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I divoratori: romanzo

Chapter 47: XXIV.
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About This Book

The novel follows upheaval in a Hertfordshire household after the arrival of a newborn and her grieving young mother, which provokes attention, gossip, and unease among children, servants, and relatives. The child's presence disrupts routines and reveals rivalries, possessiveness, and social prejudices, as domestic roles shift and private longings surface. Intimate scenes track emotional ambivalence toward nurturing and control, showing how affection can feed both tenderness and destructive desire. Through close observation of daily life and psychological portraiture, the narrative examines identity, belonging, and the costs of love within constrained social and familial expectations.

— Sì, — disse Anne-Marie.

— Lo dò a te.

— Sì, — disse Anne-Marie.

— Suonerai sempre su questo violino le Variazioni del Paganini per una corda sola. E l'Aria di Bach.

— Sì, — disse Anne-Marie.

Il Professore ripose l'istrumento nella cassetta e la richiuse. Poi si volse con solennità alla bambina.

— Io ti ho insegnato ciò che potevo, — disse. — La vita ti insegnerà il resto.

— Sì, — disse Anne-Marie, e prese subito in braccio la cassetta del violino.

Il Professore la guardò a lungo. Poi disse:

— Guarda di mettere dei guanti caldi per uscire; nevica.

Poi si volse rapidamente e lasciò la stanza.

Nancy mise le braccia intorno alla sua bambina.

— Ma, amor mio! Hai dimenticato di ringraziarlo!

Anne-Marie tenendo stretto nelle due braccia la cassetta, levò verso sua madre gli occhi innocenti:

— Come si può ringraziarlo? A che cosa serve ringraziarlo? — disse.

E Nancy sentì che aveva ragione.

— Dove sono i miei guanti? Lui mi ha detto di metterli, — disse Anne-Marie, guardandosi intorno. — E dov'è Fräulein?

Fräulein non c'era. Fräulein aveva il cuore debole. Le era venuto male dopo il secondo pezzo, e si era dovuto mandarla a casa in carrozza.

— E Bemolle?

Bemolle — che aveva ascoltato i pezzi stringendosi convulsamente la fronte tra le mani, e che, per reazione, aveva pianto copiosamente ad ogni intervallo — si avvicinò col naso gonfio e i baffi spioventi; portava in mano l'altra cassetta col violino di Anne-Marie.

— Perchè fate così? — disse Anne-Marie, guardandolo con leggiero disprezzo. — Perchè fate quelle faccie?

Bemolle non potè risponderle.

Ecco, erano pronte. Nancy voleva dare la mano ad Anne-Marie, ma la piccina portava il Guarnerius e i fiori, e non potè. Gli inservienti in uniforme salutarono, e spalancarono le porte.

Anne-Marie che aveva già fatto un passo innanzi, si fermò di botto. Davanti a lei il vasto corridoio era stipato, gremito d'una folla immensa e silenziosa, divisa in due lunghe file accalcate, che lasciavano appena uno stretto passaggio libero in mezzo. E lontano, in fondo al vestibolo presso le porte, si vedeva ancora la gente ondeggiare e sospingersi come marosi battuti dal vento.

Anne-Marie si volse a sua madre.

— Mamma! che cosa aspetta tutta questa gente?

Nancy, scossa e convulsa dall'emozione, non potè rispondere. Sorrise colle labbra tremanti:

— Andiamo, cara, — disse.

— Ma no! ma no! — disse Anne-Marie, — non voglio andare. Tutti aspettano per vedere qualche cosa. E voglio aspettare anch'io, per vedere cosa c'è!

Ma la folla l'aveva intravveduta e già si spingeva rumoreggiante e formidabile verso di lei; allora la grande guardia col piumaccio si chinò, la afferrò, e sollevandola come fosse una piuma, se la posò sulla spalla. Poi si spinse avanti facendosi largo attraverso il tumulto.

Anne-Marie, dopo il primo istante di sbigottimento, rideva serrando tra le braccia i fiori e la cassetta del violino; questa sbatteva sull'elmo della guardia ad ogni passo che egli faceva. Nancy, nella calca, li seguiva ridendo e singhiozzando, sentendo mille mani afferrare le sue, mille voci commosse benedirla e felicitarla.

— Mamma fortunata! Mamma benedetta!

Essa non sapeva come rispondere. Rideva e piangeva, dicendo:

— Grazie! Oh, grazie! grazie!

Ed ecco, finalmente! — erano in carrozza tutt'e due, strette l'una all'altra, tenendosi abbracciate. Lo sportello fu chiuso, e cento visi ridenti si affacciarono intorno ai vetri.

— Salutali, — disse Nancy, — Salutali colla mano.

E Anne-Marie li salutò colla mano, e coi fiori, e con tutte e due le mani, ridendo e battendo le dita contro i vetri.

Le grida d'evviva della folla spaventarono i cavalli che si rizzarono scalpitando, e partirono al galoppo per le notturne strade.

Ecco, erano sole. Nancy aveva messo il braccio intorno alla sua bambina e la testina bionda le posava sul petto. Il Guarnerius era ai loro piedi, e tutti i fiori erano caduti dalle mani di Anne-Marie sulla cassetta nera che pareva una piccola cassa da morto.

Così s'allontanarono dal fragore e dalle luci, e traversarono le buie strade silenziose tenendosi strette, senza parlare.

Dopo un gran pezzo Anne-Marie disse:

— Ti è piaciuto il mio concerto, Liebstes?

Aveva imparato da Fräulein il tenero appellativo tedesco.

— Sì, — sussurrò Nancy.

— Ho suonato bene?

— Sì, piccola cara! piccola mia!

Un lungo silenzio.

— Sei felice, Liebstes?

— Sì, sì, sì! Sono felice, — disse Nancy.


XXI.

Non era passata una settimana che già Nancy aveva scoperto che è ardua cosa essere la madre di una celebrità. Torrenti di lettere le piovevano in casa, e tutte domandavano delle risposte; diluvi di estranei le invadevano il tranquillo appartamento nel Vinohrady e tutti s'aspettavano di essere ricevuti.

A partire dalle sette del mattino, giovani violinisti rivali passeggiavano sotto le loro finestre per sentire se Anne-Marie studiava; e che cosa studiava; e come studiava. Ragionavano che, per suonare così, certo doveva studiare tutto il giorno. Non udendola, erano convinti che si esercitava su un violino muto, e se ne andavano delusi e amareggiati. Verso le dieci la sorridente cameriera, Lori, aveva già aperto la porta a due o tre giornalisti, a due o tre impresarii, a due o tre mamme con due o tre bambini; e nessuno di essi pareva sentire la necessità di andare a casa a far colazione.

Facevano a Nancy molte domande e le davano molti consigli. E i giornalisti prendevano molte note.

— Quante ore al giorno studia la bambina?

— Due o tre ore, — rispondeva Nancy.

— Troppo! — esclamavano le madri.

— Troppo poco! — esclamavano gli impresarii.

E i giornalisti prendevano note.

— A che età ha cominciato?

— Tra i sette o gli otto anni, — rispondeva Nancy.

— Troppo presto! — gridavano le madri.

— Troppo tardi, — gridavano gli impresarii.

— Dorme, di notte? — domandavano le madri.

— Che onorari vi aspettate? — chiedevano gli impresarii.

— Perchè la vestite di celeste? — chiedevano le madri.

— Perchè non la vestite da maschio e dite che ha cinque anni? — chiedevano gli impresarii.

— Speriamo che la lascerete suonare molto per beneficenza, — dicevano le madri.

— Speriamo che non la lascerete mai suonare per beneficenza, — dicevano gli impresarii.

— Chi sa com'è nervosa! — dicevano le madri.

— Chi sa quanti quattrini guadagnerà! — dicevano gli impresarii.

E i giornalisti prendevano note.

Uscendo, gli impresarii dicevano a Lori:

— E' vero che ha sedici anni e le danno del « whiskey », per tenerla piccola?

E le madri uscendo dicevano a Lori:

— E' vero che suo padre la bastona tutto il giorno per farla studiare?

E Nancy era mortificata e piangeva.

Ma Anne-Marie in quell'ore andava fuori a passeggio con Fräulein e, coi capelli stretti in due treccie per non farsi riconoscere, saltellava nel parco e giocava al cerchio e alla palla colle bambinette boeme che non sapevano che ella fosse una celebrità. E le bambine boeme le tiravano le treccie e le davano dei pizzicotti e mettevano anche fuori la lingua, sempre non sapendo che fosse una celebrità. (E se lo avessero saputo, avrebbero fatto lo stesso). Anche Anne-Marie non sapeva di essere una celebrità; e voleva molto bene alle bambine boeme che mettevano fuori la lingua e le tiravano i capelli.

Frattanto la fama del « Wunderkind » era arrivata a Vienna; e tosto Anne-Marie fu invitata a suonare in quella città nella grande sala del Musik-Verein.

Dissero addio al Professore con molte lagrime di riconoscenza, e partirono, portando via il suo miglior violino e il suo unico assistente, perchè fu deciso che Bemolle andrebbe con loro a Vienna, per portare il violino, e fare le commissioni, e badare ai bagagli; e sopratutto per incaricarsi, quale uomo pratico, di trattare gli affari. Perchè di ciò che riguardava gli affari, nè Fräulein, nè Anne-Marie — e meno ancora Nancy — potevano dirsi competenti. Anche Bemolle era nervosissimo a questo proposito, perchè, come diceva lui, di transazioni finanziarie non ne aveva mai fatte in vita sua. Ma il Professore (che di affari se ne intendeva quanto Anne-Marie) s'incaricò di addottrinarlo.

— Bada, — disse a Bemolle, — che bisogna diffidare degli impresarii. Tutti lo dicono.

— Lo so, — disse Bemolle, già terrorizzato.

— Bisogna essere armati di tutto punto, — continuò il Professore. — Vedi; tu dopo il concerto vai alla cassa, e lì c'è l'agente o l'impresario che ti dà tutti i biglietti e tutto il denaro che ha preso. E tu devi contare i biglietti e contare il denaro; e devono corrispondere. Vedi?

Sì, Bemolle vedeva.

E così partì, armato di tutto punto. E seguì a puntino i consigli datigli dal Professore. Sempre, in tutte le città, dopo tutti i concerti, si presentava con aria d'uomo positivo e rotto agli affari, alla cassa, dove il sorridente agente o impresario aveva già fatto da due ore i conti. E Bemolle prendeva con viso fosco e aria importante il nitido « bordereau », e i bene ordinati biglietti d'ingresso, e i denari ben accomodati a pacchi e mucchietti.

Allora Bemolle guardava accuratamente il bordereau, e contava i biglietti, e contava i denari; (il sorridente impresario intanto girellava fumando, o se n'andava addirittura, osservando a Bemolle che tanto aveva completa fiducia in lui!) E tutto corrispondeva sempre con la massima accuratezza.

Dunque dal lato affari le cose erano in ordine; e Bemolle si domandava perchè mai fosse prevalente quell'ingiusta superstizione riguardo alla disonestà degli impresarii.

La immensa sala del Musik-Verein era affollata per il primo concerto di Anne-Marie. Era gremita e rigurgitante per il secondo, e per il terzo, e per il quarto. Una bionda arciduchessa invitò la fanciulletta a suonare per i suoi bambini, e la piccola bocca di Anne-Marie apprese a formulare le frasi che si rivolgono alle Altezze Reali, e le sue gambette nere furono addestrate a inchini e riverenze.

Poi fu Berlino che telegrafò perchè venisse « das Wunderkind »; e la piccina miracolosa andò a Berlino e suonò del Bach e del Beethoven nella consacrata « Saal der Philharmonie ». Due vecchi alti e canuti vennero alla fine del concerto a vederla nella sala degli artisti; e solennemente le baciarono la fronte innocente ed ispirata, invocando su lei la benedizione del cielo.

Quando partirono, Nancy vide Bemolle che si precipitava dietro a loro; vide le due venerande figure fermarsi e parlare con lui, poi, sorridendo, stringergli la mano.

— Ma che cosa avete fatto, Bemolle? — chiese Nancy.

E Bemolle, che dal debutto di Anne-Marie in poi pareva costantemente dibattersi in un mare di commozioni, esclamò col viso pallido e gli occhi rossi:

— Ho stretto la mano a Max Bruch e a Joachim! Ora non m'importa di morire!

E sempre alla fine dei concerti la folla aspettava all'uscita la piccola Anne-Marie. Ed essa passava tra le grida d'evviva, tra gli applausi e le acclamazioni, sorridendo a destra, sorridendo a sinistra, salutando da una parte e dall'altra, ringraziando e sorridendo ancora. E dietro a lei veniva Nancy, tremante e commossa, ringraziando, sorridendo, salutando...

Sovente la folla era così grande che la bambina non poteva passare; e doveva essere portata a braccia traverso la calca, ridendo dall'alto a tutti, e agitando le mani piene di fiori. Poi era uno stiparsi ed accalcarsi intorno alla carrozza. Nancy vi entrava dietro ad Anne-Marie come poteva, affannata e ansante, lagrimosa e ridente. Le portiere erano chiuse, e via! si partiva al galoppo, mentre Anne-Marie salutava ancora, ridendo e picchiando le dita ai vetri, prima dell'una finestra e poi dell'altra, in segno d'addio... Finalmente le grida e gli applausi, e i giovani che ancora tentavano di seguire la carrozza a corsa, tutti erano lasciati indietro, e la piccina ricadeva con un piccolo sospiro di gioia nelle braccia di sua madre.

— Ti è piaciuto il mio concerto, Liebstes? Ho suonato bene, cara mamma mia?

Era quella l'ora felice di Nancy. Durante i concerti essa non viveva — quasi non respirava: sedeva immobile, agghiacciata di paura. I concerti stessi erano per lei una tortura: la tramutavano in una statua di terrore, la avviluppavano di spavento come di un lenzuolo di ghiaccio.

Mentre la piccola Anne-Marie suonava, calma e estatica, lievemente mossa dall'alitare della melodia come ondeggia un fiore al vento — Nancy bianca, rigida, agghiacciata dal panico, sedeva in mezzo al pubblico (dove Anne-Marie sempre la voleva); teneva le mani convulsamente strette, e sentiva il suo cuore martellare rapido e cupo nelle tempia.

L'azzurra luce sognante degli occhi di Anne-Marie girava per l'uditorio, poi si fermava sul viso di sua madre... E l'angelica figurina suonante sorrideva.

Nancy si sforzava allora di rispondere a quel sorriso: Anne-Marie la vedeva torcere la bocca in una smorfia strana, un sorriso terrorizzato che rimaneva poi impietrito su quel viso stravolto dalla paura.

Allora la bambina, anche mentre suonava, era presa dalla voglia di ridere. E se, per l'appunto stava eseguendo qualche sbalorditiva difficoltà del Paganini, qualche fantastica bravura dell'Ernst o del Bazzini, essa fissava il volto terrorizzato di sua madre, e un lampo malizioso le scintillava negli occhi. Intanto sulle corde le dita correvano, balzavano, balenavano, e l'arco volava aereo, come un raggio, come una saetta!

Nancy, guardandola, e sempre foggiando le pallide labbra a quell'agghiacciato sorriso, diceva tra sè e sè:

— Mio Dio! mio Dio! adesso si fermerà, dimenticherà, si confonderà! Non è possibile che tenga a mente quelle mille e mille note! Adesso si romperà una corda! Mio Dio mio Dio! ora succederà qualche cosa! e se il mio cuore continua a battere così, io cadrò per terra, e morirò.

Ma nulla accadeva — e Nancy non moriva; e il pezzo finiva. E gli applausi crepitavano e scrosciavano intorno a lei.

Il concerto terminava... E poi erano insieme, sole insieme, nella movente penombra della carrozza piena di fiori.

— Sei felice, mamma mia cara?

— Sì, sì, sì! sono felice, adorata mia!

Nel mite mese di maggio andarono a Londra.

Londra! la patria del padre di Nancy — Londra, vicina all'Hertfordshire, dove Nancy aveva passato i primi otto anni della sua vita!

A bordo dell'agitato battello sulla Manica, Nancy additò alla sua bambina le bianche scogliere britanniche.

— Guarda piccola mia, — e la sua voce era tremante e intenerita, — quella è l'Inghilterra!

— Lo so, — disse Anne-Marie.

— Devi amare l'Inghilterra, — disse Nancy.

— Vedremo, — rispose il prodigio, che non intendeva d'amare su comando.

Fräulein Müller era agitata da mille reminiscenze. Era lì, a Dover, che la madre di Nancy, — Valeria — dolce e giovine e Italiana, le era venuta incontro ventiquattro anni fa!... Avevano preso il thè, con pane e burro, nel treno... Avevano entrambe perduto l'ombrello... e pioveva...

Anche oggi pioveva, grevemente, malinconicamente, sul triste paesaggio verde della contea di Kent, che il treno attraversava, correndo verso Londra.

Bemolle, rannicchiato in un angolo colla fronte appoggiata al vetro lacrimoso, pensava all'Italia.

Rivedeva un villaggetto ai piedi dell'Appennino, dove la sua vecchia madre viveva, rassegnata e solitaria, seguendo coi semplici pensieri il figlio errabondo in paesi lontani. Egli doveva ritornarle un giorno celebre e ricco: partendo non le aveva egli promesso che quando si sarebbe data la sua prima Opera alla Scala di Milano, vi avrebbero assistito insieme, loro due, in un palco colle tende di velluto rosso?... Anche l'opera di Bemolle aspettava, mentre egli correva per l'Europa portando il violino di Anne-Marie. Anche Bemolle era uno dei Divorati.

Il primo concerto a Londra ebbe luogo otto giorni dopo il loro arrivo.

Il « Manager », roseo e pulito, con una faccia di bambino ben lavato su due spalle d'Ercole, girava per i corridoi del Queen's Hall battendo sulle spalle i conoscenti, i critici e gli intenditori.

— Che cosa ne dite, eh? Rivelazione! Miracolo! Io non ho mai creduto alla storia di Giona che ha vissuto tre giorni nella balena. Ebbene, adesso ci credo. Adesso credo a tutto. Se questa bambina può suonare così il concerto di Beethoven, non c'è una ragione al mondo perchè non si possa vivere in una balena. Non vi sono più miracoli. Non vi sono più impossibilità.

— E' vero, — dicevano i musicisti inglesi. — E' proprio vero. Ah! la musica! Come innalza! Come commuove! Allora domattina siamo intesi, si va a giocare al golf?


XXII.

— Anne-Marie, il Re vuole udirti a suonare.

— Il Re? il vero Re?

— Sì!

— Non un Re di racconti delle fate?

— No. Il Re d'Inghilterra.

— Quello che era ammalato tanto tempo fa e che io ho fatto guarire?

Nancy sorrise.

— L'hai fatto guarire tu? Questo non lo sapevo.

— Sì, — disse Anne-Marie con gravità. — L'ho fatto guarire io. Il giorno del mio natalizio al Gartenhaus. Tu eri via.

— Sì, io ero via, — sospirò Nancy.

— E avevo sette candele intorno alla torta che mi aveva regalato Fräulein.

— « Das Geburtstagskuchen », — pronunciò Fräulein, con gutturale solennità. — Avevi sette candele; una per ogni anno della tua vita.

— E, sai, mamma! — ogni candela è un desiderio, — spiegò Anne-Marie a sua madre. — Si desidera una cosa, poi si soffia, e se la candela si spegne subito, allora il desiderio si compie. Fräulein l'ha anche messo in poesia:

Se il cuore è puro
E il desiderio sicuro,
Spegni la candela,
E avrai tutto quello che vuoi.

— Ma no, ma no, — corresse Fräulein. — Non è così. Gli ultimi due versi sono:

Soffia una sola volta,
E vuol dire che il cielo ti ascolta!

Nancy rise.

— Ma non vedo cosa c'entri col Re.

— C'entra, — spiegò Anne-Marie. — Perchè io avevo sette desideri, e ne avevo fatto una lunga lista tanto tempo prima. Avevo desiderato, — e Anne-Marie colla testa appoggiata al petto di sua madre, enumerò: — prima un cavallino tutto bianco con la coda lunga; poi una casa pel Schopenhauer; poi un battello a vapore per andarti a prendere, perchè non venivi mai; poi un vestito magnifico per Fräulein; e poi un orologio d'oro per Elisabeth; e poi un altro orologio, più d'oro, per te; e poi un altro per me; e poi un altro cane, non come Schopenhauer, ma nero con zampe bianche; e poi...

— Ma mi pare che siano già più di sette cose, — disse Nancy.

— Ce n'erano ancora! Ed erano tutte cose di cui avevo molto bisogno, — disse gravemente la piccola. — Ma allora tu mi hai scritto che il Re era ammalato.

— Mi ricordo, — disse Nancy.

— Mi hai detto che era il Re del tuo papà, ed era tanto buono che perdonava tutti. Degli intieri paesi pieni di gente cattiva, lui li perdonava!

— E' vero, — disse Nancy.

— E mi hai detto di pregare il buon Dio che lo facesse guarire.

— Sì, — disse Nancy.

— Io invece non ho fatto così. Ho detto a Dio: « Aspetta un momento! » E il giorno dopo era la mia festa, e avevo i sette desideri. Allora, — continuò gravemente Anne-Marie, assorta nei ricordi, — quando ho visto le candele accese ho pensato che per il tuo Re rinuncerei a un desiderio... e invece dell'orologio per Elisabeth, ho desiderato che il Re guarisse. Poi ho rinunciato anche al vestito per Fräulein, e ho desiderato ancora che guarisse il Re. Poi ho pensato che potevo anche fare a meno del cane nero; e poi ho lasciato andare anche il cavallo, e il bastimento, e tutto! — Anne-Marie alzò verso la madre i fidenti occhi azzurri. — E ho spento tutte le candele perchè guarisse il Re!... Così, è guarito.

Nancy la baciò.

— Che buona bambina, — disse.

— E adesso, proprio quel Re vuol vedermi e sentirmi suonare! — disse Anne-Marie, pensosa. — Come è strano!... Credi che farei bene a dirgli che l'ho salvato io?

— Forse no, — disse Nancy. — Forse è più bello averlo fatto senza dirglielo.

... E Anne-Marie non lo disse.

— ... Ma egli lo sapeva, lo sapeva! Io non gli ho detto niente, eppure lo sapeva, — singhiozzò Anne-Marie, chiusa nelle braccia di sua madre, e tutta scossa d'emozione, narrandole alla sera gli avvenimenti di quel giorno solenne. — L'ho visto nei suoi occhi che mi guardavano così dolcemente! Oh mamma! mentre suonavo avrei voluto dirgli che, se allora ho dato sette desideri per la sua vita, oggi, che ho dieci anni, potevo dargliene tre di più!... Ma quando ho smesso di suonare, egli mi ha detto: « Grazie! oh, grazie! »... Eppoi mi ha baciata. Dunque sapeva tutto!... Sapeva quanto l'amavo! — Anne-Marie avvicinò la guancia al viso della mamma, e soggiunse piano: — Forse Dio gliel'ha detto!

Ora, forse, o piccola Anne-Marie, Dio gliel'ha detto.

******


XXIII.

Furtivo, in punta de' piedi, il Pifferaro Pezzato passò vicino ad Anne-Marie e le suonò piano piano all'orecchio le sue melodie. Anne-Marie lo ascoltò con occhi larghi e smarriti. E quelle melodie, essa le udiva tutto il giorno ronzare e mormorare e cantare nelle orecchie, finchè, per liberarsene, le fece imprigionare sulla carta da Bemolle.

Tutto ciò ch'essa udiva si svolgeva in canti, si scioglieva in armonie, si divideva in ritmi. Le rime di « Mother Goose » furono tutte messe in musica. Anche « Struvelpeter » e « La vispa Teresa » e « Ara bell'ara ». Tutti i versi che udiva li musicava. Tutti i personaggi prediletti delle fiabe di Andersen — la Principessa e la piccola Sirena, la cattiva Matrigna e i perfidi Gnomi — tutti corrispondevano nella mente di Anne-Marie a certe battute di musica.

Bemolle, sbigottito, esclamava:

— Ma questa bambina ha il senso del Leitmotiv!

Era stato deciso che Bemolle avrebbe le sue mattinate libere, perchè potesse lavorare alle sue composizioni. Due o tre anni prima egli aveva, mediante molti sacrifici e piccole privazioni, comperato un buon libretto per la sua sognata opera, di cui già a Praga, quando veniva col Professore a suonare per Anne-Marie, aveva cominciato a comporre i principali temi. Era anche nel bel mezzo di un poema sinfonico sulla poesia di Edgar Poe, « Eldorado ». Egli talvolta ne suonava dei brani ad Anne-Marie, e più sovente a Nancy.

— Sentite? — diceva curvo sul pianoforte, suonando con molto pedale e molto agitar della sua folta chioma nera, — il Cavaliere parte... è pieno di speranza e di coraggio! Sentite questo battito, questo galoppo e rimbombo? è il galoppo del Cavallo, ed il battito del cuore del Cavaliere.

Sì, sì; Nancy sentiva benissimo il Cuore e il Cavallo del Cavaliere.

— Ed ora... — il tappeto di ricci neri sulla testa di Bemolle descriveva una curva subitanea e piombava quasi a toccare la tastiera, — ecco l'Apparizione, l'Ombra velata, che lo ferma e gli parla!... Sentite l'Ombra come mormora e borbotta?

— Io la farei borbottare in re minore, — disse Anne-Marie.

E poi uscì dalla stanza gaia e leggera, lasciando nel cuore di Bemolle un senso di vago scontento con la sua Ombra che borbottava in fa maggiore.

Ben presto, essendovi molte cose da fare — molti programmi da preparare, e lettere da rispondere, e scritture da accettare o rifiutare — Bemolle dovette mettere da parte la sua opera e il suo poema sinfonico, e dedicarsi esclusivamente alle cose pratiche riguardanti i concerti e i viaggi.

Tutt'e tre — Nancy, Fräulein e Bemolle — erano un po' confusionari e distratti. Sovente si confondevano nelle date degli impegni presi.

— Il teatro Costanzi a Roma ha telegrafato chiedendoci tre concerti in febbraio. Naturalmente ho accettato, — gridò Bemolle, trionfalmente, un giorno che Nancy ed Anne-Marie ritornavano da uno dei temuti e inevitabili ricevimenti dati nel West End in loro onore.

— Ma — disse Nancy con fronte turbata — non avevamo accettato Stoccolma per febbraio?

— E' vero! — esclamò Bemolle, battendosi la fronte. — E adesso come facciamo? Bisognerà ritelegrafare a Roma, e rifiutare.

— Oh! non rifiutiamo Roma! — esclamò Nancy. — Disdiciamo piuttosto Stoccolma.

Dunque disdissero Stoccolma; e promisero a quella città una data in marzo, immediatamente dopo Roma e immediatamente prima di Berlino, dove Anne-Marie era scritturata per la « Kaiserfest » a suonare il Concerto di Max Bruch, accompagnata da quel grande compositore in persona.

Quando — con molte difficoltà e molti telegrammi — questo itinerario fu chiaramente stabilito, Nancy, guardando il taccuino di Bemolle in cui venivano notati gli impegni e le date, osservò:

— Come faremo ad andare da Roma a Stoccolma, e da Stoccolma a Berlino in sei giorni, con tre concerti in mezzo?

— Non è possibile, — disse Fräulein. — Metti che da Berlino a Warnemünde...

— Oh, non importano i dettagli, Fräulein, — sospirò Nancy. — E' chiaro che non si può fare.

— Bisognerà disdire i concerti di Roma, — osservò Fräulein.

— Non si può, non si può, — esclamò Bemolle.

— Ebbene, allora bisogna rinunciare a Berlino, — disse Nancy.

— Impossibile! assolutamente impossibile.

— Allora non ci resta che a ricancellare Stoccolma.

E ricancellarono Stoccolma, mediante telegrammi che costarono cento cinquanta franchi, e pagando un indennizzo di due mila franchi; senza tener conto delle umilianti lettere piene di minaccie e di recriminazioni che per un pezzo amareggiarono la loro esistenza.

— Io credo — disse Nancy — che forse faremmo meglio ad avere un impresario. Mi pare che facciamo molti pasticci nei nostri affari.

Dunque fu deciso che prenderebbero un impresario. Dopo molte titubanze, incerti tra il piccolo genovese bruno che li aveva seguìti per tutto il Continente e il grande impresario di Parigi che si era offerto telegraficamente una volta sola, decisero finalmente in favore di un simpatico uomo biondo che avevano conosciuto a Vienna, d'apparenza seria e onesta, e che aveva promesso loro delle cose mirabolanti. Gli telegrafarono subito; già, nessuno scriveva mai lettere. L'enorme corrispondenza che arrivava da tutte le parti del mondo, vagava dalle tasche di Bemolle alle cartelle di Nancy, poi, dopo una breve sosta nelle valigie di Fräulein, spariva nei bauli e veniva portata in giro per il mondo in grandi buste gialle coll'iscrizione: « lettere da rispondere ».

L'impresario di Vienna rispose chiedendo duecento corone per le spese di viaggio; che gli furono prontamente e telegraficamente mandate.

Poi l'impresario non arrivò.

— Questo non dobbiamo tollerarlo, — disse Fräulein.

E non lo tollerarono. Andarono da un avvocato, che richiese la corrispondenza e centocinquanta lire per le spese preliminari. Queste gli furono date. E la cosa finì lì. Eccetto che circa un anno dopo, quando avevano già dimenticato di che cosa si trattava, un conto dell'avvocato (per altre duecento trentasette lire) che li aveva seguìti per tutta Europa, li raggiunse a Pietroburgo.

E lo dovettero pagare.

Nel frattempo avevano preso l'impresario parigino. Era un grande impresario che aveva « lanciato » tutti i più grandi astri del mondo artistico.

Egli non volle spese di viaggio. Arrivò abbagliante di cravatta, stupefacente di gilet, risplendente di cilindro. Aveva già fissato, prima di partire da Parigi, quattro concerti « Colonne » per Anne-Marie. Lui non era uno dei vostri impresarii-marmotta. Nossignore. Ecco il contratto già pronto in duplicato da firmare.

Il lucido occhio dell'impresario si posò un istante con critico esame su Bemolle. Poi, in uno sguardo rapido, misurò Fräulein; e da Fräulein il suo occhio accorto passò al dolce viso un po' incantato di Nancy. Bene. L'impresario era contento. Con queste persone si poteva andar d'accordo. In quanto ad Anne-Marie l'impresario non le badò affatto. L'aveva udita a suonare due volte. Bastava. Anne-Marie come Anne-Marie non lo interessava. Anne-Marie come artista lo interessava ancora meno. Anne-Marie era semplicemente la piccola « boîte à musique », sorprendente e sensazionale, equivalente a una somma di denaro in sei cifre nel suo portafogli.

Ecco dunque il contratto. Chi lo firmava? Non c'era padre? Bene, bene. Lo firmasse pure la madre, che faceva lo stesso.

Nancy espresse timidamente l'opinione che forse prima di firmarlo era bene leggerlo, e tutti, anche l'impresario, furono d'accordo con lei.

Dunque Nancy, Bemolle e Fräulein lessero con grande cura il documento; mentre l'impresario beveva del Malaga e fumava delle sigarette. Egli aveva un certo modo di aspirare brevemente l'aria, facendo colle narici un piccolo rumore soddisfatto e aspettante, e poi di mandar giù la saliva, cogli angoli della bocca rivolti in su, che dava sui nervi a Nancy, e le impediva di capire ciò che leggeva nel contratto.

C'erano quattordici clausole.

— Vi pare tutto giusto? — chiese Nancy piano a Bemolle.

Bemolle aggrottò le ciglia colla sua più severa aria d'uomo d'affari: e Fräulein disse:

— « Sprechen wir Deutsch. »

E difatti parlarono tedesco, a grande divertimento dell'impresario parigino, che era nato a Klagenfurt.

Dopo lunga lettura e svariate considerazioni, Bemolle si rivolse — sempre col cipiglio dell'intenditore — all'impresario:

— Qui dite: il trenta per cento all'artista?

L'impresario fece il suo rumore col naso, e inghiottì la sua saliva.

— Precisamente, — disse. E dopo una pausa soggiunse: — Io mi assumo tutti i rischi e tutte le spese!

— Oh! davvero? — disse Nancy, quasi pronta a chiedergliene scusa.

Bemolle le toccò il gomito perchè tacesse.

— Trenta per cento delle entrate lorde? — chiese Bemolle, con fare sospettoso.

— Nossignore. Delle entrate nette, — disse l'impresario.

— Ah, così va bene! — disse la ingenua Fräulein.

E Bemolle le pestò un piede.

— ... Che cos'è questa clausola dei tre anni? — chiese Bemolle.

— « Que diable! » — disse l'impresario. — Credete forse ch'io voglia far tutta la fatica di lanciarla, perchè voi, dopo sei mesi, me la portiate via? E io posso restare a succhiarmi le dita?

— Che grossolano personaggio! — disse Fräulein in tedesco. (« Gemeiner Kerl! »)

Ma Nancy osò dire timidamente:

— Mi pare che Anne-Marie sia già lanciata!

— Trovate? — disse l'impresario. — A me non pare. Se la lancio io, in due anni deve guadagnarsi i suoi due milioni. — E l'impresario tirò su l'aria col naso. — Per meno, non vale la pena ch'io me ne occupi.

( — « Zwei Millionen »!! — mormorò Fräulein.)

Bemolle le ripestò il piede.

— E questo, cosa vuol dire? « Clausola 8: La parte suddetta si obbliga a dare un numero minimo di centoquaranta concerti all'anno, per tre anni ».

— Questa è una pura formalità, — disse l'impresario — Si mette in tutti i contratti. E' semplicemente per impedire che nè io nè voi perdiamo il nostro tempo a balladarci colle mani in tasca a far niente. Del resto, se non vi piace, amen. Lasciate stare. Già, non sono venuto qui per questo. Sono venuto per un contratto che ho col più grande tenore del mondo. Si firma domani. Eccolo.

E trasse dalla tasca un contratto in cui figurava il nome di un celeberrimo cantante; il documento era tutto costellato di centinaia di mila lire, come un prato è punteggiato di margheritine.

Fräulein fu molto impressionata.

— Meglio non lasciarlo scappare, — disse a Nancy in tedesco. — Prendilo, prendilo subito.

E lo presero subito. E firmarono il contratto. E Bemolle lo fece accuratamente registrare.

— Ecco fatto! « Nun ist alles in Ordnung », — disse in tedesco il « grossolano personaggio », rivolgendosi con un risolino a Fräulein. E tirò su l'aria col naso, e inghiottì.

Ben presto s'avvidero del significato della clausola 8.

« La parte suddetta » si era obbligata a dare un numero minimo di centoquaranta concerti all'anno, e la parte suddetta era Anne-Marie. No, certo, ad Anne-Marie non sarebbe concesso di perdere il tempo a balladarsi colle mani in tasca. In sedici giorni aveva fatto undici viaggi e dato dodici concerti.

Essa passava da città a città, da palcoscenico a palcoscenico, e pareva un pallido serafino che suonasse in sogno. A metà del settimo viaggio Fräulein si ammalò, e fu lasciata a mezza strada tra Mainz e Colonia.

Bemolle stringeva i denti e non parlava. Sedeva nel treno rimpetto a Nancy e ad Anne-Marie, e le guardava; guardava la piccola (che sonnecchiava colla testa poggiata al braccio di sua madre) e grandi lagrime si adunavano nei suoi fedeli occhi neri, s'indugiavano, e cadevano, perdendosi nei mesti baffi bruni che gli spiovevano sulla bocca come quelli di una foca.

L'impresario viaggiava con loro, leggendo i giornali e soffiando nelle loro faccie il fumo delle sue sigarette; poi si addormentava colle mani in tasca, le lunghe gambe stese traverso lo scompartimento, e la bocca aperta.

Bemolle lo guardava, covando foschi pensieri. I suoi buoni occhi di cane fedele vagavano con espressione feroce dalla bocca aperta del dormente impresario alla sua bionda barba a punta, e si attardavano lungamente sul suo gilet infiorato, come cercando un posto adatto...

Durante i concerti l'impresario era onnipresente: girava in su e in giù per la sala e per i corridoi; lo si vedeva da per tutto, colle mani in tasca e la sigaretta in bocca. Negli intervalli tra i pezzi veniva a sedersi nella stanza degli artisti, e s'intratteneva con tutti quelli che venivano per vedere Anne-Marie. Indovinava i giornalisti col fiuto di un cane da caccia; e narrava loro fantastiche e inverosimili leggende sul conto della piccina, che facevano arrossire Nancy fino alle lagrime. Essa lo udiva parlare con tutti: coi musicisti entusiasti, colle signore commosse che venivano ad abbracciare la bambina; e a tutti Nancy lo udiva raccontare gli stravaganti aneddoti, sempre uguali, che la facevano piangere di mortificazione. Sì, era lui che aveva scoperto questa bambina: l'aveva udita a quattro anni suonare al pianoforte i valzer di Chopin. A cinque anni, essa e il fratellino, avevano preso una vecchia scatola di legno che aveva contenuto dei fichi secchi e ne avevano fabbricato un violino. L'anno scorso ella era stata trafugata dai Nichilisti in Russia, che l'avevano tenuta per tre settimane in una specie di sotterraneo, e aveva dovuto suonare delle ore e delle ore, ogni volta che questi barbari glielo comandavano. Liberandola, le avevano poi regalato una collana di brillanti del valore di ottanta mila lire. Già; la piccina possedeva gioielli e decorazioni per oltre mezzo milione. Aveva due Stradivari. Uno aveva appartenuto a Wagner. L'altro allo Czar.

Alla fine d'ogni concerto l'impresario usciva con loro dalla sala degli artisti. L'impresario portava in braccio Anne-Marie attraverso le folle plaudenti. L'impresario portava i fiori e il violino. L'impresario saliva in carrozza con loro, e dalla finestra era lui che faceva colla mano cenno d'addio alla gente, quando Anne-Marie era troppo stanca per affacciarsi.

Anne-Marie sedeva rincantucciata e zitta in fondo alla carrozza, e s'addormentava. Nancy si mordeva le labbra per non piangere.

Di fuori Bemolle, seduto a cassetta, ruminava neri pensieri e scagliava mentalmente sull'impresario dei sortilegi malefici che nel suo paese da più secoli si ritenevano infallibili.

Questo durò un mese. Al trentunesimo giorno Anne-Marie disse:

— Non voglio più vedere quell'uomo. Mai. E non voglio che porti mai più il mio violino.

— Va bene, cara, — disse Nancy.

— E voglio andare in campagna; e voglio mangiare sull'erba delle cose in pacchettini; e bere del latte che si porta in una bottiglia.

— Va bene, tesoro. Lo faremo, — disse Nancy.

— Sarà molto bello, — disse Anne-Marie.

E lo fecero. E fu molto bello.

Quella sera, quando venne l'impresario, Anne-Marie non era pronta come di consueto, pallidetta e sognante nel suo vestito di raso celeste. Era nel suo lettino, e dormiva rosea e placida, dopo la lunga giornata passata all'aria aperta.

— Siamo pronti? — disse l'impresario guardandosi intorno.

— La piccola non può suonare questa sera, — disse Nancy. — E' stanca. Se avessi saputo dove trovarvi, ve lo mandavo a dire.

— Oh bella! — disse l'impresario, e fece il suo rumore col naso.

— E poi, — continuò Nancy timidamente, — è meglio che ve lo dica subito: non potremo più continuare così. La bimba deve suonare soltanto quando vuole lei. Non deve essere forzata. Basta un concerto o due in un mese.

— Oh bella! — ripetè l'impresario; e sedette, e si tolse di tasca il portasigarette.

— Dunque — continuò Nancy, tremando un poco, — vi pregherò di pagare i concerti che si sono dati finora; e... e poi... ci lascerete andare.

L'impresario diede in una grande risata. Le sue spalle sobbalzavano per l'ilarità.

— Ah, bellissima, proprio! — disse, smettendo di ridere per accendere la sigaretta, e continuando dopo che l'ebbe accesa. — Dunque vi devo pagare, eh? E quanto dovrei pagare, di grazia?

Nancy rispose timida:

— Ma non so... quello che ci viene...

— Ah sì! quello che vi viene. Benissimo, benissimo. — E l'impresario cessò d'un tratto di ridere e guardò l'orologio. — Adesso fate presto. E' ora. Hop, hop!

— Ma Anne-Marie dorme, — disse Nancy.

— Svegliatela, — disse l'impresario.

Nancy si sentì impallidire.

— Movetevi dunque, — disse l'impresario. — Non morirà, m'immagino, se suona stasera. E il teatro è tutto venduto.

— Mi rincresce tanto, — disse Nancy. — Ma Anne-Marie non deve mai suonare quando è stanca.

— Non dite sciocchezze, mia buona donna, — disse l'impresario, alzandosi. — Se non la svegliate voi, la sveglio io.

E mosse un passo verso la porta della camera dove dormiva Anne-Marie.

Ora, il sonno di Anne-Marie era per tutti una cosa sacra — una cosa di cui si parlava con un dito sul labbro, trattenendo il respiro. Quando Anne-Marie dormiva — quando il piccolo cervello miracoloso, pieno di milioni di note, riposava, — tutto doveva tacere: il mondo doveva fermarsi. Se mai capitava che a Bemolle — passando in punta dei piedi per il corridoio — scricchiolasse una scarpa, subito Nancy e Fräulein si affacciavano con visi esterrefatti, e gli facevano con espressioni di acerbo rimprovero e con gli indici innalzati, segno di star zitto. Sì; il sonno di Anne-Marie era una cosa inviolata e sacrosanta.

Bemolle era rimasto presso la finestra, guardando fuori nel buio, mentre l'impresario parlava con Nancy. Ma al primo passo che questi aveva fatto nella direzione della chiusa porta di Anne-Marie, Bemolle si era lanciato in avanti e con un ruggito di belva inferocita si era scagliato su di lui.

Bemolle era piccolo e grassotto. Ma il suo odio e la sua ira da tanto tempo accumulati gli tennero luogo di forza e di muscoli. In un lampo fu addosso allo sbalordito impresario, graffiandogli la faccia, tirandogli la barba, percuotendolo con agitati pugni, e con le brevi gambe tirandogli dei calci.

Quando l'impresario potè riaversi dallo stupore di questo inatteso attacco, prese per il colletto Bemolle, lo alzò, e vivamente lo fece sedere per terra. Quindi prese cappello e bastone, e se ne andò.

— ... E' partito? — chiese Bemolle rizzandosi a sedere, con le guancie che parevano di carta e un occhio arrossato.

— Sì, è partito! — disse Nancy. — Oh, povero Bemolle! Vi ha fatto male?

Bemolle non si alzò. Rimase seduto per terra, scotendo la testa e mormorando con voce rauca:

— Voleva svegliare Anne-Marie!... Ma pensate! Voleva svegliare Anne-Marie!...

Dovettero pagare cinque mila franchi per annullare il contratto; e altri duemila franchi per le spese legali. Ma trovarono che era pagar ben poco la grande gioia di liberarsi dell'impresario.

Fecero delle scampagnate, e si divertirono molto, aspettando che Fräulein guarisse e li potesse raggiungere. E quando ciò avvenne andarono tutti e quattro, felici e contenti, a Roma, dove avevano ancora quindici giorni di tempo prima che cominciassero i concerti al teatro Costanzi.

E a Roma vennero a trovarli anche tutti i loro cari da Milano: la zia Carlotta, curva e striminzita, e lo zio Giacomo tremante e tardo; e Adele, e Nino, e Carlo, e Clarissa, commossi e felici e affettuosi. Molte tenere lagrime furono versate ricordando Valeria, cui non era stato concesso gioire della fama di Anne-Marie, la sua meravigliosa nipotina.

— Ma vide la gloria tua, Nancy, — disse Nino.

Rivissero, nei ricordi, la visita di Nancy giovinetta alla Regina Madre; come vi andasse tremante col suo piccolo libro di poesie, e col suo grande cappello a piume e colla veletta bianca che poi aveva dovuto togliere prima di entrare al cospetto reale... E tutti insieme rifecero in pio pellegrinaggio la salita al Quirinale, posando sul Palazzo gli occhi inteneriti. Era una splendida mattinata di sole. Nino, di cui ormai i capelli erano grigi e il carattere irascibile come quello di suo padre — così almeno diceva la zia Carlotta — camminava davanti a tutti con Anne-Marie, che gli trotterellava accanto tenendogli la mano. Egli le raccontava delle interessanti cose: le diceva di un certo grembiulino rosa che sua madre portava quando aveva otto anni, e le descriveva Fräulein, giovane, colle guancie che parevano mele.

Fräulein, che a dir vero non dimostrava troppo i vent'anni di differenza tra quell'epoca e questa, ascoltava, assai commossa, tali reminiscenze. E Bemolle, che si riprometteva di andare a vedere la sua vecchia madre non appena terminati i concerti al Costanzi, camminava dietro a tutti lagrimando silenziosamente, disciolto in una vaga tenerezza verso il mondo in generale.

— A proposito, Nancy, — disse Nino, — sai che ho riveduto la cara vecchia villa di Wareside? Sono andato in Inghilterra per gli affari di Carlo due mesi fa; allora ho preso il treno di Hertfordshire per andare a rivedere la Casa Grigia. Era vuota. Sono rimasto più di un'ora al cancello; e tutti i fantasmi del passato sono venuti a farmi compagnia.

— Oh! — disse Fräulein. — Che divino posto era quello! Te ne ricordi, Nancy?

— Ricordo il giardino, — disse Nancy, con gli occhi vaghi in cui fluttuavano le rimembranze, — e l'altalena...

— Che altalena? — disse Anne-Marie, prendendo interesse all'argomento.

Allora Nancy le descrisse il lontano giardino, placido nel mite sole inglese, dove ella, bambina, aveva cullato sull'altalena i suoi fantastici sogni, e da cui, al tramonto, si vedeva l'orizzonte acceso sull'orlo del mondo...

All'indomani del primo concerto a Roma, ecco giungere anche per Anne-Marie la grande lettera bianca, con lo stemma d'oro: le Armi della Real Casa. Le Loro Maestà avrebbero ricevuto al Quirinale l'indomani sera, alle nove, la gentile bambina e grande artista; e l'avrebbero con piacere udita suonare...

E l'indomani sera Adele, Carlotta e Clarissa, felici e perturbate, aiutavano Nancy e Anne-Marie a prepararsi per la loro udienza al Quirinale. Bemolle era fuori di sè, pallido e febbricitante per l'agitazione, al pensiero di dover accompagnare Anne-Marie al pianoforte.

Quando, alle nove precise Nancy e Anne-Marie, colle destre ignude, traversavano la fila di sale — la sala rossa, la sala gialla, la sala azzurra — fino alla sala bianca ed oro, dove i Sovrani li avrebbero accolti, Bemolle li seguì tremando. Dietro a lui veniva un risplendente lacché, in livrea scarlatta, portando il violino e la musica. (I pensieri di Bemolle volarono al villaggetto appiè degli Appennini, dove a quest'ora qualche piccolo lume s'accendeva nel buio...)

La Regina mosse incontro a Nancy e a Anne-Marie. Non era più la Regina di cui il nome di fiore era scritto nel vecchio diario di Nancy. Era una Regina quasi fanciulla, con immensi e risplendenti occhi bruni. E il giovinetto di cui l'effigie, chiusa in un medaglione, posava da tanti anni sul cuore di Nancy, era Re.

La Regina abbracciò Anne-Marie; e rise quando Anne-Marie parlava, e pianse quando Anne-Marie suonò. Anne-Marie la guardava, soggiogata e rapita da quegli occhi straordinari, quegli occhi di fuoco e di velluto, così innocenti che parevano non aver guardato che nelle anime di fiori e di fanciulli; così teneri che parevano non aver pianto che per i dolori altrui.

Anne-Marie, suonando, poteva appena staccare lo sguardo da lei; ma per senso di dovere ogni tanto lanciava una occhiata sottomessa a uno sfolgorante ufficiale in tunica scarlatta, ricoperto di decorazioni, che ella s'immaginava fosse il Re.

Alla chiusa dell'adagio di Mendelssohn un uomo grave, che sedeva un poco in disparte dagli altri, ed era semplicemente vestito in abito da sera, parlò:

— Io non m'intendo molto di musica. Ma questa musica mi piace.

La regina si volse a lui, e sorrise. E quel sorriso fece trasalire Anne-Marie. Mai ella non aveva veduto un sorriso così dolce, così fulgido e abbagliante! Essa seguì il corso di quel sorriso luminoso e il suo sguardo si fermò sul viso di quell'uomo grave, vestito di nero.

Quel viso! dove l'aveva ella veduto? Perchè era così noto? così caro e famigliare? Perchè le faceva venire in mente New-York, e sua mamma piangente sulle lettere che venivano da Milano? I francobolli! Sì, quel viso lo aveva visto sui francobolli! Era lui, era lui il Re d'Italia! Come aveva potuto credere anche per un solo istante che fosse quell'uomo coi capelli gialli, vestito di rosso? Era questo, questo il Re! E il cuore di Anne-Marie si prostrò in appassionato pentimento davanti a colui che non s'intendeva di musica. Egli forse se n'avvide, perchè cogli occhi benevoli e penetranti le ammiccò.

Bemolle, entrando, aveva fatto il suo profondo inchino; poi s'era fermato vicino al pianoforte, curvo sotto la terribile gioia della augusta presenza; e in tutta la sera non ricuperò mai completamente la posizione verticale; ma bensì si levò e si sedette — ogni volta che gli si rivolgeva la parola — in una rigida postura curvilinea, dolorosa a guardarsi. Egli suonò anche molte note sbagliate negli accompagnamenti; e sentiva saettare su di lui l'ira di Anne-Marie, non ostante il fatto che, suonando, ella gli tenesse voltate le piccole spalle celestrine.

Nancy sedeva a fianco della Regina, e con occhi rischiarati da lagrime felici, rispondeva alle benigne e intime domande che le belle labbra le rivolgevano. La Regina la chiamava col suo nome di fanciulla, col suo nome di poeta... E il passato e il presente si confusero nella loro duplice dolcezza nel cuore di Nancy. Essa riviveva la sua gloriosa adolescenza, nella gloria adolescente di Anne-Marie.

In carrozza al ritorno, Anne-Marie, garrula come un uccelletto, raccontava le sue impressioni, e Nancy, ridendo, la serrava al cuore.

Ma Bemolle, muto, con gli occhi chiusi, pensava. Pensava che stenderebbe alla tremula stretta della sua vecchia madre, una mano che il tocco d'una Regina aveva consacrato.


XXIV.

Ma prima che Bemolle potesse andare a casa sua, si dovevano ancora dare quattro concerti a Milano.

— Milano è la città che deve darti il battesimo dell'Arte, — disse ad Anne-Marie il giovane Commendatore-editore di musica, arbitro delle arti liriche nel mondo milanese. — In fatto di musica, Milano è l'unica città che conti.

E negli occhi del Commendatore — occhi grigi e penetranti come l'acciaio — passò il lampo d'un sorriso.

— Questo me l'hanno già detto anche a Berlino, — disse Anne-Marie.

— Anche a Vienna, — disse Fräulein.

— Anche a Parigi, — soggiunse timidamente Nancy.

— Appunto perciò lo diciamo anche noi, — disse il giovane Commendatore, passandosi la mano fine sul mento sbarbato.

— Dunque, che cosa ci suonerai? Bada che qui non siamo a Berlino. Qui fingiamo tutti di adorare il classico; e poi, quando lo sentiamo, diciamo: « Com'è bello! » E ce ne andiamo prima della fine, e non torniamo più.

Udendo ciò Bemolle mise sul programma un po' di Vieuxtemps e di Wieniawski, un po' di Sarasate e di Paganini. I milanesi accorsero al concerto, e restarono fino alla fine. E si prefissero di tornare ancora.

Ma i « Musicisti Veri » — quelli di cui se ne trovava sempre uno in ogni città (e a Milano ve n'erano quattro), quelli che si prendono sul serio, quelli che parlano della musica come di una sacrosanta e privilegiata malattia, di cui essi soli hanno il diritto di soffrire — quelli scossero le circospette teste con dolore. Che triste cosa udire da uno sbocciante genio qual'era questa bambina, la vilissima musica da virtuoso — l'acrobatismo violinistico, che indubbiamente e indegnamente piaceva al pubblico! Paganini! Vieuxtemps! Ah! quei nomi erano come pugni nel cuore ai Musicisti Veri.

— Oh! — gridavano, — dateci le glorie del Beethoven! Dateci gli splendori di Bach!

E clamavano il loro dolore su e giù per le colonne dei giornali.

Il Commendatore-editore di musica, leggendo queste critiche, sorrise passandosi la fine mano sul mento sbarbato.

Quando vide Nancy le disse:

— Date loro dunque del classico, niente altro che del classico!

E nel secondo concerto Anne-Marie suonò il Concerto di Beethoven e la « Sonata a Kreutzer »; e la « Chaconne », e la « Fuga », e il « Preludio », e la « Sarabanda » di Bach. E i Milanesi accorsero, e restarono fino alla fine, e si prefissero di tornare ancora.

Ma i quattro Musicisti Veri scossero le riservate teste con rinnovellato dolore. Come poteva una mera bambina comprendere il gigantesco Beethoven? Chi era quel criminale maestro che sovraccaricava il puerile cervello di Anne-Marie coi titani classici? Non era, quasi diremmo, un sacrilegio, udire una fanciulletta appressarsi alla misteriosa immensità della Chaconne di Bach? Solo i Musicisti Veri potevano comprendere tutta la profonda, la frenetica angoscia celata in quella semplice ed ingenua danza del settecento! Per carità, per carità! Che i bimbi non suonassero che del Händel e del Mozart!

Nel terzo concerto Anne-Marie suonò del Händel e del Mozart. E i Milanesi accorsero, e restarono fino alla fine; e si prefissero di tornare ancora.

Ma i quattro Musicisti Veri inarcarono le dolorose sopracciglia, dicendo che quella semplice e facile musica era ben dolce se suonata per il papà e la mamma entro le pareti domestiche; ma che, veramente, in una Sala da Concerto di Milano, si aveva il diritto di esigere qualche cosa di più possente e autorevole. E perchè questa bambina suonava il violino? Non sarebbe stato meglio se avesse studiato il contrappunto? O qualche altra cosa? La musica dovrebbe essere riservata per loro quattro Musicisti Veri.

Il Commendatore, che non era un Musicista Vero, sorrise e baciò in fronte Anne-Marie. Ma ciò non valse a consolare Nancy, che udì con attonita incredulità queste critiche; nè valse a calmare Bemolle, smaniante in frenetica ira; nè a trattenere l'indignata Fräulein dallo scrivere al « Corriere della Sera » al « Berliner Tageblatt » e al « Times » delle lunghe lettere in proposito. (Ma non è detto che quei giornali le pubblicassero).

Anne-Marie che non leggeva critiche, nè sapeva che al mondo vi fossero dei Musicisti Veri, era gaia e felice e adorava l'Italia. Per consolarla del lontano Schopenhauer, Nancy le aveva regalato un piccolo cane bassetto. Anne-Marie lo conduceva a passeggio nei Giardini, vergognandosi non poco delle sue gambe storte, e del suo corpo lungo e contorto come una sinfonia del Mahler; ma essa lo adorava ancor più per queste sue immeritate disgrazie.

Il bassetto fu battezzato « Steiner » perchè univa a un colore bruno-dorato e ad una certa turgidità di corpo, una debolezza di voce spesso notata da Anne-Marie in quegli eccellenti violini tirolesi.

.... Molta gente veniva a trovarli all'Hôtel per esprimere le loro vedute. Vennero anche i Musicisti Veri, che fecero molta paura ad Anne-Marie, e ancor più paura a Nancy.

— Che cosa credete di farne di vostra figlia? — chiese uno di loro, sorseggiando il thè e mangiando dei biscotti nel salotto di Nancy, coll'aria di farle un favore. — Cosa sperate che diventi?

— Non lo so, — disse Nancy. — Per ora sono contenta di ciò che è.

— Male. Dovete pensare all'avvenire. Se voi desiderate che essa divenga una grande, una vera artista....

— Non so se lo desidero, — disse Nancy. — Se dall'essere una grande artista essa degenerasse — e Nancy sorrise — fino a non essere altro che una fanciulla felice, non credo che me ne lagnerei.

— Badate! — continuò il Musicista Vero, — badate bene: il Prodigio d'oggi uccide l'Artista di domani. Cogliendo il fiore, voi distruggete il frutto.

Nancy rise dolcemente.

— E' come se diceste: bisogna guardarsi dal cogliere un bocciolo di rosa! esso non diventerà mai una mela!

Anne-Marie, che presso alla finestra alzava per la coda il bassetto per provare se era puro sangue, rise.

— Proprio vero, — disse, senza aver sentito nulla del discorso precedente, ma per l'istinto di irritare il Musicista che le pareva noioso.

— Zitta, cara, — disse sua madre. Poi soggiunse: — Anne-Marie è ciò che è. Io sono contenta che fiorisca libera quale Iddio l'ha fatta, senza preoccuparmi di ciò che potrà divenire un giorno; purchè sia buona e sana e felice! — E soggiunse: — Perchè non dovrei permetterle di suonare come un serafino oggi, per paura che, tra dieci anni, non suoni come Joachim?

— Già, — disse Anne-Marie tenendo sospeso per la coda il guagnolante Steiner. — Perchè?

L'austero visitatore si volse a lei.

— Bambina mia, — cominciò con voce cupa e profetica, — Bach...

— Oh, lo so già, — disse gaiamente Anne-Marie.

— Cosa sai già? — domandò severamente il Musicista.

— Stavate per dire: « Bach è un dio! Suona sempre Bach! non suonare che Bach! Tutto il resto è indegno », — sospirò Anne-Marie, già pentita di essersi immischiata nella conversazione.

— Niente affatto. Non stavo per dire questo, — sentenziò il critico.

— Allora stavate per dire quell'altra cosa: « Non osare mai di suonare Bach. Una bambina non può comprendere Bach! »... Già, i Professori mi dicono sempre o l'una o l'altra di queste due cose.

— Perfettamente, — disse il signore, gravemente. — Tu non puoi in nessun modo capire Bach.

Anne-Marie lasciò cadere Steiner, che andò a mordicchiarsi la coda sotto al sofà.

— E voi? — disse allo sconosciuto, — che cosa capite voi in Bach? Voglio sapere preciso cosa capite. — E con gli occhi saettanti e le guancie rosse, Anne-Marie afferrò per la manica il Musicista Vero. — Adesso vi suonerò del Bach, e voi mi direte che cosa ne capite... Bemolle! dammi il violino.

Bemolle si slanciò con viso raggiante ad obbedirla.

— Ma, Anne-Marie! cara! Non far così, — disse Nancy turbata.

Ma Anne-Marie accordava già il violino.

— Ecco, — disse, folgorando cogli occhi il visitatore, — adesso mi direte cos'è che voi capite, e io no!

E subito suonò le prime cinque delle trentadue variazioni della Chaconne. Poi si fermò.

— Ebbene? Cosa avete capito? Ditemelo!

Il Musicista si appoggiò alla spalliera del sofà, con un sorriso di superiorità benevola.

— E adesso, — disse Anne-Marie, come una piccola Furia bionda, accesa e ispirata, — adesso lo suono diversamente! Lo suono come Joachim... Così, precisamente così, Joachim suonava per me e con me... E adesso che cosa avete capito? Che cosa dice Bach a voi, sciocco uomo, più di quello che dice a me?

— Ma Anne-Marie! — esclamò Nancy. — Vergogna! Non devi parlare così!

— Sì! devo! devo! — disse Anne-Marie, quasi piangendo.

Il visitatore, sorridendo acidamente, si alzò per prendere congedo.

— Temo — disse — che per le ragazzine troppa musica non faccia bene ai nervi.

— Sì, sì che fa bene! — gridò Anne-Marie, disperata e piangente. E come Nancy la confortava cingendola col braccio, la bambina singhiozzò: — Mamma, digli una cosa! digli una cosa che io non so dire! Aiutami.

— Che cos'è, cara?

— Ti ricordi... che dovevamo andare in un paese lontano... tu dicevi che era un paese caldo, e bello... e sporco... Dov'era?

— Vuoi dire il Messico?

— Sì, sì, sì! Allora hai detto qualche cosa degli alberghi che sono là... cos'hai detto di quei piccoli alberghi strani?

Nancy riflettè un istante. Poi si ricordò, e sorrise.

— Ho detto che non vi si trova che quello che si porta con sè.

— Sì, sì, — balbettò Anne-Marie, eccitata e incoerente, — adesso dillo... dillo ancora, ma dillo della musica.

Nancy rise e le baciò la fronte accaldata.

— Vuoi dire che nella musica non si trova che quello che si porta con sè, nella propria anima?

— Sì, — disse la bambina. — Voglio dire così.

— Cara! — disse Nancy. E la baciò.

Ma il Musicista Vero se ne andò disgustato.

Che ignoranza! Che discorsi sconnessi! Cosa c'entravano gli alberghi messicani colla musica di Bach?