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I misteri del castello d'Udolfo, vol. 3 cover

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 3

Chapter 6: CAPITOLO XXVI
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About This Book

A young woman, recently bereaved, becomes entangled in coercion, confinement, and puzzling events after a domineering stranger seizes control of her aunt's estate. Much of the action unfolds within an isolated, fortress-like residence where secret passages, eerie lights, and unexplained noises fuel mounting anxiety while armed visitors and clandestine meetings suggest wider conspiracies. A growing attachment to a courageous ally provides emotional counterpoint as investigations gradually replace superstition with factual revelations; long-hidden papers and exposures of wrongdoing resolve several mysteries. The narrative balances Gothic atmosphere, dramatic reversals, and vivid landscape scenes to examine fear, endurance, and the search for justice.

CAPITOLO XXVI

Emilia restò sorpresa il dì seguente udendo che Annetta sapeva la detenzione della zia nella camera sopra il portone d'ingresso del castello, e non ignorava neppure il progetto di visita notturna; che Bernardino avesse potuto confidare alla cameriera un mistero così importante era poco probabile, ma intanto le mandava un messaggio relativo al loro colloquio, invitandola a trovarsi sola, un'ora dopo mezzanotte, sul bastione, e aggiungendo che avrebbe agito secondo la promessa. Emilia fremè a tale proposta, e fu assalita da mille timori simili a quelli che l'avevano agitata la notte. Non sapea qual partito prendere: figuravasi spesso che Bernardino l'avesse ingannata; che forse aveva già assassinata la zia; ch'era in quel momento il sicario di Montoni, il quale voleva sacrificarla all'esecuzione dei suoi progetti. Il sospetto che la infelice donna non vivesse più, si riunì ai suoi timori personali. Infatti, lo zio sapeva che, in caso di morte della moglie senza avergli fatta la cessione de' suoi beni, li avrebbe ereditati Emilia; ned era improbabile ch'egli pensasse a sbarazzarsi anche di lei per entrar in tranquillo possesso di quelle tanto agognate sostanze. Alfine, il desiderio di liberarsi da tante crudeli incertezze, la decisero a non mancare al convegno.

« Ma come potrò io, » diss'ella, « traversar il bastione così tardi? Le sentinelle mi fermeranno, e il signor Montoni lo saprà.

— Bernardino ha pensato a tutto, » rispose Annetta; « ei mi ha dato questa chiave, incaricandomi d'avvertirvi ch'essa apre una porta in fondo alla galleria a vôlta, che conduce al bastione di levante; così non temerete d'incontrare gli uomini di guardia. Mi ha incaricato di dirvi inoltre che vi fa andare sul terrazzo sola per condurvi al luogo convenuto, onde non aprire la sala grande, il cui cancello cigola. » Questa spiegazione così naturale calmò Emilia.

« Ma perchè vuole egli ch'io vada sola?

— Perchè? glie l'ho domandato appunto. Perchè, gli dissi, non potrei venire anch'io? che male ci sarebbe? Ma mi ha risposto di no. Io volli persistere: fu inflessibile. Mi figuro però che saprete chi andate a vedere.

— Te lo ha forse detto Bernardino?

— No, signora, non mi ha detto nulla. »

Per tutto il resto del dì, Emilia fu in preda a continue incertezze. Udì suonare la mezzanotte e titubava ancora. La pietà per la zia vinse alfine ogni ripugnanza: pregò Annetta di seguirla fino alla porta della galleria, e quivi aspettare il suo ritorno. Giunta colà, aprì, tremando, la porta, ed entrata sola e senza lume sul bastione, avanzossi guardinga ed attenta verso il luogo convenuto, cercando Bernardino attraverso le tenebre. Raccapricciò al suono di una voce rauca che parlava vicino a lei, e riconobbe tosto il portinaio, il quale l'aspettava appoggiato al parapetto. E' le rimproverò la sua tardanza, dicendole aver mancato più di mezz'ora. Le disse di seguirlo, ed accostossi al luogo ond'era entrato sul terrazzo. Quando la porta fu aperta, la tetra oscurità dell'andito, illuminato da una sola fiaccola che ardeva infissa nel suolo, la fece fremere; ricusò di entrarvi, a meno che non permettesse ad Annetta di accompagnarla. Bernardino si oppose, ma unì destramente al rifiuto tante particolarità proprie ad eccitare la curiosa pietà di Emilia per la zia, che riuscì a persuaderla a seguirlo fino al portone. Egli prese la torcia e andò avanti. In fondo all'andito aprì un'altra porta, e scesi pochi gradini si trovarono in una cappella diroccata. La fanciulla si rammentò alcuni discorsi di Annetta su tal proposito. Contemplava con terrore quelle mura senza vôlta e coperte di musco; quelle finestre gotiche dove l'ellera e la brionia supplivano da lunga pezza ai vetri, ed i cui festoni frammischiavansi ai capitelli infranti. Bernardino urtò in una pietra e proruppe in una bestemmia orribile, resa più tremenda dall'eco lugubre. Il cuore di lei si agghiacciò, ma continuò a seguirlo, ed egli voltò a destra. « Per di qui, signorina, » le disse, scendendo una scala che pareva addurre a profondi sotterranei. Emilia si fermò domandandogli con voce tremante ove pretendesse condurla.

« Al portone, » rispose Bernardino.

— Non possiamo andarci per la cappella?

— No, signora, essa ci condurrebbe nel secondo cortile, ch'io voglio scansare. »

Emilia esitava ancora, temendo egualmente di andare innanzi, e d'irritare colui ricusando di seguirlo.

« Venite, signorina, » diss'egli, giunto già in fondo alla scala, « spicciatevi: io non posso star qui tutta notte; non vi aspetto più. » Sì dicendo, andò innanzi, portando sempre la fiaccola. Emilia, temendo di restar nelle tenebre, lo seguì con ripugnanza. Giunsero in un sotterraneo, ove l'aria umida e grossa, i folti vapori oscuravan talmente la fiaccola, che Bernardino, per paura non gli si spegnesse, si fermò un momento ad attizzarla; nell'intervallo, Emilia osservò vicino a lei un doppio cancello di ferro, e, più lontano, alcuni mucchi di terra che parevano circondare una fossa da morti. Simile spettacolo in cotal luogo l'avrebbe colpita violentemente in ogni altro tempo, ma allora credè quella fosse la tomba della zia, e che il perfido Bernardino conducesse anche lei alla morte. Il luogo oscuro e terribile ove ritrovavansi giustificava quasi il suo pensiero, che sembrava adattato al delitto, e vi si poteva commettere impunemente un assassinio. Vinta dal terrore, non sapeva che risolvere, pensando come vana fosse la fuga, impedita dalla tenebria e dal lungo cammino, non che dalla sua debolezza. Pallida ed inquieta, aspettava che Bernardino avesse attizzata la fiaccola, e siccome la sua vista ricorreva sempre alla fossa, non potè a meno di chiedergli per chi fosse preparata. L'uomo volse vêr lei gli sguardi senza rispondere. Ella ripetè la domanda; colui, scuotendo la face, andò oltre, nè aperse bocca. La fanciulla camminò tremando sino ad un'altra scala, salita la quale trovaronsi nel primo cortile. Nel traversarlo, la fiamma lasciava vedere le alte e nere muraglie tappezzate di lunghe erbe sporgenti dalle commessure, e coronate da torricelle contrastanti colle enorme torri del portone. In quel quadro risaltava la tarchiata figura di Bernardino. Costui era avvolto in un lungo mantello scuro, sotto del quale appena si scuoprivano i suoi coturni, o sandali, e la punta della lunga sciabola che portava costantemente al fianco. Aveva in testa un berretto basso di velluto nero ornato d'una piccola piuma. I lineamenti duri esprimevano un umore burbero, astuto ed impaziente. La vista del cortile rianimò l'abbattuta Emilia, e nell'avvicinarsi al portone cominciò a sperare di essersi ingannata nelle sue paurose congetture; guardando inquieta la prima finestra sopra la vôlta, e vedendola scura, domandò se fosse quello il luogo ove trovavasi rinchiusa la sua zia. Essa parlava adagio, e Bernardino non parve intenderla perchè non le rispose. Entrarono nell'edifizio, e trovaronsi ai piè della scala d'una delle torri.

« La signora Montoni dorme lassù, » disse Bernardino.

— Dorme! » rispose Emilia salendo.

— Dorme in quella camera lassù, » soggiunse l'uomo.

Il vento che soffiava per quelle profonde cavità accrebbe la fiamma della torcia, la quale rischiarò vie meglio l'atroce figura di Bernardino, le vetuste pareti, la scala a chiocciola annerita dal tempo, e gli avanzi di vecchie armature che parean il trofeo d'antiche vittorie.

Giunti al pianerottolo, la guida mise una chiave nella serratura d'una stanza, « Potete entrar qui, » le disse, « ed aspettarmi: intanto vado a dire alla padrona che siete arrivata.

— È una precauzione inutile, chè mia zia mi vedrà volentieri.

— Non ne sono ben sicuro, » soggiunse Bernardino additando la camera. « Entrate, signorina, che io vado ad avvertirla. »

Emilia, sorpresa ed offesa in certo qual modo, non ardì resistere; ma siccome colui portava via la fiaccola, lo pregò di non lasciarla al buio. Ei si guardò intorno, e veduta una lucerna in sulla scala, l'accese e la diede alla fanciulla, la quale entrò, ed egli chiuse la porta al di fuori; ascoltò attenta, e le parve che, in vece di salire, scendesse la scala, ma il vento impetuoso che soffiava sotto il portone, non le permetteva di distinguere alcun suono; infine, non udendo verun movimento nella camera superiore aveva detto il custode che stava la Montoni, stette viepiù perplessa. Poco dopo, in un intervallo di calma, le parve sentir scendere Bernardino nel cortile, e di ascoltarne perfino la voce. Tutti i primieri timori tornarono a colpirla più forte, persuasa non fosse più errore dell'immaginazione, ma un avvertimento del destino che doveva subire: non dubitò che la sua zia non fosse stata immolata, e forse in quella medesima stanza ove aveano tratto anche lei pel medesimo oggetto. Il contegno e le parole di Bernardino a proposito della zia confermavano le sue idee lugubri. Stava attenta, e non sentiva verun rumore nè sulla scala, nè nella stanza superiore; accostatasi alla finestra munita di ferree sbarre, udì alcune voci tra il soffio del vento, ed al lume di una torcia che pareva essere sotto la vôlta, vide sul suolo l'ombra di parecchi uomini, tra cui una colossale, che riconobbe per quella del feroce custode.

Appena il di lei spirito si fu calmato, prese il lume per vedere se le fosse possibile di fuggire. La stanza era spaziosa, nè aveva altre aperture che la finestra e la porta per la quale era entrata: non c'erano mobili, all'infuori di un seggiolone di bronzo fisso in mezzo alla stanza, e sul quale pendeva una grossa catena di ferro, infissa alla vôlta. Lo guardò a lungo con orrore e sorpresa; osservò vari cerchi pure di ferro per chiudervi le gambe, ed altri simili anelli sui bracciuoli della sedia. Si convinse che quell'odiosa macchina era un istrumento di tortura, e che più d'un infelice, incatenato colà, doveva esservi morto di fame. Se le rizzarono i capelli al pensiero di trovarsi in siffatto luogo, e precipitossi all'altra estremità per cercarvi uno sgabello; ma non vide che una tenda oscura, la quale copriva intieramente parte della stanza. Attonita, stette a considerarla con ispavento: desiderava e temeva di sollevarla per vedere ciò che ricoprisse: due volte fu trattenuta dalla rimembranza dello spettacolo orribile che la sua mano temeraria aveva scoperto nell'appartamento chiuso; ma pensando che forse nascondeva il cadavere della zia assassinata, spinta dalla disperazione, l'alzò. Dietro trovavasi un cadavere steso sopra un lettuccio basso e lordo di sangue; la sua faccia, sfigurata dalla morte, era schifosa e coperta di livide ferite. Emilia lo contemplò con occhio avido e smarrito: ma il lume le cadde di mano; e cadde ella stessa svenuta a' piè dell'orribile oggetto.

Allorchè riebbe i sensi, si trovò nelle braccia di Bernardino, e circondata da gente che la trasportava fuori: si accorse di che si trattava; ma l'estrema debolezza non le permise di alzar la voce, nè di fare moto alcuno, e scese la scala. Si fermarono sotto la vôlta: uno di coloro, togliendo la torcia a Bernardino, aprì una porta laterale, ed uscendo sulla piattaforma, lasciò distinguere gran quantità di gente a cavallo. Sia che l'aria aperta l'avesse un poco rianimata, o che quegli strani oggetti la restituissero al sentimento del pericolo, la fanciulla gettò alcune strida e fece vani sforzi per isciogliersi da quei briganti.

Bernardino intanto chiedeva la torcia, alcune voci lontane rispondevano, parecchie persone si avvicinavano, e un lume comparve nel cortile; Emilia fu trascinata fuor della porta: ella vide lo stesso uomo che teneva la torcia del portinaio, occupato a far lume ad un altro, il quale sellava un cavallo in fretta, circondato da altri cavalieri dal truce aspetto.

« Perchè perdere tanto tempo? » disse Bernardino, bestemmiando ed avvicinandosi; « spicciatevi, fate presto, perdio!

— La sella è quasi pronta, » rispose l'uomo che l'affibbiava, e Bernardino bestemmiò di nuovo per siffatta trascuraggine. Emilia, che gridava aiuto con voce fioca, fu trascinata verso i cavalli, ed i briganti disputarono fra loro su quale dovessero farla montare. In quella uscì molta gente con lumi, ed Emilia conobbe distintamente, fra tutte le altre, la voce strillante di Annetta: scorse quindi Montoni e Cavignì seguiti da soldati. Non li vedeva più allora con paura, ma con isperanza, e non pensava più ai pericoli del castello, dal quale poco prima desiderava tanto fuggire.

Dopo una breve zuffa, Montoni ed i suoi sconfissero i nemici, i quali, in minor numero, e poco interessati forse nell'impresa ond'erano incaricati, fuggirono di galoppo. Bernardino sparve fra le tenebre, ed Emilia fu ricondotta nel castello. Ripassando dal cortile, la memoria di quanto aveva veduto nella stanza del portone rinnovò in lei i terrori primieri; e quando udì ricadere la saracinesca che la rinchiudeva ancora in quelle mura formidabili, fremè, ed obliando quasi il nuovo pericolo cui era sfuggita, non poteva comprendere come la vita e la libertà non si trovassero al di là di quelle barriere.

Montoni ordinò ad Emilia d'aspettarlo nella sala di cedro. Vi andò poco dopo, e l'interrogò con severità sul misterioso avvenimento. Sebbene lo riguardasse allora come l'assassino di sua zia, e potesse appena soddisfare alle sue domande, pure le di lei risposte poterono convincerlo non avere essa avuto volontariamente alcuna parte nella trama, e la congedò appena vide comparire la sua gente, che aveva fatto radunare per iscoprire i complici.

Emilia stette un pezzo agitata prima di poter riflettere sull'occorso. Il cadavere veduto dietro alla tenda stavale sempre innanzi agli occhi, e ruppe in dirotto pianto. Annetta gliene chiese il motivo, ma essa non volle confidarglielo, per timore di irritare Montoni.

Costretta a concentrare in sè tutto l'orrore di quel segreto, la di lei ragione fu per soccombere all'insopportabile peso. Quando Annetta le parlava, essa non l'udiva, o rispondeva fuor di proposito; sospirava, ma non versava lagrime. Spaventata dalla di lei situazione, Annetta corse ad informarne Montoni: egli aveva allora congedati i servi, senza avere scoperto nulla. Il commovente racconto che gli fece la cameriera sullo stato di Emilia, lo indusse a recarsi da lei. Al suono della sua voce, la fanciulla alzò gli occhi, un raggio di luce parve ravvivarne gli spiriti: si alzò per ritirarsi lentamente in fondo alla camera. Montoni le parlò con dolcezza: essa lo guardava con aria curiosa e spaventata, rispondendo sempre di sì a tutte le sue domande. Il di lei spirito pareva aver ricevuto una sola impressione, quella della paura. Annetta non poteva spiegar questo disordine, e Montoni, dopo inutili sforzi per farla parlare, ordinò alla donzella di restar là tutta notte, e d informarlo il giorno di poi del suo stato.

Partito che fu, Emilia si ravvicinò, e domandò chi fosse colui ch'era venuto ad inquietarla, Annetta le rispose ch'era il signor Montoni, ed essa, ripetendo replicatamente questo nome, si lasciò condurre al letto, e l'esaminò con occhio smarrito; volgendosi quindi tremando alla seguace, la scongiurò a non lasciarla, dicendo che dopo la morte di suo padre era stata abbandonata da tutti. Annetta ebbe la prudenza di non interromperla, e quando, dopo aver pianto molto, la vide infine cedere al sonno, l'affezionata ragazza, obliando ogni paura, restò sola ad assistere Emilia tutta notte.


CAPITOLO XXVII

Il riposo restituì le forze alla fanciulla. Svegliandosi vide con sorpresa Annetta addormentata su d'una sedia vicina e tentò di rammentarsi le circostanze della sera uscitele talmente dalla memoria, che non gliene restava traccia: fissava tuttavia gli occhi sopra la cameriera, quando questa si destò.

« Ah, cara padroncina mi riconoscete? » sclamò essa.

— Se ti riconosco! Sicuramente; tu sei Annetta; ma come ti trovi qui?

— Oh! voi siete stata malissimo, in verità, ed io credeva...

— È singolare, » disse Emilia, procurando rammentarsi il passato; « ma parmi essere stata funestata da un sogno orribile! Dio buono! » soggiunse raccapricciando; « certo non poteva essere che un sogno. » E fissava sguardi spaventati su Annetta, la quale, volendo tranquillarla, le rispose: « Non era un sogno, no, ma ora tutto è finito.

— Essa fu dunque uccisa? » disse Emilia tremante. Annetta mise un grido; essa ignorava la circostanza che ricordavasi la fanciulla, ed attribuiva la frase al delirio. Quand'ebbe chiaramente spiegato ciò che aveva voluto dirle, Emilia si rammentò il tentativo per rapirla, e domandò se l'autore del progetto era stato scoperto. L'altra le rispose di no, sebbene fosse facile indovinarlo, e disse che doveva a lei la sua liberazione. « È così, signora Emilia, » continuò Annetta; « io era decisa ad essere più accorta di Bernardino, il quale non aveva voluto confidarmi il suo segreto; ma io mi era piccata di scuoprirlo. Invigilava sulla terrazza; ed appena egli ebbe aperta la porta, uscii per cercar di seguirvi, persuasissima che non si progettava nulla di buono con tanto mistero. Assicuratami che non aveva chiusa la porta internamente, l'aprii, e vi tenni dietro da lontano, aiutata dal chiaror della fiaccola, fin sotto la vôlta della cappella. Io ebbi paura di andare avanti, avendo sentito raccontare cose strane di quel luogo, ma temeva parimenti ritornarmene sola; e mentre Bernardino attizzava la torcia, vinsi ogni timore, vi seguii fino al cortile, e quando saliste la scala, scivolai pian piano sotto il portone, ove intesi un calpestìo di cavalli al di fuori, e vari uomini che bestemmiavano contro Bernardino, perchè tardava a condurvi; ma colà fui quasi sorpresa: il custode scese, ed io ebbi appena il tempo di schivarlo. Aveva sentito abbastanza per sapere di che si trattava, nè dubitai più che c'entrasse il conte Morano in quel progetto, benchè fosse partito. Corsi indietro al buio, obliando tutte le paure; eppure non farei un'altra volta lo stesso tragitto per tutto l'oro del mondo. Fortunatamente il signor Cavignì ed il padrone erano ancora alzati; in un batter d'occhio radunammo gente, e abbiam fatti fuggire i briganti. »

L'ancella aveva cessato di parlare, e Emilia parea ascoltare ancora. Finalmente, rompendo il silenzio, disse: « Credo sia meglio andarlo a trovare io stessa. Dov'è? »

Annetta domandò di chi parlasse.

« Del signor Montoni; ho bisogno di vederlo. » Annetta, rammentandosi allora l'ordine ricevuto la sera, si alzò immantinente, dicendo che incaricavasi d'andarlo a cercare.

I sospetti della buona ragazza sul conte erano fondatissimi; e Montoni, non dubitandone anch'esso, cominciò a presumere che il veleno mescolato col vino vi fosse stato messo per ordine di Morano.

Le proteste di pentimento da questi fatte ad Emilia allorchè fu ferito, erano sincere quando le fece, ma erasi ingannato anche lui. Aveva creduto disapprovare i suoi progetti, e si affliggeva soltanto del funesto loro risultato; quando però fu guarito, le sue speranze si rianimarono, e si trovò disposto ad intraprendere nuovi tentativi. Il portinaio del castello, lo stesso ond'erasi già servito, accettò volentieri un secondo regalo, e quand'ebbero concertato il ratto di Emilia, il conte partì pubblicamente dall'abituro ov'era stato a curarsi, e si ritirò colla sua gente a qualche miglio di distanza. Le ciarle sconsiderate di Annetta avendo somministrato a Bernardino un mezzo quasi sicuro per ingannare Emilia, il conte nella notte convenuta mandò tutti i suoi servi alla porta del castello, restando esso all'abituro per aspettarvi la fanciulla, cui si proponeva di condurre a Venezia. Abbiamo già veduto in qual modo andò a vuoto il suo progetto; ma le violente e diverse passioni dalle quali fu agitata l'anima gelosa di lui, son difficili ad esprimere.

Annetta fece l'ambasciata a Montoni e gli domandò un colloquio per la nipote: egli rispose che fra un'ora sarebbe stato nel salotto di cedro. Emilia non sapeva qual esito dovesse aspettarsi dall'abboccamento, e fremeva d'orrore alla sola idea della sua presenza; voleva parlargli del funesto destino della zia, e supplicarlo d'una grazia che ardiva appena sperare, di ritornare cioè in patria, giacchè la zia non esisteva più.

Mentre, combattuta da mille timori, rifletteva sulla prossima conferenza, e sulle probabili conseguenze che potea derivargliene, Montoni le fece dire non poterla vedere se non il giorno dopo: Emilia non seppe che cosa pensare di tal ritardo. Annetta le disse, che Verrezzi e la sua truppa tornavano per certo alla guerra: il cortile esser pieno di cavalli, ed avere saputo che il resto della banda era aspettato per prendere tutti insieme un'altra direzione. Quando fu notte, Emilia si rammentò la musica misteriosa già udita; vi attaccava tuttavia una specie d'interesse, sperando provarne qualche sollievo. L'influenza della superstizione diventava ogni giorno più attiva sulla di lei fantasia infiacchita; congedò Annetta, e risolse di restar sola per aspettare la musica. Andò diverse volte alla finestra invano; le parve avere intesa una voce, e dopo un profondo silenzio, si credè nuovamente delusa nella sua aspettativa.

Così passò il tempo fino a mezzanotte, ed allora tutti i rumori lontani che si facevano sentire nell'abitato, cessarono quasi nello stesso momento, e il sonno parve regnar dappertutto. Tornò alla finestra, e fu scossa da suoni straordinari: non era un'armonia, ma il basso lamento d'una persona desolata. Atterrita, stette ad ascoltare: i flebili lamenti eran cessati: si chinò fuori della finestra per iscoprire qualche lume: una perfetta oscurità avvolgeva le camere sottoposte, ma credè vedere a poca distanza, sul bastione, moversi qualche oggetto. Il debole chiarore delle stelle non le permetteva di distinguer bene: s'immaginò fosse una sentinella, e celò il lume per osservare meglio senza essere veduta.

Il medesimo oggetto ricomparve quasi sotto la finestra: essa distinse una figura umana; ma il silenzio con cui si avanzava le fe' credere non fosse una sentinella; la figura si accostò: Emilia voleva ritirarsi, ma la curiosità la spingeva a restare, ed in quell'incertezza l'incognito si pose in faccia a lei e restò immobile. Il profondo silenzio, la misteriosa ombra la colpirono talmente, che stava per ritrarsi, allorchè vide la figura muoversi lungo il parapetto e sparire. Emilia pensò qualche tempo a questa strana circostanza, non dubitando di aver veduto un'apparizione soprannaturale. Allorchè fu più tranquilla, si ricordò ciò che le avean detto delle temerarie imprese di Montoni, e le venne in idea d'aver visto uno di quegl'infelici spogliati dai banditi, divenuto loro prigioniero, e ch'egli fosse l'autore della musica misteriosa. Riflettendo però che un prigioniero non poteva passeggiare così senza guardia, respinse tale idea.

Credè in seguito che Morano avesse trovato il mezzo d'introdursi nel castello, ma se le presentarono tosto le difficoltà ed i pericoli di siffatta impresa, tanto più che se gli fosse riuscito di giunger fin lì, non sarebbesi contentato di stare muto a mezzanotte sotto la finestra, giacchè conosceva perfettamente la scala segreta, e non avrebbe per certo fatto quei lamenti da lei intesi. Giunse perfino a supporre, fosse qualcuno che volesse impadronirsi del castello; ma i suoi dolorosi sospiri distruggevano anche questa congettura. Allora risolse di vegliare la notte successiva per cercar di dilucidare il mistero, decisa ad interrogare la figura se si fosse di nuovo mostrata.


CAPITOLO XXVIII

Il giorno di poi Montoni mandò ad Emilia una seconda scusa, che la sorprese non poco.

Verso sera, il distaccamento che aveva fatta la prima scorreria nelle montagne, tornò al castello: dalla sua camera remota, Emilia sentì le frenetiche grida ed i canti di vittoria. Annetta venne poco dopo ad avvertirla che coloro si rallegravano alla vista d'un immenso bottino. Tal circostanza la confermò nell'idea, che Montoni fosse realmente un capo di masnadieri, e si fosse prefisso di ristabilire la sua opulenza assaltando i viaggiatori. In verità, quand'essa rifletteva alla posizione di quel castello fortissimo, quasi inaccessibile, isolato in mezzo a quei monti selvaggi e solilari, lontano da città, borghi e villaggi, sul passaggio dei più ricchi viaggiatori; le pareva che tal situazione fosse adattatissima per progetti di rapina, e non dubitò che Montoni non fosse realmente un capo di assassini. Il di lui carattere sfrenato, audace, crudele e intraprendente, conveniva molto ad una simile professione; amava il tumulto, e la vita burrascosa; era insensibile a pietà e timore; il suo coraggio somigliava alla ferocia animale: non era quel nobile impulso che eccita il generoso contro l'oppressore a pro dell'oppresso; ma una semplice disposizione fisica che non permette all'anima di sentire il timore, perchè non sente null'altro.

La supposizione di Emilia, quantunque plausibile, non era però abbastanza esatta: essa ignorava la situazione dell'Italia, e l'interesse rispettivo di tante contrade belligeranti. Siccome i redditi di parecchi Stati non bastavano a mantenere eserciti, neppure nel breve periodo in cui il genio turbolento dei governi e dei popoli permetteva di godere i benefizi della pace, si formò a quell'epoca un ordine di uomini ignoti nel nostro secolo, e mal dipinti nella storia di quello. Fra i soldati licenziati alla fine di ciascuna guerra, un piccolissimo numero soltanto tornava alle arti poco lucrative della pace e del riposo. Gli altri, talvolta passavano al servizio de' potentati in guerra; tal altra formavansi in bande di briganti, e padroni di qualche forte, il loro carattere disperato, la debolezza dei governi, e la certezza che al primo segnale sarebbero corsi sotto le bandiere, li metteva al coperto da ogni persecuzione civile. Si attaccavano spesso alla fortuna d'un capo popolare, che li conduceva al servizio di qualche Stato, e trafficava il prezzo del loro coraggio. Quest'uso fe' dar loro l'epiteto di condottieri, nome formidabile in Italia per un periodo assai lungo. Ne vien fissato il fine al principio del secolo decimosettimo; ma sarebbe quasi impossibile indicarne con precisione l'origine.

Quando non erano assoldati, il capo d'ordinario risiedeva nel suo castello; e là, o ne' luoghi circonvicini, godevano tutti dell'ozio e del riposo. Talvolta soddisfavano i bisogni a spese dei villaggi, ma tal altra la loro prodigalità, allorchè dividevano il bottino, ricompensava ad usura delle loro sevizie, ed i loro ospiti prendevano alla lunga qualche tinta del carattere bellicoso. Montoni, spinto dalle grosse perdite al giuoco, aveva finito col farsi anch'egli capo d'una di queste bande; Orsino ed altri si riunirono a lui, e l'avanzo de' loro averi avea servito a formare un fondo per l'impresa.

Appena fu notte, Emilia tornò alla finestra, decisa di osservare più esattamente la figura, caso mai ricomparisse. Intanto perdevasi in mille congetture. Sentivasi spinta quasi irresistibilmente a cercar di favellarle; ma ne la tratteneva il terrore. « Se fosse una persona, » pensava, « che avesse progetti su questo castello, la mia curiosità potrebbe forse divenirmi fatale; eppure que' lamenti, quella musica da me intesi son certo suoi, nè posson venire da un nemico. »

La luna tramontò, l'oscurità divenne profonda; ella intese suonare la mezzanotte senza vedere nè sentir nulla, e cominciò a formar qualche dubbio sulla realtà della precedente visione, per cui, stanca di aspettare invano, se ne andò a letto.

Montoni non pensò neppure il giorno seguente a farla chiamare pel richiesto abboccamento. Più interessata che mai di vederlo, gli fece domandare, per mezzo di Annetta, a qual ora potesse riceverla; egli le assegnò le undici ore. Emilia fu puntuale, si armò di coraggio per sopportar la vista dell'assassino di sua zia, e lo trovò nel salotto di cedro circondato da tutti i suoi ospiti, alcuni dei quali si volsero appena l'ebbero veduta, facendo un'esclamazione di sorpresa. Emilia, vedendo che Montoni non le badava, voleva ritirarsi, allorchè esso la richiamò indietro.

« Vorrei parlarvi da sola, signore, se ne aveste il tempo.

— Sono in compagnia di buoni amici pei quali non ho segreti; parlate dunque liberamente, » rispose Montoni.

Emilia senza aprir bocca, s'incamminò verso la porta, ed allora Montoni si alzò e la condusse in un gabinetto, chiudendone l'uscio dispettosamente. Essa sollevò gli occhi sulla di lui fisonomia barbara, e pensando che contemplava l'assassino della zia, compresa d'orrore, perdette la memoria dello scopo della sua visita, e non osò più nominare la signora Montoni. Questi finalmente le domandò con impazienza ciò che volesse da lui, « Non posso perder tempo in bagattelle, » diss'egli, « avendo affari di molta importanza. » Emilia gli disse allora che, desiderando tornarsene in Francia, veniva a domandargliene il permesso. La guardò con sorpresa, chiedendole il motivo di tale richiesta. Emilia esitò, tremò, impallidì, e sentì scemarsi d'animo. Egli vide la sua commozione con indifferenza, e ruppe il silenzio per dirle che gli premeva di tornare nel salotto; Emilia facendosi forza, ripetè allora la domanda, e Montoni le diede un'assoluta negativa. Resa allora ardita: « Non posso più, signore, » diss'ella, « restar qui convenientemente, e potrei chiedervi con qual diritto volete impedirmi di partire.

— Per volontà mia, » rispose egli incamminandosi verso la porta, « ciò vi basti. »

Emilia, vedendo che simile decisione non ammetteva appello, non tentò di sostenere i suoi diritti, e fe' solo un debole sforzo per dimostrarne la giustizia. « Fin quando viveva mia zia, » diss'ella con voce tremante « la mia residenza qui potea esser decente, ma or ch'essa non è più, mi si deve concedere di partire. La mia presenza, o signore non può tornarvi gradita, e un più lungo soggiorno qui non servirebbe che ad affliggermi.

— Chi vi ha detto che la signora Montoni sia morta? » diss'egli fissandola con occhio indagatore. Ella esitò; nessuno aveaglielo detto, ed essa non ardiva confessargli come avesse veduto nella stanza del portone l'orribile spettacolo che glielo aveva fatto credere.

— Chi ve lo ha detto? » ripetè Montoni con impaziente severità.

— Lo so pur troppo per mia sventura; per pietà, non parlatemene più. » E sentivasi venir meno.

— Se volete vederla, » disse Montoni, « lo potete; essa è nella torre d'oriente. » E la lasciò senza aspettare risposta. Parecchi dei cavalieri, che non avevano mai veduta Emilia, cominciarono a motteggiarlo su tale scoperta, ma Montoni avendo accolte siffatte celie con serio contegno, e' cambiarono discorso.

Emilia, intanto, confusa dell'ultime di lui parole, non pensò che a rivedere l'infelice zia, a ciò spronata dall'imperioso dovere. Appena vide Annetta, la pregò di accompagnarla e l'ottenne con grande difficoltà. Uscite dal corridoio, giunsero appiè della scala insanguinata; Annetta non volle andare più innanzi. Emilia salì sola; ma quando rivide le strisce di sangue, si sentì mancare, e fermossi. Alcuni minuti di pausa la rinfrancarono. Giunta sul pianerottolo, temè di trovar la porta chiusa; ma s'ingannava: la porta s'aprì facilmente, introducendola in una camera oscura e deserta. La considerò paurosa: si avanzò lentamente, ed udì una voce fioca. Incapace di parlare o di fare alcun moto, ristette: la voce si fece sentire nuovamente, e parendole allora di riconoscere quella della zia, si fece coraggio, si avvicinò ad un letto che scorse in fondo alla vastissima camera, ne aprì le cortine, e vi trovò una figura smunta e pallida; rabbrividì, e presale la mano che somigliava a quella di uno scheletro, e guardandola attenta, riconobbe madama Montoni, ma sì sfigurata, che i suoi lineamenti attuali le rammentavano appena ciò ch'era stata. Essa viveva ancora, ed aprendo gli occhi, li volse alla nipote. « Dove siete stata tanto tempo? » le chiese col medesimo suono di voce; « credeva che mi aveste abbandonata.

— Vivete voi, » parlò alfine Emilia, « o siete un'ombra?

— Vivo, ma sento che sto per morire. »

Emilia procurò di consolarla, e le domandò chi l'avesse ridotta in quello stato.

Facendola trasportare colà per l'inverosimile sospetto ch'ella avesse attentato alla sua vita, Montoni erasi fatto giurare dai suoi agenti il più profondo segreto. Due erano i motivi di questo rigore: privarla delle consolazioni di Emilia, e procacciarsi l'occasione di farla morire senza strepito, se qualche circostanza venisse a confermare i suoi sospetti. La perfetta cognizione dell'odio che aveva meritato dalla moglie l'aveva indotto naturalmente ad accusarla dell'attentato. Non aveva altre ragioni per supporla rea, e lo credeva ancora. L'abbandonò in quella torre alla più dura prigionia, ove, senza rimorsi e senza pietà, la lasciò languire in preda ad una febbre ardente, che l'aveva infine ridotta sull'orlo del sepolcro.

Le striscie di sangue vedute da Emilia sulla scala, provenivano da una ferita toccata, nella zuffa, da uno dei satelliti che la trasportavano, e sfasciatasi nel camminare. Per quella notte accontentaronsi coloro di chiuder bene la prigioniera, non pensando a farle la guardia. Ecco perchè, alla prima ricerca, Emilia trovò la torre deserta e silenziosa. Allorchè tentò d'aprire la porta della stanza, sua zia dormiva. Se però il terrore non le avesse impedito di chiamarla di nuovo, l'avrebbe alfine svegliata, e sarebbesi così risparmiati tanti affanni. Il cadavere osservato nella camera del portone, era quello del ferito da lei veduto trasportare nella sala dove aveva cercato un asilo, spirato sul tettuccio pochi dì appresso, e che doveva esser sepolto la mattina seguente nella fossa scavata sotto la cappella per dov'era passata con Bernardino.

Emilia, dopo mille interrogazioni, lasciò la zia un istante per andar in cerca di Montoni. Il vivo interesse che sentiva per lei le fece obliare il risentimento a cui l'esporrebbero le sue rimostranze, e la poca apparenza di ottenere quanto voleva chiedergli.

« Vostra moglie è moribonda, signore, » gli diss'ella appena lo vide; « il vostro corruccio non vorrà perseguitarla certo fino agli ultimi momenti. Permettete dunque che sia trasportata nelle sue stanze, e se le apprestino i soccorsi necessari.

— A che gioverà questo, s'ella muore? » disse Montoni con indifferenza.

— Gioverà, signore, a risparmiarvi qualcuno dei rimorsi che vi lacereranno allorchè sarete nella di lei situazione. »

L'audace risposta non lo scosse guari; resistè lunga pezza alle preghiere ed alle lagrime; al fine la pietà, che aveva assunto le espressive forme di Emilia, riuscì a commovere quel cuore di macigno. Si volse vergognandosi di un buon sentimento, e a volt'a volta inflessibile ed intenerito, acconsentì a lasciarla riporre nel suo letto, e assistere la nipote temendo insieme che il soccorso non fosse troppo tardo, e che Montoni non si ritrattasse, Emilia lo ringraziò appena, s'affrettò a preparare il letto della zia, aiutata da Annetta e le portò un ristorativo, che la ponesse in grado di reggere al trasporto.

Appena giunta nelle sue stanze, Montoni revocò l'ordine; ma Emilia, lieta di avere agito con tanta sollecitudine, corse a trovarlo, gli rappresentò che un nuovo tragitto diverrebbe fatale, ed ottenne che la lasciasse dov'era.

Per tutto il dì, essa non abbandonò la zia, se non per prepararle il cibo necessario. La signora Montoni lo prendeva per compiacenza, convinta di dover morire fra poco. La fanciulla la curava con tenera inquietudine: ormai non trattavasi più d'una zia imperiosa, ma della sorella di un padre adorato, la cui situazione faceva pietà. Giunta la notte, voleva passarla presso di lei, ma ella vi si oppose assolutamente, esigendo che andasse a riposarsi, e contentandosi della compagnia di Annetta. Il riposo per verità era necessario a Emilia, dopo le scosse e il moto di quella giornata, ma non volle lasciar la zia prima di mezzanotte, epoca riguardata dai medici come critica. Allora, dopo aver ben raccomandato ad Annetta di assisterla con cura e di andare ad avvisarla al minimo sintomo di pericolo, le augurò la buona notte e ritirossi. Aveva il cuore straziato dallo stato orribile della zia, di cui ardiva appena sperare la guarigione. Vedeva sè stessa chiusa in un antico castello isolato, lontana d'ogni ausilio, e nelle mani di un uomo capace di tutto che avrebbe potuto dettargli l'interesse e l'orgoglio.

Occupata da queste tristi riflessioni, Emilia non andò a letto, e si appoggiò al davanzale della finestra aperta. I boschi e le montagne, fiocamente illuminati dall'astro notturno, formavano un contrasto penoso collo stato del suo spirito; ma il lieve stormir delle frondi ed il sonno della natura finirono ad addolcire gradatamente il tumulto degli affetti, e sollevarle il cuore al punto di farla piangere. Restò così in quella posizione senza avere altra idea che il sentimento vago delle disgrazie che l'opprimevano; quando alfine scostò il fazzoletto dagli occhi, vide sul bastione, in faccia a lei, immobile e muta, la figura già osservata: l'esaminò attentamente tremando, ma non potè parlarle com'eraselo proposto. La luna rifulgeva, e l'agitazione del suo spirito era forse l'unico ostacolo che le impedisse di chiaramente distinguere quella figura, la quale non facendo movimento alcuno, pareva inanimata. Raccolse allora le idee smarrite e voleva ritirarsi, quando la figura parve allungar una mano come per salutarla, e mentre ella stava immobile per la sorpresa e la paura, il gesto fu ripetuto. Tentò parlare, ma le spirarono le parole sul labbro, e nel ritirarsi dalla finestra per prender la lampada, udì un sordo gemito; ascoltò senza osar di riaffacciarsi, e ne udì un altro.

« Gran Dio! » sclamò essa; « che significa ciò? » Ascoltò di nuovo, ma non intese più nulla. Dopo un lungo intervallo, riavutasi, tornò alla finestra, e rivide la figura. Ne ricevè un nuovo saluto, e intese nuovi sospiri.

« Questo gemito è certamente umano! Voglio parlare, » diss'ella. « Chi va là? » gridò poi sottovoce; chi passeggia a quest'ora? La figura alzò la testa, e s'incamminò verso il parapetto. Emilia la seguì cogli occhi, e la vide sparire al chiaro della luna. La sentinella allora si avanzò a passi lenti sotto la finestra, ove fermatasi, la chiamò per nome, e le domandò rispettosamente se avesse veduto passar qualche cosa. Essa rispose parerle aver veduto un'ombra. La sentinella non disse altro; e tornò indietro; ma siccome quell'uomo era di guardia, Emilia sapeva che non poteva abbandonare il suo posto, e ne aspettò il ritorno. Poco dopo lo sentì gridare ad alta voce. Un'altra voce lontana rispose. Uscirono soldati dal corpo di guardia, e tutto il distaccamento traversò il bastione. Emilia domandò cosa fosse; ma i soldati passarono senza darle retta.

Intanto essa si perdeva in mille congetture. Se fosse stata più vana, avrebbe potuto supporre che qualche abitante del castello passeggiasse sotto la sua finestra colla speranza di rimirarla e dichiararle i suoi sentimenti; ma tale idea non le venne, e quando ciò fosse stato, l'avrebbe abbandonata come improbabile, poichè quella persona, che avrebbe potuto favellarle, era stata muta, e quando ella stessa aveva detta una parola, la figura erasi allontanata d'improvviso. Mentre riflettea così passarono due soldati sul bastione, e parlando fra loro, fecero comprendere ad Emilia, che un loro compagno era caduto tramortito. Poco dopo vide avanzarsi tre altri soldati lentamente, ed una voce fioca; quando furono sotto la finestra, potè distinguere che chi parlava era sostenuto da' compagni. Essa li chiamò per domandar che cosa fosse accaduto; le fu risposto che il camerata di guardia, Roberto, era caduto in deliquio, e che il grido da lui fatto svenendo, aveva dato un falso allarme.

« Va egli soggetto a questi deliqui? » chiese la giovane.

— Sì, signorina, sì, » replicò Roberto: « ma quand'anco nol fossi, ciò ch'io vidi avrebbe spaventato anche il papa.

— E che cosa vedeste?

— Non posso dire nè cosa fosse, nè che cosa vidi, nè com'è scomparso, » rispose il soldato, rabbrividendo ancora dallo spavento. « Quando vi lasciai, signorina, poteste vedermi andar sul terrazzo; ma non iscorsi nulla fin quando mi trovai sul bastione orientale. Splendea la luna, e vidi come un'ombra fuggire poco lungi a me dinanzi; sostai all'angolo della torre dove avea vista quella figura: era sparita; guardai sotto l'antico arco: nulla. D'improvviso udii rumore, ma non era un gemito, un grido, un accento, qualcosa insomma che avessi inteso in vita mia. L'udii una sol volta, ma bastò; non so più che mi avvenne sino all'istante in cui mi trovai circondato da' compagni.

— Venite, amici, » disse Sebastiano, « torniamo al nostro posto. Buona notte, signorina.

— Buona notte, » rispose Emilia, chiudendo la finestra, e ritirandosi per riflettere su quella strana circostanza che coincideva coi fatti delle altre notti; essa cercò trarne qualche risultato più certo d'una congettura; ma la sua immaginazione era tuttavia troppo riscaldata, il criterio troppo offuscato, ed i terrori della superstizione signoreggiavano ancora le sue idee.


CAPITOLO XXIX

Emilia recossi di buonissima ora dalla zia, e la trovò quasi nel medesimo stato: aveva dormito pochissimo, e la febbre non era cessata. Sorrise alla nipote, e parve rianimarsi alla di lei vista: parlò poco, e non nominò mai Montoni. Poco dopo entrò egli stesso; sua moglie ne fu molto agitata e non disse verbo; ma allorchè Emilia si alzò dalla sedia accanto al suo letto, la pregò con voce fioca di non abbandonarla.

Montoni non veniva per consolar la moglie, cui sapeva esser moribonda, o per ottenerne il perdono; veniva unicamente per tentare l'ultimo sforzo ad estorcere la sua firma, affinchè dopo la di lei morte potesse restar padrone di tutti i suoi beni, che toccavano ad Emilia. Fu una scena atroce, nella quale l'uno dimostrò un'impudente barbarie, l'altra una pertinacia che sopravviveva per fino alle forze fisiche. Emilia dichiarò mille volte che preferiva rinunziare a tutti i suoi diritti, anzichè vedere gli ultimi momenti della infelice zia amareggiati da quel crudele diverbio. Montoni nondimeno non uscì fin quando sua moglie, spossata dall'affannosa contesa, perdè alfine l'uso dei sensi, Emilia credette di vedersela spirar in braccio; pure ricuperò la favella, e dopo aver preso un cordiale, intertenne a lungo la nipote con precisione e chiarezza a proposito dei suoi beni di Francia. Insegnolle dove fossero alcune carte importanti sottratte alle ricerche del marito, e le ordinò espressamente di non privarsene mai.

Dopo questo colloquio, la Montoni si assopì, e sonnecchiò fino a sera: destatasi, le parve di star meglio, ma Emilia non la lasciò se non molto tempo dopo mezzanotte, e quando le fu ordinato assolutamente; essa obbedì volontieri, chè la malata appariva alquanto sollevata. Era allora la seconda guardia e l'ora in cui la figura era già comparsa. La fanciulla udì cambiar le sentinelle, e quando tutto tornò quieto, affacciossi alla finestra, e celò la lampada per non essere scorta. La luna proiettava una luce fioca ed incerta; folti vapori l'oscuravano, immergendola talvolta nelle tenebre. In un di questi intervalli, notò una fiammella aleggiar sul terrazzo; mentre la fissava, essa svanì. Un bagliore le fece alzare il capo; i lampi guizzavano tra una negra nube, diffondendo una luce funesta e fugace sui boschi della valle e sugli edifizi circostanti.

Tornando a chinar gli occhi, rivide la fiammella: essa parea in movimento. Poco stante udì rumor di passi: la vampa mostravasi e spariva volt'a volta. D'improvviso, al baglior d'un lampo, scorse qualcuno sul terrazzo. Tutte le ansietà di prima rinnovaronsi; la persona inoltrò, e la fiammella, che parea scherzare, appariva e svaniva ad intervalli. Emilia, desiderando finirla co' suoi dubbi, allorchè vide la luce proprio sotto la finestra, chiese con voce languente chi fosse.

« Amici: sono Antonio, il soldato di guardia, » fu risposto.

— Che cos'è quella fiammella? vedete come splende e poi scompare!

— Stanotte essa è comparsa sulla punta della mia lancia, mentr'era in pattuglia; ma non so cosa significhi.

— È strano, » disse Emilia.

— Il mio camerata, » proseguì il soldato, « anch'egli ha una consimile fiammella sulla punta della picca, e dice aver già osservato il medesimo prodigio.

— E come lo spiega egli?

— Accerta essere un segno di cattivo augurio, e null'altro. Ah! ma debbo recarmi al mio posto. Buona notte, signorina. » E s'allontanò.

Ella rinchiuse la finestra, e buttossi sul letto. La tempesta intanto, che minacciava all'orizzonte, era scoppiata con indicibile violenza; il rimbombo orrendo del tuono le impediva il sonno. Scorso qualche tempo, le parve udire una voce in mezzo al fracasso spaventoso degli elementi scatenati; alzossi per accertarsene, ed accostatasi all'uscio, riconobbe Annetta, la quale, quando le fu aperto, gridò:

« Essa muore, signorina, la mia padrona muore. »

La fanciulla sussultò e corse dalla zia; quando entrò, la signora Montoni pareva svenuta: era quieta e insensibile. Emilia, con un coraggio che non cedeva al dolore allorchè il dovere richiedeva la sua attività, non risparmiò alcun mezzo per richiamarla alla vita, ma l'ultimo sforzo era già fatto, la misera avea finito di patire.

Quando Emilia conobbe l'inutilità delle sue premure, interrogò la tremante Annetta, e seppe che la zia, caduta in una specie di sopore subito dopo la partenza di lei, era rimasta in quello stato fino all'istante dell'agonia. Dopo una breve riflessione decise di non informar Montoni dell'infausto caso se non alla mattina, pensando che colui sarebbe prorotto in qualche disumana espressione, ch'ella non avrebbe potuto soffrire. In compagnia della sola Annetta, incoraggita dal suo esempio, vegliò tutta notte presso alla defunta, recitando l'uffizio dei morti.


CAPITOLO XXX

Allorchè Montoni fu informato della morte di sua moglie, considerando ch'era spirata senza fargli la cessione tanto necessaria al compimento dei suoi desiderii, nulla valse ad arrestare l'espressione del suo risentimento. Emilia evitò con cura la di lui presenza, e pel corso di trentasei ore non abbandonò mai il cadavere della zia. Profondamente angosciata dal triste di lei destino, ne obliava tutti i difetti, le ingiustizie e la durezza, sol rammentandosene i patimenti.

Montoni non disturbò le di lei preghiere: egli scansava la camera dov'era il cadavere della moglie, e perfino quella parte del castello, come se avesse temuto il contagio della morte. Pareva non avesse dato alcun ordine relativo ai funerali; cosicchè Emilia temette che fosse un insulto alla memoria di sua zia; ma uscì dall'incertezza, quando, la sera del secondo giorno, Annetta venne ad informarla che la defunta verrebbe sepolta la notte stessa. Figurandosi che Montoni non vi avrebbe assistito, era lacerata dall'idea che il cadavere della povera zia andrebbe alla sepoltura senza che un parente od un amico le rendesse gli ultimi doveri: decise perciò di andarvi in persona; senza questo motivo, avrebbe tremato di accompagnare il corteo, composto di gente che avevano tutto il contegno e la figura di assassini, sotto l'orrida vôlta della cappella, ed a mezzanotte, all'ora cioè del silenzio e del mistero, scelta da Montoni per abbandonare all'oblìo le ceneri di una sposa, della quale la sua barbara condotta aveva per lo meno accelerato la fine.

Secondata da Annetta, ella dispose la salma per la sepoltura. A mezzanotte, comparvero gli uomini che dovevano trasportarla alla tomba. Emilia potè contenere a stento l'agitazione vedendo quelle orride figure: due di essi, senza proferir parola, presero il cadavere sulle spalle, ed il terzo precedendoli con una fiaccola, discesero tutti uniti nel sotterraneo della cappella. Dovevano traversare i due cortili della parte orientale del castello, ch'era quasi tutta rovinata. Il silenzio e l'oscurità de' luoghi poco poterono sullo spirito di Emilia, occupata d'idee assai più lugubri. Giunti al limitare del sotterraneo, essa sostò, sovrappresa da una commozione inesprimibile di dolore e di spavento, e si volse per appoggiarsi ad Annetta, muta e tremante al par di lei. Dopo qualche pausa, inoltrò, e scorse, fra le arcate, gli uomini che deponevano la bara sull'orlo d'una fossa. Ivi trovavansi un altro servo di Montoni ed un sacerdote di cui non s'avvide se non quando cominciò le preci. Allora alzò gli occhi, e scorse la faccia venerabile d'un religioso, che con voce bassa e solenne recitò l'uffizio dei morti. Nell'istante in cui il cadavere venne calato nel sepolcro, il quadro era tale, che il più abile pennello non avrebbe sdegnato dipingere. I lineamenti feroci, le fogge bizzarre di quegli scherani, inclinati colle faci sulla fossa, l'aspetto venerabile del frate, avvolto in lunghe vesti di lana bianca, il cui cappuccio, calato indietro, faceva risaltare un viso pallido, adombrato di pochi capelli bianchi, onde la luce delle torce lasciava vedere l'afflizione addolcita dalla pietà; l'attitudine interessante di Emilia appoggiata ad Annetta colla faccia semicoperta d'un velo nero, la dolcezza e beltà della fisonomia, e il suo intenso dolore, che non le permetteva di piangere, mentre affidava alla terra l'ultima parente che avesse; i riflessi tremolanti di luce sotto le vôlte, l'ineguaglianza del terreno, ov'erano stati recentemente sepolti altri corpi, la lugubre oscurità del luogo, tante circostanze riunite, avrebbero trascinato l'immaginazione dello spettatore a qualche caso forse più orribile del funerale dell'insensata ed infelice signora Montoni.

Terminata la funzione, il frate guardò Emilia con attenzione e sorpresa; pareva volesse parlarle, ma la presenza dei masnadieri lo trattenne. Nell'uscire dalla cappella si permisero indegni motteggi sulla cerimonia e sullo stato di lui con grand'orrore d'Emilia. Li sofferse in silenzio, limitandosi a chiedere di essere ricondotto sano e salvo al suo convento, dal quale era venuto dietro richiesta espressa del castellano, a ciò indotto dalle istanze della nipote. Giunti nel secondo cortile, il frate impartì alla fanciulla la sua benedizione, fissandola con occhio pietoso, poi s'incamminò verso il portone. Le due donne ritiraronsi alle proprie stanze.

Emilia passò parecchi giorni in assoluta solitudine, nel terrore per sè e nel rammarico della perdita di sua zia. Si determinò infine a tentare un nuovo sforzo per ottener da Montoni che la lasciasse andare in Francia. Non sapeva formare veruna congettura sui motivi che potea avere d'impedirglielo; era troppo persuasa ch'ei volea tenerla seco, ed il suo primo rifiuto le lasciava poca speranza. L'orrore inspiratole dalla di lui presenza, le faceva differire di giorno in giorno il colloquio. Un messaggio però dello stesso Montoni la tolse da tale incertezza; egli desiderava vederla all'ora che indicava. Fu quasi per lusingarsi, che, essendo morta la zia, egli acconsentirebbe a rinunziar alla sua usurpata autorità; ma rammentandosi poi che i beni tanto contrastati erano divenuti attualmente suoi, temè che Montoni volesse usare qualche stratagemma per farseli cedere, e non la tenesse fin allora prigioniera. Quest'idea, invece di abbatterla, rianimò tutte le potenze dell'anima sua, e le infuse nuovo coraggio. Avrebbe rinunziato a tutto per assicurare il riposo della zia, ma risolse che veruna persecuzione personale avrebbe il potere di farla recedere da' suoi diritti. Era interessatissima a conservare l'eredità a riguardo specialmente di Valancourt, col quale lusingavasi così di passare una vita felice. A questa idea sentì quant'ei le fosse caro, e si figurava anticipatamente il momento in cui la di lei generosa amicizia avrebbe potuto dirgli che gli recava in dote tutti quei beni; si figurava vedere il sorriso che animerebbe i suoi lineamenti, e gli sguardi affettuosi che esprimerebbero tutta la sua gioia e riconoscenza. Credette in quel momento di poter affrontare tutti i mali che l'infernale malizia di Montoni le avrebbe preparato. Si ricordò allora, per la prima volta dopo la morte della zia, ch'essa aveva carte relative a questi beni, e risolse di farne ricerca appena avesse parlato con Montoni.

Con questa idea andò a trovarlo all'ora prescritta: era in compagnia di Orsino e d'un altro uffiziale, e pareva esaminare con diligenza molte carte deposte sur un tavolino.

« Vi ho fatta chiamare, » diss'egli alzando la testa, « perchè desidero siate testimone di un affare che debbo ultimare col mio amico Orsino. Tutto ciò che si vuol da voi, è che firmiate questa, carta. » La prese, ne lesse borbottando alcune righe, la depose sul tavolo, e le diede una penna. Stava per firmare, quando le venne d'improvviso in mente il disegno di lui; le cadde la penna di mano, e negò di firmare senza leggere il contenuto: Montoni affettò sorridere, e ripresa la carta, finse rileggere un'altra volta come aveva già fatto. Emilia, fremendo del pericolo e dell'eccesso di credulità che l'avea quasi tradita, ricusò positivamente di firmare. Montoni continuò alcun poco i motteggi; ma quando, dalla perseveranza di lei, comprese che aveva indovinato il suo progetto, cambiò linguaggio e le ordinò di seguirlo. Appena furono soli, le disse che aveva voluto, per lei e per sè medesimo, prevenire un diverbio inutile in un affare, in cui la sua volontà formava la giustizia, e sarebbe diventata una legge; che preferiva persuaderla anzichè costringerla, e che in conseguenza adempisse al suo dovere.

« Io, come marito della defunta signora Cheron, » soggiunse egli, « divento l'erede di tutto ciò che ella possedeva; i beni, che non ha voluto donarmi mentre viveva, non devono ora passare in altre mani. Vorrei, pel vostro interesse, disingannarvi dell'idea ridicola ch'essa vi diede alla mia presenza, che i suoi beni cioè sarebbero vostri, se moriva senza cedermeli. Penso che voi siate troppo ragionevole per provocare il mio giusto risentimento; non soglio adulare, e voi potete riguardare i miei elogi come sinceri. Voi possedete un criterio superiore al vostro sesso; e non avete veruna di quelle debolezze che distinguono in generale il carattere delle donne, l'avarizia cioè e il desiderio di dominare. »

Montoni si fermò; Emilia non rispose.

« Giudicando come faccio, » ripigliò egli, « io non posso credere vorrete mettere in campo una contesa inutile. Non credo neppure che pensiate acquistare o possedere una proprietà, sulla quale la giustizia non vi accorda nessun diritto. Scegliete dunque l'alternativa che vi propongo. Se vi formerete un'esatta opinione del soggetto che trattiamo, sarete in breve ricondotta in Francia. Se poi foste tanto sciagurata da persistere nell'errore, in cui v'indusse vostra zia, resterete mia prigioniera, finchè apriate gli occhi. »

Emilia rispose con calma: « Io non sono così poco istruita delle leggi relative a tale soggetto, per lasciarmi ingannare da un'asserzione qualunque; la legge mi accorda il possesso dei beni in questione, e la mia mano non tradirà i miei diritti.

— Mi sono ingannato, a quanto pare, nell'opinione che m'era concepita di voi, » disse Montoni severamente; « voi parlate con arditezza e presunzione su d'un argomento che non intendete. Voglio bene, per una volta, perdonare l'ostinazione dell'ignoranza; la debolezza del vostro sesso, dalla quale non sembrate esente, esige anche questa indulgenza. Ma se persistete, avrete a temer tutto dalla mia giustizia.

— Dalla vostra giustizia, signore, » rispose Emilia, « non ho nulla da temere, bensì tutto da sperare. »

Montoni guardolla con impazienza, e parve meditare su ciò che doveva dirle.

« Vedo che siete debole tanto da credere ad una ridicola asserzione. Me ne spiace per voi; quanto a me, poco me n'importa; la vostra credulità troverà il suo castigo nelle conseguenze, ed io compiango la debolezza di spirito che vi espone alle pene che mi costringete di prepararvi.

— Voi troverete, signore, » rispose Emilia con dolcezza e dignità, « la forza del mio spirito eguale alla giustizia della mia causa; e posso soffrire con coraggio quando resisto alla tirannia.

— Parlate come una eroina, » disse Montoni con disprezzo; « vedremo se saprete soffrire egualmente. »

Emilia non rispose, e partì. Rammentandosi che resisteva così per l'interesse di Valancourt, sorrise compiacendosi di pensare ai minacciati maltrattamenti. Andò a cercare il posto indicatole dalla zia, come deposito delle carte relative ai suoi beni, e ve le trovò; ma non conoscendo un luogo più sicuro per conservarle, ve le ripose senza esame, temendo di essere sorpresa.

Mentre, ritornata nella solitudine, rifletteva alle parole di Montoni e ai pericoli nei quali incorreva, opponendosi alla sua volontà, udì scrosci di risa sul bastione; andò alla finestra, e vide con sorpresa tre donne, vestite alla Veneziana, che passeggiavano con alcuni signori. Allorchè passarono sotto la finestra, una delle forestiere alzò la testa. Emilia riconobbe in lei quella signora Livona, le cui affabili maniere l'avevano tanto sedotta il giorno dopo il suo arrivo a Venezia, e che in quel giorno istesso era stata ammessa alla tavola di Montoni: tale scoperta le cagionò una gioia mista a qualche incertezza; era per lei un soggetto di soddisfazione il vedere una persona tanto amabile quanto sembrava la signora Livona, nel luogo istesso da essa abitato. Nondimeno, il di lei arrivo al castello in simile circostanza, il suo abbigliamento, che indicava non esservi stata costretta, glie ne fece sospettare i principii ed il carattere; ma l'idea spiaceva tanto ad Emilia, già vinta dalle maniere seducenti della bella Veneziana, che preferì non pensare che alle sue grazie, e bandì quasi intieramente qualunque altra riflessione.

Quando Annetta entrò, le fece diverse interrogazioni sull'arrivo delle forastiere, e trovò avere colei più premura di rispondere, ch'essa d'interrogare.

« Son venute da Venezia, » disse la cameriera, « con due signori, ed io fui contentissima di vedere qualche altra faccia cristiana in quest'orrido soggiorno. Ma che pretendono esse venendo qui? Bisogna esser pazzi davvero per venire in questo luogo, oppure ci sono venute liberamente, giacchè sono allegre.

— Saranno forse state fatte prigioniere, » soggiunse Emilia.

— Prigioniere! oh! no, signorina: no, nol sono. Mi ricordo bene di averne veduta una a Venezia; è venuta due o tre volte in casa nostra. Si diceva perfino, sebbene io non l'abbia mai creduto, che il padrone l'amasse perdutamente. »

Emilia pregò Annetta d'informarsi dettagliatamente di tutto ciò che concerneva quelle signore, e, cambiando quindi discorso, parlò della Francia, facendole travedere la speranza di tornarvi in breve.

La ragazza uscì per raccogliere informazioni, ed Emilia cercò obliare le sue inquietudini, pascendosi delle fantastiche immaginazioni create da' poeti.

Verso sera, non volendo esporsi, sulle mura, agli avidi sguardi dei soci di Montoni, andò a passeggiare nella galleria contigua alla sua camera. Giugnendo in fondo ad essa udì ripetuti scrosci di risa. Erano i trasporti dello stravizio, e non gli slanci moderati d'una dolce ed onesta letizia. Parevan venire dalla porta del quartiere di Montoni. Un tal baccano in quel momento in cui l'infelice zia era appena spirata, l'indispettì al sommo, e vi riconobbe la conseguenza della mala condotta di Montoni. Ascoltando, credette riconoscere alcune voci donnesche; tale scoperta la confermò nei sospetti concepiti sulla signora Livona e le sue compagne: era evidente ch'elleno non trovavansi per forza nel castello. Emilia si vedeva così negli alpestri recessi degli Appennini, circondata da uomini che riguardava come briganti, ed in mezzo ad un teatro di vizi, che la faceva inorridire. L'immagine di Valancourt perdè ogni influenza, ed il timore le fece cambiare i suoi progetti, riflettendo a tutti gli orrori che Montoni preparava contro di lei; tremando della vendetta, alla quale esso avrebbe potuto abbandonarsi senza rimorsi, si decise quasi a cedergli i beni contrastati, se vi persisteva ancora, e riscattare così la sicurezza e la libertà; ma, poco di poi, la memoria dell'amante tornava a lacerarle l'anima e ripiombarla nelle angosce del dubbio. Continuò a passeggiare finchè l'ombre della sera ebbero invase le arcate. La fanciulla nonpertanto, non volendo tornar alla sua camera isolata prima del ritorno d'Annetta, passeggiava tuttora per la galleria. Passando dinanzi all'appartamento dove avea una volta osato alzar il velo del quadro, le tornò in mente quell'orrido spettacolo, e sentendosi raccapricciare, sollecitossi, di andarsene dalla galleria mentre aveane ancor la forza. D'improvviso sentì rumor di passi dietro lei. Poteva essere Annetta, ma, voltando gli occhi con timore, scorse tra l'oscurità una gran figura che la seguiva, e poco dopo si trovò stretta tra le braccia d'una persona ed udì una voce bisbigliare all'orecchio. Quando si fu alquanto riavuta dalla sorpresa, domandò chi mai si facesse lecito di trattenerla così?

« Son io, » rispose la voce; « non temete. »

Emilia osservò la figura che parlava, ma la fioca luce della finestra gotica non le permise di distinguere chi fosse.

« Chiunque voi siate, » diss'ella con voce tremula, « per amor di Dio, lasciatemi.

— Vezzosa Emilia, » soggiunse colui, « perchè sequestrarvi così in questo luogo tetro, mentre giù dabbasso regna tanta allegria? Seguitemi nel salotto di cedro: voi ne formerete il migliore ornamento, e non vi spiacerà il cambio. »

Emilia sdegnò rispondere, ma procurò di sciogliersi.

« Promettetemi che verrete, ed io vi lascerò subito; ma accordatemene prima la ricompensa.

— Chi siete voi? » domandò Emilia con isdegno e spavento, e cercando fuggire; « chi siete voi che avete la crudeltà d'insultarmi così?

— Perchè chiamarmi crudele? » rispose colui. « Vorrei togliervi da questa orribile solitudine, e condurvi in una brillante società. Non mi conoscete? »

Emilia si ricordò allora confusamente ch'era uno dei forestieri che circondavano Montoni la mattina in cui andò a trovarlo. « Vi ringrazio della buona intenzione, » replicò essa senza mostrar d'intenderlo, « ma tutto ciò che desidero per ora è che mi lasciate andare.

— Vezzosa Emilia, » soggiunse egli, « abbandonate questo gusto per la solitudine. Seguitemi alla conversazione, e venite ad eclissare tutte le bellezze che la compongono; voi sola meritate l'amor mio. » E volle baciarle la mano; ma la forza dello sdegno le somministrò quella di sciogliersi, e fuggendo nella sua camera, ne chiuse l'uscio prima che vi giungesse colui, e si abbandonò spossata sur una sedia. Sentiva la di lui voce e i tentativi che faceva per aprire, senza aver la forza di chieder soccorso. Alfine si avvide che erasi allontanato, ma pensò alla porta della scala segreta, d'onde avrebbe potuto facilmente penetrare, e si occupò subito ad assicurarla alla meglio. Le pareva che Montoni eseguisse già i suoi progetti di vendetta, privandola della sua protezione, e si pentiva quasi di averlo temerariamente provocato. Credeva oramai impossibile di ritenere i suoi beni. Per conservare la vita e forse l'onore, fece il proponimento che, se fosse sfuggita agli orrori della prossima notte, farebbe la cessione la mattina seguente, purchè Montoni le permettesse di partire da Udolfo.

Preso questo partito, si tranquillò: rimase così per qualche ora in assoluta oscurità; Annetta non giungeva, ed essa principiò a temere per lei; ma non osando arrischiarsi ad uscire, dovè restare nell'incertezza sul motivo di questa assenza. Si avvicinava spesso alla scala per ascoltare se saliva qualcuno, e non sentendo verun rumore, determinata però a vegliare tutta la notte, si gettò vestita sul tristo giaciglio e lo bagnò delle sue innocenti lacrime. Pensava alla perdita de' parenti, pensava a Valancourt lontano da lei. Li chiamava per nome, e la calma profonda, interrotta soltanto dai suoi lamenti, ne aumentava le tetre meditazioni.

In tale stato, udì d'improvviso gli accordi di una musica lontana; ascoltò, e riconoscendo tosto l'istrumento già inteso a mezzanotte, andò ad aprire pian piano la finestra. Il suono pareva venir dalle stanze sottoposte. Poco dopo l'interessante melodia fu accompagnata da una voce, ma così espressiva, da non poter supporre che cantasse mali immaginari. Credette conoscere già quegli accenti si teneri e straordinari; ma rammentavasene appena come di cosa molto lontana. Quella musica le penetrò il cuore, nella sua angoscia attuale, come armonia celeste che consola e incoraggisce. Ma chi potrebbe descrivere la sua commozione allorchè udì cantare, col gusto e la semplicità del vero sentimento, un'arietta popolare del paese natio; una di quelle ariette imparate nell'infanzia, e tanto spesso fattele ripetere dal padre? A quel canto ben noto, fin allora non mai inteso fuori della sua cara patria, il cuore le si dilatò alla rimembranza del passato. Le vaghe e placide solitudini della Guascogna, la tenerezza e la bontà de' genitori, la semplicità e felicità de' primi anni, tutto affacciossele all'imaginazione, formando un quadro così grazioso, brillante e fortemente opposto alle scene, ai caratteri ed ai pericoli ond'era circondata attualmente, che il suo spirito non ebbe più forza di riandare il passato e non sentì più che il peso degli affanni.

D'improvviso, la musica cambiò, e la fanciulla, attonita, riconobbe l'istessa aria già intesa alla sua peschiera. Allora le si presentò un'idea colla rapidità del lampo, e secolei una catena di speranze la elettrizzò; poteva appena respirare, e vacillava tra la speranza e il timore: pronunziò dolcemente il nome di Valancourt. Era possibile che il giovane fosse vicino a lei, e ricordandosi d'avergli udito dire più volte che la peschiera, ove aveva sentito quella canzone, e trovato i versi scritti per lei, era la sua passeggiata favorita anche prima che si conoscessero, fu persuasa che fosse la di lui voce.

A misura che le sue riflessioni si consolidavano, la gioia, il timore e la tenerezza lottavano in lei: affacciossi alla finestra per ascoltar meglio quegli accenti, che valessero a confermare o distruggere la sua speranza, non avendo Valancourt mai cantato alla di lei presenza; la voce e l'istrumento tacquero di li a poco, ed essa ponderò un momento se doveva arrischiarsi a parlare. Non volendo, se era Valancourt, commettere l'imprudenza di nominarlo, e troppo interessata al tempo istesso per trascurar l'occasione di chiarirsi, gridò dalla finestra: « E' una canzone di Guascogna? » Inquieta, attenta, aspettò una risposta, ma indarno. Ripetè la domanda, ma non udì altro strepito tranne i fischi del vento traverso i merli delle mura. Cercò consolarsi persuadendosi che l'incognito si fosse allontanato prima ch'ella gli parlasse.

Se Valancourt avesse sentita e riconosciuta la sua voce, avrebbe per certo risposto. Riflettè quindi che forse la prudenza l'aveva obbligato a tacere. « Se egli è nel castello, » diceva essa, « dev'esservi come prigioniero; per cui avrà temuto di rispondermi in tanta vicinanza delle sentinelle. »

Perplessa, inquieta, rimase alla finestra sino all'alba, poi se ne tornò a letto, ma non potè chiuder occhio; la gioia, la, tenerezza, il dubbio, il timore occuparono tutte le ore del sonno, ore che non le parvero tanto lunghe come quella volta. Sperava veder tornare Annetta, e ricever da lei una certezza qualunque, che ponesse fine ai suoi tormenti attuali.