinateli da Shotwell, in Broadway, e ditegli che mi mandi il conto. Potreste anche passare sotto al balcone. Ma non esagerate! Capite bene che se una volta mio marito vi mette alla porta, tutto è finito... tutto diventa impossibile.
— Ah, — sospirò la signora Van Osten. — Perchè sono necessarie queste cose? Perchè... perchè sono così iniqui gli uomini?
Dopo una breve pausa Aldo chiese piano rispettosamente, con voce di circostanza:
— Mi sarebbe lecito di chiedere chi è la... la persona... per la quale... il signor Van Osten...
— Che domanda impertinente! — disse la giovine donna. — Ma tanto vale che ve lo dica. Tutti lo sanno. E' Madeline Archer, quella delle danze erotiche: quel rettile, quella strega, che balla al Hammerstein vestita di calze nere, di giarrettiere rosa, e d'una collana di perle! Ha reso infelici tutte le mogli di New York.
Aldo scosse il capo con aria di compatimento e di rammarico.
Frattanto i suoi pensieri erano agili e chiari.
— Se... — azzardò egli, quando la vide alzarsi per partire, — se ci fosse qualche sua amica, qualcuna delle mogli di cui parlava or ora... che desiderasse... che volesse... insomma, a cui io potessi essere di qualche utilità...
— Oh, questa è bella! oh, questa è divina! — esclamò la piccola Van Osten, dando in una folle risata e congiungendo le mani. — Ma voi siete delizioso! siete indescrivibile! siete inaudito!
E rise, e rise tutta scossa dall'ilarità.
Rise anche Aldo, contento di essere così comico.
— Quanto prima aprirete un ufficio: « Asilo di soccorso per le mogli tradite... Il Perfetto Suscitatore di gelosie nei mariti negligenti o infedeli... Successo garantito. Prezzi moderati. Diploma. Referenze ».
— Buona idea! — disse Aldo, ridendo. E in cuor suo trovava infatti che l'idea era ottima.
Essa cessò di ridere, improvvisa e un po' pallida.
— Dite un po', non sarete poi mica un ricattatore, eh?
— No, — disse Aldo, guardandola bene in faccia coi suoi begli occhi di velluto luminoso.
— Oh, vi credo, vi credo! — disse ella, stendendogli con impulso quasi affettuoso ambe le mani. — Del resto Mammà, che conosce gli uomini, m'ha detto: « Non aver paura. Quello lì è di buona pasta! E' proprio quel che Dio fece! »
Aldo rise, non sapendo se essere offeso o lusingato.
— Ed ora, — diss'ella solennemente, — per lo spavento salutare che avete messo addosso a Bertie, e per il bene che avete fatto a me, vi permetto di baciarmi.
Alzò la piccola bocca, rosea e stretta — e Aldo, ridendo un poco, la baciò.
— Sono contenta d'aver baciato un conte, — disse fra sè la piccola Van Osten, scendendo lesta e leggiera le scale.
VIII.
In una lucente giornata autunnale Valeria, a Milano, in casa della zia Carlotta con cui viveva, ricevette la lettera di Nancy, la triste lettera scritta a New York durante quelle prime settimane di angoscia e di miseria.
La fine della lettera era lieta e piena di speranza. Aldo aveva una occupazione dignitosa e rimunerativa. Anne-Marie stava bene. Dunque, che la mamma non si tormentasse.
Ma Valeria si tormentò. Valeria possedeva alcuni titoli che le davano una meschina rendita di duecento lire al mese, amministrati dallo zio Giacomo con la massima puntualità; rendita che ella, con la stessa puntualità, pagava alla zia Carlotta in compenso del suo vitto e alloggio. Si riserbava, scusandosene, trenta o quaranta lire ogni mese per le modeste sue spese personali.
Quando ricevette quella lettera da New York, Valeria si chiuse in camera per leggerla.
E quando l'ebbe letta s'inginocchiò davanti alla Madonna dal viso di zingarella del Reni. La Madonna doveva aiutare Nancy.
Anche lei, Valeria, doveva aiutare Nancy. Lo zio Giacomo non darebbe nulla che potesse cadere nelle mani di Aldo. Carlo, meno che nulla. Non farebbe che rimproveri e recriminazioni. Nino avrebbe pur dato, ma non aveva nulla da dare. La zia Carlotta avrebbe forse prestato cinquecento lire con grande difficoltà, e molti ammonimenti.
Non restava dunque a Valeria che una cosa da fare: avrebbe venduto qualcuno dei suoi titoli di rendita, e si sarebbe contentata di un'entrata un po' minore per qualche anno. Bisognava pur mandar denari a Nancy!
Dunque Valeria si vestì per uscire; mise il cappello colle viole, la giacca di seta nera colla cravatta di pizzo; i guanti neri di suède; poi prese l'ombrellino e la borsetta di cuoio viola, e uscì ad affrontare una inevitabile e certo tempestosa intervista con lo zio Giacomo.
L'intervista fu infatti tempestosa. Il vecchio pativa l'asma, e il suo carattere non aveva migliorato coll'andar degli anni. Valeria tremava e piangeva per paura che l'ira ch'ella gli cagionava potesse fargli del male alla salute; ed era straziata da rimorsi mentre raccontava allo zio delle oscure menzogne per giustificare la sua necessità di denaro.
Sapeva che se avesse detto che era per Aldo, lo zio si sarebbe formalmente opposto alla vendita dei titoli; quindi Valeria fu tetra e misteriosa, accennando a cupe possibilità, piangendo e minacciando; e finalmente lasciò nell'animo dello zio Giacomo la convinzione che essa si era messa in qualche grave pasticcio finanziario, di cui le cause non erano confessabili.
Il vecchio, muto di indignazione e di dolore, prese dalla cassa forte dei titoli per seimila lire; e Valeria, tremante e umiliata, li chiuse nel suo sacchetto viola. Poi, baciato in fronte lo zio, che scuoteva la vecchia testa arruffata, scese rapidamente le scale.
— Ah, queste donne! — brontolò lo zio Giacomo, seguendo dalla finestra i passi affrettati di Valeria, che tenendo con mani confuse l'ombrellino, la borsetta e le lunghe sottane, s'accingeva a traversare la strada senza badare alle carrozze nè ai tram.
A un certo punto parve allo zio Giacomo ch'ella fosse proprio sotto il naso di un cavallo; ma il vetturino, con una strappata di redini e molte bestemmie, riuscì a schivarla.
— Ah, queste donne! queste misere donne! — mormorò lo zio Giacomo, e tornò rabbiosamente al suo lavoro.
Valeria andò a una Banca, e dopo molte spiegazioni superflue e confusionarie da parte sua, ne emerse un quarto d'ora dopo con cinque mila lire e dell'oro, dell'argento e del rame chiusi nella rigonfia borsetta.
— Ora, — disse Valeria tra sè, — andrò da Cook, che me li cambierà in denari americani. O forse si può spedire in qualche altro modo. Domanderò.
E Valeria traversò la piazza del Duomo e prese per via Santa Margherita, pensando a Nancy. Povera piccola Nancy senza un soldo! Povera piccola innocente mamma dell'ancora più innocente Anne-Marie! Come erano difficili le cose pratiche della vita!
— Mio Dio! — sospirò Valeria, — vorrei che ci fosse Tom ad aver cura di noi! — e scese dal marciapiede per attraversare la via Manzoni.
Se Tom ci fosse stato, le avrebbe detto: « Aspetta! » Le avrebbe preso il gomito, con quell'aria un po' rude di padronanza che aveva, e l'avrebbe ricondotta un passo indietro per lasciar passare il tram che veniva dalla destra, e una carrozza, e dietro alla carrozza un automobile (oh, ancora lontano!), che veniva liscio e rapido dalla sinistra.
Ma Tom, o ciò che restava di Tom, giaceva nel cimitero di Nervi colle mani incrociate. E nessuno disse a Valeria: « Aspetta »! Dunque ella scese lesta e leggiera dal marciapiede, tenendo stretto in una mano la borsetta viola, e nell'altra l'ombrellino e la veste. Vide il tram che s'avvicinava sul binario opposto e si disse che aveva tempo di passargli davanti. Fece di corsa tre o quattro passi, poi vide a sinistra la carrozza già vicinissima a lei.
Comprese che non avrebbe potuto passare, e indietreggiò, rapida.
La carrozza passò... ma perchè il vetturino gesticolava così?... Perchè faceva quella faccia terribile?... Ah! hanno dei gran cattivi caratteri i vetturini, pensò Valeria (il pensiero è rapido)... Poi qualche cosa la urtò nella schiena, e il pensiero si fermò, si spense. Un istante di folle clamore e confusione, di strepiti e urli, in cui le parve che urlasse anche lei... poi il silenzio, nero, chiuso, completo.
... Valeria sentiva un movimento cadenzato, oscillante, ed aprì gli occhi. Non vide nulla. Sopra di lei un tetto di tela grigia, intorno a lei dei muri di tela grigia... Ah, ma i muri ondeggiavano, si aprivano un poco, e lasciavano penetrare la luce. Valeria vide delle case che passavano... e dei pezzi di negozio... e delle persone... La portavano per la strada... Che cosa aveva alla bocca? Valeria alzò la mano nel guanto nero di suède e si toccò la bocca; e si toccò la guancia dove sentiva qualche cosa d'insolito. Cos'era? Il guanto pareva non toccarle la guancia ma i denti... poi qualche cosa di caldo e viscido le corse giù nel palmo della mano e lungo il braccio... D'un tratto ella ricordò il sacchetto viola, rigonfio di denari. Dov'era? Allora cercò di dire: « Dov'è? dov'è? E' per Nancy! » Le parve di averlo gridato forte, ma non udiva che un gorgoglìo, un gorgoglìo e dei soffi, che le uscivano dalla bocca... Poi il nero silenzio si richiuse su lei.
... Adesso era in una piccola stanza chiara. Intorno a lei tutto era chiaro e bianco. Tutto era bianco. Vide dapprima la soffitta. Era di vetro bianco smerigliato... La gente era bianca, eccetto le loro faccie che erano scure e brune sopra le vesti candide.
Una faccia si chinò su di lei, molto vicina. Poi un'altra. Poi una faccia un po' più chiara, con delle ali intorno alla testa. Valeria sapeva cos'era, ma non poteva ricordarsi... Volle sorridere a quella faccia — e sorrise; ma la faccia colle ali non parve accorgersene. Continuava a guardarla, vicina, colle labbra che movevano; e Valeria sentì che una mano le ravviava i capelli. Si provò ancora a sorridere... Ma cosa vedeva quella faccia al posto del sorriso di Valeria?...
Venne un'altra faccia rossa, energica, con gli occhi un poco iniettati di sangue, e dei corti baffi grigi. Valeria sentì che qualcuno le toccava il capo e lo girava di qua e di là. La faccia rossa parlava. Diceva:
— Inutile. Ma possiamo sempre tentare...
Poi un fruscìo d'acqua che corre; uno scrosciar d'acqua... uno scrosciar d'acqua... Valeria stese la mano per fermarlo.
Subito la faccia con le ali comparve sopra di lei:
— Sì, cara! Sì! Coraggio... brava, brava!
Valeria le disse di fermare quell'acqua, ma la faccia non pareva sentire, sorrideva dolce e diceva:
— Sì, sì, cara! non sarà niente. La Madonna aiuta! Brava, brava, poverina!...
Un'altra faccia, e una voce:
— Devo lavare qui, professore?
Poi qualche cosa le sgorgò caldo e salato sulla guancia, e le sgocciolò in gola. Qualcuno — era lei? — si strozzava, soffocava... poi d'un tratto nella stanza c'era un dolore, un dolore stridente, lancinante, spaventevole. Una voce d'uomo diceva:
— Lasci stare, lasci stare. Non serve. Guardi qui.
E ancora Valeria sentì che le voltavano il capo; e poco dopo un crepitìo, come se le tagliassero i capelli. E lo scrosciar dell'acqua...
La testa di Valeria era voltata lateralmente, ed ora vedeva davanti a lei la schiena d'un uomo vestito di bianco, colle maniche rovesciate, che si lavava le mani sotto un robinetto d'argento. Le piacque guardarlo. Egli si volse scotendo nell'aria le mani bagnate. Era lui che aveva la faccia rossa e gli occhi sanguigni e i baffi grigi. Vedendo gli occhi aperti di Valeria egli le fece un cenno amichevole col capo e disse:
— Bene, bene. Un po' di pazienza.
Valeria gli sorrise; ma sentendo che la sua bocca non si muoveva, gli ammiccò cogli occhi; e la faccia rossa le rispose con espressione amichevole.
Qualcuno le teneva il polso; e per un po' tutto fu silenzio. Ah! ancora quel dolore, quello spaventoso, lancinante dolore.
Un'esclamazione, e poi una parola: « Inutile! »
Valeria aprì gli occhi. Vide la faccia colle ali, un po' lontana, che teneva lo sguardo fisso sulla faccia dell'uomo cogli occhi rossi; questi era vicinissimo e chino sopra di lei. Due altre faccie erano, anche loro, chine a guardare qualche cosa che Valeria non vedeva, perchè quella cosa doveva essere sul suo cuscino.
La faccia colle ali muoveva le labbra. Valeria sapeva bene cosa faceva movendo le labbra così, ma non poteva ricordarlo...
L'uomo rosso disse ancora: — Inutile! — e si drizzò.
« Inutile ». Quella parola non comunicò nulla di preciso alla coscienza di Valeria; ma nel suo corpo vi fu qualche cosa che fremette in responso a quel verdetto. Colpo su colpo il cuore le cominciò a martellare, rapido e forte, più rapido e più forte, talchè lo si sentiva per tutta la stanza. Colpo su colpo, forte e più forte, quel cuore rullava come un tamburo.
Valeria girò gli occhi spaventati all'intorno, e disse alla faccia rossa vicina a lei:
— Fermate il mio cuore! Non lo lasciate battere così!
Ma certo nessuno la udì. Stavano tutti immobili ad ascoltare quel cuore; allora Valeria capì che non aveva parlato.
Il cuore rimbombava e rullava. Era spaventoso. Valeria girava gli occhi atterriti implorando soccorso.
Allora la suora disse al chirurgo:
— Oh provi, provi! L'aiuti, povera creatura!
E ancora l'acqua sgorgò e scrosciò, e qualche cosa fu spinto, scricchiolante e stridente, sul pavimento di marmo.
— L'étere, — disse il chirurgo.
Una delle faccie gialle s'abbassò su di lei, e le avvicinò al viso una reticella scura fatta come una maschera.
E d'improvviso Valeria fu sveglia. Era tornata in sè. Si rizzò a sedere urlando, e sbattè coi pugni sulla faccia gialla che voleva metterle la maschera. Vide i due dottori, e il vecchio chirurgo, e la suora di carità. Parlò, e la voce le uscì dalla bocca spalancata e lacera. Voleva dire: « Salvatemi, salvatemi! » Ma sentì che le parole che diceva erano:
— Faccio a tempo a traversare!
Poi volle spiegare del sacchetto viola e dei denari. Ma le parole che urlò erano:
— Nancy! Nancy!
Allora il chirurgo si volse iroso a quello che teneva la maschera, e gli parlò con voce concitata.
Ma la suora si chinò su Valeria e fece sopra di lei il segno della Croce.
— Giù, giù! cara! Si metta giù! La Madonna aiuta! Vedrà! vedrà!
E Valeria si mise giù.
L'impazzato tamburo del suo cuore rullava.
— Adesso, ferma! — disse il chirurgo. — Non si muova. Conti!... conti fino a venti.
Valeria si dibattè — voleva alzarsi — la maschera nera le era sopra il viso.
— Brava, cara; brava! — diceva la voce della suora. — Conti, come me: uno.... due.... tre....
— Respiri profondamente, — disse qualcuno.
E Valeria obbedì.
.... Poi si ricordò che le avevano detto di contare. Ma si era perduto tempo..... dunque non si poteva più cominciare dall'« uno ».... bisognava cominciare più in là....
— .... Nove, — disse Valeria, respirando profondamente, — dieci....
Essa era su un'immensa altalena — un'altalena favolosa, appesa nel vuoto — che la lanciava traverso lo spazio, avanti e indietro, nella vastità bianca dell'aria.
— Undici.... — disse Valeria. — Dodici.... — E pensò: — Adesso.... devo dire in fretta il tredici.... perchè... numero sfortunato!... Tredici........ quattordici....
L'altalena aerea la lanciava a volo libero, al di là di tutti i monti. Le persone intorno a lei le parevano giù, giù, lontano, nella piccola stanza bianca.... Come la udrebbero? Come la udrebbero, lei già così distante?
— QUINDICI! — gridò Valeria urlandolo forte più che poteva traverso la lontananza.
Poi un'onda immensa l'innalzò, la sospinse.... la lanciò fuori della vita.
Era finito.
Valeria era piombata nell'eternità.
— Sapevo bene che era inutile, — disse il chirurgo scotendo irosamente il capo.
Il viso fu coperto, e la barella portata via.
Un'ora dopo, lo zio Giacomo, Nino, e la zia Carlotta arrivarono pallidi ed esterrefatti.
Era finito. Sì. Pur troppo.
La zia Carlotta piangeva torcendosi le mani. La suora la confortò accertandole che non vi era stata sofferenza alcuna.
— Voglio vederla, voglio vederla, — singhiozzò la zia Carlotta.
— No, no! — disse la suora. — Meglio no.
E lo zio Giacomo, col viso rigato di lagrime, le disse:
— No, cara, no!
Nino senza dir parola uscì con uno dei giovani dottori, che lo condusse in una sala fredda e vasta, che pareva vuota. In fondo, vicino al muro, Nino vide due barelle portante ciascuna un lungo fardello velato, ricoperto e immobile.
— E' questo, — disse il dottore (colui che aveva tenuto la maschera).
Nino guardò, e gli si fermò il respiro.
— Dio! Dio! — disse, e volse via lo sguardo.
La zia Carlotta entrava sorretta dalla suora. Nino con le labbra livide le disse:
— Vieni via. Non guardare.
Ma Carlotta, col viso nel fazzoletto, singhiozzò:
— E' la figlia di mia sorella! Dell'unica mia sorella! Devo chiuderle gli occhi.
E si fece avanti.
Nino uscì rapido.
La suora condusse Carlotta alla barella più discosta, e scoperse il viso di Valeria. Allora un urlo echeggiò nella fredda sala vuota, un urlo spaventoso e agghiacciante, che lacerò il silenzio dei vasti corridoi, e giunse fino alle corsìe dove, apatici ed egoisti, giacevano gli ammalati nei loro letti. Altri urli seguirono, strazianti, stridenti, spaventevoli....
Ma le due quiete figure distese sulle barelle non ne furono disturbate.
Valeria fu sepolta a Nervi, accanto a Tom.
IX.
Quando Nancy ricevette a New York la notizia della morte di sua madre, mise un abito nero invece di quello color marrone; e pianse, e pianse, e pianse, come piangono i figli per le loro madri. Poi rimise l'abito color marrone, e andò avanti a vivere per Anne-Marie, come vivono le madri per i loro figli.
In breve lasciarono il tetto meschino e ospitaliero di Frau Schmidl e, per allontanarsi un poco dal quartiere dei negri, presero un piccolo appartamento nell'82.ma Strada.
Una nipote di Frau Schmidl, per nome Minna, veniva a fare il lavoro di casa e a condurre a passeggio Anne-Marie. Anne-Marie adorava Minna. La contemplava con occhi rapiti quando parlava coi fornitori e coi vicini; e la seguiva di stanza in stanza quando essa spazzava e faceva i letti. Minna portava delle vesti scollate, e intorno al collo un nastrino di velluto nero e una fila di perle azzurre. Agli occhi di Anne-Marie, Minna rappresentava la perfetta bellezza muliebre. E Anne-Marie la imitava il più possibile, cercando di copiarne il passo, i gesti e il linguaggio.
Nancy talvolta le udiva parlare insieme in cucina. La voce di Minna:
— Cos'hai mangiato col tuo thè?... « A butterbread »?
E la voce di soprano striduletto di Anne-Marie:
— « Yes! two butter breads mit sugar. »
E Minna:
— « That's fine! To-morrow Tante Schmidl makes a cake, a good one. We eat it evenings. »
— « A cake.... a good one. We eat it evenings, » faceva eco Anne-Marie.
All'orrendo suono di questo linguaggio ibrido, l'anima di Nancy si contraeva per la mortificazione. Ella aveva per l'appunto tolto dal fondo d'un baule il manoscritto del suo libro, e commossa l'aveva aperto sul tavolo davanti a sè. Le pagine liscie e larghe erano dolci al suo tocco.
La frizzante freschezza di pensiero, il piccolo brivido che sempre precedeva il prorompere dell'ispirazione, la scosse, e Nancy stese la mano verso la penna d'avorio....
— « A cake, a good one », — ripetè nella stanza attigua Anne-Marie, a cui il suono massiccio e teutono di quella frase piaceva.
— Oh, la mia bambina! la mia bambina! come crescerà?
Nancy, la madre, tolse di mano a Nancy, il poeta, la penna d'avorio; e il resto di quel giorno, e molti altri, furono dedicati all'istruzione e all'educazione di Anne-Marie.
Durante i mesi che seguirono Nancy inventò per la piccina un gioco che ebbe molto successo.
— Facciamo questo gioco, — disse Nancy, — che tu sei un piccolo libro che ho scritto io: un bel piccolo libro come le fiabe di Andersen.... sai bene, quello che ha dentro le belle immagini di principessine e di fate. Ebbene, in questo libro ch'io amo tanto....
— Di che colore è? — disse Anne-Marie.
— Oh! tutto bianco, e rosa, e oro, — disse Nancy, baciando le chiome lucenti della sua bambina. — Dunque, in questo libro, in mezzo al più bello dei racconti di fate, ecco che qualcuno è venuto a fare dei brutti sgorbi, a scrivere delle parole comiche e insensate.... come.... come « butter-bread »!
— Chi ha fatto questo? — disse Anne-Marie.
— Ma, non so!... Minna....
— Perchè gliel'hai prestato? — disse la piccola, facendo un gesto col capo che la faceva somigliare a suo padre.
— Hai ragione, amore. Non lo farò più. Lo terrò sempre sempre con me, il mio piccolo libro prezioso!... Dunque, dà retta. Io devo togliere quelle parole sciocche e brutte, non è vero? e mettervi invece delle parole belle, e dei pensieri dolci. Altrimenti nessuno vorrà leggere il libro. Non ti pare?
— Già, — disse Anne-Marie, con gli occhi un po' attoniti. — Ci metterai anche le immagini?
— Oh, sì! — disse Nancy. — E vorrei poterci mettere anche delle rime!
— Perchè? a cosa servono le rime? — disse Anne-Marie.
— Non c'è nulla di più bello, — disse Nancy. — Proviamo!
Ma Anne-Marie era refrattaria alla poesia. Lunghe spiegazioni ed esempi, quali: « core » e « amore »; « pianto » e « incanto »; « finestra » e « minestra », lasciarono Anne-Marie sbalordita e irritata.
Nancy la carezzò, paziente.
— Prova a dire una rima anche tu, una sola! Di', tesoro, di': cosa fa rima con « stella »?
No. Anne-Marie non sapeva cosa facesse rima con stella.
— Ma « bella », s'intende, bimba mia cara! E adesso dimmi una parola che faccia rima con « cara »!
— « Bella », disse Anne-Marie.
— Ma no, ma no! Pensa un pochino che cosa fa rima con « cara »?
Anne-Marie riflettè.
— « Verdura »? — disse finalmente, memore della cucina di Frau Schmidl.
Nancy gemette.
— Ma no, ma no, tesoro! Pensa: una cosa quando non è dolce è...? trova, trova la rima con « cara »!
— « Carissima »! — gridò Anne-Marie, trionfante.
E fu subito abbracciata e baciata.
— Ah! vorrei che tu fossi poeta, Anne-Marie, — disse sua madre spingendole indietro dalla fronte i biondi capelli.
— Perchè? — disse Anne-Marie, dimenandosi per sfuggirle.
— I poeti sono immortali; vuol dire che non muoiono mai, — disse Nancy, lieta di porre una immagine nel piccolo libro bianco e rosa.
— Allora sarò un poeta, — disse Anne-Marie che conosceva la morte per aver sotterrato nel cortile dei Schmidl un gatto morto e per averlo scavato fuori un paio di giorni dopo per vedere com'era.
Ma Anne-Marie non era destinata ad essere poeta. Nei piccoli libri bianchi e rosa che le mamme credono di creare, il Racconto è già scritto prima ancora che essi giungano nelle tenere mani materne. E Anne-Marie non doveva essere poeta.
Ma ancor sempre a Nancy il fuoco sacro bruciava il cuore, e correva come fiamma liquida nelle vene. Ella si diceva:
— Adesso non è possibile ch'io lavori al mio Libro. Il Libro deve aspettare finchè Anne-Marie non avrà più bisogno ogni momento di me. Ma frattanto posso scrivere delle poesie! Posso scrivere un ciclo di poesie intorno ad Anne-Marie. Li chiamerò « Poemi di Puerizia »....
Allora con occhio d'artista Nancy si pose a osservare la sua figliuoletta, seguendola con lo sguardo penetrante, gettando sovra l'inconscia testolina bionda il cilestre velo dell'idealità, e scrutando i limpidi occhi infantili per trovarvi la sorgente di frase novella o di simbolo felice. Voleva porla come una statuetta neoterica in cima a un sonetto; voleva fissarla e immortalizzarla in qualche rara posa arcaica.
Ma Anne-Marie era la creatura del suo ambiente. Anne-Marie metteva degli abiti foggiati e cuciti da Minna; e portava in testa un piccolo e piatto cappello rosa che pareva un coperchietto.
Anne-Marie aveva parlato italiano come una principessina di Toscana; ma il suo inglese, imparato dai tedesco-americani della Settima Avenue e dell'82.ma Strada, era un idioma orrido e grottesco. Ogni volta che Anne-Marie apriva la piccola bocca soave, ne uscivano delle frasi che erano come dei pugni nel cuore a Nancy. Invano le aveva ella raccontato la storia della principessa stregata a cui, quando parlava, saltavano fuor dalla bocca i ranocchi; mentre sua sorella, la principessa buona, aveva la bella bocca « di rose piena, e di perle e di dolci parole ».
— Mi piace di più quella coi ranocchi, — diceva Anne-Marie, semplice e sincera.
E le gioie di Anne-Marie erano elementari e inestetiche. Non a lei era dato vagare pei viali ombrosi d'un giardino, cullando tra le braccia una lussuosa bambola dalle articolazioni mobili, dal nome mellifluo. No. Dalla cigliata Marie-Louise di Montecarlo in poi, le bambole di Anne-Marie erano state numerose ma poco amate. Secondo il suggerimento di Frau Schmidl, e anche per motivi di economia, Nancy era andata un giorno « downtown », nella « città bassa », e aveva potuto comperare in un negozio di giocattoli all'ingrosso, ciò che, sulla fattura, era descritto come segue: « Una dozzina bambole, grandezza 9, qualità 4. Colore biondo. Vestito rosso. Prezzo per dozzina: 2 dollari e 40 cents ».
La prima delle dodici venne quella stessa sera regalata ad Anne-Marie. Fu baciata con frenesia e battezzata Hermina (il nome di Minna). Le si pettinò la stoppacciosa chioma e si fecero dei tentativi per svestirla. Visto che non si svestiva, fu messa a letto qual'era, e Anne-Marie si coricò con precauzione al suo fianco.
A suo tempo Hermina si ruppe e morì. Quale non fu la gioia di Anne-Marie quando la medesima Hermina, collo stesso sguardo turchino, la stessa chioma stoppacciosa, lo stesso sorriso d'angelo, riapparve nella sua veste rossa dinanzi a lei!
Fu baciata con frenesia.
A suo tempo anche questa seconda Hermina, priva di gambe e con pendula testa slogata, fu tolta alle tenere braccia di Anne-Marie. Ed ecco apparire un'altra Hermina, rigida e completa, con l'occhio turchino, la chioma stoppacciosa e il sorriso d'angelo rinnovellati!
Anne-Marie, vedendola, spalancò due larghi occhi e trasse un profondo respiro. Accettò con più stupore che affetto questa terza Hermina, e non la baciò.
Quella Hermina morì presto, e Nancy con un sorriso trionfante ne produsse una quarta. Con uno strillo d'indignazione e d'odio, Anne-Marie la afferrò per le ben conosciute scarpe dipinte, e le sbattè l'aborrita e ben ricordata faccia per terra.
Le altre otto le furono date tutte insieme; e furono gettate per terra e detestate e calpestate. Durante molte notti i sogni di Anne-Marie furono popolati da Hermine morte e risuscitate; da placide Hermine sorridenti e senza gambe; da Hermine instivalate e senza naso; da spaventose Hermine, sane se viste di dietro, ma con tenebrose caverne al posto della faccia, sotto le flave chiome stoppacciose.
Non volle più bambole. E i suoi divertimenti furono presi dove li trovava: più che altrove in cucina. Le sarebbe piaciuto di lavare i piatti, ma questa era una gioia proibita; ma le piaceva farsi vedere con un asciugamano di cucina sotto al braccio, a girare per la cucina, o a spolverare i mobili con fare disinvolto e importante, come Minna.
S'estasiava al vedere il ragazzo del macellaio sbattere sul tavolo un pezzo di filetto; e le sguaiate risa della nerissima « coloured lady » — così chiamano le negre a New York — che ogni sabato portava la biancheria, erano suoni dolci e dilettevoli al suo orecchio.
Le piaceva anche il pianoforte che qualcuno suonava malissimo nell'appartamento attiguo; il pianoforte che faceva disperare Nancy quando cercava di mettersi a scrivere.