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I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 cover

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4

Chapter 16: CAPITOLO LII
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About This Book

A young woman, orphaned and vulnerable, faces legal and emotional jeopardy after her father's death; separated from her beloved, she endures manipulative guardianship and confinement in a remote, decaying castle where strange events and hidden documents prompt fear and investigation. The narrative alternates intense landscape depiction and suspenseful interior scenes, blending apparent supernatural occurrences with eventual rational explanations, while tracing the heroine's moral steadiness, romantic hopes, and efforts to reclaim autonomy and property amid secrets, betrayals, and a pervasive Gothic atmosphere.

CAPITOLO LII

La mattina di poi, Emilia, nel gabinetto contiguo alla biblioteca, rifletteva alla scena della sera precedente, allorquando Annetta entrò anelante, ed abbandonossi senza fiato su d'una sedia. Passarono alcuni minuti prima che potesse rispondere alle interrogazioni di Emilia; finalmente esclamò:

« Ho veduto la sua ombra, signorina, sì, ho veduto la sua ombra!

— Che vuoi tu dire? » disse Emilia con impazienza.

— Egli è uscito dal cortile, mentr'io traversava il salotto.

— Ma di chi parli? » ripetè Emilia; « chi è uscito dal cortile?

— Era vestito come lo vidi le centinaia di volte. Ah! chi l'avrebbe mai creduto? »

Emilia, annoiata da quelle ciarle insipide, si accingeva a rimproverarle la sua ridicola credulità, quando un servo venne a dirle che un forestiero chiedeva di parlarle.

Emilia, immaginandosi allora che il forestiere fosse Valancourt, rispose essere occupata, e non voler veder nessuno. Il servo tornò subito dopo dicendo che il forestiere aveva cose importantissime da comunicarle. Annetta, rimasta fin allora muta e stupefatta, si scosse, e sclamò: « Sì, è Lodovico! sì, è Lodovico. »

E corse fuor dal gabinetto. Emilia ordinò al servitore di seguirla, e, se era realmente Lodovico, di farlo entrare sul momento.

Poco dopo, comparve l'Italiano accompagnato da Annetta, a cui l'allegrezza faceva obliare tutte le convenienze, e non voleva parlar altro che lei. Emilia esternò la sua sorpresa e soddisfazione nel vederlo. La sua prima emozione crebbe allorchè aprì le lettere del conte di Villefort e Bianca, che l'informavano della loro avventura e della situazione loro in un'osteria alle falde de' Pirenei, ov'erano stati trattenuti dallo stato di Santa-Fè e dall'indisposizione di Bianca. Quest'ultima aggiungeva che il barone era arrivato, che avrebbe ricondotto il figlio al suo castello, finchè fosse guarito dalle sue ferite, e ch'essa con suo padre continuerebbero il viaggio per la Linguadoca, e sarebbero passati dalla valle, proponendosi di esservi il giorno seguente. Essa pregava Emilia di trovarsi alle sue nozze, e d'accompagnarli al castello di Blangy; lasciava poi a Lodovico la cura di raccontare egli stesso le sue avventure. Emilia, sebben premurosa di conoscere in qual modo fosse sparito dall'appartamento del nord, nondimeno volle sospendere questa soddisfazione finchè non si fosse rifocillato, ed avesse parlato a lungo colla sua Annetta, la cui gioia non sarebbe stata così stravagante se fosse risorto dalla tomba.

Emilia, intanto, rileggeva le lettere de' suoi amici. L'espressione della stima e dell'affetto loro, era in quel momento un vero balsamo nel suo povero cuore piagato. La sua tristezza, i suoi affanni, avevano acquistato nell'ultimo colloquio una nuova amarezza.

L'invito di recarsi a Blangy era fatto dal conte e dalla figlia colle più tenere espressioni. Anche la contessa ne la sollecitava. L'occasione n'era sì importante per l'amica sua, che Emilia non potea ricusarvisi. Avrebbe desiderato non abbandonare le placide ombre della sua dimora, ma sentiva la sconvenienza di restarvi sola mentre Valancourt trattenevasi ancora nelle vicinanze, oltrechè rifletteva che la società e la varietà degli oggetti sarebbero riuscite a tranquillare il suo spirito meglio della solitudine.

Quando Lodovico ritornò nel gabinetto, lo pregò di raccontarle dettagliatamente le sue avventure, e spiegarle per qual caso abitasse co' banditi in mezzo ai quali lo aveva trovato il conte.

Egli obbedì. Annetta, la quale, in mezzo alle sue tante ciarle, non aveva avuto il tempo di parlargliene, si accinse ad ascoltare con ardente curiosità. Ricordò prima alla padroncina e l'incredulità da lei dimostrata ad Udolfo a proposito degli spiriti, e la propria saggezza credendovi invece sì forte. Emilia arrossì suo malgrado pensando alla fede prestata ultimamente; notò soltanto che se l'avventura di Lodovico avesse potuto giustificare la superstizione d'Annetta, e' non sarebbe là a narrargliela.

Il giovane sorrise, inchinossi e cominciò in questi termini:

« Vi rammenterete, o signora, che il signor conte ed il signor Enrico m'accompagnarono nell'appartamento del nord. Per tutto il tempo che vi rimasero non si presentò nulla di allarmante: appena furono partiti, accesi un buon fuoco nella camera, e sedetti presso al camino; aveva portato un libro per distrarmi, e confesso che tratto tratto io guardava qua e là con un sentimento simile alla paura. Molte volte, quando il vento soffiava con violenza, scuotendo le finestre, m'immaginai di udire rumori molto strani; anzi una volta o due mi alzai, ed osservando da per tutto non vidi altro che le grottesche figure dei parati, le quali pareva mi facessero boccacce. Passai così più di un'ora, e poi mi parve udir rumore, esaminai di nuovo la camera, e non vedendo nulla, ripresi il libro. Quando l'istoria fu finita, mi assopii. D'improvviso fui svegliato dal rumore che aveva già inteso; esso pareva venire dalla parte del letto. Io non so se l'istoria che aveva letta mi avesse alterata la fantasia, o se mi venissero in mente tutte le ciarle che si facevano su quell'appartamento; ma so bene che, guardando il letto, mi parve vedere la faccia d'un uomo fra le cortine. »

A tai parole, Emilia fremè e divenne inquieta ricordandosi lo spettacolo veduto colà da lei e dalla vecchia Dorotea. « Vi confesso, signorina, » continuò Lodovico, « che mi si agghiacciò il cuore. Il medesimo rumore risvegliò di nuovo la mia attenzione: distinsi lo scricchiolio d'una chiave che girava in una serratura, e quel che mi sorprendeva di più era il non vedere alcuna porta d'onde potesse provenire quel suono. Un istante dopo il cortinaggio del letto fu alzato lentamente, e comparve una persona: essa usciva da una porticina nel muro. Restò un momento nella medesima attitudine, col resto del volto nascosto dal lembo della tappezzeria, cosicchè non vedeasi altro che i suoi occhi. Quando sollevò il capo, vidi di dietro a lei la figura d'un altro uomo, che guardava per disopra le spalle del primo. Non so come andasse la faccenda: la mia spada era sul tavolino, ma non ebbi la presenza di spirito d'impugnarla: restai zitto e cheto a considerarli cogli occhi mezzo chiusi, affinchè mi credessero addormentato. Suppongo che realmente ne fossero persuasi; li udii concertarsi, e restarono in quella posizione per lo spazio di circa un minuto; allora credetti vedere altre teste nell'apertura della porta, ed intesi parlar più forte.

— Questa porticina mi sorprende; » interruppe Emilia; « mi fu detto che il conte avea fatto levar tutte le cortine ed esaminar le pareti, credendo che celassero qualche andito pel quale fosse partito.

— Non mi par tanto straordinario, signorina, che quell'usciuolo abbia potuto sfuggire agli sguardi; esso è praticato in una parete sottile che sembra far parte del muro esteriore, per cui quand'anco il signor conte l'avesse osservato, non avrebbe badato ad una porta colla quale nessun passaggio parea dovesse comunicare. Fatto sta che il passaggio era nella grossezza del muro. Ma, per tornare agli uomini ch'io distingueva confusamente nello sfondo della porticina, ei non mi lasciarono a lungo in sospeso; precipitaronsi nella camera e mi circondarono: io aveva presa la spada, ma che poteva fare un uomo contro quattro? Fui ben presto disarmato; mi legarono le braccia, e postomi un bavaglio in bocca, mi trascinarono nell'andito. Prima di partire però lasciarono la mia spada sul tavolino, per soccorrere, dicevano essi, coloro che venissero al par di me, a combattere gli spiriti. Mi fecero traversare parecchi corridoi strettissimi formati nella grossezza del muro, e dopo avere sceso molti gradini, giungemmo ad una vôlta sotto il castello. Aprirono un uscio di pietra, ch'io credeva far parte del muro; percorremmo un lunghissimo passaggio scavato nel masso; un'altra porta ci condusse ad un sotterraneo, e finalmente, dopo qualche intervallo, mi trovai sul lido del mare appiè delle rupi stesse, sulle quali sorge il castello: trovammo una barca che aspettava quei birbanti; mi vi trascinarono, e andammo a bordo d'un piccolo bastimento ancorato a poca distanza. Quando fui là dentro, due de' miei compagni restarono con me; gli altri ricondussero la barca, ed il bastimento si mise alla vela. Compresi allora il significato di tutto ciò, e che cosa facessero quella gente al castello. Sbarcammo al Rossiglione: dopo qualche giorno, i loro compagni vennero dalle montagne, e mi condussero nel forte in cui mi trovava quando giunse il signor conte. Avean cura d'invigilarmi, ed anzi m'aveano bendati gli occhi per condurmivi; ma anche senza questa precauzione, credo mi sarebbe stato assai difficile ritrovar la strada per quell'aspra contrada. Appena fui colà, mi tenevano come un prigioniero: non poteva mai uscire senza due o tre de' miei compagni, ed era sì stanco della vita, che andava studiando il modo di terminare la mia miserabile esistenza.

— Ma però vi lasciavan parlare, » disse Annetta; « non vi mettevan più il bavaglio. Non capisco perchè eravate sì stanco di vivere, senza parlare della probabilità che avevate di rivedermi. »

Lodovico sorrise, siccome anche Emilia, la quale gli domandò per qual motivo quegli uomini l'avessero rapito.

« Mi accorsi tosto, » ripigliò egli, « che coloro erano pirati, i quali da molti anni nascondevano il loro bottino nei sotterranei del castello, che, essendo vicino al mare, conveniva perfettamente ai loro disegni. Onde non essere scoperti avevano adoperato ogni mezzo per far credere che il castello era frequentato dagli spiriti e dalle ombre, ed avendo scoperto la via segreta, la quale conduceva all'appartamento del nord, che dopo la morte della marchesa stava sempre chiuso, non fu lor difficile riuscirvi. La custode e suo marito, le uniche persone che abitassero nel castello, spaventati oltremodo dagli strani rumori che udivano, ricusarono di soggiornarvi più a lungo. Allora tutto il paese credè facilmente che il castello fosse abitato da' folletti, tanto più che la marchesa era morta in una maniera molto strana, e che il marchese da quel punto non eravi più tornato.

— Ma, » disse Emilia, « perchè mai que' pirati non si contentavano della cava, e perchè stimavan necessario deporre i loro furti nel castello?

— La cava, madamigella, stava aperta a tutti, » ripigliò il giovane, « ed i loro tesori sarebbero stati in breve scoperti. Ne' sotterranei invece erano sicuri, finchè il castello incutesse terrore. E' parve che i pirati vi recassero a mezzanotte le prese fatte per mare, e ve le tenessero, finchè potessero venderle vantaggiosamente. Erano essi intimamente collegati co' contrabbandieri e banditi che vivono ne' Pirenei, e vi fanno un traffico inesprimibile. Io restai dunque con questa banda di malandrini fino all'arrivo del signor conte. Non oblierò giammai la pena che sentii nel vederlo; quasi lo tenni perduto. Io sapeva che se mi faceva conoscere, i banditi avrebbero scoperto il suo nome, e probabilmente ci avrebbero ammazzati, tutti, per impedire ch'egli scoprisse il loro segreto, come proprietario di Blangy. Evitai la vista del signor conte, e invigilai sui briganti, risoluto, se progettassero qualche violenza, di mostrarmi, e combattere per la vita del mio padrone. Non tardai a sentir macchinare una trama infernale; si trattava di una strage generale. Mi arrischiai a farmi conoscere alla gente del conte; narrai quanto si progettava, e ci concertammo insieme. Il signor conte, allarmato per l'assenza della figlia, domandò dove fosse. I banditi non lo soddisfecero. Il mio padrone e Santa-Fè divennero furiosi. Pensando allora ch'era tempo di mostrarci, ci lanciammo nella stanza ov'era preparata la cena, gridando: Tradimento! Signor conte difendetevi. Il conte ed il cavaliere sguainarono la spada sul momento; la zuffa fu ostinata, ma in fine noi restammo vincitori, come avrete sentito nella lettera del mio padrone.

— È un'avventura singolare, » disse Emilia; « certamente, Lodovico, la vostra prudenza ed intrepidezza meritano molti elogi. Vi sono però varie circostanze relative all'appartamento del nord, ch'io non comprendo ancora, e che voi forse sarete in grado di decifrarmi. Avete mai udito raccontare dai banditi i pretesi prodigi che operavano in quel luogo?

— No, signorina, » rispose Lodovico; « non li intesi parlarne mai: una volta sola li udii ridere della vecchia custode, che quasi quasi stette per sorprendere uno dei pirati. Fu dopo l'arrivo del conte, e colui che fece la burla ne ridea a crepapelle. »

Emilia arrossì, e pregò Lodovico di raccontargli dettagliatamente quanto sapeva.

« Ebbene, » diss'egli, « una notte che colui trovavasi nella camera da letto, udì gente nel salotto contiguo, e credendo non aver il tempo d'alzare il parato ed aprir la porta, si nascose nel letto, e vi restò per qualche tempo, credo io, molto intimorito.

— Come lo foste voi, » interruppe Annetta, « quando aveste l'ardire di passarvi la notte.

— Sì, » rispose Lodovico, « appunto così. La custode si avvicinò al letto con un'altra donna. Temendo allora di essere scoperto, pensò che il solo mezzo per salvarsi fosse quello di far loro paura. Alzò dunque leggermente il trapunto; ma il suo piano non riuscì, se non quando ebbe mostrata la testa; allora esse fuggirono, ci diss'egli, come se avessero veduto il diavolo, ed il birbante se ne andò tranquillamente. »

Emilia non potè trattenersi dal ridere a questa spiegazione. Comprese l'incidente che l'aveva tanto impaurita, e fu sorpresa di averne sofferto tanto; ma considerò quindi, che appena lo spirito cede alla debolezza della superstizione, qualunque inezia basta a fare la massima impressione. Rammentandosi però la musica misteriosa che si sentiva verso mezzanotte al castello di Blangy, domandò a Lodovico se per caso ne avesse saputo nulla, ma egli non potè darne veruna spiegazione.

« So per altro, signorina, » aggiunse, « che i pirati non vi hanno parte; so che ne ridono, e dicono che il diavolo è senza dubbio alleato con loro.

— Scommetterei che hanno ragione, » disse Annetta sempre con volto ilare. « Ho sempre creduto che lui e gli spiriti fossero gli abitanti di quell'appartamento; vedete dunque, signorina, che non m'ingannava.

— Non si può negare che lo spirito maligno non v'abbia una estrema influenza, » disse Emilia sorridendo: « ma stupisco che i pirati persistessero nella loro condotta; dopo l'arrivo del conte, egli è certo che prima o poi dovevano essere scoperti.

— Ho motivo di credere, » rispose Lodovico, « ch'essi non contassero seguitare che il tempo necessario per mettere in salvo i loro tesori. Pare che se ne occupassero subito dopo l'arrivo del conte; ma non potevano lavorare che poche ore della notte, e quando mi presero, la vôlta era già mezzo vuota. Conveniva loro d'altronde di confermare tutte le superstizioni relative all'appartamento, nel quale ebbero la maggior premura di lasciar tutto al suo posto per meglio mantener l'errore. Spesso, celiando fra loro, si figuravano la costernazione degli abitanti di Blangy per la mia scomparsa. A datare da quel momento si credettero padroni assoluti del castello. Seppi però che una notte, malgrado le loro precauzioni, si scopersero quasi da sè. Andavano, secondo il solito, a ripetere i sordi gemiti che facevano tanta paura alle serve. Mentre stavano per aprire, udirono voci nella camera da letto; il signor conte mi disse che vi stava lui stesso col signor Enrico: udirono ambidue strani lamenti, opera senza dubbio dei malandrini, fedeli al loro disegno di spargere il terrore. Il signor conte mi confessò di aver provato una sensazione maggiore della sorpresa: ma siccome il riposo della famiglia esigeva il silenzio, si guardarono bene dal farne parola ad alcuno. »

Emilia, rammentandosi allora il cambiamento del conte, dopo aver passata la notte in quel luogo misterioso, ne riconobbe il motivo. Non fece nuove interrogazioni a Lodovico, lo mandò a riposare, e diede le disposizioni necessarie per ricevere i suoi amici.

La sera, Teresa quantunque zoppa, venne a portarle l'anello di Valancourt. Emilia s'intenerì nel vederlo, ma la rimproverò d'averlo ricevuto, e ricusò d'accettarlo, malgrado il tristo piacere ch'essa ne avrebbe avuto. Valancourt lo portava in tempi più felici. Teresa pregò, supplicò, le rappresentò l'abbattimento in cui era il cavaliere quando le consegnò l'anello, le ripetè ciò ch'ei le aveva ordinato di dire. Emilia, non potendo nascondere il dolore che le cagionava quel racconto, proruppe in dirotto pianto.

« O Dio! Mia cara padroncina, » disse Teresa, « perchè piangete? Vi conosco fin dall'infanzia, vi amo come mia figlia, e vorrei vedervi felice. È vero che conosco il signor Valancourt da poco tempo; ma ho però forti ragioni per amarlo come mio figlio! Io so benissimo che vi amate scambievolmente! Perchè dunque piangere? » Emilia le fe' segno di tacere, ma essa continuò: « Vi somigliate amendue per ispirito e carattere; se foste maritati, sareste la coppia più felice. Chi impedisce il vostro matrimonio? Dio buono! Dio mio! Come mai si può veder gente che sfuggono la loro felicità, piangono e si disperano quasi non dipendesse da loro l'esser contenti, e come se gli affanni ed il pianto valessero più del riposo e della pace! La scienza è certo una bella cosa, ma se non rende più saggi di così, preferisco di non saper mai nulla. »

L'età ed i lunghi servigi di Teresa le accordavano il diritto di dire il suo parere; non per tanto Emilia l'interruppe, e quantunque riconoscesse la giustizia delle di lei osservazioni, non volle spiegarsi. Si limitò a dirle che questo discorso l'affliggeva; che, per regolare la sua condotta, aveva motivi che non poteva spiegarle, e che bisognava restituir l'anello al cavaliere, dicendogli com'essa non potesse accettarlo. Le disse in seguito, che se faceva caso della sua stima ed amicizia, non doveva più incaricarsi di veruna ambasciata di Valancourt. Teresa ne fu commossa, e tentò insistere, ma il malcontento esternato dalla fisonomia della padroncina, le impedì di proseguire, e partì afflitta e maravigliata.

Per sollevare in qualche modo l'affanno e l'oppressione sua, Emilia si occupò dei preparativi del viaggio. Annetta, che la aiutava, parlava incessantemente del ritorno di Lodovico colla più tenera effusione. Emilia pensò che avrebbe potuto anticipare la loro felicità, e decise che, se Lodovico era costante quanto la semplice e buona cameriera, le avrebbe dato una buona dote, e li avrebbe impiegati in qualche parte de' suoi beni. Queste considerazioni la fecero pensare alla porzione di patrimonio, dal di lei padre venduta a Quesnel. Desiderava ricomprarla, perchè Sant'Aubert aveva dimostrato sovente il maggior rincrescimento che la dimora principale de' suoi avi fosse passata in mani straniere. Quel luogo, d'altronde, l'aveva veduta nascere, ed era la culla de' suoi primi anni. Poco le caleva de' beni di Tolosa, e si propose di venderli per riacquistare il patrimonio avito, se Quesnel acconsentisse a disfarsene. Tale accomodamento non le pareva impossibile, dacchè egli s'occupava di stabilirsi in Italia.


CAPITOLO LIII

Il giorno dipoi, l'arrivo de' suoi amici rianimò l'afflittissima Emilia. La valle fu nuovamente l'asilo d'un'amabile società. La sua indisposizione e lo spavento avuto, toglievano a Bianca qualcosa della sua vivacità, ma ella conservava però un'ingenua semplicità, che la rendeva ancor più interessante. La trista avventura de' Pirenei faceva desiderare impazientemente al conte di tornare al suo castello. Dopo una settimana, Emilia si preparò a seguire i di lei ospiti in Linguadoca, ed affidò a Teresa la cura della casa nella sua assenza. La vigilia della partenza, la buona vecchia le riportò l'anello di Valancourt, scongiurandola, colle lagrime agli occhi, di accettarlo. Non aveva più veduto il cavaliere, nè più udito parlar di lui dal momento che glie l'aveva consegnato. Sì dicendo esternava in volto maggior inquietudine che non volesse manifestarne. Emilia represse la sua, e pensando ch'era per certo tornato dal fratello, persistè nel rifiuto, e raccomandò a Teresa di conservarlo, finchè rivedesse Valancourt.

Il giorno seguente partirono tutti dal castello della valle, e giunsero l'indomani a Blangy. La contessa, Enrico e Dupont, che Emilia fu sorpresa di trovare colà, li ricevettero con indicibil trasporti di gioia. La fanciulla si afflisse molto nel vedere che il conte alimentava sempre le speranze dell'amico. La sera del secondo giorno, Villefort le parlò nuovamente delle offerte di Dupont: l'estrema dolcezza di Emilia nell'ascoltarlo lo ingannò sullo stato del di lei cuore; credè egli che Valancourt fosse quasi dimenticato, e ch'ella potesse avere favorevoli disposizioni per Dupont. Allorchè la di lei risposta l'ebbe convinto del suo errore, il suo zelo per assicurare la felicità di due persone che stimava cotanto lo spinse a farle conoscere che, per un affetto male impiegato, avvelenava i più bei giorni della vita. Vedendo il di lei silenzio e l'abbattimento della sua fisonomia, il conte finì per dirle: « Non insisterò di più, ma son convinto appieno che non rigetterete sempre un uomo tanto stimabile come il signor Dupont. » Le risparmiò la pena di rispondere, e s'allontanò subito.

Emilia continuò a passeggiare, affliggendosi che il conte non desistesse da un progetto da lei sempre respinto. Perduta nelle sue tristi riflessioni, si trovò insensibilmente al bosco che circondava il convento di Santa Chiara, alla vista delle cui torri, accortasi allora quanto si fosse allontanata, risolse di prolungare un po' più la passeggiata, e d'andare ad informarsi della badessa e delle monache sue amiche. Entrò nel parlatorio, e non avendovi trovato nessuno, suppose che fossero tutte in chiesa; finalmente giunse una monaca cercando la badessa con aria d'impazienza, senza osservare Emilia. Ella si fece conoscere, ed intese che stavano pregando per l'anima di suor Agnese, la quale aveva languito per molto tempo, ed in quel momento era moribonda. La monaca le fece il dettaglio dei patimenti di suor Agnese, e le orribili convulsioni da essa patite. Era ricaduta in uno stato tale di disperazione, che nè le sue proprie orazioni, alle quali si univano quelle di tutta la comunità, nè le assicurazioni del confessore, non potevano calmarla, e lasciarle gustare un solo istante di quiete.

Emilia ascoltò tutto col massimo interesse; si rammentava lo smarrimento notato sovente nella fisonomia di suor Agnese, non meno che il racconto di suor Francesca, e la di lei pietà diveniva maggiore. Era già tardi; Emilia non potè nè vederla, nè andar a pregare per lei in quel punto; incaricò la monaca de' suoi complimenti per tutta la comunità, e se ne tornò al castello, pensando tristamente alla misera agonizzante.


CAPITOLO LIV

La sera del giorno dopo, Emilia, volendo saper le nuove di suor Agnese e rivedere le amiche, persuase Bianca di tenerle compagnia fino al monastero, alla cui porta videro una carrozza co' cavalli bagnati di sudore, lo che indicava essere giunti da pochi minuti. Regnava il più cupo silenzio nel cortile e nei chiostri ch'esse traversarono. Arrivando nel salone, furono informate da una monaca che suor Agnese viveva ancora in perfetto sentore, ma che sicuramente sarebbe morta nel corso della notte. Nel parlatorio, parecchie educande vennero a salutarla e a discorrere con lei. Di lì a poco sopraggiunse la badessa, ed espresse la massima soddisfazione nel rivedere Emilia; le sue maniere però avevano una singolar gravità, ed era di mesto umore. « La nostra casa, » diss'ella dopo i primi complimenti, « è veramente una casa di duolo. Una delle nostre sorelle paga in questo momento il tributo alla natura; voi non ignorate senza dubbio che la nostra povera Agnese è moribonda. La morte ci presenta una grande ed importante lezione; sappiamo profittarne, ed impariamo a prepararci al cambiamento che ci attende. Voi siete giovane, mia cara Emilia, e potete acquistare l'inapprezzabile pace della coscienza. Conservatela in gioventù, affinchè divenga un giorno il vostro conforto. Invano avremo fatto qualche buon'azione nell'età provetta, se i nostri primi anni saranno stati macchiati da qualche delitto. Gli ultimi giorni di Agnese sono stati esemplari. Possano dunque espiare le colpe della sua gioventù! I di lei patimenti attuali sono troppo terribili; ma speriamo che le assicureranno il riposo eterno. L'ho lasciata col suo confessore, e con un signore cui desiderava ardentemente di vedere, e ch'è arrivato or ora da Parigi: ardisco lusingarmi che l'aiuteranno a riacquistare la calma, della quale il suo spirito ha tanto bisogno. Durante la sua malattia, essa vi ha rammentata talvolta. Potrebbe darsi ch'ella provasse qualche consolazione nel vedervi. Quando sarà sola andremo a trovarla, se ne avrete il coraggio. Queste scene straziano il cuore, lo confesso; ma è bene abituarvisi, poichè sono molto salutari per l'anima, e ci preparano a quanto dobbiamo soffrire. »

Emilia divenne grave e pensierosa; questo discorso le rammentava le massime del suo buon padre, e sentì il bisogno di piangere nuovamente sulla di lui tomba. Nell'intervallo del silenzio che susseguì le parole della badessa, le tornarono in memoria alcune minute circostanze de' suoi ultimi momenti: la commozione da lui mostrata udendo d'esser vicino al castello di Blangy, la domanda di essere sepolto in un certo luogo del monastero, e l'ordine così positivo di bruciar quelle carte senza leggerle. Si rammentò inoltre le parole orribili e misteriose del manoscritto lette involontariamente, e cui non si ricordava mai senza una penosa curiosità sul senso che potevano avere e sul divieto del padre. Era nonostante contentissima d'avere obbedito ciecamente.

La badessa non disse altro, essendo tanto commossa dal soggetto trattato che non poteva proseguire, e stavano tutte in silenzio per l'egual motivo. La meditazione generale fu poco stante interrotta dall'arrivo di un forestiere. Era esso il signor Bonnac, che usciva in quel punto dalla cella d'Agnese. Pareva assai turbato; ma Emilia credè notare nelle sue espressioni più orrore che dolore. Trasse in disparte la badessa e le parlò per qualche minuto: ella parve star molto attenta: parlava con riflessione e cautela, e mostrava grande interesse. Dopo ch'egli ebbe finito, salutò tutti rispettosamente, e si ritirò. La badessa propose ad Emilia di andare nella camera di suor Agnese; essa vi acconsentì con qualche ripugnanza, e Bianca restò colle educande.

Alla porta della camera, trovarono il confessore, il quale, al loro accostarsi, alzò il capo, ed Emilia riconobbe lo stesso che aveva assistito suo padre; ma egli era astratto, e passò senza osservarla. Entrate nella cella, trovarono suor Agnese distesa sopra una stuoia; presso di lei eravi un'altra monaca. Era essa così cambiata, che Emilia avrebbe difficilmente potuto riconoscerla, se non fosse stata avvertita. La sua fisonomia era tetra ed orribile; gli occhi, infossati e velati, stavan fissi sopra un crocifisso che stringevasi al petto; era così assorta, che da principio non vide nè la badessa, nè Emilia. Finalmente, voltando gli occhi grevi, li fissò con orrore sopra Emilia, sclamando:

« Ah! questa visione mi perseguita fino all'ultimo respiro. »

Emilia indietreggiò spaventata guardando la badessa, che le fece cenno di non temere, e poi disse a suor Agnese: « Figliuola, questa giovine che vi ho condotta è madamigella Sant'Aubert: mi lusingava che l'avreste veduta con piacere. » Agnese non rispose nulla, e considerando Emilia con orribile smarrimento, sclamò: « È dessa. Ah! ell'ha negli sguardi quelle attrattive, che fecero la mia perdita. Che volete? Che cercate? Una riparazione? L'avrete; anzi l'avete già avuta. Quanti anni sono scorsi dacchè non vi ho veduta? Il mio delitto è di ieri; soltanto invecchiai sotto il di lui peso; e voi siete sempre giovine, sempre bella! Bella come all'epoca in cui mi costringeste a quell'esecrabile delitto... Oh! se potessi obliarlo!... Ma a che servirebbe?... Io lo commisi! »

Emilia, estremamente commossa, voleva ritirarsi. La badessa la prese per mano, la incoraggì, e la pregò di aspettare che suor Agnese fosse più tranquilla. Procurò di calmarla, ma la delirante non l'ascoltava, e guardando sempre Emilia, continuò: « A che servono dunque tanti anni d'orazione e di pentimento? No, essi non bastano a lavar la macchia dell'omicidio, sì dell'omicidio. Dov'è egli? dov'è? Guardate, guardate là! s'aggira per questa camera. Perchè venite a turbarmi in questo momento? » ripigliò Agnese, i cui occhi percorrevano lo spazio. « Non son io dunque abbastanza punita? Deh! per pietà, non mi guardate con occhio così severo. Oh cielo! ancora! è dessa! è dessa! Perchè mi guardate con tanta pietà? perchè sorridete? Sorridere a me! Ma qual gemito! udiste?... »

Suor Agnese ricadde, e parve spirare, Emilia, non potendo reggersi s'appoggiò al letto; la badessa e l'assistente s'affrettarono a soccorrere la derelitta. Emilia voleva parlarle.

« Zitto, » disse la badessa, « il delirio è finito essa sta alquanto meglio.

— Sorella, è un pezzo che si trova in questo stato?

— Eran parecchie settimane che non aveva avuto un accesso così violento, » rispose la monaca; « ma l'arrivo di quel gentiluomo, che desiderava tanto di vedere, l'ha agitata forte.

— Sì, » ripigliò la badessa, « ed ecco per certo la causa del delirio; quando starà meglio, la lasceremo quieta. »

Emilia acconsentì volentieri; ma benchè fosse di poca utilità, non volle ritirarsi fin quando potè credere d'essere di qualche aiuto.

Quando suor Agnese ebbe ripresi i sensi, guardò ancora Emilia, ma senza smarrimento, e con una profonda espressione di dolore; passarono alcuni minuti prima che potesse parlare, poi disse debolmente: « La somiglianza è maravigliosa! è più che immaginazione riscaldata! Ditemi, ve ne scongiuro, se, malgrado il nome di Sant'Aubert, che voi portate, non siete figlia della marchesa.

— Di qual marchesa? » rispose Emilia attonita. La calma delle maniere d'Agnese le aveva fatto credere al ritorno della sua ragione. La badessa le diè un'occhiata d'intelligenza, ma essa ripetè la domanda.

« Di qual marchesa? » sclamò Agnese; « io ne conosco una sola: la marchesa di Villeroy. »

Emilia, rammentandosi la commozione di suo padre, allorchè gli fu nominata questa dama, e la domanda da lui fatta di esser sepolto presso le tombe de' Villeroy, provò un estremo interesse, e pregò suor Agnese di spiegare i motivi di tale interrogazione. La badessa avrebbe voluto fare uscire Emilia, la quale, troppo interessata, reiterò la domanda con calore.

« Portatemi la mia cassetta, sorella, » disse Agnese, « e vi svelerò tutto. Guardatevi in quello specchio, e lo saprete; voi siete certo sua figlia; altrimenti come spiegare una somiglianza così perfetta? »

La monaca le portò la cassetta; suor Agnese gliela fece aprire, e ne cavò una miniatura, che Emilia riconobbe esattamente somigliante a quella da lei trovata nelle carte di suo padre. Agnese stese la mano per pigliarla, la contemplò qualche tempo in silenzio, poi alzò gli occhi al cielo, e recitò sottovoce un'orazione; quand'ebbe finito, restituì il ritratto ad Emilia. « Tenetelo, » le disse, « ve lo dono, e credo che ne abbiate diritto; la vostra somiglianza mi ha colpito sovente, ma fino a questo momento non aveva turbata tanto la mia coscienza. Ma restate, sorella, » soggiunse, vedendo che l'infermiera volea partire, « non portate via la cassetta; essa contiene un altro ritratto. »

Emilia tremava per l'ansietà, e la badessa volea trascinarla via. « Agnese torna a delirare, le disse; « osservate come vaneggia! Ne' suoi accessi, essa non è più in sentore, e si accusa, come vedete, de' più orribili misfatti. »

La giovane per altro credette scorgere in quel delirio tutt'altro che follia. Il nome della marchesa, il suo ritratto aveano per lei bastante interesse, e risolse di procurarsi maggiori schiarimenti.

La monaca portò indietro la cassetta. Agnese calcò una molla, e scoperto un altro ritratto, lo mostrò dicendo:

« Ecco una lezione per la vanità; guardate questo ritratto, ed osservate se c'è qualche rapporto fra quello ch'io sono e quello che sono stata. »

Emilia s'affrettò a prenderlo; è impossibile descrivere la sorpresa ed il terrore di lei, allorchè riconobbe in esso la perfettissima somiglianza con quello della signora Laurentini, che aveva veduto al castello di Udolfo: di quella dama sparita in modo così misterioso, e che si sospettava fatta perire da Montoni.

Muta e attonita, la giovine guardava alternamente il ritratto e la monaca moribonda, cercando invano una somiglianza che allora non esisteva più.

« Perchè quegli sguardi severi? » disse suor Agnese, non comprendendo la sorpresa di Emilia.

— Ho già veduta questa figura, » disse infine la giovine; « è egli realmente il vostro ritratto?

— Or potete domandarlo, » rispose Agnese; « ma vi accerto che un tempo era somigliantissimo. Guardatemi attenta e vedete l'effetto del delitto!... Allora io era innocente, e le mie sciagurate passioni dormivano ancora. Sorella mia, » soggiunse gravemente, e prendendo nella sua mano fredda ed umida una mano di Emilia, che fremette a quel tocco, « sorella mia, guardatevi bene dal primo movimento delle passioni! Guardatevi dal primo! Se non si arresta il loro corso, esso è rapido; la loro forza non conosce alcun freno: desse ci trascinano ciecamente a delitti, che non possono venir cancellati da lunghi anni di preghiere e di penitenza. È tale l'impero d'una passione, che domina tutte le altre, e s'impadronisce di tutte le vie del cuore; è una furia che ci rende insensibili alla pietà e alla coscienza, e quando il suo scopo è compiuto, furia sempre più spietata e crudele, ci abbandona per nostro tormento a tutti quei sentimenti che aveva sospesi, ma non soffocati, ai supplizi della coscienza, del rimorso e della disperazione. Ci svegliamo come da un sogno: siamo circondati da un nuovo mondo attoniti e spaventati; ma il delitto è commesso. Il potere riunito del cielo e della terra non può annientarlo, ed i fantasmi ci perseguitano. Cosa sono le ricchezze, la salute e la grandezza, in confronto dell'inestimabil vantaggio di una coscienza pura, in confronto della salute dell'anima? Cosa sono gli affanni della povertà, del disprezzo e della miseria, in confronto dell'angoscia d'una coscienza in preda ai rimorsi? Oh! quanto tempo è scorso da che ho perduto la pace dell'innocenza. Ho gustato ciò che chiamavasi dolcezza della vendetta; ma quanto è passaggiera! Ella spira col di lei oggetto. Rammentatevene, sorella mia, le passioni sono il germe del vizio, come quello della virtù; ambedue possono essere il risultato: ciò dipende dalla maniera di governarle, e guai a coloro che non hanno mai imparato quest'arte tanto necessaria.

— Sventurato colui, » disse la badessa, « che conosce male la nostra santa religione! »

Emilia ascoltava Agnese in silenzio e con rispetto: considerava la miniatura, e si accertava della somiglianza del ritratto con quello veduto a Udolfo.

« Questa figura non mi è ignota, » diss'ella per far ispiegare la monaca.

— Voi v'ingannate, » rispose suor Agnese, « e non l'avete mai certamente veduta.

— No, » soggiunse Emilia; « ma ho veduto la sua perfetta somiglianza.

— È impossibile, » disse suor Agnese, che ora potremo chiamare la signora Laurentini.

— Era nel castello di Udolfo, » continuò Emilia, guardandola fiso.

— Di Udolfo! » esclamò la signora Laurentini « di Udolfo in Italia?

— Precisamente, » rispose Emilia.

— Allora voi mi conoscete, e siete la figlia della marchesa. »

Emilia stupefatta da quella positiva asserzione, rispose:

« Io son figlia di Sant'Aubert, e la dama che voi nominate mi è affatto estranea.

— Voi lo credete? » rispose la Laurentini.

Emilia le domandò per qual motivo pensasse il contrario.

« La vostra somiglianza, » disse la monaca. « È noto che la marchesa era molto affezionata ad un gentiluomo di Guascogna, quando sposò il marchese per obbedire a suo padre. Donna infelice! »

Emilia, rammentandosi l'eccessiva commozione di Sant'Aubert al nome della marchesa, avrebbe provato allora un sentimento ben diverso dalla sorpresa, se avesse conosciuto meno la probità del padre. Il rispetto che aveva per lui non le permise di fermarsi alla supposizione che le insinuava la Laurentini; la sua curiosità però crebbe a dismisura, e la scongiurò di spiegarsi più chiaramente.

« Non mi sollecitate a tal proposito, » rispose la monaca; « è troppo terribile per me: potessi cancellarlo per sempre dalla memoria! »

Sospirò profondamente, e chiese alla giovine in qual modo avesse saputo il suo nome.

« Dal ritratto che vidi ad Udolfo e dalla somiglianza di questa miniatura.

— Voi dunque siete stata nel castello di Udolfo? » disse la monaca con estrema emozione. « Quali scene mi rammenta quel luogo! Scene di felicità, di patimenti e d'orrore! »

In quel punto, il terribile spettacolo veduto da Emilia in una camera del castello le tornò alla memoria; guardando la signora Laurentini, si rammentò le ultime parole di lei, che la macchia d'un assassinio non poteva esser lavata da molti anni d'orazione e di penitenza, e si vide costretta di attribuirle a tutt'altra causa che al delirio: provò un orrore inesprimibile sembrandole di vedere un'omicida... ed infatti, tutta la condotta della Laurentini confermava questa supposizione; Emilia si perdè in un abisso di congetture, e non sapendo in qual modo chiarire simili dubbi, disse soltanto con parole tronche:

« La vostra improvvisa partenza da Udolfo... » La monaca sospirò. « Tutte le voci che corrono, » continuò Emilia... « la camera di ponente... quel velo di lutto... l'oggetto ch'esso cuopre, quando i misfatti son compiuti... » La monaca sclamò: « Come! ancora? » E cercando di sollevarsi, gli smarriti suoi sguardi parean discernere un oggetto. « Risorgere dalla tomba! Come! sangue e sangue sempre... Non ci fu sangue; tu non puoi dirlo... Oh! non sorridere, non sorridere con quel piglio pietoso... »

La Laurentini cadde in convulsioni: Emilia, incapace di reggere più a lungo ad una tale scena, fuggì dalla camera, ed andò a raggiungere Bianca e le educande ch'erano nel parlatorio. Le si affollarono tutte intorno, e spaventate dal terrore che ella manifestava, le fecero mille domande. Essa evitò di rispondervi, aggiungendo solo che suor Agnese era in agonia. Un quarto d'ora dopo furono informate che stava un poco meglio. La badessa comparve di lì a poco, e pregò Emilia di tornar da lei il giorno dipoi, giacchè aveva una cosa di qualche importanza da comunicarle. La giovane glielo promise, e se ne tornò al castello con Bianca. Cammin facendo, videro Dupont che parlava col forestiero veduto al monastero. Allorchè furono ad essi vicino, il forestiero si congedò, ed egli tornò al castello.

Villefort, udendo nominare Bonnac, disse che lo conosceva da lunga pezza; seppe il tristo oggetto del suo viaggio, ed avendo inteso ch'era alloggiato in un'osteria del paese poco distante, pregò l'amico di andar a cercarlo perchè venisse ad abitare al castello. Dupont vi si prestò con piacere; Bonnac accettò l'invito. Il conte colle sue attenzioni ed Enrico col suo brio fecero di tutto per dissipar la tristezza che sembrava opprimere il loro nuovo ospite. Bonnac era un uffiziale al servizio francese, dell'età di circa cinquant'anni, alto di statura, di nobile portamento, affabile di maniere, e di fisonomia interessantissima. Il di lui volto, che pareva essere stato bello, portava un'impronta malinconica che sembrava provenire da lunghi affanni, anzichè da disposizione naturale.

Si separarono subito dopo cena. Quando Emilia si fu ritirata nella sua camera, le scene di cui era stata testimone se le presentarono nuovamente con orribile energia. Aver trovato in una monaca moribonda la signora Laurentini! Colei che, in vece d'essere stata vittima di Montoni, sembrava anzi rea ella stessa d'un delitto abominevole! Ciò era per lei un gran soggetto di sorpresa e di meditazione. I discorsi fatti sul matrimonio della marchesa, e tutte le sue interrogazioni sulla nascita di Emilia, erano proprie ad ispirare a chiunque sorpresa ed interesse.

L'istoria di suor Agnese, raccontata da suor Francesca, diveniva evidentemente falsa; ma qual potesse essere stato il motivo per cui era stata immaginata, Emilia non sapeva indovinarlo. Quanto poi eccitava maggiormente la di lei curiosità, era la relazione che la marchesa di Villeroy poteva aver avuto col di lei padre. La dolorosa sorpresa dimostrata da Sant'Aubert nell'udirne pronunziare il nome, la domanda da lui fatta d'essere sepolto vicino a lei, e il ritratto di quella dama trovato fra le sue carte, provavano esservi stato qualche rapporto fra loro. Talvolta Emilia pensava che il padre potesse essere stato l'amante preferito dalla marchesa, quando fu costretta di sposare Villeroy; ma non poteva persuadersi ch'egli avesse conservata la sua passione dopo quel matrimonio. Non dubitava però quasi più che le carte, di cui suo padre avevale ordinata la distruzione, non fossero relative alla marchesa, e se fosse stata meno certa dei rigidi principii di Sant'Aubert, avrebbe creduto che il mistero della sua nascita fosse andato sepolto colle ceneri di quei manoscritti. Queste riflessioni l'occuparono gran parte della notte; il sonno le rappresentava del continuo la monaca moribonda, e si svegliò piena d'idee lugubri.

Alla mattina, si sentì troppo indisposta per andare a trovar la badessa, e verso mezzogiorno seppe che suor Agnese aveva pagato il tributo alla natura. Bonnac ne ricevè la nuova con dispiacere, ma Emilia osservò ch'egli sembrava meno afflitto del giorno precedente: questa morte senza dubbio l'affliggeva meno della confessione statagli fatta. Comunque fosse, egli era fors'anco un po' consolato pe' legati statigli fatti. La di lui famiglia era numerosa; le stravaganze d'un suo figliuolo l'avevano piombato in un abisso d'affanni, e gettato perfino in carcere. Il dolore che gli cagionava la condotta sconsiderata di questo figlio, le spese e la rovina che ne fu la conseguenza, avevangli dato quell'impressione di tristezza notata da Emilia. Raccontò dettagliatamente a Dupont tutte le sue disgrazie. Egli era stato per molti mesi in prigione a Parigi, senza speranza, per così dire, di uscirne, e trovandosi privo dei conforti della moglie, che, in una provincia lontana, tentava invano di muovere gli amici in suo favore. Infine essa andò a trovarlo: ottenne di entrare nel carcere, ma il cambiamento sensibilissimo in cui gli affanni e la prigionia avevano piombato il suo marito, l'accorò a segno, che ammalò gravemente.

« La nostra situazione, » continuò Bonnac, « commosse tutti quelli che n'erano stati testimoni. Un amico generoso, allora mio compagno di sventura, ottenne di lì a poco la libertà, ed il primo uso che ne fece, fu quello di tentare la mia. Vi riuscì; la somma enorme ond'io era debitore fu pagata, e quando volli esprimere la mia gratitudine al mio benefattore, egli era già lungi da me. Io dubito molto che la sua generosità abbia cagionata la sua perdita, e sia ricaduto egli stesso in quei ferri, dai quali mi ha liberato. Per quante ricerche ne abbia fatte, non ho mai potuto saper nulla del suo destino. Amabile ed infelice Valancourt!

— Valancourt! » sclamò Dupont, « di qual famiglia?

— Valancourt dei conti Duverney, » rispose Bonnac.

È impossibile descrivere l'emozione di Dupont quando scoprì nel rivale il benefattore del suo amico. Dopo il primo moto di sorpresa, dissipò le inquietudini di Bonnac, facendogli sapere che Valancourt era in libertà, e trovavasi in Linguadoca. La sua passione per Emilia lo strinse in seguito a fare alcune domande sulla condotta del suo rivale a Parigi. Bonnac ne pareva bene informato; le di lui risposte lo convinsero appieno che Valancourt era stato calunniato, e per quanto doloroso fosse il suo sacrifizio, formò il progetto di riunire Emilia all'amante, non parendogli ora più indegno dei sentimenti ch'essa serbava per lui.

Bonnac raccontò che Valancourt, entrando nel gran mondo, era caduto nei lacci statigli tesi dal vizio e dall'impudenza; passava tutto il tempo fra una marchesa dissoluta ed il giuoco, ove l'ingordigia e l'avarizia de' suoi compagni avevano saputo trascinarlo. Aveva perduto somme vistose colla speranza di riguadagnarne piccole, ed erano appunto queste le perdite delle quali Villefort e Enrico erano stati sovente testimoni. Il conte suo fratello, irritato da tale condotta, ricusò di fargli rimesse rilevanti per soddisfare ai suoi debiti. Valancourt fu dunque imprigionato ad istanza de' creditori, ed il fratello ve lo lasciò per qualche tempo, sperando che un tal castigo avrebbe corretto i suoi costumi, tanto più non avendo avuto il tempo materiale per abituarsi radicalmente al vizio ed alla dissolutezza.

Nell'ozio del carcere, Valancourt ebbe campo di riflettere, e si pentì. La memoria di Emilia, indebolita dalle sue dissipazioni ma sempre presente al suo cuore, si rianimò con tutte le grazie dell'innocenza e della bellezza; sembravagli lo rimproverasse di sacrificare la sua felicità ed i suoi talenti ad occupazioni vergognose e detestabili. Le sue passioni erano vive, ma il cuore non era corrotto; l'abitudine non l'aveva stretto nelle catene del vizio, e dopo molti sforzi e lunghi patimenti spezzò i lacci della seduzione.

Liberato finalmente per cura del conte suo fratello, e impietosito dalla scena commovente dei coniugi Bonnac, ond'era stato testimonio, il primo uso che fece della sua libertà fu al tempo istesso un esempio d'umanità e di temerità; arrischiò, in una casa da giuoco, quasi tutto il denaro mandatogli dal fratello, coll'unica speranza di restituire ai voti della sua famiglia l'amico infelice lasciato in prigione. La fortuna lo favorì, ma colse tal momento per fare il voto solenne di non ceder mai più alle allettative di quel vizio rovinoso.

Dopo aver ridonato il venerabile Bonnac alla sua riconoscente famiglia, Valancourt era ripartito per Estuvière. Nell'entusiasmo suo di aver reso la felicità a quell'infelice, obliò i propri mali. Si avvide però ben presto di aver perduta tutta la sua sostanza, senza della quale non poteva mai lusingarsi di sposare Emilia. La vita, senza di lei, gli pareva insopportabile. La sua bontà e delicatezza, e la semplicità del suo cuore, ne rendevano la bellezza vie più incantevole. L'esperienza avevagli insegnato ad apprezzare le qualità che aveva sempre ammirate, ma che il contrasto del mondo facevagli allora adorare. Queste riflessioni accrebbero i suoi rimorsi ed il suo rammarico. Cadde in un abbattimento, che non potè essere distratto neppure dalla presenza di Emilia, e si conobbe indegno di lei. In alcun tempo però Valancourt non aveva subìto l'ignominia della liberalità della marchesa di Campoforte, come aveva creduto Villefort, nè partecipato mai alle astuzie colpevoli de' giuocatori. Questi rapporti erano stati fatti da coloro che si compiaciono di avvilire l'infelice. Il conte avevali avuti da una persona distinta, e l'imprudenza di Valancourt era bastata per confermarli. Emilia non glie ne aveva parlato particolarmente, e per conseguenza non aveva potuto giustificarsi; ed allorquando le confessò che non meritava più la sua stima, non avrebbe mai creduto di appoggiare egli stesso un'infame calunnia. L'errore era stato reciproco, e non erasi presentata fino allora l'occasione di rettificarlo.

Quando Bonnac ebbe spiegata la condotta di un amico generoso, ma giovine ed imprudente, Dupont, severo, ma giusto, decise tosto che bisognava disingannare il conte e rinunziare ad Emilia. Un sacrificio come quello che faceva allora il suo amore, meritava una nobile ricompensa; e se Bonnac avesse potuto obliare il benefico Valancourt, avrebbe desiderato che Emilia accettasse la mano di Dupont.

Appena il conte ebbe riconosciuto il suo errore, fu afflittissimo delle conseguenze della sua credulità. I dettagli di Bonnac sulla condotta del suo benefattore a Parigi lo convinsero che Valancourt aveva ceduto agli artifizi del libertinaggio, più per l'occasione di trovarsi co' compagni, che per inclinazione al vizio. Incantato dell'umanità generosa, quantunque temeraria, che mostrava il suo procedere verso Bonnac, ne obliò i falli passaggieri, e riprese per lui quella stima che avevagli inspirata la sua prima conoscenza. La più lieve soddisfazione che potesse accordare a Valancourt, era quella di procurargli il modo di spiegarsi con Emilia. Gli scrisse dunque immediatamente, pregandolo di perdonargli un'offesa involontaria, e l'invitò a recarsi subito a Blangy. La delicatezza del conte lo fece astenere dall'informare Emilia di questa lettera, e siffatta precauzione preservò la fanciulla da un affanno ancor più terribile di quello avesse creduto il conte, ignorando egli i sintomi della disperazione di Valancourt.


CAPITOLO LV

Alcune circostanze singolari distrassero Emilia dalle sue inquietudini, eccitando in lei sorpresa pari ad orrore.

Pochi giorni dopo la morte della signora Laurentini, fu aperto il testamento di quella dama in presenza della superiora del convento e di Bonnac. Un terzo de' suoi beni era stato lasciato al parente più prossimo della marchesa di Villeroy, e questo legato riguardava Emilia.

La badessa conosceva da molto tempo il segreto della sua famiglia; ma Sant'Aubert, ch'erasi fatto conoscere al religioso che avevalo assistito, aveva prescritto che questo segreto restasse celato sempre alla sua figlia. I discorsi però sfuggiti alla signora Laurentini, e la strana confessione da lei fatta nei suoi ultimi momenti, fecero creder necessario alla badessa di parlare alla sua giovane amica d'un soggetto che poteva illuminarla. Per questo motivo adunque avrebbe voluto vederla il giorno seguente a quello in cui era stata a visitare suor Agnese. L'indisposizione di Emilia avevale impedito di recarsi al monastero, ma dopo l'apertura del testamento, essendo andata a Santa Chiara, venne informata di molti dettagli che l'afflissero molto. Siccome poi il racconto fatto dalla badessa sopprimeva varie particolarità che possono interessare il lettore, e che l'istoria della monaca è legata con quella della marchesa, ometteremo la conversazione del parlatorio, e daremo qui un ristretto della storia della defunta.

 

Storia della signora Laurentini di Udolfo.

Era essa figlia unica ed erede dell'antica famiglia di Udolfo nel territorio di Venezia. Il primo infortunio della sua vita, e la vera sorgente di tutte le di lei sciagure fu che i suoi genitori, i quali avrebbero dovuto moderare la violenza delle sue passioni, ed insegnarle a regolarle, non fecero che fomentarle con una colpevole indulgenza. Amavano in lei i propri sentimenti. Lodavano sgridavano, la figlia non secondo una tenerezza ragionevole, ma dietro la loro inclinazione. L'educazione non fu per essa che un misto di debolezza e di pertinacia che l'irritò. I consigli che le venivano dati divennero altrettante contese, in cui il rispetto figliale e l'amor paterno erano egualmente dimenticati. Ma siccome quest'amor paterno era sempre più forte, e si disarmava più facilmente, la figlia credeva aver vinto, e lo sforzo che facevano per moderare le sue passioni lor somministrava sempre nuova forza.

La morte de' genitori la lasciò padrona di sè medesima nell'età tanto pericolosa della gioventù e della bellezza. Amava il gran mondo, s'inebbriava del veleno della lode, e sprezzava la pubblica opinione quando contraddiceva a' suoi gusti. Il di lei spirito era vivo e brillante; aveva tutti i talenti, tutte le attrattive che formano la grand'arte di sedurre. La sua condotta fu quale potevano farlo presagire la debolezza de' suoi principii e la forza delle sue passioni.

Nel numero infinito de' suoi adoratori, vi fu il marchese di Villeroy. Viaggiando in Italia, la vide a Venezia, e se ne innamorò. Anch'essa fu colpita dalla bella figura, dalle grazie e dalle qualità del marchese, il più amabile de' gentiluomini francesi. Seppe nascondere i pericoli del suo carattere, le macchie della sua condotta, e il marchese chiese la di lei mano.

Prima della conclusione delle sue nozze andò al castello di Udolfo, ove il marchese la seguì. Là, meno riservata e prudente forse di quello fosse stata fino allora, diè luogo all'amante di formar qualche dubbio sulla convenienza nel nodo che stava per istringere. Un'informazione più esatta lo convinse del suo errore, e colei che doveva esser sua moglie, divenne la sua concubina.

Dopo aver passato alcune settimane a Udolfo, fu d'improvviso richiamato in Francia: partì con ripugnanza, e col cuore pieno della sua bella, colla quale però aveva saputo differire la conclusione del matrimonio. Per incoraggirla a sopportare tale separazione, le diè parola di tornare a celebrar le nozze appena i suoi affari glielo avessero permesso.

Consolata da tale assicurazione, la signora Laurentini lo lasciò partire. Poco dopo, Montoni, suo parente, venne a Udolfo, e le rinnovò proposte da lei già respinte, che rigettò nuovamente. I suoi pensieri eran tutti rivolti al marchese di Villeroy. Provava per lui tutto il delirio d'un amore costante, fomentato dalla solitudine in cui erasi confinata. Aveva perduto il gusto de' piaceri e della società, e la sua unica consolazione consisteva nel contemplare e bagnar di lacrime un ritratto del marchese. Visitava i luoghi testimoni della loro felicità, e sollevavasi il cuore scrivendogli del continuo lettere affettuosissime. Contava i giorni, e le ore, i minuti che dovevano scorrere prima dell'epoca probabile del suo ritorno. Questo periodo immaginario finì; le settimane che susseguirono, divennero per lei d'un peso insopportabile. La di lei fantasia occupata in una sola idea, si disordinò. Il suo cuore era dedito ad un solo oggetto, e quando credè averlo perduto, la vita le divenne odiosa.

Scorsero parecchi mesi senza ch'ella ricevesse una sola parola del marchese. Passava i giorni intieri fra i trasporti di una passione furiosa ed il cupo languore della più nera disperazione. Isolata da tutto, e da tutti, si chiudeva in casa settimane intiere senza parlare ad altri che alla sua confidente. Scriveva lettere, rileggeva quelle ricevute una volta dal marchese, piangeva sul di lui ritratto, e parlavagli del continuo, ora per rimproverarlo, ora per baciarlo con fervore.

Finalmente, si sparse la voce nel castello che il marchese si fosse maritato in Francia. Straziata dall'amore, dalla gelosia e dallo sdegno, prese il partito di andar segretamente in quel paese, e vendicarsi, se il fatto era vero. Comunicò alla sola sua confidente il progetto formato, e l'indusse a seguirla. Prese tutte le sue gioie, e quelle raccolte nelle successive eredità di vari membri della famiglia, ch'erano d'immenso valore; e partita segretamente in compagnia d'una sola cameriera, andò a Livorno, ove s'imbarcò per la Francia.

Al suo arrivo in Linguadoca, venne a sapere che il marchese di Villeroy era già ammogliato da qualche tempo. La disperazione alterò la sua ragione. Formava ed abbandonava contemporaneamente l'orribile progetto di pugnalare il marchese, la di lui sposa e sè medesima. Decise finalmente di presentarsegli, rimproverargli la sua condotta, ed uccidersi alla sua presenza. Ma quando l'ebbe riveduto, quand'ebbe ritrovato il costante oggetto de' suoi pensieri e della sua tenerezza, il risentimento cedè all'amore: le mancò il coraggio; il conflitto di tanti affetti contrari la rese tremante, e cadde svenuta ai suoi piedi.

Il marchese non potè resistere alla prova di tanta bellezza e sensibilità; tutta l'energia di un primo sentimento si risvegliò; la ragione, ma non l'indifferenza, aveva combattuto la sua passione. L'onore non avevagli permesso di sposar la Laurentini; aveva cercato di vincersi; aveva cercato una compagna, per la quale non aveva che stima, considerazione ed un ragionevole affetto. Ma la dolcezza e le virtù di quella donna adorabile non poterono consolarlo di un'indifferenza, ch'essa cercava indarno nascondere. Egli sospettava da qualche tempo che il di lei cuore fosse impegnato ad un altro, allorchè la Laurentini giunse in Linguadoca. Questa donna artifiziosa conobbe in breve tutto l'impero ripreso su di lui. Calmata da tale scoperta, si determinò a vivere, e moltiplicare gli artifizi per ridurre il marchese all'esecrabile misfatto cui credeva necessario per assicurare la sua felicità. Perseverò nel suo progetto con profonda dissimulazione ed imperturbabile pazienza. Riuscì a staccare intieramente il marchese dalla consorte. La sua dolcezza, bontà e freddezza, così opposte alle maniere insinuanti, alla voluttà inesprimibile d'una Veneziana, cessarono ben tosto di piacergli. La Laurentini ne profittò per destare nel di lui cuore la gelosia dell'orgoglio, non potendo più risentir quello dell'amore: giunse perfino a designargli la persona per la quale affermava che la marchesa lo tradisse, dopo avergli strappato il giuramento, che il rivale non sarebbe stato mai l'oggetto della sua vendetta, nella persuasione, che, restringendola così da una parte, avrebbe preso dall'altra maggior violenza ed atrocità. Pensò che così il marchese si sarebbe determinato più facilmente all'atto orribile che diveniva indispensabile a' suoi disegni, e doveva annichilare l'unico ostacolo che sembrava impedire la di lei felicità.

L'innocente marchesa osservava con estremo dolore il cambiamento del marito verso di lei. Alla sua presenza, egli era pensieroso e riservato. La di lui condotta diveniva sempre più austera ed aspra: la lasciava struggere in lacrime, e per ore intiere essa piangeva sulla di lui freddezza, facendo sempre nuovi progetti per riguadagnarne l'affetto. La di lui condotta l'affliggeva tanto più in quanto che aveva sposato il marchese unicamente per obbedienza: ne aveva amato un altro, col quale sarebbe stata al certo felice; ma aveva saputo sacrificare la passione ai doveri coniugali. La Laurentini, la quale non tardò a scoprirlo, ne approfittò sagacemente. Suggerì al marchese tante prove apparenti sull'infedeltà della moglie, che, nell'eccesso del furore e del risentimento per l'oltraggio che credeva aver ricevuto, pronunciò il decreto fatale della sua morte. Le fu dato un lento veleno, e quell'infelice morì vittima d'un'astuta gelosia e d'una colpevole debolezza.

Il trionfo della Laurentini fu di breve durata. Quel momento, ch'essa aveva riguardato come il colmo di tutti i suoi voti, divenne il principio di un supplizio che la tormentò fino alla morte. La sete della vendetta, prima motrice della sua atrocità, fu spenta appena soddisfatta, e lasciolla in preda alla pietà e ad inutili rimorsi. Gli anni di felicità ch'erasi ripromessa col marchese di Villeroy ne sarebbero stati indubbiamente avvelenati; ma anch'egli trovò il rimorso nel compimento della sua vendetta e la sua complice gli divenne odiosa. Tutto ciò che gli era sembrato una convinzione, parvegli allora svanire come un sogno; e fu oltremodo sorpreso, dopo che la moglie ebbe subìto il suo supplizio, di non trovare alcuna prova del delitto pel quale l'aveva condannata. Al sapere ch'ella era in fin di vita, sentì d'improvviso la persuasione della sua innocenza, la quale gli venne confermata dall'assicurazione solenne ch'essa gliene diede in punto di morte.

Nel primo orrore del rimorso e della disperazione, voleva darsi da per sè nelle mani della giustizia con colei che l'aveva piombato nell'abisso del delitto. Dopo questa crisi violenta, cambiò risoluzione: vide una volta sola la Laurentini, ma per maledirla come l'autrice detestabile di tanto misfatto. Le dichiarò che non la risparmiava se non perchè consacrasse i giorni all'orazione e alla penitenza. Oppressa dal disprezzo e dall'odio d'un uomo, pel quale erasi resa tanto colpevole; sovrappresa d'orrore per l'inutile delitto, di cui si era macchiata, la Laurentini rinunziò al mondo, e, vittima orribile d'una passione sfrenata, prese il velo nel convento di Santa Chiara.

Il marchese partì dal castello di Blangy, nè vi tornò più. Procurò di spegnere i rimorsi nel tumulto della guerra e nelle dissipazioni della capitale; ma i suoi sforzi furono vani. Gli pareva d'esser sempre circondato da una nube impenetrabile; i suoi più intimi amici non valsero a consolarlo, e infine morì fra tormenti quasi eguali a quelli della Laurentini. Il medico che aveva osservato lo stato della marchesa dopo la sua morte, era stato indotto a tacere a furia di regali. I sospetti di qualche domestico si limitarono ad una voce vaga. Se questa voce giungesse al padre della marchesa, o se la mancanza di prove lo impedisse di accusarlo, è egualmente incerto. È indubitato però che la di lei perdita rincrebbe a tutta la famiglia, e specialmente a Sant'Aubert suo fratello, tal essendo il grado di parentela esistente tra la marchesa ed il padre di Emilia: egli sospettò il genere della sua morte, e scrisse immediatamente al marchese, da cui ricevè parecchie lettere, le quali, insieme a quelle della marchesa, che confidava al fratello il motivo della sua sventura, componevano le carte che Sant'Aubert aveva ordinato di bruciare. L'interesse, il riposo di Emilia aveangli fatto desiderare ch'ella ignorasse questa tragica istoria. L'afflizione cagionatagli dalla morte prematura d'una sorella da lui tanto amata, avevagli impedito di pronunziarne mai il nome, se non alla defunta consorte. Temendo specialmente la viva sensibilità di Emilia, le aveva lasciato ignorare affatto l'istoria ed il nome della marchesa, non che la parentela esistente tra loro, ed aveva prescritto il medesimo silenzio alla signora Cheron sua sorella, che l'aveva rigorosamente osservato.

Era sur alcune lettere della marchesa che, partendo dalla valle, Emilia vide piangere il padre; era al di lei ritratto ch'egli aveva fatto sì teneri baci. Una morte sì crudele può spiegare l'emozione cui dimostrò quando Voisin la nominò a lui dinanzi. Egli volle esser sepolto presso al mausoleo de' Villeroy, ove giaceano le ceneri di sua sorella. Il marito di questa essendo morto nella Francia settentrionale, ve l'avean sepolto colà.

Il confessore, il quale assistè Sant'Aubert al letto di morte, lo riconobbe pel fratello della defunta marchesa. Per tenerezza verso Emilia, Sant'Aubert scongiurollo di celarle siffatta circostanza, e fe' chiedere la medesima grazia alla badessa, raccomandandole la figlia.

La Laurentini, arrivando in Francia, aveva scrupolosamente celato il suo nome. Entrando in convento, per meglio nascondere la sua vera storia, aveva ella stessa fatta circolare quella stata raccontata da suor Francesca. La badessa non era nel monastero quando fece professione, e non conoscea tutta la verità. I crudeli rimorsi che opprimevano la rea, la disperazione d'un amore deluso, e la passione che conservava pel marchese, aveanle alterata la fantasia. Dopo le prime crisi, una cupa malinconia s'impadronì di lei, e fu di rado sino alla morte interrotta da accessi violenti di delirio. Per vari anni il di lei solo piacere fu quello di passeggiare la notte pei boschi; portava seco un liuto, e s'accompagnava sovente colla sua bella voce cantando le più squisite ariette italiane coll'energico sentimento che occupava costantemente il suo cuore. Il medico che la curava, raccomandò alla badessa di tollerare questo capriccio, come l'unico mezzo di calmarla. Soffrivano adunque che la notte errasse pe' boschi, accompagnata dalla sola donna che fosse venuta seco da Udolfo; ma siccome un tale permesso alterava la regola del monastero, fu tenuto segreto; e quella musica misteriosa, unita a tante altre circostanze, fece credere che il castello di Blangy ed i suoi dintorni fossero frequentati dagli spiriti.

Avanti che la sua ragione si alterasse, e prima di prendere il velo, aveva fatto testamento. Oltre un lascito importante al monastero, essa divideva il resto de' suoi beni, che le sue gioie rendevano ragguardevoli, tra un'Italiana sua parente, sposa di Bonnac, ed il parente più prossimo della marchesa di Villeroy. Emilia era la parente più prossima di questa dama, e la condotta misteriosa di suo padre venne giustificata in tal guisa.

La somiglianza d'Emilia colla sventurata sua zia era stata spesso osservata dalla Laurentini; ma fu specialmente all'ora della sua morte, nel momento stesso in cui la sua coscienza mostravale del continuo la marchesa, che siffatta somiglianza la colpì, e che, nel suo delirio, credette vedere la marchesa in persona. Ardì affermare, ricuperando i sensi, che Emilia doveva esser la figlia di quella dama. N'era convinta; sapeva che la sua rivale, sposando il marchese, gli preferiva un altro, e non dubitava che una passione sfrenata non avesse, come la sua, trascinata la marchesa a qualche fallo.

Intanto il delitto che, per un malinteso, Emilia supponeva essere stato commesso dalla signora Laurentini in Udolfo, non aveva mai avuto luogo. Emilia era stata ingannata dalla vista orribile del quadro coperto da un velo nero, onde si parlò negli scorsi capitoli, e che aveale fatto attribuire i rimorsi della monaca ad un omicidio accaduto in quel castello. Quel velo nascondeva un oggetto che la riempì di orrore; sollevandolo, invece di un quadro, vide nello sfondo una figura umana, i cui lineamenti sfigurati avevano il pallore della morte. Era coperta da un lenzuolo, e distesa in una specie di tomba. Ciò che rendeva tal vista ancor più spaventosa, era che quella figura parea esser già in preda ai vermi, e che le mani ed il volto ne lasciavano vedere le orme. È facile immaginare, che un oggetto tanto schifoso non si dovea guardar due volte. Emilia, quando lo vide, lasciò cadere il velo, e se ne allontanò spaventata, nè tornovvi più. Se avesse avuto il coraggio di osservarla più attentamente, l'orrore e lo spavento suo si sarebbero dissipati, perchè avrebbe riconosciuto che quella figura era di cera. Questo fatto, sebbene straordinario, non è però senza qualch'esempio negli annali della dura servitù in cui la superstizione monastica ha sovente piombato il genere umano. Un membro della casa di Udolfo aveva offeso in qualche punto le prerogative della Chiesa, e fu condannato a contemplare due ore per giorno l'immagine in cera di un cadavere. Questa penitenza, che doveva servire a rammentargli una sorte inevitabile, aveva per iscopo di reprimere nel signore di Udolfo un orgoglio di cui quello di Roma era offeso. Non solo egli subì esattamente la sua penitenza, ma nel suo testamento, prescrisse la conservazione di quella figura, mettendo a tal prezzo la proprietà del dominio, e riguardando come utilissima l'umiliante moralità che insegnava il finto cadavere, l'avea fatto incorniciare nel muro del suo appartamento, ma nessuno degli eredi però volle imitarne la penitenza.

L'immagine era così naturale, che non è da stupirsi se Emilia la credè un corpo umano. Aveva udito raccontare la strana scomparsa della padrona del castello, e il carattere di Montoni autorizzava in lei il sospetto che il cadavere fosse quello della signora Laurentini assassinata dallo stesso suo parente.

Venendo a conoscere che la marchesa di Villeroy era sorella di Sant'Aubert, Emilia si sentì combattuta da contrari affetti. In mezzo alla mestizia cagionatale della morte prematura dell'infelice, si sentì alleviata dalle penose congetture in cui l'avea gettata la temeraria asserzione della Laurentini sulla di lei nascita e sull'onore de' suoi parenti. La sua fiducia ne' principii del padre non permetteale guari d'immaginare ch'egli avesse mancato alla delicatezza. Ripugnava a credersi figlia di tutt'altra che di colei ch'ella avea sempre amata e rispettata come sua madre; avrebbe stentato molto a crederlo; ma la di lei somiglianza colla defunta marchesa, la condotta di Dorotea, le asserzioni della Laurentini, il misterioso affetto di Sant'Aubert aveanle ispirati dubbi che la sua ragione non poteano nè distruggere, nè confermare; ella se ne trovava così sbarazzata, e la condotta del padre si spiegava. Il suo cuore non era più oppresso che dalla sventura d'una parente amabile, e per la terribile lezione data dalla monaca moribonda. Troppa indulgenza per le sue prime passioni, avean trascinata grado grado la signora Laurentini ad un delitto il cui solo nome in gioventù l'avrebbe al certo fatta fremere d'orrore; delitto di cui lunghi anni di penitenza non avean potuto cancellar la memoria, nè alleviare la di lei coscienza.