XXV.
Un anno passò come un sogno, spargendo rose e mirti ai piedi di Anne-Marie: un anno di fantastici viaggi da trionfo a trionfo. La vita per Anne-Marie era come un magico giardino, tutto acceso di fiori incantati che si chinavano al suo passare.
I concerti erano la sua gioia. La sua chiara anima era colma di musica, e come da un puro e prescelto vaso essa ne versava la melodiosa piena sul mondo ascoltante.
Suonando, ella compiva la sua missione, così come un'allodola deve cantare.
Un giorno a Genova la condussero a vedere il violino di Paganini, muto e sigillato nella sua cassa di vetro al Municipio. Essa lo contemplò a lungo silenziosamente. Poi distolse lo sguardo.
— Cosa pensi, cuor mio? — chiese Nancy. — Perchè sei triste?
— Penso — disse la ragazzina con occhi solenni — come deve soffrire quel violino di essere chiuso là dentro; come la sua voce deve fargli male! Chi sa come si strugge di poter cantare!
L'osservazione fu udita e ripetuta. Giunse alle orecchie del Sindaco di Genova. Un giorno, con grande pompa, Anne-Marie fu invitata al Palazzo del Municipio, e colà, davanti ai pochi invitati, furono tolti i sigilli: il sacro istrumento dell'immortale Nicolò fu posto tra le ténere mani della bambina.
Da tre notti essa non dormiva pensando a questo grande momento: sognando la gioia di quella fremebonda voce imprigionata, quando le sue dita l'avrebbero resa alla libertà!
Rapidamente essa infilò un nuovo cantino, traendolo sopra il ponticello scolorito. Poi pizzicò, lieve, le corde, chinando il capo ad ascoltare. Ed ora, alzando l'arco, con attacco vibrante spezzò i ceppi del silenzio che gravavano sulle frementi corde... L'accordo di re minore risuonò, tremolante e flebile.
Anne-Marie rialzò l'arco e attaccò un altro accordo, premendo le dita sulle corde con intenso e veemente vibrato.
E di nuovo il violino rispose con voce rauca, debole, sorda. Il viso di Anne-Marie si fece bianco come un lino. Le sue labbra tremarono. Con un singhiozzo ella abbassò il violino.
— E' morto, — disse.
Molti anni dopo, se talvolta accadde a Nancy di pensare che forse sarebbe stato meglio se avesse trattenuta dai concerti e dal pubblico la sua bambina — se dubitava di aver errato permettendole di diffondere sul mondo tutta la sua giovine anima canora, — il ricordo del Silente Violino, chiuso nella sua prigione di cristallo, le tornava alla memoria: il Violino che era morto per non aver cantato, morto del suo proprio silenzio.
E fu contenta di pensare che alla sua allodoletta era stato concesso di cantare.
E cantò, l'allodoletta! Cantò, in molti climi, sotto molti cieli, in molte terre lontane. Era forse a Edimburgo che i cavalli furono staccati dalla sua vettura, ed essa e Nancy tratte in trionfo per le festanti vie? Era forse a Berna che la polizia dovette sgombrare dalle strade e dalle piazze le turbe di studenti che parevano impazziti? Non fu a Torino che la folla la richiamò venti volte al balcone, per urlarle i suoi evviva, per implorare dal piccolo volto estasiato un sorriso, dalle piccole mani salutanti, un fiore? Dove, dove fu che gli uomini alzavano i loro figlioletti tra le braccia perchè la vedessero, perchè le toccassero la veste, e le donne, spinte e urtate nella calca, coi cappelli a sghembo e gli occhi allucinati, battagliavano per intravvedere un baleno della bionda testolina salutante e per sfiorare d'un tocco la piccola mano inguantata? Non era a Napoli che la chiamavano « la bambina assistita », e la credevano posseduta da uno spirito? E tra le acclamazioni talune voci gridavano che, per carità, predicesse i numeri del lotto?
Sì, questo era stato a Napoli. Nancy se lo rammentava. Nella gloria confusa delle cangianti scene, alcuni ricordi emergevano nitidi e chiari nella memoria di Nancy. Era a Napoli che nel vasto teatro gremito avevano dimenticato di serbare un posto per lei. E il direttore del teatro era venuto a dirle che una signora ch'egli conosceva, gentilmente le offriva un posto nel suo palco: palco numero cinque, seconda fila — Nancy se lo ricordava ancora! E mentre Anne-Marie, già baciata e benedetta come di consueto, col violino sotto al braccio usciva fuori — piccola visione di cielo — sull'ampio palcoscenico, Nancy correva ancora per i corridoi deserti della seconda fila cercando il palco numero cinque. Eccolo finalmente! Nancy vi entrò, e vide una signora sola, velata di nero. Nancy le fece un piccolo saluto e prese posto, mormorando: « Grazie. » Poi colle mani convulsamente intrecciate, aveva sussurrato la preghiera che sempre diceva per Anne-Marie quando suonava: « Mio Dio! aiutatela! Ispiratela! Guidatele la mano! »
E Iddio anche allora aveva ascoltato la preghiera: perchè Anne-Marie suonava grandiosamente, soavemente, senza neppur sognare che potesse aver bisogno d'aiuto!
Nancy sedeva nel palco, rigida e atterrita come sempre; come sempre pietrificata di paura, aspettando che i tranquilli occhi di Anne-Marie si volgessero in giro per l'uditorio, vagando di palco in palco, in cerca di lei. Ecco! L'avevano trovata! Scintillavano, ridevano... Poi lo Spirito della Musica piombava colle grandi ali tra di loro due, e portava via la sua bambina — via, suonante e sognante, lontano dalla cerchia del materno amore...
La signora vestita di nero si premette il fazzoletto sugli occhi. Nancy era avvezza a vedere quel gesto, ma pur sempre ne rimaneva commossa. Stese la mano e la posò sul braccio della sconosciuta, a cui la musica della sua bambina angosciava il cuore.
La donna vestita di nero, senza voltarsi, le prese la mano; e stettero così vicine, queste due ignote, legate dalla musica come due sorelle.
L'ultimo pezzo finiva, e da ogni angolo della sala scoppiavano le acclamazioni, le ben note grida di delirio e d'entusiasmo. Nancy si alzò rapida per tornare dietro le quinte da Anne-Marie. La sconosciuta si volse e rialzò il velo.
— Il mio nome è Villari, — disse.
Nancy ricordava il nome. Tutto ciò che Aldo le aveva detto di questa donna, tutto ciò che Nino le aveva taciuto, si riversò come un'onda nella sua memoria. Ella fissò lo sguardo con curiosità in quel viso smunto, sotto l'elmetto di capelli rosso-scuri — povero viso stanco su cui le rughe mettevano mille piccoli solchi tristi.
— Conosco bene il vostro nome, — disse Nancy, sporgendo la mano. — Saluto la grande artista.
La donna sospirò profondamente.
— Saluto la madre fortunata.
Poi calò il velo sul viso.
Nancy s'affrettò per gli affollati corridoi, dove la gente a gruppi discorreva e discuteva della sua bambina; e le parole: « Meravigliosa! Fenomenale! Incredibile! » batterono colla consueta ala soave al suo orecchio.
« Madre fortunata! » Oh, sì, sì! essa era una madre fortunata! Se lo disse mille e mille volte; lo ripetè piano mentre ravvolgeva una morbida sciarpa bianca intorno al capo biondo della sua figlioletta; e ancora, mentre passava con lei attraverso gli evviva della folla, fra le mille mani tese e i cappelli sventolanti. E se lo ripetè, seduta nell'automobile che le portava via, aperta alla dolce notte napoletana, e mentre reggeva col braccio Anne-Marie, che, in piedi sul sedile, sventolava tutt'e due le mani alla circondante folla.
La figuretta ondeggiava col moto della carrozza, che moveva rapida per la gaia strada illuminata. Ben presto anche gli ultimi entusiasti furono lasciati indietro, e Anne-Marie si lasciò scivolar giù al suo posto presso Nancy. L'automobile correva sulla marina; al di là del Golfo il Vesuvio respirava, col ritmico alito infuocato; e le tranquille acque splendevano. Nancy ricordò che questa era la patria di Aldo — poi scordò tutto al suono delle dolci parole usitate:
— T'è piaciuto il mio concerto, Liebstes? Sei felice, cara mamma mia?
La frase era ormai divenuta una specie di formula ch'esse ripetevano, ridendo, come il ritornello d'una canzone. Di tutte le ore del giorno, febbrili e turbolente, era questa l'ora di gioia pel cuore di Nancy. Anne-Marie, che di consueto era bizzarra e inafferrabile — resa più strana dalla sua musica, ed esaltata dall'adorazione di molta gente — in quest'ora ridiventava la sua tenera bambinetta, più mite e più dolce dell'Anne-Marie di tutt'i giorni, più vicina e più umana dell'Anne-Marie dei concerti: che era una strana e inaccessibile creatura di cui Nancy talvolta dubitava che potesse proprio appartenere a lei!
Fräulein e Bemolle seguivano in un'altra carrozza. Dall'impresario in poi, nessuno aveva osato turbare quest'ora sacra e stellata del loro amore.
E Nancy, rimpianse ella mai i suoi perduti sogni di gloria? Ricordò ella mai il suo non scritto Libro? Non le ardevano più le ferite dell'ali che ella s'era strappate?
No. Essa viveva per Anne-Marie e di Anne-Marie. La Chimera dell'ispirazione si era allontanata da lei. Rime e ritmi, parole, visioni e sogni — non la turbavano più.
Ella respirava la musica che Anne-Marie suonava. Ella sognava la musica che Anne-Marie componeva. Il Pifferaro della Leggenda che per tanti anni l'aveva ossessionata col suo appello, ora non la chiamava più. L'aveva oltrepassata, l'aveva scordata.
E l'aquila del Genio non la scoteva più, sfracellandole colle grandi ali il cuore.
Ella era come il Silente Violino: i canti che l'anima sua non aveva espressi, erano morti in lei.
XXVI.
Fu a Parigi che avvenne ciò che Nancy già da tempo vagamente aspettava e paventava.
Ella era sola all'albergo, nel suo salotto. Fräulein era andata con Anne-Marie — e con un grosso volume sulla Rivoluzione Francese sotto al braccio — al Giardino delle Tuileries.
Il ragazzo del « lift » bussò alla porta e annunciò una visita; subito, senza attendere consenso, un signore entrò. Era Aldo! Aldo, colla barba quadrata, e un occhialetto pendulo — Aldo, immacolato e irreprensibile, col cilindro in mano.
Egli si fermò sulla soglia, guardando in viso a Nancy. Poi si avanzò, depose il cappello su una sedia, stese ambe le mani ed esclamò con voce bassa e fervida:
— Nancy!
Nancy era balzata in piedi, ed ora, col respiro rapido ed affannoso, gli stava innanzi pallida e sottile nella chiara vestaglia. Egli fece un altro passo verso di lei, sempre con le braccia tese. Allora Nancy avanzò una mano diffidente che suo marito afferrò e strinse tra le sue. Sul dito mignolo di Aldo brillava un anello di brillanti.
Egli chinò il lucido capo nero sulla fredda manina di Nancy, e la baciò.
— Sia ringraziato Iddio! — mormorò, e si abbandonò sopra una seggiola.
Nancy si domandò confusamente per che cosa egli ringraziasse Iddio. Veramente neppur Aldo lo sapeva esattamente; ma gli pareva una frase appropriata alla situazione; e d'altronde non ne aveva altra di pronta.
Vi fu un imbarazzante silenzio. Aldo lo ruppe:
— Nancy! sono ritornato!
Nancy disse:
— Sì.
E i suoi pensieri si aggirarono sconnessi intorno alla sua barba e al suo anello di brillanti.
— In tutto questo tempo cosa avrai pensato di me? Chi sa quali crudeli pensieri hai avuto!
No. Nancy non aveva avuto dei crudeli pensieri.
— Ed ora non mi ami più!
Nancy lo guardò con espressione smarrita, e sorrise, senza quasi sapere perchè.
Aldo non volle accorgersi del sorriso; e disse:
— Nancy! Nancy! Non potrai mai perdonarmi?
— Ma sì, ti perdono, — disse Nancy, e sorrise ancora.
Le pareva di sognare. Le pareva una cosa strana e comica che questo signore colla barba quadrata e l'occhialetto ciondolante fosse qui a domandarle perdono e a parlarle d'amore. Nulla in lui le pareva menomamente noto familiare. I suoi capelli, che prima soleva portare divisi in mezzo, ora erano spazzolati indietro dalla fronte e ondeggiavano lisci e lucidi in una gran massa nera; la sua barba a ventaglio gli trasformava la faccia, e gli dava un'aria di pittore francese; persino il suo cappello, alto, quadrato, coll'orlo piccolo, giacente sulla sedia, aveva in sè qualche cosa di assolutamente alieno e straniero.
— Perchè ridi? — disse Aldo.
E il tono di vanità offesa nella sua voce, scosse e ridestò la memoria di Nancy, e la richiamò alla realtà delle cose.
— Non rido, — disse.
E d'un tratto cominciò a piangere.
Era questo l'atteggiamento che Aldo si era aspettato, e a cui sapeva tener testa. Una donna silenziosa e fredda, con occhi vitrei e un sorriso ambiguo, era un essere inquietante che lo metteva a disagio. Ma una donna piangente — Aldo ne aveva visto tante, e sapeva come confortarle.
Subito le fu accanto chinandosi sopra il viso nascosto, cingendole con un braccio le spalle sottili.
— Nancy! non piangere, te ne prego! Sono stato un infame, una canaglia; ma, te lo giuro! ho creduto di far bene. Ed espierò, espierò. Ti renderò in tanta felicità le tue sofferenze di questi anni passati!
Ella piangeva sempre, colla faccia chiusa tra le mani e le spalle scosse dai singulti.
— Sono ricco, — continuò Aldo. — Ho tanti denari, che non sapremo come spenderli.
Le sussultanti spalle cessarono d'un tratto di muoversi. Parevano aspettare, ascoltare... V'era molta diffidenza in quelle esili spalle aspettanti.
Aldo proseguì:
— Non aver paura. Non ho giocato; non ho fatto nulla di scorretto o di disonorante. Il denaro mi è stato lasciato — egli s'avvide che le esili spalle erano immobili, rigide nell'attesa — da una... da una vecchia persona, a cui ho potuto essere utile. Questa persona è morta e mi ha lasciato tutto il suo patrimonio. L'ho meritato. Sono stato molto buono per lei...
Le spalle ondeggiarono in un profondo sospiro. Sospiro di sollievo o di disperazione? Aldo ne era incerto.
— Dunque ora avranno fine le tue pene, Nancy mia. Ho già assegnato a te e alla bambina una somma importante... Così non sarai più obbligata a sfruttare Anne-Marie.
Nancy balzò in piedi, sfuggendo a lui; e lo guardò atterrita. Che cosa aveva detto? « Sfruttare Anne-Marie! »... Sfruttare Anne-Marie? Lui poteva credere questo? Altri potevano credere questo?..... che ella sfruttasse Anne-Marie?
Nancy si coprì il viso e scoppiò in disperato, irrefrenabile pianto. Singhiozzava e gemeva, torcendosi le mani. Aldo, guardandola, comprese che questo non era il pianto che egli era avvezzo a udire e a comprendere. In questo pianto erano tutte le speranze infrante di Nancy; tutte le sue aspirazioni perdute; tutto ciò che per amore di Anne-Marie ella aveva sacrificato e soffocato, e cercato con preghiere e flagellazioni di scordare. Il suo lavoro, il suo Libro, le sue speranze, i suoi sogni di gloria — tutte le cose che aveva messo sotto ai piedini di Anne-Marie e che essa, correndo alla celebrità, aveva così gaiamente calpestato — risorsero nella sua memoria come spettri di esseri trucidati. Nancy ricordò le splendide ali del suo proprio Genio ch'essa, per dar libero volo ad Anne-Marie, si era divelte penna a penna — e le ferite s'aprirono e sanguinarono ancora.
— Non è vero ch'io abbia sfruttato Anne-Marie, — disse, levando verso Aldo le iridi acquarellate di pianto; — tutto il denaro che ha guadagnato nei suoi concerti è stato messo via per lei. E' sacrosanto. Nessuno lo ha toccato.
— Allora come avete vissuto? — chiese Aldo.
— Ho preso dei denari a prestito, — diss'ella con occhi di collera e di sfida. — Tanti denari, che renderò quando potrò.
— A chi? — chiese Aldo, aggrottando le ciglia.
Nancy non rispose.
— Puoi ripagarli subito, — diss'egli col viso cupo.
E non parlò più. La frivola pendola sul caminetto suonò le quattro con tintinnante cariglionetta.
— Dov'è la bambina? — chiese Aldo a bassa voce.
— E' uscita. — Il viso di Nancy si fece duro come la pietra. — Non voglio che tu la veda. Non voglio che sia turbata e agitata.
— Nancy! — esclamò Aldo, e il suo viso si scolorò; — io devo vederla. Tu non puoi vietarmelo! Nancy, non sarai così spietata! Da più di sei anni mi struggo giorno e notte pensando a lei. Non ho sognato altro, non ho desiderato altro che rivederla! Ogni notte sono stato sveglio delle ore e delle ore pensando a questo incontro. Mi dicevo: quando sarò ricco, quando sarò libero — Nancy fremette e rabbrividì — andrò a cercarle... Le troverò povere, derelitte, in lotta colle necessità dell'esistenza... E allora arriverò... nella meschina strada dove esse stanno... arriverò in una carrozza a due cavalli, due bei cavalli bianchi che piaceranno ad Anne-Marie... — gli occhi di Aldo erano pieni di lagrime, ma Nancy lo guardava fredda, attonita, quasi non potendo credere a tanta puerile incoscienza. — E allora... — la voce di Aldo si ruppe in un singulto — pensavo: guarderanno dalla finestra e mi vedranno... E io allora dirò: Sono venuto a portarvi via!... via dalla povertà, dalla miseria, dalla solitudine... a portarvi via per sempre con me!
Aldo si coprì il volto colle mani, e le lagrime piovvero sull'anello di brillanti.
— Ma allora... invece, ho saputo... ho letto... nei giornali... dei successi di Anne-Marie! E avrei voluto correre a sentirla. Ma come potevo vedere la mia bambina... la mia bambina... lì, davanti a mille estranei... mentre io, io... suo padre... — l'angoscia lo rese incoerente. — E dire che non l'ho mai udita, non l'ho mai udita! — singhiozzò.
Le labbra di Nancy rimasero chiuse. Il suo cuore era chiuso. Non parlò.
Aldo fissò in lei le inondate pupille, e avrebbe voluto che anche lei piangesse.
— Non mi perdoni? non mi perdoni? — singhiozzò.
Nancy col capo fece cenno di sì.
— Ma non vuoi più che si torni insieme? Non potremo mai più essere felici tutt'e tre?
— No, — disse Nancy.
— Mai? — e la barba di Aldo si mosse stranamente. — Mai?
— Mai, — disse Nancy, e un brivido di avversione le fece stringere i gomiti al corpo.
Allora Aldo pianse e delirò. Da sei anni sognava l'istante di rivedere lei e la bambina; da sei anni aveva fatto ciò che aveva fatto per amore di lei e della bambina; aveva fantasticato e macchinato, aveva pazientato e sofferto per lei e per la bambina; non aveva vissuto che col pensiero di lei e della bambina; e non potrebbe andare avanti a vivere — no! non un giorno, non un'ora! — senza di lei e della bambina!
E dicendo tutto questo era sincero, e credeva di dire la verità. E le sue parole diventavano più vere mentre egli le diceva, e mentre leggeva sul viso di lei che ogni preghiera era vana.
— Oh, Nancy! Nancy! Nancy! — Egli le afferrò la fredda mano snervata e la strinse disperatamente, — mi lascerai rivedere la bambina! Deciderà lei di me, della mia vita. Se lei mi scaccia, andrò via. Ma se lei mi vuole, se si ricorda di me e mi dice di restare, promettimi, Nancy, che non mi scaccierai! Promettimi! oh, prometti! Non ti lascerò, non ti lascerò finchè non avrai promesso!
Ma Nancy non volle promettere.
— Nancy! — singhiozzò Aldo, — ricordati come ci siamo amati! ricordati i giorni sul Lago Maggiore! ricordati quando scrivevi il tuo Libro, e me lo leggevi la sera, colla testa poggiata al mio braccio. Ricorda tutto, Nancy, e promettimi che se la bambina mi dice di restare, lo dirai anche tu!
Ma Nancy non volle promettere.
— Nancy! Nancy! hai dimenticato i tristi giorni di New York? I giorni di miseria e di fame che attraversammo insieme? Per la memoria di quei tristi giorni nella casa dei Schmidl, per il ricordo della mia piccola stanza buia, che d'allora in poi ho tante volte sospirata e rimpianta, perchè attraverso la porta socchiusa vedevo te e la piccina che dormivate... Nancy, in nome di tutte quelle tristezze, prometti!
Ma Nancy non poteva promettere.
— Ma non ti ricordi, Nancy, Nancy! quando Anne-Marie era malata? Aveva la rosolìa, — singhiozzò Aldo, — e non voleva mangiare che il latte che le scaldavo io... e non voleva dormire se non mi teneva la mano... Oh, Nancy! Nancy! non vuoi ricordare... e promettere?
E questo Nancy lo ricordò. — E promise.
Rimasero seduti silenziosamente aspettando il ritorno di Anne-Marie. Nessuno dei due parlò più. Aldo prese dal tavolo un ritrattino della bimba col violino, e lo tenne tra le mani, guardandolo lungamente, coi gomiti appoggiati alle ginocchia. Poi inclinò la testa, e rimase così, colla fronte stretta alla piccola fotografia di sua figlia.
L'inconscia Arbitra di Destini arrivò correndo per il corridoio; teneva un pallone del Bon Marché legato con una cordicella al suo polso. Era un grande pallone rosso colle parole « Bon Marché » in caratteri d'oro sull'enfiata faccia; ed era stato causa di intensa mortificazione a Fräulein, per tutto il percorso dell'affollato Boulevard des Italiens.
— La gente ti riconoscerà, — aveva detto per istrada ad Anne-Marie, — e allora non ti si prenderà più sul serio; e non si prenderà sul serio neppure la tua musica. Non è decoroso che una grande artista vada attorno con quello stupido pallone.
— Questo non è più stupido degli altri palloni, — disse Anne-Marie colpendone leggermente la turgida testa rossa e guardandolo ascendere lentamente per tutta la lunghezza della cordicella.
Poi lo tirò giù di nuovo, e un lieve colpo di vento lo mandò a battere contro la faccia di Fräulein.
Fräulein fu molto irritata.
— Veramente, io non capisco come una persona che eseguisce la Sonata di Beethoven...
— Quale Sonata? — chiese Anne-Marie che era versata nell'arte di far girare la conversazione. — La Kreutzer o la Frühling? Io preferisco la Kreutzer...
Poi introdusse forzatamente le sue dita sotto al braccio rigido e resistente di Fräulein; e le trotterellò gaiamente a fianco lungo il Boulevard. E Fräulein era felice. Il pallone picchiava lievemente contro al suo cappello, ma poco gliene importava. Si limitò a dire che avrebbe preferito che sul pallone fosse stato scritto « Louvre » invece di « Bon Marché », che era un negozio così democratico.
... Anne-Marie entrò nel salotto traendosi dietro il pallone.
Fräulein, vedendo che vi era una visita, si ritirò in camera sua.
Anne-Marie era avvezza alle visite; era abituata a trovar gente che la aspettava. E vedendo questo straniero che era balzato in piedi al suo apparire, e che ora la fissava con occhi veementi e lagrimosi, ella stese la tiepida manina a salutarlo. Anne-Marie aveva già visto molti stranieri, e molti occhi lagrimosi. Non ne fu dunque nè commossa nè sorpresa.
— « Bonjour », diss'ella, giudicando dalla barba.
Poi si appressò a sua madre.
— Guarda il mio pallone, Liebstes, — disse, facendo scivolare il cordoncino dal suo polso.
Subito il pallone salì, rapido e lieve, e andò a battere pian piano contro la soffitta. Gli occhi disperanti di Anne-Marie lo seguirono... La stanza era alta. La cordicella pendeva lontana, fuori della portata d'ogni mano umana.
Ma l'uomo colla barba le aveva afferrato il polso, e glielo baciava.
— Anne-Marie!
Anne-Marie ritrasse la mano e se la stropicciò lievemente sulla veste.
Egli ripetè:
— Anne-Marie! — con voce rauca, e congiungendo le mani. — Guardami, — disse.
E, docili, gli occhi celesti lasciarono il soffitto e si posarono sul volto di lui.
— Bimba mia, bimba mia! Ti ricordi di me?
— Sì, — disse prontamente e inveracemente Anne-Marie.
(In simili occasioni Fräulein l'aveva tante volte rimproverata se rispondeva « no ».
— E' scortese dire: « no » a quel modo. Per non offendere devi dire: « Forse... non sono sicura... Mi pare di ricordarmi... — ammoniva la Fräulein.
Ma Anne-Marie amava di essere breve. — Oh! se non devo dire di no, dirò di sì!
E così fece anche stavolta).
Il sangue era corso come una fiamma sulla fronte di Aldo. Egli cadde in ginocchio davanti alla bambina e le prese le mani, e se le premette sugli occhi e sulle labbra:
— Piccola mia! Piccola mia! — e le facili lagrime meridionali gli piovvero dagli occhi.
Anne-Marie disse a sè stessa: — Questo deve essere un musicista tedesco. — Finora soltanto i musicisti tedeschi erano stati a questo punto espansivi ed eccitabili.
Si volse a interrogare con gli occhi sua madre, ma questa teneva chinato il capo.
— Posso rimanere, posso rimanere, Anne-Marie? Vero, che non vuoi ch'io torni via tutto solo? Dillo, dillo a tua mamma, che mi lasci restar qui e aver cura di voi!
Anne-Marie fu molto sorpresa.
— A noi non piace che si abbia cura di noi, — disse. E soggiunse per non offendere questa strana persona: — Grazie lo stesso.
Aldo rise traverso le lagrime.
— Cara, cara adorata! — e le baciò la manica della giacchettina.
Anne-Marie era una persona ragionevole e non le piacevano le emozioni degli sconosciuti. E poi, aveva fretta.
— Addio, — disse risoluta. — Se volete un autografo ve lo dò.
Aldo l'afferrò per le gracili spalle, fissandole negli occhi lo sguardo smarrito e disperato.
— Ma, Anne-Marie! Anne-Marie! Non mi riconosci? Hai detto, hai detto che ti ricordavi di me! Non riconosci tuo papà?
— No, — disse Anne-Marie.
— Ma non ricordi tuo papà, tuo papà che ti cantava « celeste Aida », quando eri malata a New York?... Non ti ricordi che ti conducevo la domenica a vedere gli scoiattoli nel parco? Piccola Anne-Marie, non mi riconosci, non mi riconosci?
Il viso della bambina s'era fatto rosso, e il suo labbro tremava. Scosse la testa.
— No, — disse a bassa voce.
Aldo si volse e si coprì la faccia colle mani. La piccina lo guardò un istante; poi si avvicinò in punta di piedi a sua madre, e le si annidò nel tenero braccio protettore. Indi i suoi ceruli occhi errarono verso il soffitto in cerca del pallone. Sì, era lì; colla breve corda pendula, lontana... Parve ad Anne-Marie che il pallone fosse diventato un po' più piccolo... Come mai, come mai l'avrebbe ella riavuto?
Nancy volse alla sua bambina un viso angustiato e pallido (anche quello pareva più piccolo del solito, pensò Anne-Marie) e le parlò a voce bassa:
— Anne-Marie; egli è tuo padre.
— Davvero? — chiese Anne-Marie dubbiosa, guardando quell'uomo colla barba e col viso nascosto nelle mani; poi mirò a lungo sulla sedia il cappello lucido e alto. — Davvero? — ripetè.
— Vuoi ch'egli rimanga con noi? — domandò Nancy, piano, quasi senza respiro.
— Con noi due?
Le pupille di Anne-Marie si dilatarono. Ricordava l'impresario.
— Sì. Con noi due, — disse Nancy.
— Per sempre?
E il cerulo turbamento dei puerili occhi si fece più intenso.
— Per sempre, — disse Nancy.
Anne-Marie volse un'altra rapida occhiata a quell'uomo e poi al suo cappello. Indi posò la guancia contro il braccio di sua madre, come sempre quando chiedeva un favore.
— Piuttosto no, Liebstes, — sussurrò.
L'Arbitro aveva parlato.
Aldo non disse che poche parole a Nancy. Posò la mano sul capo della bambina e la guardò a lungo. Poi si volse bruscamente, prese il suo cappello e uscì dalla stanza.
— Che strano uomo! — disse Anne-Marie. — Era davvero mio padre?
Nancy, colle labbra bianche, disse: — Sì.
— Ne sei proprio certa? — domandò Anne-Marie; e, quasi senza volerlo, rialzò gli occhi verso il pallone.
— Sì, cara, — disse sua madre; e pianse.
Ma Anne-Marie era volata alla porta.
— Papà! — gridò coll'acuta voce argentina.
Aldo, già a metà scala, udì e si fermò. Il cuore gli balzò in gola, e le sue mani strinsero la ringhiera.
— Papà!
Aldo si volse, esitante, non osando credere, non osando sperare.
E ancora squillò quella soave chiamata infantile:
— Papà!
Aldo si volse, e risalì le scale. Era cieco, era pazzo di felicità. Barcollando e tremando s'avviò per il corridoio verso la porta aperta. Sulla soglia, aureolata di luce, lo aspettava la sua bambina.
— Papà, — disse Anne-Marie (e ancora la parola e la voce puerile strinsero la gola ad Aldo in un singhiozzo di felicità). — Vuoi essere tanto buono?
— Sì! — disse Aldo, pallido e solenne.
— Allora... prima di andartene tira giù il mio pallone! Tu che sei alto, ci arrivi...
Aldo tirò giù il pallone. Poi se ne andò. Fuori dalla stanza — fuori dalla loro vita — fuori dal racconto.
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XXVII.
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« Miniera di San Juan.
« Nancy,
« E' finita l'attesa. Gli anni sono passati, i neri, tristi anni d'assenza e di solitudine.
« Parto di qui, per ritornare a te.
« Tu mi verrai incontro a Genova. E siederemo ancora su quel balcone dove — or sono tanti anni — tu mi dicesti del tuo Libro non scritto, del tuo Libro che temevi dovesse morire, come un bimbo non nato, nel tuo seno. Vengo a condurti a Porto Venere, bianca nel sole, come una Naiade che bagni la punta del piede nelle celesti acque marine. E il tuo Libro vivrà, vivrà alfine.
« E noi, anche, vivremo!... O Nancy, Nancy! Io sono da tanti anni così muto e solitario, che il mio amore non ha più parola. E nella mia vita buia e vuota la gioia entra come una piccola ombra spaurita, già pronta a volar via.
« Io l'afferro e la stringo, e le grido: « Resterai! Hanno termine alfine la solitudine e l'esilio! » Ma essa, la piccola ospite straniera, non lo crede.
« Anch'io non oso credere alla mia felicità, da troppi, troppi anni sospirata. Ma poi dico a me stesso che il cuore di Nancy non è un cuore che possa mutare. Nancy avendomi amato un giorno, m'ama, e m'amerà.
« E le parole che anni or sono, la trassero traverso l'Oceano a me, oggi ancora, oggi ancora me la riporteranno: — « Nancy, vieni a me! »
« Alle mie vuote braccia, al mio triste e solitario cuore! Vieni, Nancy. Vieni subito. E per sempre ».
XXVIII.
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« Caro Selvaggio, diletto amico mio,
« Il tuo richiamo mi scuote il cuore. Tutti i miei desideri, tutti i miei sogni uniscono le loro voci alla tua, gridandomi di andare da te.
« Ahimè! Una piccola preghiera che la povera Fräulein mi faceva dire quando ero bambina mi sussurra il puerile ritmo nell'orecchio; e quella voce piana vince e affoga le grida dei miei disperati desideri. La conosci tu, la piccola orazione dei tre angeli che la notte stanno intorno al nostro letto?
Deh, stendi l'ali sopra il capo mio.
Tieni la mano sulla mano mia.
Tienimi il cuore e non lasciarlo più!
« Per tanti anni ho ripetuto quella preghiera che forse gli angeli l'hanno udita. Ed ora, come posso io venire da te così legata?
« La Chiesa e la Legge, come i due primi angeli, mi tengono prigioniera; e tu sai che la mia piccola anima convenzionale rifugge da ciò che è irregolare e vietato. Ma fossi io libera come l'aria per accorrere a te — il Terzo Angelo rimane. E il Terzo Angelo mi tiene il cuore.
« Anne-Marie è il terzo angelo. Anne-Marie mi tiene il cuore nelle manine candide. Come potrei strapparlo a lei?
« Dimmi tu, dimmi tu! Come potrei lasciarla?
« O allora, come potrei condurla con me? Pensa — pensa e rispondi.
« Caro Selvaggio, io sono una delle « divorate ». Non esisto più. La mia piccola Anne-Marie mi ha divorata. Ed è giusto, ed è bello, ed è santo che sia così. Essa mi ha consumata, e io ne sono lieta. Essa mi ha annichilita e io ne sono riconoscente.
« Poichè è questa l'eterna legge, inesorabile e magnifica: che a queste vite date a noi, la nostra vita devo essere data.
« Ed io — come tutte le madri — estasiata e a ginocchi, dò la mia vita alla creatura inconscia che la esige.
« Ecco: io ricado nell'ombra: la mia corsa non finita, la mia méta non raggiunta, la mia missione non compiuta. Che importa? Ciò che a me fu negato, sarà dato ad Anne-Marie. Mia figlia raggiungerà le vette ch'io non ascesi. Per lei sarà la Gloria ch'io non conquistai.
« O amico e amato mio, alla cui tetra sorte io debbo aggiungere questo dolore: comprendimi e perdona! Nella mia vita non vi è posto per l'amore. La mia vita è tutta turbine ed agitazioni, tutta fretta e furia, tutta ansia e febbri, e treni che corrono, e voci che gridano, e mani che applaudono...
« Non vedi tu la nostra esistenza come in un quadro? Il Pifferaro della Leggenda che turbina, suonando e danzando, davanti a noi. E via, per vette e balze e precipizii, gli vola dietro la piccola Anne-Marie, ebbra di musica, folle di gloria... ed io li seguo, correndo, ansando, palpitando, perdendo nella folle corsa tutto ciò che una volta fu mio, lasciando tutto, tutto dietro di me — i sogni, le speranze, l'Amore...
« L'Amore! l'Amore in questo quadro non è un giovinetto nume, radioso e ridente, coronato di rose e di passione. No. L'Amore è una figura austera, e triste, e solitaria... Oh, caro Selvaggio, io so quanto triste, e quanto solitario tu sei!
« Ma tu comprendimi e perdona! E di' addio. Addio a Nancy ».
E il Selvaggio comprese. E perdonò. E disse addio a Nancy.
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XXIX.
Il chiuso fiore del tempo svolse i suoi petali.
E i giorni lucenti e le notti stellate spinsero la piccola Anne-Marie di trionfo in trionfo. E le versarono flutti di mare negli occhi e flutti di sole sui capelli. Ed ella assurse fulgida come un giglio alla virginea e radiosa gioventù.
Il chiuso fiore del tempo svolse i suoi petali.
E i giorni e le notti versarono il loro crepuscolo su Nancy, e la spinsero indietro nell'ombra dove seggono le madri, con miti labbra che nessuno bacia, con dolci occhi di cui nessuno conta le lagrime.
Ella imparò a scordare. Scordò di essere stata giovane; scordò di essere stata poeta. Scordò di aver saputo un giorno la storia del Giardino azzurro:
La belle qui n'ose
Cueillir les roses
Du jardin bleu.
Il Giardino azzurro della gioventù chiuse pianamente le sue porte dietro di lei; e i fiori che Nancy non vi aveva colti, ora per lei non fiorirebbero più.
Ma per Anne-Marie, quando il tempo fu venuto, si spalancarono i dorati cancelli.
Allora il folle Pifferaro della Gloria la chiamò invano.
Anne-Marie aveva udito un'altra voce — la voce lontana del richiamo d'Amore. Frale e formidabile quell'appello le scuoteva il cuore.
Il Pifferaro gridava: « Vieni! che fai? Vieni! è per di qua la Fama; sei alla porta dell'Immortalità! »
Anne-Marie esitò... ristette. Poi si volse e seguì la voce novella.
E l'Amore le tolse di mano il violino. L'Amore le cinse di tenui fiori d'arancio la candida fronte, sulla quale già, grave e maestosa, la Gloria protendeva l'ombra del serto d'alloro.
XXX.
Per il giorno delle nozze, Giugno — quell'elementare pittore! — aveva spennellato il mondo di striscie azzurre, di chiazze verdi, di sprazzi d'oro.
La carrozza che doveva condurre alla stazione gli sposi aspettava alla porta del loro palazzo, circondata da una folla allegra e impaziente. I cavalli sauri scalpitavano scotendo le criniere. Quando, bionda e ritrosa, in cima allo scalone comparve Anne-Marie a braccio dello sposo, la folla diede un grande grido d'evviva, acclamandola come all'uscita d'uno dei suoi concerti.
La sposina sorrise cogli occhi luminosi, e la graziosa testa sotto al piumato cappello ondeggiò salutando a destra e a manca. Allora, dalla folla, cento mani si stesero verso di lei, ed ella leggiadramente sostò sull'ultimo gradino, e tese le sue mani a tutte quelle mani, e sorrise a tutti quei sorrisi, ringraziando e salutando.
Alto e serio al suo fianco, lo sposo avrebbe voluto farle fretta a salire nella carrozza; ma Anne-Marie, dolce e volontaria, sostava, rispondendo a tutti, ringraziando tutti; dicendo « addio! addio! arrivederci!... addio! »
Il giovane marito la sospinse dolcemente verso l'aperta portiera, e poi come ella con un piede già sul predellino s'indugiava ancora, egli la sollevò per l'esile vita e la mise nella carrozza; poi saltò dentro accanto a lei e chiuse lo sportello.
Spronati e spaventati dagli evviva della folla, i cavalli si lanciarono al galoppo battendo scintille dal selciato. In un attimo furono in fondo alla strada e fuori di vista.
... Nancy era rimasta sola in casa.
Sola. Ritta, immobile in mezzo alla stanza dove l'ultimo bacio di Anne-Marie l'aveva lasciata, ella udiva salire dalla via le acclamazioni e gli evviva. E per un istante si figurò che fosse la fine di un concerto, e che ella ed Anne-Marie salissero in carrozza per tornare a casa. Ecco: la portiera era chiusa, mille visi ignoti sorgevano intorno agli sportelli, ed Anne-Marie, la sua bambina, salutava — prima dall'una finestra, poi dall'altra — agitando le mani, ringraziando, ridendo... I cavalli partivano, ed Anne-Marie ricadeva indietro tra le braccia di sua madre, nascondendole il viso sul petto con un piccolo sospiro di felicità. Ed erano sole, dopo tanta folla e tanto rumore; sole, nella penombra della carrozza piena di fiori. E Nancy sentiva nella sua mano la tiepida manina di Anne-Marie; e ne vedeva diffusi sul suo petto i morbidi capelli biondi... Udiva la dolce domanda puerile, che era come il ritornello d'una canzone: « Ti è piaciuto il mio concerto, Liebstes?... Sei felice, cara mamma mia? »... Poi non si parlava più fino all'arrivo a casa. La casa per loro era sovente un albergo ignoto, in una sconosciuta città di un paese straniero. Ma era sempre « casa loro », perchè erano insieme!...
Ed ora... Nancy era sola. Sola! Il silenzio le sussurrò all'orecchio la terrificante parola.
Sola! Le desolate mura lo ripeterono... Poi l'universo parve urlarlo al suo spaventato cuore.
Nancy si mosse come in sogno e s'avvicinò alla finestra.
La strada era vuota.
La casa era vuota.
Il mondo era vuoto.
Nancy traversò barcollando la stanza, e uscì nel corridoio. Si fermò davanti alla porta chiusa della camera di Anne-Marie. Sporse tremando la mano e aprì l'uscio... Vuota, vuota la chiara stanza ridente!...
Sul letto giaceva, socchiusa, una cassetta da violino: era il Guarnerius del Gesù, abbandonato nella sua piccola cassa da morto.
Nancy si guardò intorno, disperata e convulsa. Dalla parete le sorrideva Fräulein, morta a Parigi qualche anno prima. E sopra il caminetto, tra Joachim e Beethoven, pendeva un piccolo ritratto di Bemolle, tornato umilmente a Praga ad assistere il Professore ormai vecchio, amareggiato, e quasi cieco.
Finito tutto... passato tutto... vano tutto...
E Nancy d'un tratto vide stesa davanti a sè la Vita — la Vita, in tutta la sua iniqua e spaventosa inutilità — la breve, vana, tragica, sonnambulesca corsa dal Nulla al Nulla.
Allora Nancy pianse e gridò — gridò forte, come una creatura ferita, inginocchiata presso la finestra, stendendo al cielo le braccia desolate.
— Anne-Marie, Anne-Marie!... Mio Dio! mio Dio! ridatemela! Fate che tutto questo sia un sogno! Fate ch'io mi svegli a trovare Anne-Marie ancora piccola nelle mie braccia!... Mio Dio, ma che cosa farò io ora? Che cosa farò?...
Nulla.
Non c'era più nulla da fare per Nancy.
Ormai era tardi. La sua creatura era partita. Il suo
Libro era morto. Il Giardino azzurro era chiuso.
LIBRO TERZO.
I.
Anne-Marie si mosse, sospirò — e aprì gli occhi.
La camera era buia e silenziosa. Ma in breve un piccolo suono ritmico e sommesso le giunse all'orecchio, e le parve assai dolce. Era un suono regolare e pacato, come il battito d'un orologio, come il pulsar d'un cuore. Era l'oscillare d'una culla!
Anne-Marie, nel dormiveglia, sorrise; e una immensa pace le invase lo spirito. Il dolce battito ritmico la ricondusse verso il sonno. Essa si sentiva ineffabilmente calma e felice. La vita apriva più vasti portali sopra orizzonti più immensi.
Con un fremito di gioia essa pensò che il breve silenzio del trascorso anno era ormai terminato. Di nuovo la musica fluirebbe dalle sue mani, come un'incantata fontana, sopra il mondo in ascolto.
Il suo violino!... Sotto le chiuse ciglia Anne-Marie lo rivedeva nel pensiero. Rivedeva le curve bruno-dorate della voluta; l'alacre slancio degli « f » nella tavola armonica; e le sensitive corde tese sopra l'agile ponticello: tutto quel perfetto istrumento silenzioso, aspettante il tocco delle sue ardenti dita giovanili, per ridestarsi di nuovo alla vita e al canto!
Soavi lagrime le fluirono nei chiusi occhi. Come lavorerebbe ora! come studierebbe!... Quanti nuovi canti, quante sublimi sinfonie ella creerebbe! Tante cose ella aveva a dire che nessuno ancora aveva detto!...
Ora scriverebbe anche un'Opera — una grande Opera in cui darebbe al mondo una nuova musica, una musica pura, splendida, rigenerata.
Già l'Ispirazione, vaporosa e vaga, le avvolgeva la mente di tenui melodie come mistici nastri diafani... già le battute si allineavano ferme e splendide nel suo pensiero... e gli accordi scrosciavano come fanfare trionfali.
Nel suo cuore la gioia corse come una cosa viva.
Essa vide la vita come un paesaggio di luce steso innanzi ai suoi giovani passi: ella ascenderebbe la bianca via dell'Immortalità, sorretta da un immutabile amore; il Genio le cingerebbe la fronte d'un serto d'astri fiammeggianti — e la musica, la divina Musica che le cantava come una fontana perenne nel cuore, inonderebbe d'armonia il mondo...
La creaturina nella culla aprì gli occhi e pianse: « Ho
fame ».
FINE.