CAPITOLO XLIX
Il dì dopo, Emilia arrivò al suo castello della valle verso il tramonto. Alla malinconia inspiratale dal luogo già abitato da' suoi genitori, e dove aveva passato anni felici, si unì tosto un tenero infinito piacere. Il tempo aveva smussato i dardi del suo dolore, ed allora rivedeva con compiacenza tutto ciò che rinnovavale la memoria de' suoi cari; le pareva che respirassero ancora in tutti quei luoghi ove li aveva veduti, e sentiva che la valle era per lei il più delizioso soggiorno. La prima stanza che visitò fu la sua libreria, ove, seduta sulla poltrona del padre, riflettè con rassegnazione al quadro del passato.
Poco dopo il suo arrivo ricevè la visita del venerabile Barreaux, che venne con premura ad accogliere l'unica figlia del suo rispettabile vicino, in una casa troppo lungamente derelitta. La presenza del vecchio amico fu di grande conforto per Emilia; la loro conversazione fu per amendue interessante, e si comunicarono reciprocamente le circostanze principali di quanto era accaduto. La mattina di poi, la giovine andò a passeggiare nel giardino gustando con tenera avidità il piacere di vagare sotto quegli alberi, piantati dal diletto genitore, ciascuno dei quali le ne rammentava la bontà i discorsi, il sorriso. Prima sua cura fu d'informarsi della vecchia Teresa, stata crudelmente licenziata da Quesnel senza veruna pensione, quando affittò quei beni. Avendo saputo ch'ella viveva in una casuccia poco lontana, vi andò subito, e fu lieta di trovarla sana ed allegra; essa si occupava a potar viti, ed appena la povera vecchia riconobbe Emilia, le saltò al collo, gridando:
« Ah! mia cara padroncina, io credeva di non rivedervi più; ma ora son contenta. Sono stata maltrattata assai; non aspettava certo nella mia età di essere scacciata in tal guisa. »
Entrate nell'abituro rustico, ma decentissimo, Emilia si congratulava seco lei di averla trovata in quell'abitazione passabilmente bella nella sua sventura. Teresa la ringraziò colle lagrime agli occhi.
« Sì, signora, » le disse, « è anche troppo bella per me, grazie all'amico caritatevole che mi ha strappato dalla miseria. Voi eravate troppo lontana per aiutarmi: egli mi ha messa qui, ed io credeva quasi... ma non parliamone più.
— Chi è dunque quest'ottimo amico? chiunque ei sia diverrà anche il mio.
— Ah! signora padrona, egli mi ha proibito di palesare la sua buon'azione, e perciò non posso nominarvelo. Ma come siete cambiata dacchè non vi ho veduta! Siete pallida e magra! Ma, a proposito, che fa adesso quel caro signor Valancourt? Sta bene? »
Emilia, agitatissima, non le rispose; Teresa continuò:
« Dio lo ricolmi di benedizioni! Mia cara padrona, di grazia, non siate meco così riservata; credete voi ch'io non sappia ch'egli vi ama? Quando foste partita, veniva sempre al castello. Com'era afflitto! Voleva entrare in tutte le stanze, qualche volta stava a sedere colle braccia incrociate sul petto, senza dir verbo, tutto pensieroso. A un tratto si scuoteva e mi parlava di voi! e con che fuoco, con qual passione! Io lo amava appunto per questo... Quando poi il signor Quesnel ebbe affittato il castello, io credeva che il cavaliere impazzisse dal dolore.
— Teresa, » disse Emilia con serietà, « non mi nominate più il cavaliere.
— Non nominarvelo più! e per qual ragione! Io amo il cavaliere quasi quanto voi.
— Potrebbe anche darsi che spendeste male il vostro amore, » soggiunse Emilia cercando di nascondere le lacrime; « ma, checchè ne sia, noi non ci rivedremo mai più.
— Gran Dio, che ascolto! Il mio amore non può esser più giusto. È lo stesso signor Valancourt che mi regalò questa casa, e sorresse la mia vecchiaia dal momento che il signor Quesnel mi bandì da casa vostra.
— Il cavalier Valancourt? » disse Emilia tutta tremante.
— Sì, signora, lui appunto, sebbene gli abbia promesso di non nominarlo. Fu egli che mi comprò questa casetta, e mi diè il denaro necessario per istabilirmivi. Ordinò inoltre al fattore di suo fratello di pagarmi regolarmente trenta franchi al mese. Ora, giudicate, signora padrona, se posso dirne male? Temo solo che la sua generosità abbia oltrepassato le sue forze; sono ormai tre mesi che non ricevo nulla. Ma non piangete, signorina; mi lusingo che non sarete meco in collera per avervi raccontato i benefizi del cavaliere?
— In collera! » sclamò Emilia, e versava lagrime in copia. « Quanto tempo è che non l'avete veduto?
— Oimè! non ne ho più avuta notizia dacchè egli partì improvvisamente per la Linguadoca; veniva allora da Parigi, e, come vi diceva poc'anzi, son tre mesi che il fattore non mi manda la mia pensione. Comincio a temere che gli sia accaduta qualche disgrazia. Se non fossi così lontana da Estuvière, e potessi camminare, sarei già andata ad informarmi di lui. »
L'ansietà d'Emilia era divenuta insopportabile; essa non poteva convenientemente mandare dal fratello di Valancourt; ma pregò Teresa di far partire, a nome suo però, un espresso per informarsi dal fattore sul destino del cavaliere. Si fece promettere dalla vecchia di non nominarla mai in questo affare, e di non parlarne neppure al giovane. Teresa trovò subito il mezzo di contentar la padrona. Emilia le diè qualche denaro, e tornò al castello più afflitta che mai: non poteva persuadersi che un cuore benefico come quello di Valancourt si fosse lordato di vizi, e sentivasi commossa dalla sua prova di bontà per la povera Teresa.
CAPITOLO L
Nell'intervallo, il conte di Villefort e Bianca avevano passato quindici giorni nel castello del barone di Santa-Fè. Avevan fatte molte gite ne' Pirenei ed ammiratene le bellezze. Il conte erasi separato dagli amici con dispiacere, quantunque dovessero in breve formare una sola famiglia, essendosi stabilito, che il giovane Santa-Fè, il quale l'accompagnava in Guascogna, avrebbe sposato Bianca appena giunti a Blangy. La strada che andava alla valle era nella parte più alpestre de' Pirenei ed impraticabile alle carrozze. Il conte noleggiò muli per sè e per tutto il suo seguito; prese due guide bene armate e pratiche di quelle montagne, le quali vantavansi di conoscere tutti i sentieri, non che la posizione delle scarse capanne di pastori, presso le quali dovevano passare.
Il conte partì di buon'ora coll'intenzione di passar la notte in un'osteriuccia a mezza strada dalla valle, di cui avevangli parlato le guide, e dove solevan riposare i mulattieri spagnuoli.
Dopo una giornata d'ammirazione e di fatiche, i viaggiatori trovaronsi in una valle coperta di boschi, e circondata da alture scoscese. Avevano già percorse molte leghe senza incontrare una sola abitazione, e udendo solo tratto tratto i campanelli degli armenti, quando intesero da lontano una musica bizzarra, e videro sopra un'eminenza un gruppo di montanari che ballavano allegramente. Il conte si fermò per godere di quella festa campestre. Erano contadini spagnuoli e francesi che abitavano in un villaggio poco distante. Villefort sospirava pensando che le grazie ed i piaceri innocenti fiorivano nella solitudine, rifuggendo dalle città incivilite. Il sole aveva già percorsa metà della sua carriera, ed i viaggiatori, riflettendo che non avevan tempo da perdere, si rimisero in cammino.
Strada facendo, Bianca osservava in silenzio quelle solitudini, sentiva il lene stormir degli abeti, ed a misura che il sole scendeva all'occaso, sentivasi colta da insolita malinconia. Domandò al padre, quanto fosse ancor distante l'osteria, e se la strada era sicura di notte. Il conte ripetè alle guide la prima di queste due domande: n'ebbe risposta ambigua; e soggiunsero che se la notte si avanzava, sarebbe stato meglio fermarsi, finchè sorgesse la luna. « Ma adesso non si può forse viaggiare con sicurezza? » disse il conte. Le guide l'assicurarono che non eravi nessun pericolo, ed andarono innanzi. Bianca, tranquillata da tale risposta, si compiaceva ad osservare i progressi della notte. Il giovine Santa-Fè, la cui immaginazione, scevra da timore, vedeva in ogni cosa oggetti d'ammirazione, faceva osservare a Bianca i punti di vista più interessanti.
La notte diveniva più cupa, e negre nubi ne raddoppiavano l'oscurità; le guide proposero di aspettare il sorger della luna, aggiungendo che il tempo minacciava. Guardando intorno per trovare un ricovero, scorsero un oggetto sulla punta d'una rupe. La curiosità li spinse ad andar a veder cosa fosse, e quando furono a poca distanza scorsero una gran croce piantata colà a mo' di monumento per attestare ch'eravi stato commesso un omicidio. L'oscurità non permise di leggerne l'iscrizione; ma le guide si rammentarono allora esservi stata eretta in memoria del conte Beliard, stato ucciso da una banda di malfattori che infestavano i Pirenei qualche anno addietro. Bianca fremè all'udir raccontare alcune orribili particolarità sul destino delle sventurato conte. Una delle guide le narrava con voce sommessa, come se i suoi propri accenti gli facessero paura. Mentre i viaggiatori ascoltavano quel racconto cominciò a lampeggiare, laonde ripartirono tosto in traccia di qualche ricovero. Tornati sulla strada, le guide si misero a narrare molte istorie di rapine, e d'assassinii commessi in quei luoghi medesimi, aggiungendo molte ciarle e millanterie sul loro coraggio, e sul modo maraviglioso con cui n'erano sfuggiti. La guida meglio armata cavò dalla cintura una delle sue quattro pistole, e giurò che quell'arme aveva purgata la terra in quell'istesso anno da tre assassini. Sguainò quindi uno stile lunghissimo, accingendosi a raccontare le prodezze in cui aveva figurato; ma Santa-Fè, accortosi che cotesto racconto affliggeva Bianca, cercò d'interromperlo. Infine, minacciando il tempo ognor più, rifugiaronsi in una grotta che scorsero appiè dei dirupi al chiaror de' baleni. Una guida accese un buon fuoco, e quella fiamma, insieme al riposo, fu di gran sollievo ai viaggiatori.
I servi del conte trassero fuori alcune provvigioni, ed imbandirono una buona cena. Dopo essersi rifocillati, Santa-Fè ascese la rupe dirimpetto. Tutto era tenebre, e nulla turbava in quel punto il silenzio notturno, meno il mormorio del vento, il rimbombo lontano dei tuoni e le voci della carovana.
Il giovine osservava il quadro che formavano i viaggiatori sotto la grotta. La figura elegante di Bianca contrastava colla maestà del conte, assiso accanto a lei sopra una pietra. Gli abiti grotteschi e le figure spiccate delle guide e dei servi situati in fondo alla grotta, producevano un bellissimo effetto. La luce della fiamma faceva parer pallida la faccia dei circostanti, e scintillare le armi, imporporando al contrario le foglie d'un castagno gigantesco, che ombreggiava la grotta, e questa tinta si confondeva gradatamente coll'oscurità del resto della scena.
La luna spuntò alfine ad oriente; e mentre Santa-Fè contemplava con ammirazione il suo disco atraverso le nubi, fu scosso dalle voci delle guide che lo chiamavano. Tornò subito alla grotta, e la di lui presenza calmò Bianca ed il conte, inquieti per la sua assenza.
La burrasca che cominciava ad imperversare li obbligò a trattenersi colà. Il conte in mezzo alla figlia ed a Santa-Fè, procurava distrarre la prima, parlandole dei fatti celebri avvenuti in que' monti. D'improvviso, udirono latrare un cane. I viaggiatori ascoltarono con qualche speranza; il vento soffiava forte, e le guide parvero non dubitar più, a quel segno, di essere vicini all'osteria che cercavano. Il conte allora si decise a proseguire il suo cammino.
I viaggiatori, diretti dai latrati del cane, costeggiarono nuovamente il precipizio, preceduti da una torcia a vento, che le guide avevano per mero caso. Si udiva il cane ora più, ora meno; talvolta cessava, e le guide cercavano dirigersi verso quella parte. Tutt'a un tratto il fracasso, spaventoso d'una cascata giunse al loro orecchio, e trovaronsi in faccia ad un burrone. Bianca scese dalla mula; il conte e Santa-Fè fecero altrettanto, le guide andarono in traccia di un ponte che potesse condurli dalla parte opposta, dove chiaro appariva trovarsi il cane; e confessarono alfine che avevano smarrita la strada. Trovarono da ultimo un passaggio pericolosissimo formato da due grossi abeti con rami d'albero e terra sopra. Tutta la comitiva fremeva all'idea di traversare un ponte di quella sorta. I mulattieri nondimeno si disposero a passare con le loro bestie. Bianca, tremante sull'orlo del torrente, ascoltava il mormorio dell'acqua, che a quel debolissimo chiaro di luna si vedeva precipitare dalle rupi in mezzo ad abeti d'altezza smisurata, e inabissarsi quindi in un'immensa voragine. Le povere mule traversarono il ponte colla precauzione lor dettata dall'istinto naturale. Quell'unica torcia, di cui fino a quel momento non era stato conosciuto il prezzo, fu pe' viaggiatori un tesoro inestimabile. Bianca, fattasi coraggio, preceduta dall'amante, ed appoggiata al braccio del padre, all'incerta luce della torcia, toccò finalmente l'opposta riva.
Nell'avanzarsi, le montagne si ristringevano, non formando più che una gola angustissima, in fondo alla quale scorreva con fragore il torrente. I viaggiatori intanto si consolavano nell'udire del continuo abbaiare il cane, che forse vegliava all'ingresso di qualche capanna. Guardando attorno, videro in distanza scintillare un lume a considerevole altezza. Si vedeva esso e si perdeva a misura che i rami degli alberi ne intercettavano o ne scoprivano i raggi. I mulattieri chiamarono ad alta voce, ma nessuno rispose. Finalmente, credendo di non poter essere intesi a quella distanza, spararono una pistola. Il rumore dell'esplosione, ripetuto dagli echi, fu la sola risposta, cui successe assoluto silenzio. Il lume però si vedeva più distintamente. Poco dopo udirono un suono confuso di voci. I mulattieri rinnovarono le loro grida; ma le voci tacquero, ed il lume sparì.
Bianca soccombeva quasi all'inquietudine ed alla stanchezza. Il conte e Santa-Fè andavano incoraggiandola, allorchè distinsero una torre dalla parte ov'erasi veduto il lume. Villefort, alla di lei situazione ed a qualche altra circostanza, non dubitò più non fosse una torre d'osservazione, e persuaso che il lume venisse di là, procurò di rianimare la figlia colla prospettiva dell'imminente riposo in un luogo fortificato, ancorchè senza comodi.
« Nei Pirenei fu fabbricato un gran numero di queste torri, » disse il conte, procurando distrarre l'attenzione di Bianca. « Il metodo che s'impiega per avvisare dell'avvicinarsi del nemico come voi sapete, è di accendere un gran fuoco in cima di esse. Gli antichi forti e le torri che difendono i passi più importanti son custoditi con molta cura. Alcune vennero abbandonate, e son divenute per lo più l'abitazione pacifica di qualche cacciatore o pastore. Dopo una giornata faticosa, la sera, accompagnati dai loro fedeli cani, tornano presso un buon fuoco a gustare il frutto della caccia, od a contare gli armenti. Qualche volta servono anche d'asilo ai contrabbandieri, i quali fanno un immenso commercio in queste montagne; talvolta si spediscono truppe per distruggerli. Il coraggio disperato di questi avventurieri li fa affrontare impavidamente i soldati; ma non sono mai i primi ad attaccare, quando possono farne a meno. I militari poi, i quali non ignorano che, in simili scaramucce, il pericolo è certo, e la gloria molto dubbia, non si danno gran premura di combatterli. Ma ecco la torre che cerchiamo. »
Bianca, osservando attentamente, si vide appiè di una rupe sulla quale sorgea la torre. Non vi si scorgeva alcun lume: i cani non latravano più, e le guide cominciarono a dubitare di essersi nuovamente ingannate. Al fioco chiaror della luna, quasi sempre coperta dalle nubi, riconobbero che quell'edifizio aveva un'estensione maggiore d'una semplice torre d'osservazione. Tutta la difficoltà dunque consisteva allora nel salire lassù, nè si vedeva nessuna traccia di strada.
Le guide presero la torcia per iscuoprirne il sentiero. Il conte, Bianca e Santa-Fè restarono appiè della rupe, e gli uomini deliberarono in segreto, se, trovandone anche la strada, la prudenza, permetteva d'entrare in un edifizio che poteva anche essere un covo d'assassini. Rifletterono nondimeno che il loro seguito era numeroso e ben armato, e calcolando il pericolo di passar la notte a cielo scoperto, esposti alla pioggia ed alla burrasca, risolsero cercare ad ogni costo di farsi ricevere.
Un grido delle guide fissò la loro attenzione. Un servo tornò ad annunciare la scoperta della strada; si affrettarono dunque raggiungerle salendo un angusto sentiero in mezzo ai cespugli ed ai rovi. Dopo molta fatica, ed anche con pericolo, giunsero sullo spianato. Alcune torri rovinate, circondate da un grosso muro, si offersero ai loro sguardi. L'esteriore di quell'edifizio annunziava un totale abbandono; ma il conte, conservando tutta la sua prudenza, disse sottovoce: « Camminate piano finchè abbiamo esaminato questi luoghi. » Si trovarono tosto in faccia ad un'immensa porta rovinata. Dopo qualche incertezza penetrarono in un recinto dove sorgea il fabbricato. Riconobbero allora che non era un semplice posto, ma un'antica fortezza abbandonata, di stile gotico; le sue torri erano enormi e le fortificazioni in proporzione. L'imponenza dell'edifizio risaltava ancor più per la rovina e la degradazione dei muri quasi distrutti, e pel disordine delle macerie sparse qua e là nell'immenso recinto solitario e coperto d'erbe selvatiche. Nel cortile d'ingresso un'annosa querce giganteggiava. La fortezza era stata importantissima: essa dominava il vallone, poteva arrestare il nemico e difendersi con facilità. Il conte, esaminandola attentamente, restò sorpreso di vederla negletta. Tanto abbandono e tanta solitudine gl'inspiravano malinconia. Mentre continuava le sue osservazioni, gli parve di distinguer voci nell'interno. Considerò la facciata, e non vide alcun lume. Fatti alcuni passi, udì latrare un cane, e parvegli riconoscer quello la cui voce li aveva guidati fin là, non si poteva più dunque dubitare che il luogo non fosse abitato; ma il conte, titubante, consultossi di nuovo con Santa-Fè. Dopo un secondo esame, le ragioni che li avevano decisi in principio, gli parvero convincentissime per tentar di passare la notte al coperto.
Bussarono dunque al portone: i cani ricominciarono ad abbaiare, ma nessuno rispose: tornarono a batter più forte, ed allora udirono un mormorio di voci lontane; pareva adunque che gli abitanti di quel luogo avessero udito battere, e le precauzioni che prendevano per rispondere, ne fecero concepire un'opinione favorevole. « Io credo che siano cacciatori, » disse il conte, « i quali abbiano cercato come noi un asilo in queste mura: sembra che temano in noi de' veri banditi: convien dunque rassicurarli. Noi siamo amici, » gridò ad alta voce, « e cerchiamo asilo per istanotte. » Allora udì camminare, ed una voce dimandò: « Chi va là? » « Amici, » rispose il conte; « aprite, e saprete tutto. » Fu tirato il catenaccio, si presentò sulla porta un uomo col lume in mano, vestito ed armato come un cacciatore, e disse: « Che cercate ad ora sì tarda? » Il conte rispose che aveva smarrita la strada, e che, se caso mai non potessero accordargli ricovero per poche ore, lo pregava ad insegnargli la via dell'abitazione o capanna più vicina. « Conoscete poco le nostre montagne, » rispose colui; « non se ne trova se non a qualche lega distante: io non posso insegnarvene la strada; e giacchè c'è la luna, cercatela da per voi. » Sì dicendo, accingevasi a chiuder la porta, quando parlò un'altra voce, ed il conte vide un altro lume, ed un uomo alla ferriata d'una finestra di sopra al portone. « Restate, amici, » disse questi; « vi siete smarriti, e senza dubbio siete cacciatori come noi. » Allora gli fu aperta la porta: alcuni uomini si presentarono all'ingresso dicendo al conte che entrasse ed invitandolo a passar la notte nella loro abitazione. Gli fecero un'accoglienza cortese, e gli offrirono di divider seco la loro cena già preparata. Il conte li osservava attentamente, e benchè circospetto, ed anche sospettoso, la stanchezza, il timore della tempesta, e sopra tutto la sicurezza che inspiravagli il suo numeroso corteggio, l'indussero ad accettar l'offerta. Fece entrar la sua gente, e furono condotti tutti insieme in un'immensa sala, illuminata in parte da un gran fuoco, intorno al quale stavano seduti due uomini in abito da cacciatore, che facevano arrostire carne sulla graticola, con alcuni cani accovacciati ai loro piedi. In mezzo alla sala eravi una gran tavola. Quando il conte si avvicinò, coloro si alzarono, ed i cani ricominciarono a latrare, ma, ad un cenno dei padroni, tornarono al loro posto.
Bianca osservava minutamente quella sala oscura e spaziosa, quegli uomini, e suo padre che sorrideva. « Ecco, » disse il conte, « un buon fuoco adattatissimo per l'ospitalità; la fiamma fa piacere dopo aver viaggiato molto per questi deserti selvaggi. I vostri cani sembrano stanchi: avete fatta una buona caccia?
— Secondo il solito, » rispose uno di coloro; « noi torniamo quasi sempre carichi di cacciagione.
— Son cacciatori come noi, » disse uno di quelli che avevano introdotto il conte; « eransi smarriti, ed io li accolsi dicendo che c'era posto per tutti.
— È vero, è vero, » rispose il suo compagno.
— V'ingannate, amico, » disse il conte; « noi siamo viaggiatori. Trattateci però come cacciatori, che ne saremo contenti, e sapremo ricompensare la vostra cortese accoglienza.
— Sedete dunque, » rispose un altro. « Giacomo, metti legna sul fuoco: mi pare che l'arrosto sia all'ordine. Dà una sedia a questa signorina: di grazia, assaggiate la nostra acquavite, ch'è di Barcellona, e di prima qualità. »
Bianca sorrise con timidezza, e non voleva accettarla, ma suo padre la prevenne prendendo egli stesso il bicchiere. Santa-Fè, seduto vicino a lei, stringendole la mano, la incoraggi con un'occhiata; ma ella occupavasi d'un uomo che taciturno vicino al fuoco, fissava costantemente Santa-Fè.
« Voi fate una vita deliziosa, » disse il conte; « la vita del cacciatore è piacevole e salubre, ed il riposo è più caro allorchè succede alla stanchezza.
— Sì, » rispose uno degli ospiti, « la nostra vita è piacevolissima, ma solamente nella stagione d'estate e d'autunno; nell'inverno, questi luoghi sono orribili, e non si può fare veruna caccia.
— È una vita libera ed amena, » soggiunse il conte; « passerei volentieri un mese con voi.
— A proposito, » disse Giacomo, « non mi rammentava che abbiamo tordi; Pietro, va a prenderli; li cuoceremo per questi tre signori. »
Il conte fece alcune interrogazioni sul loro modo di cacciare, ed ascoltava attento e con molta compiacenza i loro curiosi dettagli, quando si udì il suono d'un corno. Bianca guardò il padre: ma egli continuava il suo discorso, quantunque girasse spesso gli occhi verso la porta con qualche inquietudine. « Sono i nostri compagni, » disse negligentemente uno di quegli uomini.
Comparvero di lì a poco due altri col moschetto in ispalla e le pistole alla cintura.
« Ebbene, fratelli, avete fatto buona caccia? Se portate nulla, non avrete da cena.
— Chi diavolo son costoro? » dissero essi in cattivo spagnuolo, accennando il conte ed il suo seguito. « Sono Spagnuoli o Francesi? Dove li avete incontrati?
— Son loro che hanno incontrato noi, » disse Giacomo in francese, « e l'incontro è gradevolissimo. Il cavaliere e la sua comitiva s'erano smarriti in queste montagne, e ci hanno chiesto di passar la notte nel forte. »
Gli altri non risposero nulla, e cavarono da una bisaccia una gran provvisione di uccelli: quindi lasciarono cascare in terra la bisaccia, che risuonò facendo conoscere che conteneva una quantità non indifferente di monete. Il conte allora, insospettito, considerò colui che la portava. Era un uomo grande e robusto, di faccia audace, ed invece di un abito da cacciatore, vestiva una divisa militare logora; i suoi sandali laceri erano affibbiati sulle gambe nude e nerborute; portava in testa una specie di berretto di cuoio somigliante molto ad un antico elmo romano. Il conte alla perfino abbassò gli occhi, e restò muto e pensieroso. Nel rialzarli, vide in un canto della sala l'uomo che non cessava di guardare Santa-Fè, il quale parlava con Bianca e non gli badava. Poco dopo, vide quell'istesso uomo battere sulla spalla del soldato, egualmente attento ad osservare Santa-Fè; egli, vedendo che il conte lo guardava, volse gli occhi altrove, ma Villefort concepì qualche diffidenza, che però non volle esternare, e facendo ogni sforzo per sorridere, si mise a parlar con Bianca. Poco dopo rialzò gli occhi, ma il soldato ed il suo compagno erano scomparsi.
Colui che si chiamava Pietro ritornò quasi nell'istesso momento dicendo: « Il fuoco è acceso, e gli uccelli son pelati. Ceneremo in un'altra stanza più piccola ma più calda di questa. » Tutti i compagni applaudirono, ed invitarono gli ospiti a seguirli. Bianca parve afflitta di cotesto cambiamento, e se ne stava al suo posto. Santa-Fè guardò il conte, il quale dichiarò che avrebbe preferito di non uscir dalla sala. I cacciatori però reiterarono le loro istanze con tanta cortesia, che Villefort, malgrado i suoi dubbi e temendo di manifestarli, acconsentì finalmente ai loro inviti. Gli anditi lunghi e rovinati pei quali li fecero passare lo spaventarono; ma il rumoreggiar del tuono, che aveva già cominciato a farsi udire, non permetteva più di uscire da quel luogo a notte così avanzata, ed il conte temeva di provocare i suoi conduttori, lasciando travedere la sua diffidenza.
I cacciatori lo precedevano. Il conte e Santa-Fè, desiderando amicarseli, affettando famigliarità, portavano una sedia per ciascheduno, e Bianca li seguiva lentamente. Il di lei abito si attaccò ad un chiodo d'un uscio, e fu costretta a fermarsi per liberarsene. Il conte, che parlava con Santa Fè, non se ne accorse, e svoltando essi da un'altra parte dietro i cacciatori, Bianca restò sola in perfetta oscurità. Chiamò il padre; ma la burrasca aumentava, e lo scroscio dei fulmini impedì loro di udirla. Appena ebbe staccato l'abito dal chiodo, seguitò con celerità il cammino per dove credeva fossero andati. Un lume che vide da lontano la confermò in quest'idea. Si avanzò verso una porta aperta, credendo trovare la stanza ove dovevano cenare. Sentì alcune voci, e s'arrestò a qualche distanza per assicurarsi di non essersi ingannata. Al debole chiarore d'una lampada vide quattro uomini intorno ad una tavola, i quali sembravan tener consiglio, e riconobbe fra loro colui che aveva fissato Santa-Fè con tanta attenzione: egli parlava con veemenza, benchè sottovoce. Un altro pareva contraddirlo, rispondendo con piglio imperioso. Bianca, inquieta di non trovarsi vicina nè al padre, nè a Santa-Fè e spaventata dall'aspetto di coloro, stava per allontanarsi, allorchè udì dire ad uno di coloro:
« Non litighiamo più. Seguite il mio consiglio, e svanirà ogni pericolo. Assicuratevi di quei due; il resto è una preda facilissima. »
Bianca allarmata da queste parole, volle sentire qualche cosa di più.
« Non si guadagnerebbe nulla col resto, » disse un altro; « io non son mai di parere di versare il sangue, quando si può risparmiarlo. Sbrigatevi di quei due, e il nostro affare è fatto; gli altri potranno andarsene.
— Oibò! » disse il primo, bestemmiando orribilmente; « andrebbero a dire ciò che abbiamo fatto dei loro padroni, verrebbero le truppe reali, e ci trarrebbero al supplizio. Bravo! tu dai sempre di buoni consigli; ma io però mi rammento il giorno di san Tommaso dell'anno scorso. »
Bianca fremè d'orrore. Il suo primo sentimento fu quello di fuggire, ma pensò che, ascoltando ancora, avrebbe forse potuto esser a tutti di qualche utilità, ed intese il dialogo seguente:
« E perchè non ammazzarli tutti?
— Giuraddio! La nostra vita è cara più della loro; se non li ammazziamo, ci faranno impiccare.
— Sì, sì, » gridarono tutti.
— Commettere un omicidio è il mezzo più sicuro per iscansare la ruota, » disse il primo brigante.
— Dove diavolo sono andati stasera gli altri nostri compagni? » disse un altro con impazienza; « se erano qui, a quest'ora la faccenda era già spicciata. Non potremo far il colpo stanotte, perchè il seguito è più numeroso di noi. Appena farà giorno vorranno partire; e come impedirlo senza impiegar la forza?
— Ho formato un bel piano, » disse un altro. « Se possiamo sbrigare cheti cheti i due padroni, tutto il resto ci darà poca pena.
— È un piano maraviglioso, » rispose un altro ironicamente. « Se io posso fuggire di prigione, sarò certamente in libertà! Come vuoi far tu a sbrigarli cheti cheti?
— Col veleno, » rispose colui.
— Ben pensato! » disse un'altra voce; « così la mia vendetta sarà pienamente soddisfatta con una morte più lenta. Un'altra volta i signori baroni impareranno a non irritarla.
— Ho riconosciuto subito il figlio, appena l'ho veduto, » disse uno, che Bianca riconobbe per l'individuo che fissava Santa-Fè; « ma non mi rammento più la fisonomia di suo padre.
— Potete dire tutto quello che volete, » soggiunse un altro, « ma io scommetterei che quello non è il barone. Lo conosco bene quanto voi, giacchè io era uno di quelli che l'attaccarono coi nostri bravi colleghi che son periti.
— Che! forse non c'era anch'io? » disse il primo. « Vi assicuro che è il barone. Ma cosa importa che sia o non sia lui? Dovremo perciò lasciarci sfuggire questo bottino? non ci capitano tanto spesso sì fatte avventure. Quando si arrischia la ruota per frodare una pezza di raso, rompendosi il collo attraverso precipizi; quando svaligiamo un infelice viaggiatore, o qualche contrabbandiere nostro collega, che c'indennizzano appena della polvere che ci costano, ci lasceremo noi scappare questa ricca preda? Hanno seco denari ed oggetti di valore...
— Non è per questo, non è per questo, » disse il terzo; « prenderemo quel che troveremo. Ma, se è il barone, voglio dargli un colpo di più, in onore dei nostri bravi compagni che fece andare al patibolo.
— Sì, ciarlate quanto volete, io vi ripeto che il barone è di statura più alta.
— Maledette le vostre liti, » disse il secondo; « dovremo noi lasciarli partire sì o no? Ecco ciò che dobbiamo decidere. Se perdiamo ancora tempo, sospetteranno il nostro progetto, e se ne andranno subito. Siano pure quel che si vogliono, mi sembrano ricchi; hanno tanti servitori! Avete osservato il brillante che aveva il conte? ma ora lo ha nascosto, essendosi accorto ch'io lo guardavo.
— Sì, è bellissimo, e quel ritratto che pende al collo della giovine, contornato di diamanti?
— Convien dunque pensare ad assicurarsene, » dissero gli altri; « li avveleneremo; ma ricordiamoci che il loro seguito è composto di nove o dieci persone bene armate. Noi siamo in sei soli. Potremo attaccarne dieci a forza aperta? Diamo intanto il veleno, e poi penseremo al resto.
— Io vi consiglierò un altro mezzo più sicuro, » disse uno di coloro impazientemente; « sentite. »
Bianca, che ascoltava tal diverbio con orribile ambascia, non potè sentir più nulla, perchè coloro si parlarono sottovoce. La speranza di salvare il padre, Santa-Fè e tutto il seguito, se poteva raggiungerli subito, le somministrò all'improvviso forza novella, e si diresse di volo verso il corridoio. Il terrore e l'oscurità cospirarono allora contro di lei. Appena ebbe fatto qualche passo, urtò in un gradino, all'ingresso del corridoio, e cadde al suolo. I masnadieri si riscossero a tal rumore, e precipitaronsi immediatamente fuori per assicurarsi se ci fosse qualcuno che ascoltasse i loro discorsi. Bianca li vide avvicinarsi, e prima che potesse alzarsi, la presero per un braccio, la trascinarono nella stanza e le sue strida non servirono che a ricevere le più spaventose minacce. Consultarono su quel che dovevan fare di lei.
« Procuriamo prima di sapere ciò ch'essa ha inteso, » disse uno di loro. « Da quanto tempo eravate nel corridoio? Ed a far che? » le chiese colui.
— Assicuriamoci intanto di questo ritratto, » disse un altro, avvicinandosi a Bianca. « Bella signorina, con vostro permesso, questo gioiello è mio: datemelo, o ve lo prendo. »
Bianca, chiedendo misericordia, gli diè il medaglione, ed intanto un altro ladro l'interrogava con fiero cipiglio. La sua confusione ed il suo spavento spiegavano troppo chiaramente quel che la sua lingua non ardiva confessare. I briganti si guardarono con aria significante, e due di essi ritiraronsi in un canto, come per deliberare.
« Giur'al cielo! Sono brillanti di molto valore, » disse colui che guardava il medaglione; « anche il ritratto è bello: senza dubbio sarà quello di vostro marito, signora, che m'immagino debba essere il giovine cavaliere ch'era in vostra compagnia. »
Bianca, smarrita e disperata, lo scongiurava di aver pietà di lei: gli diè la sua borsa, e gli promise di tacere, se la riconduceva ai suoi compagni di viaggio; sorrideva egli ironicamente alle di lei parole, allorchè un rumore lontano fissò la di lui attenzione. Mentre ascoltava, afferrolla pel braccio con violenza, quasi temendo ch'ella volesse fuggire. Bianca gridò aiuto. Il rumore, avvicinandosi, scosse i banditi dalla loro irresolutezza.
« Siamo traditi, » dissero essi; « ma potrebbe darsi che fossero i nostri colleghi di ritorno dalla scorreria: in tal caso l'affare è fatto: ascoltiamo meglio. »
Una scarica in lontananza confermò la loro supposizione; ma il primo rumore si avvicinava sempre più: si udiva uno strepito d'armi, il fracasso di una zuffa, e qualche gemito che partiva dal fondo del corridoio. I briganti allora prepararono le armi: fu suonato un corno al di fuori; tre di essi lasciarono Bianca in custodia del quarto, ed uscirono a precipizio.
Intanto che Bianca, tremante e confusa, implorava pietà, riconobbe la voce di Santa-Fè, il quale comparve tutto coperto di sangue ed inseguito da alcuni banditi. Bianca non vide, non sentì più nulla, e cadde svenuta nelle braccia di chi la teneva.
Appena riacquistò l'uso de' sensi, riconobbe, all'incerta luce che vacillava intorno a lei, d'esser sempre nella medesima stanza. Restò alcun momento nell'incertezza e nello stupore. Un sordo gemito vicino a lei la fece memore di Santa-Fè, e dello stato in cui l'aveva veduto; allora alzandosi, si avanzò dalla parte d'onde veniva il sospiro. Non tardò molto a riconoscere, in un corpo steso sul pavimento, Santa-Fè pallido e sfigurato, che non poteva parlare. Aveva gli occhi chiusi, ed una delle sue mani, ch'ella prese nell'ambascia della disperazione, era bagnata di freddo sudore. Lo chiamò per nome, e gridò aiuto; qualcuno s'avvicina, un uomo entra: non era il conte; ma qual fu la di lei sorpresa, quando, supplicandolo di soccorrere Santa-Fè, riconobbe Lodovico! Ebbe egli appena tempo di riconoscerla; si occupò subito delle ferite del cavaliere, e giudicando che l'immensa perdita del sangue cagionava probabilmente la sua debolezza, corse a cercare acqua per lavargli le ferite e fasciargliele alla meglio.
Appena egli fu uscito, Bianca udì camminare, e vide entrare Villefort con una torcia nella mano sinistra, e la spada insanguinata nella destra, che, tutto anelante, chiamava impazientemente la figlia. Al suono di questa voce ben nota essa volò nelle di lui braccia. Il conte, lasciando cadere la spada, la strinse al seno con indicibil trasporto di gioia e stupore: le domandò di Santa-Fè, e lo vide per terra dando qualche segno di vita. Lodovico tornò di lì a poco ben provvisto d'acqua e di acquavite; gli applicò l'una alla bocca e l'altra alle tempie, e Bianca lo vide finalmente aprir gli occhi, domandando subito di lei. La gioia ch'essa provò in quel momento, fu subito sturbata da una nuova inquietudine: Lodovico dichiarò che bisognava senza ritardo trasportare il cavaliere.
« I banditi che sono di fuori erano aspettati, e se perdiamo tempo ci troveranno qui. Sanno benissimo che il suono del corno, ad un'ora così strana, è sempre il segnale d'un estremo pericolo, e l'eco di questi monti ne porta la voce a molta distanza. Li ho veduti tornare in consimili casi dalle falde del Melicante. Avete voi appostata una vedetta all'ingresso del forte?
— No, » disse il conte, « la mia gente è dispersa, e non so dove sia. Lodovico, va tosto a riunirla, ma abbi cura di te stesso, e ascolta se senti i muli. »
Lodovico uscì immediatamente, ed il conte riflettè al modo di trasportar Santa-Fè, il quale non avrebbe potuto sopportare il moto d'una mula, quand'anche fosse stato in grado di reggersi in sella.
Mentre il conte raccontava come i banditi fossero stati rinchiusi nella torre, Bianca osservò che era ferito anch'esso nel braccio sinistro; egli le rispose, sorridendo, quella ferita esser leggerissima. I servi, tranne due che furon lasciati alla porta della fortezza, comparvero allora tutti, preceduti da Lodovico.
« Mi pare, signore, » diss'egli, « di sentir venire de' muli dal fondo della valle, ma il mormorio del torrente m'impedisce di accertarmene; ho portato meco l'occorrente pel trasporto del signor cavaliere. »
Mostrò allora una gran pelle d'orso attaccata a due pertiche che formava una comoda lettiga, di cui si servivano i banditi per trasportare i loro feriti. Lodovico la spiegò, vi adattò sopra alcune pelli di capra per renderla più morbida, fasciò le ferite del cavaliere, ed avendovelo posato dolcemente, le due guide, prendendo le quattro estremità delle pertiche sulle spalle, s'incamminarono per andarsene insieme ai servitori del conte, alcuni dei quali erano stati leggermente feriti. Passando per la sala, udirono da lontano un tumulto orribile: Bianca ne fu molto allarmata.
« Non temete, » disse Lodovico, « son tutti quei birbanti chiusi nella torre.
— Mi sembra che atterrino la porta, » disse il conte.
— È impossibile, signore, » rispose Lodovico, « perchè la porta è di ferro. Noi non abbiamo nulla da temere: intanto io andrò avanti per osservar meglio se mai si ode o non si vede nulla. »
Tutti lo seguirono; dopo essere stati alcun poco in ascolto, non udirono altro che il mormorio del torrente, ed una fresca brezzolina che agitava i rami dell'antica quercia nel cortile. I viaggiatori videro allora con estremo piacere che cominciava a spuntar il giorno, e Lodovico, alla testa della comitiva, la fece scendere nella valle per un sentiero opposto a quello pel quale erano venuti colà.
« Evitiamo la strada, » diss'egli, « che hanno preso i banditi stamattina. »
I viaggiatori si trovarono ben presto in una strettissima valle: l'alba imbianchiva gradatamente i monti, e scopriva verdi praticelli che ricoprivan le falde delle rupi, sulle quali sorgevano le querce ed i lecci; la tempesta era cessata; l'aria del mattino e la vista di quella verzura, ancor più fresca per la pioggia della notte, rianimarono gli spiriti abbattuti della comitiva. Il sole sorse di lì a poco, e tutte le piante rosseggiarono in breve de' suoi raggi dorati; un resto di nebbia aggiravasi ancora in fondo alla valle, ma il vento la cacciava, ed a poco a poco il sole la fece sparir tutta. Dopo aver percorso una lega di cammino, Santa-Fè si querelò dell'eccessiva debolezza: sostarono per ristorarlo, e lasciar riposare i portatori. Lodovico si era munito, prima di partire, di qualche bottiglia di vino di Spagna, e ne distribuì a tutta la carovana; ma Santa-Fè non potè risentirne che un sollievo momentaneo. Una febbre ardentissima acquistò nuova forza per l'uso di questa bibita; egli non poteva nascondere i suoi orribili patimenti, nè astenersi dall'esprimere il desiderio impaziente di giungere all'osteria, in cui avevano prefisso di passar la notte precedente.
Mentre riposavano tutti all'ombra degli abeti, il conte pregò Lodovico di spiegargli brevemente in qual modo fosse sparito dall'appartamento del nord, come avesse potuto cadere nelle mani di quei banditi, e contribuito in una maniera così prodigiosa a salvarlo colla sua famiglia. Il conte gli attribuiva giustamente la loro salvezza. Lodovico accingevasi ad obbedirlo, ma un colpo di pistola sparato nella strada già da essi percorsa cagionando nuovi timori, obbligò i viaggiatori a rimettersi in cammino.
CAPITOLO LI
Emilia intanto provava la massima inquietudine sul destino di Valancourt. Teresa trovò finalmente una persona fidata da spedire al fattore, la quale s'impegnò di tornare il giorno dopo, e Emilia promise di trovarsi alla capanna di Teresa, che, divenuta zoppa, non poteva uscir di casa. Verso sera Emilia s'incamminò sola a quella parte con tetri presentimenti. L'ora già avanzata accresceva la sua malinconia. Era la fine dell'autunno; una densa nebbia nascondeva in parte la cima dei monti, e il vento freddo, che soffiava nei faggi, copriva la via delle ultime foglie ingiallite. La loro caduta, presagio della fine dell'anno, era l'immagine della desolazione del suo cuore, e sembrava predirle la morte di Valancourt: ne provò un presentimento sì forte, che fu più volte sul punto di tornare addietro. Non aveva forza bastante per andare incontro a cotest'orribile certezza; ma lottò contro la sua emozione e continuò ad avanzare.
Camminava mesta, ed i suoi occhi seguitavano il movimento delle masse vaporose che stendevansi all'orizzonte; considerava le fuggitive rondinelle, le quali, in balìa all'agitazione de' venti, ora scomparendo tra le nubi, ora aleggiando in atmosfere più tranquille, sembravano rappresentarle le afflizioni e le vicende, ond'essa era stata vittima. Aveva subìto i capricci della fortuna ed i turbini della sventura; aveva avuto qualche corto istante di calma. Ma come dare il nome di calma a ciò che non era se non la sospensione del dolore? Sfuggita ormai ai più crudeli pericoli, indipendente da' suoi tiranni, trovavasi padrona di una sostanza ragguardevole; avrebbe potuto con ragione aspettarsi di gustare la felicità; ma essa n'era più lungi che mai: sarebbesi accusata di debolezza e d'ingratitudine, se avesse sofferto che il sentimento dei beni che possedeva fosse soffocato da quello d'un solo infortunio, se questo però non avesse colpito che lei sola. Ma essa piangeva per Valancourt, e se anche egli vivesse, le lacrime della pietà si univano a quelle del rammarico, afflittissima che un uomo come lui fosse caduto nel vizio, e quindi nella miseria. La ragione e l'umanità reclamavano assieme le lacrime dell'amicizia, ed il suo coraggio non poteva separarle ancor da quelle dell'amore. Nel momento attuale però non la tormentava la certezza dei torti di Valancourt, bensì il timore della di lui morte; le pareva, per così dire, di essere la causa innocente di questa disgrazia. La sua inquietudine aumentava ad ogni passo, e quando vide da lontano la capanna, le mancò il coraggio di avvicinarsi e sedette sur un banco nel sentiero. Il vento che susurrava tra le frondi pareva alla sua rattristata immaginazione recar suoni queruli; ed anche negl'intervalli di calma credea udire ancora dolorosi accenti. Prestando maggior attenzione, si convinse dell'error suo, e le tenebre, divenute più folte per la prossima caduta del dì, l'avvertirono d'allontanarsi, e con passo vacillante giunse alla capanna. Traverso i vetri si vedea scintillare un buon fuoco, e Teresa, avendo veduto venire Emilia, stava sulla porta ad aspettarla.
« La sera è fredda assai, signorina, » le disse ella. « Vuol piovere, ed ho creduto che un buon fuoco non dovesse spiacervi. Sedete dunque vicino a me. »
Emilia la ringraziò della sua attenzione, e guardandola in volto, fu colpita dalla sua tristezza. Si gettò sulla sedia, incapace di parlare, e la di lei fisonomia esprimeva tanta disperazione, che Teresa ne comprese il motivo, eppure taceva.
« Ah! » sclamò finalmente Emilia; « è inutile che me lo diciate. Il vostro silenzio, i vostri sguardi parlano abbastanza; egli è morto.
— Oimè! mia cara padrona, » rispose Teresa colle lacrime agli occhi, « questo mondo è pieno di affanni. I ricchi ne hanno la lor dose come i poveri; ma procuriamo di sopportare in pace il carico che ci manda il cielo.
— Egli è dunque morto? » interruppe Emilia. « Ah! Valancourt è morto!
— Orribil giorno! Io ne temo, » soggiunse Teresa.
— Lo temete soltanto? »
— Sì, signorina, lo temo. Nè il fattore, nè verun'altra persona ha sentito più parlare di lui a Estuvière, dacchè è partito per la Linguadoca. Suo fratello ne è afflittissimo. Egli dice che scrive sempre esattamente, ma che non ha ricevuto veruna lettera da lui dopo la sua partenza: doveva esser già di ritorno da tre settimane: non ha scritto, non è tornato, e si teme che gli sia accaduta qualche disgrazia. Oimè! io non credeva di viver tanto da dover piangere la sua morte. Io son vecchia, e poteva morire senza dispiacere; mentre lui... »
Emilia, quasi moribonda, chiese un po' d'acqua: Teresa, spaventata, affrettossi a soccorrerla, e mentre le porgeva l'acqua, continuò: « Cara signorina, non vi affliggete tanto; il cavaliere può essere sano e salvo. Speriamo!
— Oh! no, non posso sperare, » disse Emilia. « Io so circostanze che mi piombano anzi nella disperazione; ma or mi sento meglio, e posso ascoltarvi: dettagliatemi tutto quel che avete saputo.
— Aspettate d'esservi rimessa, signorina; mi sembra che stiate sì male!
— Oh! no, Teresa, ditemi tutto intanto che posso ascoltarvi, ditemi tutto, ve ne scongiuro.
— Ebbene, » rispose Teresa, « vi acconsento. Il fattore ha detto pochissimo. Riccardo pretende ch'egli parlasse con molto riserbo del signor Valancourt. Quel ch'egli ha saputo, gli fu confidato da Gabriello, uno dei servitori del conte, che disse essergli stato confidato da un amico del suo padrone. Dice dunque che Gabriello e tutti i servitori erano in gran pena pel signor Valancourt; ch'esso era un giovine così buono così amabile, e che lo amavano tutti come loro fratello; che non comandava imperiosamente, come tanti altri signori; che perciò era molto rispettato, e che la servitù l'obbediva volentieri al primo cenno per paura di spiacergli. Il signor conte stava in gran pena pel cavaliere, quantunque fosse andato in collera con lui ultimamente. Gabriello dice aver saputo che il signor Valancourt aveva fatte pazzie a Parigi; che aveva spesi molti denari, ed era stato perfino messo in prigione. Che il signor conte ricusava di liberarnelo, pretendendo ch'egli meritasse un tal castigo. Appena il vecchio Gregorio il cantiniere ne fu informato, fece fare un bastone a punta ferrata per andar a piedi a Parigi a trovare il padroncino; quando furono avvertiti che il signor Valancourt era di ritorno. Oh! qual gioia al suo arrivo! egli era però molto cambiato. Il conte lo ricevè freddamente, ed era afflitto. Il cavaliere partì immediatamente per la Linguadoca; e da quel momento, disse Gabriello, non se n'è saputo più nulla. »
Teresa tacque; Emilia sospirava, nè ardiva sollevar gli occhi da terra. Dopo una lunghissima pausa, sclamò: « Oh! Valancourt, tu sei perduto, e perduto per sempre. E son io, son io che ti diedi la morte. »
Quelle parole, quegli accenti disperati allarmarono la povera Teresa, la quale temè che quel colpo terribile non avesse alterata la ragione di Emilia.
« Mia cara padrona, calmatevi, » diss'ella; « non dite di queste cose: è impossibile che voi abbiate potuto uccidere il signor Valancourt. »
Emilia non le rispose che con un gran sospiro.
« O mia cara signorina, » ripigliò Teresa, « il cuore mi si spezza vedendovi in tale stato, cogli sguardi fissi, pallida in volto, e sì afflitta. Mi spaventa il vedervi così. » Emilia non apriva bocca, e non parea udir nulla. « E d'altra parte, madamigella, » soggiunse la vecchia, « il signor Valancourt può essere sano ed allegro, malgrado quanto sappiam noi. »
A tal nome, la fanciulla alzò gli occhi e guardolla con occhi smarriti, come se avesse cercato di capirla.
« Sì, cara padroncina, » ripigliò Teresa ingannandosi sulla di lei intenzione, « il signor Valancourt può essere sano ed allegro. »
Alla ripetizione di quest'ultime parole, Emilia ne comprese il senso; ma invece di produrre l'effetto che ne aspettava Teresa, parvero soltanto raddoppiare il suo dolore: si alzò bruscamente, e percorse la cameretta a veloci passi, battendo palma a palma e singhiozzando. Mentre passeggiava così il suono dolce e sostenuto d'un oboè o flauto si mescolò alla bufera. La sua dolcezza colpì Emilia; sostò tutta attenta: i suoni recati dal vento si perdettero in una raffica più forte; ma il loro accento querulo le commosse il cuore, ed ella si strusse in lagrime.
« Oh! » sclamò Teresa, tergendo le lagrime; « è Riccardo il figlio del vicino che suona il suo strumento; è una musica malinconica. »
Emilia continuava a piangere.
« Egli suona spesso alla sera, » continuò la vecchia, « e fa ballare la gioventù. Ma, signorina, non piangete così. Venite qui vicino al fuoco che, fa freddo, e bevete un bicchier di vino per ristorarvi. »
Ed accomodatale una sedia al camino, andò a cavar dalla credenza un fiasco.
« Questo non è un vino ordinario, » soggiunse; « è del migliore di Linguadoca, e l'ultimo de' sei fiaschi che mi regalò il signor Valancourt quando partì per Parigi. Io non lo bevo mai senza pensare a lui, e alle sue parole piene di bontà nell'atto di consegnarmelo. Teresa, mi diss'egli, voi non siete più giovine; tratto tratto dovreste bere un bicchier di vino. Io ve ne manderò qualche altro fiasco, e bevendolo ricordatevi di me, vostro amico. Sì, furon queste le sue parole: Di me, vostro amico! » Emilia continuava a camminar per la stanza, senza badare alle parole di Teresa, la quale continuò: « Mi son sempre ricordata di lui; povero giovine! Egli mi donò questo ricetto e sostenne la mia vecchiaia. Ah! se è vero che sia morto, sarà in paradiso col mio rispettabile padrone. »
Qui si mise a piangere, e depose il fiasco. Il suo dolore rinnovò quello di Emilia, che si avvicinò a lei, e guardolla attentamente come oppressa dalla riflessione ch'essa piangeva per Valancourt. La buona vecchia però, asciugando le lagrime, si fece coraggio, e le disse:
« Per carità non v'affliggete di più; prendete, di grazia, un sorso di questo vino. Gustatelo per l'amor del signor Valancourt, che me lo ha regalato, come vi dissi. »
La mano d'Emilia, che aveva preso il bicchiere, tremò, e sparse il liquore nel ritirarlo dalle labbra.
« Per l'amore di chi? » sclamò ella; « chi vi ha dato questo vino?
— Il signor Valancourt, cara padroncina; sapea io che vi farebbe piacere; è l'ultimo mio fiasco. »
La fanciulla depose il bicchiere sulla tavola, proruppe nuovamente in un dirotto pianto, e Teresa, sconcertata e dolente, procurò di consolarla. Emilia le fe' cenno colla mano, che desiderava restar sola, e pianse sempre più forte. Un lieve colpo battuto alla porta non permise alla vecchia di lasciarla al momento. Emilia la pregò di non aprire a nessuno; ma pensando poi che poteva essere Filippo, il suo servitore, procurò di tergere il pianto, e Teresa andò ad aprire.
La voce ch'ella intese attirò tutta la di lei attenzione: tese l'orecchio, volse gli occhi verso la porta, una persona comparve, e la fiamma del fuoco le fe' riconoscere... Valancourt!...
Nel vederlo, si scosse da capo a piedi, tremò, e perdendo l'uso dei sensi non vide più nulla. Un grido di Teresa annunziò che anche lei aveva riconosciuto il giovane. L'oscurità, sul primo momento, non aveale permesso di distinguerlo. Egli cessò di occuparsi di lei, vedendo cadere una persona dalla sedia vicino al fuoco. Volò a soccorrerla, e s'avvide di sostenere Emilia. La commozione che provò per l'inaspettato incontro, ritrovando colei da cui si credeva diviso per sempre, tenendola pallida e svenuta fra le sue braccia, è più facile ad immaginare che a descrivere! Sarà egualmente facile figurarsi ciò che provò Emilia, allorchè riaprendo gli occhi, rivide Valancourt. L'espressione inquieta colla quale la considerava, si cambiò tosto in un misto di gioia e tenerezza. Allorchè i suoi occhi s'incontrarono in quelli di lei, e che la vide in procinto di rinvenire, potè esclamare appena: Emilia! ma essa, volgendo altrove gli sguardi, fece un debole sforzo per ritirare la mano. Nei primi momenti che succedettero alle angosce dolorose, cagionate dall'idea della sua morte, Emilia obbliò tutti i falli dell'amante: lo rivide qual era nel momento in cui meritava il suo amore, ne risentì altro che gioia e tenerezza; ma oimè! fu un'illusione passaggiera! Le di lei riflessioni s'innalzarono nuovamente, come tante nubi sull'orizzonte, ad oscurare l'immagine lusinghiera che inebriava il suo cuore. Rivide allora Valancourt degradato in faccia alla società, indegno ormai della sua stima e tenerezza. Le mancò la forza, ritirò la mano, e si volse dalla parte opposta per nascondere il suo dolore. Il giovane, più agitato ed imbarazzato di lei, se ne stava muto e dolente.
Il sentimento di quanto doveva a sè stessa, trattenne le sue lagrime, e le insegnò a dissimulare parte della gioia e del dolore, che facevano il più fiero contrasto nel fondo del suo cuore. Si alzò, ringraziollo della sua attenzione, salutò Teresa, e volle andarsene. Valancourt, svegliato come da un sogno, la supplicò umilmente di accordargli un momento d'attenzione. Il cuore d'Emilia perorava forte in favor suo; ma ebbe il coraggio di resistere, e non badando neppure alle suppliche di Teresa, che la pregava di non esporsi sola in tempo di notte, aveva già aperta la porta; ma la pioggia dirotta l'obbligò a rientrare.
Muta, interdetta, tornò vicino al fuoco. Valancourt, inquieto, turbato, camminava a gran passi per la stanza, come se avesse temuto e desiderato di parlare. Teresa esprimeva senza ritegno la gioia e la sorpresa che le cagionava il suo arrivo.
« Oh! mio caro benefattore, » diceva essa, « io non sono mai stata così contenta come in questo punto. Poco fa eravamo immerse ambedue nella massima afflizione per causa vostra; credendo che foste morto, parlavamo di voi, e piangevamo insieme; in quella appunto bussaste alla porta: la mia cara padrona versava calde lagrime. »
Emilia guardò Teresa in atto di disapprovazione; ma, prima ch'ella potesse parlargli, Valancourt, incapace di contenersi ulteriormente, esclamò:
« Mia Emilia, vi son io dunque tuttavia caro? Voi mi onorate d'un pensiero, d'una lagrima! O cielo! Voi piangete, anche adesso piangete!
— Signore, » disse Emilia, procurando di frenare il pianto, « Teresa ha ben ragione di ricordarsi di voi con gratitudine. Ella era afflittissima di non aver avuto vostre notizie: permettetemi che vi ringrazi anch'io di tutte le bontà di cui la colmaste. Ora son tornata, e spetta a me di averne cura.
— Emilia, » le disse Valancourt, non sapendo più contenersi, « così accogliete voi colui che già una volta volevate onorare della vostra mano, colui che vi ha amata tanto, e che tanto ha sofferto per voi? Ma che potrò io allegare in mia difesa? Perdonatemi, signora, perdonatemi, non so più quel che mi dica: non ho più diritto ai vostri pensieri: ho perduto tutti i miei titoli alla vostra stima e al vostro amore. Sì, ma non oblierò mai d'averli posseduti un tempo; la certezza di averli perduti, forma ora la mia più crudele disperazione, il mio maggior tormento.
— Ah! mio caro signore, » disse Teresa prevedendo la risposta di Emilia, « voi parlate di aver già posseduto i suoi affetti... Anche adesso, sì, anche adesso, la mia padrona vi preferisce al mondo intiero, quantunque non voglia confessarlo.
— Ciò è veramente insopportabile, » disse Emilia. « Teresa, voi non sapete che cosa vi dite. Signore, se avete qualche riguardo, alla mia tranquillità, spero non vorrete prolungare questo momento doloroso.
— Io la rispetto troppo per turbarla volontariamente, » rispose Valancourt, il cui orgoglio lottava allora colla tenerezza; « non mi renderò volontariamente importuno. Vi aveva chiesto qualche istante d'attenzione, ma a che mi gioverebbe? Raccontandovi i miei affanni, non farei che avvilirmi vie maggiormente, senza eccitare la vostra pietà. Sappiate però, Emilia, che fui, e sono ben disgraziato! »
La sua voce vacillante divenne allora l'accento del dolore. Volse uno sguardo disperato alla giovine, e s'accinse a partire.
« Come! » soggiunse Teresa, « volete uscire con questa pioggia! No, no, il mio caro benefattore non deve allontanarsi in questo momento. Mio Dio! Quanto son pazzi i grandi di respingere così la loro felicità! Se foste povera gente, a quest'ora sarebbe già tutto finito. Parlare d'indegnità, dire che non vi amate più, quando in tutta la provincia non vi son due cuori più teneri o, a dir meglio, due persone che si amino tanto come voi due! »
Emilia, oppressa da inesprimibile ambascia, si alzò e disse: « Non piove più, voglio andarmene.
— Restate, Emilia, restate, signorina, » rispose Valancourt, armandosi di tutta la sua risoluzione, « non vi affliggerò vie più colla mia presenza. Perdonatemi se non ho obbedito più presto. Se lo potete, compiangete colui che vi perde, e perde così ogni speranza di riposo. Possiate esser felice, sebbene io rimarrò eternamente infelice, possiate essere felice quant'io ve lo desidero con tutto il cuore. »
Gli mancò la voce a queste ultime parole, impallidì, gettò su di lei uno sguardo di tenerezza e dolore inesprimibili, e fuggì precipitosamente.
« Caro signore! Mio benefattore! » gridò Teresa seguendolo alla porta. « Signor Valancourt! Come piove! Che notte burrascosa per lasciarlo andar via! egli morrà sicuramente dal dolore e dall'affanno. Cara signora Emilia, quanto siete incostante! poco fa piangevate la sua morte, ed ora lo scacciate così barbaramente! »
La fanciulla non rispose, e non udiva quel che diceva colei. Assorta nel suo dolore e nelle sue riflessioni, restava seduta cogli occhi fissi sul fuoco, e l'imagine del giovane presente al pensiero.
« Il signor Valancourt è molto cambiato, signora; com'è dimagrato! come afflitto! Eppoi ha il braccio fasciato. »
Emilia alzò gli occhi; non aveva osservata quest'ultima circostanza. Non dubitò più allora che Valancourt non fosse stato ferito dal giardiniere. A tal convinzione tutta la sua pietà si riaccese, e si rimproverò d'averlo lasciato partire con un tempo così cattivo.
Poco dopo vennero a prenderla in carrozza. Emilia sgridò Teresa per le cose irriflessive dette al Valancourt, le ordinò espressamente di non fare mai più certi discorsi, e se ne tornò al castello pensierosa ed afflitta.
Valancourt, intanto, era rientrato nell'osteria del villaggio, ove aveva preso alloggio pochi momenti soltanto prima d'andare a visitar Teresa. Veniva a Tolosa e recavasi al castello del conte di Duverney. Non eravi più tornato dopo la sua separazione da Emilia a Blangy. Era rimasto qualche tempo nelle vicinanze d'un luogo ove abitava l'oggetto più caro al suo cuore. V'erano momenti in cui il dolore e la disperazione lo stringevano a ricomparire innanzi ad Emilia, e rinnovare le istanze a dispetto delle sue sciagure. Una nobil fierezza però, la tenerezza del suo amore, che non poteva acconsentire ad avvolgerla nei suoi infortuni, avevano finalmente trionfato della passione. Ritornando in Guascogna, era passato da Tolosa, e vi si trovava allorchè vi giunse Emilia. Andava a nascondere ed alimentare la sua dolorosa mestizia in quel medesimo giardino nel quale aveva passato presso di lei momenti così felici. Volendo aver la consolazione di rivederla ancor una volta, e ritrovarsi vicino a lei, passeggiava una sera nel parco, quando il giardiniere, prendendolo per un ladro, gli tirò una schioppettata, e lo ferì in un braccio. Questo caso l'aveva trattenuto a Tolosa per farsi curare: là, senza premura per sè medesimo, senza riguardi pe' parenti, la cui fredda accoglienza al suo ritorno da Parigi l'aveva scoraggito, non aveva informato nessuno della sua situazione. Ritrovandosi in istato di viaggiare, tornava ad Estuvière, passando per la valle; sperava di aver colà notizie d'Emilia; voleva trovarsi vicino a lei; desiderava anche informarsene dalla vecchia Teresa, e credeva in fine, che, nella di lui assenza, l'avrebbero privata della sua pensione. Tutti questi motivi lo avevano dunque condotto alla capanna di Teresa dove aveva incontrato Emilia.
Quella conferenza inaspettata avevagli dimostrato a un tempo tutta la tenerezza dell'amore di Emilia, e tutta la fermezza della di lei risoluzione. La sua disperazione erasi rinnovata con maggior forza, e non eravi considerazione bastante per acquietarlo. L'immagine di Emilia, la di lei voce ed i suoi sguardi, si presentavano incessantemente alla di lui fantasia, e qualunque sentimento era bandito dal suo cuore, eccettuato la disperazione e l'amore. Un'ora prima della mezzanotte ritornò da Teresa per sentir parlar di Emilia e trovarsi ancora nel luogo già da lei occupato. La gioia che provò ed espresse quella povera vecchia, si cangiò presto in tristezza, allorchè ebbe osservato i di lui sguardi smarriti e la profonda malinconia che l'opprimeva. Dopo avere ascoltato attentamente tutto quel ch'essa poteva dirgli intorno ad Emilia, le regalò tutto il denaro che aveva indosso, quantunque ella si ostinasse a ricusarlo, e l'assicurasse che la sua padrona aveva provveduto ai di lei bisogni. Le consegnò anche un anello di valore, incaricandola espressamente di presentarlo a Emilia. La faceva pregare d'accordargli quest'ultimo favore di conservarlo per amor suo, e rammentarsi qualche volta, nel guardarlo, dell'infelice Valancourt che glielo inviava.
Teresa pianse nel riceverlo, ma più per tenerezza, che per l'effetto di alcun presentimento. Prima ch'ella potesse rispondere, Valancourt era già partito; corse sulla porta a chiamarlo, supplicandolo di tornare indietro, ma non n'ebbe alcuna risposta, e non lo vide più.