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I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2 cover

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2

Chapter 9: CAPITOLO XIX
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About This Book

Una giovane eroina subisce manipolazione e privazioni mentre parenti e un cupo nobile italiano prendono possesso della sua proprietà e ostacolano il suo fidanzamento, provocando la separazione dal suo amato. Viene condotta in viaggi attraverso drammatici paesaggi alpini e italiani e costretta al soggiorno in un castello fatiscente dove passaggi segreti, lettere e inquietanti avvenimenti accrescono l'incertezza su eredità e identità. La narrazione unisce descrizioni atmosferiche e suspense gotica a una tensione costante tra apparenti fenomeni sovrannaturali e spiegazioni razionali, mentre amicizie, tradimenti e rivelazioni determinano il suo destino.

CAPITOLO XVIII

Emilia profittò della prima occasione propizia per parlare a Quesnel del castello della valle. Le sue risposte furono concise, e fatte coll'accento di chi non ignorando il suo assoluto potere, s'impazientisce di vederlo messo in dubbio. Le dichiarò che la disposizione presa era una misura necessaria, e ch'essa doveva andar debitrice alla di lui prudenza de' vantaggi che gliene sarebbero ridondati.

« Del resto, » aggiunse « quando il conte veneziano, di cui non mi ricordo il nome, vi avrà sposata, i fastidi della vostra dipendenza cesseranno. Come vostro parente, mi rallegro per voi d'una circostanza tanto felice, e, ardisco dirlo, così poco attesa dai vostri amici. »

Per qualche momento, Emilia restò muta e fredda; quindi procurò disingannarlo a proposito del poscritto da lei aggiunto alla lettera di Montoni; Quesnel parve avere ragioni particolari di non crederle, e per assai tempo persistè ad accusarla di capriccio. Convinto alfine della di lei avversione per Morano, e del rifiuto positivo che gli aveva dato, si abbandonò alle stravaganze del risentimento, esprimendosi colla maggiore asprezza. Lusingato segretamente dal parentado d'un nobile, onde aveva finto dimenticar il casato, era incapace d'intenerirsi dei patimenti cui poteva incontrare la nipote nel sentiero che le segnava la propria ambizione.

Emilia vide tosto tutte le difficoltà che la minacciavano; e quantunque nessuna persecuzione potesse farla rinunziare a Valancourt per Morano, essa fremeva all'idea delle violenze di suo zio. A tanta collera ed a tanto sdegno oppos'ella solamente la dolce dignità d'uno spirito superiore; ma la fermezza misurata della sua condotta non servì che ad esacerbare il corruccio di Quesnel, obbligandolo a riconoscere la sua inferiorità. Finì per dichiararle che, se persisteva nella sua follìa, e lui e Montoni l'avrebbero abbandonata al disprezzo universale.

La calma nella quale Emilia erasi mantenuta in presenza dello zio, l'abbandonò quando fu sola: pianse amaramente; ripetè più d'una volta il nome del padre, di quel tenero padre che non vedeva più, e di cui si rammentava tutti gli avvertimenti datile al letto di morte. « Oimè! » diceva essa; « conosco bene adesso che la forza del coraggio è preferibile alle grazie della sensibilità. Farò tutti gli sforzi per adempire alla mia promessa; non mi abbandonerò ad inutili lamenti, e procurerò di soffrire con fortezza d'animo l'oppressione che non posso evitare. »

Sollevata in qualche modo dal suo fermo proposito di adempire in parte alle ultime volontà paterne, terse il pianto, e comparve a tavola colla consueta serenità.

Verso sera, le signore andarono a prendere il fresco nella carrozza della Quesnel sulle rive della Brenta. La situazione d'Emilia formava un contrasto malinconico coll'allegria delle brillanti società riunite sotto gli alberi lungo il delizioso fiume. Taluni ballavano all'ombra, altri, sdraiati sull'erba, prendevano gelati, mangiavano frutti e gustavano in pace le dolcezze d'una bella sera all'aspetto del più bel paese del mondo.

La fanciulla considerando le lontane vette nevose degli Appennini, pensò al castello di Montoni, e fremè all'idea ch'egli ve la condurrebbe, ed avrebbe saputo costringerla all'obbedienza. Questo timore però svanì, riflettendo ch'era in di lui potere a Venezia, come lo sarebbe stata in ogni altra parte.

Tornarono a Miarenti assai tardi; la cena era preparata nella magnifica rotonda già tanto ammirata da Emilia: le signore si riposarono sotto il portico, finchè Quesnel, Montoni ed altri gentiluomini vennero a raggiungerle. Emilia faceva ogni sforzo per tranquillarsi, allorchè una barca sostò d'improvviso alla scalea del giardino, ed essa distinse la voce di Morano, il quale comparve poco dopo. Ricevè i di lui complimenti in silenzio, e la sua freddezza parve da principio sconcertarlo, ma in seguito si rimise, riprese il suo brio, e la fanciulla osservò che la specie d'adulazione onde l'opprimevano i suoi zii, e di cui ella maravigliossi forte, eccitava solo il suo disgusto.

Appena potè ritirarsi, le di lei riflessioni quasi involontariamente si aggirarono sui mezzi possibili d'indurre il conte a desistere dalle sue pretese; la sua delicatezza non ne trovò di più efficace fuor quello di confessargli un vincolo già formato, e rimettersene alla di lui generosità. Nullameno, quando la domane egli rinnovò le sue premure, Emilia abbandonò quel progetto: sarebbe repugnato troppo al di lei orgoglio lo svelare il segreto del suo cuore ad un uomo come Morano, e domandargli un sacrifizio; talchè respinse con impazienza il piano già concetto. Ripetè il suo rifiuto nei termini più decisi, e biasimò severamente la condotta tenuta verso di lei. Il conte ne parve mortificato, ma continuò a persistere nelle solite assicurazioni di tenerezza; l'arrivo della Quesnel l'interruppe, e fu per Emilia un gran soccorso.

Di tal guisa, Emilia passò i giorni più infelici in quella casa deliziosa a motivo dell'ostinata assiduità di Morano, e della tirannia crudele che esercitavano su di lei Quesnel e Montoni, i quali parevano, al par della zia, più risoluti che mai a siffatto matrimonio. Quesnel, vedendo infine che i discorsi e le minacce erano egualmente inutili per venire ad una pronta decisione, vi rinunziò, e tutto fu rimesso al tempo ed al potere di Montoni. Emilia intanto desiderava tornar a Venezia, sperando colà sottrarsi in parte alle persecuzioni di Morano; d'altro lato, Montoni, distratto dalle occupazioni, non sarebbe sempre stato in casa. In mezzo alle sciagure, pensò anche a raccomandar con forza la povera Teresa a Quesnel il quale, la lusingò promettendole che non l'avrebbe dimenticata.

Montoni, in un lungo colloquio, concertò con Quesnel il piano da eseguirsi riguardo alla nipote, e questi promise trovarsi a Venezia tosto dopo la celebrazione del matrimonio.

Emilia per la prima volta, non provò verun rincrescimento a separarsi da' parenti. Morano tornò a Venezia nella stessa barca di Montoni. La fanciulla, la quale osservava gradatamente l'avvicinarsi di quella superba città, si vide dappresso la sola persona che potesse diminuirgliene il piacere. Arrivarono verso mezzanotte; Emilia fu liberata dalla presenza del conte, che seguì Montoni in un casino, e potè finalmente ritirarsi nella sua camera.

Il dì seguente, lo zio in un breve colloquio dichiarò ad Emilia che non intendeva esser tirato più per le lunghe; il suo matrimonio col conte era per lei di un vantaggio così prodigioso, che sarebbe follìa l'opporvisi, ed una follìa inconcepibile, e che verrebbe celebrato senza dilazione, e, se facea duopo, senza di lei consenso. La giovane, la quale fino allora aveva impiegate le ragioni, ricorse alle preghiere: il dolore le impediva di considerare che, con un uomo del carattere di Montoni, le suppliche non produrrebbero migliore effetto delle ragioni. Gli domandò poscia con qual diritto esercitasse egli su di lei quell'autorità illimitata. In uno stato più tranquillo, non avrebbe rischiato questa domanda che non le giovava a nulla, e faceva trionfare Montoni della sua debolezza e del suo isolamento.

« Con qual diritto? » sclamò questi con un sorriso maligno; « col diritto della mia volontà; se voi potrete sottrarvene, io non vi domanderò con qual diritto lo faceste. Ve lo ricordo per l'ultima volta: voi siete straniera, lontana dalla patria; deve interessarvi di avermi per amico, e ne conoscete i mezzi; se mi obbligate a divenirvi nemico, m'arrischierò a dire che la punizione supererà la vostra aspettativa; dovreste ben sapere che non son fatto per essere burlato. »

Emilia restò immobile dopo che Montoni l'ebbe lasciata: era disperata, o piuttosto stupefatta; il sentimento della sua miseria era il solo che avesse conservato: la Montoni la trovò in quello stato. La giovine alzò gli occhi, e il dolore espresso da tutta la di lei persona avendo senza dubbio intenerita la zia, le parlò con insolita bontà; il cuore di Emilia ne fu commosso, e dopo aver pianto alcun poco, raccolse bastante forza per raccontarle il soggetto del suo dolore, e sforzarsi d'interessarla per lei. La compassione della zia era stata sorpresa, ma la sua ambizione non poteva moderarsi, e credeva esser già la zia d'una contessa. I tentativi della fanciulla non riusciron meglio con lei che con Montoni: ritornò nella sua camera, e cominciò nuovamente a piangere, risolutissima di sfidare ad ogni costo tutta la vendetta di Montoni, anzichè sposare un uomo di cui avrebbe disprezzata la condotta, quand'anco non avesse mai conosciuto Valancourt.

Sopraggiunse poco di poi una faccenda che per qualche giorno sospese l'attenzione di Montoni; le visite misteriose d'Orsino si erano rinnovate con maggiore frequenza, dopo il ritorno di Montoni. Cavignì, Verrezzi, e qualcun altro erano ammessi, oltre Orsino, a questi conciliaboli notturni: Montoni divenne più riservato e severo che mai. Se i propri interessi non l'avessero resa indifferente a tutto il resto, Emilia si sarebbe accorta che meditava qualche progetto.

Una sera che non doveva tenersi riunione, arrivò Orsino agitatissimo e spedì al casino un suo confidente in cerca di Montoni: lo pregava di tornare a casa subito, raccomandando al messo di non pronunziar il suo nome. Montoni tornò sull'istante, trovò Orsino, e seppe tosto il motivo della visita ed agitazione sua, conoscendone già una parte.

Un gentiluomo veneziano, che aveva recentemente provocato l'odio di Orsino, era stato pugnalato da scherani pagati da quest'ultimo. Il morto apparteneva alle prime famiglie, ed il Senato erasi preso a cuore quell'affare. Uno degli assassini fu arrestato, e confessò, Orsino essere il reo. Alla nuova del suo pericolo, egli veniva a trovare Montoni perchè gli facilitasse la fuga, sapendo che in quel momento tutti gli officiali di polizia erano in cerca di lui per tutta la città, talchè riuscivagli impossibile di uscirne. Montoni acconsentì a nasconderlo per qualche giorno finchè la vigilanza fosse rallentata, e potesse con sicurezza lasciar Venezia. Sapeva il pericolo che incorreva accordando asilo ad Orsino; ma era tale la natura delle obbligazioni sue verso quell'uomo, che non credeva prudente negarglielo.

Tal era la persona ammessa da lui alla sua confidenza, e per la quale sentiva tanta amicizia, quanto potevalo comportare il suo carattere.

Per tutto il tempo che Orsino rimase nascosto nella casa, Montoni non volle attirare gli sguardi del pubblico celebrando le nozze del conte; ma quando la fuga del reo ebbe fatto cessare questo ostacolo, informò Emilia che il di lei matrimonio avrebbe avuto luogo la mattina seguente. Essa protestò che non avrebbe mai acconsentito, ed egli rispose con un maligno sorriso, assicurandola che di buonissima ora il conte ed un sacerdote si sarebbero trovati in casa sua, e consigliandola a non isfidare il di lui risentimento con un'opposizione contraria ai suoi voleri ed al proprio di lei bene.

« Esco per tutta sera, » aggiuns'egli: « ricordatevi che domani do la vostra mano al conte Morano. »

Emilia, la quale, dopo le ultime di lui minacce, si lusingava che la crisi giungerebbe al suo termine, fu poco scossa da questa dichiarazione; studiò dunque il mezzo di farsi coraggio considerando che il matrimonio non poteva esser valido fintantochè in presenza del sacerdote ella ricuserebbe di prender parte alla cerimonia. Il momento della prova si avvicinava, ed essa era egualmente agitata dall'idea della vendetta e a quella dell'imeneo. Assolutamente incerta sulle conseguenze del suo rifiuto all'altare, temeva più che mai il potere illimitato di Montoni, ed era persuasa che avrebbe trasgredite senza scrupolo tutte le leggi per riuscire ne' suoi progetti.

Mentre stava immersa in questo mare di affanni fu avvertita che Morano desiderava parlarle. Appena il servo fu uscito con le di lei scuse, se ne pentì, lo chiamò indietro, e volendo provare se le preghiere e la fiducia produrrebbero migliore effetto del rifiuto e dello spregio, gli fece dire che sarebbe andata a trovarlo ella stessa.

La dignità e il nobile contegno con cui mosse incontro al conte, l'aria rassegnata e pensierosa che ne addolciva la fisonomia, non erano mezzi capaci per farlo rinunziare a lei, nè servirono se non ad aumentare una passione che l'aveva già inebriato. Egli ascoltò ciò ch'essa diceva con apparente compiacenza e gran desiderio di contentarlo, ma la sua risoluzione era invariabile. Mise in opera con lei l'arte e l'insinuazione la più raffinata. Persuasa Emilia che non avesse nulla da sperare dalla di lui giustizia, ripetè solennemente le sue proteste d'opposizione, e lo lasciò coll'assicurazione formale che avrebbe saputo mantenersi nella negativa anche malgrado la violenza. Un giusto orgoglio aveane trattenute le lacrime in presenza di Morano, ma appena si trovò sola, pianse amaramente, invocando il padre, ed attaccandosi con dolore inesprimibile all'idea di Valancourt.

La sera era avanzatissima, allorchè la Montoni entrò nella di lei camera cogli ornamenti nuziali che inviavale il conte. Essa aveva scansata la nipote per tutta la giornata, temendo cedere ad un'insolita sensibilità: non ardiva esporsi alla disperazione di Emilia; e forse la sua coscienza, il cui linguaggio era sì poco frequente, le rimproverava una condotta sì dura verso un'orfana figlia di suo fratello, e della quale un padre moribondo le aveva affidata la felicità.

Emilia non volle vedere quei regali, e tentò, sebbene senza speranza, un nuovo ed ultimo sforzo per interessare la compassione della zia. Commossa forse alternativamente dalla pietà o dai rimorsi, seppe nasconder l'una e gli altri, e rimproverò alla nipote la follia di affliggersi per un matrimonio che non poteva mancare di renderla felice. « Certo, » le diss'ella, « se io non fossi maritata, e se il conte mi offrisse la sua mano, sarei molto lusingata di questa distinzione. Se io credo dover pensare così, voi, nipote mia, che non siete ricca, dovete indubitatamente trovarvene onoratissima, e mostrare una riconoscenza, un'umiltà verso Morano, tale da corrispondere alla sua condiscendenza. Son sorpresa, ve lo confesso, di veder lui così sommesso e voi così orgogliosa. Stupisco della sua pazienza, e, se fossi in lui, vi farei per certo ricordare un po' meglio dei vostri doveri. Io non vi adulerò, ve lo dico schietto; è questa ridicola adulazione che vi dà tanta e tale opinione di voi stessa, che vi fa credere non esservi nessuno che possa meritarvi. L'ho detto spesso al conte; io non badava alla stravaganza de' suoi complimenti, e voi li pigliavate alla lettera.

— La vostra pazienza, signora, » disse Emilia, « soffriva allora assai meno della mia.

— Tutto questo è pura affettazione, null'altro, » rispose la zia; « io so che l'adulazione v'insuperbisce e vi rende così vana, che credete ingenuamente di vedere tutti gli uomini ai vostri piedi; ma v'ingannate. Posso accertarvi, nipote mia, che non troverete molti adoratori come il conte; chiunque altro vi avrebbe voltate le spalle, e vi avrebbe lasciata in preda a un tardo pentimento.

— Oh! perchè mai il conte non fa quel che farebbero gli altri? » disse Emilia sospirando.

— È una fortuna per voi che non sia così, » replicò la zia.

— Io non sono ambiziosa; desidero solo restare nello stato in cui mi trovo.

— Non si tratta di ciò, » soggiunse la zia; « vedo che pensate sempre a quel Valancourt. Scacciate, ven prego, queste ubbie amorose e questo ridicolo orgoglio; diventate ragionevole. D'altronde son tutte ciarle inutili; voi sarete maritata domani, vogliate o no, già lo sapete: il conte non vuole esser più a lungo vostro zimbello. »

La fanciulla non tentò rispondere a siffatta singolare aringa, sentendone l'inutilità. La zia depose i regali del conte sopra un tavolino ove appoggiavasi Emilia, e le augurò la buona sera. L'orfanella fissò gli occhi sulla porta dond'era uscita la zia; ascoltava attenta se qualche suono venisse a rialzar l'abbattimento spaventoso de' suoi spiriti. Era mezzanotte passata; tutti dormivano, tranne il servo che aspettava il padrone. Il di lei animo, prostrato dai dispiaceri, cedè allora a terrori imaginari; tremava considerando le tenebre dell'ampia stanza in cui trovavasi; temeva senza saper perchè. Durò in tale stato tanto tempo, che avrebbe chiamata Annetta, la cameriera della zia, se la paura le avesse concesso d'alzarsi dalla sedia e traversar le camere. Le tetre illusioni a poco a poco svanirono; ed andò a letto, non per dormire, era impossibile, ma per cercar di calmare il disordine dell'accesa fantasia e raccogliere le forze che le sarebbero state necessarie per la mattina seguente.


CAPITOLO XIX

Un colpo battuto alla porta di Emilia la scosse dalla specie di sonno al quale erasi data in preda. Sussultò: le vennero tosto in mente Montoni e Morano. Ascoltò qualche momento, e riconoscendo la voce di Annetta rischiò ad aprire.

« Che ti conduce qui così di buon'ora? » le chiese tutta tremante.

— Per carità, signorina, non vi spaventate; siete così pallida, che fate paura anche a me. Giù dabbasso fanno un gran rumore; tutti i servi vanno e vengono con furia, e nessuno può indovinarne il motivo.

— Chi c'è con loro? » disse Emilia; « Annetta, non m'ingannare.

— Il cielo me ne guardi, per tutto l'oro del mondo non v'ingannerei. Ho veduto soltanto che il signor Montoni mostra un'impazienza straordinaria, e mi diede l'ordine di farvi alzare sul momento.

— Cielo! aiutatemi, » gridò Emilia disperata. « Il conte Morano è dunque venuto?

— No, signorina, per quanto io sappia egli non c'è. Sua eccellenza mandommi a dirvi che a momenti saranno qui le gondole, e partiremo da Venezia. Bisogna ch'io mi sbrighi per tornar dalla padrona, la quale è tanto confusa, che non sa più quel che si faccia.

— Ma insomma, che cosa significa tutto questo?

— Oh! signora Emilia, io non so altro se non che il signor Montoni è tornato a casa agitatissimo, e ci ha fatti alzar tutti, dichiarandoci che bisognava partir sull'istante.

— Il conte Morano viene egli con noi? e dove andiamo?

— Lo ignoro. Ho inteso che Lodovico parlava d'un castello che il padrone ha in certe montagne.

— Negli Appennini?

— Appunto, signorina; ma sollecitatevi, e pensate all'impazienza del signor Montoni. Dio buono! sento già i remi delle gondole che arrivano. »

Annetta uscì a precipizio. Emilia si dispose a questo viaggio inaspettato, ed appena ebbe gettati libri ed abiti nel baule, ricevè un secondo avviso; scese nel gabinetto della zia, ove Montoni le rimproverò la sua lentezza. Egli uscì quindi per dare alcuni ordini, e Emilia chiese il motivo di quella partenza subitanea. La zia parve ignorarlo come lei, e che non intraprendesse quel viaggio se non con estrema ripugnanza.

Finalmente tutta la famiglia s'imbarcò, ma nè Morano, nè Cavignì si fecero vedere. Questa circostanza rianimò un poco gli spiriti abbattuti di Emilia, la quale somigliava ad un condannato a morte, cui venga accordata una breve dilazione: il suo cuore si alleggerì ancor più, quando ebbero fatto il giro di San Marco senza fermarsi per prendere il conte.

L'alba cominciava appena a biancheggiar l'orizzonte ed il lido. Emilia non ardiva fare veruna interrogazione a Montoni, che restò qualche tempo in cupo silenzio, e s'avvolse quindi nel mantello, come se avesse voluto dormire. Sua moglie fece altrettanto. Emilia, non potendo prender sonno, alzò una cortina, e si mise a considerar il mare. L'aurora illuminava grandemente la sommità dei monti friulani; ma le loro coste e le onde che le bagnavano, erano tuttavia sepolte nell'ombra: la fanciulla, immersa in dolce malinconia, osservava i progressi del giorno, che stendevasi sul mare, illuminando Venezia, i suoi isolotti, e finalmente le spiagge italiane, lungo le quali cominciavano già a mettersi in moto le barche. I gondolieri venivano spesso chiamati da coloro che portavano le provvisioni al mercato di Venezia. Un'infinita quantità di barchette coperse in breve la laguna. Emilia gettò l'ultimo sguardo su quella magnifica città; ma il di lei spirito allora era soltanto occupato da mille congetture sui casi che l'attendevano, sul paese ov'era trascinata, e sul motivo di quel viaggio repentino.

Le parve dopo mature riflessioni, che Montoni la conducesse al suo castello isolato per costringerla più sicuramente all'obbedienza con mezzi di terrore. Se le scene tenebrose e solitarie che vi si disponevano non sortissero il bramato esito, il suo matrimonio vi sarebbe celebrato per forza, e con maggior mistero forse e meno smacco per l'onore di Montoni. Il poco coraggio resole dalla proroga svanì a questa terribile idea, e quando si toccò la riva, ell'era ricaduta nel più penoso abbattimento.

Montoni non rimontò la Brenta, ma continuò in carrozza per andare agli Appennini. Durante questo viaggio fu così severo con Emilia che ciò solo avrebbe servito a confermare le sue congetture allarmanti.

I viaggiatori cominciarono a salire gli Appennini: a quell'epoca que' monti erano coperti da immense foreste di abeti. La strada passava in mezzo a questi boschi, e non lasciava vedere che rupi spaventevoli sospese sul loro capo, a meno che qualche radura non lasciasse distinguere momentaneamente il sottoposto piano. L'oscurità di quei luoghi, il loro cupo silenzio, quando neanche il più lieve vento agitava la cima degli alberi, l'orrore dei precipizi susseguentisi, ciascun oggetto, in una parola, rendeva più imponenti le triste riflessioni d'Emilia. Essa non vedeva a sè intorno che immagini di spaventosa grandezza e di tetra sublimità.

A misura che i viaggiatori montavano attraverso le selve, le rupi accatastavansi a rupi, i monti parevano moltiplicarsi, e la cima di un'eminenza sembrava servir di base ad un'altra. Finalmente trovaronsi sopra un piccolo piano, ove i mulattieri sostarono. La scena vasta e magnifica che si presentava nella valle, eccitò l'ammirazione universale, ed interessò perfino la signora Montoni. Emilia obliò un momento i suoi mali nell'immensità della natura. Al di là d'un anfiteatro di montagne, le cui masse parevano numerose quanto le onde del mare, e le cui falde erano coperte di folti boschi, scuoprivansi le campagne d'Italia dove i fiumi, le città, gli oliveti, le vigne e tutta la prosperità della coltura si mischiavano in una ricca confusione. L'Adriatico circoscriveva l'orizzonte. Il Po e la Brenta, dopo aver fecondato tutta l'estensione del bel paese, venivano a scaricarvi le loro fertili acque. Emilia contemplò a lungo lo splendore di quei luoghi deliziosi che abbandonava, e la cui magnificenza sembrava non ispiegarsi davanti a lei se non per cagionarle maggior rincrescimento. Per lei, il mondo intero non conteneva che Valancourt, il di lei cuore dirigevasi a lui solo, e per lui solo versava tante lacrime.

Da quel punto di vista sublime i viaggiatori continuarono a salire penetrando in una gola angusta che mostrava soltanto minacciose rupi sospese sulla strada. Nessun vestigio umano, verun segno di vegetazione compariva colà. Questa gola conduceva nel cuore degli Appennini. Si allargò finalmente, scoprendo una catena di monti sterilissimi, attraverso i quali bisognò viaggiare per più ore.

Verso sera, la strada svoltò in una valle più profonda, circondata quasi tutta da scoscese montagne. Il sole tramontava allora dietro lo stesso monte che scendevano i viaggiatori, prolungandone l'ombra verso la valle; ma i suoi raggi orizzontali, traversando qualche spaccatura, doravano le sommità dell'opposta foresta, e scintillavano sulle alte torri ed i comignoli d'un castello, i cui vasti bastioni estendevansi lungo uno spaventoso precipizio. Lo splendore di tanti oggetti bene illuminati veniva accresciuto dal contrasto dell'ombre che avvolgevano già la valle.

« Ecco il castello di Udolfo, » disse Montoni, parlando per la prima volta dopo parecchie ore.

Emilia guardò il castello con una specie di terrore, quando seppe ch'era quello di Montoni; sebbene illuminato in quel momento dal sole all'occaso la gotica magnificenza di quell'architettura, le antiche mura di pietra bigia, ne formavano un oggetto imponente e sinistro. La luce s'affievolì insensibilmente, spargendo una tinta purpurea che si estinse grado grado, e lasciò i monti, il castello e tutti gli oggetti circonvicini in tetra oscurità.

Isolato, vasto e massiccio, esso sembrava dominare la contrada. Più la notte diveniva oscura, più le sue alte torri parevano imponenti. L'estensione e l'oscurità di quegli immensi boschi erano considerate da Emilia come adatte soltanto a servir di covile a masnadieri. Finalmente, le carrozze giunsero alle porte del castello. La lunga oscillazione della campana che fu suonata alla porta d'ingresso aumentò il terrore di Emilia. Mentre si aspettava l'arrivo di qualcuno che aprisse quelle imposte formidabili, ella considerò il maestoso edifizio. Le tenebre che l'avvolgevano non le permisero di discernerne il recinto, le grosse mura, i bastioni merlati e d'accorgersi che era vasto, antico e spaventoso. La porta d'ingresso conduceva nei cortili, ed era di proporzioni gigantesche. Due fortissime torri ne difendevano il passaggio. Invece di stendardi si vedevano svolazzare, su per le sconnesse pietre, erbe lunghissime e piante salvatiche abbarbicate nelle rovine, e che parevano crescere a stento in mezzo alla desolazione che le circondava. Le torri erano congiunte da una cortina munita di merli e casematte. Dall'alto della vôlta cadeva una pesante saracinesca. Da questa porta, le mura dei bastioni comunicavano con altre torri sporgenti sul precipizio; ma queste muraglie quasi rovinate mostravano i guasti della guerra. Mentre Emilia osservava con tanta attenzione, si udì aprire i grossi catenacci. Un vecchio servitore comparve, e spinse le imposte per lasciar entrare il suo signore. Mentre le ruote giravano con fracasso sotto quelle saracinesche impenetrabili, Emilia si sentì mancare il cuore, credendo entrare nella sua prigione. Il cupo cortile che traversarono confermònne la lugubre idea; e la di lei immaginazione, sempre attiva, le suggerì un terror maggiore di quel che potesse giustificarlo la sua ragione.

Un'altra porta l'introdusse nel secondo cortile, ancor più tristo del primo. Emilia ne giudicava alla fioca luce del crepuscolo, vedendone le alte mura tappezzate d'ellera e di musco, e le merlate torri giganteggianti. L'idea di lunghi patimenti e d'un assassinio le colpì l'immaginazione d'improvviso orrore. Questo sentimento non diminuì allorchè entrò in una sala gotica, immensa, tenebrosa. Una face che brillava da lontano traverso una lunga fila d'arcate serviva solo a renderne più sensibile l'oscurità.

L'arrivo inaspettato di Montoni non aveva permesso alcun preparativo per riceverlo. Il servo da lui spedito partendo da Venezia, l'aveva preceduto di pochi momenti, e questa circostanza scusava in qualche modo lo stato di nudità e disordine del castello.

Il servo che venne a far lume, salutò il padrone tacendo, e la di lui fisonomia non fu animata da veruna apparenza di piacere. Montoni rispose al saluto con leggiero moto della mano e passò. La moglie lo seguiva, guardandosi intorno con una sorpresa ed un malcontento, cui pareva temer di esprimere. Emilia, vedendo l'immensa estensione di quell'edificio, con timido stupore si avvicinò ad una scala marmorea. Qui gli archi formavano una vôlta altissima, dal centro della quale pendeva una lampada a tre becchi, che il servitore si affrettò di accendere. La ricchezza delle cornici, la grandezza di una galleria che conduceva a molti appartamenti, ed i vetri coloriti d'un finestrone gotico, furono, gli oggetti che scuoprironsi successivamente.

Dopo aver girato appiè della scala, e traversata un'anticamera, entrarono in una vastissima sala. L'intavolato di nero larice ne aumentava l'oscurità.

« Portate altri lumi, » disse Montoni nell'entrare. Il servo depose la lucerna ed uscì per ubbidire. La padrona osservò che l'aria della sera era umida in quel clima, e che avrebbe gradito un po' di fuoco: Montoni ordinò di accenderne.

Mentr'egli passeggiava pensieroso nella stanza, la signora Montoni riposava silenziosa sopra un sofà, aspettando il ritorno del servo. Emilia osservava l'imponente singolarità e l'abbandono di quel luogo, illuminato da una sola lucerna posta in faccia al grande specchio di Venezia, che rifletteva oscuratamente la scena, e l'alta statura di Montoni, che passava e ripassava colle braccia incrociate, e la faccia ombreggiata dalle piume del suo largo cappello. Il vecchio servitore tornò di lì a poco carico d'un fascio di legna e seguito da altri due servi con lumi.

« Vostra eccellenza sia il benvenuto, » disse il vecchio, dopo aver deposte le legna. « Questo castello è stato lunga pezza deserto. Ci scuserete sapendo che abbiamo avuto pochissimo tempo. Saranno due anni il giorno di san Marco prossimo, che vostra eccellenza non è venuta qui.

— Precisamente, » disse Montoni, « tu hai buona memoria, Carlo; come hai tu fatto dunque a vivere sì lungamente?

— Ah! signore, molto a stento. I venti freddi che soffiano in questi luoghi nell'inverno, sono cattivi per me. Aveva pensato più d'una volta di domandare il permesso a vostra eccellenza di lasciarmi abbandonare i monti per ritrarmi nella valle; ma non so come sia, io non posso risolvermi ad abbandonare queste vecchie mura dove ho vissuto per tanti anni.

— Bene, » disse Montoni; « cosa facesti tu in questo castello dopo la mia partenza?

— Press'a poco come secondo il solito; ma tutto rovina qui: c'è la torre di settentrione che ha bisogno di esser risarcita; molte fortificazioni sono in cattivo stato; una parte del tetto della sala grande è crollato, e poco mancò non cadesse sulla testa della mia povera moglie (Dio l'abbia in pace). Tutti i venti vi s'inabissavano l'inverno scorso. Noi fummo quasi per morir di freddo.

— Ci sono altre riparazioni da fare? » disse Montoni con impazienza.

— Oh! sì, eccellenza. Il bastione è rovinato in tre luoghi. Le scale della galleria a tramontana sono piene di tante macerie, ch'è pericoloso passarvi. Il corridoio che mette alla camera di quercia, è nel medesimo stato. Una sera mi ci avventurai; e...

— Basta basta, » disse Montoni vivamente; « ne discorreremo domattina. »

Il fuoco era già acceso. Carlo spazzò il camino, dispose le sedie, spolverò una tavola di marmo vicina e uscì.

I nostri personaggi s'accostarono al fuoco. La Montoni tentò appiccar discorso, ma le brusche risposte del marito ne la distolsero. Emilia procurò di farsi animo, e con voce tremante disse: « Poss'io domandarvi, o signore, il motivo di questa improvvisa partenza? » Dopo una lunga pausa ebbe bastante coraggio per reiterare la domanda.

« Non mi garba rispondere alle interrogazioni, » disse Montoni, « come a voi non conviene di farmene. Il tempo spiegherà tutto. Desidero adesso non essere importunato più a lungo. Vi consiglio ad adottare una condotta più ragionevole. Tutte queste idee di pretesa sensibilità non sono, a dirla schietta, che debolezze. »

Emilia si alzò per andarsene. « Buona notte, » diss'ella alla zia, nascondendo con difficoltà la sua emozione.

— Buona notte, mia cara, » rispose questa con accento di bontà straordinaria in lei. La tenerezza inaspettata fece piangere la fanciulla, che, salutato Montoni, s'avviò. « Ma voi non sapete dove sia la vostra camera? » soggiunse la zia. Montoni chiamò il servo che attendeva nell'anticamera, e gli ordinò di far venire la cameriera di sua moglie, la quale arrivò poco dopo e seguì Emilia.

« Sai tu dove sia la mia camera? » diss'ella ad Annetta nel traversar la sala.

— Credo saperlo, signorina, ma è una stanza molto stravagante; è situata sul bastione meridionale, e ci si va dallo scalone: la camera della signora è all'altra estremità del castello. »

Emilia salì la scala ed entrò nel corridoio. Percorrendolo, Annetta ripigliò il chiaccherio.

« È un luogo solitario e tristo questo castello; io tremo tutta nel pensare che devo soggiornarvi. Oh! quante volte mi son pentita di avere abbandonata la Francia! non mi sarei mai aspettata, quando seguii la signora per girare il mondo, di essere imprigionata in un luogo simile. Oh! non sarei venuta via dal mio paese, quand'anco m'avessero coperta d'oro.

— Da questa parte, signorina, voltate a sinistra. In verità, son quasi tentata di credere ai giganti. Questo castello sembra fatto espressamente per loro. Una notte o l'altra vedremo qualche folletto; ne devono comparire in quella gran sala, la quale, ne' suoi pesanti pilastri, somiglia più ad una chiesa, che ad altro.

— Sì, » disse Emilia sorridendo, lieta di sottrarsi a più serii pensieri, « se noi venissimo qui a mezzanotte e guardassimo nel vestibolo, lo vedremmo per certo illuminato da più di mille lampade. Tutti gli spiriti ballerebbero in giro al suon di deliziosa musica; e' soglion sempre tener lor congreghe in luoghi consimili. Temo, Annetta, tu non abbia bastante coraggio per assistere a sì bello spettacolo. Se tu parlassi, tutto svanirebbe all'istante.

— Epperciò credo che se abiterò qui un pezzo diverrò un'ombra anch'io.

— Spero che non confiderai i tuoi timori al signor Montoni; gli spiacerebbero assaissimo.

— Come! voi dunque sapete tutto, signorina? Oh! no, no. So ben io cosa devo fare, e se il padrone può dormire in pace, certo tutti qui possono fare altrettanto... Per quest'andito, signorina; esso conduce ad una scaletta. Oh! se vedo qualcosa, cado svenuta sicuramente.

— Non è possibile, » disse Emilia sorridendo, e svoltando l'andito che metteva in un'altra galleria. Annetta si avvide allora d'avere sbagliata strada, e si smarrì sempre più attraverso altri corridoi: spaventata infine dai loro giri e dalla solitudine loro, gridò chiedendo soccorso; ma i servi erano dalla parte opposta del castello, e non potevano udirla. Emilia aprì la porta d'una camera a sinistra. La cameriera sclamò:

« Non entrate là dentro, signora, ci perderemmo ancor più.

— Porta il lume: troveremo la strada traverso tutte queste stanze. »

Annetta stava alla porta titubando; essa tendeva il lume per lasciar vedere la camera, ma i suoi raggi non vi penetravano a metà. « Perchè non entri? » disse Emilia; « lasciami vedere per dove si va per di qui. »

L'altra si avanzò con ripugnanza. La camera dava adito ad una fuga di stanze antiche e spaziose. I mobili che le adornavano erano antichi quanto le muraglie, e conservavano un'apparenza di grandezza, sebbene logorati dal tempo e dalla polvere.

« Come fa freddo qui, » disse Annetta; « a quanto si dice, non vi ha abitato nessuno da molti secoli. Andiamo via.

— Da questa parte potremo forse arrivare allo scalone, » rispose Emilia, e andando sempre avanti, si trovarono in una sala guarnita di quadri; prese il lume per esaminare quello d'un soldato a cavallo sul campo di battaglia. Egli puntava la spada sopra un uomo disteso ai piedi del suo destriero, e che sembrava chiederli mercè. Il soldato, colla visiera alzata, lo guardava con l'aria della vendetta.

Quest'espressione e tutto il complesso sorpresero Emilia per la sua somiglianza con Montoni; fremè e volse altrove lo sguardo. Passando col lume accanto agli altri quadri, ne vide uno coperto da un velo nero; questa singolarità la colpì; fermossi coll'intenzione di alzare il velo e considerare ciò che v'era nascosto con tanta cura; pure esitò. « Madonna! » gridò Annetta; che vuol dir mai questo? È sicuramente la pittura, il quadro di cui si parlava a Venezia.

— Che pittura? » disse Emilia. « Che quadro?

— Un quadro, » rispose Annetta, tremante e pallida. « Non ho mai potuto sapere ciò che fosse.

— Alza quel velo, Annetta.

— Chi? io, signorina, io? No, per tutto l'oro del mondo.

— Ma che cosa hai saputo su questo quadro, che ti spaventa tanto?

— Nulla, signorina, non mi è stato detto nulla. Andiamo via.

— Sicuro, ma prima voglio vedere il quadro; piglia il lume, Annetta, alzerò io il velo. »

La cameriera prese il lume e fuggì precipitosamente, senza volere ascoltare Emilia, la quale, non volendo restar al buio, fu obbligata a seguirla.

« Ma che cos'hai, Annetta? Cosa ti fu detto di quel quadro, che scappi quando ti prego di restare?

— Non ne so il motivo, e non m'han detto nulla. Tutto quel che so, è che ci fu qualcosa di spaventoso a tal proposito; che in seguito fu sempre tenuto coperto d'un velo nero, e che nessuno lo ha veduto da molto tempo. Si dice che ciò abbia qualche rapporto colla persona che possedeva il castello prima che appartenesse al padrone; e...

— Benissimo, Annetta, mi accorgo che infatti tu non sai nulla del quadro.

— No, nulla in verità, signorina; perchè mi hanno fatto promettere di non parlarne mai. Ma...

— In tal caso, » soggiunse Emilia, vedendola combattuta dalla volontà di rivelare un segreto, e dal timore delle conseguenze, « in tal caso, non voglio saperne di più.

— No, signorina; non me lo domandate.

— Tu diresti tutto. »

Annetta arrossì, Emilia sorrise; finirono di traversare quelle stanze, e si trovarono finalmente in cima allo scalone. La cameriera vi lasciò la padroncina per chiamare una serva del castello, e farsi condurre alla camera inutilmente cercata.

Intanto Emilia pensava al quadro. La curiosità la spingea a tornar indietro per esaminarlo; ma l'ora, il luogo, il cupo silenzio che regnava intorno, tutto ne la distolse. Pure risolse di tornar col nuovo giorno al misterioso quadro e sollevarne il velo.

La serva comparve alfine, e condusse Emilia nella sua camera, situata all'estremità del castello ed in fondo al corridoio, sul quale s'apriva appunto la fila di stanze che avevano traversate. L'aspetto deserto di quella camera fece desiderare alla fanciulla che Annetta non partisse subito. Il freddo umido che vi si sentiva la gelava quanto il timore; pregò Caterina, la serva del castello, di accenderle un po' di fuoco.

« Oh! signorina, son molti anni che non venne acceso fuoco in questa camera, » disse la fantesca.

— Non c'era bisogno di dircelo, buona donna, » soggiunse Annetta; « tutte le stanze di questo castello son fresche come i pozzi in tempo di estate: stupisco che voi possiate vivere in un luogo simile. Per me, vorrei essere a Venezia, o piuttosto in Francia. »

Emilia fe' cenno a Caterina di andare a prender le legna.

« Non capisco, » disse la cameriera, « perchè questa si chiami la camera doppia. »

La padroncina intanto l'osservava in silenzio, e la trovava alta e spaziosa come tutte le altre già vedute. Le pareti erano intavolate di larice; il letto e gli altri mobili pareano antichissimi, ed avevano quell'aria di tetra grandezza che si osservava in tutto l'edificio. Essa aprì un finestrone; ma l'oscurità non le permise di nulla distinguere.

In presenza di Annetta, Emilia procurava di contenersi e trattener le lacrime. Desiderava ansiosamente di sapere quando si aspettava al castello il conte Morano; ma temeva di fare un'interrogazione inutile, e divulgare interessi di famiglia in presenza della servitù. Intanto, i pensieri d'Annetta occupavansi di oggetti ben diversi: essa amava molto il maraviglioso; aveva udito parlare d'una circostanza relativa al castello, che solleticava molto la di lei curiosità. Le avevano raccomandato il segreto e la sua smania di parlare era così violenta, che ad ogni istante stava per dir tutto. Era circostanza sì strana! Il non poter parlarne era un castigo forte per lei; ma Montoni poteva imporgliene de' più severi ed essa temeva di provocarlo.

Caterina portò le legna, e la fiamma sfavillante fugò alquanto la nebbia lugubre della stanza; la fante disse ad Annetta che la padrona la cercava: Emilia restò sola in preda alle sue tristi riflessioni. Per sottrarvisi, si alzò a considerare meglio la camera ed i mobili. Vide una porta chiusa poco esattamente; ma accorgendosi non esser quella ond'era entrata, prese il lume per sapere ove conduceva. L'aprì, e scorse i gradini d'una scaletta segreta. Volle vedere dove mettesse, tanto più che comunicava colla camera; ma nello stato attuale del suo spirito le mancò il coraggio per andar più oltre. Chiuse la porta, e cercò d'affrancarla, avendo osservato che dalla parte interna non aveva chiavistello, mentre di fuori ve n'erano fin due. Appoggiandovi una sedia pesante, rimediò in parte al pericolo; ma paventava molto d'esser costretta a dormire in quella camera isolata, sola e con una porta della quale non conosceva la riuscita. Voleva quasi andar a pregar la signora Montoni acciò permettesse ad Annetta di passar la notte con lei, ma rigettò quest'idea, persuasa che i di lei timori sarebbero stati chiamati puerili, e per non iscuoter anche di troppo la fantasia già alterata della giovine. Queste affliggenti riflessioni furono interrotte dal rumore di passi nel corridoio: era Annetta ed un servo che le portavano la cena da parte della zia. Si mise a tavola vicino al fuoco, ed obbligò la cameriera a mangiar seco lei. Incoraggita da tale condiscendenza, e dallo splendore e calore del fuoco, la buona ragazza accostò la sedia a quella d'Emilia, e le disse:

« Avete mai udito parlare, signorina, dello strano caso che ha messo il padrone in possesso di questo castello?

— Quale maravigliosa storia ti fu mai detta? » rispose Emilia, cercando nascondere la viva curiosità che la tormentava.

— Io so tutto, » soggiunse Annetta guardandosi intorno, ed accostandosele sempre più; « Benedetto mi ha raccontato tutto per viaggio. — Annetta, mi diss'egli, voi non sapete nulla di quel castello ove noi andiamo? — No, gli risposi, signor Benedetto; e voi che ne sapete? — Ma mi lusingo che saprete custodire un segreto, altrimenti non vi direi nulla per tutto l'oro del mondo. — Ho promesso di non parlarne, e si assicura che al padrone spiacerebbe molto che se ne ciarlasse.

— Se hai promesso il segreto, » disse Emilia, « fai male a rivelarlo. »

Annetta tacque alcun poco, poi soggiunse: « Oh! ma per voi, signorina, so bene che vi posso confidar tutto. »

Emilia si mise a ridere, dicendo: « Io tacerò fedelmente quanto te. »

Annetta replicò con gravità, ch'era cosa indispensabile, e continuò: « Voi dovete sapere che questo castello è molto antico e ben fortificato; si dice che abbia già sostenuto diversi assedi, e non appartenne sempre al signor Montoni, nè a suo padre; ma per una disposizione qualsiasi, egli doveva entrarne al possesso, se la signora moriva senza maritarsi.

— Qual signora? » disse Emilia.

— Adagio, » soggiunse Annetta; « è la signora di cui verrò a parlarvi. Essa abitava nel castello, ed aveva, come potete immaginarvelo, un gran treno. Il padrone veniva spesso a visitarla; se ne innamorò e le offrì di sposarla; erano parenti alla lontana, ma ciò non importava. La signora amava un altro, e non volle saperne di lui, per cui dicono montasse sulle furie; e voi ben sapete qual uomo sia quando è in collera. Forse lo vide ella in uno di questi trasporti, e lo rifiutò. Ma, come vi diceva, essa parea trista, infelice, e ciò per molto tempo. O Dio! Che rumore è questo? Non sentite, signorina?

— È il vento, » disse Emilia; « prosiegui il tuo racconto.

— Come vi diceva, essa era afflitta ed infelice, passeggiava sola sul terrazzo, sotto le finestre, e là piangeva amaramente... Tutto ciò l'ho inteso dire a Venezia; ma ciò che segue, lo seppi oggi soltanto: il caso è accaduto molti anni addietro, allorchè il signor Montoni era ancor giovine; la dama si chiamava la signora Laurentini; era bellissima, ma andava spesso in collera, al par del padrone. Accortosi questi ch'essa non voleva dargli retta, che fa? lascia il castello, e non ci torna più; ma ciò poco le importava, poichè era infelice anche lui assente. Una sera finalmente, » soggiunse la ragazza sbassando la voce, e guardando intorno inquieta, « per quanto si dice, verso la fine dell'anno, cioè alla metà di settembre, o ai primi di ottobre, a quanto suppongo, o fors'anco alla metà di novembre... poco importa, è sempre verso la fine dell'anno: ma non posso precisare il momento, perchè non me lo dissero neppur essi. In somma, verso la fine dell'anno, questa signora andò a passeggiare fuori del castello nel bosco vicino, come faceva di solito. Essa era sola, colla sua cameriera: faceva freddo; ed il vento, spazzando via le foglie, soffiava tristamente attraverso quei grossi castagni che abbiamo passati ieri: Benedetto mi mostrava gli alberi mentre raccontava. Il vento era dunque molto freddo, e la cameriera la pregava di tornare indietro, ma non volle acconsentirvi, chè passeggiava volentieri pei boschi in qualunque stagione, la sera in ispecie; e se le foglie secche cadevano intorno a lei, ne avea maggior piacere. Ebbene! fu veduta scendere verso il bosco; venne la sera, ed essa non comparve. Suonarono le dieci, le undici, mezzanotte, e non si vide tornare; i domestici, pensando che le fosse occorsa qualche disgrazia, ne andarono in traccia; cercarono tutta la notte, ma non la trovarono, e non poterono averne nessun indizio. Da quel giorno non ne hanno più saputo nulla.

— È proprio vero? » disse Emilia sorpresa.

— Verissimo, signora, » rispose Annetta inorridita; « pur troppo è vero. Ma si dice, » soggiunse ella sottovoce, « che da qualche tempo la signora Laurentini fu vista più volte di notte nel bosco e nei contorni del castello; alcuni de' vecchi servitori, che restarono qui dopo il tristo caso, assicurano d'averla veduta. Il vecchio fattore potrebbe raccontare cose assai strane, a quanto si dice.

— Qual contraddizione! » soggiunse Emilia; « tu dici che non si era più udito parlare di lei, e poi asserisci che fu veduta.

— Tutto questo mi fu detto colla massima segretezza, » continuò Annetta senza badare all'osservazione; « son certa che non vorrete farci torto a Benedetto ed a me di parlare di questo fatto.

— Non temere della mia indiscrezione, » rispose Emilia; « ma permettimi ch'io ti consigli d'essere un po' più prudente, e non isvelare ad alcuno quel che hai detto a me. Il signor Montoni, come tu dici, potrebbe benissimo andare in collera, se ne sentisse parlare. Ma, quali ricerche furono fatte a proposito di questa infelice?

— Oh! infinite, perchè il padrone aveva diritti sul castello, essendo parente più prossimo della signora Laurentini; e si dice che i giudici, i senatori, od altri, dichiararono ch'egli non potesse entrarne in possesso, se non dopo molti anni, e che se dopo questo lasso di tempo la dama non si fosse trovata, allora il castello gli sarebbe appartenuto come se fosse morta. Ma il fatto si propalò, e si sparsero tante e tante voci strane in proposito, che non ardisco neppure menzionarvele...

— È strano, » disse Emilia; « ma allorchè la signora Laurentini è di poi ricomparsa nel castello, non le ha parlato nessuno?

— Parlato! parlarle! » sclamò Annetta con ispavento. « No, no, e poi no, statene sicura.

— E perchè no? » disse Emilia, bramando sapere qualcosa di più.

— Madonna santa! Parlare con uno spirito!

— Ma quali ragioni vi sono per credere che fosse uno spirito, se nessuno se le è avvicinato, e se nessuno le ha parlato?

— Oh! signorina, questo non posso dirvelo. Come potete voi farmi domande così stravaganti? Ma nessuno l'ha veduta andare e venire nel castello. Ora la vedevano in un sito, e poco dopo era in un altro. Essa non parlava, e se fosse stata viva, cosa avrebbe fatto in questo castello senza parlare? vi sono perfino parecchi luoghi dove nessuno si è arrischiato più di andare, e sempre per lo stesso motivo.

— Perchè essa non parlava? » disse Emilia sforzandosi di ridere, malgrado la paura che cominciava ad impossessarsi di lei.

— No, » rispose Annetta indispettita; « ma perchè ci si vedeva qualche cosa. Si dice pure esservi un'antica cappella nella parte occidentale del castello, ove talvolta, a mezzanotte, si sentono gemiti. Io fremo solo a pensarvi! colà si sono vedute cose molto straordinarie.

— Finiscila una volta con queste favole.

— Favole! signorina, io posso dirvi in proposito una storia che mi raccontò Caterina. Era una fredda sera d'inverno, e Caterina stava seduta nel salotto col vecchio Carlo e sua moglie. Carlo desiderò di mangiar fichi, ed incaricò la serva d'andarne a cercare alla dispensa, ch'era in fondo della galleria settentrionale. Caterina prese la lampada... Zitto, signora, odo fracasso!... »

Emilia, in cui allora Annetta avea fatto passar la sua paura, ascoltò attenta; ma non udì nulla. La cameriera continuò: « Caterina andò alla galleria... è quella che abbiam traversata prima di venir qui. Essa andava colla lampada in mano senza paura alcuna... Ancora! » sclamò d'improvviso; « ho sentito ancora: or non m'inganno.

— Zitto! » disse Emilia tutta tremante. Ascoltarono, e rimasero immobili. Fu udito un colpo battuto nel muro. Annetta gettò un alto grido, la porta si aprì con lentezza, e videro entrar Caterina, che veniva per dire alla cameriera che la sua padrona la cercava. Annetta ridendo e piangendo, rimproverò Caterina di averle fatto tanta paura: temeva avesse udito ciò ch'ella aveva detto. Emilia, profondamente colpita dalla circostanza principale del racconto di Annetta, non avrebbe voluto restar sola nella situazione attuale; ma, per evitare i sarcasmi della signora Montoni, e non tradire la propria debolezza, lottò contro l'illusioni della paura, e congedò Annetta per tutta la notte.

Quando fu sola, pensò alla strana storia della signora Laurentini, e poi alla situazione in cui trovavasi ella stessa in quel terribile castello, in mezzo a deserti e montagne, in paese straniero, sotto il dominio d'un uomo che pochi mesi prima non conosceva, e di cui considerava il carattere con un orrore giustificato dal terror generale ch'egli ispirava. Allora, ricordando i timori profetici di Valancourt, il cuore di lei stringeasi dolorosamente, abbandonandosi a vani rammarici.

Il vento, fischiando con forza di fuori pel corridoio, accresceva la di lei malinconia. Emilia restava fissa davanti alle fredde ceneri dello spento focolare, quando un'impetuosa raffica penetrando con ispaventevol fracasso per quegli anditi, scosse porte e finestre, e spaventolla tanto più che spostò, nella scossa, la sedia ond'ell'erasi servita per affrancare l'uscio della scaletta, che si socchiuse. Gelata dal terrore, stette immobile, si fe' quindi coraggio, e corse ad assicurarlo alla meglio; quindi coricossi lasciando il lume sulla tavola; ma quella luce tetra raddoppiò la sua paura. Al tremolio degli incerti raggi le pareva sempre di vedere ombre moversi nel fondo tenebroso della camera, ed affacciarsi per fino alle cortine del letto. L'orologio del castello suonò un'ora prima ch'ella potesse addormentarsi.


CAPITOLO XX

La luce del giorno fugò i vapori della superstizione, ma non quelli della paura. Si alzò, e per distrarsi delle importune idee, cercò occuparsi degli oggetti esterni. Contemplò dalla finestra le selvagge grandezze che le s'offrivano; i monti accatastati l'un sull'altro, non lasciavan vedere che anguste valli ombreggiate da folte selve. I vasti bastioni, gli edifizi diversi del castello, stendevansi lungo uno scosceso scoglio appiè del quale rumoreggiava un torrente precipitandosi sotto annosi abeti in profondo burrone. Una lieve nebbia occupava le lontane fondure, e svanendo gradatamente ai raggi del sole, scopriva gli alberi, le coste, gli armenti ed i pastori.

Osservando queste ammirabili vedute, Emilia si trovò alquanto sollevata.

L'aria fresca del mattino contribuì non poco a rianimarla. Innalzò i pensieri al cielo, chè sentivasi ognor più tranquilla allorchè gustava le sublimità della natura. Quando si ritrasse dalla finestra, girò gli occhi verso la porta da lei assicurata con tanta cura la notte precedente. Era decisa di esaminarne la riuscita, quando, nell'avvicinarsi per levar la sedia, si avvide ch'essa n'era già stata alquanto scostata. È impossibile descrivere la di lei sorpresa nel trovar poscia la porta chiusa. Rimase attonita come se avesse veduto uno spettro. La porta del corridoio era chiusa come l'aveva lasciata; ma l'altra, che non si poteva chiudere se non dal di fuori, eralo stata necessariamente nel corso della notte. Si spaventò all'idea di dover dormir ancora in una camera nella quale era sì facile penetrare, e così lontana da qualunque soccorso: si decise pertanto di dirlo alla signora Montoni, e domandarle il cambiamento della camera.

Dopo qualche difficoltà le riuscì di ritrovare la sala della sera precedente, ove stava già preparata la colazione. Sua zia era sola, Montoni essendo andato a visitare i contorni del castello, per esaminar lo stato delle fortificazioni in compagnia di Carlo. Emilia notò che la zia aveva pianto, e il suo cuore s'intenerì per lei con un sentimento che si manifestò più nelle sue maniere che nelle parole. Si fece coraggio non ostante, e profittando dell'assenza di Montoni, chiese un'altra camera, ed informossi del motivo di quel viaggio. Sul primo articolo, la zia la rimandò a Montoni, ricusando di mescolarsene; e sul secondo, protestò la più assoluta ignoranza. Parlarono quindi del castello e del paese che lo circondava; e la zia non potè resistere al piacere di motteggiare la buona Emilia sul di lei gusto per le bellezze della natura. Questi discorsi furono interrotti dall'arrivo di Montoni, il quale si mise a tavola senza mostra di avvedersi che vi fosse qualcuno vicino a lui.

Emilia, che l'osservava tacendo, vide nella sua fisonomia un'espressione più tetra e severa del solito. — Oh! se io potessi indovinare, — diss'ella tra sè, — i pensieri ed i progetti di quella testa, non sarei condannata a questo crudele stato d'incertezza! — Avanti la fine della colazione, passata nel silenzio, Emilia arrischiò la domanda del cambiamento della camera, allegando i motivi che ve la inducevano.

« Non ho tempo di occuparmi di queste inezie, » disse Montoni; « quella è la camera che vi fu destinata, e dovete contentarvene. Non è presumibile che nessuno siasi preso l'incomodo di salire una scala per chiudere una porta; se non lo era quando entraste, è probabilissimo che il vento abbia sospinto un chiavistello. Ma io non so perchè dovrei occuparmi d'una circostanza così frivola. »

Questa risposta non soddisfece punto Emilia, la quale avea notato come i chiavistelli fossero rugginosi, e per conseguenza non tanto facili a moversi. Non fe' noto questa sua osservazione, ma rinnovò la domanda.

« Se volete essere schiava di simili paure, » disse Montoni severamente, « astenetevi almeno dal molestare gli altri. Sappiate vincere tutte queste frivolezze, ed occupatevi nel fortificare il vostro spirito. Non avvi esistenza più spregevole di quella avvelenata dalla paura. » Sì dicendo, egli guardava fisso la moglie, la quale arrossì, e non proferì parola. Emilia, sconcertata ed offesa, trovava allora i suoi timori troppo giusti per meritare que' sarcasmi; ma vedendo che qualunque osservazione in proposito sarebbe inutile affatto, mutò discorso.

Carlo entrò di lì a poco portando frutti. « Vostra eccellenza dev'essere stanca di quella lunga passeggiata, » diss'egli mettendo le frutta sulla tavola; « ma dopo la colazione ci resta da vedere assai più: c'è un posto, nella strada sotterranea, che conduce a... »

Montoni aggrottò le ciglia e gli accennò di ritirarsi. Carlo troncò il discorso e chinò gli occhi; poi, avvicinandosi alla tavola, soggiunse: « Mi son presa la libertà, eccellenza, di portare alcune ciliege per le mie padrone: degnatevi gustarle, » diss'egli presentando il paniere alle donne; « sono buonissime; le ho colte io stesso; vedete, sono grosse come susine.

— Andiamo, andiamo, » disse Montoni impazientito, « basta così. Uscite ed aspettatemi, poichè avrò bisogno di voi. » Quando i due coniugi si furono ritirati, Emilia cercò distrarsi esaminando il castello. Aprì una gran porta e passò sui bastioni, contornati per tre lati da precipizii. L'ampiezza di essi ed il paese svariato cui dominavano eccitarono la di lei ammirazione. Percorrendoli, sostava ella sovente a contemplare la gotica magnificenza d'Udolfo, la sua orgogliosa irregolarità, le alte torri, le fortificazioni, le anguste finestrelle, le numerose feritoie delle torrette. Affacciatasi al parapetto, misurò coll'occhio la voragine spaventosa del sottoposto precipizio, di cui le nere cime delle selve celavano ancora la profondità. Dovunque volgea gli sguardi, non vedeva che picchi erti, tetri abeti e gole anguste, che internavansi negli Appennini, e sparivano alla vista tra quelle inaccessibili regioni. Stava così intenta quando vide Montoni accompagnato da due uomini che si arrampicavano per un sentiero praticato nel vivo sasso. Egli si fermò sopra un poggio considerando il bastione, e voltandosi alla scorta, si esprimeva con aria e gesti molto energici. Emilia conobbe che un di coloro era Carlo, e che solo all'altro, vestito da contadino, dirigevansi gli ordini di Montoni. Si ritirò dal muro al repentino fracasso d'alcune carrozze ed al tintinnar della campana d'ingresso, e le venne subito l'idea che fosse giunto il conte Morano. Tornò celeramente alla propria stanza, agitata da mille paure; corse alla finestra, e vide sul bastione Montoni che passeggiava con Cavignì: parevano intertenersi in animatissimo colloquio.

Mentre stava agitata e perplessa, udì camminare nel corridoio, ed Annetta entrò.

« Ah! signorina, » diss'ella, « è arrivato il signor Cavignì: son contentissima di veder finalmente una faccia cristiana in questo luogo. Egli è così buono, m'ha sempre dimostrato tanto interesse.... C'è pure il signor Verrezzi, ed un altro che voi non indovinereste mai.

— Il conte Morano forse, suppongo... » E cedendo all'emozione, cadde quasi svenuta sulla sedia.

— Il conte? Ma chi ve lo dice? No, signorina, egli non è qui, fatevi coraggio.

— Ne sei tu ben sicura?

— Sia lodato Iddio, » soggiunse Annetta, « che vi siete riavuta presto. In verità, vi credeva moribonda.

--Ma sei proprio sicura che il conte non c'è?

— Oh! sicurissima. Io guardava da un finestrino nella torretta di settentrione, quando sono arrivate le carrozze: non mi aspettava certo una vista tanto cara in questa spaventosa cittadella. Ma ora vi sono padroni, servitori, e si vede un po' di moto. Noi staremo allegri: andremo a ballare e cantare nel salotto, ch'è lontano dall'appartamento del padrone. Ma, a proposito, Lodovico è venuto con loro. Vi dovete ricordare di Lodovico, signora Emilia: quel bel giovane che governava la gondola del cavaliere nell'ultima regata, e guadagnò il premio! Quello che cantava poesie così belle, sempre sotto la mia finestra, al chiaro della luna, a Venezia! Oh! come l'ascoltava io!

— Temo che que' versi non ti abbiano guadagnato il cuore, Annetta mia. Ma se è così, ricordati di non lasciarglielo capire. Adesso sono riavuta, e puoi lasciarmi.

— Mi scordava di domandarvi in qual maniera avete potuto riposare in questa antica e spaventosa camera la notte scorsa.

— Come secondo il solito.

— Non avete dunque inteso alcun rumore?

— No.

— Nè veduto nulla?

— Niente affatto.

— È sorprendente.

— Ma dimmi, per qual motivo mi fai tu queste interrogazioni?

— Oh! signorina, non ve lo direi per tutto l'oro del mondo, nè molto meno quel che mi fu raccontato di questa camera... Vi spaventereste troppo.

— Se è così, tu mi hai già spaventata. Potrai dunque dirmi tutto quel che ne sai senza aggravarti la coscienza.

— Dio Signore! si dice che compariscano spiriti in questa camera, e da un bel pezzo.

— Se è vero, gli è uno spirito che sa chiudere molto bene i chiavistelli, » disse Emilia sforzandosi di ridere, malgrado la sua paura. « Ieri sera lasciai quella porta aperta, e stamane l'ho trovata chiusa. »

Annetta impallidì, e tacque.

« Hai tu inteso dire che qualche servitore abbia chiusa questa porta stamattina prima ch'io mi alzassi?

— No, signora Emilia, vi giuro che non lo so, ma andrò a domandarlo, » disse Annetta correndo alla porta del corridoio.

— Fermati, Annetta, ho altre domande da farti. Dimmi quel che sai di questa camera e della scaletta segreta.

— Vado subito a domandarlo, signorina; eppoi son persuasa che la padrona avrà bisogno di me, e non posso più restare. » Ed uscì ratta, senza aspettare risposta. Emilia, sollevata dalla certezza che Morano non era arrivato, non potè astenersi di ridere del repentino terrore superstizioso di Annetta, benchè anch'ella se ne risentisse talfiata.

Montoni aveva negato ad Emilia un'altra camera, ed ella si decise a sopportar rassegnata il male che non poteva evitare. Procurò di rendere la sua abitazione più comoda che potè; situò su d'un grand'armadio la sua piccola biblioteca, delizia dei giorni felici, e consolazione nella sua malinconia, preparò le matite, avendo deciso di disegnare il sublime punto di vista che scorgevasi dalla finestra; ma rammentandosi quante volte avesse intrapreso anche altrove una distrazione di quel genere, e quante ne fosse stata impedita da nuove imprevedute disgrazie, titubò ad accingersi al lavoro, turbata dal presupposto prossimo arrivo del conte.

Per evitare queste penose riflessioni, si mise a leggere; ma la sua attenzione non potendo fissarsi sul libro che aveva in mano, lo buttò sul tavolino, e risolse di visitare il castello. Rammentandosi la strana istoria dell'antica proprietaria, si ricordò del quadro coperto dal velo, e risolse d'andarlo a scoprire. Traversando le stanze che vi conducevano, si sentì vivamente agitata: i rapporti di quel quadro colla signora del castello, il discorso di Annetta, la circostanza del velo, il mistero di quell'affare, eccitavano nell'anima sua un lieve sentimento di terrore, ma di quel terrore che s'impadronisce dello spirito, l'innalza ad idee grandiose, e, per una specie di magia, all'oggetto medesimo, che n'è la cagione.

Emilia camminava tremando, e si fermò un momento alla porta prima di risolversi di aprirla. Si avanzò verso il quadro, che parea di straordinaria grandezza e trovavasi in un canto; si fermò nuovamente; alla fine, con mano timida alzò il velo, ma tosto lasciollo ricadere. Non era un dipinto che aveva veduto, e, prima di poter fuggire, svenne sul pavimento.

Allorchè ebbe ricuperato l'uso de' sensi la rimembranza di ciò che aveva veduto la fece quasi mancare una seconda volta, ed ebbe appena la forza di uscir da quel luogo e di tornare nella sua camera. Quando vi fu rientrata, non ebbe coraggio di restarvi sola. L'orrore la dominava intieramente, e quando fu un poco riavuta, non seppe decidersi se dovesse informare la signora Montoni di ciò che aveva visto; ma il timore di esser nuovamente derisa, la determinò a tacere. Sedette alla finestra per riprender coraggio. Montoni e Verrezzi passarono di lì a poco; essi parlavano e ridevano, e la loro voce la rianimò alquanto. Bertolini e Cavignì li raggiunsero sul terrazzo. Emilia, supponendo allora che la signora Montoni fosse sola, uscì per recarsi da lei. Sua zia stava abbigliandosi pel pranzo. Il pallore e la costernazione della nipote la sorpresero assai, ma la fanciulla ebbe forza bastante per tacere, sebbene il labbro ad ogni momento fosse in procinto di tradirla. Restò nell'appartamento della zia fino all'ora del pranzo; essa vi trovò i forestieri, i quali avevano un aria insolita di preoccupazione, e parevano distratti da interessi troppo importanti, per fare attenzione a Emilia od alla zia: parlarono poco, e Montoni anche meno: Emilia fremè nel vederlo. L'orrore di quella camera le stava sempre innanzi, e cambiò colore temendo di non poter contenere l'emozione; ma potè vincere sè medesima, interessandosi ai discorsi ed affettando un'ilarità poco d'accordo colla mestizia del cuore. Montoni mostrava evidentemente riflettere a qualche grande operazione. Il pasto fu silenzioso. La tristezza di quel soggiorno influiva perfino sul giocondo carattere di Cavignì.

Il conte Morano non fu nominato. La conversazione s'aggirò tutta sulle guerre che in quei tempi laceravano l'Italia, sulla forza delle milizie veneziane e sulla bravura dei generali. Dopo il pranzo, Emilia intese che il cavaliere sul quale Orsino aveva saziata la sua vendetta, era morto in conseguenza delle ferite ricevute, e che l'omicida veniva cercato con cura. Questa notizia parve allarmar Montoni; ma seppe dissimulare, e s'informò dove fosse nascosto Orsino. Gli ospiti, eccettuato Cavignì, ignari che Montoni a Venezia ne avesse favorito la fuga, risposero che desso era scappato la medesima notte con tanta fretta e segretezza, che neppure i suoi più intimi amici non ne avevano saputo nulla.

Emilia si ritirò poco dopo colla signora Montoni, lasciando quei signori occupati nei loro consigli segreti. Aveva già Montoni avvertito la consorte, con cenni espressivi, a ritirarsi. Questa andò sui bastioni a passeggiare, nè aprì bocca: Emilia non interruppe il corso de' suoi pensieri. Essa ebbe bisogno di tutta la sua fermezza per astenersi dal comunicare alla zia il soggetto terribile del quadro. Si sentiva tutta convulsa, ed era tentata di palesarle ogni cosa per sollevarsi il cuore; ma, considerando che un'imprudenza della zia poteva perderle ambedue, preferì soffrire un male presente anzichè sottoporsi per l'avvenire ad uno maggiore. Essa aveva in quel giorno strani presentimenti. Le pareva che il suo destino l'incatenasse a quel luogo lugubre. Nondimeno, la rimembranza di Valancourt, la perfetta fiducia che aveva del suo amore costante, bastavano a versarle in seno il balsamo della consolazione.

Mentre appoggiavasi al parapetto del bastione, scorse in poca distanza parecchi operai ed un mucchio di pietre che parevano destinate a risarcire una breccia. Vide parimenti un antico cannone smontato. La zia si fermò per parlare co' lavoranti, domandandoli cosa facessero. « Si vuol risarcire le fortificazioni, signora, » disse uno di loro. Ella fu sorpresa che Montoni pensasse a que' lavori, tanto più ch'ei non le aveva mai manifestata l'intenzione di voler soggiornare colà lunga pezza. Si avanzò verso un'alta arcata che conduceva al bastiono di mezzogiorno, e che, essendo unita da una parte al castello, sosteneva una torretta di guardia dominante tutta la valle. Nell'avvicinarsi a quell'arcata, vide da lontano scendere dai boschi una numerosa truppa di cavalli e d'uomini, cui riconobbe per soldati al solo splendore delle lance e delle altre armi, giacchè la distanza non permetteva di giudicare esattamente dei colori. Mentre guardava, l'avanguardia uscì dal bosco, ma la truppa continuava a stendersi fino all'estremità del monte. L'uniforme militare si distingueva nelle prime file, alla testa delle quali inoltrava il comandante, che pareva dirigere la marcia delle schiere, avvicinandosi gradatamente al castello.

Un tale spettacolo, in quelle contrade solitarie, sorprese ed allarmò singolarmente la Montoni, la quale corse in fretta da alcuni contadini che lavoravano all'altro bastione, a domandar loro cosa fosse quella truppa. Queglino non poterono darle alcuna risposta soddisfacente; e, sorpresi anch'essi, osservavano stupidamente la cavalcata. La signora, credendo necessario comunicare al marito il soggetto della di lei sorpresa, mandò Emilia per avvertirlo che desiderava parlargli. La nipote non approvava l'ambasciata, temendo il mal umore dello zio; pure obbedì senza aprir bocca.

Nell'avvicinarsi alle stanze, ove si trovava Montoni cogli ospiti, Emilia udì una contesa violenta. Si fermò temendo la collera che poteva produrre il suo arrivo inaspettato. Poco dopo tacquero tutti; allora essa ardì aprir la porta. Montoni si volse vivamente, e la guardò senza parlare; ella eseguì la commissione. « Dite alla signora che sono occupato, » ei le rispose.

La fanciulla credè bene raccontargli il motivo dell'ambasciata. Montoni e gli altri si alzarono tosto e corsero alle finestre; ma, non vedendo le truppe, andarono sul bastione, e Cavignì congetturò dovesse essere una legione di condottieri in marcia per Modena. Parte di quella soldatesca era allora nella valle, l'altra risaliva i monti verso ponente, e la retroguardia era ancora sull'orlo dei precipizi, dond'erano venuti. Mentre Montoni e gli altri osservavano quella marcia militare, s'udì lo squillo delle trombe e dei timpani, i cui acuti suoni venivan ripetuti dagli echi. Montoni spiegò i segnali, di cui pareva espertissimo, e concluse che non avean nulla di ostile. La divisa dei soldati e la qualità delle armi lo confermarono nell'opinione di Cavignì; ebbe la soddisfazione di vederli allontanare, nè ritirossi fintantochè non furono intieramente scomparsi.