... Menton fleuri, menton fleuri, kikiriki, kikiriki! »
***
Fräulein Müller sedeva nel parco, leggendo. Nancy con una bambola in braccio, sedeva sull'erba ai suoi piedi; e la osservava, divertendosi a veder ballare sul cappello di Fräulein Müller due piume nere che oscillavano come su di un piccolo carro funebre, segnando il ritmo di qualche cosa che Fräulein leggeva.
— Che cosa leggi, Fräulein? — domandò Nancy.
Fräulein Müller continuò a nicchiare col capo e lesse forte, col suo esecrabile accento tedesco, il soave verso di Tennyson:
(Oh, testolina raggiante, affacciatevi,
Soleggiata di riccioli d'oro)!
— Che belle parole, — disse Nancy. — Leggile ancora.
Fräulein ripetè i dolci versi mattinali.
— Torna a leggere, — disse Nancy. — Leggi più lento.
Fräulein ricominciò. E la ragazzina ripetè i versi piano, tra sè.
Poi disse alla governante:
— Continua a dire quelle parole, sempre quelle, finchè ti dirò di smettere.
E Nancy chiuse gli occhi.
— Ma perchè? — disse Fräulein. — Cosa ti viene in mente? — Poi visto che la bimba non rispondeva nè apriva gli occhi, la mite Fräulein Müller, scrollando il capo, obbedì.
... Quella stessa sera Nancy litigò coi suoi amici Bel Popò e Menton Fleuri.
Fräulein, nella penombra della nursery, ripeteva quasi sonnecchiando quei blandi ritornelli, quando al sesto « kikiriki » vide Nancy rizzarsi a sedere nel letto, colle guancie accese e gli occhi saettanti.
— Non dirlo più, — proruppe. — Guai a te se lo dici ancora. Non voglio più sentire quelle stupide cose.
Fräulein, attonita, ammutolì.
— Canta qualcos'altro, — disse Nancy.
Ma Fräulein non sapeva che cos'altro cantare. Tentò due o tre canzonette, con poco successo. Nancy tornò a sedere nel letto:
— Non voglio più sentire quelle parole sciocche che tu dici. Non puoi cantare solo la musica, senza dire le parole?
Fräulein si accinse con le labbra socchiuse a modulare dei suoni incerti, e stava appunto per scivolare nel Beethoven, quando Nancy si rizzò ancora:
— Oh, Fräulein! non far così! Prova a dirmi delle parole senza far quei brutti suoni. Dimmi tante parole, ma che siano belle!, finchè mi addormento.
La povera Fräulein dopo essersi provata a dire tutte le parole che le parevano belle, andò a prendere da uno scaffale un volume di poesia del Lenau; e, aprendolo al « Waldlieder », lesse ad alta voce a Nancy, finchè questa si addormentò.
Le sere seguenti lesse « Mischka »; e poi « L'Atlantica. » Quando ebbe finito il volume del Lenau, prese a leggere le ballate di Uhland. Poi lesse Körner; poi Freiligrath; poi Lessing.
Chi può dire ciò che Nancy udì? Chi sa quali visioni e fantasmi essa portò seco ogni notte? Sulla grande nave stellata dei suoi sogni ora non l'accompagnavano più — blandi e puerili — Bel Popò e Menton Fleuri; bensì salpavano con lei, grandi e strani, i vecchi poeti tedeschi, lungo-chiomati, dagli occhi torbidi, dal senso oscuro, dagli epiteti fulgenti.
Così, ogni sera, durante gli anni della sua puerizia, la piccola Nancy se ne partì per i suoi sonni con la scorta di liriche e madrigali, di sonetti e sirventesi, di odi ed elegie, cullata da ritmi cadenzati e da risonanti rime. E certo in una di quelle sere i poeti gettarono una malìa su di lei. Condussero la sua giovine anima così lontano, così lontano, che non le riuscì mai più di ritrovare la riva.
E Nancy non si svegliò mai completamente dai suoi sogni.
V.
Una notte, nella sua casa a Milano, il vecchio architetto Giacomo Tirindelli — lo zio Giacomo di Valeria — mise sbuffando e brontolando le brevi gambe fuori del letto, e andò nella camera di suo figlio Antonio per vedere se c'era.
Non c'era. Già, suo padre se l'aspettava! Ma non per ciò fu meno indignato al cospetto della stanza vuota e e del letto intatto.
Accigliato e scrollando il capo andò alla finestra ed aprì le imposte. Milano dormiva. Deserta e silenziosa la via Principe Amedeo si stendeva davanti a lui; ogni alterno fanale spento indicava che la mezzanotte era passata. Un melanconico gatto traversò la via, rendendola più vuota con la sua presenza.
Lo zio Giacomo richiuse la finestra, e si diede a camminare in su e in giù nella stanza del figlio assente. Sulle pareti, sui tavoli, sul caminetto, sugli scaffali, stavano delle fotografie: Nunziata Villari, nella parte di « Teodora » in rigide vesti regali. Nunziata Villari nella « Cleopatra », vestita di soli gioielli. Nunziata Villari nella « Margherita Gauthier », in camicia da notte — o così parve ai torvi sguardi dello zio Giacomo. — La Villari da « Norah », la Villari da « Saffo », la Villari da « Francesca »... Più in là, in disparte, un ritrattino da ragazzetta guardava da una vecchia cornice, e sotto alla figuretta rigida, stava una dedica sbiadita: « Al caro Antonio, la sua cugina Valeria ».
Lo zio Giacomo si fermò con un sospiro davanti al ritratto della sua nipote prediletta, ch'egli aveva un giorno sperato di chiamare figlia.
— Stolta creatura, — brontolò, fissando il gaio visino vacuo, — stolta creatura che è andata a sposare quel pover'uomo d'inglese, quando poteva invece sposare quel cretino ingrato di mio figlio!
Qui un altro profilo di Nunziata Villari gli saltò agli occhi, e poi ancora Nunziata Villari tutta capigliatura e sorriso...
Egli ebbe il tempo di imparare a memoria ogni lineamento di quella strana faccia ardente, prima che il portone di casa si aprisse e i rapidi passi di suo figlio echeggiassero sulla scala.
Antonio, che già dalla strada aveva visto il lume in camera sua, entrò con baldo sorriso.
— Ciao, papà! Perchè non sei a letto?
Accolse l'inevitabile contro-domanda con una scrollatina di spalle e un gesto d'ambe le mani un po' meridionale (un gesto che piaceva tanto a Theodora!).
— Ma babbo mio! io ho ventitrè anni, e tu... no. — E battè con gesto affettuoso e irritante sulla spalla tonda di suo padre.
— « Jeune homme qui veille, vieillard qui dort, sont tous deux près de la mort », — citò suo padre, tetro e severo.
— Eh, babbo mio! — E Antonio rise (di quel suo riso arguto e sottile che Cleopatra trovava irresistibile!). — Se la vita è breve, che sia almeno bella! — E accese una sigaretta.
Giacomo fremeva. Aveva anche freddo ai piedi, e la sua veste da camera gli era stretta. Suo figlio, gaio e soddisfatto di sè, lo esasperava.
— Non ti vergogni? — disse additando drammaticamente le file di fotografie. — Quella vecchia commediante cinquantenne...
— Scusa, — trentottenne! — corresse Antonio, mettendosi a sedere nell'unica poltrona.
— Una marionetta, un'arlecchina, che ogni facchino di piazza può andare a contemplare a piacer suo per cinquanta centesimi! Una donna di cui il marito, piuttosto che starle vicino, è scappato in capo al mondo...
— Scusa, in America, — interpose Antonio.
— ... colla cuoca! — E lo zio Giacomo emise un grugnito d'indignazione.
— Temo infatti che Nunziata faccia una esecrabile cucina, — disse Antonio, inarcando le sopracciglia e sporgendo le labbra per soffiarne il fumo a cerchietti (nella maniera che Phaedra trovava così suggestiva!).
— Insomma, basta così, — disse suo padre. — Sono venuto per dirti che partiamo domani per l'Inghilterra. Régolati.
— Per l'Inghilterra? Domani? Ma cosa dici? — Antonio era scattato in piedi. — Ma tu sei matto, babbo mio! O fai per scherzo?
Come vide che suo padre aveva l'aria poco scherzosa, continuò, agitato:
— Ma cosa ti viene in mente di voler andare in Inghilterra?
Giacomo tentennò l'irta testa arruffata.
— Ho telegrafato avant'ieri; dopo un certo discorso che mi ha tenuto tua cugina Adele...
— Quella viperetta gelosa, — mormorò Antonio.
— ... Sul conto di questa... Signora, — e Giacomo accennò col mento alle inconscie ed arridenti Nunziate Villari. — Ho telegrafato, come dico, a Hertfordshire, dicendo a tua cugina Valeria...
— Ah! Valeria! adesso capisco, — disse Antonio con un risolino sarcastico.
— Precisamente. Ho telegrafato a Valeria che venivamo a trovarla. Ed ella ha risposto che ne era felicissima, e che sua suocera ne era felicissima, e che tutti erano felicissimi. Dunque partiamo. E subito. E staremo in Inghilterra tre mesi, sei mesi, dieci anni, finchè non ti sarà passata questa mattana.
— Sì, sì; tu pensi ancora a Valeria, lo so, — disse Antonio ridendo. — Oh, babbo, babbo! sei un incorreggibile sognatore! Non è mai stato che un sogno quel tuo desiderio di tanti anni fa. Valeria era tutt'occhi per il suo Inglese, allora. Ed ora che è morto sarà tutta lagrime per lui. Vedrai! — Si avvicinò alla corta ed irata figura paterna e gli mise un braccio intorno al collo. — Sta qui, papà, sta qui. Pensa al viaggio, come è incomodo. Resta e goditi la tua buona vita calma.
Ma suo padre non voleva saperne di restare nè di godere. Afferrò il suo candeliere e se ne andò crollando la testa e perdendo per via una pantofola, e facendo sgocciolare la cera per tutto il tappeto nel chinarsi a raccoglierla. Offeso e sdegnato se ne tornò a letto. Oh, per dio Bacco, finalmente leggerebbe in pace il suo « Corriere »!
Ma tuttavia stava in ascolto per sentire se la porta di casa si riapriva ancora.
Si riaprì.
Battevano le due del mattino quando Antonio svoltò per la via Monte Napoleone; e il portinaio del 37 lo fece aspettare dieci minuti prima di aprirgli la porta.
E Marietta lo fece aspettare quindici minuti sul pianerottolo prima di aprirgli l'uscio. E la signora lo fece aspettare quindici eternità prima di comparire, leggiadra e spaventata, drappeggiata in raso bianco, e coi capelli puntati « n'importe comment » — o quasi — sulla graziosa testa.
Antonio le prese le mani baciandole, premendole sui suoi occhi, dicendole che partiva domani! No, non domani! oggi, oggi stesso! tra poche ore, per sempre! per l'Inghilterra! per l'orribile, gelida Inghilterra! E lei, che cosa farebbe? lo tradirebbe? Sì, certo, lo tradirebbe! Perchè era una infame, perchè era perfida, e lui lo sapeva! Ed era meglio morire subito tutt'e due, e farla finita!
Nunziata gettò il piccolo grido della « Lucrezia », terzo atto, e si scostò da lui col brivido del secondo atto della « Marguerite Gauthier ». E indietreggiò a scatti come nella « Fedora », e finalmente gli si precipitò sul petto come nella « Francesca ». Gli sussurrò all'orecchio cinque parole. Poi lo mandò a casa. Chiamò Marietta che le sciogliesse i capelli, e Marietta le rifece la treccia, e mise via il resto che non occorreva, e le diede la lanolina per la faccia. E la signora si mise a letto come Nunziata Villari d'anni trentotto. Antonio ancora non turbava i suoi sonni.
Ma Antonio rifece la sua strada per le vie notturne, ripetendo come in sogno le cinque magiche parole: « Londra — in maggio — dodici rappresentazioni! » — Ed era marzo!
— Basta! — pensava Antonio, — in qualche modo vivrò durante questi atroci due mesi. Aber fragt mich nur nicht wie, — aggiunse tra sè; perchè sapeva abbastanza il tedesco per poter citar Heine nell'originale. Aveva anche letto la « Jungfrau von Orleans » per poterne parlare con la Villari quando studiava quella parte. La Villari amava discutere le sue parti con lui e si divertiva a provare su di lui gesti ed atteggiamenti che le dovevano poi servire in teatro. Egli non se ne avvedeva, e vibrava a tutte le fantasticherie di lei come vibra un violino che si tiene tra le mani, al suono d'un altro violino. Quando ella imparava la « Maria Stuarda » egli fremeva tutto di eroiche aspirazioni. Egli si sentiva trasformato in Roberto Dudley e sognava una vita eroica e un'epica morte.
Quando Nunziata si preparava ad interpretare « Clorinda », studiandosi di adottare linea e posa di quella celebre avventuriera, Antonio fu d'un tratto scettico e corrotto, e per tre settimane suo padre tremò e soffrì, vedendolo passar le notti fuori di casa, e udendo dire che giocava come un forsennato alla « Patriottica ». E fu peggio quando la Villari studiò la « Messalina » assumendone, per esercitarsi, le teorie e le attitudini. Antonio ebbe allora un periodo di estrema demoralizzazione e di completo pervertimento. Ma durante le sei settimane in cui Nunziata cinse la sua mente dei candidi lini della « Samaritana », egli ridiventò spirituale e puro, rinunziò alla Patriottica, al gioco, alle notti scarlatte, e andò ogni mattina alla prima Messa in Duomo.
— Che strano figliolo siete voi! — gli disse la Villari. — Uno di questi giorni farete qualche grande sciocchezza. — Poi soggiunse, materna: — Perchè non lavorate?
— Non lo so, — replicò Antonio. — Forse perchè vivo in un ambiente falso. Non si ha tempo di far nulla. Dopo la trottata della mattina, è ora di colazione; e dopo colazione si legge, si fuma, si esce; poi è l'ora delle visite: la marchesa Dina vi aspetta ogni lunedì, la Navarro ogni martedì, la Della Rocca ogni mercoledì... e così via. Poi è l'ora di pranzo, e l'ora del teatro, e l'ora di andar a letto. Et voilà!
— Peccato! — disse la Villari, benevolmente materna, scordando per il momento di essere Messalina o Francesca o Fedora. — Non avete carattere. Siete buono; siete decorativo; non siete stupido. Ma avete, come si potrebbe dire, il naso fatto di pasta frolla, di pasta frolla cruda, che ognuno può prendere e far girare in qua e in là. Ahimè! Voi soffrirete molto; o farete molto soffrire. Ah sì, certo, farete soffrire... I nasi di pasta frolla, — soggiunse Nunziata gravemente, — sono fonti di pianto.
Lo zio Giacomo non era uno che avesse il naso di pasta frolla. Quindi, per quanto odiasse i viaggi, per quante cose perdesse nei treni e dimenticasse sui battelli, e per quanto la sua presenza fosse pressochè indispensabile nel suo studio dove si ammucchiavano progetti e disegni di ponti ed edifici, tuttavia egli aveva deciso di partire e partirebbe. Spedì sua figlia Clarissa, una personcina briosa e disinvolta, in un collegio a Bruxelles; disse addio alla sorella Carlotta e alla nipote Adele — e affannato e incollerito si arrampicò nel treno di Chiasso, seguito dall'imperturbabile Antonio.
Anzi Antonio pareva rallegrarsi del viaggio a tal punto, che suo padre, appena in treno, si chiedeva rabbiosamente perchè diamine fossero partiti! Che la storia narratagli da Adele riguardo all'infatuazione di Antonio per l'attrice fosse tutta una fandonia? Già le donne esagerano sempre! In ispecie Adele...
Giacomo osservava con ira crescente suo figlio.
Antonio dormiva, mentre lui stava sveglio. Antonio mangiava, mentre lui aveva nausea. Giunti a Folkestone, Giacomo, che non sapeva d'inglese che « rosbif » e « The Times », era frastornato e affranto. Ma Antonio, ilare e baldo, arricciandosi i baffetti, faceva occhi lunghi e languidi alle ragazze inglesi, che con rapido sorriso lo guardavano, e poi passavano in fretta, fingendo di non averlo veduto.
VI.
A Charing Cross Valeria e Edith, graziose, snelle e timide, li aspettavano.
Valeria, alla vista del suo vecchio zio Giacomo, gli si gettò con latina espansività tra le braccia; mentre la anglosassone Edith, bionda e rigidetta, cercava di non vergognarsi troppo delle voci alte e degli abbracci senza ritegno che prodigavano i nuovi arrivati, incuranti della gente che li guardava sorridendo.
Più tardi, quando furono tutti e quattro installati nel treno che li portava a Wareside, nell'Hertfordshire, Edith si abbandonò interamente al piacere di osservare i gesti dello zio Giacomo e gli occhi del cugino Antonio, che Valeria chiamava « Nino ». Egli disse ad Edith che lo chiamasse Nino anche lei, e le parlò in una lingua che egli chiamava « banana-english ».
Ed egli era così divertente che Edith rise e rise, finchè le venne la tosse, e tossì e tossì fino alle lagrime. Allora tutti dissero che non si riderebbe più. Fu un viaggio delizioso.
Quando il treno si fermò alla placida stazione campestre di Wareside, scesero e trovarono la signora Avory colla piccola Nancy ed il nonno ad aspettarli.
E vi furono nuovi saluti e nuovi abbracci. E quando, in due carrozze, arrivarono al portico della Casa Grigia, ecco sul limitare anche Fräulein Müller ad accoglierli, tutta rossore e ritrosia, col suo vocabolario italiano sotto il braccio.
Presero il thè molto allegramente, tutti parlavano in una volta, anche il vecchio nonno, che continuava a domandare: « Ma chi è questa gente? Ma chi sono queste persone? » rivolgendo la sua domanda soprattutto allo zio Giacomo, il quale, del resto, non comprendendo una parola d'inglese, gli sorrideva, rispondendo: « Yes. »
Verso sera la piccola Nancy, eccitata e piangente, dovette essere mandata a letto; e anche la signora Avory si ritirò col mal di capo. Ma Fräulein sostenne una conversazione animata collo zio Giacomo; e Nino sedette al pianoforte e cantò delle canzoni napoletane a Valeria ed Edith, che tenendosi abbracciate coi visi vicini, lo ascoltavano rapite.
Seguirono giornate incantevoli; giornate di tennis e di golf, di croquet e di « garden-parties », con le belle ragazze dello Squire e gli impacciati figli del Vicar. La signora Avory vedeva appena alla sfuggita Valeria ed Edith, che uscivano correndo la mattina, e rientravano in fretta e furia a cambiarsi le vesti e a prendere racchette o « golf-sticks ».
Lo zio Giacomo frattanto girellava pel giardino, con la Fräulein, dandole dei consigli sul modo di coltivare i pomodori, e meravigliandosi che gli inglesi non mangiassero mai maccheroni.
— Nè « Knoedel », — diceva Fräulein.
— Nè risotto, — diceva lo zio Giacomo.
— Nè « Leberwurst », — diceva Fräulein.
— Nè cappelletti al sugo, — diceva lo zio Giacomo. E a tale pensiero egli si sentiva struggere di nostalgia.
Un giorno anche Valeria ebbe un accesso di nostalgia, di nostalgia acuta e straziante. Era precisamente il giorno del torneo di tennis — una giornata d'oro e d'azzurro che rammentava l'Italia. Nino, guardando Edith, le aveva detto:
— Il cielo è un plagiario. Ha copiato sfrontatamente il colore degli occhi di Edith... Non ti pare, Valeria?
E Nino, rivolto alla cugina, aspettava sorridendo la risposta.
— Sì, — rispose Valeria.
— Sono occhi che ricordano il lago di Como, — aveva continuato Nino. — Che limpidezza azzurrina!... Non è vero, Valeria?
— Sì, è vero, — disse Valeria.
Al tennis Edith, diafana e leggiera, volava come una saetta, giocando all'impazzata, ridendo tra i flavi capelli scomposti; ed aveva le guancie rosate — diceva Nino — come il cuore di una conchiglia.
Alla sera Edith si abbandonò in una seggiola a dondolo, ed era pallida e dolce, che pareva una farfalla stanca.
— Non è vero, Valeria? — disse Nino. E Valeria disse:
— E' vero.
E fu allora che Valeria sentì una grande nostalgia. Che altro poteva essere lo struggimento che provava? Certo, certo era di nostalgia che soffriva: aveva bisogno di vedere il sole d'Italia, di udire delle voci italiane, di trovarsi in mezzo a gente dai gesti facili, dagli occhi neri, dai capelli neri. Ah! sopratutto dai capelli neri! Non poteva più vedere queste capigliature bionde... le facevano male agli occhi. E Valeria si coprì il viso, con un piccolo singhiozzo soffocato.
All'indomani, il secondo del torneo, la nostalgia crebbe ancora; divenne insopportabile. Si prendeva il thè nel giardino del Vicar; Valeria aveva per vicino un giovane che, offrendole dei biscotti, le diceva che per il mese d'aprile faceva abbastanza caldo; e che l'anno scorso a quest'epoca faceva più freddo.
Intanto, di là del prato, Valeria vedeva Nino, che rideva, rideva suonando su una chitarra che gli avevano prestato, degli accordi col cucchiaino da thè.
Edith e due altre giovinette gli stavano vicino: le loro tre teste bionde splendevano al sole.
A un tratto Valeria sentì che odiava l'Inghilterra, che odiava la gente che le stava attorno, e che le conversazioni sul tempo, sul thè, sul tennis la farebbero impazzire. I suoi occhi neri si posavano su Nino e su quelle tre teste bionde inclinate verso di lui, splendenti in tre diversi toni d'oro. Ardenti lacrime le punsero gli occhi.
Quella sera, mentre lei ed Edith si svestivano nelle loro camere, ch'erano attigue, Edith chiacchierava garrula e gaia.
— Dio, come è bello il mondo! Come tutto è divertente!
E la fanciulla si tolse le forcelline dal capo e scosse la chioma, che le si svolse come un serpe di luce sulle spalle.
— La vita è una deliziosa istituzione. Non trovi, Valeria?
Dalla camera vicina non giunse risposta, e Edith, un po' sorpresa, s'affacciò a guardar dentro. Valeria giaceva sul letto con la faccia nascosta nel guanciale. Era ancora vestita del suo abito rosa della serata.
— Valeria! cara! che cosa è accaduto? — domandò Edith, chinandosi a baciarla.
— Oh! io odio tutto! ho orrore di tutto! — singhiozzò Valeria, — quello stupido tennis, quelle stupide ragazze, che sempre ridono, ridono, ridono...
— Ma, mi pare che abbiamo riso anche noi, — disse Edith. — A me par di aver riso tutto il giorno. E anche Nino non ha fatto altro!
— Già, Nino! — E Valeria si rizzò, lagrimosa e sdegnata. — Anche lui è stupido, anche lui ride per niente... In Italia — singhiozzò — non rideva mai! In Italia non si ride così, stoltamente, per far vedere i denti e fingere di essere vivaci.
Edith, attonita e muta, rimase a lungo contemplando la sconsolata figura di Valeria. E rifletteva. Poi d'un tratto si chinò, e baciando la cugina disse:
— Cara, non piangere, non piangere più.
Valeria, che aveva già smesso di piangere, ricominciò da capo. E pianse più forte quando, alzando gli occhi, vide il fuoco pallido della chioma di Edith, scintillante intorno al dolce viso, e i due piccoli laghi di Como soffusi di limpido pianto. Si baciarono ripetutamente, appassionatamente, e ciascuna disse di sè che era sciocca e che non piangerebbe più, eppoi ripiansero; e si ribaciarono; e andarono a letto.
E Valeria si addormentò.
Ma Edith, nel buio pensava.
Edith si alzò prestissimo l'indomani, e condusse Nancy a cogliere le primule nei boschi. Fu così che Nino e Valeria dovettero andare soli al tennis. Una ragazza grassa e torpida prese il posto di Edith nel torneo. Valeria rise tutta la mattina.
Edith e Nancy arrivarono in ritardo per il « lunch »: tutti erano già a tavola. Quando comparvero, la signora Avory diede un'esclamazione di sorpresa alla vista di Edith: e anche Nino la guardò, meravigliato.
— Ma, Edith mia, — disse sua madre. — Che cosa hai fatto? Come ti sei conciata?
— Conciata? — disse Edith ridendo. — Ma come? se questa è la famosa pettinatura « à la Klaus » che si usa nella Germania del Nord! Vero, Fräulein? E' Fräulein che me l'ha insegnata.
Valeria si era fatta rossa e disse con voce un po' tremante:
— Ma, Edith, non dovevi lasciarti tirare indietro i capelli a quel modo. Non so cosa pare...
— Pare una torta, — disse la piccola Nancy. — E a me piace molto.
La signora Avory sorrise.
— Ma cosa ti viene in mente, Edith? E perchè ti sei messa quell'orrido vestito color tabacco, che ti ho detto di non portar più?
Ma Edith, invece di rispondere, parlò della passeggiata nel bosco; e poi Nino raccontò del tennis...
E così Edith adottò la pettinatura della Germania del Nord. Non volle più andare al tennis perchè le faceva venire un dolore in una spalla; e andò ogni giorno, sola con Nancy, a fare delle lunghe passeggiate.
La piccola Nancy era un'adorabile compagna. Poco a poco Edith si trovò ad aspettare con lieta impazienza l'ora della passeggiata giornaliera; le piaceva sentire la calda dolcezza di quella manina fidente stretta alla sua, e la garrula voce di allodoletta al suo fianco.
Nancy faceva poche domande. Preferiva non sapere tante cose. Non le piacevano più i fuochi d'artifizio da che, una volta, ne aveva visti di giorno, avvolti in carta dentro ad una cassetta. Ma come! Non erano dunque i bambini delle stelle?
Tutte le definizioni di cose e di fenomeni che Fräulein le faceva, urtavano la sua fantasia quanto l'accento tedesco di Fräulein le feriva l'orecchio.
Se Nancy diceva: « Che belle nuvole rosse! » Fräulein subito cominciava:
— Sai che cosa sono le nuvole?
— No, no! — gridava Nancy. — Non so, e non voglio sapere. — E correva via per non sentire.
Ma i diciassette anni di Edith e le otto primavere della piccina s'accordavano armoniosamente: l'aurora dell'anima di Nancy, avvivata da presaga fiamma, urgeva a più rapido mattino; mentre la breve giornata di Edith, già oscurata da un invisibile gelo, volgeva alla sua fine prima ancora di giungere al meriggio.
Così le due anime fanciulle s'incontravano, e il loro amore saliva concorde come l'unirsi vivido e puro di due fiamme.
Fu la domenica di Pasqua che Fräulein apparve, in ritardo e senza Nancy, al lunch. Fräulein si scusò.
— Nancy non viene. E' in giardino a scrivere una poesia. Dice che non vuol mangiare.
La signora Avory rise, sorpresa. Nino disse:
— Si può sapere di che cosa tratta la poesia?
— Ma mi pare — disse Fräulein — che si tratti della sua bambola spezzata e del suo canarino morto.
— Ma come? Il canarino è morto? — esclamò Valeria. — Bisognava dirmelo.
— E la bambola è rotta? Ma gliene compreremo subito un'altra, — disse la signora Avory, molto agitata.
— Ma non è... non sono... non è vero... — spiegò Fräulein confusa. — Soltanto Nancy dice che non può scrivere poesie su cose che non siano spezzate e morte.
Il vecchio nonno, che ora parlava di rado, alzò il capo e disse lugubremente:
— Spezzate e morte... spezzate e morte...
E continuò, durante tutto il pasto, a ripetere cupamente quelle parole. Ci vollero alla fine molte sgridate e carezze per farlo smettere.
Quando apparve Nancy tutti vollero sapere della sua poesia, e, ridendo ed arrossendo, la bimba tolse dalla tasca un foglietto e lo diede a Edith.
Edith lesse ad alta voce e con molta commozione i tre brevi versi. Valeria ne improvvisò una traduzione italiana per lo zio Giacomo e per Nino; poi volle leggerli forte Valeria, e poi vennero letti di nuovo con molta espressione da Edith; e ancora una volta da Valeria. Poi da Fräulein. Poi di nuovo da Edith, e ancora una volta da Valeria. Tutti risero e piansero, e Valeria abbracciò tutti.
Nancy era un genio! Già, lo avevano sempre detto! Lo zio Giacomo sostenne che l'ingegno poetico proveniva dalla famiglia di suo fratello; cosa che parve offendere molto la dolce signora Avory. Edith, per cambiar discorso, chiese a Nancy:
— Ma come t'è venuto in mente di scrivere dei versi?
— Oh Dio! e se non potesse scriverne mai più? Ho sentito dire che è capitato una cosa simile ad un poeta, che poi non è diventato poeta, perchè appunto...
Ma Nancy non parve preoccupata di ciò.
— Potrei scriverne subito degli altri, — disse disinvolta e gaia.
Fu un coro di acclamazioni.
— Scrivi, — disse Edith, — e di' come hai fatto a fare la poesia di stamattina!
Allora la piccola Nancy, ridendo e arrossendo, nervosa ed incantevole, improvvisò sul taccuino di Fräulein:
I chased the fluttering birds:
The winging, singing things I caught —
Were words!
Where the red creeper climbs,
The vagrant, fragrant things I plucked —
Were rhymes!
A questo punto Nancy alzò gli occhi, mordendosi il labbro.
— « This morning — in the what? » Non trovo la parola.
— « In the garden », — suggerì Valeria.
— L'ho già detto! — - E Nancy aggrottò le ciglia.
Lo zio Giacomo suggerì « kitchen », e gli venne intimato di tacere.
Edith disse:
— « Woodland », — e questa parola venne adottata.
Ma poi Nancy scoprì che voleva una cosa tutta diversa, e che aveva bisogno di una rima per la parola « verse. »
— « Terse », — disse Edith.
— « Curse », — disse Nino.
— « Disburse », — disse Fräulein.
— Oh, — esclamò la piccola poetessa, — « that is not poetic, but rather the reverse! »
— « Purse », suggerì Nino.
— « Hearse », — pronunciò il nonno cupamente.
— « We go from bad to worse », — esclamò Nancy, ridendo, e tutte le fossette le si incavarono rosee nelle guancie. — State zitti un momento!
— Che « birdlings? » — disse Fräulein.
— Ma i « birdlings » sono le parole... l'ho già detto, — disse Nancy.
Tutti avevano l'aria vaga e incerta.
— Ma sì, non vi ricordate? « The winging singing things I caught, were words », — spiegò Nancy.
— Ma perchè li vuoi mettere in gabbia? — chiese Fräulein, che aveva una mente ordinata.
— Ma perchè... perchè... — fece Nancy affrettatamente, fabbricando le sue ragioni mentre le spiegava, — le parole non si devono lasciar volare attorno, come vogliono; si devono prendere, e rinchiudere nei versi... nelle righe... Non so come dirlo...
— Vuoi dire nel ritmo? — disse Edith.
— Che cos'è il ritmo? — chiese Nancy.
— La misura, il tempo... come nella musica.
— Sì, sì, così voglio dire, — esclamò Nancy. — Le parole vanno imprigionate nel ritmo, come degli uccelletti in gabbia.
— I fiori sono le rime, s'intende, — spiegò Nancy, colle guancie vermiglie e brandendo la matita con gesto trionfale:
The rambling, scrambling things I write —
Are verse!
— Ma brava! Ma splendido! Ma magnifico! — gridarono tutti. E lo zio Giacomo e Nino applaudirono battendo le mani lungamente, come se fossero a teatro.
Quando smisero, la signora Avory disse:
— Quelle ultime righe mi piacciono meno. Non si capiscono bene. Ma naturalmente, in poesia questo non importa.
E tutti furono d'accordo con lei, che per la poesia tutto va.
La signora Avory era anche del parere di far venire da Londra tutti i giorni un poeta che desse lezione sul serio a Nancy; e Fräulein si dilungò in molti particolari riguardo alle Case Editrici che pubblicavano dei versi, e poi non li pagavano. Aveva sentito dire che spesso in Germania gli editori facevano così. E anche in Italia...
Da quel giorno in poi l'ispirazione di Nancy fece legge in casa. Quando essa entrava in una stanza tutti tacevano per non turbare le sue idee. Anche la colazione e il pranzo dovevano aspettare finchè Nancy non assicurasse tutti che aveva finito di pensare.
Quando Nancy aggrottava le ciglia, e si passava con un piccolo gesto rapido che le era famigliare una mano sulla fronte, Edith in punta de' piedi andava a chiudere porte e finestre, perchè nessuno venisse a disturbare la piccola poetessa, o a far prendere il volo a una sola farfalla della sua fantasia. Valeria in estatica ammirazione si aggirava pianamente all'intorno, per lo più seguita da Nino. E Fräulein Müller, seduta in biblioteca, leggeva ad alta voce dei lunghi brani di Dante allo zio Giacomo, non curandosi che egli dormisse o no; lo faceva, come essa stessa scriveva nel suo giornale « a) per esercitarmi nell'italiano — b) perchè aleggi sempre in casa lo Spirito della Poesia. »
Soltanto il nonno che non capiva perchè ci fosse tanto silenzio e tanta irregolarità nei pasti, vagava lugubremente per la casa, e si era messo in mente che qualcuno era morto. Lo si vedeva girare nei corridoi, aprire le porte e guardare nelle stanze per vedere chi fosse. E faceva venire i brividi freddi alla signora Avory, domandandole ogni tanto all'improvviso:
— Chi c'è di morto in questa casa?
VII.
Frattanto, a Milano, Nunziata Villari si preparava a partire per Londra e faceva perder la testa a Marietta colla premura e la confusione che portava attorno ai bagagli. Pensando al suo amico Antonio ella — per citare un suo breve monologo — bolliva.
— « Bollo! » — diceva lei.
Infatti Nino, che le aveva scritto due volte al giorno durante la prima settimana di assenza, le aveva poi scritto ogni due giorni durante la seconda settimana; una sola volta nella terza settimana; e nella quarta, e nella quinta — che era questa — non aveva scritto affatto.
— Qualche sbiadita inglese, — pensava Nunziata, — gli avrà fatto girare per l'altro verso quel naso di pasta frolla.
E in tali pensieri essa sgridava Marietta per tutte le cose che aveva messo nei bauli, e per tutte le cose che non vi aveva messo, e per il modo in cui erano state messe.
Ma la Villari sbagliava; nessuna sbiadita inglese aveva distolto da lei il naso di pasta frolla di Nino. Edith che, volendo, lo avrebbe potuto, aveva preferito trafiggere quella passione nascente con la forcellina che le fermava anti-esteticamente sul capo la comica pettinatura della Germania del Nord. Lo aveva abbandonato e trascurato per andar con Nancy a cogliere le primole nei boschi; con Nancy, di cui l'amore era l'amore proprio all'infanzia: il cieco e chiaroveggente amore che non deriva nè dalla morbidezza d'un ricciolo, nè dal roseo d'una guancia, nè dallo sfavillìo d'un sorriso.
Nino, lasciato a sè stesso, e guardandosi attorno nell'istintiva ricerca di emozioni, aveva incontrato gli occhi profondi di Valeria fissi su di lui.
E d'improvviso si era ricordato del desiderio di suo padre. Sì; questa sua cuginetta era stata destinata alle sue braccia fin da quando erano bambini entrambi. Se il Fato non fosse entrato nella loro esistenza sotto la forma di Tom Avory, biondo e placido, che dipingeva quadri, citava poeti, li conduceva in barca sul Lago Maggiore — ecco, questa bruna testolina graziosa che Nino contemplava gli avrebbe posato sul petto, la piccola mano, le gracili spalle, il viso sottile, tutto ciò sarebbe stato suo per sacro diritto.
Guardandola da questo punto di vista, Nino sentiva che in fondo egli l'aveva sempre amata! Anzi, non aveva mai amato altri che lei! Pensando così era sincero. Aveva completamente scordato il breve e violento capriccio avuto anni fa per l'altra sua cugina, Adele. Anche la passione — più grave e più duratura — per la Villari, gli era uscita dal cuore e dalla memoria.
Adele? Non esisteva più! La Villari? Era a Milano. E qui, davanti a lui, stava Valeria con la sua testolina bruna e le sue fossette.
— Cuginetta, — diss'egli, col respiro un po' rapido. — Oggi è il primo giorno di maggio. Cosa facciamo in casa? Usciamo!
Valeria ripiegò il suo lavoro, e corse su a prendere il cappello. Passando davanti alla stanza di studio udì delle voci gaie, e spinse l'uscio per guardare. V'erano Nancy ed Edith. La piccina con un foglietto in mano e gli occhi ispirati, leggeva dei versi ad Edith, che si chinava verso di lei.
— « My darlings! » vado fuori con Nino, — disse Valeria. — E tu, Edith, non vuoi venire?
— Oh, no... c'è' troppo vento, — disse Edith. — Sai bene, il vento mi toglie il respiro e mi fa tossire. E poi, Nancy non può stare senza di me.
— Oh, no, no, — disse Nancy poggiando il visetto sorridente alla spalla di Edith. — Non posso stare senza di lei.
Valeria rise mandando un bacio a entrambe; poi uscì nei campi con suo cugino.
... La stanza di studio era attigua al salotto, dove la signora Avory stava a ricamare; e oggi il nonno le sedeva vicino e la guardava. Tacevano entrambi.
Dopo un lungo silenzio il nonno parlò.
— La tosse di Sally peggiora, — disse.
(Le Parche filavano. « Ecco un filo nero », disse l'Una. « Intessilo nella trama », disse l'Altra. E la Terza aguzzò le forbici).
— La tosse di Sally peggiora! — ripetè il nonno.
La signora Avory alzò gli occhi dal suo ricamo.
— Zitto, zitto, papà! — disse, scotendo la testa in aria di rimprovero.
— Ho detto che la tosse di Sally peggiora, — ripetè il vecchio. — Tutte le notti la sto ad ascoltare.
— Ma no, ma no, non parlar così, — disse la signora Avory. — Sai bene che la povera Sally riposa in pace da gran tempo. Non è Sally che senti. Forse parli di Edith, che ha un po' di raffreddore.
— Io conosco la tosse di Sally, — sentenziò il vecchio.
La signora Avory depose il lavoro, intrecciando le mani in grembo. Un lento brivido le passò nelle vene, e l'avvolse tutta come d'un lenzuolo bagnato.
— Sally è la mia nipotina prediletta, — proseguì il vegliardo, crollando la testa bianca. — Ah! povera piccola Sally! povera piccola Sally!
La signora Avory, immobile, lo guardava. Un terrore senza nome, un terrore lento, gelido, s'insinuava come una serpe nel suo cuore.
— Edith! E' Edith... che tosse un poco, — sussurrò.
— E' Sally! — gridò il vecchio, rizzandosi in piedi. — Io ricordo la tosse di Sally, ed ogni notte la odo.
Seguì un silenzio profondo. Poi nella stanza vicina, Edith tossì.
Il vecchio venne vicino, vicino a sua nuora. Era livido e terribile.
— Ecco: — bisbigliò. — Ecco! hai sentito? Questa è Sally. E voi da tanti anni mi dite che è morta!
La signora Avory si levò. Nei suoi tragici occhi passava la visione spettrale dei suoi figli morti, straziati tutti, dilaniati tutti dal Male orrendo che si accovacciava nei loro petti, che scivolava, subdolo, nelle loro gole, che balzava su di loro e li strozzava appena giungevano al limitare della giovinezza. Ed ora, dunque, anche Edith? Edith, l'ultima nata del suo cuore?... Alzò gli occhi vacui di Mater Dolorosa al volto dell'avo; poi cadde svenuta davanti a lui, con la testa grigia ai suoi piedi.
Fuori, nei campi costellati di margheritine, Nino aveva preso con aria di padronanza il braccio di Valeria.
— Cuginetta, — disse, — ti ricordi come io ti amavo, quando avevi dodici anni? E tu mi schernivi!
— E' vero, — disse ridendo Valeria. — Ma come ti amavo io quando avevo quattordici anni. E tu mi sprezzavi!
— Ma dopo... — riprese Nino, — come io ti adoravo quando ne avevi diciotto! E tu mi scacciasti!
Valeria lo guardò con occhi timidi.
— Ed oggi tu hai ventisei anni; ed io ne ho già ventisette e mezzo.
— Così è. Come sei giovane! — E Nino rise. — La donna che amo ha trentotto anni.
Valeria si fece pallida, poi una vampa rosea le soffuse il volto; e rise, mostrando tutti i denti bianchi e tutte le fossette.
— Che dici? Trentotto anni? quasi quaranta? Io non ci credo.
— Quasi quasi non ci credo neppur io, — disse Nino, ridendo. — Forse non sarà vero! — E si chinò con fare deciso ed autoritario e la baciò sulla guancia.
(Può darsi che nella lontana biblioteca della Casa Grigia lo zio Giacomo con l'orecchio astrale udisse la confortante asserzione di suo figlio? Certo è che la Fräulein, alzando gli occhi dal trentacinquesimo Canto dell'Inferno, credette di vederlo blandamente sorridere nel sonno).
— ... Sei proprio sicuro, Nino, — disse Valeria, dopo avergli con grande difficoltà perdonato quel bacio, — sei proprio sicuro che quella che tu ami non abbia... diciasette anni appena?
E Valeria, mordicchiando un filo d'erba colla testa inclinata sull'omero, gli lanciò di sotto alle ciglia uno sguardo malizioso.
Nino si fermò, sorpreso.
— Chi? Che cosa vuoi dire? Chi ha diciassette anni? — domandò.
— Edith, — sospirò sottovoce Valeria. — Ho creduto... mi pareva...
— Ah no, — esclamò Nino crollando il capo. — Non Edith! Povera creatura!
Poi si chinò rapido e le baciò la bocca socchiusa, prima assai che ella se lo aspettasse.
— Perchè hai detto di Edith « povera creatura? » — chiese Valeria, dopo avergli anche stavolta perdonato.
Nino si rabbuiò. Con aria grave si picchiò leggermente le dita sul petto:
— Ho paura... sai...
— Cosa?... cosa?... — e Valeria si sentì impallidire.
— Ma!... secondo me, è tisica, — disse Nino.
Valeria sobbalzò, strappando la sua mano dalla stretta di lui.
« Tisica! » Il cuore le si fermò, poi riprese a battere a precipizio, scuotendole e martellandole il petto. « Tisica! » La terribile parola le rievocò fulminea la memoria di Tom e il passato di lacrime e di morte. Sì, Edith tossiva! E' vero! tossiva. Ma in Inghilterra tutti tossono. Edith, la piccola Edith dai capelli biondi e dalle guancie di rosa? No! Non era vero, non poteva essere vero! Edith, così cara! così buona con lei; che s'era fatta apposta l'orribile pettinatura della Germania del Nord... Edith, la migliore amica di Nancy... Ah! Nancy!... il pensiero di Valeria, a un tratto, come preda inseguita, precipitò follemente per altre vie: Nancy! Nancy! Mio Dio! Nancy era con Edith. Era sempre con Edith! Sempre!... ridendo, discorrendo, chine sullo stesso libro, con le faccia vicine. Dio! Dio! Anche adesso... erano insieme... forse s'erano baciate...
— Devo andare a casa subito, — ansò Valeria, col viso livido e sfatto.
Nino la teneva stretta.
— Ma perchè, amor mio? Cos'hai?
— Oh Dio! La mia creatura! — singhiozzò Valeria.
E nel suo cuore Nancy era tornata la creatura piccola, il « béby » che bisognava salvare, salvare ad ogni costo! come l'aveva salvata da Tom, ora bisognava salvarla da Edith! Allontanarla, portarla via!
Era per lei, per la bambina, che Valeria era corsa traverso questi stessi campi una mattina, anni fa, barcollando e incespicando nella sua fretta d'arrivare a casa — lasciando dietro di sè ciò che forse era l'amore, perchè la bambina non piangesse, perchè la bambina non avesse fame!
Ed oggi, come allora, Valeria corse traverso i campi, barcollando e incespicando nella sua fretta, lasciando dietro a sè ciò che forse era l'amore. La bambina! Bisognava salvare la bambina!... E se fosse già tardi? Se Nancy già avesse respirato la morte? Se fosse già tocca dal contagio? Se Nancy, anche lei, dovesse tra poco cominciare a tossire, a schiarirsi la gola, a sudare di notte! e farsi misurare la temperatura due volte al giorno... e poi, infine... Mio Dio! vederla un giorno coi pugni stretti, con gli occhi dilatati, e la bocca, la piccola bocca piena di sangue!... Valeria strinse le mani contro le tempia, gemendo forte come una creatura ferita, mentre correva barcollando traverso i prati in fiore.
Giunse finalmente al cancello, e corse giù per il giardino. Ed ecco Nancy! Ecco la piccola Nancy solitaria e felice in piedi sull'altalena, cantando, coi ricci al vento.
— Oh mamma! — chiamò subito Nancy facendo un po' di broncio; — è venuta Fräulein poco fa a portarmi via Edith. E mi ha detto di non muovermi di qui. Che sia arrivato qualcuno? Forse il poeta di Londra? Credi che sia il poeta per me?
— Non so, cara, — balbettò Valeria, senza voce e col cuore martellante; e abbracciò le gambettine nere ritte sull'altalena, e appoggiò la tempia pulsante sul grembiulino della piccola. — Dio, tenetemela sana e salva! — mormorò.
— Fàtti in là, mamma, e guarda come vado in alto! — disse Nancy.
E Valeria si mosse per lasciar posto all'altalena. In quel momento vide Fräulein affacciarsi alla finestra del salotto e farle cenno colla mano di venire.
— Vado in casa un momento, tesoro. Non spingerti troppo in su, — pregò Valeria, e si affrettò ad entrare.
Quando aprì l'uscio del salotto, le si fermò il cuore.
La signora Avory giaceva sul sofà, con le labbra livide e gli occhi smarriti. Fräulein le stava vicino, tenendo una boccetta di sali, mentre Edith, piangente, in ginocchio davanti alla madre, le chiedeva:
— Mamma! mamma! ti senti meglio?
In un angolo il nonno e lo zio Giacomo guardavano, tristi ed allarmati.
— Che cos'è stato? — esclamò Valeria.
Edith singhiozzò:
— Non so... è svenuta... era qui col nonno...
La madre si rizzò a sedere e guardò Edith. Subito gli occhi le si inondarono di pianto: cinse il collo di Edith e le sue lacrime piovvero su lei.
— Mamma, mamma, perchè piangi? — chiedeva Edith.
Ma sua madre non rispondeva. Valeria pianse con lei. E anche Edith piangeva, senza sapere perchè.
Sola in giardino, Nancy cantava, lanciata sull'altalena, coi ricci al vento. Quand'ecco il ricordo dei poeti tedeschi le tornò nel cuore, e il loro incantesimo la vinse.