XVI.
Partirono. Traversarono la Svizzera. Passarono per le bianche vie maestre, attorcigliate come nastri bianchi intorno agli austeri fianchi delle Alpi; salirono l'arido Julier Pass; scesero per la rabbrividente via Mala; salutarono Silvaplana; oltrepassarono Saint-Moritz; vagarono per le foreste di pini di Flims dove il sole filtra in pallore lunare. I pini, maestosi, con un tocco di neve sulle loro cime, parevano processioni di frati in berretta da notte; gli scoiattoli si fermavano con rapidi occhi, luccicanti come perline di giavazzo, poi scappavano su per gli alberi con agitata coda. E le blande mucche elvetiche nelle verdi praterie, stavano ferme a guardarli passare.
Ogni sera nei diversi alberghi delle diverse città, andavano insieme lungo i corridoi adorni di scarpe; e giunti alla porta della camera di Nancy, egli le diceva:
— Buona notte, Miss Brown, — e la lasciava.
Varcarono il confine e furono in Italia. E subito scesero fino a Napoli, senza fermarsi a Milano, perchè Nancy, dopo tutto, non voleva veder nessuno dei suoi cari — non adesso! non adesso! Cosa avrebbe detto? Come avrebbe spiegato?... Non ci voleva pensare. Penserebbe dopo.
A Napoli il cielo e il mare li inebbriarono, e la gente li deliziò. S'arrampicarono sul Vesuvio. Si meravigliarono di Pompei. Vagarono per Capri. Poi, spinti alla fuga dall'onnipresenza di coppie tedesche svenevoli e sconvenienti, e da comitive inglesi coi « Baedeker » sotto il braccio, partirono in volta della Spezia.
Ivi ricordarono Shelley,
entro virginee forme...
E finalmente si recarono a Porto Venere, bianca nel sole, sospesa sopra il Mediterraneo come una Naiade timida, che bagni il piede nel mare. E Nancy pregò a lungo nella piccola chiesa bianca e nera in cima al colle. Scesero nella grotta, e fremettero al pensiero che i pesci-cani avrebbero potuto divorare Byron quando traversava a nuoto la baia. Veleggiarono per il golfo e mangiarono delle vongole ed altri malodorosi frutti di mare.
E ogni sera per i corridoi, tra i duplici filari di scarpe, egli la accompagnava fino alla sua porta e le diceva:
— Buona notte, Miss Brown.
Dalla Spezia un piccolo vapore mercantile che costeggiava andando verso il Nord, li prese a bordo.
Scivolavano sull'acque azzurre verso Genova, quando Nancy, che era seduta su una cesta d'aranci, sentì il tocco della mano del Selvaggio sulla sua spalla. Ella levò il viso verso di lui, e sorrise.
Egli sedette su un'altra cesta d'aranci, accanto a lei; ma il paniere scricchiolò e gemette sotto il formidabile peso. Allora egli andò a prendere una pesante cassa di legno e la trascinò accanto a lei.
Nancy aveva imparato a conoscerlo bene. Non per un istante credette — come aveva creduto in carrozza nel Bois, più di un mese fa — ch'egli parlasse del momento presente. Sapeva che egli vedeva la vita a grandi linee e a vasti tratti, e che non parlava quasi mai di cose piccole e immediate.
— E adesso? — ripetè Nancy, e sospirò.
Egli mise la sua grande mano abbronzata sulla piccola mano di lei.
Era questa la sua prima carezza. Nancy sentì un brivido correrle per tutto il corpo, e cingerle, come una sciarpa fredda, il viso. Egli la guardava coi fermi occhi azzurri e la vide lentamente impallidire sotto al suo sguardo.
— Adesso dovete tornare a casa vostra, — disse lui.
— Sì. Adesso devo tornare a casa mia. — E Nancy si domandò vagamente se casa sua era la pensione nella Lexington Avenue, o l'appartamento di Mrs Johnson nella 82.ma Strada. Concluse che era l'appartamento nella 82.ma Strada, dove il mazzo di orchidee e capilvenere aveva vissuto con lei quasi otto giorni. Sì, era quella « casa sua »! Peg e George sarebbero nuovamente i suoi compagni; e il morto signor Johnson, e il giovane senza mento, e i bambini nudi colle teste grosse, starebbero con lei nelle lunghe e solitarie serate. E Anne-Marie lascerebbe il Gartenhaus di Fräulein Müller e tornerebbe alla scuola gratuita della Settima Avenue.
— A che cosa pensate? — chiese il Selvaggio.
Nancy non rispose subito. Poi disse:
— ... Penso: perchè mai avete mandato, quel giorno, il ragazzo coi fiori e la lettera... la lettera per la ragazza vestita di celeste?... Non mi pare una cosa che assomigli a voi! — E guardando il forte viso freddo, ripetè: — No, voi non mi sembrate uomo da fare una cosa simile.
— Lo so, — disse. E soggiunse ridendo: — Grazie al cielo! Ma, — continuò, — accade a tutti noi di fare delle cose che non ci assomigliano. Non è vero?
Ella non rispose...
— A voi, non è mai accaduto? — E insistè: — Rispondete.
Nancy sospirò.
— Non lo so. Non so che cosa mi assomigli, e che cosa non mi assomigli. Non lo so affatto. Non mi conosco.
— Ma io, — disse l'Orco, — vi conosco. — E tacque.
Egli aveva la irritante abitudine di smettere di parlare quando si avrebbe voluto che proseguisse.
— Parlate, — disse Nancy. — Dite ancora.
Ed egli parlò.
— Non somigliava certo a me di mandare così, per il mondo, a nessuno, quei vani e inutili fiori. Nè di scrivere una folle lettera che non era diretta a nessuno, affidandola al caso... E' vero. Ma abbiamo tutti i nostri momenti di follia in cui facciamo delle cose che ci sono aliene; delle cose, come voi dite, che non assomigliano a noi. — Un'altra pausa. — Non somigliava a voi il descrivermi le vostre tende di broccato rosa, e le vostre sigarette profumate, e i vostri gioielli, e i vostri amanti. Non somigliava a voi l'avere attraversato l'Atlantico per venire a Parigi, e a cena, con un uomo che non conoscevate, per vedere se potevate carpirgli dei denari.
— Oh! — gemette Nancy, e si coprì il viso. — E' questo che avete pensato?
— Oh! — disse lui, — è questo che avete fatto?
Poi vi fu silenzio tra loro.
Il capitano del battello si avvicinò per salutarli e dire che si arrivava a Genova in meno di un'ora.
— Ecco Nervi! — E additò la città bianca, graziosa come una manata di fiori gettati sul fianco del monte.
Nervi!... Con profondo, immenso slancio di desiderio, Nancy pensò ancora che sarebbe meglio essere là, tra suo padre e sua madre, tranquilla e al buio: fuori dalla lotta, dalle paure e dalle tristezze.
Il capitano parlò del tempo, poi, con un sorriso benevolo, passò oltre.
E lo Sconosciuto — che non sapeva nulla di Nervi — parlò:
— Mi piacque tanto la vostra prima lettera, povera piccola lettera sincera, su quella misera carta! Dicevate di essere vestita di bruno. Vi vedevo nel vostro meschino abito scuro — doveva certo essere meschino! e mi piacque l'idea di poter forse, con un po' di denaro, fare qualche cosa d'inaspettato e di gradito... E trovai cara e ingenua la lettera in cui dicevate con tanta veemenza di non essere Miss Brown!... Poi cominciarono le menzogne.
Nancy tremò. Sulla costa passava rosseggiante l'Hôtel di Quinto. La riva pareva scorrere rapida e piana in senso inverso a loro.
— Come avete potuto pensare che io, che conosco New York, crederei alle tende di broccato rosa nei numeri alti, trecento e tanti, della East 82.ma Strada? Da questo ho capito che non eravate un'americana, perchè avreste saputo che i numeri delle strade di New York narrano da sè la loro storia. Una forastiera, dunque, e povera... Poi le vostre lettere mi dissero che eravate una creatura fantastica e solitaria, oh sì! molto solitaria, perchè altrimenti non avreste avuto il tempo di scrivere tanto; una piccola bugiarda molto colta, molto intelligente, che cita i poeti, che sceglie la frase alata e l'aggettivo raro... — Tacque un istante. Indi fissandola in viso proseguì: — Poi, quando ho saputo che avevate una bambina...
— Oh, — esclamò Nancy, e subito le lagrime le scaturirono dagli occhi. — Voi sapete di Anne-Marie!
— Io so di Anne-Marie. Ho anche una sua fotografia. — Ed egli si tolse dalla tasca il portafogli; e ne trasse una fotografia, una piccola istantanea, che porse a Nancy.
Sì, era lei, colla bambina: un'orribile istantanea, presa mentre uscivano da un negozio di giocattoli, e stavano per traversare la strada. Anne-Marie aveva un piede alzato in aria. Ridevano tutt'e due, e sembravano brutte, una più dell'altra.
— Mio Dio! — singhiozzò Nancy, piombata nell'abisso della mortificazione. — Anne-Marie non è così! Vi prego di credere che non è così!
Un sorriso gli passò sul volto: riprese il ritrattino e lo ripose con cura nel portafogli; poi mise il portafogli in tasca.
— Quando ho saputo, dunque, che avevate una bambina, e che vostro marito era... era partito, lasciandovi sola e senza mezzi...
— Ma come avete saputo? — balbettò Nancy, — e chi ha fatto quell'orribile fotografia?
— Che importa come, e chi? Con cento dollari si hanno tutte le fotografie e tutte le notizie che si vogliono. Dicevo che allora, avendo capito ciò che volevate, mi sono detto: « All right! ». Mi presterò al gioco. « Je marcherai », come dicono i francesi. — Et j'ai marché!
Un lungo silenzio.
— E adesso, che cosa volete?
Nancy non rispose. Piangeva, colla faccia chiusa nelle mani.
— Volete continuare a vivere in America? Vi piace l'America?
Nancy fece cenno di no.
— Perchè piangete? — Egli le prese il polso, e le tolse una mano dal viso.
Nancy alzò su di lui gli occhi rossi e lagrimosi.
— Piango — disse con voce spezzata — perchè tutto è rovinato! Tutto, tutto ciò che era bello... è stato tolto... da ogni cosa... Sì, ero povera, sì, ero infelice, e inventavo quelle bugie nelle mie lettere. Ma credevo che voi... che voi mi amaste, come Jaufré Rudel. E mai, mai, mai non ero stata tanto felice come allora, amandovi così traverso la lontananza... quando eravate lo Sconosciuto... Ma adesso... tutto è spezzato, tutto è rovinato... E voi avete sempre creduto che avevo bisogno di denari... cioè, sapevate che avevo bisogno di denari... e poi... e poi avevate quella orribile fotografia... e credevate... — qui Nancy fu scossa da singhiozzi deboli e disperati, — e credevate ch'io fossi così!
— Sicuro, — disse Jaufré Rudel. — Credevo che foste proprio così.
E la lasciò piangere per un gran pezzo.
Quarto era già scivolata indietro nelle lontananze; sull'acqua lucida, Genova, grandiosa e rischiarata dal sole, moveva pianamente al loro incontro.
Finalmente Nancy alzò il viso.
— Non posso andare avanti a piangere eternamente, — disse con un tremulo sorriso. — Il capitano ci guarda, e pensa che voi siete un orribile e feroce orco, un selvaggio inglese che mi maltratta.
Erano quasi in porto.
— Su! prendi la tua valigetta, — disse lui, — e prontati. E taci.
Ella rise, arrossendo, e obbedì prestamente. I pochi viaggiatori erano in piedi aspettando di sbarcare. Nancy colla valigetta in una mano, e il pacco di ombrelli e di bastoni nell'altra, si mise in piedi dietro a lui, mansueta e piccola.
E guardò le larghe spalle, che le stavano davanti come un baluardo. Ah! come si sentiva protetta e tranquilla! E' pur dolce avere qualcuno che vi sgrida e ha cura di voi, e vi dice: fa questo e fa quello! Nancy chinò il viso sul pacco degli ombrelli e baciò il manico ricurvo del bastone del Selvaggio.
Una carrozza li condusse all'Hôtel Isotta. Egli non le diede più del tu. Pranzarono. Poi sedettero sul balcone a guardare la gente che passava per via Roma. Vanitosi e decorativi gli ufficiali passeggiavano a due a due, a tre a tre, arricciandosi i baffi, e guardando in faccia alle frettolose sartine, o sogguardando le signorine snelle e timide, camminanti al fianco di prosperi e maestosi genitori. La banda militare suonava in piazza Vittorio Emanuele; e la musica giungeva, soave e distante, al loro balcone.
Allora Nancy gli raccontò tutta la sua « Storia del Lupo ». Gli raccontò del suo lavoro: del primo libro di poesie che aveva scosso ed entusiasmato tutta Italia; e del secondo libro, il Libro interrotto — che avrebbe dovuto essere il suo grande capolavoro...
Egli ascoltò, fumando il suo sigaro senza parlare. Quando Nancy tacque, egli non fece commenti.
— C'è un battello che parte di qui mercoledì, — disse. — Il « Kaiser Wilhelm ». Andrete a prendere la bambina; — s'interruppe — a meno che non preferiate farla educare in America.
— Dio guardi! — disse Nancy.
— Ebbene. Andate a prenderla e conducetela qui. E conducete anche la vecchia Fräulein, se vuol venire. E poi andate a Porto Venere, o alla Spezia, o dove volete, e prendete una casa. E scrivete il vostro Libro. E non pensate ad altro.
Nancy non poteva parlare. Vedeva nella sua mente Porto Venere, bianca nel sole, sospesa sopra il mare.
E vide il Libro — il Libro che avrebbe vissuto — che dopo tutto, che malgrado tutto doveva vivere, vivere alfine!
Siccome ella non rispondeva, egli chiese:
— Non vi piace? Non volete?
Nancy non aveva parole. Gli prese la mano, e se la strinse alle labbra e al cuore.
Egli allora si chinò verso di lei; e i suoi chiari occhi celesti erano duri e freddi più del solito.
— Miss Brown, — diss'egli, — Miss Brown stolta e temeraria. Voi vi siete auto-suggestionata colle vostre proprie parole nelle vostre proprie lettere a credervi innamorata di uno Sconosciuto. E poi siete venuta qui, per carpire a quello Sconosciuto dei denari. Non è vero?
Nancy ricominciò a piangere.
— Non piangete. Li avrete i denari. Ma è bene intendersi. Io sono un uomo semplice ed amo le cose chiare. Voi siete venuta da me per denari. Questa è dunque una transazione finanziaria; non è un poema medioevale.
E come Nancy, pallida e esterrefatta, voleva parlare:
— Taci, Miss Brown, — disse lui. — Taci che sarà meglio.
Ed ella tacque.
XVII.
La casetta di Fräulein a Staten Island nel crepuscolo, coi lumi accesi e con una piccola cuffia di neve sul tetto, pareva una cartolina d'auguri Natalizi; e Nancy vedendola da lontano affrettò i trepidi passi. Era arrivata a New York un'ora fa, e aveva lasciato tutte le sue cose al porto, per correre al Gartenhaus senza perdere un istante. Le dita rosee di Anne-Marie le serravano il cuore. Bisognava vederla subito! subito!
Fräulein, che era sempre vaga e nebulosa in fatto di orarii e di arrivi di bastimenti, aveva deciso che era meglio non andarle incontro, anche per evitare alla bambina l'attesa allo sbarco, sotto le gelide arcate piene di gente e di correnti d'aria. Da tre giorni ella tratteneva in casa Anne-Marie colla frase: « La tua mamma può essere qui da un momento all'altro ». Ma dopo le prime ore di febbrile aspettativa e di folli corse al cancello per vedere se la mamma arrivava, Anne-Marie aveva detto a Fräulein che era una bugiarda, ed essendo stata punita per ciò (Fräulein l'aveva con gravità privata di un immaginario dolce di crema che Anne-Marie sapeva essere inesistente) la bimba aveva sussurrato nel peloso orecchio di Schopenhauer, che non crederebbe mai più una parola di ciò che Fräulein le direbbe. Schopenhauer, di cui il nome era stato scelto da Fräulein con intenti educativi, (cioè, come ella scrisse nel suo diario « per sviluppare la mente infantile, familiarizzandola di buon'ora coi nomi di Autori e di Filosofi ») aveva abbaiato scetticamente, dandole ragione; poichè anche a lui Fräulein con sibilanti incoraggiamenti aveva detto: « Adesso viene mistress! Schopenhauer, senti mistress! Cercala, Scioppi! »
Scioppi aveva subito cercato e annasato per tutto il giardino, fiutando e graffiando lungo la siepe e scavando rapidi buchi nelle aiuole e intorno ai cavoli primaticci; ma ben presto aveva compreso che « Mistress » era una vana parola, un mero suono — eccitante, ma illusorio.
E così, per averla troppo presto e troppo a lungo attesa, nessuno aspettava Nancy quando essa entrò per il piccolo cancello e traversò correndo i minuscoli viali del giardino.
Il cuore le batteva in trepida gioia. Quante paure, quante ansie aveva avuto per Anne-Marie! Durante gli ultimi giorni della traversata, era stata assalita da angoscianti e tragiche immaginazioni. Mio Dio! Se Anne-Marie correndo attorno per l'isola fosse caduta in mare? Se il piccolo fox-terrier fosse diventato idrofobo e l'avesse morsicata? Se un automobile — il cuore di Nancy diede un balzo, e ricadde come una palla di piombo, facendola venir meno per il terrore di quella reminiscenza... No! non ci penserebbe più a queste terribili cose! Non ci penserebbe più affatto.
Ma — se Anne-Marie avesse la scarlattina?! D'un tratto Nancy si sentì convinta che Anne-Marie aveva la scarlattina, e che arrivando a Staten Island vedrebbe sventolare dal balconcino del Gartenhaus la bandieretta rossa che avverte...
Nancy era sulla soglia e si apprestò a battere alla porta. Poi, prima di osarlo, si lasciò cadere in ginocchio sul gradino coperto di neve, e congiunse in puerile gesto di preghiera le mani:
— Signore, fate ch'io trovi Anne-Marie sana e felice! Così sia.
Quasi in risposta alla sua preghiera un suono le colpì l'orecchio: un accordo di dolcezza e d'armonìa... poi una lunga nota tenuta e vibrante, seguìta da un rapido gruppetto di note, scoppiettanti e perlate come una risata —
Il violino!
Nancy balzò dalla soglia e corse sotto la finestra del pian terreno illuminata. S'arrampicò sulle roccie ornamentali ammonticchiate sotto alla finestra e, lacerandosi le mani ai spogli rami dei rosai, riuscì ad afferrare il davanzale della finestra e a spingere lo sguardo traverso i vetri chiusi e le lievi tende di mussola. E vide Anne-Marie.
Ritta nel cerchio di luce della lampada, col violino alto sul braccio sinistro e la guancia lievemente posata allo strumento, essa pareva un piccolo angelo musicante di Beato Angelico. Teneva le palpebre abbassate, fluttuanti capelli biondi le ondeggiavano sul viso, lievi e increspati come l'acqua d'un ruscello d'oro.
La gola di Nancy si strinse, e il divino quadro tremò e si confuse davanti ai suoi occhi. Poi la mente di Nancy vacillò, ascoltando. La bambina suonava come un'artista. Trilli e arpeggi le scorrevano dalle dita come cascatelle d'argento. Talvolta un accordo pieno e sonoro ne arrestava la saltellante leggerezza; poi subito scaturivano nuovi trilli, nuove scale rapide e chiare come razzi di luce, sprizzando di musica il crepuscolo.
La mano di Nancy scivolò dall'orlo del davanzale, e un ramo del rosaio picchiò nel vetro. Subito s'udì l'acuto e insistente abbaiare del cane; rapidi passi nel corridoio — e la porta fu aperta dalla sorridente Elisabeth.
Ed ecco Fräulein tutta esclamazioni e domande, ed ecco — ecco Anne-Marie chiusa nelle materne braccia!
Palpitante e viva e stretta se la tenne sul cuore, la sua creatura, ringraziando Iddio per i morbidi capelli che le sfioravano il viso, per la fresca guancia che odorava di sapone, per l'alito dolce che sentiva d'erba e di fiori.
— Anne-Marie! Anne-Marie! Adorata! Sei stata triste? Dimmi, dimmi. Mi hai desiderata tanto? Hai avuto nostalgia di me?
Anne-Marie singhiozzava disperatamente:
— No! no! no! solo adesso! solo adesso!
— Ma adesso mi hai, tesoro mio!
— Non importa! Ma adesso ho la nostalgia, ho la nostalgia, — gridò Anne-Marie incoerente e disperata.
E sua madre la comprese. — Le madri comprendono.
— Anne-Marie! Non ti lascierò mai più. Te lo prometto.
Anne-Marie la guardò traverso le luccicanti lagrime. Sporse la manina umida.
— Parola d'onesto Indiano? — disse gravemente.
— Parola d'onesto Indiano, — disse Nancy mettendo solennemente la sua mano in quella di sua figlia.
Schopenhauer, contorcendosi per gli abbaiamenti e i dimenamenti di coda, fu carezzato e ammirato, e dimostrò la sua bravura nello stare seduto sulle zampe posteriori, colla schiena appoggiata al muro. E Fräulein narrò tutte le notizie riguardo ai cibi che aveva mangiato Anne-Marie, a cui la tapioca non dispiaceva più, ma a cui le prugne cotte dispiacevano sempre. Poi siccome era tardi e Anne-Marie doveva andare a letto, tutti la accompagnarono disopra, anche Schopenhauer. E mentre Elisabeth slacciava nastrini e bottoni, e Fräulein spazzolava i capelli dorati e ne faceva due treccie, Nancy in ginocchio davanti alla piccina rideva con lei e la baciava; e Schopenhauer le mangiava le scarpette.
Quando fu in letto, Nancy e Fräulein la lasciarono; ma Elisabeth e Schopenhauer dovettero rimanere — come sempre — seduti nel buio vicino a lei, finchè si addormentava.
— Ma Fräulein, Fräulein! come la vizii! — disse Nancy scendendo, a braccetto con lei, le piccole scale.
— Zitta, — disse Fräulein misteriosamente. — Ti spiegherò.
E quando furono nel salotto — dove il violino di Anne-Marie era sul tavolo, e il suo arco su una sedia a bracciuoli, e un suo pezzetto di pece sul sofà — Fräulein si fermò e disse con voce solenne:
— Ma tu non sai che quella creatura è un Genio? — Nella voce di Fräulein, pronunciando la parola « Genio » eravi timore riverenziale, omaggio e genuflessione.
Nancy sedette, e fissò con sguardo distratto il pezzetto di pece attaccato al quadrello di panno verde, buttato sul sofà. « Un Genio! » La parola, e il tono di trepidante stupore in cui fu pronunciato, le destò nel cuore un ricordo.
Anni fa, quando la Gloria si era schiusa come un immenso fiore di luce innanzi a lei, e che, all'improvviso fragore del suo successo, tutti i poeti d'Italia erano venuti a felicitarla e ad adularla — Uno non era venuto. Quegli era il grande Cantore della rivolta, il Poeta pagano della nuova Roma. Egli era il Genio, il puro e formidabile Genio latino, ora glorificato, ora vituperato dall'impetuosa ed esaltata gioventù d'Italia. Viveva solitario e lontano dal mondo, sordo ai clamori che si facevano intorno al suo nome; disdegnoso di laudatori come di detrattori; impassibile dinanzi all'invettiva o all'acclamazione.
A trovar lui — dietro suo laconico consenso — Nancy stessa era andata. Un discepolo, lungo di barba e breve di parola, era venuto a prenderla, per condurla alla casa del Poeta, sulle mura d'una turrita città...
Era una vecchia casa; e davanti ad essa Nancy ricordava di aver veduto una sentinella che camminava in su e in giù col fucile sulla spalla. Nancy, allora, aveva riso frivola e stolta:
— Oh! il Poeta ha il soldato di guardia perchè nessuno gli rubi le sue idee! — aveva detto al discepolo.
Ma questi non aveva sorriso.
Poi ella era entrata sola in quella casa, perchè il discepolo non era invitato.
Lo spirito del Silenzio regnava sulla fredda e buia scala.
La porta le era stata aperta da una pallida serva trasognata, di cui l'unica missione al mondo pareva essere quella di non far rumore. Tre tacite donne, figlie forse del Poeta, le avevano detto con voci sommesse di prendere posto. Tutte avevano un'aria dolce e soggiogata come se vivessero giorno per giorno con qualche cosa che le struggesse, che le divorasse. E pareva che ne fossero contente. Esse esistevano unicamente per badare a ciò che il Genio non fosse disturbato.
Ed ecco che la porta si aprì bruscamente e il Genio entrò. Era un fiero uomo, colla testa grigia e leonina e gli occhi impazienti. E Nancy, vedendolo, comprese che si potesse volentieri traversare la vita in punta di piedi per non disturbarlo. Comprese che si abbassasse la voce e si frenasse il gesto davanti a lui. Comprese che egli aveva il diritto di divorare.
Egli teneva tra le mani il piccolo libro di Liriche. Poi parlò in accenti brevi e staccati. Disse:
— Tre sole donne furono poeti: Saffo; Desbordes Valmore; Elisabetta Browning. Ed ora — voi... Andate; e lavorate.
Pronunciò poche altre parole; e tutte colla voce austera e gli occhi foschi sotto le ciglia aggrottate. Ma Nancy gli aveva detto addio, tremante e abbagliata di felicità.
Le Divorate le avevano silenziosamente aperta la porta, ed ella già scendeva, vacillante e col cuore inondato d'emozione, la scala — quando udì un greve passo sopra a lei; si fermò e si guardò indietro.
Egli era uscito sul pianerottolo e la seguiva cogli occhi saettanti sotto la fiera fronte. Essa si fermò e il cuore le batteva forte.
— Addio, — disse il Poeta. — Aspetto e confido.
Ella aveva mormorato:
— Grazie.
E poi era scesa rapida, colla vista turbata da subite lagrime, e non s'era più voltata indietro. Ma sapeva che egli era rimasto lassù, fermo, a guardarla.
« Aspetto e confido ». Le tre parole l'avevano scossa e ridestata. Suonavano come una fanfara nel suo cuore.
Ahimè! egli aveva aspettato e confidato invano.
Ella non aveva mai scritto un altro libro.
Ed ora i severi occhi non leggerebbero più nulla. E il grande cuore non aspettava più.
***
... Nancy fissava ancora, con occhi vacui, il piccolo pezzo di pece ambrata, attaccato al pezzetto di panno verde, sul sofà — lo fissava senza vederlo. Un Genio!... Era un Genio la sua piccola Anne-Marie? Quella creaturina tenera e gaia come un uccelletto selvatico, era essa uno dei Divoratori?
Sì. Regnava già nel Gartenhaus quell'atmosfera di peritante attesa, di riverente silenzio, d'anelanza al sacrificio: l'atmosfera del Divoratore. Fräulein parlava a voce bassa; Elisabeth e il cane stavano seduti nel buio, mentre il Genio s'addormentava. Il suo violino possedeva la tavola, il suo arco la poltrona, la sua pece il sofà. E Fräulein aveva nei suoi atteggiamenti tutta la sua stupefazione d'una Divorata.
— Quella bambina è un Genio, — continuava a ripetere. — Sarà come Wagner. Ma molto più grande.
Poi parve risvegliarsi e ricordare le cose di minore importanza, le piccole realtà della vita.
— Ah! ma non m'hai detto ancor nulla del tuo viaggio. Che cos'hai combinato cogli editori? Il tuo libro quando escirà? Ma poverina, poverina! devi essere stanca! devi aver fame!... Zitta! facciamo piano!... La stanza della piccina è proprio qui sopra! — E Fräulein si mise un timoroso indice sul labbro. — Se non ti spiace, ti preparerò la cena in cucina. Anne-Marie, quando non è lei che mangia, non vuol sentir rumore di piatti.
XVIII.
Dunque Nancy non andò a Porto Venere. Nè alla Spezia. Perchè in quegli azzurri ed incantevoli luoghi non si trovavano dei grandi maestri di violino.
Si trovavano, è vero, dei balconi colla vista sulla immensa vastità del mare; e di fronte all'acqua (azzurra e danzante ispiratrice) Nancy avrebbe potuto vedere le sue visioni, e sognare i suoi sogni, e scrivere il suo Libro. Ma — come diceva così saggiamente Fräulein — un libro si può scrivere dovunque, pur di avere una tavola e un calamaio. Mentre Anne-Marie bisognava che coltivasse il suo dono, e seguisse la sua vocazione. Anne-Marie doveva studiare il violino.
Così scrisse Nancy al Selvaggio spiegandogli tutto ciò; e poi andò con Anne-Marie e Fräulein a Praga, dove viveva il più grande di tutti i maestri di violino. Egli era un boemo, rude, selvaggio e barbuto, e teneva chiuso nel suo aspro petto il suo cuore sensitivo, ferito dalle ingratitudini di grandi artisti. Egli abitava in una brutta strada della vecchia Praga, e la sua casa — vicina a un negozio di casse da morto — era la più brutta di tutta la strada.
Egli passava i suoi giorni tra mani destre e sinistre, tra orecchie intonate e stonate, tra cranii dai capelli lunghi e dai cervelli piccoli. E alle quattro dita delle mani sinistre egli insegnava a danzare e balzare su quattro corde tese; e ai polsi delle destre egli dava forza e flessibilità per controllare il guizzo e il volo d'un arco. E quando aveva insegnato tutto ciò, le mani stringevano le sue, e se ne andavano per il mondo a suonare fantasie e rapsodie e sonate e danze; ma raramente estraevano dalle tasche i non pagati onorarii dovuti al grande maestro. Perciò il grande maestro viveva sempre nella brutta casa, nella brutta strada vicino alle casse da morto.
Questo grande maestro udì Anne-Marie e subito l'adorò. Anche lui la chiamò « das Wunderkind », e prese le due piccole mani e vi mise due paia di piccole ali. Ed Anne-Marie con esse volò sopra a tutte le difficoltà.
Nancy tolse dai bauli il manoscritto del Libro, e lo mise sulla tavola della sua camera. L'appartamento che avevano preso era anch'esso nella brutta strada della vecchia Praga, perchè così erano più vicine al Professore.
Di fronte alla finestra di Nancy era una fila di case gialle, di case grigie e di case rosse. Nancy le vedeva ogni volta che alzava gli occhi dal tavolo.
Ma aveva il suo manoscritto e la sua penna e il suo inchiostro, e poteva lavorare senza che nessuno la disturbasse. E' vero che il violino di Anne-Marie si udiva anche traverso le due porte chiuse; ma questo, naturalmente, non era che una gioia per Nancy. E poi, se essa si legava una sciarpa strettamente intorno al capo e sulle orecchie, non sentiva quasi più nulla.
Dunque, Nancy non aveva proprio alcuna scusa per non lavorare. Se lo diceva anche lei, mille volte al giorno, seduta davanti al suo tavolo colla sciarpa legata intorno alle orecchie e gli occhi fissi sulla casa gialla dirimpetto.
Dalla finestra aperta entrava il suono di dure e forti voci czeche: lo strano linguaggio nuovo, di cui Nancy aveva imparato soltanto due o tre parole, le suonava costantemente nell'orecchio: « Kavarna... Vychod... Narodni Dum... » le insensate parole le giravano nella testa come un carosello multicolore.
Anche di notte, in sogno, le pareva di tenere lunghe conversazioni in czeco. Ma a tutto ciò ella si abituerebbe tra poco, e potrebbe alla fine mettersi tranquillamente al suo lavoro.
Poichè ora non aveva più ansie, nè preoccupazioni. Del benessere morale e fisico di Anne-Marie si occupava Fräulein Müller, con incessante ed agitata cura: ritenendo di uguale importanza la passeggiata nel parco e lo studio dei « Zigeunerweisen »; la scodella di minestra, e la preghiera mattutina e serale.
E inoltre, Nancy non aveva preoccupazioni materiali. Ella aveva deciso di accettare — con gratitudine e senza farsi degli scrupoli — tutto ciò che le occorreva, per due anni, dal suo amico il Selvaggio. Assai prima che fossero passati due anni il Libro sarebbe scritto e pubblicato, ed ella gli ripagherebbe tutto. E, del resto, che importava ripagare? Egli non chiedeva che di saperla felice; di poterle procurare due anni di tranquillità in cui essa vivrebbe per sè, e compirebbe la sua missione. Così egli scriveva. Egli doveva ritornare al Transvaal e restarvi, poco più, poco meno, per due anni. Ch'ella frattanto seguisse la chiamata del suo genio, da troppo tempo soffocato dalle meschine cure materiali! vivesse la sua vita, compiesse la sua missione, scrivesse il suo Libro!...
Dunque Nancy sedette davanti ai suoi manoscritti e cercò di vivere la sua vita, e di non udire il violino, e di non badare alle continue interruzioni.
Ma nel cuore le sorgeva insistente ed angosciante il desiderio di rivedere il Selvaggio prima che ripartisse dall'Europa: la straziava, la ossessionava uno struggimento acuto, doloroso, di rivedere i suoi freddi occhi azzurri, di riudire la sua voce grave e severa; di sentire ancora intorno alla sua propria fralezza, la proteggente forza di lui.
E accanto a questa angoscia era l'altro lancinante tormento: il pensiero della sua vita sterile e del suo ingegno sprecato.
Poichè ben lo sapeva, qui, a Praga, ella non avrebbe mai fatto nulla, non avrebbe mai terminato il Libro...
Ancora una volta la percezione acuta della fuga del tempo e della brevità della vita le morse, come un serpe avvelenato il cuore.
Ed ella gli scrisse: « Non posso lavorare. Sono sommersa da un'onda d'indicibile tristezza. Un chimerico desiderio che non ha nome, si abbatte su me, e mi distrugge. Oh, mio amico diletto, prima di partire, venite a portarmi via! Riportatemi in Italia, e chiudetemi in qualche asilo fiorito e solitario, dove io possa riudire la voce della mia fantasia riparlarmi nel linguaggio di mia madre. Mi sembra che colla dolce cadenza latina, anche la voce dell'estro perduto si risveglierà. Talvolta, io sento tale possanza, tale foga di turbolenta ispirazione in me, che mi sembra di poter scuotere il mondo! Ma poi ecco che il mio Genio s'impiglia e s'imprigiona nelle piccolezze, come un gigantesco angelo a cui fossero legate con del filo da cucire le grandi ali fremebonde... »
La porta si aprì, e Fräulein si affacciò solenne e sibillina, con gli occhi appannati di lagrime.
— Nancy! Oggi per la prima volta Anne-Marie suonerà del Beethoven. Vieni a sentire.
Nancy si alzò, rapida, e seguì Fräulein nella sala dove il Professore e il suo assistente erano venuti a dare la lezione ad Anne-Marie.
Il Professore, che non suonava il pianoforte, aveva condotto l'assistente per gli accompagnamenti, e questi sedeva già davanti al Bechstein, dondolando il capo nero e crespo, pronto a cominciare. Anne-Marie era ritta davanti al leggìo, già in posizione col violino alzato. Il Professore, colle mani dietro la schiena, la guardava.
La romanza in fa del Beethoven principiò.
La semplice melodia iniziale fluì pura e piana dalle dita della bimba, e fu ripetuta dal pianoforte solo. L'ostinato crescendo della seconda frase si sollevò gradualmente fino all'appassionata nota acuta, e poi si lasciò ricondurre alla mitezza, dai trilli ritrosetti e teneri — come un uomo incollerito s'intenerisce alla voce di un fanciullo.
Marziali note al pianoforte. La testa nera ed energica del pianista segnava a scosse il ritmo. Ed ora Beethoven riconduceva l'arco di Anne-Marie dolcemente, a passi indugianti verso la china soave della prima melodia. E ancora una volta la testa dell'assistente si dimenò, ritmica, sull'« a solo », pel pianoforte. Giù, sul « fa » acuto cadde con attacco deciso e veemente l'arco di Anne-Marie.
— Brava! — gridò a un tratto il Professore. — Fa, mi, sol..., suonali sulla quarta corda!...
Anne-Marie senza smettere fece cenno di sì col capo. Ora le otto note accentuate del pianoforte parevano una fanfara, e furono ripetute da Anne-Marie.
— Questo dev'essere come un suon di tromba, — gridò il Professore.
— Si, sì, mi ricordo, — disse Anne-Marie.
Ed ecco, per la terza volta, ritornare la melodia; Anne-Marie la suonò, piano come un sospiro — pareva suonare in sogno — e fece un gruppetto pianissimo, di una leggerezza così vaporosa, che il Professore si cacciò violentemente le mani in tasca e l'assistente stupefatto volse il capo dal pianoforte e la guardò. Era la fine: le scale ascendenti fluttuarono sempre più lene e lenti... si dileguarono... e le tre ultime note chiamanti, solitarie, caddero come stelle — pure, splendide, lontane.
Per un istante nessuno parlò. Poi il Professore si avvicinò alla bambina.
— Perchè hai detto « mi ricordo » quando io ti ho detto di far le note come uno squillo di tromba?
— Non so, — disse Anne-Marie con quell'aria vaga e trasognata che aveva sempre dopo aver suonato.
— Che cosa intendevi di dire?
— Niente, volevo dire che capivo, — disse la bimba.
Il Professore la guardava con le ciglia aggrottate, e le sue labbra movevano nervosamente.
— Tu hai detto « mi ricordo »! Ed io credo che tu « ricordi »; tu non stai imparando nulla di nuovo. Tu stai ricordandoti di cose che hai saputo già.
Fräulein intervenne, agitata:
— Ach, Herr Professor! Le accerto, che la bambina non ha mai veduto questo pezzo! Io sono stata sempre con lei da che ha cominciato a studiare il violino, e le assicuro...
Il Professore agitò una mano impaziente. Teneva ancora lo sguardo fisso su Anne-Marie.
— Chi è? — mormorò scotendo la grigia testa tremula. — Chi abbiamo qui? Che sia Paganini!... Se fosse Mozart? Spero che sia Mozart. — Si volse all'assistente che dalla fine della Romanza era rimasto immobile al pianoforte, coi gomiti sulla tastiera e la faccia tra le mani: — Bertolini! Che ne dici tu? Chi è davanti a noi in questo involucro?
— Io non so, — disse Bertolini, commosso. — Io sono muto.
— Ringrazia il cielo che non sei sordo, — disse il Professore, — e che ti è stato concesso di udire questa meraviglia.
Poi il Professore cercò vagamente il cappello, e, trovatolo, prese commiato perchè aveva molto da fare. Bertolini rimase indietro a riporre nella cassetta il prezioso Guarnerius del Professore, a lui più caro che moglie e figli; e la sua musica; e i suoi guanti; e i suoi occhiali; e tutte le altre cose che il Professore dimenticava, perchè era un uomo molto distratto.
E Nancy disse all'assistente:
— Lei è Italiano?
— Sissignora, — disse Bertolini, facendosi rosso.
— Anch'io, — disse Nancy. E furono amici.
Bertolini venne l'indomani a domandare se poteva studiare un po' con « la piccola Wunder »; e i due rifecero insieme la romanza in fa, e poi la Romanza in sol.
E poi della musica dei vecchi classici italiani, Corelli e Vivaldi: preludii e correnti, gighe e sarabande. Bertolini tornò anche il giorno seguente; e il giorno dopo; e tutti i giorni. Egli era un violinista di second'ordine, e un pianista di terz'ordine. Ma era un musicista di primissimo ordine — musicista nato: con tutte le manìe, e la sensitività, e la pedantesca minuzia, e la eccitabilità del musicista vero. Arrivava timido e corretto, col suo buon viso grasso, placido sotto ai ben spazzolati capelli. E mezz'ora dopo, lo si sentiva per tutta la casa urlare e vociferare, smaniando e battendo i piedi sui pedali.
Ad Anne-Marie piaceva che gridasse. La interessava di osservare le faccie ch'egli faceva quando lei, apposta, suonava delle note sbagliate: lo vedeva scuotere la testa nera e arricciare il naso, e aprire una gran bocca a gridare. Un giorno ella si divertì, in un pezzo scritto nel tono di « fa », a suonare ogni « si » naturale invece che bemolle.
— Si bemolle, — disse Bertolini la prima volta.
— Bemolle! — gridò alla seconda volta.
— BEMOLLE! — urlò, frenetico, calpestando i pedali, afferrando con mano febbrile le irsute nere chiome che gli coprivano serrate e crespe la testa come un berretto d'astrakan.
— Cos'ha questo « bemolle »? — chiese Fräulein alzando blandi occhi dal suo lavoro.
Anne-Marie rise.
— Io non so che cos'ha. Mi pare diventato matto!
Così fu dato a Bertolini il nome di Bemolle, che gli rimase per sempre.
Bemolle, che era sopratutto compositore, ora non componeva più. Egli fu ben presto uno dei Divorati. Le sue mattinate erano prese dal Professore. I suoi pomeriggi egli li diede ad Anne-Marie. Arrivava ogni giorno, dopo colazione, e senza dir nulla si metteva al pianoforte. Con accordi di dolcezza conturbevole, con arpeggi fluidi e preludianti, egli adescava la piccola Anne-Marie che lasciava giocattoli e racconti delle fate, e s'avvicinava, come attirata da un invisibile magnete.
E poichè il Professore aveva detto:
— Con questa bambina si può cominciare dalla fine, — Bemolle la condusse con inviti astuti e con musicali allettamenti, a traversare lieta e leggiera i trabocchetti del Paganini, gli abissi del Beethoven, le alture di Bach.
E i suoi nove anni non erano compìti ancora.
E venne il giorno in cui Nancy fu chiamata dal suo lavoro per sentire Anne-Marie che suonava la « Chaconne ».
Quel giorno Nancy, tornando nella sua camera, piegò e mise via la sciarpa con cui si era coperta le orecchie. Radunò i suoi manoscritti, li legò insieme, li baciò e disse loro addio. Poi li ripose. Per sempre.
In risposta alla lettera di Nancy, il Selvaggio venne a Praga.
Era assai confortante il rivederlo. La sua statura e le sue larghe spalle riempivano l'appartamento; la sua tranquilla forza soggiogava e calmava gli animi. Ben egli era « il baluardo » di cui Clarissa aveva parlato nella Villa Solitudine, tanti anni fa.
Fortunata la donna che appartiene a un baluardo. Dopo ch'ella si sarà sforzata a buttarlo giù, si sarà agitata per smuoverlo, affannata per raggirarlo, e ferita per cozzarvi contro, siederà tranquilla e domata nella sua ombra protettrice, e ringrazierà il cielo d'averlo trovato incrollabile.
Un'ora dopo l'arrivo del Selvaggio, la imperiosa Anne-Marie era soggiogata e rapita; Fräulein, sollecita e felice, s'affaccendava per rifocillarlo e ristorarlo; e Nancy, calma e serena in poltrona, lo contemplava; e le pareva che nulla più al mondo potesse perturbarla o ferirla.
Quando fu sera, e che Fräulein era andata a condurre a letto Anne-Marie, il Selvaggio, fumando il suo sigaro, disse a Nancy:
— Ho fatto ciò che mi chiedeste nella vostra lettera.
— Non so più, — disse Nancy.
— L'asilo fiorito e solitario in Italia vi aspetta. Ha un grande giardino e una immensa vista. Quando vi ci avrò installata, parto subito per il Transvaal.
— Oh Dio! — disse Nancy.
— Come dite? — disse il Selvaggio.
— E' proprio necessario che andiate così lontano?
— Sì; nella miniera di San Juan c'è qualche cosa che non va. C'è dell'acqua. Avrei dovuto partire molto prima; tre mesi fa, quando ve lo scrissi. Ma questo non vi riguarda, — soggiunse seccamente il Selvaggio.
— E' vero, — disse Nancy, molto mite.
— Dunque parliamo di voi e del vostro lavoro in Italia, — disse lui. — Quando contate di partire?
Quella domanda fece scorrere nelle vene di Nancy un fremito di deliziante agitazione. « Quando contate di partire? » Che allettante, che incantevole frase!
— Potrete essere pronta dopo domani?
Anche in quelle parole che balsamo! che diletto! Nancy avrebbe voluto ascoltare eternamente delle domande simili.
Ma egli aveva cessato di domandare, e aspettava ch'ella rispondesse.
Rispose con esitanza.
— Ma... e il violino di Anne-Marie?
Egli aspettò che ella si spiegasse; ed ella spiegò. Anne-Marie sarebbe diventata uno straordinario virtuoso. Anne-Marie era una portentosa rivelazione di genio musicale — il grande maestro stesso lo aveva detto — e doveva quindi restare a Praga, dove vi era il Professore che le dava delle lezioni che nessun altro le poteva dare, e dove v'era anche Bemolle che dedicava tutto il suo tempo e tutto il suo talento a lei.
Il Selvaggio ascoltò, con gli occhi fissi su Nancy.
— E allora...?
— Ah, — sospirò Nancy. — E allora...?
— Volete lasciarla qui? — chiese il Selvaggio.
— No, — disse Nancy.
— Volete condurla via?
— No, — disse Nancy.
— E allora...?
Nancy alzò lo sguardo, turbato sotto le alate sopracciglia, sul viso calmo e forte di lui.
— Aiutatemi, — disse.
Egli terminò di fumare il suo sigaro senza parlare. Poi la aiutò. La guardò bene in viso coi suoi chiari occhi sicuri, mentre le parlava. Disse:
— Voi non potete seguire due strade diverse. Avete detto che il vostro Genio è una gigantesca aquila imprigionata che cogli artigli vi dilania il cuore.
— E' vero. Ma da poi che vi scrissi, il Genio di Anne-Marie si è lanciato a risonante volo verso la luce.
— Avete detto che i vostri pensieri non espressi erano un dolore, che il vostro lavoro non compiuto vi era uno strazio.
— E' vero. Ma debbo io arrestare una viva fontana di musica, perchè i miei muti libri non scritti abbiano vita?
Egli non rispose subito; poi disse:
— Non vi è mai venuto il pensiero che forse la bambina sarebbe più felice, se, invece di essere un genio, non fosse altro che una semplice bambina?
— No, — disse Nancy, — non mi è mai venuto in mente.
— E non sarebbe forse stato meglio se anche voi, invece di essere poeta, foste stata semplicemente una donna felice?
— Ah! forse, — disse Nancy. — Ma voi contate senza il mago... quello di Hamlin, sapete pure!
— Non ne so nulla, — disse il Selvaggio.
— Ma come? non sapete la leggenda del Pifferaro d'Hamlin? del mago dalle lunghe gambe, dalle vesti pezzate, che arrivò a Hamlin, la città infestata dai ratti?
— Raccontatemela, — disse sorridendo il Selvaggio.
E Nancy raccontò:
— « Quanto mi pagherete, » disse al borgomastro il Pifferaro pezzato, « se vi libero la città dalla peste dei ratti? » — « Cinquemila corone, » disse il borgomastro, ridendo di lui. — « Cinquemila corone! » gridarono i cittadini, sperando in lui. — « Va bene, » disse il Pifferaro. E scese nella strada; e suonò il suo piffero per le vie della città. Allora da tutte le case sbucarono i ratti, tutti i ratti, piccoli e grandi, e lo seguirono. Giunse così alla montagna che è in fondo alla città. La montagna si aprì davanti al Pifferaro ed egli vi entrò suonando il suo piffero. E dietro a lui, spingendosi ed azzuffandosi, entrarono tutti i ratti, piccoli e grandi. La montagna si richiuse. E i ratti non tornarono mai più a Hamlin... Passò un anno, ed ecco, il Pifferaro riapparve a domandare che gli si pagassero le cinquemila corone. « Ma che! » dissero i cittadini che non avevano più ratti in casa. — « Ma che! » disse il borgomastro che non si ricordava di averne mai avuti. — « Va bene, » disse il Pifferaro. E scese nella strada e suonò il suo piffero per le vie della città. Allora da tutte le case sbucarono i bambini, tutti i bambini, piccoli e grandi, e lo seguirono, ballando e cantando. Giunsero così fino alla montagna che è in fondo alla città. E la montagna si aprì davanti al Pifferaro ed egli vi entrò suonando il suo piffero. E dietro a lui, spingendosi ed azzuffandosi, entrarono tutti i bambini, piccoli e grandi. E la montagna si richiuse. E i bambini non tornarono mai più a Hamlin. »
Nancy tacque, e nelle chiare iridi veleggiarono i sogni. Poi soggiunse:
— Io ero certo tra quei bambini che il Pifferaro chiamò!
E Nancy rise, con un'ombra di tristezza nelle pupille.
Il Selvaggio la guardava pensando che tra pochi giorni non l'avrebbe veduta più. Ma Nancy seguiva il filo dei suoi pensieri.
— Il Pifferaro della Gloria! E' lui, che già da bambina m'ha chiamata!... Quelli che l'hanno udito, devono seguirlo. Devono lasciar tutto, calpestar tutto, e via, per vette e balze e precipizii, lo devono seguire!... Nei giorni e nelle notti la sua chiamata mi ha scosso i nervi, mi ha tolto a strappi e a brandelli il cuore. Ma non è, non è la sua chiamata che fa male: è di non poterla seguire! E' l'essere fermati e trascinati indietro da tutte le affettuose mani protese! I piccoli doveri quotidiani, come i grandi ed eroici amori, tutti, tutti s'uniscono per fermarci e richiamarci, e trattenerci. E così si resta... E si è vinti e vani e vuoti... Sì, vuoti! Perchè la nostra anima è partita dietro al Pifferaro! — Nancy trasse un lungo sospiro, ricordando molte cose. Poi disse, a voce bassa: — Ma ora il Pifferaro ha zufolato anche per Anne-Marie! Essa lo ha udito, e lo dovrà seguire. E se per seguirlo, il suo cammino passa sulle mie speranze infrante e sui miei libri non scritti, ebbene: glieli metterò sotto ai piedini, e le dirò che calpesti, corra, danzi! E che sia benedetta!
— Che sia benedetta, — ripetè il Selvaggio.
E Nancy disse:
— Grazie.
— Allora sia così, — diss'egli dopo una breve pausa. — Ma quando avete preso una decisione, non dovete rimpiangerla. Ricordatevi che se volete che vostra figlia sia un'aquila, dovrete strappare le ali vostre, e darle a lei.
— Ogni singola piuma! — disse Nancy, con un pallido sorriso.
— E quando gliele avrete date, — disse il Selvaggio, — ella le stenderà... e vi volerà via.
— Lo so, — disse Nancy.
— E voi resterete sola.
— Sì, — disse Nancy, pensando agli anni a venire.
E per veder lontano, chiuse gli occhi.
XIX.
Il Selvaggio rimase a Praga dieci giorni e condusse Anne-Marie sulla Moldau, e alla montagna bianca, e al Monte Petrino.
Ed ecco giunta la sua ultima giornata. Venne nella mattinata, e invitò Miss Brown, sola, ad accompagnarlo alla vallata della Sarka. Miss Brown — egli sempre così la chiamava — accettò, pallidetta e quieta.
Era una fulgida giornata estiva. La campagna era tutta accesa di papaveri rossi, come un cappello della festa da sguaiata provinciale.
Il cuore di Miss Brown era triste.
— Parto stasera, — disse il Selvaggio, — alle otto e quaranta.
— Lo so. Me l'avete già detto venti volte, — disse Miss Brown.
— Mi piace che ci pensiate, — disse lui; ed ella non rispose. — Vado nelle mie miniere nel Transvaal...
— Me lo avete già detto duecento volte, — disse Miss Brown con petulanza.
Egli proseguì calmo:
— ... nel Transvaal, e dovrò starci un anno, forse due anni e badare a quella miniera di San Juan. Poi ritornerò. — Tossì. — Oppure, non ritornerò.
Nessuna risposta.
— Non avete mutato nulla ai vostri propositi, riguardo all'andare in Italia a scrivere il vostro libro?
— No, nulla, — disse Nancy, con due strisciette bianche ai lati delle narici.
— Lo pensavo.
Poi camminarono in silenzio. Il fiume scorreva, verdemarino e liscio e lucido come seta giapponese. Gli uccelli cantavano, e il vento correva sui papaveri.
— Nancy, — diss'egli.
Era la prima volta ch'egli la chiamava col suo nome. Ella si coprì la faccia e pianse.
Egli non tentò di consolarla. Dopo qualche tempo le disse:
— Siediti.
Ed ella sedette sull'erba e continuò a piangere.
— Mi ami dunque tanto? — chiese egli.
— Perdutamente, — disse lei, alzando a lui i miti occhi inondati di lagrime.
Egli le sedette accanto.
— E sai che io ti amo più della mia vita? — disse.
— Sì, lo so, — singhiozzò Nancy.
Vi fu un altro breve silenzio. Indi egli disse:
— In una delle tue lettere molto tempo fa, mi scrivesti: « Questo amore traverso la lontananza, questo amore che non ha chiesto l'aiuto di alcuno dei nostri sensi, questa è la celeste Rosa dell'Amore, la mistica Meraviglia, fiorita nelle nostre anime a diletto dei cieli ». Vogliamo coglierla, Nancy? coglierla e portarla per diletto nostro?
L'acqua correva chiacchierando al sole; e il vento volava sull'erba.
Egli le tolse una mano dal viso e la guardò.
— Rispondi, — disse colla voce bassa e veemente.
— Allora, — disse Nancy, — se la cogliessimo... non sarebbe più la mistica Rosa celeste... non è vero?
— Già, — disse lui.
— Allora sarebbe una povera Rosa come tutti ne hanno... una rosa di tutti i giorni, e di tutti i giardini...
— Già, — disse lui.
Ella ritirò la mano dalla sua stretta. E la mano di lui rimase vuota e aperta nel sole; una grande mano, forte ma solitaria.
— Oh, caro Sconosciuto! — disse Nancy, e si chinò in avanti, e baciò quella mano derelitta. — Non gettiamo via la mistica Rosa dei nostri sogni!
— Non vuoi? — diss'egli, e il suo viso abbronzato era così pallido che anche Nancy, guardandolo, si sentì impallidire.
E i suoi chiari occhi di sognatrice e di poeta si affondarono nei chiarissimi occhi dell'uomo solitario, dello Sconosciuto da tanto tempo così puramente amato. Ed ella pensò il suo amore come un argenteo scudo davanti al suo cuore, che la proteggesse.
— Oh, no! — diss'ella, congiungendo paurosamente le mani.
E tutta la tragica banalità d'una simile chiusa alla sua delicata storia d'amore, le oscurò di dolore gli occhi.
Egli se ne avvide.
— Che cosa pensi? — chiese con voce rauca.
— Penso che quando voi sarete lontano, ed io dovrò continuare sola la mia strada, terrò il vostro amore come uno scudo sul mio cuore perchè mi difenda contro tutte le tristezze e contro tutte le viltà. E se lo scudo non sarà sfregiato, mi pare che mi proteggerà meglio, e potrò, — qui la voce le mancò in un singulto, — potrò anche alzarlo a difesa dell'innocente capo di Anne-Marie.
— Sta bene, Miss Brown, — disse lui.
Poi si chinò in avanti e le prese fra le due grandi mani il piccolo viso malinconico. La guardò a lungo, ed ella vide i duri occhi arrossarsi subitamente, come soffusi di pianto. Ma ripresero poco a poco la loro chiarezza fredda senza distogliere l'azzurrino sguardo da lei.
— Brava Miss Brown, — disse, — brava piccola, coraggiosa, dolce Miss Brown.
E la baciò in fronte.
Quella sera partì, e se ne ritornò nelle sue miniere.
XX.
L'inverno seguente, allorchè Nancy era a Praga da quasi un anno, il Professore disse:
— Il mese prossimo Anne-Marie darà un concerto orchestrale.
— Oh! Herr Professor! — esclamò Nancy.
— Cosa c'è? — disse il Professore.
— Cosa c'è? — disse Anne-Marie.
— Ma non ha che nove anni.
— E allora? — chiese il Professore.
— E allora? — chiese Anne-Marie.
Chi potrà mai descrivere la febbrile agitazione dei giorni che seguirono?
L'agitazione di Bemolle per la scelta del programma! L'agitazione di Fräulein per la scelta del vestito! L'agitazione di Nancy, che non chiudeva più occhio la notte, che si figurava Anne-Marie rifiutando all'ultimo momento di presentarsi al pubblico; o scoppiando in lagrime e smettendo in mezzo a un pezzo; o ammalandosi di spavento; o prendendo un raffreddore il giorno prima del concerto! Tutti erano in uno stato folle di esaltazione ed eccitamento, eccetto Anne-Marie stessa. Quanto a lei, pareva non preoccuparsene affatto.
Doveva suonare il Concerto di Max Bruch? Benissimo. E la Fantasia Appassionata di Vieuxtemps? All right! E le variazioni di Paganini sulla corda di sol? Ma sì — e adesso, poteva andar fuori con Schopenhauer? (Perchè anche Schopenhauer, ormai un lungo cane semplice ed inelegante, assai più affettuoso che decorativo, era venuto a Praga, e aveva stretto amicizia con tutti gli allegri cani boemi del quartiere).
— Usciamo pure, — disse Fräulein. — E andrò a vedere di questa veste rosa per il tuo concerto.
— Oh, non rosa, — disse Nancy. — Ci vuole un vestito bianco.
— Io voglio un vestito celeste, — disse Anne-Marie.
E il vestito fu celeste.
In una mattinata di vento e di neve Anne-Marie si recò alla sua prima prova d'orchestra. Nella immensa sala vuota del Rudolfinum, i cento maestri dell'orchestra aspettavano chiacchierando, quando le grandi porte di vetro laterali si aprirono, e Anne-Marie entrò, seguìta da Bemolle portando il violino, e da Nancy portando la musica, e da Fräulein portando Schopenhauer. Dietro a loro veniva il Professore, col cappello a larghe ali tirato giù sugli occhi; torceva tra le dita nervose un grande sigaro spento. Subito nell'orchestra fu un mormorìo di commozione e di sorpresa, e tutti applaudirono, picchiando con gli archi sui violini e i violoncelli.
Anne-Marie fu presentata al direttore d'orchestra, Jaroslav Kalas, tutto sorrisi sotto ai lunghi baffi rossi; e poi Fräulein e il Professore la issarono sul palco, e Bemolle le diede fra le mani violino ed arco.
Ed ora Jaroslav Kalas batte il suo leggìo e alza il braccio. Poi ricordandosi a un tratto di qualche cosa, si china verso Anne-Marie.
— Hai il « la »?
— Sì, grazie, — dice Anne-Marie, appressando all'orecchio il manico del violino, e con le dita della destra pizzicando leggermente le corde.
Poi, con gesto deciso e rapido lo appoggia alla spalla sinistra e si mette in posizione.
Di nuovo il direttore d'orchestra batte due colpi secchi sul leggìo, e alza il braccio.
Br-r-r-r-r-r, rullano i timpani.
« Re-do-si, re-do-si, re-e-e-e », sospirano in terze i clarinetti. — Una pausa. Anne-Marie alza lentamente il braccio destro e attacca il « sol » basso con arco deciso. La lunga nota freme, bassa e vibrante, con voce di violoncello. Ed ecco che Anne-Marie spicca la volata della cadenza ascendente, e si ferma sul pianissimo « re in alt », colla morbida sicurezza con cui una piccola volatrice di trapezio mette dopo un volteggio il piede fermo.
Bemolle, che stava in piedi, si siede improvvisamente. Il Professore che era seduto, si alza in piedi.
Ora Anne-Marie lancia come un razzo la seconda cadenza. Fräulein, solitaria e raggiante in una poltrona nel centro della platea vuota, muove la testa su e giù, continuamente e rapidamente come un giocattolo chinese. Nancy tiene il viso coperto colle mani.
Ma la ragazzina, col capo chino sopra il suo istrumento suona il Concerto e non vede nulla. D'improvviso trasale, udendo dietro a lei il subitaneo rombo metallico degli istrumenti d'ottone; senza smettere di suonare e volgendo un poco il capo, li sogguarda con occhio incerto. Poi li comprende, li dimentica, e si lancia nella musica perdendovisi come in un mare di delizie. Sirena alata, ella passa e scorre, ondeggiante e lieve pel variato Andante; si affonda, si sommerge nelle profondità cupe dell'Adagio; poi si scaglia con subitaneo volo, vivido e scintillante — con un brillìo d'acque cascanti, un luccichìo di stelle, un saettar di razzi — nella sfolgorante magnificenza dell'Allegro finale.
Un profondo silenzio. L'orchestra non ha applaudito; Kalas si volta; con gesto lento incrocia le braccia, e guarda il Professore. Ma il Professore sta cercandosi in tasca il fazzoletto. Si soffia il naso, e non guarda nessuno.
Allora Kalas scende dal suo scanno, e prendendo solennemente una manina di Anne-Marie se la porta alle labbra e la bacia.
Poi risale lesto al suo posto, batte il leggìo per far silenzio, e dice:
— « Vieuxtemps, Fantaisie ».
E i fogli di musica, fruscianti, si volgono.
Tutta Praga accorse al Rudolfinum, la sera del concerto; si affollò in platea, si stipò nelle gallerie, sedette, bisbigliando e tossendo, nelle poltrone e nei palchi.
Poi l'orchestra Boema prese i suoi posti. Jaroslav Kalas salì al suo scanno, e fu suonata una Ouverture.
Una breve pausa. Ed ecco, nel silenzio teso, intenso, apparire Anne-Marie col violino sotto al braccio.
... Ora, ritta al suo posto, la minuscola figuretta bionda spicca come una miniatura azzurra sui neri abiti dei professori d'orchestra. Porta una corta veste ondeggiante di raso celeste, le calze e le scarpette nere; e la bionda chioma è divisa da una parte e legata con un nastro celeste sulla tempia. Pare l'incarnazione della serena infanzia; pare la sorella di tutte le bambine che sono al mondo.
Un lungo mormorìo commosso passò nel pubblico; e nelle gremite gallerie fu un grande spingersi e sporgersi per poterla vedere.
Calma e serena, Anne-Marie volse i tranquilli occhi su quelle mille faccie rivolte a lei. Girò lo sguardo quieto per il largo cerchio delle gallerie; e non appena la luce del suo sguardo li colpiva, tutti quei visi intenti, come per incanto, si rischiaravano d'un sorriso. Anne-Marie con un piccolo gesto del capo per gettare all'indietro i leggieri capelli, avvicinò all'orecchio la voluta del violino, e pizzicando piano le corde, ne ascoltò il mormorato responso. Il direttore d'orchestra ritto al suo posto con la bacchetta in mano, la guardava, pallidissimo.
Anne-Marie gli fece con la testa un piccolo cenno, ed egli ribattè due colpi secchi sul leggìo. Br-r-r-r-r-r, rullarono i timpani...
***
Nella sala degli artisti alla fine del concerto la folla spingeva e si urtava per poter vedere e avvicinare Anne-Marie. Allora i direttori e gli inservienti ricacciarono indietro tutti, spinsero fuori tutti, e chiusero le porte.
Un agente di polizia, grande e grosso, con un feroce piumaccio verde sull'elmetto, fu appostato di guardia davanti all'uscio.
Il Professore che aveva ascoltato il concerto nascosto in un angolo remoto dell'ultima galleria, si fece strada come potè traverso la formidabile calca e, avendo dato alla guardia il suo nome, gli fu permesso di passare. La porta fu rapidamente richiusa dietro a lui.
Il Professore entrò nella sala degli artisti portando nelle mani la sua cassetta da violino, vecchia e nera. Sulla grande tavola, ingombra di fiori presentati e gettati ad Anne-Marie, egli, cacciando indietro le odoranti masse, adagiò con cura il prezioso istrumento che pareva una piccola cassa da morto in mezzo ai fiori. Poi il Professore si guardò d'intorno, cercando Anne-Marie.
Anne-Marie stava in fondo alla sala, vestendosi per andare a casa. Jaroslav Kalas le metteva il mantello, mentre Nancy, col viso smorto e gli occhi rossi, le stava legando al collo una sciarpa di seta bianca. Il Professore le fece segno di venire, e la bambina corse subito a lui.
— Le è piaciuto il mio concerto, Herr Professor? — chiese Anne-Marie.
Il Professore non rispose. Aprì la nera cassetta e ne tolse il magnifico istrumento biondo che da trent'anni era il suo conforto e orgoglio. Girò la caviglia del cantino e tolse la corda di « mi ». Poi levò la corda di « la ». Poi quella di « re ». La sola corda d'argento del « sol » rimase a mantenere il ponticello. Il Professore contemplò il violino. Poi si volse solennemente alla bimba, che ritta e grave accanto a lui lo osservava.
— Questo è il mio Guarnerius del Gesù, — disse il Professore.