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I miei racconti

Chapter 21: IV.
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About This Book

A collection of brief autobiographical vignettes that recall childhood scenes and later travels. The narrator reconstructs early memories of home by a river, the agonizing death of an infant sibling and the feeling of helplessness, then shifts to an account of a fraught sea crossing marked by nausea, rough weather and onboard unrest. These compact pieces mix domestic detail, landscape observation and personal reflection, moving between intimate emotional moments and outward journeys, and emphasize memory, loss, and the sensory impressions that shape recollection.

AI PIEDI DELLA SANTA.

I.

Ricordo la prima visita che Luciano ed io facemmo alla chiesa di Santa Maria della Vittoria.

In quel pomeriggio tranquillo di una giornata di giugno, essendo già chiusa la porta maggiore, entrammo per la sagrestia. Un sagrestano o frate custode, in lunga tonaca nerastra, ci precedeva lento; ma appena entrati in chiesa, Luciano si staccò da noi a passi frettolosi, andò a piantarsi solo in mezzo all’ambiente vasto e fissò gli occhi all’ancòna sopra l’altar maggiore.

Egli pensava discorrendo ad alta voce: — Quella parete bianca egli doveva tutta colorarla, mutandola in una scena viva!... Il soggetto gli piaceva assai e gli dava da qualche giorno una forte smania di lavorare.... L’argomento era un episodio miracoloso delle guerre di religione in Germania; un bel miscuglio di chiesastico, di popolare e di soldatesco; una immagine della Madonna portata in trionfo da un frate sopra un cavallo bianco; e dinanzi alla Madonna, dei fieri lanzichenecchi con alabarde, picche, colubrine, trombe, tamburi e stendardi sventolanti; e ogni intorno preti e frati e una grossa folla devota, festante, variopinta....

Allora il custode, volto specialmente al pittore, si mise a fare davvero il cicerone. — Il titolo della chiesa era venuto appunto dal fatto che Luciano doveva rappresentare. Paolo V, il cardinale Scipione Borghese, Domenichino, Carlo Maratta.... e altri nomi pronunciò il frate, parlando con voce velata. Da ultimo, con un gesto più largo, accennò alla cappella di sinistra presso l’altare maggiore: — Santa Teresa di Dio, capolavoro in marmo di Carrara del cavaliere Bernini!

Ci voltammo a guardare il gruppo, che conoscevamo solo per qualche brutta stampa. Cogliemmo a volo, in quella gran massa marmorea, il volto resupino della Santa, la posa del corpo abbandonato entro il ricco volume delle pieghe bizzarre, e un piede nudo sporgente dalla tonaca. Guardammo anche l’Angelo che le vibra il dardo dell’amore divino, con un volto e un riso che a Luciano (mi disse) ricordavano certe ninfe del Correggio....

Poco dopo un bel raggio di sole vespertino, quasi purpureo, venne dall’alto sulla scultura, tagliandola per obliquo in due parti; e richiamò sovr’essa i nostri sguardi. Il sole illuminava il marmo fino al soggòlo della Santa; e pel riflesso il volto di lei sembrò vivo e tutto il gruppo subitamente animato. Il frate guardava noi e il marmo, visibilmente compiacendosi per la nostra rinnovata attenzione.


La sera, desinando noi insieme a una taverna fuori di porta Pia, Luciano mi parlò sempre del suo affresco e di qualche studio che aveva già fatto. — Ma tante cose gli abbisognavano!... Non sarebbe stato necessario un viaggio a Praga per rivelare l’aspetto della città, che doveva sorgere nel fondo? E le armi del tempo? E i costumi? E tutta quella accozzaglia di soldati, di chierici, di popolo, con una prevalenza naturale del tipo czeco?...

Io ridevo di quei suoi scrupoli d’artista.

Finito di mangiare, Luciano ebbe uno de’ suoi lunghi silenzi, tenendo una mano affondata nella massa nera dei capelli e con l’altra sbriciolando per la tovaglia i pezzi di pane rimasti. A un tratto con un ghigno amaro mi disse: — Quel Bernini, ti accerto, mi secca!... Hai sentito il sagrestano? Ogni giorno vanno molti visitatori ad ammirare il cavalier Bernini!... Bel gusto deve essere il mio!... Ma io mi chiuderò bene dentro il mio ponte....

E gettò via una galla di mollica, come irritato. Io invece volevo che fosse di buon umore.

— Tu farai un grande affresco; tu supererai ogni altro tuo lavoro. E un giorno la gente andrà a Santa Maria della Vittoria per vedere il tuo affresco....

Luciano mi piantò in faccia due occhi scintillanti e capii che avevo colto nel segno. L’idea di intraprendere una gara vittoriosa forse gli era balenata prima; ma adesso, udendola suonare nelle mie parole, gli gonfiava il petto di una gioia superba.

Rientrammo in Roma a notte; e per via Venti Settembre gli domandai se la Gerolomina avanzava nello studio. Anche quella era un testo gradito per Luciano. Quella bimba doveva essere la sua migliore opera, diceva talvolta. E come si compiaceva a riprovare con essa sul vivo, diceva egli, le sue idee sulla educazione dell’arte! — Ti mostrerò presto alcuni suoi disegni; e ti persuaderai che per tornare allo schietto e al semplice non c’è bisogno della metafisica degli esteti e della falsariga dei prerafaellisti....

E prima di separarsi da me fece un gran gesto con cui pareva che volesse abbracciare il mondo:

— Bisogna tornare alla vita, mio caro! La vita, la vita come la sentiva Leonardo! — Poi lo vidi voltare per via Nazionale mandandosi con una mano nella nuca il largo cappello, come soleva quando era di umor lieto.

Tornato dopo qualche tempo a Roma, io domandai subito di Luciano e del suo lavoro; e nessuno seppe dirmene più che tanto. Parlavasi che da un paio di mesi egli s’era finalmente deciso ad alzare il suo ponte a Santa Maria della Vittoria, e che stava chiuso tutta la giornata lassù, impenetrabile perfino, dicevano, al principe romano committente dell’affresco. Difficile poi trovarlo di sera perchè non aveva osteria fissa per il pranzo. Si vedeva ora qua ora là, taciturno, con l’aria del viso più lunatica che mai, visibilmente disposto a evitare compagnia. Spesso era con lui la solita ragazzetta, che gli portava dietro dei gran rotoli di carta e degli album, e stava a guardarlo silenziosa mentr’egli mangiava. Prima delle nove rincasava sempre, come per il passato.

II.

Quando, un anno dopo, entrai nella stanza di Luciano infermo, oltre il suo aspetto assai miseramente mutato, due cose mi fermarono subito: Gerolomina seduta accanto al letto, sempre col suo visino di bimba malaticcia, immutata: e sulla parete, a destra dell’infermo, una fotografia Alinari piuttosto grande della Santa Teresa di Bernini. La bimba aveva un libro in mano e al mio giungere sospese la lettura.

La madre di Luciano mi aveva fatto entrare senza annunziarmi, tranne all’atto stesso d’aprire l’uscio, trattandomi con la confidenza di un vecchio compagno di scuola di suo figlio. Benchè mi avesse scritto d’andare a trovarlo, parvemi che la mia entrata improvvisa lo turbasse un poco.

Si levò a sedere sul letto e mi chiese: — Che tempo porti? — Avendogli detto che fuori faceva una pessima serata del nostro inverno settentrionale, si lasciò andare sotto le coperte brontolando: — L’ho sentito nelle ossa fin da stamane.... Oh che brutta idea è stata quella di farmi venire quaggiù! A Roma ora fa certo un tempo magnifico....

Intanto Gerolomina si era alzata e, posato il libro su la sedia, era uscita dalla stanza senza far rumore, come una piccola ombra.

Allora Luciano mi disse: — T’ho fatto chiamare perchè ho proprio bisogno di parlarti:... Hai visto? (E accennò col capo e con gli occhi la fotografia sulla parete). Già mi sono accorto che, appena entrato, vi hai fermato su lo sguardo.... Avresti mai pensato, quella sera che pranzammo fuori di Porta Pia, che essa mi avrebbe seguito fin qui? Oh!...

E con uno scatto nervoso si rimise a sedere sul letto.

— Sentimi, amico; ho acquistata ormai la certezza che il mio male è molto, molto più serio di quel che vogliano farmi credere.... Lasciami dire, che so quello che dico! Ma prima che accada di me quello che Dio vorrà, io ti voglio raccontare tutto.... Perchè ho io questo bisogno? E perchè raccontare proprio a te e non a un altro?... Non lo so. Forse perchè fu con te che io ebbi occasione di parlare di Lei la prima volta in vita mia.... Senti dunque. Una mattina stavo lavorando sul ponte, solo, come sempre, in mezzo a una quiete perfetta, la chiesa non essendo ancora aperta al pubblico.

— Ero sempre ai preparativi del dipinto, alle misure, ai cartoni, agli spolveri. Ma il disegnino della mia composizione era lì dinanzi a me, terminato; e ne ero contento; e guardandolo vedevo già l’opera mia compiuta. Poi levavo gli occhi alla gran curva dell’abside.... e quella parete vasta e grigia, tracciata qua e là da qualche segno di carbone, ora mi ispirava un vivo entusiasmo di lavoro, ora mi buttava giù, mi deprimeva la volontà, mi faceva provare qualche cosa di simile al senso pauroso del vuoto, quando guardiamo da una grande altezza.... Più volte ho cercato di ricordarmi bene tutte le altre più minute circostanze; ma non ci riesco. Questo ricordo bene che quel giorno, lassù, in mezzo a quel silenzio perfetto, la vasta sonorità del catino dell’ancòna si empì improvvisamente d’alcune parole uscite dalla mia bocca: Aut pati, aut mori.... E subito dopo mi meravigliai di averle pronunziate.... O di dove m’erano venute quelle parole latine?... Poco dopo aver formulata dentro la mia testa la domanda, mi ricordai di averle viste, qualche anno fa, scritte a grandi caratteri neri, sulla fronte di una chiesa barocca a Napoli e precisamente mentre attraversavo una piazzetta in carrozzella, accompagnando Matilde Serao e la Duse.... La evocazione del mio ricordo fu così nitida e piena, che mi parve anche di sentire distinto e dolce il suono della voce della grande attrice che, avendo letto con me, disse a noi due: è la divisa di Santa Teresa di Dio....

— Allora mi venne in mente di scostare un poco la tela con la quale mi chiudevo sul ponte; e guardai curiosamente giù in basso, verso la cappella a sinistra dell’altare maggiore.... Quello che vidi, alla prima, mi parve un fatto molto comune e senza significato. Il sagrestano frate, quello che aveva introdotti nella chiesa me e te la prima volta, era salito sull’altare e si moveva intorno al gruppo del Bernini.... Lo vedevo magro e piccolo nella sua tonaca nerastra, con un fazzoletto turchino girato intorno al collo, e tutto affaccendato a pulire la raggiera, l’Angelo e specialmente il corpo marmoreo di Santa Teresa. A poco a poco la mia attenzione si accrebbe; dimenticai l’affresco e mi posi a osservare minutamente ogni suo atto. Da prima adoperava un canavaccio ruvido e un piumaccio a manico lungo fatto con un fascio di penne, poi sottentrava con una pelle di camoscio a strofinare, insistendo con una accuratezza minuziosa e lenta.... Andava col suo lavoro da destra a sinistra, dal basso all’alto, mostrando la pratica dell’uomo avvezzo; e quando gli abbisognava di salire, metteva franco i piedi nelle parti sporgenti delle due figure, come su dei gradini noti, abbrancandosi qua e là e avendo ogni tanto dei movimenti vibrati e agili come di scimmia.... Nei momenti che stava fermo, mi diede anche l’immagine d’un grande pipistrello nereggiante sulla candidezza lucida del marmo.... Qualche volta poi lo vedevo affondare le mani in uno dei molti sottosquadri di quell’ampia tonaca di suora, e frugarvi dentro, quasi indugiando a cercare sotto gli indumenti le forme vere del corpo.... Da tutto quel lavoro non si levava polvere. Anche questo notai: e ne indussi che quella pulitura doveva essere molto frequente; forse quotidiana....

— Ma perchè stetti io tanto tempo guardando?... Te lo dico subito. Perchè tutto quello strofinare e lisciare e toccare del sagrestano e quel suo agile salire e scendere su quel corpo di bella donna svenuta, a poco a poco trasferirono in me un sentimento strano. Da prima avrei voluto semplicemente che smettesse presto. Ma poi che egli andava ancora in lungo, la mia insofferenza crebbe sino alla irritazione; e seguitando egli ancora, si mutò in rabbia vera e in tormento.... Dei momenti mi ritraevo a girare sbalordito per il ponte, sperando di non vederlo più; poi mi riaffacciavo; e quel torzone maledetto era sempre là affaccendato e instancabile.... Adesso aveva preso un fare più blando, quasi carezzevole. Passava delicatamente sul marmo con la sua pelle di camoscio, dando qua e là dei tocchi leggeri, simili a quelle ultime passate di rasoio che dà il barbiere ad una faccia, quando sta per finire di raderla....

— Finalmente vidi l’uomo scendere dall’altare. Prima si sedette su la predella ad arrotolare con cura la pelle di camoscio; poi s’alzò, si buttò il canavaccio su le spalle e col piumaccio in mano uscì lentamente dalla cappella. Quando si inginocchiò dinanzi all’altar maggiore togliendosi la callottola, gli vidi la faccia accesa e la testa calva lucente di sudore....

Che sforzo fu il mio a lasciar passare qualche minuto! Quando potei calcolare che il sagrestano era uscito dalla chiesa, calai rapidamente giù per la scala di legno, andai difilato alla cappella, presi in un canto lo sgabello che aveva servito a lui e mi trovai anch’io sull’altare in faccia a Santa Teresa.... Adesso, non ridere, sai!...

III.

Luciano tacque un poco, guardandosi fissamente le mani incrociate sotto il mento; le sue mani bellissime, che l’ozio e il male avevano rese più scarne e più bianche. Continuò:

— E nemmeno devi aspettarti che io ti faccia capire quello che accadde in me nel tempo che restai là sopra quell’altare. Anche se potessi farlo, assolutamente non vorrei.... Collocatomi lassù, fra l’Angelo che vibra il dardo e la Santa, io potei, per la prima volta, vederla intera.... Perchè devi persuaderti che coloro che la vedono solo dal pavimento della chiesa non potranno formarsi mai una idea vera di quella figura maravigliosa!... Finalmente anch’io potei abbracciarla tutta d’uno sguardo, come uscì dalle mani dell’artefice squisito, dello scultore ardente di estro e di passione.... E vista così, nel consenso armonioso di tutte le sue parti, quella figura acquistò subito per me un significato nuovo, come una eloquenza fulminea che mi andò all’anima, la occupò, la turbò, la sconvolse, caro mio, in una maniera.... Figurati solo questo: la leggera inclinazione della testa sulla spalla destra e quel braccio pendente e quel piede paffutello uscente dalla tonaca, che sono le parti viste e gustate da tutti, esprimono un abbandono e un languore di felicità che può avere, che anzi ha realmente alcun che di sensuale. Ma l’altra metà del volto e dell’atteggiamento, quella nascosta agli occhi di tutti, non solo completano la figura ma la trasformano in un senso di indicibile spiritualità.... Questo riesce molto difficile da spiegare.... Eppure è la verità!... Immagina una larga melodia che, svolgendosi, neutralizzi nell’anima di chi l’ascolta tutto quello che possa esservi di meno eletto e di meno delicato nel primo suo spunto; e la risolva una espressione nobilissima di rapimento ideale.... La mano specialmente! Se tu la vedessi quella mano celata, così leggermente contratta, con le belle dita affusolate e lunghe, quasi tremule e cercanti nel vuoto.... Ma no! Ecco che anche tu sorridi con malizia e caschi nel pregiudizio volgare!... Nel pregiudizio dei sagrestani e dei ciceroni, nel pregiudizio degli artisti sciocchi, degli inglesi sciocchi e di tutta quella canaglia che va a Santa Maria della Vittoria per vedere la grande isterica!... Io odio, vedi, tutti costoro e non sempre ho potuto nasconderlo. Ma odio sopratutto quell’infame frate sagrestano che conduce i visitatori; e che certamente si diverte — rospo! — e male dissimula un risolino, quando sente certi discorsi.... O povera, povera Santa di Dio!...

Luciano, a questo punto, piegò la testa dalla parte della fotografia e rimase qualche tempo silenzioso. Io non vedevo il suo viso, ma un tremito leggero, quasi una vibrazione ai nervi del suo collo. Poi si volse ancora verso di me:

— Il mio destino fu deciso così.... Uno strano destino, sai!... Che è stata la donna per me, durante la mia vita? Che è stato l’amore?... Ero giovane e ardente, come sai........ Ebbene l’amore io non l’ho sentito che nell’arte.... Figurati che una volta ho avuto perfino l’idea d’innamorarmi di Gerolomina.... Niente affatto!... In quella bimba non ho mai potuto trovare altro che le compiacenze della mia predilezione d’artista e di maestro.... Un antico, nel caso mio, avrebbe pensato a una vendetta di Venere verticordia.... Conosci il quadro di Dante Gabriele Rossetti? Lo dicono assai bello.... A me intanto la vista e la vicinanza della Santa erano divenute un conforto e una ispirazione. Poi si mutarono in un vero bisogno.... Ogni tanto guardavo dal ponte e se non vedevo visitatori dinanzi alla cappella, ero tutto contento e mi mettevo più alacre al mio lavoro. Se invece vedevo i soliti curiosi m’entrava un umore nero, una inquietudine cupa e inerte.... Non ti parlo di quando mi accorgevo che il frate sagrestano era intento alla sua solita occupazione di pulire il gruppo.... Più d’una volta, lavorando, egli deve avermi udito bestemmiare....

— Intanto io sentiva di non essere più solo a pensare e ad eseguire l’affresco. Che cosa saliva di laggiù verso di me? Era come un soffio ora caldo ora freddo che mi avvolgeva e si convertiva dentro di me in un impulso patetico. Molte volte anche, dipingendo, m’accorgevo di piangere silenziosamente; e quella tenerezza invece di indebolirmi mi dava una operosità tranquilla, sicura e tanto spontanea che si sarebbe potuto dire incosciente.... E a giornata compiuta, stupivo vedendo il gran cammino che, in quelle poche ore, aveva fatto il mio dipinto.... Allora mi ricordavo la leggenda di quel Santo pittore tedesco, che un angelo aiutò nel condurre a termine in brevissimo tempo le grandi vetrate di una cattedrale.... Chi me lo avesse detto quando cominciai!... Te lo ricordi il mio discorso a pranzo, dopo la nostra visita?...

— Una mattina salii sul ponte con l’animo pieno d’una soddisfazione tranquilla, che non avevo provata da un pezzo. Guardai il mio affresco e mi convinsi che, — dopo circa otto mesi di lavoro, — molto poco io potevo aggiungere senza pericolo di guastare.

— Allora il mio proposito fu subito fissato: potevo finire in quello stesso giorno: dunque non doveva smettere di lavorare fin che avessi finito. Era terminato il mese di giugno; e così avrei compiuto il lavoro in un anno circa da quando per la prima volta avevo messi i piedi nella chiesa.... Che fatica fu la mia, in quella calda giornata! Non ricordo d’aver toccato la colazione che di solito portavo con me; non ricordo d’essermi riposato mai; non mi ricordo di nulla, tranne che due o tre volte nella giornata sentii alla mia nuca una forte sensazione di brivido come se un vento gelato soffiasse subitamente, per l’ampio vano della chiesa, dietro di me.... Poi mi pareva come se le tavole del ponte sparissero sotto i miei piedi ed io rimanessi campato in aria, in una altezza grandissima, ma niente affatto paurosa. Mi sentivo leggero insieme ed enorme e sicuro in ogni mio movimento.... Quando mi colsero le prime ombre della sera, non mi diedi per vinto.... Accesi un pezzo di candela e continuai a dare delle pennellate decise in alcune parti dell’affresco ove qualche cosa era anche da aggiungere. Finalmente sentii che avevo terminato. L’opera viveva intera dinanzi a me e sopra il mio capo.... Ma io non la vedevo più!... La candela s’era consumata.... Allora mi levai la sopravveste di tela, presi il cappello e la giacca, infilai la lunga scala e scesi al buio la lunga fila degli scalini, come un sonnambulo. Mi trovai nel pavimento della chiesa, avvolto dalla gran notte silenziosa.... Invece di muovere a mano sinistra per trovare l’uscio della sagrestia, e poi, valendomi di una chiave che avevo sempre con me, uscire all’aperto, mi volsi alla mia destra andando nell’oscurità, senza esitare.... Poi ricordo che ebbi la sensazione di non essere più solo.... Ero salito, chi sa come, sull’altare e mi trovavo vicino a Lei. Ne ero ben sicuro perchè, malgrado la stanchezza e l’oscurità e tutto il resto, io avevo dentro di me un istinto preciso e rapido che dirigeva nella tenebra i miei movimenti in una maniera infallibile....

— Sì, ero vicino a Lei. La sentivo prima d’averla toccata. Ma dopo un poco reclinai la fronte e sentii una freschezza di marmo che si comunicò rapidamente per tutto il corpo. La commozione deve essere stata tanto forte, che dopo quella rapida percezione di freddo io ho come un intervallo oscuro nel mio ricordo.... Che è avvenuto in me subito dopo? Fu un turbamento nervoso, fu deliquio, fu estasi?... E quanto tempo rimasi io in quello stato? Non potrei dirlo.... Ma la mia memoria torna lentamente a ricompormi i fatti accaduti in quella notte.... Mi vedo di nuovo, ricordo di nuovo. Ero ai piedi di Santa Teresa di Dio.... Un po’ di luce doveva essere entrata dagli alti finestroni nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, perchè vedevo vicino a me un candeliere dell’altare capovolto sulla predella. Colla testa ero appoggiato agli ultimi lembi della tonaca e con le due mani tenevo stretto il piede pendulo della Santa. Lo tenevo stretto e come fasciato amorosamente con le mie due mani.... Sentivo la forma affusolata delle cinque dita, sentivo la curva gentile del piccolo metatarso, su, fino al principio del malleolo, come se fossero di carne viva; e mi pareva che fossero riscaldati e palpitanti sotto la mia lunga pressione.... Io non pensavo — forse non osavo — alzare di più gli occhi, ma sentivo il contatto di tutta una persona vivente e agente sopra tutto l’esser mio.... Intanto la mia bocca articolava un discorso continuato, il quale durava chi sa da quanto tempo!... Il discorso era fatto di parole tenerissime, di frasi tenerissime, non legate fra loro che da un filo intimo e inavvertito, quasi ruscello mormorante che mi sgorgasse dall’anima per la bocca.... E ricordo che, come una nota insistente, mi tornavano sempre le frasi: Fammi patire!... Fammi morire!...

— Tutto a un tratto mi arrivò un suono di voce umana.... una voce che mi fece l’effetto di un coltello sui tendini della nuca:

“Che diavolo fate, signor Luciano!„

— Mi volsi; vidi il sagrestano innanzi all’altare con le braccia incrociate e in atto di contemplarmi.... Sorrideva; e gli vedeva nelle sottili labbra contratte e negli occhietti semichiusi quella espressione di malizia odiosa che avevo notata altre volte. Fu un momento orribile.... Mi rizzai sull’altare, scesi d’un salto e mi buttai addosso all’uomo, il quale, fatto un movimento per cansarmi, mi ghermì alla schiena con una forza straordinaria; e tenutomi sospeso un poco, sì ch’io non cadessi boccone per l’impeto col quale mi ero avventato, mi sibilò all’orecchio:

“Andatevene subito o che chiamo gente! E sarà peggio per voi!...„

— Quelle parole e il modo con cui furono dette, mi rovesciarono l’animo. Ebbi una improvvisa intuizione della mia demenza, a cui s’unì un vago orrore di colpa sacrilega, di punizione, di scandalo.... Che cosa avevo fatto? Da che mondo uscivo io?... Non trovai la forza di rispondere e nemmeno quella di guardare in faccia l’uomo detestato.... Corsi via; corsi a testa bassa, tremando e rabbrividendo....

— Giunto fuori della chiesa, seguitai a correre; e andai così non so per dove nè per quanto tempo.... Ricordo d’esser passato per via dei Due Macelli e di non essermi fermato che in Piazza di Spagna. Là provai un qualche sollievo posando gli occhi sull’acqua limpida, nella vasca della fontana che è sotto la scalea di Trinità dei Monti....

— Quando giunsi a casa sentii che avevo appena la forza di svestirmi e mettermi a letto, ove mi cominciò un attacco furioso del male che ho portato dalla nascita.... E t’accerto io che questa volta dico per davvero!... Il dottore conforta mia madre e assicura me che potrò guarire.... Ci credi tu, Enrico?... Io no. Questa volta non ho più speranza.... Tanto fa!...

IV.

La voce di Luciano si era subitamente indebolita. Egli s’era abbassato allungandosi tutto nel letto e teneva gli occhi chiusi. Il volto profilato, magro e pallidissimo, aveva un’espressione di stanchezza estrema che mi diede l’idea della morte....

Stetti un poco a sentirlo respirare e dubitai che volesse dormire. Allora presi piano dalla sedia il libro aperto lasciato dalla ragazzetta e lo accostai al lume che era sul tavolino da notte. Il libro era una vecchia edizione tradotta delle lettere di Santa Teresa di Dio, annotate da monsignor Palafox.... Nella pagina che Gerolomina leggeva quando entrai, erano citati in nota, e mi caddero sotto gli occhi, due versi di un celebre sonetto della Santa a Gesù Cristo:

Io ti temerei anche se tu non avessi creato l’Inferno; e anche senza il tuo Paradiso io ti amerei!..........