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I miei racconti

Chapter 32: VI.
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About This Book

A collection of brief autobiographical vignettes that recall childhood scenes and later travels. The narrator reconstructs early memories of home by a river, the agonizing death of an infant sibling and the feeling of helplessness, then shifts to an account of a fraught sea crossing marked by nausea, rough weather and onboard unrest. These compact pieces mix domestic detail, landscape observation and personal reflection, moving between intimate emotional moments and outward journeys, and emphasize memory, loss, and the sensory impressions that shape recollection.

INFEDELTÀ.

I.

Quando il signor Carlo uscì dal cancello della villa, s’accorse che la notte era già molto avanti perchè la luna s’era nascosta dietro la collina e il buio nella strada, sotto i grandi alberi d’acacia, era così fitto, che a stento potè trovare il marciapiede di sasso vivo per discendere senza intoppi verso la città.

Aveva dunque prolungata più del solito la sua visita in casa Luigiani.... Come mai non se n’era accorto? Ma altre e più gravi interrogazioni si movevano nella mente del signor Carlo. La serata era trascorsa, in apparenza, come le altre. Fin verso le undici il signor Luigiani, sua moglie, la zia Teresa e il fattore avevano giocata la partita. Di prima sera, alcuni vicini di villa avevano fatta una breve fermata e s’erano ritirati presto perchè per la mattina appresso avevano stabilita, in gran comitiva, una gita a Monte Paderno.

Egli e la signora Giulia.... Egli e Giulia, nella quieta luce del salotto, seduti sul divano posto fra il muro e la vasta tavola di noce, avevano passato il tempo ora guardando un giornale illustrato e sfogliando qualche libro, ora prendendo parte per ischerzo alle contese frequenti dei giuocatori; e il più del tempo parlando fra loro due a bassa voce. Ma quella sera Giulia aveva qualcosa in lei di nuovo e d’inquietante, che egli non era riuscito a penetrare. Al suo primo ingresso nel salotto, s’era accorto che ella era un poco pallida; le aveva chiesto subito in presenza degli altri se non si sentisse poco bene, e lei aveva risposto che stava benissimo.... Ma allora perchè la sua voce non aveva il suono delle altre sere, e pareva come velata da un’interna stanchezza? E tutto il suo contegno con lui per tutta la sera?... Strano!... Una certa riserva che si sarebbe potuta pigliare per un principio di diffidenza; uno studio palese a impedire che la loro conversazione si lasciasse andare a quel tono di appassionata intimità, che da un pezzo, tutte le altre sere, fosse pure solo per un minuto, lo rendeva sempre tanto felice!... E in mezzo a tutto questo, delle occhiate come al signor Carlo pareva di non ne avere avute mai; delle occhiate lunghe, intense, addolorate, che per tre o quattro volte, a un tratto, si erano posate sopra di lui, come per avvolgerlo tutto; e lo avevano fatto tremare di commozione insieme e di sospetto....

Una volta egli le aveva detto piano all’orecchio:

— Confessami la verità, Giulia; tu non sei del tuo solito umore.... Stassera c’è qualche cosa....

Ma Giulia lo aveva interrotto seccamente:

— No! No!...

Bisognò cambiare discorso:

— Ora dovresti metterti al pianoforte e farmi ancora sentire la Primavera di Gounod: così come iersera, cantando ed accompagnandoti a bassa voce; proprio per noi due soli....

La Giulia girò lentamente gli occhi sopra il pianoforte chiuso; li girò verso le finestre del salotto che guardavano sulla strada, e si scusò con tanta svogliatezza, ch’egli non ebbe più la forza di insistere.

E il contegno della madre era poco strano? Essa, la donna apatica, che non s’occupava mai della figliola, se non quando era in campo la sua vanità materna, quella sera era stata tutta attenzioni per lei. Si distraeva dal giuoco per guardarla e interrogarla con un accento di tenerezza insolita. Una volta perfino, fra un giro e l’altro del mediatore, s’era alzata dal tavolino e fermatasi dinanzi alla figliuola seduta, s’era curvata sopra di lei baciandola affettuosamente nelle due guancie e sussurrandole all’orecchio alcune parole. La Giulia aveva risposto alla madre con un lungo bacio....

Insomma qualche novità era nell’aria. Il signor Carlo n’era convinto; lo sentiva; e sentiva pure che questa novità, qualunque fosse, toccava anche lui in ciò che aveva di più caro nella vita: l’amore di quella donna! Intanto aveva sempre vivo nella mano il senso della stretta vivace con cui ella, ferma sul piano della scala, gli aveva dato la buona notte; sentiva nel cervello come il calore della sua ultima occhiata e lo accompagnava nell’aria il profumo sottile che per tutta la sera aveva odorato dalle vesti e dai capelli di lei.

In questo stato d’animo, il signor Carlo scese dalla collina, entrò in città e s’incamminò verso casa rapidamente, come un uomo che abbia fretta di trovarsi chiuso e solo....

Quando fu nella sua stanza, si sentì affaticato, avvilito, triste. Spogliandosi, mirò nello specchio grande dell’armadio e si vide brutto e vecchio. I suoi quarant’anni spiccavano negli occhi pesti e in qualche ruga dura del volto; e la sua testa nera gli apparve più brizzolata del solito.

Quando fu in letto, si mise a guardare un quadro, nella parete a destra, entro il quale, sotto un cristallo, erano incorniciate molte fotografie. Parevano messe là alla rinfusa, come una folla di persone, che si pigiano per mettere ognuna il viso fuori d’una finestra. Ma una fotografia usciva tutta intera dal gruppo e si faceva guardare per la prima. Era il ritratto di lei, bella, sorridente, coll’abito un po’ scollato....

Il signor Carlo ora guardava attento quel ritratto che, attraverso i riflessi del cristallo sembrava animarsi e muoversi; ora chiudeva gli occhi abbandonando le braccia e corrugando la fronte. Aveva dei tremiti improvvisi e dei sospiri profondi. Certo una grande inquietudine ricercava tutto il suo essere; e impeti d’ira e di tenerezza, di fede e di scoramento, vi si alternavano con procellosa rapidità. A un tratto si levò sul cubito e afferrò con la mano un grosso volume che era sul tavolino accanto al letto. Aveva il volto alterato e la guardatura strana, quasi feroce. Che gli passava per la testa? Forse il proposito d’avventare il volume contro il quadro e colpire quella fotografia che pareva guardarlo sorridendo?...

Credeva di conoscerla, la sua passione; ma in quella notte s’accorse, sotto il pungolo del dubbio e dinanzi alla paura dell’ignoto, che aveva delle profondità in cui egli non era ancora disceso.

Finalmente s’addormentò. La mattina appresso, svegliandosi tardi, ebbe la sorpresa di sentirsi abbastanza sollevato e presso che calmo. S’era vestito e stava per uscire, quando la sua vecchia fantesca gli portò una lettera “di premura„.

Corse palpitando con gli occhi alla sopraccarta.

Non era il carattere di Giulia, ma quello di sua madre.

“Venite — scriveva — appena avrete letto. Io e Giulia abbiamo bisogno di voi.„

Il signor Carlo discese in fretta le scale. Si fece condurre in fiacre fino al principio della collina, poi si mise a salire la strada erta per la quale era disceso la notte innanzi in preda a tanta agitazione. Ora invece aveva il viso animato, sereno, quasi baldanzoso, perchè un senso di confidenza, non precisata da alcuna idea ma viva e confortante, gli riempiva l’animo e pareva che gli dilatasse i polmoni nella ripida salita. La giornata era bellissima; gli uccelli cantavano allegramente sugli alberi e tutta la distesa dei colli pareva inondata di una tranquilla letizia nella luce e nel calore di quel meriggio autunnale.

II.

La signora Marianna lo aspettava nel salotto, sola, seduta sul divano. Il signor Carlo le si sedette accanto, nel posto stesso ove era stata Giulia conversando con lui poche ore prima.

Il discorso della vecchia entrò subito in materia: — Il Conte parla di riunirsi con mia figlia, e questa volta sembra che dica per davvero. Io lo spero, e, come potete ben credere, lo desidero ardentemente. Giulia è un po’ inquieta e diffida di quella testa balzana. Non posso darle torto, dopo tutto quello che le ha fatto passare; ma in fondo anch’ella desidera di riunirsi.... Il papà e la mamma non sono eterni. Che posizione è la sua nel mondo? Quale diverrebbe domani se noi le dovessimo mancare?... Malgrado che da quattro anni ella viva qui sempre con noi, come una bambina, non sono mancate e non mancano le male lingue....

Il signor Carlo interruppe con voce velata:

— Dov’è Giulia?

— Oh, figuratevi! Questa mattina, alla levata del sole, le ragazze Belloni sono venute a gittare dei sassi contro la sua finestra. Non c’è stato verso! Ha dovuto alzarsi e affacciarsi. E allora: “Venga! Venga, signora Giulia! C’è una bellissima comitiva, il marchesino Ludolfi, la signora Rhester, il tale, la tale. Si farà colazione sull’erba, andremo a vedere le Grotte. Abbiamo fatto sellare un bel somarello anche per lei. Venga! Venga!„ — Insomma la Giulia ha dovuto arrendersi; ma non ha voluto saperne di montare un somarello. S’è vestita l’amazzone, ha fatto sellare la baia stanca e io l’ho vista dopo dieci minuti passare sotto la mia finestra, che andava come il vento, innanzi a tutta la carovana. Poi che fanno colazione lassù, io non li aspetto di ritorno se non verso le tre.... Ma ciò adesso poco importa.... Vi dicevo adunque, caro Carlo, che le male lingue non mancano.... E ora, ecco il piacere ch’io vi domando, in nome della vecchia amicizia che avete per noi.... e per Giulia.... Voi dovete mettervi in mezzo per questa riconciliazione.

— Io?...

E il volto del signor Carlo dovette certo pigliare una espressione poco allegra, perchè la signora Marianna rimase per un poco sconcertata. Ma continuò:

— Sì, voi; ma non mi spaventate!... Anzitutto, come avvocato e amico della famiglia, voi siete la persona che ci abbisogna per comporre certe differenze d’interesse tra noi e il nostro carissimo genero, il quale — sia detto fra noi due e in tutta confidenza — deve avere degli impicci e non pochi.... Ma pazienza! Egli aveva la nobiltà, noi i quattrini; e ci piacque che nostra figlia fosse contessa.... L’abbiamo pagata un po’ cara; e ora a pentirsi non c’è più costrutto!... In secondo luogo....

Qui la voce della signora Marianna si abbassò di tono, e continuò, facendosi più vicina al suo interlocutore:

— In secondo luogo, voi non ignorate certo che si è notata la vostra assiduità in questa casa e che s’è malignato e si maligna sulla stima.... sull’amicizia, e sulla simpatia che la Giulia vi ha sempre dimostrato.... Infamie! Figuratevi se non ne sono convinta io, che v’ho sempre accolto in casa come un amico, starei quasi per dire come un figlio! Ma come si fa a tener la lingua ai maldicenti?... Qualche voce so che è arrivata anche all’orecchio del marito di Giulia, con quale effetto lo ignoro. Ma figuratevi! È capacissimo, ora che gli torna, di fare l’indifferente; ma dopo, chi m’assicura che non tirerà fuori queste vecchie storie per tormentare ancora quella disgraziata?... Non ho bisogno d’imparare a conoscerlo il mio caro genero!... Adunque — per tagliar corto e per sempre ad ogni malignità — il mezzo migliore è che voi, voi stesso, vi intromettiate con affetto d’amico vero e disinteressato a questa riconciliazione.... Fatelo, fatelo, Carlo! Oltre che compirete una buona azione e proprio degna d’un uomo come voi, vi assicurerete la eterna gratitudine di noi tutti.... e seguiterete ad essere di casa nostra, come il più buono dei nostri amici....

La donna apatica aveva vuotato il sacco. Si chetò e rimase con l’aria stanca ad attendere risposta al suo lungo discorso. Il signor Carlo, mentre ella parlava, s’era sentito come a rompere dentro qualche cosa, che gli dava un dolore indicibile. Cercò in fretta nelle sue idee, ma erano troppo sconvolte. Che rispondere?... Di primo moto volle ricusare; ma gli balenò la tema d’essere come tagliato fuori del tutto, di non poter più vedere Giulia e parlarle e avere una presa qualunque sulla sua deliberazione. Un senso acuto di egoismo, una speranza vaga, un bisogno irresistibile di continuare ad essere in qualche guisa unito a quella donna, si accumularono sulla sua volontà e lo forzarono a consentire.

La signora Marianna lo ringraziò e disse che non s’aspettava di meno da lui.

Nell’uscire, sulla loggia d’ingresso il signor Carlo vide il padre di Giulia disteso sopra una lunga sedia di vimini all’indiana. Leggeva un romanzo di Paolo di Kock. Il vecchio posò il volume, gli andò incontro, e gli porse tutte due le mani:

— Marianna le avrà già parlato.... Mi raccomando a lei! Siamo nelle sue braccia!... Noi due poveri vecchi non abbiamo altro a cuore che la felicità di questa figliuola.... Ci raccomandiamo a lei!

E negli occhi del vecchio, dietro gli occhiali, brillavano due lagrimette. Il signor Carlo gli strinse le mani balbettando qualche parola di promessa, ed uscì. Il vecchio mise un sospiro di sollievo e ripigliò la lettura del suo romanzo.

III.

Quando uscì, il cielo era sempre sereno, gli uccelli cantavano allegramente sugli alberi, sorrideva per le colline la tranquilla letizia autunnale. Ma dentro di lui che misero mutamento! Andava innanzi come istupidito. Non ostante, rispose con bontà al saluto di un contadino e gli chiese com’erano contenti della vendemmia. Poi pigliò lentamente, non la strada per la quale era venuto, ma un viottolo solitario che con più lungo giro conduce anch’esso ai viali di circonvallazione nella parte più a levante della città.

Cominciò dentro di lui il tormentoso soliloquio. Niente di vago e d’indeterminato e di fantastico era nella sua niente; invece tutto ora gli si poneva chiaro dinanzi agli occhi con una cruda e tagliente precisione di contorni. Escluse anzitutto l’ipotesi che la vecchia avesse mentito e che Giulia ignorasse l’idea del marito e della famiglia. Ella sapeva ogni cosa; e n’era prova troppo evidente il suo contegno della sera innanzi. Quel contegno gli scomponeva dentro la bella, intera e ideale figura di Giulia, mutandola in un’altra di cui non sapeva più rendersi conto, a cui non poteva ancora aggiustare una fisonomia precisa, ma che lo turbava e gli dava dolore.

E quel suo arrendersi all’invito della passeggiata?... Una leggerezza insieme e una crudeltà! Essa lo sapeva bene che in quella stessa giornata, poche ore dopo, un dolore immenso si sarebbe avventato sopra di lui, avrebbe fatto strazio di lui.... E dunque, come mai essa, di una sensibilità così fine, essa che lo amava, che tante altre volte aveva mostrato di comprenderlo, che aveva avuto riguardi e previdenze delicatissime per risparmiargli anche un piccolo dispiacere, come mai ora non aveva capito che quel suo mescolarsi intanto a un frivolo passatempo avrebbe avuto il significato di una noncuranza atroce per lui?...

Ma lo amava ella veramente?

Si buttò sull’erba e pianse. L’uomo si ritrovava debole contro a quel primo e violento urto di un dolore che lo coglieva impreparato. Anche nei giorni della felicità, alla sua mente talvolta era venuta l’idea di un grande e finale sacrificio; ed egli, anzichè respingerla, l’aveva accolta e guardata in faccia con una forte e quasi serena rassegnazione. — Ma quello non era, no, il sacrificio com’egli l’aveva immaginato!... La sua mano nella mano di Giulia, i suoi occhi fissi negli occhi di lei, i due cuori gonfi di angoscia, ma insieme confortati da una completa reciprocanza d’affetti e di propositi.... Il sacrificio, insomma, egli lo aveva sempre immaginato e previsto come un supremo argomento d’amore in faccia a qualche imperioso dovere della vita. Ma non così, non così come se lo vedeva ora a un tratto venire dinnanzi!... Mentre era solo a soffrire e lei, la donna sua adorata, invece d’esserle vicina, proprio quel giorno, svagolava per le colline in mezzo ad una brigata di donnine allegre e di giovinotti eleganti....

Dopo avere camminato un pezzo senza termine fisso, il signor Carlo giunse ad uno degli ingressi secondari del nuovo Giardino Pubblico ed entrò. L’occhio poteva allora spaziare senza ostacolo per quei piani dolcemente ondulati e seguire le curve dei bianchi viali costruiti di fresco e fiancheggiati d’alberelli giovani, a cui l’autunno aveva già ingiallite e scemate le poche foglie.

La gente, scarsa in quell’ora, passeggiava qua e là con aria sfaccendata e tranquilla. I vecchi, che d’autunno cominciano a godersi il sole, sedevano sulle panche chiacchierando. Il signor Carlo notò un gruppo di ufficiali a cavallo che venivano galoppando verso di lui. Quando gli passarono accanto, s’avvide che un bel giovane in abito borghese era in mezzo a loro; e riconobbe subito il marito di Giulia.... Si sentì una stretta viva al cuore, come alla vista di un nemico vittorioso. Ebbe subito voglia d’essere lontano da quei luoghi e andò per un viale di scorciatoia verso il centro del giardino lontano dai grandi viali; e sedette sotto un gruppo di salici vicino al lago. Di là istintivamente seguiva con gli occhi la figura del Conte, che vedeva caracollare e gestire vivacemente insieme ai suoi amici.

Tutt’a un tratto dei suoni rauchi, che avrebbero voluto essere degli squilli di tromba, vennero a distrarlo da quell’attenzione; ed egli si volse verso l’ingresso principale del giardino da porta Santo Stefano.

In quel momento, preceduta dal trombettiere, entrava in disordine una numerosa “somarata„. Erano i villeggianti di cui aveva parlato la signora Marianna. Finita la colazione a Monte Paderno, avevano presa nel ritorno la via pittoresca di Monte Donato, mettendo capo alla strada di Pianoro. Ed ora risalivano alla collina, verso casa, attraversando il Giardino Pubblico. Pel viale grande, battuto da tante zampe ferrate di somarelli, si levava già nell’aria luminosa una nube di polvere insieme a un coro confuso di grida e di risate. Le signore avevano il viso rosso e i gesti spigliati; i giovani s’alzavano sulle staffe, si chiamavano per nome e si rincorrevano, battendo a furia le povere bestie. In mezzo a quella squadriglia disordinata, su quelle umili teste orecchiute, su quei cappelli di paglia, su quelle vesti e quei veli variopinti e ondeggianti, dominava sull’alto cavallo la bella figura di Giulia, nel suo nero costume d’amazzone, con le ricche treccie bionde dorate dal sole e un poco allentate sulla nuca. Era vivace, imperiosa, elegantissima. Entro quella nube di polvere, aveva una grande aria di principessa; una principessa dei racconti fantastici guidante una carovana di zingari.

Da tutte le parti del Giardino correva intanto la gente al passaggio dello spettacolo inaspettato; e anche il signor Carlo, quasi senza avvedersene, si trovò dietro una siepe di curiosi. Giulia passò innanzi senza accorgersi di lui. Ma più oltre, dove il viale grande si biforca, il Conte con gli ufficiali stava fermo sul principio del piazzale attendendo anch’esso il passaggio; e quando sua moglie non era ancora giunta di fronte a lui, si cavò vistosamente il cappello. Giulia rispose al saluto sorridendo e chinando il capo fin dietro la testa del cavallo, forse per nascondere un vivo rossore che si sentiva salire improvvisamente alla faccia.... Il signor Carlo notò quel saluto, quel sorriso, quel rossore.... Alla pallidezza del suo volto e al tetro lampo degli occhi, un curioso avrebbe potuto crederlo il marito, che studiava, non visto, l’incontro di sua moglie con un giovane che gli era causa di sospetti....

IV.

E il male era che il signor Carlo, dentro l’animo, si sentiva infatti d’esser egli il marito di Giulia.

Non glie l’aveva essa detto tante volte? Non glie l’aveva anche scritto? “Lo sa Dio, che mi vede il cuore, se avrei voluto essere una moglie incolpabile e non amare che l’uomo che m’avevano destinato!... Se il voto sincero della mia anima non potè avere adempimento, la colpa non fu mia; ed io ora, come posso, lo adempio. Ora sei tu, sei tu solo il mio marito unico e vero; e sento che sarò fedele a te per tutta la mia vita; e sento di esserti unita con un nodo non meno sacro, non meno indissolubile ed eterno solo perchè gli uomini e le loro leggi non lo possono o non lo vogliono riconoscere....„ Queste parole erano incise una dopo l’altra nella mente del signor Carlo; ed egli aveva creduto in esse come nella verità immutabile; e dal canto suo aveva posto fuori d’ogni dubbio che la sua vita fosse legata per sempre alla vita di Giulia.

Quello che la donna aveva detto e scritto in certi momenti d’abbandono sentimentale, egli lo aveva accolto e convertito, per sè, in legge assoluta. Un marito, appassionato e geloso, non avrebbe potuto pensare e soffrire diversamente da come pensava e soffriva il signor Carlo....


A casa, verso sera, finalmente gli fu portato un biglietto di Giulia. — Lo ringraziava dal profondo del cuore d’averle risparmiate spiegazioni inutili e che sarebbero state uno strazio per ambedue. In un modo o nell’altro, quella vita avrebbe pur dovuto avere un termine.... Meglio adunque rassegnarsi e piegare il capo al destino! Lo chiamava “eroico amico„ per la parte che s’era assunto presso il marito. Si sarebbe sempre ricordata di lui e del tempo felice.... Avrebbe egli avuto in eterno un posto nel cuore di lei, come il più caro, il più degno degli amici suoi. — Il signor Carlo lesse più volte il biglietto prima di metterlo nel portafogli.

La sera andò, come di consueto, alla villa. Giulia durante la serata non uscì quasi mai da un gruppo d’amiche e d’amici, volgendo però di tanto in tanto la parola al signor Carlo con un fare cortesissimo. Volle anche regalarlo di qualche occhiata fra la passione e la compassione; ma andavano come a spuntarsi negli sguardi duri, freddi e raccolti di lui.

Il quale fu con tutti d’un contegno esemplare e, tranne l’aria un po’ abbattuta e taciturna, il solito uomo delle altre sere. Solo a un dato momento, quando credette di non essere osservato, prese da una piccola scansìa un album di Giulia chiuso fra i due fermagli d’oro. La chiavettina pendeva dal lucchetto; aprì e, fingendo di leggere, ne strappò pian piano una pagina ov’erano de’ suoi versi; non gli unici che aveva pensati, ma gli unici scritti per lei ne’ primi tempi dell’amore. Giulia sola notò quell’atto e lasciò fare. I versi dicevano:

Il Sogno dilettoso, il Sogno bello,

Che la vita rapì nell’onde amare,

Or, fermo al limitar del mio cervello,

Chiede, o donna, per voi, di rientrare.

Dal cor, che le chiudea come un avello,

Esce lo stuol delle Speranze care,

E notte e dì con dolce ritornello

Cantano intorno al cor: torna ad amare!

················

Poco dopo le undici, Giulia disse che si sentiva molto stanca della cavalcata del giorno. Salutò tutti, diede la bianca mano all’amico, dicendogli con accento spiccato: — A rivederci eh?... E salì nella sua stanza. Indi a poco la conversazione si sciolse. Mentre il signor Carlo s’accomiatava dalla signora Marianna, questa fece col viso un movimento d’interrogazione, a cui egli subito rispose:

— Vado domattina!

Discese solo nella notte la strada della collina. Arrivato vicino ad una grande croce di macigno eretta sulla strada, a un terzo della salita, sedette sul largo zoccolo e stette lì un pezzo immobile.... Che fulmineo rivolgimento di cose fuori e dentro di lui, nello spazio di ventiquattr’ore!... Avrebbe voluto essere cento metri sepolto sotto terra e non vedere e non udire e non intendere più nulla. Ma quella voglia d’annientamento era subito vinta, da un desiderio indomito di vivere, di sapere, di vedere, di lottare fino all’estremo contro tutta quella dolorosa realtà. E gli pareva troppo mostruoso che la dovesse finire a quel modo.... No, non doveva!...

Voltò gli occhi verso la villa Luigiani e li fissò in un quadrato luminoso che appariva lassù nel buio circostante. Era la finestra della stanza di Giulia; ed egli pensò che la giovane donna stava spogliandosi.... Si trovò in piedi come di scatto e rifece il pezzo di strada fino sotto alla finestra di Giulia.

Altre volte aveva scherzato con lei intorno a un vecchio albero che sorgeva di rimpetto, dicendole che pareva messo lì apposta per favorire la curiosità notturna d’un adoratore indiscreto. Svelto come un monello di quindici anni, il signor Carlo s’arrampicò sull’albero e vide per la finestra spalancata la Giulia che si svestiva. Poi subito sentì la sconvenienza di quella sua posizione; e scese dall’albero a precipizio....

Giulia, tratta dal rumore, s’accostò alla finestra e posò un momento le braccia nude sul davanzale, guardando a basso. Ma niente potè distinguere in quella oscurità; e chiuse lentamente le imposte.

V.

Il giorno dopo il signor Carlo andò all’Hôtel Brun a vedere il Conte. Trovò un giovane di maniere cortesi, gioviale, facilone, all’apparenza sincerissimo. Sulla partita interesse, non ci volle gran tempo a intendersi, perchè la famiglia della moglie era larga nel concedere. Dal canto suo egli, dichiarandosi stanco di quella vita irregolare e desideroso di riunirsi a sua moglie, lasciò anche abbastanza travedere ne’ suoi discorsi che quelli dell’interesse, se erano forse i più forti, non erano però i soli argomenti che lo tiravano a riconciliarsi con la “sua cara Giulia„. Nell’abbandono del dialogo, il giovinotto disse al signor Carlo:

— Io riconosco di aver dei torti gravi verso mia moglie. E tanto più sono franco a confessarli e a dolermene, quanto maggiore è in me la sicurezza che Giulia mi ama e non ha mai cessato d’amarmi. Io ne ho la prova....

— Ah?!...

— Sì, ne ho la prova. Con avvocati e medici non si debbono aver segreti. Guardi....

E trasse fuori dalla tasca interna dell’abito una busta grande di carta, che porse sorridendo al signor Carlo. Conteneva parecchie lettere di Giulia inviate al marito durante i cinque anni della separazione, a intervallo di qualche mese ognuna.

L’avvocato, dissimulando l’emozione, si mise a scorrere quelle lettere.

Erano tutto un discorso malinconico sulla vita solitaria di lei. — Niente la divertiva, niente la distraeva. Le amiche la mortificavano coi compianti importuni e le domande indiscrete. Degli amici poi, alcuni la seccavano facendole la corte, alcuni altri offrendosele a confidenti e perfino a mentori!... Poi, di tanto in tanto, un pensiero fugace alla felicità perduta, una gentile sollecitudine di donna per la vita raminga e disordinata ch’egli menava; una espressione di tenerezza temperata di riserbo e di rimprovero.... Un vago accenno di speranze per l’avvenire. — Tra le lettere c’era anche un ritratto di Giulia in fotografia. Quello stesso che ella aveva donato al signor Carlo e che egli teneva, inquadrato, nella sua stanza. Glie lo avea mandato, scrivendogli che era l’unica copia, che l’aveva ordinata esclusivamente per darla a lui, e che aveva obbligato il fotografo a distruggere la negativa....

Non volle più vedere oltre, e rimise lettere e ritratto nella busta, masticando qualche frase di complimento. Il Conte con ogni cortesia lo ricondusse fin sullo scalone e all’atto d’accomiatarsi gli disse, ridendo:

— Ma sa lei che Giulia s’è fatta molto più bella in tutto questo tempo? L’ho vista ieri al Giardino Pubblico e ne sono rimasto proprio incantato.... Tanto meglio, non è vero?....

E lo lasciò con una lunga stretta di mano.

Quell’ultima rivelazione fu pel signor Carlo più che un dolore. Essa metteva un acre risentimento d’offesa nell’animo dell’amante ingannato. E in lui principiò a ribollire sordamente il desiderio vendicativo.

E pensava; quella voce interiore che gli aveva imposto d’accettare un così strano e doloroso ufficio, era dunque stata una voce profetica! Era dunque fatale che egli arrivasse a vedere tutta e nuda la miserabile verità intorno a Giulia, intorno alla donna per la quale egli, cieco, tante volte avrebbe dato con gioia la vita!... E questa verità, senza aver forza di uccidere la passione, era come un caustico mordente che la ricercava tutta e struggeva quanto era in essa di morbido, di mite, di sottomesso; e la riduceva ad una specie di scheletro animato, forte, fiero e minaccioso.

Entrato nella sua stanza ruppe il cristallo del quadro che conteneva le fotografie; prese quella di Giulia e la fece in quattro pezzi. Cavò poi da uno stipo un grosso fascio di lettere e, messo ogni cosa sul caminetto, vi appiccò il fuoco. La fiamma azzurrognola ardeva silenziosa nella luce del giorno. Il signor Carlo stette a guardarla fino all’ultimo; e intanto gli pareva di sentirsi risuonare dentro una voce:

— Vai avanti, giustiziere!

VI.

Il calice amaro egli volle vuotarlo tutto.

La riconciliazione formale dei due sposi avvenne due giorni dopo, quasi di nascosto ed in modo semplicissimo. Il Conte andò e fu ricevuto da tutta la famiglia a braccia aperte. Nessuno fu invitato in quel giorno alla villa, tranne il signor Carlo. Non era stato egli il buono e felice mediatore della riconciliazione? La signora Marianna (parlando anche a nome della figliuola) lo aveva invitato con un biglietto; e il Conte, con uguale cortesia, aveva aggiunto il suo invito.

Il signor Carlo andò. Quando verso le due del pomeriggio entrò nel salotto, Giulia e suo marito sedevano sul divano posto fra la grande tavola di noce e la parete.

I due giovani formavano una bellissima coppia. Il Conte non ismentiva la sua compostezza di giovane elegante e raffinato; ma il volto attestava una sincera soddisfazione. Giulia, inchinando la sua adorabile testina bionda sulla spalliera del divano, mostrava nell’abbandono di tutta la persona quel mite languore che succede alle forti e care commozioni dell’animo. Ora teneva i grandi occhi socchiusi, come per raccogliersi, ora li fissava sul marito o li girava sui volti soddisfatti del padre e della madre....

Allor che, guardando dalla finestra, aveva visto comparire il signor Carlo sul cancello della villa, il volto di Giulia s’era turbato un poco. Era, volere o no, una nube sull’orizzonte. Annunziava un temporale?... Giulia stese la mano all’“eroico amico„, e sentì ch’egli rispondeva alla sua con una stretta franca. Bastò questo segno a rassicurare la giovane; e la conversazione s’incamminò disinvolta e tranquilla.

Dopo fecero tutti insieme una passeggiata nel breve parco che circonda la casa. Anche quel luogo era pieno di ricordi.... Giunti ad un bell’albero di robinia coi rami pioventi e intrecciati con arte a guisa di capanna, Giulia e il Conte v’entrarono, ridendo, e si sedettero sull’erba. Il signor Carlo, guardando in alto, con l’aria distratta, disse:

— Quest’albero dovrebb’essere vicino a seccare....

— Che! — ribattè il vecchio. — Per quelle poche foglie secche che lei vede tra il verde?... Effetto solito dell’autunno. L’albero è in ottime condizioni.

— E io credo che quest’albero dovrebb’essere vicino a seccare.

Lo strano discorso non ebbe seguito; ma nella mente di Giulia passò un soffio di ricordanze, che la fecero rimanere in silenzio per qualche minuto.

Verso le quattro la signora Marianna salì nelle stanze a vestirsi per il pranzo; il vecchio andò a schiacciare il suo consueto sonnellino d’un’ora. I tre rimasti girarono ancora un poco pei viali.... Come passare il tempo sino alle sette? Nessuno osava palesare quella preoccupazione. Intanto il signor Carlo si faceva sempre più taciturno e i discorsi andavano innanzi stiracchiati e languidi. Il Conte a un tratto ebbe una idea.

— Sapete che con la corsa delle quattro e quaranta arriva mio zio da Milano? Io vado ad attenderlo e gli preparo una bella improvvisata. Della nostra riconciliazione egli non sa nulla. Pensa, Giulia, se egli cascherà dalle nuvole quando, invece di arrivare all’Hôtel Brun, egli si vedrà condotto qua su a pranzare con noi!...

Giulia trovò che era una idea stupenda.

Dopo dieci minuti il tilbury del Conte aspettava già dinanzi al cancello. Mentre egli s’incamminò per partire, Giulia lo accompagnò. Discendevano insieme, discorrendo, il breve viale fiancheggiato da vasi di limone e d’oleandri fioriti, egli un passo innanzi mettendosi i guanti, ella seguendolo e tenendogli una mano sulla spalla. Il signor Carlo, seduto sopra una panchina di marmo, intanto li sbirciava traverso i rami di un ciuffo di mortelle. I suoi occhi, guardando un poco di traverso, avvolgevano la taglia sottile di Giulia e tutta la sua figura elegante, curva un poco innanzi verso il marito; e seguivano anche il moto lento de’ piccoli piedi sulla ghiaia minuta e stridente del viale.... Quando i due furono presso al cancello, Giulia, credendosi non vista, rattenne con la mano il marito; questi si voltò, la baciò nella bocca e in un attimo fu sul tilbury prendendo le redini e la frusta dalle mani del cocchiere. Salutò ancora con la mano e s’allontanò a trotto lento giù per la china.

VII.

Quando Giulia tornò al luogo di prima, non trovò il signor Carlo. Lo cercò con gli occhi qua e là, girò un poco pei viali, diede di sfuggita una occhiata sotto la robinia e chiamò anche ad alta voce: — Avvocato!

Nessuno rispose. Ella aveva provato prima un senso vago di tema e di confusione all’idea di ritrovarsi così subito sola, a tu per tu col signor Carlo. Per questo non le spiacque di non vederselo vicino; e si mise a scherzare con un bel canino pómero che da qualche tempo, non curato, le saltava intorno.

Intanto il signor Carlo, appena visto quel bacio s’era alzato di scatto; e ora s’allontanava dalla casa, con la fretta d’uno che fugge, andando senza saper dove.

Attraversò per uno stretto cancello l’alta siepe di bosso che divide il villino Luigiani dal vastissimo parco di una villa principesca che si distende per tutta la parte più elevata della collina. Infilò un viottolo tortuoso ed erto, procedendo senza mai voltarsi indietro e abbrancandosi agli arbusti per salire più lesto. Dopo circa un quarto d’ora arrivò ad una breve spianata in forma d’emiciclo, circondata da vecchi cipressi e con in mezzo la figura di un grande Satiro danzante di marmo, tutta corrosa e annerita dalle pioggie.

Avrebbe voluto camminare ancora; ma gli parve che l’attraesse il sorriso ferino del satiro, e quella sua movenza procace; e stette qualche tempo a contemplarlo. Poi si voltò e vide sotto di sè, adagiata alle falde della collina, l’ampia città turrita, illuminata a grandi striscie purpuree dal sole che tramontava, già molto vicino all’orizzonte. E tendendo un momento l’orecchio gli parve che di laggiù, fra quelle case e quelle torri, risonassero, e, a malgrado della distanza, arrivassero fino a lui delle voci conosciute....

In lui il cruccio dell’anima e lo sconvolgimento doloroso dei sensi, dopo quel periodo già troppo lungo di sottomissione e di martirio contenuto, si erano scatenati in una aperta rivolta.

In piedi, con le tempia fra le mani che gli tremavano, cominciò una lunga evocazione di ricordi che si mescolavano, in tumulto, a intimazioni, a domande, a brevi attese di risposte, a scoppi furibondi di collera. Era un rapido confronto che egli instituiva, nell’egoismo della sua coscienza urtata e malata, fra sè stesso e la donna che era stata sua, che gli aveva giurato d’essere sua per tutta la vita.... E la conclusione di tutto si presentava a lui nella immagine repugnante di una oscena contaminazione.... La bianca e bella figura di Giulia cinicamente andava a insudiciarsi fra le braccia del Conte.... E quel fatto doveva, senza alcun dubbio, accadere, di lì a poche ore, proprio in quella stessa sera, a pochi passi da lui, proprio in una delle stanze di quel villino che vedeva lì sotto.... Allora tutte le offese, tutti gli sdegni, tutti i martiri della sua passione si condensarono in un atto disperato della volontà, risoluta ad impedire che “quel fatto„ avvenisse....

Poi che questo proposito fu bene compiuto e sigillato nel suo cervello, il signor Carlo si sentì come alleggerito.

E ridiscese. Giunto alla siepe di bosso, non la varcò per il piccolo cancello ma vi appoggiò il petto e sporse il capo avanti, guardando all’ingiù come dalla balaustrata di una terrazza. Intanto il sole si era del tutto nascosto. A basso, nella stretta valle formata dalla insenatura delle colline, l’ombra era già molto cresciuta e da quella si alzava un immenso cicaleccio di passeri cercanti tra le acacie folte il loro asilo della notte. Sopra a quel passerìo lontano, lamentoso e monotono, regnava già il silenzio della sera tranquilla. La stella di Espero brillava nel sereno come un bellissimo occhio di diamante. Dintorno, non una voce, non un rumore. Nella prossima strada deserta non un suono di carri o di passi. Le tre o quattro ville vicine pareva che si guardassero fra loro in silenzio, aspettando la notte; mentre, alla sommità del colle, la napoleonica villa Aldini, col gran timpano della sua fronte e il colonnato dorico, dava a tutta la scena un’aria dolce e grave di paesaggio antico.

Il signor Carlo guardava immobile. A un tratto udì la voce di Giulia, che canterellava il motivo d’una romanza di Tosti. Poi la vide uscire per un viale da una macchia di piante, incamminarsi con aria indolente verso la casa, salire lentamente i gradini della scala, dare, voltandosi, una occhiata verso il cancello della villa e scomparire. Egli aspettò ancora qualche minuto. Poi discese, passando per il piccolo cancello. Poi entrò anch’egli nella casa.

Attraversò la loggia d’ingresso, già oscura, ed entrò nel salotto. Oscuro anche quello; ma potè scorgere la figura di Giulia, seduta sul divano e alquanto rischiarata dai morenti riflessi del tramonto che entravano dalla finestra vicina a lei. La giovine donna sedeva con la fronte appoggiata alle due palme delle mani distese sul tavolo. Forse pensava, forse dormigliava. Tra il fondo di una porta e il pavimento, appariva una riga luminosa e si udiva qualche lieve rumore e qualche bisbiglio di voci. Erano i servitori che muovevano intorno alla tavola del pranzo, nella stanza accanto.

Il signor Carlo, avanzatosi senza far rumore, si fermò ritto vicino alla donna:

— Giulia, ascoltami.... Tu non puoi, tu non devi riunirti al Conte.... e andare questa notte con lui....

Parlava con una voce secca, che gli usciva dalle labbra aride.

Giulia si riscosse o dai pensieri o dal sonno, alzò il capo con un movimento di sorpresa e sbarrò gli occhi in faccia al signor Carlo, senza dire una parola. Questi, curvandosi un poco verso di lei, proseguì:

— Sono io, Giulia! Sono io il tuo marito vero. Non me l’hai tu scritto e detto tante volte?... Questa tua riunione col Conte non la voglio!... È deforme, è infame!... Non c’è tempo da perdere. Alzati subito e vieni con me....

— Voi siete pazzo!

— Sì, se vuoi, sono pazzo; ma la mia decisione è immutabile. L’amore, i giuramenti, la colpa, se vuoi, ci uniscono con un vincolo che nulla al mondo può distruggere.... Vieni subito con me!

E cominciò fra i due, a voce bassa, un dialogo che fu tutto una lotta a esclamazioni, a monosillabi, a frasi tronche e strozzate dall’ansietà e dal tremito.... Quelle due anime, quelle due vite, si urtavano con un cozzo terribile; e come avviene in pochi istanti che l’aria circolante nei polmoni si tramuta in veleno, così in quell’urto l’amore e la simpatia si tramutarono in odio, d’ambo le parti; un odio a cui nulla poteva resistere, irrompente furioso da tutto il vigore di due egoismi disperati.... Essi, in quell’ultimo barlume del vespero, si videro anche una volta: pallidi, sfigurati, ansanti, abbietti.... Infine, Giulia, raccolta ogni sua forza, gli sibilò sul viso con rabbia:

— O partite subito, o io chiamo!

E, puntando le mani sulla tavola, fece per alzarsi; ma l’altro non le lasciò il tempo. S’udì uno scoppio d’arma da fuoco, e la donna ricascò fulminata sul divano.

La porta della stanza accanto subito si spalancò e, insieme con una viva colonna di luce, entrarono i servitori esterrefatti. Quasi nello stesso momento entrarono, correndo dalla porta che dava sulla loggia, anche il Conte, accompagnato dallo zio.

Il signor Carlo fece alcuni passi verso il Conte e gli disse con voce ferma, accennando verso il divano:

— Essa voleva commettere un vile adulterio con voi.... Io glie l’ho impedito!

E lasciò cadersi a’ piedi il piccolo revolver.