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I divoratori: romanzo

Chapter 36: XIII.
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About This Book

The novel follows upheaval in a Hertfordshire household after the arrival of a newborn and her grieving young mother, which provokes attention, gossip, and unease among children, servants, and relatives. The child's presence disrupts routines and reveals rivalries, possessiveness, and social prejudices, as domestic roles shift and private longings surface. Intimate scenes track emotional ambivalence toward nurturing and control, showing how affection can feed both tenderness and destructive desire. Through close observation of daily life and psychological portraiture, the narrative examines identity, belonging, and the costs of love within constrained social and familial expectations.

XII.

« Giugno. Staten Island.

« Buon giorno, mio tenebroso Sconosciuto.

« Sono in campagna, seduta su un muricciuolo di sassi, e non vedo che lontane colline e sonnecchianti campi. Nel sole v'è un ronzìo di insetti che mi fa impallidire e rabbrividire. Odio con grande odio pauroso gli insetti che ronzano.

« Perchè non siete qui? Ho in testa un grande cappello bianco con nastri ceruli, e una sciarpa cerula mi cinge la tenue vita. Sembro l'eroina di una novelletta vecchio stile. E nessuno mi vede. E i prati sono pieni di fiori; ed io li colgo e non so a chi darli. In tutte le soavi e semplici leggende, quando l'eroina è seduta su un muricciuolo, con un cappello bianco e una sciarpa cerula, ecco — inaspettatamente — il Prince Charmant passa, la vede, s'arresta....

« Ahimè! nella vita non è così. La vita è un pesante romanzo moderno in cui appare e scompare tanta gente superflua e soporifica; e in cui l'eroina ha degli amanti noiosi, che si assomigliano tutti come una fila d'ometti tagliati nella carta. E invano vi si aspetta l'inaspettato.

« Io sono qui sul muricciuolo con la mia sciarpa cerula, mentre voi siete a tremila miglia lontano da me....

******

« Buon giorno, ancora. Sono sempre qui su quest'isola, a vivere di cose ingenue: d'erbaggi, e di tramonti, e di ricordi di cose che non furono. Voi siete una cosa che non fu. Forse per ciò vi ho sempre nella mente.

« Alla gente che vedo sempre, non penso mai. A voi che non vedo mai, penso sempre.

« Mi chiedete conto dei miei amanti. Mi domandate perchè ne ho. Semplicemente perchè trovo che mi abbelliscono! Un amante è una specie di cosmetico: la bellezza di una donna dipende interamente da quanto essa è amata.

« I miei amanti hanno dunque la loro utilità; ma non posso dire che siano divertenti. Vestono una grigia uniforme di mestizia; e s'intragraffiano e s'intramangiano, come animali tristi. E i loro discorsi sono lunghi e lugubri intorno a cose lugubri e lunghe — come sarebbe la morte e la durata eterna dell'amore.

« Io sogno un amore vivido e trionfale e risplendente; un amore fatto di sangue e di sole e di rose — di tutte le cose calde e scarlatte che sono nel mondo!... Un portentoso e magnifico amore che non duri, che sfolgori e abbruci.

« Che non duri! E che perciò? E' forse meno amore per il fatto che deve morire? Sarebbe come dire che le vere rose sono quelle di carta, perchè non appassiscono.

« Ecco, io colgo una rosa viva, fragile, moritura, e ve la getto traverso l'Oceano.... traverso le tremila miglia d'acqua che ci separano —

« Se vi cade sul cuore, m'amerete.

« Eva. »

Egli le rispose: « Vi amo ».

Nancy era felice. Viveva d'una vita irreale; d'una vita febbrile. Non era più Nancy. Era « Quella delle lettere »! E Quella delle Lettere era una creatura selvatica, libera, ardente e lieta.

E nulla era più dolce al suo cuore che questo sottile e delicato « amor di lontano », questa passione traverso la distanza per un non veduto, non conosciuto amante.

Ah, come era moderno e piccante tutto ciò! Eppoi anche così tredicesimo-secolo! Non c'era stato Jaufré Rudel, il principe poeta, che amò per tanti anni la non veduta contessa Melisenda?... E finalmente venne a morirle ai piedi?

Amore di terra lontana
Per voi tutto il core mi duol.

Anche loro s'amerebbero così, d'un amore assurdo e meraviglioso. Amarsi così, senza l'intervento di alcuno dei loro sensi, doveva pur essere il più alto, il perfetto, il divino modo d'amare.

Così Nancy visse nel suo sogno e lanciò da un emisfero all'altro le leggiere lettere d'amore.

« Cher Inconnu,

« Vi scrivo perchè piove, e il cielo è di flanella grigia. Direte che ieri vi ho scritto perchè faceva bel tempo e il cielo era di raso celeste.

« E' vero. Ma sono buone ragioni entrambe per me, che sono quasi innamorata di voi — quasi follemente, quasi disperatamente, quasi divinamente innamorata!

« Io ho paura d'amarvi. Ho paura dell'amore come un bimbo ha paura d'una stanza buia nella quale non è entrato mai. Che cosa si nasconde in quegli angoli neri? Degli spettri, degli orchi, delle belve?... Certo, il Dolore, appena entro, mi si avventerà al collo (al piccolo collo che non conosce che la stretta d'una collana di perle), e mi strozzerà. Certo la Passione, come una pantera dagli occhi di fuoco, mi salterà al petto e mi mangierà il cuore. Certo la Gelosia come un gatto arrabbiato mi graffierà, mi morderà, mi dilanierà....

« Oh caro Ignoto, non mi fate entrare in quella stanza buia! Già mi pare di averne socchiusa la porta, e di sentire tutti quegli esseri spaventosi rugghiare e ululare contro di me....

« Addio! addio!

« Mi chiamo Nancy ».

A questa lettera egli rispose con un telegramma:

« Nancy! Vieni qui ».

Ella riscrisse:

«  — Vieni qui. — Le arroganti parole mi danno un tuffo di piacere nel sangue.

« Mi piace che mi diate del tu. E poi sono inavvezza all'imperativo. Nessuno mai mi dice: Fa così. Va via. Vieni qui. Va lì. E mi piace sentirmi mite e spaventata e forzata a obbedire.

« Vieni qui! Subito mi pare di dover volgere timidi occhi in cerca del mio cappello e dei miei guanti, e mi domando come debbo vestirmi per il viaggio! Sono molto simpatica in viaggio. Sono sempre di umore uguale, e porto dei vestiti color sorcio che mi fanno delle piccole spalle fragili e patetiche e la vita sottile. Tutto ciò è molto importante viaggiando; perchè fa perdonare le mille e mille valigie e valigiette che porto nello scompartimento, e le cappelliere che perdo, e gli ombrelli che dimentico. Anche la gente che, per principio, brontola sempre, diventa indulgente e amabile quando vede che ho un vitino piccolo, e l'aria trasognata, e un cappello che mi sta bene. E facchini e guardiafreni e conduttori, tutti mi adorano! Corrono in su e in giù a cercarmi gli oggetti che ho perso, a portarmi delle cose da mangiare, ad aprirmi le finestre e a chiudermi a chiave nello scompartimento.... anche quando non è necessario.

« Poi, in viaggio non ho mai sonno. Metto giù la testa non importa dove, e dormo come un gatto cinque minuti. Poi mi sveglio allegra e ragionevole e di buon umore. Sì, sì; credo che veramente vi piacerebbe di avermi in viaggio con voi.

« Nell'ultima vostra — breve come tutte le vostre lettere — (sono contenta che siate breve), mi dite che andate in Isvizzera. Conosco e adoro ogni roccia ed ogni ciottolino della Svizzera; conosco ogni pino in ogni foresta; ed ogni scoiattolo su ogni pino. Ho percorso ogni serpeggiante via maestra, che s'attorciglia come uno svolazzo di nastro bianco intorno ai fianchi austeri delle Alpi. Sono fuggita da ogni blanda mucca elvetica, ruminante su ogni blanda prateria.

« Salutatemi la Svizzera. L'adoro.

« Nancy. »

******

« New York.

« Amor mio di lontano,

« Eccomi tornata nella città, la terribile città, torrida e rumorosa sotto il violento sole di luglio. E voi mi scrivete dall'Hôtel Bellevue ad Andermatt!

« Andermatt! Che frescura e chiarità e scintillìo mi mette nella mente quella parola. Nell'afa opprimente di questa città, mi cade sul cuore come un fiocco di neve. E nella lettera vostra soltanto tre parole: « Vieni qui. Subito ».

« Di nuovo l'imperiosa, irresistibile chiamata mi scuote deliziosamente i nervi. Se me lo dite una terza volta — per i biondi Dei del Walhalla! — verrò!

« Sarete contento? Mi bacerete con gratitudine le bianche mani abbandonate? Saremo semplici, e assurdi, e felici? bisognerà fare della scherma intellettuale, e gareggiare d'arguzia, motteggiatori e ostili?

« Che importa? che importa? I miei occhi vi vedranno e l'anima mia non chiederà di più. »

******

Un telegramma da New York ad Andermatt, risposta pagata. (Denari presi in prestito da Fräulein Müller):

« Vistovi stanotte in sogno. Avevate lunga barba nera. Ditemi che non è così. »

« Nancy. »

Risposta da Andermatt:

« Non è così. Vieni subito ».

Nancy non andò subito. Già non aveva nessuna intenzione d'andare.... e poi non aveva i denari del viaggio.

Egli scrisse: « Vieni a Lucerna! »

Ed ella rispose: « Impossibile ».

Lui: « Ti aspetterò a Interlaken ».

Lei: « Impossibile ».

Lui: « Incontriamoci a Parigi ».

Lei: « Impossibile ».

Lui: « Allora, in ottobre, parto pel Transvaal ».

Allora, in settembre, ella gli riscrisse:

« Amo di figurarmi il nostro primo incontro.

« Avrà certo luogo nella cornice convenzionale d'un salottino in un Grand Hôtel. Sarà nel pomeriggio, un po' tardi, perchè siano già accesi per tutta la stanza i lumi rosso-velati, come fiorellini lucenti in un racconto di fate.

« Udrò bussare alla porta. E voi entrerete nella mia vita.

« E allora? e allora, caro Sconosciuto?

« Quando le mie mani, come farfalle imprigionate, saranno chiuse nelle vostre mani, quando i vostri occhi si affonderanno nei miei, che ne sarà della balda mia sfrontatezza, della mia gaiezza frivola e disinvolta? Io so che sarò muta e spaventata.

« Già al solo pensarci mi sento pulsar via la vita per l'estasi, e l'ansia, e la felicità!

« E allora?

« Allora saremo rigidi e compassati e corretti!... L'Usanza, come una vecchia signora per bene, ci riprenderà per mano e ci ricondurrà a passeggiare per i giardini della Consuetudine, tra le ben tenute aiuole e i frequentati viali della Convenzionalità.

« O credete voi forse, ignoto amico mio, che oseremo sfuggirle? Che in groppa al fantastico destriero della nostra Sorte ci lancieremo al di là delle barriere e dei divieti, nei fiammanti abissi della passione?

« Addio, mio signore. Ben inteso, non verrò ».


XIII.

Fräulein Müller veniva in città tre volte alla settimana per insegnare ad Anne-Marie l'aritmetica e la geografia.

D'aritmetica Anne-Marie capiva poco. Di geografia niente.

Con occhi vacui accennava a due punti sulla carta geografica e diceva: « Skagerrack e Kattegat ».

Queste erano le uniche due parole che voleva tenere a mente.

— Ma insomma, — diceva Fräulein, — sei ridicola col tuo Skagerrack e Kattegat. Questa è la Gran Bretagna....

— Perchè è la Gran Bretagna? — chiedeva Anne-Marie distratta, guardando fuori dalla finestra.

E Fräulein, molto depressa, diceva a Nancy:

— No, no. La tua figlia non è niente affatto un genio.

Un giorno George e Peg vennero a trovar Nancy nella pensione di Lexington Avenue. Condussero con loro anche il signor Markowski, timido e unto, col suo violino.

Nel salone, dopo il thè, Nancy pregò il violinista di suonare. Questi si alzò subito; andò ad aprire la cassetta del suo violino e tolse teneramente dal giaciglio di felpa grigio-perla il suo istrumento.

Markowski era polacco, e giovane, e lacero, ma il suo violino era italiano, e vecchio, e prezioso. Markowski aveva un fazzoletto sudicio, ma il violino ne aveva uno pulito, morbido, di seta bianca. Markowski pose un cuscinetto di velluto nero sul collo spelato della sua giacca; vi poggiò sopra il violino, alzò l'arco e chiuse gli occhi: allora Markowski divenne un dio!

Conoscete l'angoscia affrettata della « Sonata in fa » di Grieg? Conoscete le strillanti e scoppiettanti risate della « Ronde des Lutins » di Bazzini? Il lamento ululante e nostalgico dei non scritti canti tzigani? Il battito di piedini alati nel « Moto perpetuo » di Ries?

Tutto ciò avvolse nel suo turbine di note la piccola Anne-Marie.

Ritta in mezzo alla stanza, pallida come un lino, immobile, pareva che la musica le avesse tolto la vita, l'avesse mutata in una piccola morta, rigida e statuaria. Ah! ecco la bianca statuetta neoterica che Nancy aveva cercato di fissare nei suoi poemi!

Gli occhi della bimba erano vaghi e fluidi come acqua azzurra versata sotto le sue palpebre. Le sue labbra scolorite erano socchiuse.

Nancy la guardò. Una subitanea immensa tristezza la invase, un senso cupo e dolente, come se qualcuno le avesse posto un grande sasso pesante dentro al cuore. Quella piccola figura smorta, scolorita, trasfigurata, chi era? Era Anne-Marie? Era la sua piccola Anne-Marie? la bambina stordita e sciocchina che ella accarezzava e sgridava e metteva in letto?... la bambina così insensata per l'aritmetica, così ottusa per la geografia?

— Anne-Marie! Anne-Marie! Parlami!... Che cos'hai! che cosa pensi?

Anne-Marie volse la chiarità sognante dei suoi occhi verso la madre. Ma in quei larghi occhi l'anima sua non c'era.

L'anima di Anne-Marie era lontana.

Lo Spirito della Musica era sceso su lei, e l'aveva avvolta nel turbine delle risonanti ali: l'aveva rapita, involata, sommersa nelle favolose onde del Mistico Mare dei Suoni.


XIV.

— Fräulein, non ho più denari. Non posseggo in tutto il vasto mondo neppure la meschina e trascurabile moneta che si chiama un soldo.

E Nancy, che prendeva il thè nel piccolo giardino del Gartenhaus a Staten Island, sorseggiò compunta la profumata bevanda nelle nuove tazze ad orlo viola di Fräulein Müller.

— « Ach! was sagst du »? — disse Fräulein.

E per molto tempo si videro le sue labbra muovere in astruso calcolo multale. Poi disse:

— Posso darti quarantasette dollari.

Nancy depose la sua tazza, e si chinò in avanti a baciare la lanuginosa guancia di Fräulein.

— Caro angelo, — disse. — E poi?

— Poi cosa? — chiese Fräulein.

— Appunto, — disse Nancy.

Fräulein riflettè a lungo.

— Come si può fare? — disse.

Nancy fece un piccolo gesto scorato.

— Da tuo marito nessune nuove?

— Nulla, — disse Nancy.

Fräulein sospirò. Poi disse:

— Non c'è che una cosa da fare. Tu e la bambina, verrete a stare con me. Manderò via Elisabeth, che del resto è una ragazza sbadata che ha già rotto due piatti e un vetro di lampada; e voi, care, rimarrete qui. Bisognerà vivere con economia. — Fräulein, che aveva sempre vissuto con quel magro e disaggradevole ospite, tossì e assunse un'aria grave di persona positiva. — Sì, sì, sarò molto contenta di sbarazzarmi di quella balorda di Elisabeth.

Nancy la cinse col braccio e la ribaciò. Poi disse:

— Non ho che una àncora di salvezza.

— Che cos'è? — chiese Fräulein.

Stavolta fu Nancy che tossì. Poi disse:

— C'è.... vi sono.... in Europa.... una.... delle persone che s'interessano a me, cioè ai miei scritti. Forse mi aiuterebbero, se mi recassi da loro.

— Certamente, — disse Fräulein. — Dovresti andar subito. Io intanto terrei qui Anne-Marie. Così non dovrebbe interrompere le sue lezioni di violino.

— Oh Dio! — esclamò Nancy, — dovrei lasciar qui Anne-Marie? — E sospirò profondamente. — Lo so che non deve interrompere le sue lezioni.... ma come vivrò io senza di lei? — E dopo una pausa disse: — Credi proprio che farei bene ad andare?

— Ma senza dubbio, — assicurò Fräulein che si vantava di avere molto senso pratico. — Una casa editrice come quella di cui parli, non farà mai niente senza vederti e conferire con te. Io so come sono le case editrici.... Ma bada, bada veh! che non t'imbroglino!...

Nancy sorrise.

— Starò attenta, — disse.

— Oh sì, cogli editori — disse Fräulein — si ha un bel star attenti...

E qui Fräulein Müller ripetè un discorso che aveva già fatto molti anni prima, a Wareside, quando Nancy aveva scritto la sua prima poesia. E Fräulein, rammentando quel tempo, si sentì tutta commossa. Rievocò il giorno — era la domenica di Pasqua — c'era ancora il povero vecchio Nonno... Fräulein credeva persino di ricordarsi ancora quei versi, i primi versi di Nancy. Erano splendidi! E Fräulein li citò molto commossa:

Stamane nel giardino
Io colsi i fiorellin,
Stamane nel giardino
Rincorsi gli uccellin...

— Non posso dire che li trovo molto belli, — disse Nancy, ridendo.

— Forse non erano proprio così, — disse Fräulein. — Anzi credo che non erano proprio « uccellin », erano forse « rime »...

E Fräulein ritentò:

Stamane nel giardino
Io colsi i vaghi fior,
Stamane nel giardino (o nell'orto)
Volavan rime ancor.....

— Perchè volavano? — chiese Nancy.

— Non so, — disse Fräulein, coll'occhio vitreo di chi cerca rammemorare qualche cosa. — Forse sbaglio in qualche piccolo dettaglio. Ma ti accerto che erano bellissimi. E tu eri una bimbettina piccola, piccola come Anne-Marie.

— Ascolta Anne-Marie! — disse Nancy, accennando alla finestra aperta della saletta da pranzo.

Anne-Marie non aveva voluto venire neppure per due ore al Gartenhaus senza il suo violino. E adesso si era chiusa nella sala da pranzo a studiare. Ripeteva molto piano una piccola ninna-nanna, lieve e dolce, e perfettamente intonata.

— Quella è un vero Wunderkind, — disse Fräulein. — Un vero prodigio!...

Così l'aveva chiamata anche Markowski appena l'aveva veduta scossa da pianto convulso quando egli suonava. Aveva detto:

— Questa è un Wunderkind. Le insegnerò il violino.

Difatti l'indomani era venuto, portando un piccolo violino di mezza misura che pareva il morto Guarnerius, risuscitato e malconcio. Poi aveva dato ad Anne-Marie la sua prima lezione.

La lezione fu lunga, e Anne-Marie ne emerse con le guancie infocate e gli occhi sdegnosi. Una profonda ira le bruciava il cuore.

Perchè nel violino di Markowski c'era una cosa che cantava — un uccelletto o una fata o una sirena — e nel suo brutto piccolo violino non c'era?

— Sta buona, sta buona, — diceva Markowski, scotendo le ciocche di capelli neri che gli spiovevano sugli occhi veementi, — aspetta! Uno di questi giorni anche nel tuo violino ci saranno gli uccelletti e le fate... E canteranno per te. Adesso studia la scala di sol.

Allora Anne-Marie aveva studiato la scala di sol, con immenso stupore di Nancy, che non credeva che in una lezione si potesse imparar tanto.

In dieci lezioni Anne-Marie aveva imparato quindici scale e una ninna-nanna. E poi, in due mesi aveva imparato ciò che gli altri bambini imparano in due anni. Così diceva Markowski sempre più agitato e veemente; e dava delle lezioni sempre più lunghe, e veniva tutti i giorni, invece di due volte alla settimana come era stato convenuto.

— Io non so più cosa vi devo, — gli disse Nancy. — C'è molta confusione nei nostri conti. La lezione di oggi era di due ore: dunque equivale a una settimana. E ieri anche... E avant'ieri? Non so più. Mi pare che siate sempre qui.

— Non importa, non importa, — disse Markowski, agitando le lunghe mani, — mi pagherete un altro giorno. — E, ricordando ciò che aveva udito da George riguardo alle loro condizioni finanziarie, soggiunse: — Potrete pagarmi quando la bambina vi suonerà la Chaconne di Bach.

— Va bene, — disse Nancy, tranquilla, pensando che questo volesse dire tra otto o dieci giorni.

E vedendo Markowski torcersi in silenziosa ilarità mentre riponeva il violino, lo credette un po' pazzo.

Fräulein Müller fece tutto un giorno e metà d'una notte degli astrusi calcoli di divisione e sottrazione in un suo taccuino; all'indomani mattina si recò a New York a trovare Nancy in Lexington Avenue.

— Io ti posso dare ottanta dollari, — disse. — Ti basteranno per fare il viaggio in Europa e andare a vedere i tuoi editori?

Sì, sì; Nancy era persuasa che basterebbero. E Fräulein era un angelo! E grazie, oh, grazie!

— Naturalmente, — disse Fräulein di cui il senso pratico era velato da un nebuloso romanticismo, — questa gente sarà felice di darti qualche migliaio di lire anticipate, anche se il manoscritto non è pronto.

— Spero, — disse Nancy con gli occhi bassi.

— E bada di avere un contratto in regola. Farai bene a fartelo fare dal console o da un magistrato, — disse Fräulein, di cui le idee erano vaghe.

E Nancy promise che così farebbe.

Dunque Fräulein s'avviò frettolosa alla Banca tedesca-americana e ritirò gli ottanta dollari; e qualche cosa di più, perchè Anne-Marie sarebbe venuta a stare con lei, e per Anne-Marie ci volevano delle cose un po' buone da mangiare: delle minestre col brodo ristretto e dei piatti dolci... Il pensiero dei piatti dolci che darebbe ad Anne-Marie le fece cercare in fretta il fazzoletto, perchè sentiva di dover piangere.

— Un giorno sarà riso al latte con prugne cotte; e un giorno sarà charlotte di mele; e un giorno sarà semolina... o anche tapioca... — e Fräulein Müller si asciugò gli occhi, e s'affrettò coi suoi ottanta dollari per Nancy.

Ma ecco che accadde l'inaspettato. Nancy non volle partire. Ogni giorno trovava una scusa nuova per non aver fatto i suoi bagagli, e per non essere andata a fissare la sua cabina. Fräulein s'impazientiva.

— Ma vediamo; cosa ci vuole a mettere nel baule le tue poche cose? Il vestito bleu marino va benissimo per il viaggio. Poi, hai quello grigio e nero a righette che non ti sta molto bene, ma è serio. E' proprio quel che ci vuole.

— Credi? — sospirò Nancy.

— Ma sicuro, — disse Fräulein, — per andare a parlar d'affari bisogna essere vestita in modo adatto. Guai se tu arrivassi lì in tolette frivole ed eleganti... Non ti prenderebbero sul serio. No, no, tu devi essere una donna metodica e inflessibile: anche nel vestire.

— Già, — disse Nancy, con un pallido sorriso.

Appena Fräulein fu partita, Nancy scrisse un bigliettino a George.

George venne l'indomani, all'ora della colazione, e domandò di lei.

Nancy lasciò a tavola Anne-Marie — che mangiava con molte smorfie l'« oxtail soup », una broda nera e glutinosa, — e s'affrettò a entrare nel salotto dove George, timido e lungo, la aspettava.

— George, — disse Nancy, trattenendo fra le sue la mano fredda e umidiccia del giovane, — ho bisogno di denari. Di molti denari.

La stretta di George si rallentò, ed egli ritirò la mano da quella di Nancy. Poi si tirò pensoso la barbetta, recente e non riuscitissima, che aveva coltivato sul mento fuggente.

— Allora, indovino, — disse George, coll'intercalare americano, — indovino che bisognerà darvene.

— Ma me ne occorre tanto! — disse Nancy, — Duecento o trecento dollari, o quattrocento...

— « Stop »! — disse George. — Se andate avanti così non posso starvi dietro.

E tornò a tirarsi la barba.

— Oh George! Come siete buono! come siete caro!

E Nancy gli afferrò la fredda mano moscia e la strinse con fervore.

— Il peggio è — disse George — che non so dove andarli a cercare. Penso che per l'appunto...

— Oh non me lo dite! Non voglio sapere! — E Nancy si coprì con gesto vezzoso le orecchie. — Preferisco molto di non sapere. Non me lo direte, vero? So che non ruberete, nè assassinerete nessuno! E grazie, caro, caro George! E addio!

Nancy, seguendolo cogli occhi dalla finestra, lo vide saltare sul « cable-car » che andava nella città bassa, e notando le sue spalle cadenti e il suo povero cappello a buon mercato, ebbe molti rimorsi, e sentì di essere un avoltoio e un'arpìa.

— E' « Quella delle Lettere » che mi demoralizza, — disse Nancy fra sè.

Il lunedì seguente egli le portò quattrocento dollari, e Nancy versò delle leggiadre e limpide lagrime accettandoli; e non volle sapere da dove venivano; e gli fece molti gesti graziosi e molte irresistibili fossette.

Faceva già la parte di « Quella delle Lettere ». Voleva esercitarsi... E con George il risultato fu immediato e stupefacente. Anzi, lo fu a tal punto che Nancy dovette subito smettere di essere Quella, e tornare a essere sè stessa. E allora George se ne andò.

E Nancy uscì e si comprò delle vesti; ma non delle vesti rigide e inflessibili. Comprò delle vesti fragili e fini, e delle vesti morbide e lunghe, e delle vesti diafane e deliziose. Comprò dei grandi cappelli flosci a lunghe piume; dei cappelli che nessuno prenderebbe sul serio. E poi comperò delle scarpe in cui era quasi impossibile camminare. Poi comperò della « crème des crèmes » per la sua faccia; e della « crème de beauté » per le sue mani, e della vernice rosata per le sue unghie, e dell'unguento di violetta ambrata per i suoi capelli.

E quando ebbe tutto ciò fu contenta; e aspettò che lo Sconosciuto le riscrivesse: « Vieni! »

Ma la lettera non venne. Passò un giorno. E un altro. Ed egli non scrisse.

Passò una settimana. E un'altra. Ed egli non scrisse.

E Nancy era lì, seduta nella sua pensione, coi suoi vestiti, e i suoi cappelli, e le sue « crème des crèmes ». Gli interi quattrocento dollari di George, più quindici degli ottanta dollari di Fräulein erano dileguati.

Nancy stava tutto il giorno seduta a guardar dalla finestra, immersa nei suoi pensieri. Cosa doveva fare? Riscrivere allo Sconosciuto? No. Era stata lei a scrivergli per l'ultima. Egli non aveva risposto. Doveva telegrafargli? E per dirgli che cosa? E dove? dove? Forse era già al Transvaal. Già; Nancy sentiva che era al Transvaal. Lo sentiva proprio; quando sentiva una cosa a quel modo, non sbagliava mai.

Dunque era finito. Finito tutto. La graziosa storiella romantica era terminata come doveva, esteticamente, senza il banale scioglimento dell'incontro. Era proprio come Nancy lo aveva desiderato. Sì, sì; Nancy era contentissima che fosse finito così.

E adesso, che ne avverrebbe di lei? Ella si diceva mille volte al giorno che doveva essere stata pazza a prendere in prestito tutti quei denari; a comperarsi quelle insensate vesti, quegli assurdi e ridicoli cappelli! Ed ora, che cosa doveva fare? Un gran terrore la invase: uno spavento indicibile davanti all'esistenza e all'avvenire. E pensò che sarebbe stato meglio, se fosse anche lei nel piccolo cimitero di Nervi, tra sua madre e suo padre, a dormire nel buio, con tranquillo viso rivolto in su, e placide mani congiunte... Sì, sì! Nancy era veramente molto contenta che le cose fossero finite così!

Ed ecco che a metà della terza settimana arrivò un telegramma. Proveniva da Parigi.

« Perchè non pranzeresti con me giovedì prossimo da Voisin? »

Era appunto giovedì.

Nancy ritelegrafò:

« Perchè no? Alle otto? »

« Nancy ».

Oh, che eccitamento allora, che agitazione! I bagagli da fare, e i telegrammi da mandare a Fräulein! Che gioia, che fretta, che confusione!

Nancy, ogni momento, lasciava lì tutto, e si sedeva, esclamando:

— Forse non dovrei andarci!

Poi balzava in piedi, febbrile, al pensiero che domani a quest'ora il battello partiva.

L'indomani mattina alle dieci arrivò Fräulein, commossa e agitata al pensiero di condur via la bambina. Portava in braccio un piccolo foxterrier, un regalo per Anne-Marie, « perchè non piangesse »!

— Perchè dovrei piangere? — chiese Anne-Marie, colla durezza propria alla sua tenera età.

— Ma già! cosa viene in mente a Fräulein? — disse Nancy, mentre a lei cadevano fitte le lagrime dagli occhi. E in ginocchio davanti alla bambina le allacciò la giacchetta. — Tanto, la mamma tornerà presto, presto.

— Naturale, — disse Anne-Marie tenendo stretto sotto al braccio il cagnolino, e alzando in aria un piede per farsi allacciare la scarpa.

— Baderai, vero, Fräulein? a non lasciarle prendere dei raffreddori, — singhiozzò Nancy, china sopra la scarpetta, che baciò quando l'ebbe abbottonata.

— No, no, — disse Fräulein, raggiante. — Le metterò delle maglie di Jaeger e non la condurrò a passeggiare che quando c'è sole.

La seconda scarpetta fu abbottonata e baciata. Poi fu messo il cappello, coll'elastico davanti alle orecchie. E i guanti, dov'erano? Sì, sì, in tasca. Il fazzoletto? Sì. E i sorci? Quelli li portava Fräulein, che aveva anche il violino, e il rotolo della musica, e la valigetta.

Il baule di Anne-Marie era già da basso sulla carrozza. Eccole pronte.

— Tesoro, vuoi darmi il cagnolino da portar giù? — disse Nancy, con un gruppo in gola. — Così per le scale posso tenerti la cara manina.

— No, no, grazie! — disse Anne-Marie. — Il cane lo porto io. Tu tieniti alla ringhiera.

E s'avviò lesta col cagnolino in braccio, dietro a Fräulein. E Nancy, muta, la seguì.

Fräulein, scendendo le scale, tremava, pensando al momento del distacco. Certo Anne-Marie avrebbe pianto e strillato nel dire addio a sua madre, e sarebbe stato terribile di fare tutto il viaggio a Staten Island con a fianco una lagrimosa e stridula Anne-Marie.

Per distrarla, fin d'ora, Fräulein pensò a trovare un nuovo argomento di conversazione.

— Avrai il tuo piatto dolce tutti i giorni, — disse volgendosi indietro sul secondo pianerottolo a sorridere ad Anne-Marie, mentre il violino, impigliandosi nella ringhiera, per poco non le fece cader di mano la gabbia dei sorci e il rotolo di musica e la valigetta. — Un giorno sarà riso al latte con frutta cotta, un altro giorno sarà la tapioca...

— Non mi piace la tapioca, — disse Anne-Marie scendendo a saltellini la scala, — non mi piace niente di tutte quelle cose.

Erano alla porta. Dietro preghiera di Nancy, nessuno era venuto fuori a salutarle. Ma tutti i pensionanti ch'erano in casa stavano ad osservarle dietro le tende del salotto.

— Allora, cosa ti piace per il tuo dessert? — disse Fräulein scendendo la breve gradinata di sasso a fianco della piccina; Nancy, sola, veniva dietro a loro.

— Mi piacciono le caramelle per la tosse, — disse Anne-Marie, — e le sardine; e la gelatina di fragole. E niente altro, — soggiunse, recisa; mentre il chasseur e la cameriera che aspettavano sul marciapiedi, la issavano nella carrozza.

Fräulein entrò dietro a lei con i molti pacchi; e il cagnolino abbaiò vedendo i sorci.

— Addio, Anne-Marie! Addio, mio amore, — disse Nancy, soffocando il pianto, e sporgendosi a baciarla, con grande difficoltà, traverso Fräulein, e il violino, e i sorci che Fräulein teneva in grembo. — Iddio ti benedica. Iddio ti guardi e ti protegga, bimba mia adorata!

Il cane abbaiava in modo assordante. Il chasseur chiuse lo sportello, e la carrozza partì.

Nancy tornò indietro. Lentamente ella salì le scale, e rientrò nelle stanze abbandonate.


XV.

Peg e George la accompagnarono al battello — Peg, eccitata e chiaccherina, e George depresso e silenzioso.

Nel suo tetro ufficio nella città bassa George si era recentemente sentito più poeta che commesso. Ed ora la sua anima era tutta una elegia. — Ella partiva! Ella se ne andava; e con lei partiva il suo cuore! Con lei partivano anche i quattrocento dollari — che non erano suoi, ma di un amico, un'anima meschina e sordida. George soffocò questo volgare pensiero nato dal commesso, e si abbandonò completamente al dolore del poeta.

Addio! Addio!... Il bastimento volse il fianco crudele, nascondendo la figuretta sventolante sul ponte... E con lento palpito, come un grande cuore infedele, abbandonò la riva. Addio! Che cos'erano quattrocento dollari appartenenti ad un amico, in confronto al cuore lacerato d'un amante?

... Il battello si spinse altalenante verso l'Est, alzandosi e sprofondandosi sul gigantesco respiro del mare, e portando Nancy e le sue vesti, e i suoi cappelli, e i suoi vasetti di crema, verso lo Sconosciuto.

E più Nancy si avvicinava a lui, più una immensa paura la afferrava, la opprimeva.

Pensava:

— E se arrivassi a Parigi coi quattordici dollari che mi restano... e lui non ci fosse? O se, essendoci, fosse un brutale e orrendo personaggio?

Poi un altro terribile pensiero l'assaliva. S'egli non la trovasse bella quanto se l'aspettava?

Poichè veramente, assolutamente, bella non lo era. Oh! perchè non aveva lei quelle pallide chiome soleggiate della giovane americana che le sedeva accanto a tavola? Perchè non aveva gli occhi come la ragazzetta del Far West — quella che andava a studiar pittura a New York — occhi verdi e stellanti, color acqua-marina, che la giovinezza inondava di chiarità?

Nancy per consolarsi sperò che fosse lui stesso un orrore di bruttezza. Ma — e se lo fosse? Nancy come avrebbe potuto parlargli e sorridergli, s'egli era un ripugnante mostro? Poi ragionò che se fosse un mostro non le avrebbe detto di venire. « Perchè non pranzeresti con me giovedì? » non è il telegramma che manderebbe un mostro. No. Nancy era persuasa che egli non era un mostro.

Poi pensò: che cosa gli direbbe ella al primo vederlo? Tutto dipendeva da quel primo momento dell'incontro. Quel momento Nancy se lo figurava sempre in mille guise diverse; e le sue fantasticherie cominciavano sempre allo stesso modo.

Ecco: ella arrivava a Parigi; saliva in carrozza, e andava — non al Grand Hôtel dove stava lui, ma al Continental. Ivi prendeva uno splendido appartamento... Come? con quattordici dollari? Già, precisamente. Ormai che importava?

Era Rouge, o Noir! Se usciva Rouge, era salva. Se Noir — era la débâcle! Cinquanta franchi di più o di meno non cambiavano nulla alla situazione.

Dunque — e Nancy riprendeva il filo delle sue immaginazioni — ella si ritirava nelle sontuose camere, prendeva una tazza di thè nel suo sontuoso salotto, e poi riposava per un'ora o due sul suo sontuoso letto. Indi faceva una elaborata toletta, usando tutte le creme. E alle otto meno un quarto mandava un messaggero con un biglietto al Grand Hôtel: « Caro Sconosciuto. Sono qui! »

Allora... ah! allora?... Egli arriva, entra... la vede! E Nancy deve dirgli qualche cosa. Ma che cosa? quali saranno le prime parole ch'ella gli rivolgerà?

« Buona sera. Come sta? » Orribile! no, questo non lo dirà. Oppure: « Eccomi! » Dio mio! peggio! Clarissa a Milano aveva una serva, che, chiamata, rispondeva sempre « eccomi ». E Clarissa diceva che la parola era stomachevole. Dunque, qualcos'altro. Forse in francese? « Me voilà! » Buffo! Ridicolo! No, no. Nancy non direbbe nulla. Parlerebbe lui per il primo.

E Nancy cercò di immaginarsi la sua prima frase. Forse, dopo un lungo silenzio, direbbe con voce profonda e fremente: « Sì! siete voi la Donna dei miei sogni! » Questo sarebbe gentile e piacevole. O allora: « Ah, Eva! Eva! Quanto vi ho sospirata! » Ecco, ciò darebbe subito il tono giusto alla conversazione. O — chi sa? — forse in tono più gaio, stendendo ambe le mani: « Dunque è questa, Nancy?... Vi ho sempre sognata così, con una fossetta nel mento! » Ciò sarebbe delizioso e originale.

Quante ore notturne vegliò Nancy pensando a queste Prime Parole!... e rivoltandosi nella stretta cuccetta, rigirando il cuscino per sentirne il fresco sulla guancia accaldata, Nancy palpitò e tremò, sorrise e si disperò, pentita un istante, beata l'altro, finchè il grande piroscafo premette cigolando il fianco contro i pilastri del porto di Havre.

Nancy arrivò a Parigi alle tre del pomeriggio. Salì in vettura, e si fece condurre all'Hôtel Continental. Prese un appartamento che costava ottanta franchi al giorno: un salotto tutto a delicate tinte verde chiaro e grigio tenero, che pareva visto traverso l'acqua; e accanto, una sfarzosa camera da letto in rosso e oro, tutta rilucente di specchi che parevano aspettare con deferenza l'elaborata toletta.

Nancy sorbì nervosamente il thè, tanto per attenersi al suo programma. Poi tentò di riposare. Ma non le fu possibile dormire. Alle quattro e mezzo il biglietto che doveva essere mandato alle otto meno un quarto era già scritto. E Nancy principiò l'elaborata toletta.

Pensò dapprima a far venire il parrucchiere; poi ricordò che i parrucchieri le avevano sempre accomodato i capelli tutto a rotoli e attorcigliamenti, che le facevano una testa come una focaccia, a cui il suo viso non pareva affatto appartenere. Dunque si pettinò da sè, alla Carmen, coi capelli divisi da una parte. Le parve che « Quella delle Lettere » si sarebbe pettinata a quel modo. Ma quando fu fatto, le parve di avere un'aria troppo insolita e impertinente; dunque sciolse di nuovo i capelli e si decise di adottare una pettinatura semplice e naturale. Divise i capelli in mezzo e fece due treccie che appuntò in corona attorno al capo. Sì; era semplice e naturale! Nancy così somigliava alla minore e più oca delle ragazze svedesi della pensione. Certo non somigliava a « Quella delle Lettere ». Dunque tornò da capo. Disfece tutto, e si pettinò alla « Pierrot »: un ciuffo in mezzo e due sbuffi ai lati; un'acconciatura che la rendeva graziosa, frivola ed equivoca.

Mio Dio! erano già le sei! Le creme! Prima, dunque, un po' di cold-cream su tutta la faccia; poi della crème Impératrice. Poi — Nancy ricordava perfettamente tutte le indicazioni datele dalla commessa del profumiere a New York — poi, dunque, una piccolissima quantità di « rouge Leichner », spalmato con un po' di crème des crèmes, e lievemente applicato alle guancie. Poi, della cipria rosa; e poi un po' di cipria Rachel. E adesso?... Ah, sì! un « soupçon » (la signorina aveva detto un « soupçon ») di rossetto sul lobo delle orecchie, e dentro alle narici. Le narici — aveva detto la signorina — erano molto importanti.

Adesso un atomo di « mascaro » applicato con uno spazzolino alle sopracciglia; e un'idea di un'ombra intorno agli occhi... Et voilà!

Voilà! Nancy si guardò nello specchio. La sua faccia era bianco-violacea, e le sue narici indicavano un forte raffreddore. I suoi occhi parevano grandi e stanchi e intensi come gli occhi dei volatili occidentali a Montecarlo.

Le sette!! E aveva dimenticato le unghie!

Per venti minuti dipinse le sue unghie colla vernice liquida che era di un rosa vivido: era molto appiccicaticcia, e una volta messa, non si poteva più levar via. Pareva avesse immerso la punta delle dita nel sangue.

Le sette e mezzo! Bisognava mandare il biglietto. Suonò il campanello e apparve un cameriere. Era il cameriere che le aveva servito il thè. Allora si era mostrato un cameriere corretto e rispettoso, entrando con molti inchini nelle stanze sontuose e facendo il suo servizio silenziosamente a occhi bassi.

Ora vedendo Nancy — che aveva rapidamente indossato la più chiara delle sue vesti fruscianti — il cameriere la guardò stupito, poi continuò a fissarla in faccia, sfrontatamente, mentre le prendeva dalla mano il biglietto.

Lesse l'indirizzo, e disse:

— « C'est bon. All right. Jawohl ».

Intascò il biglietto, sorrise — sorrise a lei! — poi se n'andò per il corridoio zufolando piano.

A Nancy era salito il sangue al viso. Colla fronte rossa di vergogna chiuse la sua porta; si tolse l'abito luccicante ed entrò nella bianca e argentea stanza da bagno, attigua alla sua camera. Fece scorrere l'acqua calda e si lavò la faccia: lavò dagli occhi e dalle guancie tutta la cipria rosa e Rachel, dalle orecchie e dalle narici tutti i « soupçons » e le ombre e le creme e il mascaro e il Leichner. Poi disfece la pettinatura e raccolse le chiome ondeggianti in un largo nodo in cima al capo, come era avvezza a portarle; e indossò la più scura e semplice delle sue fruscianti vesti.

Ma le unghie se le lavò, se le strofinò, se le spazzolò invano. Rimanevano d'un colore vermiglio vivido e aggressivo. E Nancy si sentiva diventar di fuoco ogni volta che le guardava. Allora decise di mettersi i guanti e il cappello. E così fece. Poi sedette nel salotto ad aspettare.

Aspettò quindici minuti. Poi qualcuno bussò alla porta.

Nancy balzò in piedi come se avesse udito un colpo di pistola. Col cuore palpitante fuggì. Si precipitò sotto la portiera, e corse a rifugiarsi nella sua camera, chiudendo l'uscio dietro a sè. No, l'uscio non era chiuso, girò un poco sui cardini e rimase semi-aperto. Nancy lo lasciò così, non osando più muoversi. Udì ribussare più forte alla porta del salotto. Poi udì la porta aprirsi: e qualcuno entrò.

Indi la porta fu richiusa, e dei passi — i passi del cameriere — s'allontanarono per il corridoio.

Qualcuno era lì, nel salotto, a due passi da lei. Qualcuno — un uomo, uno sconosciuto — a cui lei aveva scritto quaranta o cinquanta lettere, e che ella aveva chiamato « Amico mio! Mes amours! Prince Charmant! Mio sconosciuto amore! »

Nancy ritta, immobile, pietrificata dalla vergogna, si era nascosta la faccia nelle mani inguantate di bianco. Non entrerebbe in quel salotto... mai! Neppure se dovesse star qui in piedi degli anni! Mai non avrebbe avuto il coraggio di affrontare quel misterioso personaggio nella stanza vicina.

La situazione diventava ridicola. Il silenzio era teso e intenso in ambe le stanze. Ah! pensò Nancy, quando il flutto di tremila miglia d'Oceano li separava, come si era sentita vicina a lui! Ed ora, con qualche metro di tappeto e una porta aperta tra di loro, egli le era lontano, incommensurabilmente lontano! Era uno straniero, un intruso, un nemico.

Silenzio assoluto. Ma... c'era poi qualcuno, di là?

Sì; c'era. Nancy sentiva che egli era lì, aspettante.

E tutt'a un tratto Nancy ebbe paura. Un folle subitaneo terrore la prese di quel silenzioso uomo sconosciuto — e pensò di fuggire. Fuggire! Fuggire!... Scivolerebbe piano nella sala da bagno, aprirebbe la porta sul corridoio, e via! Mosse un passo, piano, con infinita cautela. La sua veste sfrusciò; la sua scarpetta dai tacchi alti scricchiolò... E l'uomo nella stanza vicina, tossì.

Nancy si arrestò di botto, agghiacciata, impietrita.

Un altro lungo silenzio, assurdo, insostenibile. Poi, nel salotto, furono dette le Prime Parole. Egli le pronunciò in una voce calma e piacevole:

— Il nostro pranzo sarà freddo.

Nancy rise, di un piccolo riso convulso e dolce. Poi rispose (e la sua voce era nervosa e soave come il trillo d'una colomba):

— Che cosa avete ordinato?

— « Bisque d'écrevisse », — disse l'uomo nella stanza vicina, — e sogliola...

— Fritta? — mormorò Nancy; e, sentendo che se non scivolava dentro su quella sogliola fritta non sarebbe entrata mai più, passò rapida sotto il drappeggio della portiera ed entrò nel salotto.

Si guardarono. Ella vide un uomo di alta statura; una bocca dura, un naso curvo e forte in una faccia bruciata dal sole, due occhi chiari e freddi; e una fronte grave sotto folti capelli grigi e ondulati.

Ed egli la tenne lungamente sotto al suo sguardo fermo e penetrante. La squadrò dalla cima del piumato cappello alla punta delle scarpette Louis XV. E i suoi occhi furono soddisfatti.

— Andiamo, — disse, offrendo il braccio.

E uscirono insieme.

Il pranzo non era freddo. Nancy parlò pochissimo. Era nervosa e timida e incantevole, sorseggiando del Liebfraunmilch colle fossette fluttuanti e il sorriso mite.

Egli le raccontò che aveva delle miniere nel Transvaal e che per vent'anni era stato lontano dai paesi civilizzati.

— Sono sceso nelle miniere quando avevo vent'anni; e ne sono uscito quando ne avevo quaranta. Cioè, quattro anni fa. Da allora in poi ho avuto un gran da fare a sfuggire alle trappole tesemi dalle donne. Io ho un vero terrore delle donne.

— Anch'io, — disse Nancy; e non era vero.

Egli rise e disse:

— Soltanto le donne vi fanno paura?

— Oh no, anche i ragni, — disse Nancy.

— Ed altro?

— I leoni, — disse Nancy.

— Ed altro?

— I temporali, — disse Nancy. E poichè pareva che egli se lo aspettasse, soggiunse: — E anche voi mi fate una grande paura.

Egli non le credette. Ma era vero.

Dopo pranzo la condusse alle Folies Bergères, e poi alla Boîte à Fursy.

La osservò, col suo sguardo chiaro e penetrante, e fu contento di vedere che non rideva: la curva grave del giovane profilo gli piacque. Poi la ricondusse all'Hôtel.

Salirono insieme nell'ascensore, poi camminarono fianco a fianco sul tappeto rosso del lungo corridoio adorno di scarpe. Giunti alla porta del salotto verde e grigio, egli entrò senza chiedere permesso; e sedette, poderoso e grande, nella poltrona di broccato.

— Siete stanca? — chiese.

Nancy disse:

— No, — e rimase in piedi.

Egli stette per gran tempo guardando fisso davanti a sè, sporgendo il labbro inferiore e mordicchiandosi pensosamente i corti baffi dritti. Era un uomo grande e forte e aspro; i rudi lineamenti spiravano severità e fierezza.

E Nancy d'un tratto si ricordò che gli aveva dato del « tu » e detto « adieu, mes amours », nelle sue lettere; e a questo pensiero si sentì venir male dalla vergogna.

Egli fece udire un piccolo suono tra il ruggito e la tosse, e la guardò.

— Cosa pensate? — disse con voce rude.

Nancy rise.

— Penso che vi ho chiamato « Prince Charmant » dei racconti delle fate. Invece, veramente, somigliate molto di più all'Orco...

— Già, — disse lui e la guardò fisso per lungo tempo.

Poi si alzò, improvviso, e stese la grande mano forte a Nancy:

— Buona notte, Miss Brown, — disse.

Prese cappello e bastone, e uscì chiudendo risolutamente la porta dietro a sè.

Miss Brown entrò nella sua sontuosa camera da letto, e si svestì.

Nella lunga camicia da notte semplice, da collegiale, che non era parente delle vesti dubbie nè delle scarpette frivole, ella si inginocchiò accanto al letto, con un ritrattino di Anne-Marie fra le mani. E ringraziò Dio per averle dato Anne-Marie; e per averla condotta in salvo traverso l'Oceano; e per averle fatto trovare lo Sconosciuto così qual'era, al termine del viaggio. Poi andò a letto e dormì come un angelo.

L'indomani mattina alle undici egli arrivò, con un piccolo mazzo di mughetti in mano.

— Mi invitate a colazione? — disse.

Sì, sì! Nancy ne sarebbe felicissima. Pensò, rapida, ai ventidue franchi che erano nel suo portamonete. Ma che importava?

Presero il lunch nella grande sala da pranzo. Egli fu molto silenzioso.

Nancy tutt'a un tratto ricordò che doveva essere Quella delle Lettere, e cercò di essere gaia e spiritosa. Parlò di musica, ma egli rispose a monosillabi, senza entusiasmo.

— E voi, cantate? — disse Nancy infine.

Egli alzò gli occhi con una espressione di belva offesa.

— Ho l'aria di saper cantare, io? — chiese.

— Veramente no, — disse Nancy. — Avete l'aria di saper ruggire.

Egli sorrise un po' sotto ai baffi corti e non rispose.

Nancy rinunciò ad ogni tentativo di conversazione. Il suo cuore batteva forte. Tutto andava male. Egli era già stanco di lei. Aveva l'aria annoiata — no, non veramente annoiata — ma completamente indifferente come se fosse stato solo.

Quando ebbero preso il caffè, egli si alzò (ogni volta che lo vedeva levarsi in piedi Nancy si meravigliava nuovamente di vederlo così alto e poderoso) e uscì, precedendola, dalla sala da pranzo. Nancy gli trottò dietro con passi brevi. Entrarono nel vasto Hall, ed egli scelse un tavolo presso la finestra. Spinse innanzi una poltrona per Nancy, e sedette.

— Permettete ch'io fumi? — chiese, e si tolse un grosso portasigari dalla tasca.

Nancy disse:

— Sì, — e stette a guardarlo.

Lo vide scegliere con cura il suo sigaro, e tagliarne la punta, e accenderlo. Nancy non trovava più una parola da dire. Aveva voglia di piangere. Davanti a questo laconico selvaggio tutte le sue idee frivole e graziose, le sue frasi originali, i suoi motti arguti le abbandonavano il cervello. Non era preparata a monologhi.

Il Selvaggio si volse:

— Voi, non fumate? — disse.

— Oh, no! — esclamò Nancy. — Mai.

Appena pronunciate queste parole un'ondata di vivo rossore le corse sul viso.

Ricordò di avergli scritto che fumava sempre delle sigarette russe profumate all'eliotropio bianco. Naturalmente, egli non l'aveva creduto.

Dio! Dio! come mai le era venuto in mente di scrivere delle cose così stupide?

E, d'un tratto, Nancy ebbe la chiara percezione che ella non era affatto Quella delle Lettere. Ed egli doveva essere seccato e disilluso.

Ma neanche lui era Quello delle sue lettere; almeno lei se lo era figurato tutto diverso, sottile e biondo, con gli occhi lunghi e sognanti, e l'anima di poeta. Ma poi ricordò che nelle sue lettere egli non aveva mai parlato di sè.

A questo punto egli alzò il capo e disse:

— Mi piace una donna che sa star zitta. Da mezz'ora non avete parlato.

E Nancy rise, contenta.

Quando ebbe finito di fumare il suo sigaro, egli disse:

— Spero che non avrete lasciato del valori in camera vostra. Non sarebbero sicuri.

— No, no, — disse Nancy.

— Li avete dati al bureau?

— No, — disse lei. — No.

E dicendolo, ricordò di avergli scritto che portava dei gioielli su tutta la persona. Una vampa di rossore le salì di nuovo al viso.

Egli non alzò gli occhi.

— Volete darmi il vostro portamonete? — disse. — Ne avrò cura io.

Nancy si disse che se continuava ad arrossire così, le si sarebbero incendiati i capelli! Ma, docilmente, tolse il portamonete di tasca e glielo porse.

Egli l'aprì lentamente e con deliberazione; ne prese i tre soldi e i due franchi che conteneva e se li mise in tasca. Aprì il piccolo scompartimento di mezzo e contemplò il solitario pezzo da venti franchi; poi lo levò e lo mise sul tavolo. Guardò in tutte le altre divisioni, contemplando pensosamente un biglietto di tram e una medaglietta della Madonna del Monte.

Rimise questi nel portamonete, lo chiuse e lo rese a Nancy. I venti franchi se li mise in tasca.

— Adesso usciamo, — disse. — Ho ordinato una victoria per le due. Andate a vestirvi.

Nancy, come in sogno, si alzò, traversò il vasto Hall, e salì in ascensore al suo appartamento. Si appuntò in testa il grande cappello, prese mantello e guanti, e arrivò a riprendere l'ascensore che appunto tornava dal piano superiore.

Quando egli la vide disse in tono d'approvazione:

— Avete fatto presto; — e insieme uscirono dall'Hôtel.

Il portiere con profusione di inchini li accompagnò all'aspettante victoria, ed i bei cavalli partirono a trotto sciolto per i Boulevards e verso l'Etoile.

Egli le fece molte domande durante il tragitto, ed ella, rispondendogli, fu per quanto le era possibile Quella delle Lettere. Egli le chiese di Montecarlo, e Nancy fu contenta di poterne parlare con profonda conoscenza, accennando con disinvoltura ai sistemi e al Café de Paris.

— Vi piacerebbe tornarvi? — chiese lui.

— Oh sì! — esclamò Nancy congiungendo le mani, delicatamente inguantate di suède viola chiaro.

Poi i suoi pensieri vagarono lontano, ed ella fece mentalmente una piccola preghiera per Anne-Marie.

La carrozza entrava nel Bois quando il suo compagno le disse:

— Dove vorreste andare?

Nancy rispose:

— Ma va bene qui! Il Bois è bellissimo.

— Non chiedo questo, — diss'egli. — Voglio sapere dove volete andare domani, o domani l'altro, o tra otto giorni. Non vorrete mica stare a Parigi eternamente?

Con un lieve sussulto Nancy lo guardò. Disse:

— Oh... — e poi ripetè: — Oh!... davvero? — guardandolo con occhi dubbiosi.

— Non mi guardate come se fossi il ragno, o il leone, o il temporale, — disse lui. — Ditemi piuttosto se esiste un luogo al mondo dove avete desiderio di andare. E quando? E come? E con chi?...

Gli occhi le si empirono di fervide lagrime.

— Vorrei andare in Italia, — disse. — C'è un paese, bianco nel sole, sospeso sopra il Mediterraneo,... come una Naiade timida che bagni il piede nel mare...

Il Selvaggio, inglese e positivo, disse:

— Geograficamente, si chiama...?

— Porto Venere, — disse Nancy.

Il Selvaggio, che aveva letto « Elle et Lui », sorrise.

— Va bene, — disse. — E poi?

— Vorrei, — balbettò Nancy, col respiro breve per l'agitante, per l'incredibile gioia, — vorrei fermarmi anche un giorno o due a Milano... a vedere delle persone care...

— E poi?

— Oh... e poi, vorrei andare in Isvizzera! solo in uno o due piccoli posti che ricordo: Splügen, Sufers, la Via Mala...

— E poi? — disse lui, aspettando altro.

— E poi, oh! a Napoli! a Napoli!... Ma più di tutto vorrei andare a Porto Venere!

Egli annuì col capo.

— Quando volete partire?

— Domani, — disse lei.

— E come? In treno? In automobile? o per mare?

— Non importa, — e Nancy si coprì il viso, e si mise a piangere.

— E con chi? — Vi fu una pausa. Egli suggerì: — Vorrete una cameriera.

— Oh no! senza cameriera, — disse Nancy, e alzò il viso. — Con voi! — soggiunse piano, perchè Quella delle Lettere avrebbe detto così. Ed anche perchè era vero.

— All right, — disse lui. — Prendete pochi bagagli.