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I Mille

Chapter 51: NOTE:
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About This Book

Resoconto in prima persona di una campagna volontaria volta all’unificazione nazionale, narrata attraverso sbarchi, marce e azioni d’assalto che mostrano coraggio, ferite e perdite dei partecipanti. Il racconto alterna episodi bellici e momenti di riposo, prigionia e riscatti, e registra incontri politici e decisioni di comando. Emergono ritratti di donne e uomini coinvolti, storie di eroismo e di dolore, e una riflessione civile che critica l’autorità religiosa e invita all’istruzione e alla partecipazione politica dei giovani come fondamento del progresso collettivo.

NOTE:

[43] Ripeto: non si scordi la nota di Farini a Bonaparte; «Noi marciamo coll’esercito per combattere la rivoluzione personificata in Garibaldi.» (Che liberatori!)


Indice

CAPITOLO XLI.

I TRECENTO.

Il navigante
Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea
Vedea nell’ampia oscurità scintille
Balenar d’elmi e di cozzanti brandi.
(Foscolo).

Roma! e che scriverei io, se non m’ispirassi nell’immenso tuo nome, nelle immortali tue memorie!

Tu suscitasti nel petto mio di diciott’anni, l’amore del generoso, del bello, del grande, l’insofferenza d’oltraggi e l’affetto mio sviscerato a questa terra natìa, allora calpestata da mercenari. Oggi non fortunata, ma crollando la ricca ed altiera cervice, e non invano, all’insolente straniero consueto ad umiliarla.

O Roma! tu fosti la mia stella polare nell’avventurosa mia vita, e prendendo ad emuli i tuoi grandi, io ebbi la presunzione di meritarmi la tua stima. Anche canuto, tu susciti nell’anima mia qualche cosa che mi ringiovanisce, che mi spinge a far tuttora il mio dovere di milite e di cittadino, a fiutare ancora quei campi di battaglia, ove deciderannosi le sorti di buon numero dei tuoi figli, schiavi dello straniero.

Rovistando fra i cantori delle grandezze umane, io trovo un Britanno che cantò degnamente di te, ed a cui l’Italia deve veramente eterna gratitudine. Byron! Il gran vate, e l’eroe delle Termopili, ricordò che accanto alle meraviglie dell’Ellade, potevano stare le maschie virtù del tuo grandissimo popolo.

Non così i grandi nostri favoriti dalle muse, tranne il colosso Astigiano: la maggior parte dimenticarono alquanto che Italia era stata la dominatrice dell’orbe, l’istitutrice delle generazioni presenti, quando Repubblicana.—E quando il cantore dei Sepolcri, negl’immortali suoi versi eternò Milziade ed i suoi valorosi di Maratona, egli non pensò certamente alle legioni vincitrici della falange macedonica.

Eran trecento—Sì! trecento i giovani romani che agli ordini di Muzio tramavan la liberazione di Roma. Trecento! I posteri italiani ricorderanno i Mille di Marsala, e ne conteranno le gesta: io voglio rammentare i trecento, numero magico anche questo, e nulla di più grandioso dei trecento di Leonida e dei trecento Fabii[44].

Ed i trecento Romani che si consacrano alla liberazione della grande Metropoli, mi piace di contemplarli in una catacomba pronti ad affrontare il demonio sotto la schifosa assisa d’un birro o d’un prete. Armati di un solo ferro a guisa di quella daga con cui gli antichi militi della Repubblica entravano tra le formidabili file delle falangi di Perseo, tra i torriti elefanti di Pirro, ed aprivano il petto ai conquistatori dell’Asia.—Con quelle daghe con cui abbattevano ai loro piedi tutte le autocrazie del mondo conosciuto, non col cannone Krupp, o con mitragliatrici, ma col ferro, e a petto a petto.

L’Arco di Settimio Severo, una delle più severe ed importanti ruine che adornano il Foro Romano, copriva una catacomba, ed in quella conferivano i trecento prodi, e congiuravano per la liberazione della patria, in una sera di settembre del 1860.—Giovani tutti, ma di austero sembiante, come sono in generale i discendenti del gran popolo che non han degenerato e che poterono sottrarsi al contatto pestilenziale degli scarafaggi; i romani venendo da diverse direzioni, concentravansi tutti, favoriti dalle tenebre, per diversi anditi nel sotterraneo. Appena il respiro d’alcuni venuti da lontano, udivasi in quel consesso di giovani sacrati alla morte per la più santa delle cause. Sacrati alla morte! Ed i tiranni di Roma lo sapevano, ed impazzivano di rabbia di non poter distruggere fino alle radici quella pianta di generosi, da loro chiamati con nomi orrendi, come solo possono trovarsi sul vocabolario de’ preti.

Ma eran cambiati i bei tempi degl’Inquisitori; ed in Italia a dispetto dei retrogradi che proteggono per conto proprio i chercuti, già potevasi chiamare un birbante ed un impostore con il proprio nome. L’opinione della gente onesta cominciava a plaudire ai coraggiosi, che innalzandosi al disopra dei pregiudizi del passato, calpestavano con fronte alta il vecchio e putrido diritto divino, poggiato sull’altare della negromanzia. E quantunque sette anni dopo si trovasse ancora un disprezzevole tiranno della Senna, capace d’inviare in Italia i suoi sgherri, e sostenere la baracca pretina, la forza degli avvenimenti rovesciava nella polve il triregno, e trascinava il concime nella cloaca.

Una lanterna sorda come per incanto illuminò lo speco, ove immobili e silenziosi stavano i prodi campioni della libertà italiana. Essi portavano tutti la destra sul cuore, cenno di ricognizione, e di devozione illimitata alla loro patria infelice. Spettacolo sublime che i grandi artisti odierni potrebbero ben distendere sulla tela, incidere sul marmo e sul bronzo, per rimpiazzare certe mitre buffonesche ed immorali che disdorano il grandissimo tempio.

«Fratelli!» vibrava la maschia e melodiosa voce di Muzio: «Roma seguirà l’esempio dei nostri valorosi delle province, che sacrati alla liberazione degli schiavi, stanno compiendo una di quelle imprese che costituiscono il carattere d’una nazione insoffrente d’oltraggi, che imprimono a caratteri di sangue nella sua storia una pagina ben gloriosa! Sventuratamente ingannati sin ora da titubanti o presuntuosi, noi sin ora invano aspettammo il segnale della pugna. Ora, tregua alle timide aspettative, noi non vogliam più starcene colle mani alla cintola, e se la spedizione dei superbi militi di Marsala rovesciò nella polve un tirannuccio, dannato a pagar le colpe degli avi, e col solo delitto, per ora, d’esser nato sul marciapiede d’un trono, noi getteremo i nostri ferri tra gl’interstizi di questo catafalco delle malizie e delle corruzioni umane.—Noi sì! rovescieremo la più nefanda, la più pestifera delle Autocrazie.—Autocrazia che non si contenta di fare degli schiavi, ma li vuol depravati, corrotti, curvi, disprezzati, indegni di comparire al cospetto degli uomini.

«E noi, fratelli, che non abbiamo altra chiesa che lo spazio, cioè, l’Infinito, altri luminari che le stelle infinite, altro Dio che la ragione, la scienza, e l’intelligenza infinita che regola i movimenti, le combinazioni, e la trasformazione della materia infinita,—noi siamo condannati da codesti nemici dell’Umanità a rimanerci qui in un sotterraneo, ove puzzano ancora gli scheletri di tante vittime della tirannide e del fanatismo.»

Un ruggito di sdegno rispose alle eloquenti parole del capo dei trecento, e tutti sguainando simultaneamente la daga, giurarono di liberar Roma e l’Italia dal putrido chercume.

Ringuainate le daghe, Muzio presentò ai compagni Nullo, P... e la bellissima Lina, che debolmente potea nascondere sotto le virili sue vesti e sembiante la squisitezza delle femminee forme.

«Voi vedete qui, o fratelli, tre dei più valorosi militi di Marsala. Abbiam la fortuna d’averli tra noi, per le solite scelleraggini dei preti.—La Marzia con cui i chercuti hanno fatto tanto bordello è stata rubata nello stretto di Messina mentre disponevasi a traversare il Faro coi primi militi della schiera sacra che si disponevano di por piede sul continente italiano, per aprir la via ai corpi dell’esercito meridionale, vittorioso in tutti gli scontri, ed oggi in possesso di Napoli e Caserta, sino alle sponde del Volturno. Essi, i coraggiosi figli del settentrione e del mezzogiorno, hanno per obbiettivo la città eterna, e noi, spero, saremo degni di loro, e procureremo di accogliere quei nostri fratelli, in Roma libera, lavata dal sudiciume straniero e papale. Noi compiremo l’opera nostra, e per cominciarla degnamente, questa notte stessa, tenteremo la liberazione della Marzia».

«Che Dio vi benedica» esclamarono ad una voce i tre guerrieri dei Mille, e l’eroico figlio di Bergamo, Nullo, sollevando la marziale sua fronte, e tendendo orizzontalmente la palma della destra, disse colla potente ed eccitata sua favella: Io giuro, sino all’ultimo sospiro, di sostenere la causa dei popoli oppressi, contro i preti e la tirannide». (E ben mantenne il suo giuro, spargendo il sangue generoso sui campi della Polonia, per la redenzione di quel nobile popolo).

A quel giuro solenne, tutti distesero la destra e gridarono unanimi: «Giuriamo!»

Fra i trecento, posta dietro a Muzio, v’era una figura difficile a discernere, perchè avvolta in un mantello somigliante all’antica toga romana.—Essa avea nascosto il volto dal principio della conferenza sino al punto in cui si favellò di Marzia;—ma da quel momento, chi l’avesse bene osservata, avrebbe scorto una irrequietezza indomabile, un muoversi continuo, una smania potente di favellare. Gettando sulla sinistra spalla la grande toga e ponendo in libertà la destra, la persona che sembrava albergarsi sotto l’usbergo del valoroso capo dei trecento, esclamò, facendo un passo avanti, e mostrando uno di quei volti che, veduti una volta, rimangono per sempre scolpiti nell’anima «Ascoltatemi!»

La Contessa Virginia N..., perchè essa altro non era che la vittima del gesuitismo, la salvata da Muzio, avea la fronte e le guance leggermente solcate dalla sventura e dal pentimento, ma il suo volto malinconicamente bellissimo infondeva ancora ammirazione tale, da meritarsi il culto di qualunque uomo.

«Ascoltatemi!» essa esclamò, «o nobili figli della mia Roma infelice! Voi qui vedete la vittima di quell’infame setta nera, a cui l’Italia deve tutte le sue sventure! Ieri io era ancora nemica vostra, ma la destra di questo vostro valoroso capo mi strappò dalle ugne della morte ch’io bramavo, e mi redense dal vilissimo servaggio in cui la perversa corruzione di codesta canaglia m’avea precipitato».

«Io qui in ginocchio (e si genuflesse) vi prego di credermi e di perdonarmi! Vi prego di permettermi di condividere le gloriose vostre fatiche, e di cancellare con una vita di devozione e di sacrifizio alla patria tutta la nefandezza della mia vita passata».

«Io vi accompagnerò, ed accompagnerò questo mio salvatore, non perchè mi senta degna di voi e di lui: troppo macchiata, troppo infamata fu la passata mia esistenza.—Ma tanto santa, tanto umanitaria, è la causa da voi impugnata, ch’io non dispero di redimermi! Non dispero del perdono, e voglio in ogni modo consacrare questo infamato mio essere a servirvi, ed a servire l’emancipazione degli schiavi, sino alla morte! Marzia, la degna compagna di Lina, l’eroina dei Mille, fu da me travolta in inganno ed in servitù! Io ho servito d’istrumento ai persecutori della sua innocenza—e per prima prova del mio ravvedimento, io stessa vi condurrò alla liberazione dell’esimia guerriera!»

Terminate queste parole, la bella testa della Contessa rialzavasi a contemplare il consesso degli uomini da cui aspettava una sentenza di vita o di morte. Tutta questa brava gioventù, però, non era altro che commossa per l’abbiezione di tanta bellezza, e per tanta possanza della romana patrizia. Stupefatto ognun contemplava ai suoi piedi la temuta patronessa della terribile società di Loiola, ed ubbidendo ad un senso di gentilezza comune nella gioventù, ognuno sentì nell’anima l’umile posizione della bella infelice, e s’udì una tempesta d’esclamazioni da tutti quei generosi: «Alzatevi! alzatevi!»

A quella voce lo sguardo della Contessa rianimossi, negli occhi bellissimi si leggeva la contentezza, ma benchè dolcemente violentata dalla Lina, essa non volle alzarsi, e con uno sforzo estremo, esclamò:

«Perdono! perdono! fatemi degna di seguirvi nella santa vostra missione!»

«Alzatevi e conduceteci alla liberazione dell’eroina dei Mille» ripeterono i valorosi. La nobile e generosa Lina, spinta dalla gentilezza del suo carattere e più d’ogni altro commossa dalla scena interessante, solcò la folla, si avvicinò alla genuflessa, le porse la mano e l’aiutò a rialzarsi. Da quel momento la Romana fu consacrata per la vita alla vezzosa figlia delle Alpi.

Muzio, commosso, e cogli occhi umidi, porse anche egli la sua destra a quella donna già cara al suo cuore, e ritemperandosi nella virile sua natura, disse ai compagni: «È tempo che ci moviamo, e siccome pericoloso o imprudente sarebbe di uscire in massa, noi andremo alla spicciolata, e per diverse vie ci riuniremo nelle vicinanze del convento di S. Francesco per la liberazione di Marzia: ciò che deve eseguirsi prima delle 2 antim. per aver tempo di prendere la campagna».

Ad uno ad uno uscirono i fieri campioni della libertà romana, dalla catacomba; e, giunti tutti all’aperto, e congedate le sentinelle, Muzio disse ai quattro compagni, le due donne, Nullo, e P...:

«Ora a noi, senza bisogno di dividerci di più, noi possiamo camminare per coppie, ad una certa distanza, perchè non si smarriscano coloro che meno di me sono pratici di Roma».

NOTE:

[44] Mi piace qui ricordare anche i miei giovani trecento dell’Università Romana del 49 che tanto si distinsero nel glorioso 30 aprile di quell’anno.


Indice

CAPITOLO XLII.

LIBERAZIONE.

Il rumore d’infrante catene
Sulla fronte di truce tiranno,
D’ogni suono è il più grato.....
(Autore conosciuto).

I trecento erano gente a tutta prova, e certo per essi il rischio sorrideva come il bacio d’un’amante. Tutti però essendo giovani e non pratici d’ardue imprese, Muzio, che voleva assicurarsi il successo della liberazione, volle incaricare Nullo e P.... della parte ove abbisognava maggior perizia e sangue freddo. I due bellicosi figli delle Alpi, avanzi di cento pugne, palpitarono di soddisfazione e di gioia all’annunzio dell’onorevole incarico e della fiducia del capo, e senza millanteria, lo accettarono volenterosi.

«L’impresa ch’io vado a compiere, disse Muzio, di liberare la Marzia dal Convento, sarà la più facile, e con un terzo della nostra gente, spero portarla a buon fine:—la parte più aspra sarà la vostra, che dovrete proteggere la nostra uscita dal chiostro, ed aver da fare con più numerosi sicari del Papato».

«Mantenetevi quindi divisi il più possibile, per ispirare meno sospetto. Le due centurie a voi affidate sono comandate da ufficiali intelligenti, su cui potete contare come sulle vostre daghe, ed essi hanno ordine di tenersi alla vista, ed ubbidire al vostro minimo cenno. I miei cento ad un fischio si concentreranno all’ingresso principale e lo forzeranno».

Ogni cosa combinata, e comunicati gli ordini ad ogni capo delle centurie, e decurie, quei veri figli di Roma, disciplinati come le vecchie avite legioni, prendevan posto lunghesso la via Giulia, e la maggior parte sulle sponde del Tevere, tenendo come centro il convento che racchiudeva la valorosa eroina dei Mille.

Lina bruciava di assaltare il convento, e contribuire per la prima alla liberazione dell’amatissima compagna, ma Nullo e P... avrebbero ceduto il mondo, piuttosto che la vezzosissima guerriera, e così la gentile e bollente Alpigiana, dovette cedere alle ammonizioni de’ suoi cari.

Un convento! ma che? mi si dirà, assaltare un convento di monache, non dev’esser poi la fine del mondo. Un convento!..... Ma quando considerate un convento essere una fortezza, e massime in Roma, la cosa non è poi così facile[45].

La vicinanza del Tevere lo facea quasi inespugnabile da quella parte, e dalle altre parti v’erano altissime mura, guernite di torri ad uso castello del Medio Evo, in cui le monache tenevano una sentinella in ogni direzione, fornite da una compagnia di guardia, composta di mercenari stranieri, stanziati nel perittero del convento[46].

Da via Giulia e sponda sinistra del Tevere i romani avviavansi a poco a poco, passando i ponti Gianicolense e Fabrizio, sulla sponda destra per la Lungara, la Lungaretta, via S. Francesco, sino a tutta Ripagrande, e per la una, ora destinata all’assalto, essi tutti stavano al loro posto, divisi, ma pronti a concentrarsi al primo segnale.

I preti, da quegli astuti e birbanti che sono, avean preso ogni precauzione, per prevenire la fuga od il ratto della bella prigioniera, ed oltre a una guardia di birri nei giardini immensi dei padri francescani, a cui aveva appartenuto il convento prima[47], una compagnia intiera stanziava nel perittero dell’edificio, una di soccorso sulla piazza del teatro di Marcello, ed un battaglione in riserva al Campidoglio: queste ultime forze dovendo marciare sul convento al segnale d’allarme.

Alla una antimeridiana Muzio aveva i suoi cento alla mano sulla piazza S. Francesco, Nullo, al comando della schiera sacra più numerosa, aveva raccolto una centuria intiera nell’Isola di S. Bartolomeo, P... con cinquanta giovani dovea servire di sostegno a Muzio, ed Orazio comandante d’una centuria fu da Nullo destinato alla custodia del Ponte Rotto, per ove doveva l’intiera brigata aprirsi il passo verso la campagna romana dopo la liberazione.

Si è trepidi, si è commossi in certe occasioni. E chi non lo è alla vigilia di ardue imprese, quando per la prima volta si affrontano e si getta la vita sul tappeto della sorte? Ma che monta? il vero valore soffoca le commozioni, e davanti al compimento d’un dovere santo, padroneggia ogni sentimento di dubbio, e si vola all’opera.

Tale fu il contegno di questi superbi figli di Roma, alla liberazione dell’innocente vittima dalle zanne dei scellerati sacerdoti del S. Uffizio.

L’acquisto della contessa Virginia fu di giovamento immenso all’impresa generosa. Avendo abbandonato la toga maschile, essa presentossi sola in abito donnesco al comandante di guardia, e chiese di dover comunicare affari d’importanza alla superiora del convento.

Il comandante di guardia, legittimista francese, certo marchese di Pantantrac, colla galanteria che distingue codesti antichi privilegiati, e vedendosi davanti al chiarore della lampada certo volto di donna, da far impazzire qualunque uomo, il comandante, dico, dimenticò la consegna ricevuta, di non permettere l’introduzione di chicchessia, e con mille smorfie, si compromise di annunziare nel convento l’arrivo della bella incognita.

L’apertura del portone che dava nel peristilio del convento, era il segnale convenuto per l’invasione e l’attacco; e Muzio, da esperto capitano, profittando delle tenebre della notte e del chiarore della lampada appesa nel perittero, che permetteva di distinguere l’interno movimento delle genti, collocossi sulla piazza in posizione da poter tutto scoprire.

Quando in seguito all’insistenza di M. de Pantantrac, le monache aprirono la porticina attenente al portone, per introdurre la protetta del marchese, Muzio, coll’agilità del cervo lanciossi nel perittero e prese il mercenario per il collo, rovesciollo, e s’impadronì della sua sciabola.

Non meno agili i suoi giovani compagni di misurarsi con sgherri, furono in un lampo sulle sue tracce, e dando addosso alla guardia semidormente, la disarmarono, e com’è naturale, si armarono essi stessi.

Vi era veramente l’ordine nel convento di non introdurre persone di notte, e la nostra bella contessa, malgrado la di lei potenza non ancora scemata, avrebbe finito per esser messa fuori della porta.—Ciò non successe, grazie all’energia della patrizia romana, e mentre la portinaia sforzavasi di chiudere, gridando: «Dite che volete, ma non potete entrare», Virginia, ricacciavala nell’interno, e manteneva aperta la porta.

Poco durò la valorosa contessa in tale fatica, giacchè Muzio, consegnato il Pantantrac ai suoi, inoltrossi nel peristilio, e tenendo la portinaia colla sinistra, mantenne colla destra la porta interna aperta, e la comunicazione col convento libera.

Tiranni e preti, conventi e carceri, carceri e sgherri, vi è tale affinità di famiglia tra cotesti flagelli del genere umano, da non distinguerli, e da considerarli la stessa emanazione dell’inferno.

La portinaia del convento era stata forse più sollecita del solito, per trovarsi così prontamente alla chiamata di M. di Pantantrac, e la causa n’era uno stretto colloquio tra essa e un sergente de’ birri, di guardia negli orti francescani, al momento di detta chiamata. Ciò valse pure a svelare più presto l’assalto nel convento, poichè il sergente essendo rimasto zitto nell’interno, in aspettativa del termine della missione della Dulcinea, si accorse facilmente dell’attacco alla guardia e della violenza alla sua donna, e ne conseguì quindi un allarme tra la guardia dell’orto, e poi fuori alle truppe di sostegno e di riserva, dimodochè la battaglia presto infierì su tutta la linea.

Tale circostanza poteva esser fatale alla riuscita dell’impresa, se questa fosse stata in mano di gente meno risoluta; ma Muzio, Nullo e compagni non erano uomini da facilmente spaventarsi. Muzio, colla portinaia per la mano, fu in un momento condotto da essa e dalla Virginia alla cella dell’abbadessa, e questa, al luccicare d’una sciabola, condusse ben presto il capo dei trecento nell’abituro dell’infelice eroina dei Mille, da cui Virginia con simpatia febbrile la trasse e la condusse presso l’amato suo P...., ch’erasi avanzato coi suoi cinquanta all’entrata del convento in sostegno di Muzio.

Lascio pensare la gioia di Lina, nel vedere la carissima compagna di tante fatiche e di tanti combattimenti, e come la buona Marzia si lanciasse al collo della sorella e la soffocasse di baci! Non era tempo però di abbandonarsi a tenerezze.

A ponte Fabrizio, Nullo ebbe alquanto più da fare; le forze papaline stanziate al teatro Marcello, al primo allarme dato dalle trombe dei birri, negli orti francescani, mossero verso il convento, e dopo di queste il battaglione che si trovava in Campidoglio.—Tali eran gli ordini e tali le precauzioni prese per impedire la fuga d’una donzella ebrea, ispirata dallo Spirito Santo dei preti, e che questi buffoni volevano mandare in paradiso suo malgrado.

Il prode Bergamasco però non avea dormito nel poco tempo passato nell’isola di S. Bartolomeo; egli avea fatto eseguire una formidabile barricata sul ponte, che fu innalzata come per incanto da’ suoi robusti compagni, con barchette rovesciate e con panche di pescivendoli che abbandonavano nell’isola.

La massa di soldati del Papa che si avanzava era imponente, ma nello stesso tempo impavido era il valore dei romani, alcuni dei quali oltre alle formidabili daghe, erano pervenuti ad armarsi con delle fiòcine[48] trovate nelle vicine case di pescatori.—I primi papalini che si presentarono alla barricata, furono infilzati dalle fiòcine, come tanti pesci, gli altri insospettiti dalle grida dei fiocinati, dal riparo e da pericoli a loro ignoti, per nulla poter discernere nelle tenebre, e per lo ingigantirsi che fanno i pericoli ed i ripari nella notte, non ardivano avanzarsi.—Ma incoraggiti dai loro ufficiali, alcuni salirono. Poveracci! eran ricevuti a colpi di fiòcina, arma, di notte, in una barricata, più terribile d’una mitragliatrice.

Le grida dei feriti, coll’arma inusitata, erano spaventevoli, essendo la fiòcina arma che entra, ma non esce, dimodochè alcuni eran tratti a bordo, cioè dalla parte dei romani, altri, se riesciva di rompersi l’asta, cadevano o si ritiravano malconci, col ferro nelle viscere, altri, poi, dal colpo o dalla disperazione, erano precipitati nel Tevere.

Siccome fra i mercenari, di notte, si può essere impunemente codardi, le sciabolate degli ufficiali erano insufficienti a far superare la barricata; comunque, malgrado che molti se la dessero a gambe, il capitano d’una compagnia per nome Merode, giovane Belga, nipote del cardinale dello stesso nome, inoltrandosi tra una fiòcina e l’altra, era pervenuto a superare la barricata, e precipitossi gridando: Avanti! sui difensori!

Capitò però malissimo, giacchè l’individuo su cui egli cadeva, altri non era che il nostro nerboruto Nullo, che non si curò nemmeno di ferirlo colla daga, ma passandovi la destra tra le gambe, lo fece descrivere una curva nell’aria, e lo scaraventò nel Tevere.

Poco dopo, un messo di Muzio avvertì Nullo esser la liberazione compiuta, e tempo di ritirarsi per ponte Rotto.—E n’era tempo: la compagnia dei papalini, spinta avanti dal battaglione di riserva, che giungeva a passo celere dal Campidoglio, s’era schierata a destra e a sinistra del ponte, facendo un fuoco d’inferno.—Per fortuna dei nostri, i fuochi di notte suscitano confusione, e così successe. I Romani per quel motivo, poterono ritirarsi comodamente, e quando i pontificii, facendo uno sforzo guerriero, si accinsero a sormontare l’ostacolo, i nostri eran già lontani.

La ritirata dei trecento per ponte Rotto si eseguì in buon ordine, e prima delle 3 antimeridiane essi eran tutti sulla sponda sinistra del fiume, marciando verso la campagna.

Un incidente, però, fermò un momento la coda della Colonna romana. Mentre la mezza centuria d’Orazio dopo d’aver lasciato sfilare la forza, ponevasi in moto di retroguardia, un grido uscito dal Tevere: «Aiuto! Aiuto!» colpì l’orecchio dei nostri giovani, e temendo fosse uno dei loro, fermaronsi, fecero corda con alcuni cappotti, e ne porsero l’estremità al naufrago.

Tiratolo su in salvo, conobbero i Romani alla favella, esser il salvato uno straniero, ed al chiaro d’un zolfanello, scoprirono vestir egli l’assisa del mercenario.

«Accidenti!» esclamò Orazio «potevate ben lasciarlo affogare quel mostro di pesce-cane—Ora però, egli deve marciare con noi, perchè naturalmente svelerebbe la direzione nostra».—E Merode, era egli stesso, fu consegnato a due militi per presentarlo a Muzio, che lo accoppiò a M. le marquis de Pantantrac, anche questo condotto fuori come ostaggio, in caso che i preti avessero voluto, secondo il loro costume, sacrificar qualche innocente alla lor rabbia, per il felice avvenimento.

I due cattivi fecero di necessità virtù, e contentissimi di non perder la pelle, si posero alacremente in marcia, custoditi da una guardia. Pantantrac, senza parlare, ma Merode, fradicio, col fresco d’una notte di settembre, si faceva sentire, di quando in quando con alcuni «sacré nom de Dieu!» e con non poche battiture di denti. Povero Merode! ravvolgendo le memorie d’infanzia, egli ricordossi con compiacenza della scuola di nuoto fatta nella Schelda, e che tanto gli valse in quella notte, poi finiva le reminiscenze con un «sacré»....... ed alcuni salti per riscaldare il corpo, che non mancavano di seminar l’ilarità tra cotesti brigands d’Italiens.

Poche ore dopo, il Governo pontificio fece perseguire i trecento da pochi dragoni, essendo la maggior parte di quel corpo in campagna con Lamoricière.—E siccome pochi e con poca volontà di osteggiare i concittadini[49], questi poterono liberamente giungere all’Apennino, e seguirne le cime verso Napoli, non trovando a proposito i....... capi di mantenere la rivoluzione in Roma.

NOTE:

[45] Il convento è quello di S. Francesco a Ripagrande, già convento da frati, e trasformato al tempo del nostro racconto.

[46] Nella mia ritirata da Roma nel 49, dovendo alloggiare la gente nei conventi, come siti più forti e convenevoli, i frati tenevano delle sentinelle sui campanili e nascondevano ogni cosa quando ci scorgevano.

[47] Nel 1825, stando io a Ripagrande a bordo d’un bastimento di mio padre, veniva a visitarci un padre francescano di Nizza, abitante del convento suddetto. Io non ricordo il nome del frate, ma dai concittadini nizzardi si sapeva benissimo, esser stato lo stesso, quando era laico, una cima di dissoluto e di birbante.

[48] Tridenti, o con più denti ed un’asta.

[49] I Dragoni del Papa erano composti quasi in totale d’Italiani, e buoni soldati, come gli artiglieri dello stesso esercito.


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CAPITOLO XLIII.

NAPOLI.

Quand plus heureux jadis aux champs de Partenope
Mes jeunes miliciens ont étonné l’Europe
Essujant leurs pieds nus sur les tapis des rois
Donnant à leur pays ce qui fut tant de fois
Le rêve, le soupir, l’espoir de nos ancêtres,
Ce n’était point—crois-moi—pour servir à des maîtres
Ils marchaient sous l’élan que la justice donne
Et servaient l’Italie mais ne servaient personne.
(Autore conosciuto).

Abbiam lasciato i Mille, divenuti esercito Meridionale, nella bella Partenope, coi loro avamposti a S. Maria, S. Angelo e Maddaloni, e con una rispettabile riserva a Caserta.—Caserta, splendidissima villa della cacciata Dinastia, ove i pezzenti militi di Calatafimi e di Melazzo si divertivano alla caccia dei fagiani ed alla pesca delle trote, abbondantissimi in quella regia tenuta.

Che scandalo! che licenza! Cotesti impudenti straccioni con fagiani, trote, davanti a loro, sulle reali mense e lavandosi poi la gola con del Montepulciano, del Lacrima-Cristi, del Falerno, senza morire d’indigestione! Si potrebbe proprio dire col Casti:

O mondo insano! O popolo corrotto!
E intanto, tracannarne un altro gotto!

Tali licenze però ci furono acerbamente rimproverate da certo commissario regio, un principe di cui non ricordo il nome, delegato alla custodia delle reali caccie, e giunto in Caserta quando i regi liberatori cominciarono a gettar le ugne sulla preda.

Dalla Verminaria d’Italia, ove abbiam contemplato l’impostura in tutto il suo sudiciume, ed in tutta la sua corruzione nella vecchia Capitale del mondo, giungiamo in questa allegra Partenope, redenta, e giubilante della sua redenzione, nel suo stile gentile, grazioso e sublime.

Redenta! intendiamoci bene, per aver veduto fuggire degli esosi padroni. Redenta, colla speranza d’aver a fare con un governo migliore.—Redenta, perchè sanata una delle sette piaghe d’Italia, e reintegrata nel seno della grande famiglia Italiana, che abbisogna di stare unita, serrata, per far testa a certi nostri prepotenti vicini, amanti delle nostre frutta e del nostro cielo, che offuscarono già tante volte per nostra sventura.

Cotesti tracotanti stranieri sono cevados (direbbero gli Spagnuoli), parola che non so tradurre in italiano, e che significa assuefatti, e perciò disposti invincibilmente a ripetere il pasto.

Cevados si dice generalmente di fiere, che già assaggiarono carne umana o di animali domestici. Dunque cevados sono, sì, cotesti signori d’oltremonte, ai godimenti del bel paese, e sarebbe tempo che noi millantatori di certa genealogia e di certo valore, facessimo intender loro, che nostri sono questi frutti del sudore della fronte, e nostre queste bellissime figlie d’Italia.

Ogni volto, nella popolazione della grande metropoli, brilla di gioia, e chi vorrà turbare un istante di gioia di quest’animatissima gente, spiritosissima, che un segno de’ neri suoi occhi vi racconta una storia di felicità e di sventure? Io no!..... Eppure, benchè io m’abbia l’aria di scrivere romanzi, io scrivo storia qui, e storia che non mi fu contata. Storia, sì! del mio popolo, della mia terra! da cui gli stolti vollero cacciarmi, e che mi caccerebbero a brano se a caso.....

Mai dimenticherò nella vita, quel segno uno fatto coll’indice, con cui i due grandi popoli di Palermo e di Napoli, accennavano all’Unità della patria Italiana.

Italia una!..... era scritto su quell’indice del popolano delle due capitali, che potevan dar sole, cento mila armati, per sostenere l’attuazione del desiderio sacro! E comunque si dica, Palermo e Napoli, la prima in maggio, e la seconda in settembre, hanno imposto coll’indice a cento mila Borbonici di ritirarsi, e furono ubbidite.

Sì! veramente redento poteva essere questo povero popolo, se non avesse trovato sotto diversi colori gli stessi e più affamati mangiatori delle genti.—E redento, con più profitto di codesti privilegiati, se volessero anteporre la gentil voluttà d’esser pii, la maggior di tutte le mondane voluttà, alle miserabili libidini del ventre e delle lussurie!

Lo ripeto: povero popolo! perchè non toglierlo dalla ignavia, in cui l’educarono venti generazioni di tiranni e di preti, l’una peggiore dell’altra? Esso depravato, esso corrotto, esso cresciuto all’infamia, e da chi? E qui devo tornare per la millesima volta, al fetido scarafaggio dell’umana famiglia, che tanto serve al dispotismo coll’inganno e colla corruzione del popolo.

Napoli, la maggiore delle metropoli italiane, è ridotta, come carattere generale della sua plebe, a ben mediocre stato. Eppure, chi negherà spirito, intelligenza, valore, a quei nostri meridionali concittadini?

Non mancan di valore, intelligenza, spirito: ne han da vendere.—Ciò che manca loro è un governo, che sia governo per la nazione, e non della classe di coloro che per la grazia di Dio sono destinati a mangiare quella robaccia che si chiama popolo. Pasto, che diventa possibile col pervertimento d’una metà, colla fame e colla miseria dell’altra!

In una bella serata di settembre, di quelle con cui il cielo italiano bea codeste condannate popolazioni, poco prima della battaglia del Volturno, passeggiavano sulla piattaforma di Castel S. Elmo due individui, uno dei quali in assisa militare, vecchio maggiore, che avea principiata la sua carriera sino dal regno di Carlo III, e che millantava non so quanti anni di servizio in compagnia della sua vergine durlindana, che per fortuna dell’umanità, era tirata ogni giorno dal fodero per essere pulita soltanto.

Era di costituzione robusta, e ciò si scorgeva dall’ampio suo petto e ricca quadratura delle spalle: solo il suo volto avea un non so che di ributtante, giacchè del color rosso-peperone, esso largheggiava d’una fioritura di bottoni, certo men piacevoli alla vista de’ bottoni di rosa; il suo naso poi avea perduto ogni forma originale ed era diventato una rossa germogliante patata. Sotto l’assisa del soldato egli millantava il marziale, nelle parole e nel contegno, e senza quella sua mutria da osteria, si sarebbe potuto credere che egli avesse anche solcato qualche campo di battaglia. Ciò però non era, e la vita dell’avvinato maggiore s’era passata tranquilla nel tranquillo Castello S. Elmo, ove quarant’anni prima era entrato semplice soldato, e vi avea guadagnato a forza di devozione e di servilismo alla dinastia, le spalline granate.

L’altro era un conosciuto nostro, elegantemente vestito, avvenente della persona, ma con tutto ciò, puzzando di prete a qualunque olfato, un po’ pratico di questi nemici del genere umano.

«Non dubitate, maggiore,—disse monsignor Corvo al secondo comandante del forte, maggiore Fior di Bacco—non dubitate, fra giorni l’esercito di S. Maestà stanziato a Capua e sulla sponda destra del Volturno, ascenderà a circa cinquanta mila uomini delle migliori truppe del regno, e comandate da famigerati capi. E che potranno questi quattro pelati, che per far ridere presero il titolo di esercito meridionale e che si trovano senz’ordine e senza disciplina disseminati sull’immensa estensione di paese che da Napoli va a Maddaloni, e da questa a S. Maria e S. Angelo?».

«L’esercito nostro certamente farà a pezzi codeste masnade, ma fa d’uopo che nello stesso tempo, i leali difensori della religione e del trono prendano alle spalle questi scomunicati, acciò nessuno di loro possa fuggire alla giustizia di Dio!» (Che merli! È da notare sopratutto la veracità del vaticinio).

«Monsignore può assicurare S. M. che per parte mia farò il possibile pel maggior bene del reale servizio, e per la maggior gloria di Dio». (Stava fresca la maggior gloria di Dio, con messer Fior di Bacco!—se invece fosse stata la gloria d’un fiasco d’Orvieto, se ne poteva sperare ampio successo).

«Io procurerò di far introdurre qui, a notte scura, quanti leali servitori sarà possibile, acciocchè il forte S. Elmo si trovi in nostro potere all’apparizione delle prime truppe nostre vittoriose. Ciò mi riescirà tanto più facile, in quanto che il comandante del forte nominato dal prodittatore (e qui Fior di Bacco fece un sogghigno di scherno, come se avesse voluto disprezzare il venerando martire dello Spielberg), marciò anche lui per il Volturno con quanti avventurieri potè raccogliere (avventura non del gusto di Fior di Bacco che volea conservar la pelle intatta, per certi usi a lui conosciuti), giacchè essi presentono la tempesta che si sta formando per annientarli».—«Bene, maggiore! La causa di Dio presto trionferà, e gli Amalechiti cadranno sotto la spada di fuoco de’ suoi Arcangeli». (Gli abbiam veduti veramente gli Arcangeli alla difesa del Borbone, dell’Infallibile).

«Bene! vi lascio perchè devo vedere alcuni de’ nostri capi in città, conferire con S. M. al campo, e recarmi poi ad Isernia, ove altre faccende interessantissime per me e per la causa santa mi chiamano».

Gl’interlocutori si porsero la destra, ma per abitudine, ed una reciproca occhiata di diffidenza squadrò da capo a piedi reciprocamente i due agenti del Sanfedismo.

Fior di Bacco corse a prenderne un gotto per modificare la sete cagionata dal lungo discorso, e Corvo s’incamminò verso il ponte levatoio, uscì dal forte e precipitossi per le vie di Napoli, onde abboccarsi coi magnati dei partitanti del Borbone, e preti e frati, e stimolarli a dar addosso agli eretici, nel gran giorno di vittoria dell’esercito liberatore.—Dico precipitossi, giacchè dal giorno della fuga di Marzia e dei trecento, egli non avea riposato, e di virulente natura com’era, Corvo trovò i piroscafi e le vie ferrate lentissime, perchè non lo portavano colla celerità del suo desiderio a vendicarsi di quei suoi nemici, che percorrevano in questo stesso periodo le cime dell’Apennino per dividere i pericoli e le glorie de’ loro fratelli dell’esercito meridionale.


Indice

CAPITOLO XLIV.

LA CAMORRA.

Robbers all!

Gl’inglesi sono una gente graziosa: fra tante loro scoperte, troviamo anche il Robbers all!—Mi capitò in questi giorni un libro inviatomi da un amico d’Inghilterra, con tale titolo: Robbers all!—che tradotto nella bella lingua del sì, suona: Tutti ladri!

E se devo confessare ciò che vado imparando ogni giorno di più, credo che l’epigrafe del presente capitolo vada a capello al periodo che noi percorriamo. Dagl’imperatori ai soldati di finanza e dal papa al sagristano non sono essi tanti ladri?

Per governar bene, essi non abbisognano di tanti milioni, quei primi signori per la grazia di Dio: il loro superfluo è non solamente un furto ma un mezzo di corruzione.

I secondi signori, cioè dal marciapiede del trono in giù, e che servon di cariatidi allo stesso, non sono forse per la maggior parte birbanti che ingrassano alle spalle dei minchioni?

Nelle classi alte, mi limiterò a queste due principalissime di ladri, e toccherò soltanto una delle loro succursali.

I finanzieri, per esempio, vulgo preposti.—Io abito in un paese ove la dogana è una potenza.—Tale potenza! che una missiva della gente più raccomandabile ed onesta della Maddalena—mi diceva ieri: Le elezioni nell’isola nostra vanno sempre a piacimento dell’ispettore di dogana. Egli marcia all’urna co’ suoi preposti serrati, e cotesta falange sostenuta da quella del vicario-prete fanno sempre rimaner nel nulla quella parte buona della popolazione che potrebbe eleggere un buon sindaco ed un buon deputato.

Vi è un banchetto alla spiaggia del mare, adornato dalle bellezze del demi-monde?—Sono i preposti!

Una sposa alquanto in ostilità col marito?—per motivo d’un preposto!

Una vezzosa giovinetta da marito che si sposerà fra diciassette anni coll’uomo con cui s’è già accoppiata? (perchè tale è il regolamento)—quell’uomo è un preposto!

Si chiede d’un giovinotto che avrebbe fatto un eccellente marinaro da guerra, come sono generalmente i marinari di queste isole?—si è fatto preposto!

M’arriva una cassetta di confetti, od altro, inviati da un amico, è aperta, e ne mancano molti—sono i preposti.

Farei un volume di queste prodezze de’ preposti, se non mi annoiassero, e se non temessi di annoiare chi ha la pazienza di leggermi.

Ne terminerò la serie con un’arnia modello, regalo d’un illustre professore. Credete voi, che per esplorare il gran contrabbando, contenuto nell’arnia, di cui tutte le parti erano connesse a vite, abbiano voluto, quei comodi signori, servirsi d’un giravite per non guastarla?—Oibò! con uno scalpello han fatto a pezzi il coperchio per farlo saltare, o forse con una mannaia.

In quindici anni ch’io sono in quest’isola, io non conosco un solo arresto di contrabbando importante fatto da questi finanzieri; anzi, corre voce che un po’ di contrabbando lo faccian essi stessi, e si dice di peggio ancora.

E quando si considera tanta povera gente, sottoposta a tasse d’ogni specie, per mantenere grassamente codeste camorre di fannulloni, è roba da dar i brividi.

I Borboni di Napoli, maestri anch’essi di ogni specie di camorra, ne proteggevano una, e la stimolavano al loro servizio con ogni specie di favori, concessioni e soldi. Camorra, veramente di genere particolare, che contava come membri i più grandi scellerati del regno.

L’origine di quest’associazione di malfattori, proveniva dalle prigioni. I più forti tra i prigionieri imponevano una tassa ai nuovi arrivati, e la imponevano colla minaccia di busse, e qualche volta anche di coltello.

Il nuovo arrivato, generalmente solo, e quindi più debole, non solo era obbligato di pagare la tassa imposta, dovea pur far parte di codesta bella e reale associazione.

Dalle prigioni l’associazione si estese nelle bettole, nei postriboli, nelle osterie, nell’esercito, nella grande metropoli, e finalmente in tutto il felice regno. Felice! poteva chiamarsi, giacchè con tutti i vizi di cui era incancrenito il suo governo, occupavasi almeno che non morissero di fame i sudditi[50], occupazione che disturba poco la digestione di coteste cime che governano l’Italia.—Giù il cappello però, esse, le cime, hanno fatto l’Italia, ed avranno fra giorni una statua in Campidoglio, non so di che roba.

La camorra divenne una potenza, ed il Governo di Napoli, codardo come quello dei preti che patteggiava con briganti, patteggiò colla camorra, e dalla stessa estraeva le spie più astute e pratiche, ed i sicari più sicuri, quando per ragione di Stato, dovevasi por fine all’esistenza di un individuo.

Il consorzio, l’appoggio del governo, e la sua ingerenza sull’esercito, la fecero potente non solo, ma per la Dinastia borbonica la camorra diventò una vera e terribile guardia pretoriana. Composti però i camorristi della feccia inferiore del popolo, e per la maggioranza pasto da preti, essi abborrivano noi, rappresentati dal clero come eretici; ma più di noi, i piemontesi, cioè coloro che dipendevano direttamente dalla monarchia sabauda, tutta gente non popolo, come noi. E tale odio inveterato menomò forse il danno che la camorra avrebbe potuto fare all’esercito meridionale.

Dopo la ritirata di Francesco II il 6 settembre, e quella dell’esercito Borbonico da Napoli, la fiducia principale dei Sanfedisti, nella capitale, fondavasi sulla camorra, ed il maggiore Fior di Bacco su questa faceva assegnamento.

Nelle carceri di S. Elmo esistevano varii dei caporioni dell’ordine e fra loro il più formidabile era un calabrese nominato Tifone, che avea fatto parte della banda brigantesca di Talarico, nella quale avea servito come cappellano, circostanza non straordinaria, essendo i preti gli eccitatori ed i compagni dei camorristi e dei briganti.

Avendo lasciato Corvo, Fior di Bacco avea fatto una visita in cantina, ove per costume di questi venditori dell’anima alla pancia, facea d’uopo rifocillarsi con buoni bocconi e con un boccale di quello che pittura la guancia a musi più pallidi di quello del nostro maggiore, per affrontare imprese difficili. Ora, essendo la barca in zavorra, si poteva, come egli diceva, affrontare qualunque tempesta, e difilato, si recò negli appartamenti di Tifone.

Avranno osservato i miei lettori, non esser il mio forte le descrizioni, e quando avrò descritto il nauseante abituro d’un condannato, essi non ne saran contenti. È vero, che Tifone, freschissimo d’omicidio, era però uno dei paladini della camorra, e come tale dal 2º Comandante del forte S. Elmo, trattato coi guanti bianchi, ed alloggiato in sito abitabile.

«Tifone» cominciava il maggiore al camorrista fatto condurre in un gabinetto segreto del forte «hai già sofferto abbastanza di prigionia per una misera pugnalata somministrata a quello stupido di Gambardella[51] che ci tradiva assumendo l’aria di liberale. Per me, sei libero! (e dopo alcuna pausa) e ti permetterò di andare in città quando vorrai, anzi io stesso t’invierò in missione importante».

«Gnor sì» rispondeva il masnadiero al comandante, fissandolo in viso, mentre questo da parte sua scrutinava pure la sinistra fisonomia del primo per scoprirne l’effetto delle sue parole.

«Gnor sì.—E V. S. sa quanto io son devoto alla causa sacrosanta del re e della chiesa: soltanto la prevengo di farmi restituire il ferro che mi tolsero quando mi condussero qui».

«Non solo ti farò restituire il ferro, replicò Fior di Bacco, ma ti darò molti mezzi onde poter adempire colla tua solita solerzia la delicata impresa che voglio affidarti. Ti raccomando soltanto, essendo fresco il tuo omicidio, di non comparire di giorno per le strade.—Mangiare, bere e dormire di giorno, per poter circolare poi tutta la notte.

«Devi dunque sapere, che il nostro esercito, forte di cinquantamila uomini, dopo d’aver debellato gli scomunicati a Caiazzo, padrone di Capua, e di tutta la sponda destra del Volturno, si dispone ad attaccare quei pochi miserabili che restano da questa parte.

«Il re in persona sai, comanda l’esercito nostro, e con lui vi sono tutti i principi, la casa reale, ed i più famigerati de’ nostri generali».

Tifone, che come prete, non era poi tanto stupido, rimase soddisfatto dei cinquantamila soldati, piuttosto di buona truppa, non così dei famigerati generali, dei principi, della casa reale, ecc., tutta gente più assuefatta all’espugnazione d’un paté trufé, che a quella dei nemici della monarchia.

«La vittoria è quindi sicura» continuò Fior di Bacco, «ma noi, capisci bene, non vogliamo starcene colle mani alla cintola, mentre pugnano per la salvezza della patria tanti nostri valorosi!».

Questo discorso di Fior di Bacco—eccitato dal cordiale con cui egli avea inaffiato la sua merenda con profusione—era pronunciato con tanta energia, come se fosse stato un bullo davvero.—E colla testa alta, quadrando le poderose spalle, sguainò a metà la terribile scimitarra, con cui si compiaceva di spaventare i sorci della sua stanza, anch’essi dilettanti delle fortezze e carceri, e poi lasciolla cadere rumorosamente nel fodero di metallo.

Tanto entusiasmo non potea mancare di eccitare l’anima più esaltata d’assai del brigante, e dopo d’aver contemplato in estasi la fisionomia illuminata del vecchio soldato, il figlio dei Vulcani esclamò più impetuosamente del primo:

«Vergine santissima! basta! inviatemi, e per S. Gennaro, questo mio ferro (che gli era stato restituito dal maggiore) somiglierà la spada di fuoco con cui l’arcangelo percuoteva i condannati da Dio!».

«Bene così» ripigliava il maggiore, «ma conviene che tu m’ascolti sul da farsi prima di far giocare il ferro».

Soddisfatto di sè stesso, e pettoruto per l’effetto prodotto dal proprio eloquente discorso, Fior di Bacco, dopo d’aver dato un’occhiata intorno la stanza, e prestato l’orecchio al famigliare rumore dei topi, che riconobbe non esser di gente, dopo d’aver famigliarmente posta la mano sul braccio di Tifone, e con dolce violenza trascinatolo lontano dalla porta, continuò con voce più sommessa:

«Le buone notizie a te comunicate e la prossima vittoria del nostro esercito, tu devi annunziarle a tutti i nostri nella città, nei principali centri della camorra, che ben conosci, in tutti i conventi e in tutte le chiese, che lì non puoi sbagliare, e finalmente devi adoperarti perchè tutti propaghino in Napoli e nelle provincie il grande evento».

L’occhio di tigre del brigante, fisso in Fior di Bacco, ed un profondo inchino del capo, furono la più eloquente delle risposte, ed il maggiore era sicuro di poter contare sul formidabile calabrese.