Dono infelice di bellezza.....
..... Nè te vedrei del non tuo ferro cinta
Pugnar col braccio di straniera gente
Per servir sempre, o vincitrice, o vinta.
Ed eccomi ancora a trattare del pugnale, quantunque mi ripugni ricominciare con tale terribile argomento.
E perchè dunque vi costituite tiranni? Perchè da secoli questa mia terra deve servire di lupanare a quanti malandrini porta l’Europa?
Perchè essi vengono a mangiarci i frutti, a beverci il vino, che costarono il sudore della nostra fronte?
Perchè? Perchè? arrossisco nel pensare a tanti altri perchè, che solo il pugnale può vendicare!
E voi, amabili ed umani dominatori dell’Occidente e del Settentrione, qual’armi avete concesso ai vostri Iloti italiani, perchè non dovessero servirsi d’un ferro, per vendicare un oltraggio od un disonore?
Oggi ancora, ladroni spudorati, voi infestate le nostre terre che tenete a ruba da varii secoli,—sotto il falso pretesto di religione che non avete, e di diritto divino con cui burlate il mondo.—Ditemi voi: se più legali sono i vostri furti e le vostre violenze, od il ferro italiano che qualche volta—segna le vostre schifose fisonomie?
Ditemi, s’eran legali i vostri assassinii, commessi contro i Messicani, tra cui l’italiano generale Ghilardi fucilato proditoriamente dal servo del 2 Dicembre, Bazaine, contro i Romani del 49 e del 67, contro i Veneti, i Bassi, i Ciceroacchi con due figli e nove compagni, i martiri di Belfiore, ecc. ecc., tutti onesti, tutta gente di cui più valeva un capello che tutta l’anima vostra, carnefici del genere umano!
E verrà un giorno in cui l’Italia purgata dei suoi Tersiti, e dei suoi impostori che l’addormentano e la corrompono, vi tratterà non più coi guanti bianchi—come siete usi ad esser trattati in questo sventurato paese, ma da assassini vi tratterà, come siete, impiegando i mezzi che adoperano i popoli per redimersi da tiranni e da ladri, cioè: pugnale, fuoco, veleno.
E non fate cipiglio—signori vermi della società umana—a tali felici augurii per il mondo, poichè grassi, pistagnati, indorati come siete, siete più nocivi dell’insetto che rode le radici della pianta alimentaria, e dell’avvelenatore rettile, che uccide quasi istantaneamente l’umana creatura.
Sì! voi oppressori delle genti e sostenitori della menzogna, siete la peste del mondo!
È duopo rammentar sovente tutto ciò ai dormenti nostri concittadini: acciò smentiscano i soddisfatti, perchè con pancia piena spacciano massime che son tutte menzogne e paroloni di libertà, di indipendenza e di unità italiana con solo di vero: miseria e degradazione!
E finalmente: non è il Buonaparte con complici il Governo italiano ed i preti, il mantenitore del brigantaggio nell’Italia meridionale?
E non sono i despoti, i fomentatori delle rivoluzioni nel mondo?
Io sfido che si provi il contrario.
CAPITOLO XII.
MANISCALCO.
Sì, noi macchiammo, per veder risorti
Della Romana Italia, i macilenti
Nipoti a un fascio e ad un cammin consorti.
Or dimmi: hai tu dell’Italo fidente
Appagata la speme—e le proterve
De’ suoi tiranni, soldatesche hai spente—
Birri un dì noi vedemmo e genti serve
Su quest’afflitta terra—e fatalmente
De’ servi e birri, noi vediam caterve.
Ammiratore della rigida, non uguagliata da nessun popolo della terra, antica disciplina romana, io, sono quindi amante dell’ordine, cioè—vorrei vedere i popoli prosperi, liberi, felici—ed i loro reggitori, occupati non d’altro che del loro benessere—garanzie sicure queste della quiete pubblica.
Non reggitori simili agli odierni d’Italia, speculando sulle miserie della nazione, rovinandola per soddisfare a depravati capricci, non più tollerati dalla società moderna—e per impinguare numerosa caterva di satelliti che lor fan corona.
Sì! ordine vogliam noi, uomini della libertà e del progresso—cioè: Repubblicani.
Ordine! ordine! e chi lo disturba quest’ordine che l’umanità richiede—siete voi, persecutori delle genti! perturbatori della condizione normale dei popoli—voi! per gozzovigliare alle spese altrui—e far infelici le nazioni che speravano da voi un governo umano e riparatore.
Sì, voi potenti per astuzia e per l’imbecillità altrui, millantate ordine, colla coscienza di mentire—rovesciando, distruggendo ogni più sacra cosa; e facendo della famiglia umana una caterva di sventurati e di spie!
L’ordine che voi volete è la quiete—quella quiete che brama l’assassino nel godimento della roba depredata.
E Maniscalco era uno di quei vili istromenti che la tirannide poltrona, paurosa e codarda, spinge fra le moltitudini per spiarle, torturarle, assassinarle, quando fia duopo, per mantenere l’ordine che disturbano alcuni affamati servi.
Essi, istrumenti, hanno il genio della corruzione, della perversità, e sanno scegliere nella folla i loro seguaci, che distinguono a cert’aria di famiglia, agli inerenti vizii inseparabili di tale bordaglia: vizii ch’essi vogliono soddisfare al prezzo di qualunque infamia, e riconoscibili poi a certa peculiare impronta famigliare alla gente dello stesso marchio.
In Palermo, Maniscalco munito di pieni poteri, ed accrescendo di potenza in ragione inversa del credito de’ suoi padroni—credito da tiranni, che sulla terra dei Vespri si scioglie tanto presto, quanto la neve al contatto della rovente lava de’ suoi vulcani—un perverso come Maniscalco—su cui posava tutta la fiducia del Borbone in Sicilia—s’era certamente permesso ogni specie di dissolutezza, di delitti e crudeltà: la purezza delle vergini, la santità dei matrimonii, tutto andava in un fascio davanti alle libidini dello scellerato. La cuffia del silenzio, e quante torture avevano inventato i Torquemada, erano impiegate per strappare dagli sventurati prigionieri i segreti delle congiure dal dispotismo suscitate.
Un giorno in via Maqueda, tutte le classi della splendida capitale della Sicilia tornavano dal passeggio della Favorita;—tutte le classi, sì,—perchè quantunque poco menomata in potenza la famiglia dei feudali, i popoli, sono fuori da quel servilismo, che nel Medio Evo, non permetteva ad un plebeo di passeggiare accanto ai favoriti dal privilegio.
Nella folla accalcata in quella seconda strada di Palermo, pavoneggiavasi il sanguinario Ministro del Re di Napoli, con scorta numerosa de’ suoi satelliti, armati fino ai denti.—Tali non compariscono in pubblico gli agenti dell’autorità, ove la libertà non è vana parola.
Il policeman dell’Inghilterra, o degli Stati Uniti ispira fiducia all’onesto cittadino, e non timore come il sinistro cagnotto della tirannide—il bravo dei signorotti moderni.
Maniscalco dunque, attorniato da’ suoi, scoteva l’altero suo capo, e gettava sulla moltitudine uno sguardo di disprezzo, e la moltitudine, come se raccogliesse la sfida dell’insolente, calcavasi sulla siepe di sgherri che corazzava il malvivente, premevala, e dal seno di quell’onda di popolo scaturiva una di quelle figure, che la poesia dipinge dominatrici delle tempeste, sieno esse di genti o di elementi.
Tale Colombo—dopo di aver dominato il pelago che divide i due mondi—dominava gl’indisciplinati suoi seguaci in una tempesta d’insubordinata diffidenza al suo genio.
Come lo scopo del grandissimo navigatore fu realtà, la manifestazione d’odio dei discendenti del Vespro e la lama d’un pugnale, sguizzava nell’aere come una fiamma e si conficcava nel petto del disprezzatore delle genti, e lo rovesciava nella polve.
Maniscalco cadeva, ed il suo sangue irrigava una terra che non era degno di calpestare.
Il feritore poi, che alcuni dissero essere un fantasma, ma che certamente era uomo che sprezzava il pericolo, non fuggì, non accelerò il passo; ma in un orgasmo che fece stupire gli astanti, e paralizzò, ammutolì gli sgherri, pria sì baldanzosi, il feritore, dico, strappò da sè l’involto di carta che lo copriva da capo a piedi, ne sparse i brandelli sul terreno, e come per miracolo si confuse nella folla, ove fu impossibile di rintracciarlo per quante indagini se ne facessero.
I Governi ed i preti adoperano ogni mezzo perverso per corrompere le genti, e riescono sovente ad attrarre nelle loro reti qualche sciagurato, ma la massa delle popolazioni in Italia abborre la delazione, ciò sia detto in onore del nostro popolo, e se la miseria od il vizio precipitano alcuno nell’infamia, certo il delatore nel nostro, benchè infelice paese, sarà sempre generalmente in orrore.
Io ho veduto il popolo di Palermo nella gloriosa rivoluzione del 60 correr in cerca dei sorci (spie) con un accanimento indescrivibile.
Chi sa quanto il coraggioso assassino avea lavorato per tagliare, cucire, pitturare cotale abbigliamento di carta somigliante ai panni da poter comparire in pubblico senza essere riconosciuto.
Era una vendetta, meditata, certamente.
E fin ora non si conosce la causa dell’attentato, nè chi lo perpetrava.
Era lo sconosciuto qualcuno dei torturati da Maniscalco? qualcuno dei feriti nell’onore? Poichè i cagnotti dei tiranni sono generalmente gente lasciva, ed il capo degli sgherri, come già abbiamo accennato, avea fama di tale—od era alcuno di coloro che preferiscono la morte al vergognoso servaggio del loro paese?
Assassino: lo chiamarono i giornali borbonici e tale lo chiamerebbero pure altri giornali non borbonici.
Assassino! e veramente io non vorrei che si uccidesse l’uomo dall’uomo, e sono contrario alla pena di morte sotto qualunque forma.
Assassino, dunque, fu il feritore di Maniscalco e Torquemada ed Arbues ed i bruciatori delle creature umane sono santificati! ed il dominatore del Tirolo che appiccò Mantovani, Ungheresi, Piemontesi! il Reggitore della Polonia passando la vita alla distruzione di quel popolo, sottoponendo al knouth sino i bambini e le donne!—ed il Magnanimo che crede oggi di coprir colla sua veste d’Agnello le macchie di sangue di tre popoli, sono Maestà!
Assai più coperti d’omicidii dell’assassino di Maniscalco, ma infine Maestà!
CAPITOLO XIII.
IL 4 APRILE.
Son le tue zolle sante ed i tuoi colli
Templi ove l’uom che ne respira l’aura
Se non risente dignità—la creta
Sortiva dello schiavo!
Come si ponno narrare i fatti del 60 senza un ricordo all’infelice, ma eroico tentativo del 4 d’aprile, in cui un pugno d’uomini risoluti sfidò la potenza Borbonica nella capitale della Sicilia e fu comunque sia il primo episodio della gloriosa epopea?
Io lascio ai meglio informati di me l’incarico di rammentare per la Storia i nomi dei forti che vi presero parte, confessando di ricordare solo il nome di Riso, uno dei martiri dell’impresa portentosa.
Il convento della Gancia servì di ricettacolo ai cospiratori—e fu in quel memorabile giorno il campo di battaglia ove gli stessi sostennero una disugualissima pugna contro gli oppressori della patria.
Il convento della Gancia, sì, in cui i frati, benchè frati, ricordavano d’esser uomini ed Italiani, contrariamente a quelle iene di Roma, di cui la storia è una serie d’assassinii, di prostituzione, di tradimento.
I preti dei Messicani al tempo di Cortez, i sanguinarii druidi dei Celti al tempo dei Romani ed i Papas Greci ai nostri tempi, tutti si consacrano ai più orribili martirii sostenendo le cause del loro popolo.
Ed il prete italiano? Sempre traditore al suo paese, fosse esso invaso dai Turcomanni!
Il contegno dei poveri frati della Gancia fu lodevolissimo.
Essi non pugnarono, non macchiaronsi di sangue, ma identificaronsi colle aspirazioni d’un popolo generoso ed oppresso, lo favorirono e ne divisero i pericoli e le miserie.
L’inviolata quiete di cui godè il Clero in tutte le peripezie tempestose di quella prolissa campagna del 60 si dovè senza dubbio al patriottismo di quei pochi religiosi che—ad esempio di Cristo—si schierarono nelle fila degli schiavi[12].
L’impresa del 4 aprile mosse gli uomini di cuore che dopo la fallita impresa della capitale presero la campagna, congiungendosi alle squadre di quegli ammirabili picciotti sempre pronti a misurare i loro poveri fucili colle armi perfezionate dei soldati della tirannide, sempre pronti, senza dimandarne la causa, a correre in sostegno dei concittadini impegnati contro mercenari nostrani o stranieri.
E qui in onore del vero devo accennare che in nessuna parte d’Italia ho trovato tanta accostevolezza da uomo a uomo, da campagna a città, quanto nella Trinacria.
Sono certo che non vincendo, i Mille, dopo di aver bruciato ed abbandonato il naviglio, essi avrebbero scelto la sorte dei Leonida o dei Fabi. Ma dovunque nella penisola, essi non avrebbero trovato l’incrollabile fedeltà, ed il sostegno che a loro sacrarono i nobili discendenti del Vespro.
In nessuna parte del mondo fuori della Sicilia sarebbe stata possibile una marcia come quella dalla Piana dei Greci a Marineo, da Marineo a Missilmeri; da questo a Gibiltossa e finalmente dall’ultimo punto a Palermo nella notte dal 26 al 27 maggio all’insaputa del nemico.
Si ricordino quindi i reggitori moderni, che invece di tanto occuparsi nel rovinare le popolazioni con tasse, imposte, macinati e il diavolo—per gozzovigliare nel vizio e nella lussuria—essi non dovrebbero accrescer l’odio che han seminato a piene mani tra coteste energiche popolazioni del mezzogiorno. Odio, che aumenta in ragione geometrica. Odio, che non domeranno con tutti i birri della terra, che riuscirà forse impotente una o dieci volte per ora, ma che trascinerà finalmente il paese in uno di quei cataclismi che le venture generazioni ricorderanno con raccapriccio.
E non crediate, signori oppressori ed impostori, che tutte le rivoluzioni le avrete a passar liscie e immacolate di sangue come quella del 60.
Troppe sono le colpe vostre e troppo l’odio che giustamente vi portano le popolazioni da voi ingannate, umiliate, depredate, tradite!
NOTE:
[12] Qui m’è caro ricordare il Padre Pantaleo, che col suo coraggio ed i suoi talenti, come letterato e libero pensatore, diventò caro a tutti e gettò nelle fila dei giovani sacerdoti quello spirito d’emancipazione dalla menzogna che nobilita l’uomo, e che tanto bene avrebbe fatto già a non essere l’Italia governata da cupido gesuitismo.
CAPITOLO XIV.
LA PRIGIONIA
Dieu fit la liberté, l’homme a fait l’esclavage.
Il 4 aprile era trascorso, e la tirannide avea trovato il mezzo di far delle vittime sempre grate a Lei, perchè con ciò crede di frenare i popoli e mantenerli nel timore. Ma di quelle vittime che sono i martiri d’una causa santa, i coraggiosi raccolgono il sangue, vi tingono le fasce delle sorgenti generazioni, ed a loro ne consacrano la memoria—e... la vendetta...—E Dio alle volte paga tardi, ma paga giusto.
Gettando nella bilancia lo stato selvaggio dell’uomo da una parte e l’incivilimento dall’altra, dovrebbe certamente risultare per il bene dell’umanità il peso maggiore nel piatto civile. Eppure qualche volta l’uomo angosciato da reggitori perversi—occupati solo a tiranneggiarlo ed impoverirlo—si trova costretto a desiare la vita primitiva delle foreste, ove mangiava frutte di selva, è vero, ma non avea la schifosa presenza del prete, del dottrinario, del birro, di quella caterva d’arpie che col nome di moderati, cointeressati ministri, pubbliche sicurezze, ecc., lo spolpano, lo corrompono e lo prostituiscono allo straniero.
Tutta gente che vogliono lautamente vivere alle spalle sue accusandolo di rivoluzionario quando si lamenta di essere stracarico, e quando vorrebbe respirare un tantino, scaraventando tutta l’odiosa turba reggitrice all’inferno!
I Governanti sono generalmente cattivi, perchè d’origine pessima e per lo più ladra. Essi, con poche eccezioni, hanno le radici del loro albero genealogico nel letamaio della violenza e del delitto.
Al loro sorgere—tempi feudali—essi, dopo d’aver cacciato l’aquila dall’alpestre nido, l’occupavano—e di là piombavano sulle inermi popolazioni, rubando quanto a loro conveniva: messe, frutta, donne e sostanze d’ogni specie per provvederne i loro covili che chiamavan castelli.
Ai tempi nostri (1870) non meno feudali di quelli, più potenti i signori, più numerosi i birri, e più servili e prostituiti i satelliti, benchè i bravi, si chiamino Pubbliche Sicurezze—e i signori, Re o Imperatore—credo si stia in peggiori condizioni, essendo gli ultimi più potenti dei primi—e con una sequela di legali cortigiani, sempre pronti a sancire colla maggioranza dei loro voti ogni più turpe mercato delle genti o delle loro sostanze.
Al Governo della cosa pubblica, poi, giacchè i padroni regnano od imperano e non governano, vi si collocano sempre coloro che ne son men degni od i più atti a sgovernare, non volendo, i despoti, gente onesta a tali offici, ma disonesti com’essi, striscianti e corruttori parassiti coll’abilità della volpe o del coccodrillo.
Ciò non succede soltanto nelle monarchie dispotiche, più o meno mascherate da liberali—ma spesso anche nelle repubbliche, ove gl’intriganti s’innalzano sovente ai primi posti dello Stato, ingannando tutto il mondo con ipocrisie e dissimulazioni; mentre uomini virtuosi e capaci, perchè modesti, rimangono confusi nella folla a detrimento del bene pubblico; e sovente pure nelle immense Società popolane succede lo stesso inconveniente; d’archimandriti immeritevoli.—I popoli son così facili ad essere ingannati!
Il principio repubblicano ha certamente fatto dei progressi in questi ultimi tempi, e non si deve disperare di vederlo finalmente prevalere. Ma ciò che succede nelle piccole società succede pure dovunque nella grande società umana, ove similmente l’intrigo e le esagerazioni fanno inciampare ad ogni passo cotesto bello andamento del progresso umano.
Parlate di Repubblica—Governo normale e naturale delle nazioni—e propagatela con successo—vi sortono subito i socialisti, i comunisti, gli agraristi, ecc., che spaventano il mondo e ritardano i risultati del vostro lavoro.
Parlate del vero e della ragione—non difficili a seminarsi nelle masse a dispetto della tirannide e del negromantismo—e compariscono gli atei, i materialisti, a menomare le vittorie del buon senso.
Aggiungete a tutto ciò le gloriuzze di certi individui che vogliono essere chiamati grandi a qualunque costo—e vogliono far parlar di loro i giornali, fosse anche per un incendio del tempio d’Efeso alla Erostrato.
Tali considerazioni mi conducono alla conseguenza d’esser possibile nel mondo, non so per quanto tempo ancora, certi governi mostruosi, come quello del Borbone—che la tempesta rivoluzionaria del 60 rovesciò nella polve—e la peste pretina—compimento delle miserie e delle degradazioni umane.
Le prigioni del despota eran zeppe a Palermo ed i fatti di Maniscalco e del 4 aprile le avean colme—giacchè la prigionia serve alla tirannide per reprimere non solo le aspirazioni dei popoli ma per spaventarli.
Lascio pensare in che orgasmo di diffidenza e di paura si trovarono le autorità borboniche nella capitale della Sicilia—allo sbarco dei Mille a Marsala.—Se vi si fosse potuto imprigionare i dugentomila abitanti, sono certo, i Borboni non vi avrebbero ripugnato.
E dopo Calatafimi e la marcia dei filibustieri sulla Metropoli? Dio me ne liberi! In tali frangenti entrarono in Palermo Lina e Marzia e Lia—la graziosa contadina dell’Agro Palermitano—le tre vestite a foggia del paese, e favorite dalla prima oscurità d’una notte di maggio.
Ho già detto: la terra del Vespro non è terra da delatori, ed era probabile che tre ragazze del paese, appartenenti al ceto rurale, potessero entrare senza eccitar sospetti nella popolosa capitale.
Mentre però passavan le tre sotto il primo riverbero di Piazza reale, due occhi somiglianti a quei del serpente[13] si fissarono sul bel volto di Marzia, e vi cagionarono l’effetto della scintilla elettrica—ma malefica, ma funesta come quella vibrata dalla cupa, nera partoriente delle tempeste sulle dominanti torri del feudo o della bottega pretina.
La coraggiosa fanciulla—che abbiam veduto alla testa degli eroi di Calatafimi in quella solenne pugna—fu padroneggiata da tal brivido in tutte le membra, le luci le si ottenebrarono in tal modo, che non sentiva più il terreno sotto i piedi, traballò come in uno stato d’ubbriachezza, e senza il sostegno di Lina—a cui s’appoggiò subito—si sarebbe rovesciata sul macigno del marciapiede su cui transitavano.
«Celeste dote è negli umani—la corrispondenza d’amorosi affetti», dice Foscolo, che segue le anime elette, sacerdotesse dell’amore celeste sino oltre tomba.
L’occhiata d’un perverso che vi fa l’effetto di una punta di stile, sarà dunque l’antitesi di quella dote e la potremo chiamar: dote infernale.
E tale fu veramente l’effetto di quell’occhio sulla bellissima fanciulla romana.
Riconfortata alquanto da quel primo scompiglio dell’esser suo—e tornata alla virile sua natura, Marzia era lì per consigliar l’amica di tornare verso il campo—ma voltandosi e scorgendo lo stesso individuo con altri, senza dubbio della stessa risma, che le seguivano, disse a Lina, senza rispondere al «cosa hai?» dell’amica, «sollecitiamo».
Scivolavano quindi le tre giovani sul selciato del marciapiede di Piazza reale colla velocità e leggerezza della Silfide—ma nella popolosa Toledo a quell’ora facea mestieri rompere la folla per poter proseguire celeremente, e la folla trovavasi sempre più densa a misura che s’inoltravano verso il centro della città.
Tutto ciò dava vantaggio ai persecutori, sulle giovani perseguite, che di più inciampavano nel non indifferente ostacolo che incontrano le belle donne nelle città grandi, quando non accompagnate da uomini, cioè: lo esser bersaglio alle occhiatine, ai motteggi, e sovente alla persecuzione de’ cicisbei.
Comunque, le tre compagne non eran ragazze da lasciarsi spaventare per poco, e la stessa Marzia sul di cui volto era improntata abituale malinconia—e che forse s’era aumentata col sinistro incontro—Marzia, dico, avea ripreso quel fiero contegno cui dava diritto l’indomito suo coraggio.
Passati i Quattro canti[14] e continuando per via Toledo verso il mare, esse giunsero finalmente ove quella via principale forma una piazzetta regolare, ed ove verso levante trovasi l’ingresso del vicolo che conduce all’Albergo d’Italia, e nell’entrare nel portone dello stesso, esse s’accorsero che sin lì eran state seguite.
A gente più assuefatta a mene poliziesche delle belle fanciulle, sarebbe forse venuto in mente di non fermarsi in quell’albergo di prim’ordine, oppure giungendovi, fare in modo di uscire subito da un andito posteriore che conduceva alla splendida passeggiata sul mare, e di là cercare una più modesta ed appiattata dimora. A Lia però, che la faceva da guida, non occorsero tali considerazioni, e forse anche qualche motivo particolare la induceva a prender stanza in detto albergo. La noncuranza poi delle nostre eroine per qualunque pericolo coadiuvò la scelta di tale dimora—non sicura certamente per esse in quel tempo di parossismo rivoluzionario da una parte e di paura governativa dall’altra.
Il fatto sta che appena le tre fanciulle avean messo piede nella stanza richiesta ed a loro assegnata dal padrone di casa, questo si presentò ad esse con un commissario di polizia e tre birri dicendo loro: «Signore, io era venuto per chiedere ciò che desideravano per cena; la comparsa però e l’intimazione di questi signori (la seconda parte del discorso fu a voce bassa ed arrugando le labbra), mi duole dirlo, farà inutile la mia richiesta».
Quelle parole aveano un accento di simpatia, e si capisce con quel colpo d’occhio intelligente che distingue i nostri meridionali, il padron di casa avea indovinato che le belle viaggiatrici eran gente di conto—e bastava per ciò gettar uno sguardo sul distinto, nobile e vezzoso volto delle due compagne dei Mille.—La Lia, di bellezza non comune, pure era conosciuta in quella casa.
Anche si capisce l’istantaneo apparir della polizia borbonica in quei giorni di terrore, ove in Palermo si era concentrata quasi tutta quella del Regno, coadiuvata da quanto il gesuitismo avea di più astuto e di più diabolico.
L’uomo dall’occhio sinistro la di cui vista avea sì stranamente e malignamente magnetizzato la nostra Marzia, avea quindi durato poca fatica a raccoglier sgherri sufficienti per la cattura delle fanciulle sospette.
L’Albergo d’Italia attorniato dalla birraglia, quei birri che col commissario aveano invaso la stanza delle donne e tre carrozze già occupate da custodi pronti al portone, furono gli apparecchi idonei per il trasporto delle tre donne a Castellamare, ove le lasceremo per un pezzo, dolenti del mal esito della loro impresa—ed indispettite.
«Cozzo» fu la sola parola che Lia potè articolare al padrone di casa in un momento in cui i poliziotti stavan concertandosi sulle grandi misure da prendere per assicurare la famosa preda.
NOTE:
[13] Mi è successo in America, coricandomi sul campo colla testa su di un cespuglio erbaceo, di esser costretto a cambiar di giaciglio per l’apparizione di due luci nello stesso, che appartenevano certo ad un serpe.
[14] Punto centrale di Palermo, ove s’intersecano le due principali strade.
CAPITOLO XV.
IL TENTATORE.
Votre crédulité fait toute leur science.
Quando le scritture—che gli stupidi ed i furbi chiamano sante o sacre—collocarono allato della coppia primitiva il serpente per tentare la prima debole donna, esse avrebbero dovuto a tante invenzioni aggiungere l’invenzione d’un prete invece del rettile, essendo il prete il vero rappresentante della malizia e della menzogna—più atto assai alla corruzione e al tradimento che non lo schifoso e strisciante abitatore delle paludi.
E qui mi pongo ancora la mano sull’immane piaga! Un prete! e di più un gesuita—il sublimato del prete—mi si presenta, con mio ribrezzo in tutta la laidezza della sua natura per nausearmi—rabbrividirmi—e per nauseare coloro che avranno la sofferenza di leggermi!
Il sole del 26 maggio nascondevasi dietro i pittoreschi monti che circondano la Conca d’oro a ponente, fosco, rossiccio, come se macchiato di sangue—e col crepuscolo d’un giorno infocato cominciavano a vedersi, nelle pubbliche passeggiate, alcune carrozze con dentro il bellissimo sesso della stupenda capitale. Non numeroso però, abbenchè le donne, colla loro educazione presente, non si curin quanto dovrebbero delle miserie ed umiliazioni della patria: v’era nell’atmosfera naturale e politica qualche cosa che inaridiva ogni voglia di divertimento.
Era scirocco? Credo non fosse. Col scirocco, le popolazioni meridionali agiate chiudonsi soventi dentro casa—trovando insopportabile l’afa che si respira al di fuori.—Il bracciante la trova meno insopportabile della fame, e lavora anche spossato dal soffocante scirocco.
Il sole del 26 maggio era al tramonto e tra le poche carrozze che circolavano sulla deliziosa sponda del Mediterraneo una se ne scorgeva che all’occhio indagatore presentava un aspetto diverso dalle altre.
Perchè coperto quel veicolo? perchè vuoto?—poichè ben difficile scoprire in quel fondo oscuro un coso a sembianza umana, che dico? a sembianza d’un demonio!
Quella carrozza coperta aggiravasi come le scoperte, occupata da gente più o meno oziosa e che in quella sera, più per consuetudine che per gusto, faceva il solito andirivieni.
L’occupante però di quella—come il gufo—nascondevasi dalla luce, ed aspettava le tenebre, per attuare i suoi divisamenti sinistri.
E ne avea ben donde Monsignor Corvo—il più astuto e scellerato dei gesuiti—di nascondersi all’umano sguardo. Se, come m’è successo qualche volta d’esser solleticato a far una buona azione—tale prurito fosse venuto ad alcuno dei generosi palermitani presenti—esso potevasi precipitare in quella carrozza di cattivo augurio, strapparne fuori il malvagio, e schiacciarlo col tacco del suo stivale per non contaminarsi le mani, come si fa del velenoso rettile.—Egli avrebbe compito opera santa e liberato l’Italia da uno de’ suoi più perversi e nocivi nemici.
E lì, nelle vicinanze del sinistro augello, si aggirava uno: giovane, bello, forte, tipo di quella gioventù palermitana sì propensa all’eroismo del martirio.—Cozzo, il valoroso amante di Lia con altri compagni della stessa tempra da lui guidati, avean giurato di liberar i patriotti prigionieri nel forte di Castellamare. Ed eran molti i detenuti—appartenenti per la maggior parte al fiore dei propugnatori della Libertà Italiana.
Essi passeggiavan divisi e lontani dall’ergastolo borbonico—per coprire il loro disegno—e Cozzo, or sapendo che la prigione racchiudeva il suo tesoro, la sua Lia era d’un’impazienza indescrivibile di cominciar a menar le mani.—Poi si sapeva delle due bellissime forestiere compagne della palermitana la di cui fama s’era duplicata sotto il velo del mistero.—Solo sapevasi ch’esse provenivano dai Mille.
E Cozzo coi compagni che avrebbero potuto liberar il mondo da un demonio tentatore, non se ne occuparono credendo vuoto il veicolo—e penetrati com’erano dalla santità della loro impresa.
CAPITOLO XVI.
COZZO E I CINQUANTA PALERMITANI.
Dieu fit la liberté—l’homme a fait l’esclavage.
Quand’io considero quella serie di mostruosi governi che da secoli reggono la meridionale Italia—con popolazioni energiche come son quelle—cresciute sulle lave dei nostri vulcani—io concludo: che non basta l’energia per fare un popolo libero e grande.—Dirò di più, che non basta l’energia e l’intelligenza, poichè a dovizia possiede il nostro popolo l’una e l’altra qualità.
E qui devo ancor mettere la mano sulla piaga della nostra patria infelice: il clericume—ossia l’impostura.
E chi potrà negarmi che sia il pretismo la base su cui poggiano tutti i governi perversi?
E mentre si millanta progresso, incivilimento dovunque—in questi giorni stessi trionfa nelle elezioni al Parlamento Belgico, il clericume!—E chi può sottrarre all’influsso malefico del 2 dicembre protettore della menzogna, i piccoli Stati che attorniano la Francia, quali l’Italia, la Spagna e il Belgio?
Manca certamente al nostro popolo la disciplina—che tanto grandi fece i nostri padri—la disciplina da cui lo distolgono una mano di dottrinari per la gloriuzza d’esser chiamati grandi, mentre sono piccolissimi.
E ciò mi spinge sempre più all’idea d’una Dittatura onesta e temporaria.
Il «Siate tutti soldati, tutti ufficiali, tutti generali» del Mazzini, significa «Siate tutti una Babilonia!»
Cozzo! Pare impossibile; la terra dei gesuiti e dei preti—l’Italia—partorisce anche i Cozzi—quelle antitesi così pronunciate del malvagio!
Io l’ho veduto Cozzo—bello come una fanciulla e giovanissimo.—Cozzo che non s’è mai presentato che al momento del pericolo—e nel pericolo sempre tra i primi, io l’ho veduto a Caserta—morente—col petto rotto da una palla borbonica—e baciai cogli occhi umidi quella fronte d’angelo!
Egli sorrise vedendomi—d’un sorriso che terrò scolpito nell’anima fino alla morte—e pronunciò le ultime solenni parole: «Io sono felice d’aver dato la vita al mio paese!».
E tutte le provincie italiane possedono i loro Cozzi da non esser superati da nessuna casta nel mondo.
Cotesti superbi rappresentanti dell’abnegazione, del decoro, del martirio, della dignità umana scaturiscono dalla folla di quella moltitudine corrotta che serve di piedestallo alla menzogna ed alla tirannide—e qualche volta la dominano e la guidano verso il bene—ma spesso vi rimangono travolti, superchiati, sinchè i cilicii e le battiture la riconducono ancora sulla via tracciata dai liberatori.
Ogni provincia possiede alcuno dei prototipi della nobile Legione—e l’Italia ne può andar orgogliosa.—Essa mai è meno dei Mille, ma il giorno in cui la gioventù italiana capisca, quanto sia grande il titolo di militi di quella incomparabile Legione—in quel giorno: Addio menzogna e tirannide.—La libertà riscalderà, vivificandola, questa terra delle grandi glorie, e delle grandi sventure!
Era la mezzanotte, quando Cozzo, dopo di aver riunito i cinquanta coraggiosi figli di Palermo, marciava risoluto all’assalto di Castellamare, presidiato da cinquecento uomini—da molta artiglieria—e colla parte del mare protetta dalla flotta borbonica, schierata a poca distanza.
I Borbonici apprezzavano giustamente la posizione di Castellamare—sia per la facilità di poter sbarcare al sicuro ogni specie di sussidio d’uomini, armi e vettovaglie—sia per facilitare la ritirata delle guarnigioni di Palermo sulla base dell’imponente flotta.
E perciò mantenevano quel propugnacolo della loro tirannide, molto provvisto dei migliori soldati, d’armi, di munizioni, e d’ogni specie di cose necessarie.
«Che importa!» aveano esclamato i cinquanta campioni della libertà italiana «più ardua è l’impresa, e più gloriosa».
E qui mio malgrado devo ancora fermare i liberatori per un inaspettato evento.
Un’illuminazione a giorno, pria a Palazzo Reale, poi a Castellamare, ed in seguito ne’ pubblici stabilimenti e nelle case di quanti impiegati borbonici si trovavano in Palermo—e di quanti non poterono esimersi dall’ordine d’illuminare—fermò i nostri mentre s’accingevano ad attraversare la piazza che divide Castellamare dalla Città.
Un rovinío di cannonate dai forti e dalla squadra assordava la gente, e più ancora le grida selvagge di tutta la ciurmaglia borbonica, con gli evviva a quel modello di monarca e morte ai filibustieri!
In sostanza era giunta in Palermo la notizia che i valorosi generali Bosco e Van Michel avean raggiunto i Mille presso Corleone, li avean distrutti, preso l’artiglieria e fugati i pochi resti verso il mare africano, ov’eran aspettati dai prodi della flotta per esser condotti in quei certi ergastoli di S. Stefano e Favignano, che i patriotti dell’Italia Meridionale ben conoscono, oppure per essere appiccati ai pennoni di detta valorosa flotta: ricompensa generalmente assegnata ai pirati o filibustieri, simili ai Mille, che si occupano di disturbar l’ordine sì ben mantenuto dalle monarchie in generale e dalle italiane in particolare.
Fra poche ore noi avremo un cenno certo della veritiera loquacità dei dispacci governativi, che per la decima volta avean mangiato i Mille od annientati.—Bosco e Van Michel avean bensì raggiunto, verso Corleone, l’artiglieria nostra comandata dal generale Orsini, che con pochi invalidi la difese valorosamente, ed a cui tolsero, credo, un pezzo inutile. Ma la colonna principale dei Mille, prendendo a sinistra per Marineo e Misilmeri, giunse a Gibilrossa, ove il generale La-Masa avea riunito buon nerbo di squadre siciliane, e di là tutti riuniti si attuò la famosa marcia di notte per sentieri asprissimi sulla capitale dei Vespri presidiata tuttora da quindici mila soldati delle migliori truppe dell’esercito borbonico.
CAPITOLO XVII.
ANCORA IL TENTATORE.
Cuore s’instilla—e paradiso umore
Ti sembra—E poi micidïali e tetre
Le miserie del mondo a te dischiude.
Era la una della mattina, nel fatale 27 maggio del 60, e qualche cosa di fatale veramente pesava nell’atmosfera.—Tu ne sentivi la soma e ne andavi irrequieto.—Non era, come abbiam detto, l’alito appestato del Simoùn[15], giacchè venti non se ne sentivano.—Afa?—non la so descrivere!—Io l’ho sentito però quel fatale mal essere, perchè anch’io in quella notte che precedeva un giorno di tempesta popolare contro la tirannide, anch’io respiravo l’atmosfera di Palermo e l’ho respirata coll’ansia di scorger l’alba che io bramavo—come la presenza della fanciulla amata—e che presentivo liberatrice.
Se soffocati dal malore noi, all’aria aperta, e marciando a dovere santo—a liberazioni di schiavi—che non soffrirebbero in quella pesante notte i rinchiusi nell’afa micidiale di un carcere?
In Palermo certo i dormenti eran pochi. E i detenuti?—molti! Gl’infelici precipitati nel fondo delle loro bolgie—senza colpe—e sostenuti solo dall’intemerata coscienza, languivano privi d’alimenti e d’un soffio d’aria libera!
Tiranni! a che tanto chiasso coi vostri cagnotti, se lo schiavo—raramente, ma però qualche volta—dopo di aver tastato i solchi troppo profondi che incisero i vostri ferri nelle sue carni, vi scaraventa sopra un palco che si chiama guigliottina o nei fossi delle casematte di Queritaro? Voi!... che tanto faceste e fate soffrire l’umana famiglia di umiliazioni, di torture e d’omicidii!
Ed eran rinchiusi nelle celle della tirannide le nostre eroine, che lasciammo nelle mani della polizia all’Albergo d’Italia.—Rinchiuse nelle carceri più recondite dell’ergastolo di Castellamare—esse morivano di quella morte lenta, lenta, che appassisce, appassisce sino ad inaridire e troncare l’esistenza più florida e più robusta.
Esse furono prive del consorzio e divise ciascuna nella sua cella. Gl’interrogatorî di queste famose delinquenti dovevano essere presi a parte. Il despotismo nulla ignora di questa morte morale delle anime: l’isolamento e le torture dello spirito.
Il selvaggio cavallo delle Pampas, i suoi primi passi verso l’addomesticamento li fa con due giorni di corda corta e nessun alimento od acqua. Tali sono tutte le specie di padroni, e la tirannide ben conosce esser l’avvilimento dell’anima compagno dell’avvilimento del corpo.
Era dunque la una della mattina del 27 maggio 1860, quando la cella della Marzia fu semiaperta e l’orrida figura del tentatore—che già abbiamo fiutato in Piazza Reale nel peristilio dell’Albergo d’Italia ed in fondo di una carrozza alla passeggiata pubblica sulla sponda del Tirreno—mostravasi alla derelitta.
Orrida figura, dico, perchè sapeva scendere nei penetrali di quell’anima di Lucifero—e come Lucifero adorna di belle esterne forme.
Tale era questo demone a cui natura era stata prodiga di favori per sventura dei suoi simili.
E qui col ginocchio piegato davanti alla bellezza umana, io, vecchio e senza pretensione, devo un rimprovero o piuttosto un avvertimento alla donna: essa sarebbe assai meno infelice, se si occupasse un po’ più di discernere sotto l’involto d’un bell’uomo, l’anima di un Lucifero!
Marzia trasalì, ebbe dei brividi—come le successe sul marciapiede di Piazza Reale—riconobbe nell’ombra le sembianze del suo tentatore, e sull’impeto primo essa fu per lanciarsi contro di lui e sbranarlo.
«Marzia!» esclamò il Gesuita. «Marzia» ricominciava il prete, e quella voce risvegliando forse nella memoria della fanciulla chissà quali reminiscenze, essa ricadde sul suo lettuccio con immobilità disperata, «io sono venuto a liberarti, e tu sarai libera in questo momento, se vorrai seguire i miei consigli.
«I tuoi sono consigli di Satana» rispondeva la giovine rinvenuta dalla prima impressione e ritornando al suo essere eroico, «via, tentatore nefando, l’esistenza mi pesa solo per aver avuto la sventura di conoscerti. E la libertà, per cui io darei cento vite, datami da te la calpesterei come orribile dono, e me ne servirei soltanto per uscir da una vita che tu hai reso infame.
«Eppure io t’ho salvata da una fede di perdizione, Marzia, e t’ho posta sulla via del Signore e della santa sua Religione.
«Sappi, impostore, per confusione tua, ch’io tornai col pentimento alla fede d’Israele, alla fede dei miei padri. Solo alla mia innocenza io non potrò tornare—scellerato!—E tu ben lo sai; e sai quanti raggiri, quante menzogne e seduzioni tu adoperasti per ingannare una giovinetta tredicenne—prostituirla, e, quando sazie le tue libidini, chiuderla in uno di quei postriboli da voi chiamati conventi, per isbarazzartene.
«Via, assassino dell’anima! la tua presenza mi è mille volte più insopportabile di questo duro carcere».
A queste parole Marzia s’era rialzata, e l’occhio suo scintillava nell’oscurità come quello della tigre.—Il Gesuita, con una lanterna sorda nella sinistra, teneva colla destra la posterla semiaperta, pronto a chiuderla in caso che la fanciulla si fosse precipitata su di lui—azione di cui la credeva capace.
E veramente, dopo aver misurata la distanza collo sguardo, concentrate le spossate sue forze, Marzia fu d’un balzo contro la porta, che trovò chiusa dalla robusta mano del prete, ed il malvivente fu sollecito a dar un giro di chiave per non esporsi una seconda volta all’assalto della fanciulla.
Egli però aprì poco dopo una graticola da dove probabilmente si conferiva coi prigionieri pericolosi, e da dove vi si faceva passare il miserabile alimento.
«Marzia!» ripigliò la voce stridula del loiolesco, «il vecchio tuo padre...»; qui si udì uno di quei lamenti che non si ponno descrivere, e che l’antico fondatore della lingua italiana si contenta di accennare con quei suoi versi immortali:
E se non piangi, di che pianger suoli!
Non era il rantolo del morente, ma uno di quegli accenti di dolore che noi uomini non conosciamo, o di cui non racchiudiamo il tesoro. Solo la donna e forse solamente la madre, il di cui cuore è il vero santuario dell’amore, è capace di sì incomparabile dolore!—Ed il tonfo del corpo di Marzia stramazzante si udì nel fondo della cella.
Un sepolcrale silenzio seguiva, e solo quando l’impassibile ministro dell’inferno s’accorse che la vittima sua non era preda della morte, esso ricominciò: «Marzia! il vecchio tuo padre, lo sai, giace tuttora nei sotterranei dell’Inquisizione, sottoposto a giornaliere torture, e basterebbe una tua parola per liberarlo, e renderlo alla sua primitiva agiatezza».
Singhiozzi d’un’anima veramente travagliata erano la risposta dell’infelice.
«I tuoi Mille, Marzia, su cui speri ancora per liberarti, sono annientati. Essi furono distrutti dai generali Bosco e Van Michel: questa notte istessa avrai intesa le salve d’artiglieria, e le grida di vittoria, che echeggiarono dovunque in Palermo».
«Bugiardi! Bugiardi!» urlava la giovine profetessa, «i Mille passeggeranno vittoriosi sui cadaveri dei vostri mercenarii, sino alla distruzione della fucina infernale che mantenete in Roma, nel cuore d’Italia, per la sventura di questo infelice paese, e del mondo».
L’ultima parte della profezia potea avverarsi, ove i nostri concittadini fossero stati più solerti ad accorrere in sostegno dei Mille.
Nuovo silenzio seguì le ultime parole di Marzia, e raffreddato il parossismo di sdegno, di collera, e di dolore che sinora l’aveva invasa, essa ricadde spossata sul miserabile pagliericcio dominata dalle più sinistre riflessioni.—Suo padre! suo padre nei sotterranei del Sant’Officio! Questo pensiero l’uccideva!—Coi Mille che essa avrebbe accompagnati a Roma, la liberazione del genitore era possibile. Ma ora, rinchiusa in questa malefica bolgia, ove pochi giorni avrebbero bastato a distruggerla!
«Dio mio! che m’importa morire! non son io capace di affrontar la morte le mille volte come a Calatafimi!—La morte!—cos’è la morte? Ma la tortura! Dio mio! il mio povero padre sì amoroso, sì buono! alla tortura! colle sue carni strappate! la veneranda sua chioma insozzata, aggrumata da mortale sudore, e da sangue! in patimenti indescrivibili!»
Povera giovane!—tale era il soliloquio che ti straziava.—Ed il tuo tentatore?.....
Eppure avea delle belle forme, quel mostro—quel parto dell’inferno!—Il tuo tentatore? come se avesse tenuto la mano sul tuo cuore, egli ne contava le pulsazioni egli, come nel giorno in cui ti prostituiva il corpo, non disperava a forza di diabolica pertinacia, di prostituirti l’anima!
Piangi—singhiozza—struggiti—che importa a gente di tal tempra! Tu commoverai le iene, ma costui! non rinnegò egli i sensi più squisiti della natura—ogni affetto di figlio, di padre, di congiunto?—Costui, che vedrà con sangue freddo distruggere dalle fiamme un’infelice creatura, chi deve sperare di vederlo intenerirsi, commuoversi alla tua disperazione?
Maledetti coloro che non ripugnano di vivere su questa terra venduta! nel consorzio di questi corruttori, barattieri di popolo! Maledetto chi non si risente degli oltraggi e delle umiliazioni a cui abbassano l’Italia, questi impostori in connivenza colla tirannide!
«Io chiedo poco, Marzia: dimmi soltanto ciò che tu sai di quei disgraziati che si chiamavan Mille, e che ora son morti per la maggior parte, o fuggenti verso l’Africa».
Spossata la sventurata fanciulla dalle privazioni, dalla scellerata scena, e più dall’aura mefitica dell’angusto e putrido suo carcere, non rispondeva alle infami insinuazioni del Gesuita, che con alcune mal articolate maledizioni. Poi tacque assolutamente per ciarlar che facesse lo iniquo.
Il prete—colla perseveranza che distingue questa razza di lupi—credendo Marzia sopita, o svenuta, riapriva; e diretto il chiarore della lanterna, verso il volto di lei, credè veder gli occhi chiusi da sonno, o da sincope, e si avventurò nella cella—non certo con onesto divisamento.
Ma il fulmine non colpisce con più velocità l’altiera quercia od il campanile della bottega, quanto colpì la nostra eroina il malvivente tentatore.—Essa volò sulla parte superiore del gesuita, lo squilibrò, rovesciollo, e come se fossero d’acciaio, conficcò le sue dita nel collo del giacente.
Era bello e spacciato monsignor Corvo, se un baccano che successe quasi contemporaneamente, non gettava l’allarme tra la dormente guarnigione di Castellamare.—E veramente una grandine di fucilate udivasi in tutte le parti del castello, dal di dentro però al di fuori. E chi ha fatto la guerra sa che ove basterebbe una fucilata, di notte se ne tirano mille.
Un diavolío poi, un correre con lanterne, e senza per ogni dove. E ciò valse al gesuita, poichè anche nella cella di Marzia capitarono birri che liberarono quello scellerato, con gli occhi già fuori dell’orbita.
Marzia da quella svelta e coraggiosa che era, non si smarrì di mente, ma presentendo che qualche cosa di nuovo dovea accadere al di fuori, con tale finimondo di fucilate, cannonate, grida, ecc.—e fiutando l’odor della polvere—come i generosi della sua specie—elettrizzata, precipitossi sulla posterla semiaperta, e frammischiossi nella turba confusa, che correva in ogni direzione.