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I Mille

Chapter 32: NOTE:
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About This Book

Resoconto in prima persona di una campagna volontaria volta all’unificazione nazionale, narrata attraverso sbarchi, marce e azioni d’assalto che mostrano coraggio, ferite e perdite dei partecipanti. Il racconto alterna episodi bellici e momenti di riposo, prigionia e riscatti, e registra incontri politici e decisioni di comando. Emergono ritratti di donne e uomini coinvolti, storie di eroismo e di dolore, e una riflessione civile che critica l’autorità religiosa e invita all’istruzione e alla partecipazione politica dei giovani come fondamento del progresso collettivo.

NOTE:

[20] Non si esageri però—e si stia cauti contro la gramigna-prete. Nizza avea un convento nel 1860; oggi ne ha ventinove. Al prete basta un letamaio monarchico qualunque per ingrassare gl’infernali suoi semi e farli prosperare.

[21] Fu vano il veto di lord John Russel.

[22] Provato da documenti officiali.


Indice

CAPITOLO XXV.

MELAZZO.

Il navigante
Che veleggiò quel mar sotto i vulcani
[23]
Vedea nell’ampia oscurità scintille
Balenar d’elmi e di cozzanti brandi.
(Foscolo).

Fu ben maliziosamente ingiusto colui, che trattò le vittorie del 60 di facili vittorie, vinte dai liberi italiani sulle truppe borboniche indigene e straniere!

Io vidi alcune pugne nella mia vita, e devo confessare che le battaglie di Calatafimi, Palermo, Melazzo, e primo ottobre, fanno onore ai militi che vi presero parte, e furon disputate con molto valore.

Quando su cinque o sei mila uomini nostri che pugnarono a Melazzo, circa un migliaio furon posti fuori di combattimento, ciò prova che non fu tanto facile vittoria. E le odierne battaglie ove s’azzuffano centinaia di mila uomini delle prime truppe del mondo non presentano perdite più considerevoli in proporzione.

Il generale Medici, come abbiam detto, avea marciato per la costa settentrionale della Sicilia, da Palermo verso lo stretto di Messina, colla sua divisione, ed il generale borbonico Bosco con uno scelto corpo delle tre armi, superiore al nostro per le posizioni ed il numero, intercettava la strada principale appoggiandosi alla fortezza e città di Melazzo.

Già alcuni piccoli scontri erano accaduti nelle vicinanze di detta città. I nostri vi si eran condotti colla solita bravura, ed i cacciatori di Bosco non avean mancato alla loro riputazione.

Informato dal generale Medici della situazione, io profittai dell’arrivo a Palermo d’un corpo di volontari giunti in quel giorno dal continente e condotti dal generale Corte. Non permisi lo sbarco di quel corpo, e dalla capitale lo feci dirigere subito verso Melazzo.

M’imbarcai io stesso, e giunto al campo del generale Medici a Barcellona (mi sembra), si combinò di attaccare i nemici all’alba del giorno seguente.

L’alba del 20 luglio trovò i figli della libertà italiana impegnati coi Borbonici a mezzogiorno di Melazzo, ed impegnati in modo molto favorevole pei mercenari.

Praticissimi del terreno, i nemici aveano con molta sagacia profittato di qualunque accidentalità di quei ricchissimi campi. La loro destra scaglionata davanti alla formidabile fortezza di Melazzo, era protetta da quelle grosse artiglierie, ed aveva la sua fronte coperta da varie siepi di fichi d’India—trincee non indifferenti per chi deve assalirle e superarle.

Il centro delle rispettive riserve, sullo stradale che conduce in Melazzo, era coperto da un muro di cinta fortissimo, a cui s’eran praticate molte feritoie, e lo stesso muro coperto da folti canneti che ne rendevano l’assalto pericolosissimo. Dimodochè il nemico, ben riparato, con armi buone, osservava, scopriva e fucilava i nostri poveri militi armati d’armi pessime, e fallacemente coperti dai suaccennati canneti—impiccio per noi, trattenendo lo slancio dei nostri senza ripararli assolutamente.

La sua sinistra in possesso d’una linea di case a levante di Melazzo formava martello, e quindi fiancheggiava con un fuoco micidiale i nostri all’assalto del centro.

L’ignoranza del terreno, su cui si pugnava, fu la causa principale di perdite considerevoli per parte nostra, e molte cariche che si fecero sul centro nemico, quasi inespugnabile, potevano risparmiarsi.

Invano io era salito sul tetto di una casa per poter scoprire qualche cosa—invano avevo fatto caricare sullo stradale per lo stesso motivo.

Molti morti e molti feriti erano il risultato delle nostre cariche sul centro, ed i nostri poveri giovani erano respinti, senza aver potuto scoprire il nemico che di dietro il terribile muro dalle feritoie li fulminava.

Si durò così in una pugna ineguale ed accanita sin dopo il meriggio. A quell’ora la nostra sinistra avea ripiegato alcune miglia indietro e si rimaneva così scoperti da quella parte.

La nostra destra e centro, che si erano riuniti al comune pericolo, tenevano, ma con molte difficoltà e con perdite ben considerevoli.

Bisognava però vincere—e tale era il fatale animatore di quella stupenda campagna.—Bisognava vincere! e di ciò si persuada l’italiana gioventù.

Si tenti la vittoria cento volte, e se le cento volte manca al desiderato effetto, si provi la centunesima.—Pertinacia, tenacità, costanza vi vogliono nella guerra.

Le nostre perdite eran maggiori, quali non lo furono in qualunque pugna del mezzogiorno. La gente era stanca, il nemico avea comparativamente perduto pochissimo. Le sue genti fresche, intatte, e le sue posizioni formidabili. Eppure bisogna vincere! E lo ripeto! lo rammentino bene i nostri giovani concittadini—assuefatti a stancarsi con campagne di quindici giorni,—rammentino che noi, d’una generazione che passa, tanto lasciam da fare a loro, perchè non avemmo costanza, e che la redenzione di questa patria infelice dipende dal volerla tutti, e tutti contribuirvi, e sopratutto aver fiducia in noi stessi e nella vittoria quando sapremo farla piegare ad una volontà di ferro.

I Macedoni, gl’Inglesi, i Francesi, i Germani, gli Svedesi, gli Spagnuoli ebbero i loro periodi di supremazia militare.—Ricordiamo però che nessuno fece più dei Romani antichi, e che se i preti giunsero alla corruzione della nostra razza, noi nascemmo sulla terra ove nacquero i Romani, e che lavati dalla bruttura dei preti, torneremo a valer qualche cosa.

Io ho sorriso di disprezzo alle meraviglie dei chassepot[24] con cui Bonaparte voleva spaventare tutto il mondo, ed il valore tedesco ha ben provato la millanteria dei servi della menzogna e della tirannide.

Ciò ci serva, e ci serva l’odierno esempio della Germania, il di cui entusiastico patriottismo caccia in questi giorni davanti a sè il creduto primo esercito del mondo.

Con dei conigli ladri come coloro che reggono oggi le sorti dell’Italia, ogni esercito può comparire il primo del mondo, giacchè essi non li vogliono i due milioni di militi che può dar la nostra Penisola;—a loro bastano pochi preposti, pubbliche sicurezze, benemeriti, ecc., per guardar loro la pancia.

Ripeto: gl’Italiani devono vincere finchè sotto il calcagno straniero gemono i popoli che diedero vita ai Bronzetti ed ai Monti[25]. Ed il giorno in cui vi sia un uomo a reggerla—questa Italia—milite sarà ogni uomo capace di portare le armi; non più volontari, ma la patria servita da chi vuole e da chi non vuole.—Ed i mercenarii stranieri debbono trattarsi quali assassini, non coi guanti bianchi, come si trattarono sinora.

Or son pochi giorni, il Re di Prussia rifiutò di ascoltare le insolenti proposte del tiranno della Francia e cacciò il suo inviato. Ciò, ed altri pretesti dell’imperatore francese, sono il motivo della guerra.—E se l’Italia avesse un uomo che tenesse alla dignità nazionale, egli dovrebbe, per cominciare a lavare tanti oltraggi di quel masnadiero, dovrebbe mandar in galera il suo rappresentante Malaret, che la fa da padrone a Firenze, ed accoppiarlo con uno dei primi malfattori.

Dunque, bisognava vincere a Melazzo—e sin dopo il meriggio, tutte le condizioni della battaglia erano in favore del nemico, ed i figli della libertà italiana, non solo non avevano avanzato un passo, ma avean perduto terreno all’ala sinistra.

«Procura di sostenerti come puoi» diceva uno al generale Medici che comandava nel centro «io raccolgo alcune frazioni dei nostri e cercherò di portarle sul fianco sinistro del nemico, per girarlo».

Quella risoluzione decise della giornata.—Il nemico, incalzato di fianco dietro ai suoi ripari, cominciò a piegare, si caricò e gli si tolse un cannone che ci aveva fatto molto danno.—Esso reagì con una brillante carica di cavalleria, che il colonnello Missori respinse alla testa dei distaccamenti suddetti.

Piegando il nemico attaccato di fianco, il nostro centro potè superare i ripari, e la vittoria fu completa.

Invano la ritirata dei Borbonici era protetta dalle grosse artiglierie della piazza, e dai pezzi volanti di fuori—i nostri militi, disprezzando il grandinare dei moschetti e delle mitraglie, assaltarono Melazzo, e prima di notte erano padroni della città, avevano circondato il forte da tutti i lati ed innalzato barricate nelle strade esposte ai tiri della fortezza.

Il trionfo di Melazzo fu comprato a caro prezzo; il numero dei morti e dei feriti nostri fu immensamente superiore a quello del nemico.—I generali Cosenz, Corte e Corrao—allora colonnelli—furono tra i feriti.—E qui giova ricordare le armi pessime di cui han dovuto sempre servirsi i nostri poveri volontarii.—Colpa principale, il Governo Sardo.

Il destino del Borbone però era segnato, e perciò la capitolazione di Melazzo dopo quella di Palermo—Melazzo, che sostenuta dalla flotta nemica, poteva valere una Gibilterra.

Tale è il destino della tirannide boriosissima, quando potente, ed il popolo, cammello inginocchiato;—ma codarda, tremante quando il popolo leone invia i suoi ruggiti.

Bosco capitolava (mi pare il 23 luglio) rendendo la fortezza, artiglieria, munizioni, ecc.; e la divisione Medici marciava su Messina, di cui s’impadronì, ritirandosi la guarnigione borbonica nella cittadella.

A poco a poco comparivano all’appuntamento dello Stretto le altre divisioni Bixio e Türr[26] venute dall’interno, e si formava una quarta divisione, Cosenz.

Tra i valorosi caduti a Melazzo, noi perdemmo i valorosissimi Poggi, genovese, ed il milanese Migliavacca.

NOTE:

[23] L’Etna ed i vulcani di Lipari e Stromboli.

[24] Prima della guerra, cioè prima dell’ottobre 1870.

[25] Bronzetti, trentino—Monti, romano.

[26] Il generale Türr, assente per malattia, aveva lasciato temporariamente il comando al colonnello Eber, altro pregiato ufficiale ungherese, corrispondente del Times.


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CAPITOLO XXVI.

LA BORBONA.

Dondola, graziosa Naiade, i lucenti tuoi fianchi sull’onde increspate del Tirreno. Lontana col ricordo, o vicina, colle eleganti tue forme mi ringiovanisci, e mi riconduci coll’anima ai pericoli d’un’età poetica pur troppo spazzata dal tempo.

(Autore conosciuto).

La Borbona!—I francesi chiamaron Borbone le patate al tempo di Luigi XVIII, essendone ghiotto quel monarca.

Borbona!—Eppure eri una bella fregata anche con questo nome poco simpatico.—Non appartenevi più a quella classe elegante della fregata inglese o americana da vela—vera aquila dell’Oceano, che all’occhio esperto ed innamorato d’un figlio d’Anfitrite, rappresentava il bello ideale della sua fantasia.

Nelson, padrone degli Oceani, dominava nel Mediterraneo dall’ampia baia di Agincourt, di rimpetto all’Isola della Maddalena sulla Sardegna, tutti i littorali di quel mare, ed inviava le sue fregate sulle coste Italiane, Africane e Francesi, informandosi con esse di qualunque occorrenza e di qualunque mossa delle flotte francesi.

Era bel vedere due fregate inglesi alla vista di Tolone, ove ancoravano cinquanta navi da guerra francesi, dal brigantino al vascello a tre ponti, e qualunque movimento importante di quelle navi veniva, dopo pochi giorni, segnalato da una delle due fregate all’Ammiraglio.

L’altra fregata, agile come l’Albatros[27], si manteneva alla vista della flotta nemica, veleggiando verso Agincourt, se perseguíta da forze superiori, ma sempre pronta a combattere ove la partita non fosse molto ineguale.

Vi era della vera e maschia poesia in quelle fregate a vela coi loro cinquecento lupi di mare per cui le tempeste e la morte erano un gioco.

La Borbona apparteneva ad un periodo di decadenza per la vela, ma di progresso nell’arte della distruzione, perfezionata poi dalle odierne corazzate: essa era fregata ad elice di 1ª classe ed anche molto elegante.

Io l’ho veduta dall’alto di Villa San Giovanni cannoneggiando una povera batteria che le povere camicie rosse avean edificato sulla punta del faro, con due cannoni borbonici, e l’ho contemplata con orgoglio, per esser legno italiano, da poter comparire con decoro al cospetto delle fregate suddette.

Era il 24 luglio, quando per la prima volta in questa campagna la Borbona, destinata inutilmente alla difesa di Melazzo, approdava nel porto di Messina, e sbarcava nella cittadella un conosciuto nostro, il più astuto corifeo del negromantismo, il gesuita Corvo; e siccome dopo la battaglia di Melazzo, le camicie rosse cominciavano a segnalarsi sulle alture di Messina, il discepolo di Lojola credè meglio impartire le sue istruzioni al Comandante della cittadella, e tornarsene a bordo sulle ali dei venti e del vapore. Egli diceva: «meglio uccello di bosco, che uccello di gabbia».

Il Comandante della Borbona era, come tutti i servitori di Re, uomo col cuore nella pancia, e bastava perciò che non l’avessero disturbato nei suoi quattro pasti diurni, e dal suo favorito caffè, due volte al giorno, perchè egli potesse passare per un buontempone.

Il comandante d’una fregata come la Borbona a bordo è un sovrano, e non abbisogna per ciò essere un Nelson.

La rigorosa disciplina, ancor più facilmente attuabile sui bastimenti da guerra che nell’esercito, fa sì che ognuno deve ubbidire al capo, inesorabilmente. Di qui non si diserta, non si fugge, non v’è nascondiglio nei combattimenti e per poco coraggio che abbia un marino—ciò che succede raramente—la sua vita stava un dì come la ruggine annessa ad un proietto lanciato dal nemico, oggi essa fa parte dell’acciaio del terribile sperone.

Il contr’ammiraglio Banderuola era dunque, poco più, poco meno, ciò che dev’essere un ufficiale imperiale o regio; cioè: Onnipotente a bordo della sua nave, ma umile servitore del padrone e pronto a bombardare la casa natía con dentro il padre e la madre, al comando di quello.

E con tutta la sua onnipotenza, Banderuola sapeva benissimo quanto più onnipotente di lui e del suo padrone era il Gesuitismo, e quindi il rappresentante di esso, il tentatore della nostra valorosa ed infelice Marzia.

«Non vanno le cose molto bene» diceva Corvo a Banderuola, la stessa sera del 24 luglio 1860 nella camera del comandante della Borbona, mentre questa incrociava a ponente dello stretto di Messina.

«I generali nostri assuefatti ad una vita imbelle ed inoperosa, non si son mostrati all’altezza dei tempi e delle circostanze, e temo molto che nell’anima di alquanti di loro si nasconda il tradimento, e quindi il culto al Sole che leva».

«Che al valore dei soldati, non abbia corrisposto la bravura dei capi, lo credo anch’io» rispondeva il marino «ma tradimento non lo crederei» (mentre egli stesso aveva cercato di patteggiare cogli agenti Sardi, allora numerosi ed attivissimi nel Napoletano). «Ed io dirò, circa all’amato nostro giovane sovrano, come diceva il Metastasio:

«Lo seguitai felice quand’era il ciel sereno,
«Delle tempeste in seno, voglio seguirlo ancor.»

Un pieno bicchiere di Marsala aveva suscitato l’estro poetico nell’Ammiraglio, ma un colpo d’occhio scrutatore del gesuita, che lo penetrò sino nell’intimo dell’anima di fango, gli fece abbassare lo sguardo, e senza dubbio il suo interlocutore che la sapeva più lunga assai del marino in materia massime di dissimulazione e di tradimenti, avrà detto fra se stesso:

«Mi sta fresco Franceschiello con questi fedeli.»

Avendo però bisogno per i suoi fini particolari del comandante, il prete, da maestro com’era, ripigliò:

«Oh! sicuro, di tradimento non credo capaci i nostri capi dell’esercito e della marina particolarmente.»

E senza dar tempo al cicaleccio del Banderuola ch’ei scorse pronto a sostenere con calore il decoro della marina, egli proseguì:

«Ammiraglio, ricordatevi che noi dobbiam lasciare in Messina la signora contessa N., tanto raccomandata da S. Santità, e giuntaci or ora a bordo per una importantissima missione, e questa notte stessa essa deve esser trasbordata nel faro a bordo della Formidabile per esser sbarcata con tutta sicurezza».

«Immediatamente, Monsignore» era la replica del marino, forse soddisfatto di non trovarsi obbligato a sostenere una questione esosa, «Immediatamente! ed il miglior palischermo della fregata sarà destinato a tale missione».

Chi sarà codesta signora raccomandata dal Capo dei corruttori d’Italia?—Lo vedremo nel seguente capitolo; ci basti per ora osservare e deplorare che il maggior sostegno del prete è la donna! La donna, la più perfetta delle creature, quando buona, ma un vero demonio quando dominata dai tentatori e traditori delle genti—i chiercuti.

NOTE:

[27] Uccello dell’Oceano.


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CAPITOLO XXVII.

MESSINA.

Sei pur fatata, o bellicosa e bella
Del Jonio Regina!
(Autore qualunque).

I Dardanelli, il Bosforo, Genova, Napoli, il Rio Janeiro, appartengono a quei punti della superficie del globo su cui natura profuse i suoi incantesimi, e l’arte aggiunse le sue magíe, prodigate dal lusso e dalle ricchezze alle superbe bellezze della natura.

Da giovinetto, dopo le ruine di Roma, nulla mi commosse quanto quegli scherzi naturali che vi gettano nell’animo un indescrivibile piacimento ed un’ammirazione somma,—e nella fortuna che io ebbi di veder tanta parte di mondo, confesso esser stato più colpito alla vista dello stretto di Messina che di qualunque altro.

Stromboli, faro del Faro[28] colle sue eruzioni eterne, visibile alla distanza di sessanta miglia, che stupisce d’ammirazione, di rispetto e di gratitudine il navigante battuto dalle tempeste, e che può alla sua vista cercar con sicurezza un rifugio, fuggendo alle terribili divoranti scogliere di Scilla.

Il vulcano di Lipari, minore dello Stromboli, ma anch’esso fumaiuolo della terra, ed i vulcani Alicudi-Felicudi, Salina, alti come il primo, ma spenti;—ma piramidi stupende vomitate dall’igneo centro del nostro globo, al disopra d’Anfitrite.—Entrando nel Faro da maestro a sinistra, le magnifiche falde dell’Aspromonte, certamente fratello dell’Etna, e l’aprica costa di Reggio col piede nell’onda, a destra le bellissime colline della Trinacria, servendo di contrafforti al padre dei vulcani italiani il Mongibello[29], lo stretto abbellito da Reggio, da Messina, da centinaia di pittoreschi casolari e da quella stupenda vegetazione di aranci, olivi, e quanto può vantare l’agricoltura meridionale è veramente incantevole.

Reggio promette un avvenire splendido, ma Messina è destinata certamente ad essere uno dei primi emporii del Mediterraneo.

Il sorprendente fenomeno della Fata Morgana che dipinge (non ricordo bene) la città di Reggio o quella di Messina, od ambidue nelle cristalline onde dello Stretto, è unico tra i fenomeni del mondo.

Infine, al giovine nauta italiano, amante della natura e delle sue bellezze, lo stretto di Messina veduto per la prima volta, fa un effetto magico ed egli lo rivede sempre con amore.

Eran le 11 della sera, quando un palischermo partito dall’incrociatore borbonico la Formidabile, sbarcava sulla spiaggia orientale della città di Messina una donna, che chiameremo Signora—giacchè le sue vesti eran piuttosto pompose—e siccome un segnale era stato fatto da bordo sulla spiaggia, si trovò chi ricevette la Signora, già antecedentemente annunciata, e che l’accompagnò negli appartamenti principali del Castello.

Lo ripeto: la donna angelo, quando buona, diventa un demonio, quando padroneggiata dal Lucifero dell’Italia e del mondo—il prete!—

E tale era la contessa N..., una delle più cospicue gesuitesse che la società contasse in quell’epoca. Favorita, prediletta di monsignor Corvo, ed una delle sue prime vittime. Figlia d’un’illustre famiglia di Roma, e di rara bellezza, essa era caduta nelle reti del Gesuita, ancor giovane, ed una volta nelle ugne di quel tentatore, il di cui talento per la seduzione non era secondo a quello del primo serpente della favola, essa divenne uno dei personaggi più importanti della setta.

«Voi manderete, generale, per quella ragazza, non è vero? Guardate ch’essa è immensamente desiderata dal S. Padre, per solennizzare la più splendida delle vittorie cattoliche, la conversione di due anime ebree, cioè dannate e ritornate al santo grembo di Dio, che è la sua Chiesa».

«Madonna» rispose il generale Comandante la cittadella di Messina, «Voi non dubitate certamente dell’immenso mio desiderio a compiacervi, ma voi mi proponete un’impresa ardua. La Marzia è molto amata e stimata sul campo dei rompicolli; se il minimo barlume trasparisse dell’impresa nostra per impadronirsene, non solo sarebbero sterminati coloro che tentassero di rapirla, ma forse succederebbe la sorte stessa a quanti parteggiano per noi in Messina.»

«Già lo sapevo, ripigliò l’altera contessa, che poco o nulla s’ha da sperare dai generali di Francesco II, quando essi si lasciarono carpire la Sicilia intiera da pochi filibustieri nudi e male armati». E la bella malvagia donna, così dicendo, ritirò la sua sedia dalla vicinanza del generale, e si mise a squadrarlo alzando il bellissimo capo, e dondolandolo,—che avrebbe potuto servir di modello a Michelangelo, quando concepiva l’idea di far una statua dell’Italia d’uno dei più alti picchi degli Apennini[30]. Essa lo fissava nello stesso tempo con due occhi, ove non so se imperasse più la seduzione della superba figlia d’Eva o il disprezzo che generalmente hanno le donne per i codardi.

«Pace! pace!» urlava l’amante[31], «Pace, madonna, io mi lancierò a qualunque pericolo per compiacervi, dovess’io stesso capitanare l’impresa e lasciarvi la vita».

E con un generale borbonico di meno, diceva tra sè la proterva, la terra continuerà la sua rotazione, ed il Figlio maggiore, per noi, dell’Infinito apparirà a levante per coricarsi a ponente, dopo d’essersi nauseato ad illuminare questo gregge di schiavi che si dicono discendenti dal più grande dei popoli del mondo, e che non si vergognano d’esser il ludibrio de’ loro servi da tanti secoli.

Vittima, come abbiam detto, era stata la contessa del più astuto dei gesuiti, e col suo spirito e la sua bellezza, era divenuta il Beniamino, e quasi il pezzo maggiore della terribile setta.—Tuttavia era Italiana, calpestava col disprezzo questa generazione d’eunuchi degli harem dello straniero, ma il suo cuore romano palpitava a qualunque bel fatto degli Italiani, e confessava a se stessa con compiacenza l’ammirazione per i militi di Calatafimi, e ne andava superba.

Un sentimento prepotente nella donna però la dominava, e questo era una sterminata gelosia per Marzia, più giovane di essa e non men bella—che sapeva poi, esser stata, e forse esser ancora la prediletta di Corvo.

Vedendo il generale prostrato a’ suoi piedi, la sua bocca accennò un sogghigno di sprezzo, ma ritornando al carattere gesuitico da lei assunto, e ricordando l’odiata rivale, la contessa concesse la mano al mercenario, ed anzi, lo aiutò a rialzarsi, unico favore che egli mai avesse ricevuto dalla superba romana.

«Io non sperava meno da voi»—ripigliò l’astuta—«e S. Maestà il Re ne saprà di certo tener conto dietro le raccomandazioni supreme di S. Santità».

«—Con tutto il rispetto che io devo agli eminenti personaggi da voi nominati, è a voi, Madonna, che io voglio piacere ed ubbidire in quest’impresa».—

E queste parole furono pronunciate con accento energico e risoluto, poichè anche un mercenario è suscettibile di sentimenti di bravura in presenza della bellezza.

«—Comunque, voi servirete degnamente la causa della legittimità, dell’ordine e della religione».—(Solite menzogne non delle sole gesuitesse).

Con inchini striscianti, ma divorandola cogli occhi, il generale accompagnò la Signora nell’appartamento a lei preparato, e tornò nel suo a meditare sull’esecuzione dell’impresa tremenda.

NOTE:

[28] Lo stretto di Messina.

[29] Nome indigeno dell’Etna.

[30] Una delle Garfagnani.

[31] Non per la prima volta egli vedeva quella seducente creatura, di cui la seduzione era tutto lo studio della vita.


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CAPITOLO XXVIII.

TALARICO.

I briganti in tutte le epoche, hanno avuto delle eminenti rappresentanze come le eminenze.—Nella forza, per esempio: Milone di Crotona, che ammazzava un toro con un pugno e se lo mangiava;—nella scienza, Archimede, che chiedeva un punto d’appoggio per sollevar la terra, che inventava gli specchi ustorî con cui bruciava la flotta romana; Galileo, che trovava la legge della caduta dei corpi, base della grande scoperta di Newton e che scopriva nell’infinito miriade di mondi fin allora ignoti; e Kepler che tracciava nello spazio le orbite percorse dai pianeti.

I briganti, ripeto, ebbero le loro eminenze tremende per certo, ma non meno di quei settantadue eminenti massi di brutture che attorniano il Papa, nocivi al mondo.

Noi abbiamo Gasparone, che sconta oggi ancora (1870) nelle prigioni di Civita Castellana il tradimento del Papa.—I Francesi contano Cartouche; e gl’Inglesi Robin Hood.—Gli ultimi ed i più atroci li avemmo in questi ultimi tempi, come i Crocco, i La Gala, i Fuoco.

Nei tempi di cui scriviamo (1860) l’individualità brigantesca più famosa era Talarico il Calabrese, temuto in tutta l’Italia meridionale, e che percorreva da padrone, ora solo ed ora accompagnato da bande.—Noi già lo conoscemmo in Palermo incaricato d’assassinare il Capo dei Mille, ed ora lo ritroviamo nella cittadella di Messina, ricevendo istruzione per un colpo di mano.

Il brigantaggio, figlio dell’ignoranza e della miseria, fu fomentato dai preti, dai Borboni e dal capo di tutta questa ciurma, il Buonaparte.—Caduti gli ultimi, e regolati i primi, non vi sarà più brigantaggio in Italia.

Annegato nel sangue che fece versare a torrenti il Buonaparte, nel nulla il Borbone, e Roma resa all’Italia, non vi sarà altro motivo di brigantaggio, se non che le depredazioni del Governo Italiano, che avranno fine siccome ogni altra malvagità.

Devo ripetere qui pure: che educati all’onestà, all’amore del loro paese, codesti robusti contadini, dei quali i preti fanno dei briganti, i di cui delitti inorridiscono il mondo, potrebbero riuscire dei militi stupendi, essendo essi dotati di forza, agilità e coraggio insuperabili. Serva d’esempio il seguente fatto di Talarico.

In una casipola di montagna nelle Calabrie, le truppe borboniche erano pervenute ad assediarlo con una forza imponente e rinchiuderlo in un cerchio di ferro.—Talarico, avvisato dall’amante sua abitatrice di quella casa, del suo pericolo, per prima disposizione si accese il sigaro, poi passando ad una finestra opposta alla porta di casa, sparò sei colpi di revolver, ed immediatamente fasciando colla veste il braccio sinistro, e mettendo la daga alla destra, volse indietro, slanciossi fuori della porta caricando col ferro chiunque si presentava, si aprì strada, e uscì a salvamento senza una sola ferita.

Tale era l’uomo a cui il generale C. dava incarico di catturare Marzia.


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CAPITOLO XXIX.

IL PESCE SPADA.

Pour un esclave est-il quelque danger?
(Muta di Portici).

Garrulo, svelto, coraggioso è il pescatore siciliano.

E chi può raggiungerlo nella millanteria? Carattere speciale di quanti isolani nostri ho conosciuto e che credo appartenga a tutti i popoli meridionali dell’Europa, come l’Andaluso, il Guascone, ecc.

«Io sono quello» è il preambolo ordinario con cui si presentano questi nostri superbi figli del Vespro.

«Io sono quello» e continuano poi la storia del loro operato.—Tale millanteria, non tollerabile in ogni caso, certamente porta gli uomini alle più arrischiate imprese, alle più splendide scoperte ed all’insofferenza di oltraggi, come lo provarono ai Francesi nella loro impareggiabile rivoluzione; come lo provano ogni volta che si trovano stanchi di governi iniqui.

Pensando poi al modo anormale e spesso scellerato con cui furon governate queste meridionali popolazioni, io sono perplesso nell’investigarne la causa.—Dirò di più: mi ha stupito la facilità con cui esse passarono da una dominazione all’altra in tutte le circostanze, a cominciare dai Cartaginesi sino ai giorni nostri.—Popoli forti ed intelligenti, come cotesti, hanno forse mancato di quella costanza settentrionale che distingue massime gl’Inglesi.

Dobbiamo sperare con fondamento che nell’agglomerazione di tutte le provincie italiane in un sol corpo politico, esse godranno almeno di una condizione più stabile e potranno scuotere, coll’aiuto morale reciproco, il corruttore dominio del cattolicismo che ci trattiene agli ultimi gradini della civiltà umana.

Eccolo! qua, là, avanti, a destra, a sinistra, urla il pescatore messinese collocato in una specie di gabbia, all’estremità di lunghissima pertica, posta in situazione obliqua sul davanti della prora di palischermo leggiero e svelto come il pesce spada perseguito.—E dal suo gesticolare si capirebbe perfettamente dal pratico padrone della barca senza bisogno di assordanti grida.

Quando il pesce spada però è scoperto dal robusto cacciatore che lo segue già coi movimenti della micidiale sua lancia, sempre diretti verso l’innocente vittima, allora il gabbiere cessa dalle grida, ma sarebbe inutile esigere da lui che cessasse dal gesticolare.—Egli non urla, non fiata, trattiene il respiro, ma se voi lo fissate vi accorgete non esser fermo un muscolo del suo corpo.—Non fa rumore, poichè davanti a lui, nella morte del povero pesce, sta la vita della famigliuola che lo attende per un tozzo di pane. Non fa rumore, ma un galvanismo irrequieto scorgesi in tutta la persona, dai piedi nudi ed anneriti al crine irto, e sconvolto, e mobile come rappresentano l’anguicrinita testa di Medusa.

Cessa i tuoi palpiti, le tue impazienze, la tua sete di sangue d’un nemico che non ha altro torto oltre quello di aver le sue carni gradite al palato dell’animale uomo—altro delitto fuor di quello di appartenere a razza men volpina, men maliziosa, giacchè egli, di te più forte, guai se si attentasse di difendersi.—

La tua barca, la tua vita e quella de’ tuoi compagni andrebbero in un fascio. Ma consolati, non aver rimorsi, egli senza malizia assapora la carne di pesci minori, e se vittoriosamente combatte colla balena, non è per proteggerli, ma per gelosia di mestiere. Tali son le odierne monarchie in guerre così continue od in pace armata per la grandezza della propria nazione, la difesa nazionale, per una causa giusta, anzi giustissima, santa! per la protezione infine di sudditi che si pappano per la maggior gloria di Dio da cui emanano direttissimamente.—Lasciamo dunque entrare il pesce spada nel novero delle vittime, giacchè egli conta tra i predoni.—E ben lo coglie il lanciere messinese forandolo da parte a parte e conducendolo cadavere a bordo dopo d’averlo lasciato dissanguare.

La pesca del pesce spada, che si fa nello stretto di Messina, è tanto più cospicua in quanto che essa ha quasi sempre luogo nelle vicinanze delle sponde. La qui descritta si effettuava vicino al litorale siculo tra il faro e la città di Messina, e su quella bellissima spiaggia trovavasi riunita una folla di contemplatori della pesca.

«Oh! povero pesce, guarda quanto sangue ha versato dalla ferita»—e veramente un lago di sangue arrossava i dintorni della barca, mentre il pesce spada dibattevasi miseramente colla morte, inchiodato all’inesorabile ferro che lo trapassava.

Quella voce di compassione, forse l’unica che uscisse dalla folla, era articolata da bellissima fanciulla e diretta ad un’altra non men bella di lei.—Era Marzia che in uno sfogo d’anima gentile, compativa la situazione atroce del povero pesce spada, dirigendosi a Lina.

Frattanto i pescatori avevano raccolta nella barca la magnifica preda (naturalmente magnifica per i predoni), e siccome si disponevano a continuar la pesca essendo quello un giorno propizio per la stagione e per il tempo favorevole, nacque alle nostre eroine il desiderio di veder da vicino il pesce che appena appena aveano avuto il tempo di adocchiare.

«Se avessimo un palischermo» disse Lina «io sarei curiosa di andar a vedere il pesce spada, che mai non vidi.»

Era la proposta formaggio sui maccheroni per la compagna accesa dalla stessa curiosità donnesca, ed un’affermazione subitanea fu la risposta.

«Un palischermo? ma non sarà difficile trovarlo» disse la vezzosa figlia di Roma.—E veramente non fu difficile, giacchè vicino alla sponda stessa una barchetta, con quattro robusti rematori ed un signore al timone avvicinossi; e, come se avesse indovinato il desiderio delle fanciulle, dopo un cortese saluto, il signore offrì gentilmente il palischermo a disposizione delle signorine. Guardaronsi in volto le due, ed un presentimento di mal augurio agghiacciò per un momento la risoluzione di Marzia.

Lina, però, alquanto più spensierata e men diffidente, disse all’amica:

«Andiamo, miglior occasione e più pronta non potevamo trovare.»

Marzia ristette un momento.—Vedendo però l’arditezza della compagna, che già movea verso la sponda, e vergognandosi di mostrar timore, seguì pure verso il legnetto, ed ambe imbarcaronsi in un’impresa di cui si pentiranno amaramente.


Indice

CAPITOLO XXX.

IL RATTO.

Intanto
All’onta ed al disprezzo è condannata
Lei, che fu la stella di mia vita,
Il dolce paradiso sulla terra!
(Autore conosciuto).

Eran le sei d’una bella serata d’agosto, non v’era soffio di vento, e la superficie dello stretto era inargentata. Le città di Reggio e di Messina come su d’uno specchio riflettevansi in quelle onde fatate, quando le nostre eroine misero il piede sulla graziosa gondola che dovea condurle sulla barca peschereccia ove giaceva il malcapitato cadavere del pesce spada ancora caldo della vitalità scomparsa, e la barca colla trionfale sua ciurma cantarellando vogava trasportata dalla marea verso la cittadella di Messina.

«Ma che con questi quattro robusti rematori, la Sirena che gareggia coi venti, non raggiungerà quegli stupidi pescatori?»

Quella millanteria era vociferata da tale che se fosse stato ben osservato dalle fanciulle pria d’imbarcarsi, esse non si sarebbero certamente affidate a tale guida.

Il comandante della Sirena, posto al timone con Marzia alla destra e Lina alla sinistra, era una di quelle figure che colpiscono ed impongono l’ammirazione in tutti i loro movimenti fisici. Pettoruto e largo di spalle, sulle quali posava una di quelle meridionali teste adornate d’ebano tanto negli occhi che nella capigliatura.—Era di statura mediana, ma svelto quanto il capriolo dei monti.

Non era marino Talarico, non cavaliere[32], ma su un cavallo o su un palischermo egli dondolavasi graziosamente quanto un marino italiano, un figlio de las Pampas, od un Monarca della cuchilla del Rio Grande[33]; infine era un tipo di razza gagliarda, non tutta spenta in Italia, malgrado gli sforzi del prete e della tirannide per corromperla.

Dunque è Talarico, eh!—E voi le mie buone fanciulle l’avete fatta grossa d’affidarvi a lui, o non avete saputo distinguere sulla maschia figura del figlio d’Aspromonte l’occhio aquilino e micidiale del bandito.—E Talarico non solo, ma tutto quanto voi avete veduto di pesca, di pescatori e di Sirena sotto le finestre della vostra abitazione, tutto era stato premeditato ed ordito per involare la Marzia.

Lina, altrettanto preziosa preda, non entrava nel ratto che come un accessorio.

La barca peschereccia vogava sempre verso la cittadella, trasportata dalla marea e dai remi, e la Sirena, benchè sveltissima, accorciava di poco la distanza che la separava dal pesce spada. La curiosità delle nostre belle cangiossi presto in timore, e gettato un colpo d’occhio verso la sponda sicula da dove eran partite e che già oscuravasi colle ombre della notte, esse richiesero al timoniere d’esser ricondotte verso la loro dimora.—Tutt’altro che Talarico avrebbe potuto usare un po’ di diplomazia, cioè d’inganno—confortar le donne, ingiunger loro di star quiete ed infine canzonarle ancora per un pezzo, ma tale non era il modo del calabrese brigante; e quando s’avvide che gli occhi delle due eroine lampeggiavano di sdegno, e che forse potevano, dopo d’aver riconosciuto l’inganno, scagliarsi su di lui, le prevenne, ed abbandonando il timone, pose una mano su d’ogni braccio delle donzelle, e le strinse come se fosse graffa di leone, mentre i rematori, assoldati come il loro capo, avanzaronsi a prestar man forte, nel caso che la potenza di Talarico non avesse bastato.