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I Mille

Chapter 39: NOTE:
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About This Book

Resoconto in prima persona di una campagna volontaria volta all’unificazione nazionale, narrata attraverso sbarchi, marce e azioni d’assalto che mostrano coraggio, ferite e perdite dei partecipanti. Il racconto alterna episodi bellici e momenti di riposo, prigionia e riscatti, e registra incontri politici e decisioni di comando. Emergono ritratti di donne e uomini coinvolti, storie di eroismo e di dolore, e una riflessione civile che critica l’autorità religiosa e invita all’istruzione e alla partecipazione politica dei giovani come fondamento del progresso collettivo.

NOTE:

[32] Qui per Cavaliere non intendo quella caterva di servi che coi cavalli altro non hanno di comune che la greppia ove s’ingrassano a spese dei popoli che disonorano.

[33] Monarca della collina: così si chiamano i famosi cavalieri della provincia più meridionale del Brasile.


Indice

CAPITOLO XXXI.

LA DITTATURA ONESTA.

Non ciarle, ma fatti.
(Autore conosciuto).

Vi sono molti birbanti del mondo, massime tra i popoli ove domina la corruzione del prete e della tirannide.—Ivi si perviene ai gradi, agli onori, all’agiato vivere, a forza di bassezze, di umiliazioni e di servilismo; quindi l’onestà non è merito, ma lo è l’adulazione e la flessibilità della schiena e della coscienza.

Fra codesti birbanti, alcuni onesti, o sono impercettibili nella folla, o sono tenuti in diffidenza per lo scetticismo che invade le moltitudini sì sovente ingannate.—Eppure io conosco degli onesti che potrebbero migliorare la condizione umana, se non vi fossero tanti pregiudizii e tante dottrine.—Ma come si deve aver fede in cinquecento individui, la maggior parte dottori[34] e la maggior parte venali, uomini che vengono su dalla melma ove li condannarono la dappocaggine e sovente il vizio; vengon su, dico, a forza di cabale e di favoritismo, e si siedono sfacciatamente tra i legislatori d’una nazione, coll’unico interesse individuale e disposti sempre a sancire ogni ingiustizia monarchica, coonestando così gli atti infami di governi perversi che senza quella ciurma di parassiti avrebbero responsabilità dei loro atti, mentre con parlamenti servili essi sono dispotici, e compariscono o si millantano onesti.

Questi cinquecento, fra cui vi è sempre qualche buono, disgraziatamente si usano come governanti nelle monarchie non solo—governi imposti—ma pure nei paesi ove la caduta delle monarchie, come in Ispagna e in Francia, ha lasciato le nazioni padrone di loro stesse. La vecchia abitudine dei comitati, delle commissioni e dei parlamenti getta negli anzidetti casi di nazioni padrone di loro stesse una turba d’aspiranti alla direzione della cosa pubblica, che sventuratamente riescono sempre con una minoranza buona o mediocre, ma con maggioranza pessima, e quindi annientato il po’ di buono che vi si trova.

E perchè non scegliere un onesto solo per capitanare la nazione e con voto diretto? Non è più facile trovarne uno che cinquecento?

Il maggiore dei popoli della terra, il Romano, chiamò quell’uno Dittatore.—Chiamatelo voi come diavolo volete. Insignitelo del supremo potere per due mesi, per due anni, se meglio vi pare. Non successori nella stessa famiglia, non eserciti permanenti.—Dieci onesti cittadini per littori, e l’esercito Nazione se la patria è minacciata.—Supponete ch’egli sia solamente onesto, e questa è la qualità che voi dovete cercare.—Non è amministratore, militare, finanziere, ma saprà trovare della gente idonea per ogni provincia. E non avrete il bisantismo, con quella turba di ciarlieri che assordano il mondo e mantengono l’Europa in una vera Babilonia.

Con degli onesti ai governi potranno avverarsi tutte le questioni politiche e sociali, e sopratutto si potrà provvedere subito alla soppressione di quel macello umano che si chiama guerra.

Il macchiavellismo è oggi una parola esecrata; eppure Macchiavelli è uno dei grandi di cui si onora l’Italia. Così avvenne alla dittatura. Perchè vi furono dei Cesari, dei Buonaparti, pare non vi possano essere più delle dittature oneste. Ed io sono certo che se la Francia e la Spagna, padrone di loro stesse, avessero, dopo la caduta d’Isabella e di Buonaparte, scelto un uomo solo con pieni poteri per governarle, esse non sarebbero cadute nello stato deplorabile in cui oggi si trovano. Lo rammenti la Democrazia europea; essa è sempre conculcata per non sapere combattere il dispotismo colle proprie sue armi, cioè la concentrazione del potere nelle mani d’un solo, sinchè (come in America ed in Isvizzera) la situazione non divenga normale da non più aver bisogno di poteri straordinari al governo concentrati nelle mani d’un solo.

NOTE:

[34] Non si creda che io sia sistematicamente nemico dei dottori (non teologi, che credo impostori), anzi io conto molti dottori tra i miei amici, ma essi han fatto prova sinora tanto cattiva nei governi e nei parlamenti da far disperare di loro.


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CAPITOLO XXXII.

AGLI ARANCI.

Non la siepe che l’orto v’impruna
È il confin dell’Italia, o ringhiosi,
Sono l’Alpi il suo lembo, e gli esosi
Son le turbe che vengon di là.
(Berchet).

Era verso la fine d’agosto, quando il Dittatore della Sicilia, radunate le vittoriose sue legioni nel Faro, disponevasi a passare sul continente italiano.

Il numero di forze dell’esercito meridionale[35] poteva ascendere ad una decina di mila uomini, aumentando ogni giorno però per l’arrolamento di meridionali e per i contingenti venuti dalle altre provincie d’Italia, con buona mano di veterani di tante battaglie.

Cotesto accrescimento di forze dei liberi dispiaceva certamente alla Corte Sarda, al Papato ed al padrone Buonaparte, e fra i mezzi impiegati per impedirlo, non mancarono ogni specie d’ostacoli all’imbarco dei volontari nel settentrione.

Era naturale temessero l’invadente bufera nel mezzodì i monarchici ed i suoi satelliti. Chi ha la coda di paglia, teme il fuoco.—Ciò che non era naturale, che non doveva essere, e che mi ripugna scrivendolo, si è l’opposizione a noi fatta dal dottrinarismo, dagli uomini che oggi ancora sono tenuti quali archimandriti della democrazia italiana.

Essi hanno del merito, non glie lo contesto, e se al merito incontestabile avessero potuto aggiungere la capacità di far l’Italia da soli senza la cooperazione d’altri—essi sarebbero senza dubbio i sommi dei sommi.—Comunque, da loro fummo attraversati anche nella spedizione del 60, apparentemente, non colla volontà di nuocere; ma in realtà pregiudicavano.

L’organizzazione di un corpo di volontari in Toscana capitanato da Nicotera nocque, e se quelli stessi volontari si fossero inviati in Sicilia, sarebbe stato assai meglio.

La spedizione al Golfo degli Aranci, ordinata, credo da Bertani, e da lui diretta coll’oggetto d’un’operazione diversiva nello stato pontificio come la prima, fu anche nociva, perchè ritardò l’arrivo di un corpo considerevole di volontari di cui avevamo gran bisogno, e mi obbligò di abbandonare l’esercito sul Faro, imbarcarmi a bordo del Washington, ed espormi al pericolo d’incontrare gl’incrociatori borbonici, per andar a cercare a tramontana della Sardegna il suddetto forte contingente di bellissimi militi che si volevano sottrarre ai miei ordini (per una spedizione inutile, giacchè essi nulla avrebbero fatto a fianco dell’esercito sardo invadente) e forse anche per non contaminarli al contatto degli elementi poco puri dei Mille.

Era dunque verso la fine d’agosto quando pronto l’Esercito Meridionale sulla sponda sicula dello stretto di Messina, si disponeva a traversarlo.

La vigilanza dei legni borbonici a vapore era immensa: le loro batterie sulla costa calabra, ben guernite di cannoni e d’uomini, protette da varii corpi di truppe sparsi nelle campagne circostanti.

Una quantità di piccole barche, raccolte nei diversi porti della Sicilia, erano state dirette a Punta di Faro, per effettuare il passaggio.—Vi furono alcuni tentativi infruttuosi.—In uno però, condotto dai valorosi Missori, Nullo, Musolino, Mario ed altri prodi compagni, si assaltò uno dei forti principali della costa suddetta, e senza il timore d’una guida che s’impaurì alle prime fucilate, i nostri s’impadronivano del forte, e con questo si sarebbe agevolato grandemente il passaggio dell’esercito.

La fortuna però doveva continuare a proteggere la giusta impresa, ed al ritorno del Washington dagli Aranci, il Dittatore s’avviò verso Taormina, ove il generale Sirtori aveva diretto due piroscafi per il Mezzogiorno della Sicilia—il Torino ed il Franklin.—Imbarcossi col generale Bixio la di lui Divisione e felicemente giunsero a Melito sulla costa meridionale della Calabria.

NOTE:

[35] Nome che presero i Mille accresciuti di numero.


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CAPITOLO XXXIII.

ROMA.

De’ vivi inferno!
Un gran miracol fia
Se Cristo teco alfine non s’adira.
(Petrarca).

Era il primo di settembre del 60, e verso le dieci antimeridiane una immensa folla brulicava dalla superba Basilica di S. Pietro, il maggiore dei templi del mondo.

Sino al ponte Elio, oggi di S. Angelo, e dallo stesso in tutta l’estensione della Lungara—quella moltitudine per la maggior parte devota, non lo era al punto di sfidare i raggi solari, cocenti in quella stagione, ed in quell’ora, in cui la brezza marina non ha rinfrescato ancora l’atmosfera corrotta della capitale dell’Orbe Cattolico; tutti tendevano verso l’ombra delle case, ciò che a tutti non riesciva, per la qual cosa verso la parte del Tevere v’era proprio da soffocare, tanta era la calca.

Ma che importa di soffocazioni, di calori, di febbri? Oggi i chercuti danno una solennissima festa ed il popolo degenerato che cresce sulle ruine del più grande dei popoli, non abbisogna di dignità, di decoro, di libertà, ma di feste, e colle feste ed una scodella di brodo si contentano i discendenti dei Manli e dei Scipioni.

Un giorno questo popolo si affollò dietro al carro trionfatore trascinato dai re della terra, quindi negli anfiteatri a contemplar le sanguinose giostre dei gladiatori, e gli urli de’ suoi schiavi morenti, lacerate le loro carni dal leone o dalla pantera. Poi discese ancora più nell’imo delle sue cloache, barattò per pane e giuochi la sua libertà e dignità. Infine non contento ancora della sua abbiezione, e delle brutture imperiali, egli curvossi, si genuflesse, s’accovacciò ai piedi della più lurida, più umiliante e più sfrenata delle tirannidi—quella del prete—dell’impostore—del corruttore per eccellenza della razza umana.—E lì sen giace ancora, pronto al primo squillo di campana, a correre, prostrarsi e baciar la pantofola d’un idolo di fango.

I preti scorgevansi nel vasto peristilio del tempio; ne uscivan di tanto in tanto per respirare più liberamente, per mostrare al volgo ed alle bigotte i loro abiti sacerdotali di gala; e tergevansi con bianchi lini la fronte, sudante per le fatiche—poveri preti!—e sorridevano alle innamorate ammiratrici—e scotevano graziosamente i candidi piviali, e le inanellate chiome.

Crittogama dell’uman genere!—Barattieri dei popoli!—A voi, che importano le sventure delle genti!—Predicatori d’immoralità, vantatori di un paradiso celeste con cui beffate il popolo, mentre ne avete costituito uno terrestre a spese ed a scorno suo, e mentre quell’inferno, di cui voi ridete, lo avete accatastato coi vostri roghi e le scelleraggini vostre, a pro degli infelici che hanno il torto di non bastonarvi.

Sì, preti!—era quella una solennissima festa, con cui le bugiarde vostre campane, le bugiarde vostre sinfonie, ed i bugiardi vostri apparati di stupendissimo lusso, cercavano di chiamare a voi le moltitudini ingannate e colpevoli di non volersi servire di quella religione colla quale natura adornò anche i più cretini.—Vi vuol poi, per Dio, molta scienza per capire che un prete è un impostore?

Quella festa, con cui si assordava il mondo, era la conversione del vecchio Elia e della sua Marzia, che dalla giudaica religione, generatrice del cristianesimo, dicevansi dover passare alla religione del Papa.

Due anime salvate!—Eh preti!—Gran festa!—Lo Spirito Santo richiesto dall’infallibile, ha toccato il cuore delle due smarrite pecore!—Ed esse, al cospetto del mondo devono abiurare la fede dei loro padri, ed aggregarsi alla vostra.—Eh preti! voi sapete che io so, non aver voi altra fede che nel ventre, e nella libidine!—Aggregarsi alla vostra fede, eh!—Credere alla verginità della madre di Cristo, come voi credete a quella delle vostre Perpetue! E mangiar l’Ostia con dentro l’Infinito! Ah birbanti! voi non le credete queste fandonie colle quali infinocchiate le vecchie peccatrici, e gettate le nazioni nell’abbrutimento, nel servaggio, e nella sventura.

Voi non le credete, io lo so; ma nello stesso tempo voi potete scusarvi: chè in questo secolo di ladri, anche voi, avete trovato il modo di viver grassamente alle spalle delle carogne!

«Non fate ciò che io fo, ma fate quel che io dico». Ma bravi li miei preti! ecco una vera scuola di logica, di morale. A che diavolo serve l’esempio!

«Mortificatevi, digiunate, astenetevi» dite voi, per la maggior gloria di Dio! (bestemmie di cotesta impudente canaglia).

«Al prete, bocconi squisiti e vezzose donzelle». E non sono essi Ministri di Dio?—perchè dunque debbono essi privarsi delle dovizie del mondo, come voi altri cretini!

«Sì, la conversione di due Ebrei alla religione di Cristo» rispondeva un Romano ad un giovane d’aspetto marziale, e che dalla bionda capigliatura, sembrava appartenere alle provincie settentrionali della penisola.

«Sì, la conversione di due Ebrei» continuava il figlio di Roma—«e questi pretacci dondolano il nostro povero popolo con tali menzogne, e lo fan scordare del suo abbrutimento e del suo servaggio».

L’interlocutore guardando fisso il Romano, sembrò investigare nell’abbronzato suo volto, la veracità del suo sdegno, e mormorava tra sè: «sarà questo un insofferente del giogo pretino, od un delatore?».

Il suo dubbio durò però poco, e l’apparizione d’una bellissima coppia, divisa per un momento dalla folla, e che accostossi ai due suddetti, facendosi largo, valse a dileguarlo.

I nuovi arrivati erano P... e la sorella Lina, la di cui presenza in Roma sembrerà straordinaria, mentre i loro compagni militavano all’estremità dell’Italia Meridionale.

«Addio, Muzio» incominciò il Bergamasco dirigendosi al Romano, ed ambi si strinsero famigliarmente la destra.

«Addio, mio caro» rispose l’altro—«Io mi vergogno di trovarmi qui inoperoso, mentre i nostri prodi amici, dopo di aver fatto miracoli di valore in Sicilia, stanno oggi marciando vittoriosamente su Partenope. Con tutta la buona volontà del mondo noi fummo ingannati dai temporeggiatori, dai Generali di combinazioni che ci hanno canzonati, intimandoci di fermarci in Roma per colpire il nemico alle spalle, e così abbiam dovuto marcire nell’ozio, e sprecare qui tanta bella e briosa gioventù, anelante di volare a fianco dei militanti fratelli.—Già l’ho sempre detto; la democrazia italiana come tutte le altre dovrebbe persuadersi che vi vuole un capo solo, massime nei casi d’urgenza.—Molti capitani portano generalmente la nave negli scogli. Prima d’ogni schiarimento, permettimi di presentarti il nostro Nullo, e mia sorella Lina».

Uno scambio di affettuose scosse di mano legarono in un momento e per la vita il bravo figlio di Roma coll’eroe della Polonia, e la bellissima fanciulla delle Alpi.

A Lina, Muzio non baciò la mano per verecondia, non potè a meno però, di rimanere stupito a tanta bellezza, ed un po’ confuso.

«Fu veramente sventura, per chi dei nostri non partecipò alla gloriosa spedizione dei Mille» riprese P... «E tu, Muzio, col tuo drappello di coraggiosi romani, avresti aggiunto nuovi allori ai tanti raccolti sui campi Lombardi. Però, non disperarti, se hai mancato di pugnare contro i soldati del Borbone a Calatafimi e a Palermo, qui, tu sarai immensamente utile all’impresa disperata ma santa che ci siam prefissa».

«Oh! contate su di me e de’ miei compagni per qualunque arrischiata impresa» disse Muzio «Noi saremo superbi di combattere sotto ai vostri ordini».

«Duolmi tanto» egli continuò «dovervi lasciare in questo momento e confondermi nella folla; i segugi della polizia papale sono sulle mie tracce, ed io ne scorgo diversi che mi perseguitano. Ove occorra, a qualunque ora cercate di me ai mendichi del Foro Romano».

Terminate quelle parole, Muzio scivolò tra la moltitudine con una celerità sorprendente, a considerare con quanta calca egli doveva lottare.

I nostri tre amici, quanto l’amico interessati a non essere scoperti e sorpresi, imitarono la di lui prudente ritirata e si mossero in direzioni diverse com’erano previamente convenuti.

Frattanto continuavano i grandissimi preparativi per la solennissima conversione dei due Ebrei, Elia, e Marzia; padre e figlia. E la bottega di Roma, per non crollare sotto il putridume de’ suoi vizii e delle sue corruzioni, abbisogna di queste imposture: ora una Vergine di legno, che apre gli occhi; un’altra, che piange lagrime di sangue; una terza, che porta, tempestato di brillanti, sul petto il santo prepuzio di suo figlio; ed un’altra finalmente non meno indecente, con appesa al collo la propria matrice! E la canaglia crede, paga contenta d’esser bastonata.

I preti se ne ridono e scialacquano, ed i reggitori del mondo, fingendo di creder gli uni e di far gl’interessi degli altri, rubano a tutti e fan giustizia del tapino, che prende un pane sul banco del prestinaio, per sfamare la prole morente, e lo appiccano!


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CAPITOLO XXXIV.

REGGIO.

Felice te! che il regno ampio dei venti
Ippolito a’ tuoi verd’anni corresti,
E se il pilota ti drizzò l’antenna,
Oltre all’Isole Eolee, d’antichi fatti
Certo udisti suonar delle Carridi
I liti.
(Foscolo).

Da Melito, ove la divisione Bixio, dopo d’aver tranquillamente ed ordinatamente eseguito lo sbarco, sopportò un forte cannoneggiamento della flotta nemica che ebbe per risultato l’incendio del magnifico piroscafo, il Torino, da Melito, dico, si marciò per la spiaggia occidentale delle Calabrie verso Reggio.

Nulla di molto importante successe in quella marcia, oltre alla riunione dei prodi compagni, che con Missori avean assaltato il forte Orientale del Faro, e non potendosene impadronire, come abbiam veduto per mancanza di una guida, erano stati obbligati di prender l’Aspromonte, ove avevan lottato con varia fortuna, contro i numerosi nemici che li perseguivano.

Con Missori giunsero pure dei bravi Calabresi che ci giovarono assai nell’espugnazione di Reggio, essendo praticissimi del paese.

Si assaltò di notte e per sorpresa quella città, e verso il meriggio del giorno seguente, essa ed i suoi forti furono in nostro possesso. Al passaggio della Divisione Bixio successe quello della Divisione Cosenz verso Scilla e colla congiunzione delle due si ottenne la capitolazione d’un corpo considerevole di Borbonici a Villa S. Giovanni con perdite insignificanti da parte nostra. E padrone della sponda Calabra, l’esercito meridionale, potè passar lo stretto senza ostacoli.

Torniamo un passo indietro verso le nostre eroine, che lasciammo in preda a Talarico sulla spiaggia della Cittadella di Messina.—Appena il capo dei masnadieri ebbe partecipato al Governatore l’esito riuscito della sua impresa, questi si presentò alla contessa, che dal giubilo di tener nelle unghie la rivale, abbandonò all’uomo, che essa disprezzava, la bella mano la quale fu coperta di baci, che quasi servirono di stimolo a qualche audacia più licenziosa; ma l’altiera romana, tornata in sè da un momento d’oblio, ritrasse la mano, sollevò la bella fronte, e retrocedendo d’un passo, balenò il generale innamorato con tale sguardo da fargli subito abbassar gli occhi, e ritornare nell’umile posizione sua al cospetto di lei.

«Bravo Generale!» gli disse essa con accento di sarcasmo, ma sorridente nel viso. «Bravo! ora mi permetto di riabilitarvi nella mia stima e vi chiedo perdono per aver dubitato dell’alta vostra capacità un momento».

Padrona della sua preda, essa sentì subito il bisogno d’allontanarsi dall’esoso soggiorno d’una fortezza e di recarsi a Roma ove l’aspettavano il trionfo della sua vittoria, e la soddisfazione di veder una rivale odiata, trascinata nel fango delle cloache pretine.

Tale è la cecità in cui le passioni avvolgono l’essere umano: il che però non manca giammai di lasciar traccia di rimorso per tutta la vita.

«Ma la compagna» pensò essa, e qui bisogna far giustizia a questa donna colpevole, e straordinaria «la compagna è innocente, non entra nella mia vendetta, e senza dubbio devo restituirla a quella libertà, che essa non ha meritato di perdere.» Però, ripensando, essa credè bene di non rinviarla sulla sponda sicula, ma di farla sbarcare a Reggio nella notte seguente, per più distoglierla dal filo della trama sciagurata.

Presa tale determinazione, la contessa ingiunse al governatore di far subito eseguire i preparativi per la partenza di lei, e di far sbarcare Lina a Reggio nella notte seguente. E tale incarico fu nuovamente dato a Talarico.

Un capo di briganti, per capo di briganti che sia, per cuore di leone ch’egli abbia, quando capitano nelle sue mani creature vezzose come la Lina, che per il nostro Talarico avea di più il pregio d’una magnifica capigliatura bionda, non comune tra le trecciate d’ebano delle calabresi, diventa generalmente mansueto come un agnello.

E tale diventò precisamente il feroce nostro figlio d’Aspromonte trovandosi una seconda volta arbitro della bellissima Alpigiana; e quindi cercò questa volta per suo proprio conto d’inoltrarsi nelle buone grazie della fanciulla.

Come era bella, serena, la notte d’agosto in cui la nostra Lina incamminavasi verso Reggio, nella poppa della Sirena, scivolando sull’onda di quello stretto di Scilla e Cariddi, che gli antichi tanto avean temuto, colla velocità della quaglia, quando questa senza bussola o sestante, abbandonando le arene infuocate dell’Africa, traversa il Mediterraneo cercando clima più fresco!

Somigliava il mare a uno specchio, tanta era la calma, ed i rematori con una voga uniforme solcavano il seno d’Anfitrite, illuminato dal moto dei remi e dalla striscia lasciata dalla sottilissima chiglia del palischermo.

«Che bella notte, e che felice traversata avremo noi, signorina» disse il protervo abitatore della montagna, raddolcendo sino a contraffarla, la rozza e maschia sua voce «Che bella notte!» ripeteva accentuando più il tono; e l’altra, zitta, stizzita e burbera, quantunque di notte non fosse facile discernerla, era decisa di non rispondere.

Un periodo di silenzio seguì l’interrogazione od allusione di Talarico, ed il brigante, che non era poi uno stupido, capì che si doveva toccar altra corda per udir la desiata favella e far cessare il silenzio della bella sua preda.

Ed ecco come vi riescì:

«I Mille» egli disse «entrarono in Reggio la notte scorsa e pare che niente possa resistere a questi rossi demonii.»

«I Mille in Reggio!» esclamò Lina obliando aver essa risoluto di non rispondere al suo predone.

«Sì! in Reggio! ed essi entreranno in Napoli un giorno o l’altro, giacchè i vigliacchi e panciuti generali di Francesco altro non sanno che far la guerra ai quattrini della nazione ed altro Dio non adorano che il ventre.»

Lina rimase un po’ stupita da questa foggia di discorso, ed essa avrebbe diffidato del comandante della Sirena se questi non si fosse spiegato con un accento d’ira e di disprezzo che dava garanzia della veracità delle sue parole.

Un momento di silenzio seguì l’ultimo discorso di Talarico, e vedendo che la fanciulla non rispondeva, egli ricominciò con più fervore di prima.

«Italiano lo sono anch’io, per la Madonna! e tengo primo fra gli onori quello del mio paese.—Poi, è da molto tempo che in cuor mio» e si pose la mano al cuore «io sono con codesti prodi propugnatori del patrio decoro.—Da molto tempo pure io disprezzo questi mercenari servi, vili strumenti di chi li paga, che coi preti hanno ridotti i nostri popoli ad essere il ludibrio dello straniero. Ogni nazione è padrona in casa propria, e perchè in Italia cotesti padroni—Austriaci da una parte, Francesi dall’altra, che pare se l’abbiano comprata?—Le frutta deliziose delle nostre terre e la bellezza delle nostre donne allettano quei signori. Ebbene, noi darem loro del ferro nel cuore in cambio.—Voi la vedete, signora, quella massa oscura che comparisce a tramontana da noi: ebbene quella è una nave da guerra d’alto bordo del Bonaparte[36] venuta nello stretto per dar leggi a tutti.»

Gli occhi del Principe della Montagna sfavillavano nell’oscurità della notte come quelli del tigre che si è accorto dell’insidie del cacciatore, ed egli movea quel suo elastico corpo come se, insofferente di trovarsi rinchiuso in quella scorza di navicella, volesse precipitarsi nel mare.

E quanti ve ne sono di questi forti figli della patria nostra che potendo essere validissimi in una guerra contro lo straniero sono invece pericolosissimi a noi perchè suscitati all’odio del libero reggimento da quella bella roba che si dicono ministri di Dio!

Coll’infuocato discorso di Talarico, sparirono le diffidenze di Lina, ed all’acuto suo spirito, balenarono subito vari sentimenti; quello dell’acquisto alla parte nostra del valido appoggio di tal uomo straordinario, quello di penetrare negli arcani di un evento di cui essa era stata vittima, e più di tutto, il potere aver contezza dell’amata sua Marzia.

La naturale curiosità donnesca la stimolava poi immensamente, già placata com’era dalla notizia che i suoi Mille eran padroni di Reggio e che presto sarebbe essa redenta all’amore de’ suoi cari.

«E voi che vi millantate Italiano ed apprezzatore delle gesta dei Mille, in cui tutto dev’essere generoso e decoroso per la patria italiana, perchè v’incaricate di molestar la pace di due fanciulle che non vi offesero e che appartengono a quella nobile schiera?»

«Io lo ammenderò questo mio fallo» rispose il brigante, e dopo un momento di meditazione:

«Sì, lo ammenderò! ed uno ben maggiore di questo io devo ammendare![37]»

Queste ultime parole furono articolate con voce sommessa, ma con un accento quasi di disperazione.

Poi energicamente soggiunse:

«Me le perdonate le ingiurie da me ricevute ed i danni, nobile donzella? Vedete, io abbisogno del vostro perdono come dell’aria che respiro. E se mi perdonate, questa miserabil vita che mi è divenuta insopportabile, ve la consacrerò tutta intiera! Non come un amante, io ben so che il vostro cuore ha scelto, ma come uno schiavo.—Io mi contenterò di baciar le zolle da voi calpestate, di seguirvi nelle pugne da voi combattute.—E certo voi mi vedrete dar l’ultimo respiro sorridendo, s’io sarò così fortunato di poter dare per voi questa sciagurata esistenza! Ma non mi negate di seguirvi, e sopratutto non mi negate di farmi ammettere sconosciuto nelle fila di quei generosi vostri fratelli d’armi, gloria ed onore d’Italia!»

Dopo un momento di truce posa, egli ripigliò:

«Sconosciuto, sì, sconosciuto, m’intendete, poichè come Talarico, nè i vostri amici potrebbero accogliermi, nè il mondo compatirebbe un nome infame in quella eroica schiera. Ma io la laverò quell’infamia nel sangue dei nemici della libertà italiana! Laverò quei vent’anni d’una vita di delitti e di vergogne in cui mi aggiogarono i malvagi sostenitori dell’altare e del trono, ossia della menzogna e della tirannide!»

«Ove trovasi Marzia?» chiese Lina non più decisa al silenzio, ma disposta ancora al risentimento dagli anteriori procedimenti di Talarico.

«Marzia è in Roma a quest’ora» fu la risposta del Calabrese. «Il più agile dei piroscafi borbonici l’imbarcò la notte scorsa per tal destino.»

Intanto la Sirena solcava l’onda cristallina dello stretto, ed un flebile raggio della luna spuntante dalla frondosa cervice dell’Aspromonte, illuminava l’orientale meraviglia di quelle sponde incantate.—Reggio, che sortendo dall’onde e frammischiando l’aroma delle sue foreste d’aranci a quello della sorella Messene, involve il navigante in un’ebbrezza di gaudio e d’ammirazione della natura tanto benevole e prodiga a quelle bellissime contrade, sì travagliate in compenso da pessimi governi!

«Non temete voi d’incontrare gente dell’esercito meridionale in Reggio?» disse Lina a Talarico.

Un momento di silenzio e di meditazione seguì le parole della fanciulla.

«Io più nulla temo su questa terra!» rispose l’altero crollando il maestoso e terribile capo. «Nulla! nulla! E voi dunque non mi accettate come servo e come schiavo?»

Vi era tanta eloquenza nelle rozze e superbe parole del brigante! Egli le avea pronunziate con tale accento di disperazione, che la bella figlia di Bergamo ne fu commossa, e quasi senza avvedersene abbandonò la mano a Talarico che la bagnò di baci e d’un torrente di lagrime di gratitudine.

«Grazie, grazie» furono i soli accenti che singhiozzando potè articolare quel protervo bandito, una volta terrore delle Calabre contrade ed oggi divenuto più mansueto di un agnello.—Tale è la potenza della donna sul sesso nostro per indurito e depravato che sia.

E quell’uomo, quel brigante che in causa di un’educazione pervertita era stato prima d’ora capace d’ogni atroce delitto, trovavasi in oggi trasformato in altro, capace d’innalzarsi all’eroismo sotto il magnetismo di semplice donzella.

Vi era dunque, come in tutti gli altri esseri della stessa famiglia, una parte buona in Talarico che, coltivata da un uomo che non fosse un prete, poteva dare un cittadino onesto od un milite capace di onorare l’Italia.

Ritornato in sè, e quasi vergognato dal suo pianto, aggiunse:

«Comunque, io voglio seguire la buona o la cattiva fortuna dei coraggiosi che tanto innalzarono la riputazione guerriera del nostro, pria, disprezzato popolo.»

I compagni di Talarico, a lui devotissimi, si aggregarono pure alle liberali milizie, e l’Italia acquistò cinque campioni, che ne valevan ben dieci per valore e massime per la loro pratica del continente meridionale della penisola.

NOTE:

[36] E veramente v’era in quell’epoca un vascello francese nello stretto all’oggetto d’impedire il passaggio.

[37] Egli alludeva all’assassinio premeditato e non riuscito a Palermo contro il Dittatore.


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CAPITOLO XXXV.

LA CONVERSIONE.

Non v’accorgete voi che noi siam vermi,
Nati a formar l’angelica farfalla
Che vola al suo Fattore senza schermi.
(Dante).

La conversione! La conversione di due ebrei che dalla stupida fede d’Israele passano alla non meno del cattolicesimo. Che trionfo per la Santa Stalla![38]

Potete rallegrarvi, cattolici, massime quelli che i preti hanno venduto allo straniero, settantasette volte; ed oggi, non avendo compratori tra i potenti cattolici, si raccomandano a Lutero, e mancando Lutero, a Maometto, per tener loro bordone alle insaziabili libidini di potere e di lussurie.

Una conversione solennissima, sì! per la maggior gloria di Dio (sacrileghi!). Ed i quiriti ed i discendenti di Scipione, vestiti a festa, preparansi ad assistere degnamente a cotesto trionfo! Che differenza tra gli antichi che trascinavano i monarchi ai loro carri trionfatori e questi moderni Romani affittatori di stanze e mercanti di corone, di scapulari, d’Agnus-Dei, pezzi della vera croce, di prepuzii e di santissime matrici, tutta roba che puzza come l’abito sudicio di cotesti buffoni, ciarlatani che la danno ad intendere alle abbrutite popolazioni!

Ma ve ne saranno molti in Roma, veri discendenti del popolo gigante? Tra questi servi di preti, cuochi di preti, lacchè di preti, figli di serve di preti, artisti ed operai di preti e figli infine di monache e di Perpetue di preti!

Qui mi passano per l’insofferente mio pensiero tanti altri epiteti, per lo più diffamatori, e siccome amo il popolo romano, non vorrei amareggiarlo vergando delle infamie, e mi contenterò di maledire i chercuti corruttori d’ogni bellezza! d’ogni grandezza umana!

Nullo, dunque, con P...., Lina ed il loro servo Torquato (nome assunto da Talarico), riunitisi a Reggio dopo la resa di quella città all’esercito meridionale, profittarono del passaggio nello stretto d’un vapore inglese per recarsi a Civitavecchia e di là a Roma onde vigilare sulla sorte della Marzia, e sottrarla, se possibile, dalle ugne dei preti.—Noi li lasciammo al termine del colloquio con Muzio;—P... e Lina soli rimasero insieme. Nullo e Torquato erano convenuti di stare alla vista dei suddetti, ma a qualche distanza per non destare colla riunione di quattro i sospetti della vigilantissima polizia papalina.

Eppur i ministri di Dio di che dovrebbero aver paura, col loro amore del prossimo, la loro mansuetudine, infallibilità, carità e tante altre doti che devono distinguerli e farli rispettare ed amare dal loro gregge?

Ah vipere! emanazione dell’inferno! verrà quel giorno in cui i popoli vi conosceranno e di voi purgheranno la terra!

La folla aumentava sempre e l’immensa piazza di San Pietro n’era colma siccome le due grandi vie della Lungara e di Castel Sant’Angelo. Il calore era soffocante, ragazzi e fanciulle che non si trovassero sollevati dai parenti od amici, rischiavano di restare schiacciati.

Quante tisichezze produrranno queste solennissime feste cattoliche e quanti tifi prodotti dalla agglomerazione di fiati, massime nelle sante stalle!—Ma che importa agl’Italiani d’andar curvi col gobbo dai baciamani e dalle genuflessioni cui li assoggettano i preti! Che importa la razza deteriorata e le paure suscitate dagli stessi, e che impiccioliscono ed avviliscono l’individuo! Quello che importa son le feste, coi loro apparati, organi, musiche, i loro canti da eunuchi.—Eppoi son così splendidi negli adornamenti, così incensati tutti quanti quei graziosi ministri del Carpentiere di Galilea, dal sagristano al papa! Ed il paradiso apertissimo a tutta cotesta canaglia lo contate per nulla? Il paradiso, veh! ove eternamente cantano gli angioli (non ridete, vi prego), ed ove eternamente vi bea il sorriso di Dio senza bisogno nè di mangiare nè di bere—ed ove per tali ragioni devono trovarsi pochi preti, unica fortuna del beatissimo soggiorno!

Quando si pensa a tutta quella massa di menzogne che sì spudoratamente spiattellano ai gonzi i sacerdoti dell’impostura, vien proprio voglia di rinnegare gli uomini di questa razza che non accolgono il prete a sputi, pugni o, meglio, anche a bastonate.

Era circa il meriggio quando le artiglierie di Castel Sant’Angelo annunziavano alle fedeli pecore esser la gran processione in procinto di muovere da Porta Pia per Borgovecchio verso la massima basilica.

Uno squadrone di dragoni, truppa scelta, bellissima gente, formava l’avanguardia, e mentre difilava il lunghissimo seguito di sacerdoti, di confraternite, di beghine, di graduati pontificii, ecc., lo stesso squadrone staccava dei singoli militi sui fianchi che coadiuvavano gli alabardieri in livrea a mantenere la moltitudine accalcata a destra e a sinistra e ad impedirle d’invadere lo spazio della strada che dovea percorrere la processione.

Il centro della lunga fila di ceri era occupato da due battaglioni di fanteria ordinati in colonna colle loro musiche in testa, e tra un battaglione e l’altro marciava un carro di trionfo riccamente addobbato e tirato da sei bianchi cavalli adorni di superbi arnesi. Il superbo padiglione che copriva il carro era sostenuto da quattro colonne inghirlandate con squisite dorature, ed i sedili dello stesso ricoperti di finissima e candida seta, abbarbagliavano nel fissarli. E su quei sedili? sedevano a destra e a sinistra due preti, ambi conosciuti da noi; a destra il generale dei gesuiti, ed a sinistra il più astuto di quella setta—monsignor Corvo—sul davanti un vecchio a bianca capigliatura sul volto del quale scorgevansi i segni dell’atroce tortura. Al posto d’onore stavan due donne coperte da bianco velo, e candidissimo era tutto il resto dell’abbigliamento. Dalla statura, dal portamento della persona e dalla corvina capigliatura, esse parevan sorelle; gli occhi e l’impronta degli anni era difficile discernere da lungi sotto il velo sottile. Ma da vicino, anche attraverso le maglie del mussolino, chi avrebbe potuto sostener la scintilla che sfavillava dagli occhi nerissimi delle due giovani trionfatrici? Chi eran desse? Lo sapremo presto.

La processione procedeva maestosa, solenne, com’al solito si eseguiscono le pompose mascherate della negromanzia, e siccome credo gl’impostori sian sempre stati gli stessi e colle stesse propensioni in tutti i tempi, mi figuro essere stato il mondo composto sempre di cretini e di furbi, dagli oracoli dei Greci agli aruspici dei Romani e sino ai roghi degli odierni chercuti. Diviso il mondo, dico, tra carogne e birbanti.

Ma che diavoleria è succeduta nell’ordinata, solenne maestosa processione dei preti! Che baccano nella moltitudine! baccano tale che nella folla, come energumeni, si precipitavan gli uni sugli altri, dimodochè, grandissima essendo la calca, i primi verso i processionanti spinti da quei di dietro si rovesciavan sui ceri, ed i ceri gli uni sugli altri, e questi sulle beghine, delle quali alcune accesero le gonne, altre le cuffie, infine un finimondo!

I preti poi, che per le beghine hanno la calamita, massime se giovani e belle, si lanciavan al soccorso delle loro predilette con un eroismo veramente degno dei tempi antichi di Roma.—E si raccontarono poi dei fatti di coraggio non mai intesi nelle storie sacre dai Maccabei a Ignazio di Loiola e Domenico di Guzman.

La catastrofe era stata cagionata dal grido di una delle due donne nel carro trionfale, e la voce che come un fulmine colpì la moltitudine, fu «Lina! Lina!» e questa voce era stata contraccambiata nella folla con quella di: «Marzia!»

E veramente, povera Marzia, essa avea riconosciuto l’amica quasi sorella ed accanto a questa il diletto del suo cuore, unica speranza nell’esistenza sua sventurata, non nominato da lei, ma compreso nel nome della bella alpigiana.

Lo arrovesciarsi poi della calca sugl’incappucciati e le povere beghine, aveva avuto origine dallo slanciarsi della Lina verso il carro, movimento che, seguìto dal robustissimo P..., avea spinto la moltitudine sulla processione.

Per colmo di disordine, vedevansi altri individui, all’apparenza ben maneschi, che cercavano di avvicinare il nostro P... colla sorella e probabilmente per aiutarli a menar le mani ove occorresse; questi altri non erano se non quella bagatella di Nullo e Torquato, da cui non lontano trovavansi Muzio con non pochi Romani; di quella gente che i fogli ufficiosi ed ufficiali chiamano amanti del disordine e che non sono in sostanza che insofferenti del privilegio e delle lussurie dei sedicenti grandi o ministri di Dio.

E guai! se quel movimento dei nostri fosse stato preparato preventivamente. Ne sarebbe risultato almeno un’insalata di chercuti, di beghinume, di sgherri che procedevano al sacrificio di due sventurate creature per la maggior gloria di Dio.

Maggior gloria di Dio! assassini del genere umano—e peggio che assassini, pervertitori e corruttori!

E le monarchie che sorreggono cotesti scarafaggi perchè li sorreggono? Non è forse per esser i preti gl’istromenti più idonei per lo spionaggio e la corruzione delle genti? E voi salariati lodatori e millantatori del consorzio monarchico-chercuto—ben lo sapete essere quelle le due lebbre dell’umanità. Ma quando la miserabile vostra coscienza, se mai ne avete una, vi accenna il servilismo schifoso degli atti vostri, voi allora posate la brutta di fango vostra penna sul ventre ed abbandonate l’anima al suo appetito.

L’avvenimento dell’entusiasmo mutuo delle due fanciulle, e la loro santa manifestazione d’affetto non ebbe altro seguito, tranne il grido disperato d’un prete francese, che, per motivo d’essersi un po’ indecentemente calcato sulla Lina, ebbe da Torquato tale un pugno sui fianchi che si lasciò cader svenuto dopo un «ahi!» dei più commoventi.

In altra circostanza sarebbe stato fresco il monarca della montagna, poichè oltre ad esser prete, la sua vittima apparteneva a quel clero insolente ultramontano, artefice della sventura della Francia ed onnipotente in Roma nell’epoca in cui scriviamo.

Però Torquato aveagli amministrato il pugno con tanta destrezza, e la folla era tanto folta che nessuno s’accorse del colpo, o se qualcuno, non bisogna poi credere che tutti sieno amici dei preti in Roma. Comunque, l’ex-brigante con alcune spinte di gomiti, ebbe presto il suo corpo non molto distante, ma fuori almeno dal campo di battaglia.

Birri a piedi, a cavallo, in militare, in borghese, spie nella stessa foggia, e agenti di polizia, preti, sagrestani, frati e simile canaglia, ebbero presto ricondotto l’ordine dopo una gran dose di paura.

L’ordine!—Un milione d’uomini scaraventati al macello nella guerra franco-germanica, per la gloire e l’equilibrio europeo, non l’han turbato l’ordine!—I loro scheletri, biancheggianti sul suolo della Francia, sono in ordine.—Cinque o sei milioni di famiglie precipitate nella miseria, nel lutto e nella prostituzione non turbano l’ordine!

Chi turba l’ordine, e lo gridan tutta la sequela dei gaudenti a squarciagola—sono pochi parigini mal intenzionati che rovesciano nella Senna una spia riconosciuta.—Gli operai di Londra che vogliono far prendere un bagno nel Tamigi a Haynau, il carnefice di Brescia e dell’Ungheria.—Chi turba l’ordine sono alcuni romani, che resa Roma all’Italia dopo diciotto secoli di abbominazione, chiedono che sia vietato ad uno scarafaggio di maledire l’Italia redenta.—Chi turba l’ordine è la società internazionale che ha l’audacia di voler la fratellanza di tutti gli uomini a qualunque nazione essi appartengano, che non vuole preti, non eserciti permanenti, non caste privilegiate!

E la processione proseguiva in ordine verso il maggior tempio dell’orbe—ed il popolo, come l’onda del mare affollavasi per accostarvisi—molti per curiosità e forse i più, e tanti per partecipare alla benedizione del Massimo degli impostori.

Non ostante l’immensa folla, a P... e a Lina che servivano come punto centrale ai nostri amici in quella tempesta umana, poterono questi avvicinarsi. Ciò però non servì che a sistemare alcune intelligenze sul da farsi nella notte, essendo di tutta impossibilità operare in tale giornata.

«Al Foro! al Foro!» fu la parola di convegno dei prodi campioni della libertà italiana, «al Foro, a due ore di notte», e con tali concerti presi si divisero nuovamente, essendo sui dintorni strabocchevole il numero di birri vigilantissimi sui disturbatori dell’ordine, ch’essi adocchiavano e che avrebbero arrestati in circostanza meno pericolosa.

Le superbe porte egizie del grandissimo tempio erano spalancate, come suolsi nelle feste solenni e dall’immenso colonnato perittero, si poteva scorgere il modesto erede del povero pescatore di Palestina, assiso sul suo trono d’ebano, tempestato di diamanti e d’oro, e vestito con tanto lusso, quanto ne potè inventare l’orientale magnificenza.

Civettava, il massimo dei sacerdoti, squadrandosi nella ricchissima sua tenuta con donnesca compiacenza, sorrideva alla stupida moltitudine, massime quando lo sguardo lascivo posavasi su qualche bella figura.

Polpute eminenze e monsignori formavano la destra e sinistra, su tre di fondo e seduti pure su banchi riccamente adorni in anfiteatro.

All’aria compunta e solenne di tutti questi magnati della malizia, avresti creduto esser eglino nell’atto di decidere qualche opera benefica a profitto dell’umanità sofferente—quando invece quei perversi eran lì riuniti per consacrare nuove menzogne, ed insidiare nuove sventurate creature, nell’intelligenza di far male, e beffandosi della vile canaglia che non li prende a sassate.

La processione procedeva verso il maggior altare, e verso il maggiore dei furbi.—I dragoni schieravansi in ala all’entrata del tempio, e gli alabardieri facean lo stesso nell’interno, dimodochè i servi di Dio, ministri dell’Onnipotente, sono sempre sotto l’egida di una provvidenza di ferro, sia essa nostrana o straniera.—Sarà anche per la maggior gloria di Dio, che i preti hanno tanta paura della pelle? E le legioni d’arcangeli colle loro spade di fuoco, pare preferiscano star lontani da questi puzzolenti chercuti.

Nell’emiciclo, alla sommità di cui stava il Papa, e proprio appiedi del suo trono, scorgevasi un inginocchiatoio con ricchi cuscini coperti da raso bianco, e questo inginocchiatoio, si capisce, era destinato per le due vittime—che al canto d’un Veni Creator e alla sinfonia d’un organo che faceva rimbombar i sette colli, discese dal carro trionfale, avanzavasi verso lo stesso, con in mezzo la contessa N. N. ed ai lati il generale dei gesuiti e Corvo.

Lo sventurato vecchio portava sulla sua canizie tracce incontestabili di terribili patimenti sofferti nelle torture, per avviar anche lui, povero diavolo, alla gloria del paradiso, e strapparlo al fuoco eterno dell’inferno, ove tutti gli ebrei e tutti i nati fuori del cattolicismo, devono piombar senza che ne possa scappar uno solo.

Nel fuoco eterno! mi capite, lettori—Eterno! eterno! sì! ed a cotesti inventori del purgantissimo ritrovato, se voi presentate un zolfanello acceso sotto la punta del naso, essi vi staranno con quell’aria sorridente, con cui si contengono al cospetto d’un fiasco d’Orvieto, ed a lato delle loro amabili Perpetue—provatelo e vedrete.—I bianchi capelli del canuto, benchè fossero stati pettinati con cura, s’eran sconvolti al punto di sembrar l’anguicrinita testa di Medusa, in agitazione perenne. La fronte sua rugata come non si vide mai in creatura umana, era plumbea, e plumbee le sue guancie e smorte. Le labbra livide, e l’occhio, chi avesse potuto fissarlo da vicino, vi avrebbe trovato un miscuglio d’idiotismo e di disperazione.

E Marzia? povera Marzia! sì buona, sì bella, sì valorosa! costretta a mantenersi quieta in mezzo a quel branco di scellerati ch’eran pervenuti ad impadronirsi di lei!

Chi considerava attentamente il padre e la figlia, non poteva a meno di dire tra sè: Pare impossibile ch’esso possa esserle padre.—Saranno i patimenti, la prigionia, che tanto hanno contraffatto i lineamenti del povero vecchio. Ma essa, la giovane conversa, ha pochissima somiglianza col genitore.—Piuttosto essa sembra esser stata modellata dalla natura su quel bellissimo originale di donna che le sta accanto e che tanta cura si prende di lei, di cui sembra maggior sorella. E qui il lettore deve sapere che causa principale della quiete della nostra eroina, era una catenella, anche questa adorna dagli stessi colori del vestiario della fanciulla, e che la malizia dei suoi persecutori avea fatto maestrevolmente adattare alla cintura nella parte posteriore per mezzo d’un fermaglio.

Ora, quando successe l’inconveniente del riconoscimento delle due amiche, Marzia avendo promesso alla contessa che sarebbe stata savia, che non avrebbe cioè dato sfogo al ribrezzo ed allo sdegno che cagionavale l’atroce condotta de’ suoi carnefici:—Marzia, dico, era stata lasciata libera, e perciò avea potuto innalzarsi sulla bella persona scoprendo la Lina.

Dopo tal fatto fu affibbiata la catenella, e sino alla discesa nel tempio, l’infelice non potè più muoversi liberamente.—Ella mordevasi le labbra dal dispetto, e l’anima sua trovavasi in una situazione d’inferno. Le sue sofferenze, essa le avrebbe sopportate con quella fortitudine che corrispondeva al suo coraggio, ma la sorte del genitore, l’idea dei patimenti sofferti nei sotterranei dell’inquisizione, e lo stato di demenza e di disperazione in cui l’avean precipitato coteste iene chercute, ah! ciò dilaniava il suo cuore buono e generoso!

Si scese dal carro trionfale, ed i due futuri conversi furon trascinati verso il maggior degli scarafaggi, tra due lunghe file d’alabardieri e preti schierati a’ piedi dei magnati della bottega.

Qui mi fermo. Del racconto di quanto successe nella chiesa di S. Pietro alla conversione di Marzia e di suo padre, i devoti di tali stomachevoli cerimonie avran veduto un campione nella conversione del fanciullo Mortara, rubato dai preti ai parenti ebrei per farne un cattolico.

Usciamo dunque da questo fango dell’umana famiglia, e torniamo sul campo glorioso, e sul sentiero tracciato dai Mille coll’impronta della vittoria, ove la tirannide poteva contemplare que’ suoi indorati, pistagnati e piumati sgherri, fuggendo davanti a un pugno di prodi figli della Libertà italiana.