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I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 cover

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4

Chapter 20: CAPITOLO LVI
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About This Book

A young woman, orphaned and vulnerable, faces legal and emotional jeopardy after her father's death; separated from her beloved, she endures manipulative guardianship and confinement in a remote, decaying castle where strange events and hidden documents prompt fear and investigation. The narrative alternates intense landscape depiction and suspenseful interior scenes, blending apparent supernatural occurrences with eventual rational explanations, while tracing the heroine's moral steadiness, romantic hopes, and efforts to reclaim autonomy and property amid secrets, betrayals, and a pervasive Gothic atmosphere.

CAPITOLO LVI

Dopo le ultime scoperte, Emilia fu trattata dal conte e dalla sua famiglia come una parente della casa Villeroy, e ricevuta, se era possibile, anche con maggiore amicizia.

Il conte, inquieto e sorpreso di non ricevere alcuna risposta da Valancourt, s'applaudiva della sua prudenza. Emilia non partecipava a paure di cui ignorava il motivo; ma quando la vedeva soccombere al peso del suo errore crudele, aveva bisogno di tutta la sua risoluzione per privarla d'un sollievo momentaneo e dissimular seco lei. Le nozze di Bianca si avvicinavano, attirando la sua attenzione e le sue cure. Si aspettava di giorno in giorno il cavaliere Santa-Fè, e tutto il castello si occupava dei più brillanti preparativi. Emilia voleva prender parte all'allegrezza che circondavala, ma lo tentava invano; preoccupata di quanto avea saputo, ed inquieta soprammodo della sorte di Valancourt si raffigurava lo stato in cui era quando diè l'anello a Teresa: essa credea riconoscervi l'espressione della disperazione, e quando considerava dove questo stato avrebbe potuto spingerlo, il cuore le sanguinava di dolore e spavento. I dubbi da lei formati sulla salute e sull'esistenza sua, l'obbligo in cui era di conservar questi dubbi sino al di lei ritorno alla valle, pareale insopportabile. Eranvi momenti in cui nulla valea a contenerla. Essa sottraevasi inosservata da casa, andando a cercare la calma nelle profonde solitudini de' boschi che contornavano la spiaggia. Il fragor delle onde spumanti, il sordo stormir delle foreste, s'accordavano collo stato dell'anima sua: sedeva sopra una rupe o sulle rovine della vecchia torre; osservava verso sera la sfumatura de' colori nelle nubi; vedea svolversi i tetri veli del crepuscolo. La candida cresta dell'onde, eternamente sospinte al lido, distinguevasi appena sull'oscura superficie dell'acque. Talvolta essa ripetea i versi incisi dall'amante in que' luoghi; poi, troppo addolorata pe' dispiaceri che le rinnovavano, cercava distrarsi.

Una sera che col liuto errava a caso sul lido favorito, entrò nella torre. Salita una scala a lumaca, trovossi in una stanza meno rovinata del resto. Di là spesse fiate ella aveva ammirato la vasta prospettiva offertale dal mare e dalla terra: il sole tramontava da quella parte de' Pirenei che divide la Linguadoca dal Rossiglione; ella si mise ad una finestra munita di ferriate: i boschi e le onde sotto a lei conservavano ancora le tinte rossicce del tramonto. Accordato il liuto, vi unì il suono della voce, e cantò una di quelle romanze semplici e campestri tanto predilette da Valancourt.

Il tempo era sì queto e sereno, che appena la brezza vespertina increspava la superficie dell'acqua o gonfiava leggermente la vela indorata ancora agli ultimi rai del dì. I colpi misurati de' remi di qualche battello sturbavan soli il riposo ed il silenzio. La tenera melodia del liuto finiva d'immerger la fanciulla in dolce malinconia; essa ripetè le antiche canzoni, e le memorie in lei destate diventando ognor più tenere, le sue lagrime caddero sul liuto, e non potè proseguire.

Il sole era scomparso dietro le vette de' monti, e le loro cime più alte non ne ricevevan più la luce; Emilia, trattenendosi ancora nella torre, vi si abbandonava a' suoi pensieri. Udendo camminare, sussultò, e guardando abbasso, riconobbe Bonnac. Ricadde nella meditazione, e dopo alcuni momenti, ripreso il liuto, cantò la sua aria favorita. Tornò ad udir rumore di passi; ascoltò: salivan la scala della torre. L'oscurità ispirolle qualche paura; i passi eran veloci e leggeri; la porta s'aprì ed il debole crepuscolo le celò sulle prime i lineamenti d'una persona che entrava; ma Emilia potea ingannarsi al suono della voce? era quella di Valancourt. La fanciulla, la quale non aveala mai intesa senza emozione, turbata da sorpresa e piacere a un tempo, appena se l'ebbe visto a' piedi, fu per venir meno. Tanti contrari affetti agitavanle il cuore, che a stento udiva quella voce, i cui teneri e timidi accenti cercavan riassicurarla. Valancourt, vedendola in tale stato, si rimproverava l'eccesso d'impazienza che l'aveva spinto a sorprenderla così. Appena giunto al castello di Blangy, non aveva potuto aspettare il ritorno del conte, ch'era fuori al passeggio, e correndone in cerca, nel passar presso la torre, avea riconosciuta la voce d'Emilia, ed era salito subito.

Quand'essa fu rinvenuta, respinse le attenzioni di Valancourt, e gli domandò, con aria di malcontento, qual fosse il soggetto della sua visita.

« Ah! Emilia, » disse Valancourt, « queste parole, questo disprezzo... Gran Dio! Mi sono illuso. Allorchè mi privaste della vostra stima, voi avete dunque cessato di amarmi?

— Sì, signore, » rispos'ella, sforzandosi di parer tranquilla; « se faceste caso della mia stima, non mi avreste data questa nuova occasione di affanno. »

La fisonomia del giovane si alterò visibilmente, e l'ansietà del dubbio cedè alla sorpresa e allo scoraggiamento. Tacque alcun poco, poi disse:

« M'avevano lusingato di un'accoglienza molto diversa! È dunque vero, o Emilia, che ho perduto per sempre il vostro affetto? Debbo io dunque credere che la vostra stima non può essermi mai restituita, e che il vostro amore non può rinascere? Il conte ha meditato dunque questa crudeltà che mi dà una seconda volta la morte? »

L'accento con cui si esprimeva allarmò e sorprese molto Emilia. Tremante d'impazienza, gli disse che si spiegasse più chiaro.

« E perchè una spiegazione? Ignorate voi, » rispose Valancourt, « quanto la mia condotta fu calunniata? Ignorate voi che le azioni di cui mi credeste colpevole... E come poteste, o Emilia, degradarmi fino a questo punto nella vostra opinione?... Che queste azioni, le disprezzo e le abborro quanto voi? Ignorate voi che il conte ha scoperte le falsità che mi privavano dell'unico bene che mi sia caro al mondo; che mi ha invitato egli medesimo a venire a giustificarmi presso di voi? Lo ignorate voi, o son io ancora il trastullo d'una falsa speranza? »

Il silenzio di Emilia parea confermare questo timore; il giovane, nell'oscurità, non poteva distinguere la sorpresa e la gioia che la rendevano quasi immobile, incapace di parlare, un profondo sospiro parve sollevarla, e disse finalmente:

« Valancourt! Io ignorava tutto quel che mi avete detto. L'emozione ch'io sento n'è la prova. Io non poteva stimarvi più, ma non aveva ancora potuto riuscire a dimenticarvi.

— Qual felicità mi recan le vostre parole! Vi son dunque caro ancora, o mia Emilia?

— È forse necessario che io ve lo dica? Questo è il primo momento di gioia dopo la vostra partenza, e m'indennizza di tutto quello che ho sofferto. »

Valancourt sospirava, non poteva rispondere, bagnava di baci e lagrime le mani di lei, ed il suo pianto esprimeva assai meglio di qualunque più tenero linguaggio. La fanciulla, riavutasi alquanto, propose di tornar al castello. Allora, e per la prima volta, ricordossi che il conte avea invitato Valancourt a giustificarsi appo lei, e che nessuna spiegazione era avvenuta. Ma, a questa sola idea, il suo cuore respinse la possibilità che Valancourt fosse stato reo. I suoi sguardi, la voce, i modi erano il pegno della sua nobile e costante sincerità. Ella abbandonossi dunque senza ritegno al sentimento di una gioia non mai provata fin allora.

Nè Emilia, nè il giovane seppero come fossero tornati al castello: se un potere magico ve li avesse trasportati, forse ne avrebbero meglio notato il movimento; erano nel vestibolo prima d'accorgersi che esistesse qualcuno al mondo. Il conte venne loro incontro con tutta la franchezza e l'affabilità del suo carattere; accolse cordialmente Valancourt, e lo pregò di perdonargli la sua ingiustizia. Poco dopo Bonnac raggiunse quel gruppo felice, e Valancourt ed esso si abbracciarono con reciproca e tenera soddisfazione.

Dopo i primi complimenti, il conte ebbe una lunga conferenza col giovane, il quale si giustificò appieno. Confessò così ingenuamente i suoi torti, e ne mostrò tanto rammarico, che il conte ne concepì le più liete speranze. Valancourt era dotato delle più eminenti qualità: l'esperienza gli aveva insegnato a detestare tutte le follie che l'avevano sviato qualche momento; ed il conte, persuaso ch'esso avrebbe menato vita onesta, gli confidò alfine senza scrupolo la felicità della parente cui amava come sua figlia. Le rese conto in due parole del soggetto del loro colloquio; Emilia aveva già saputo tutto ciò che Valancourt aveva fatto per Bonnac, e versava in quel momento copiose lacrime di piacere e di tenerezza. Il colloquio del conte Villefort finì a dileguare tutti i suoi dubbi, ed ella restituì senza tema la sua stima e l'amor suo a colui che aveva saputo inspirarglieli.

L'arrivo del cavaliere di Santa-Fè, guarito dalle sue ferite, finì di spargere il brio e l'allegrezza in tutti gli abitanti del castello. Il povero Dupont volle scansar di gettare, colla sua presenza, qualche ombra di tristezza su tutta quella felice comitiva. Appena fu certo che Valancourt non era indegno di Emilia, pensò sul serio a guarire dalla sua passione, e partì. La di lui condotta, ben compresa dalla fanciulla, le ispirò pietà ed ammirazione insieme.

Quando Annetta seppe l'arrivo di Valancourt, Lodovico durò gran fatica a trattenerla; voleva correre nella sala ad esprimere tutta la sua gioia, assicurando che dopo il ritorno del suo caro Lodovico non aveva provato mai tanta consolazione.

Le nozze di Bianca e di Emilia furon celebrate nel medesimo giorno a Blangy con tutta la magnificenza. Le feste furono splendidissime: la sala grande era stata ornata d'un nuovo parato rappresentante Carlo Magno co' suoi dodici pari. Si vedevano i fieri Saraceni che si avanzavano in battaglia, e tutti gl'incanti ed il potere magico di Merlino. Le sontuose bandiere de' Villeroy, sepolte a lungo nella polvere, sventolarono di nuovo sulle torri gotiche del castello. La musica rimbombava da tutte le parti. Annetta ammirava tutte quelle feste, considerava la magnificenza degli abbigliamenti, le ricche livree dei servitori, i mobili di velluto ricamati in oro, ascoltava i lieti canti che facevan echeggiar le vôlte, e credevasi trasportata in un palazzo di geni e di fate. La vecchia Dorotea sospirava, e diceva che l'aspetto attuale del castello le rammentava tuttavia la sua gioventù.

Dopo aver per qualche giorno fatto l'ornamento delle feste, Emilia e Valancourt si congedarono dai loro buoni amici, e tornarono alla valle. Furono ricevuti dalla buona e fida Teresa con gioia sincera.

Le fresche ombre di quel luogo favorito parvero offrir loro gratamente le più care memorie. Percorrendo que' luoghi, soggiorno per tanto tempo de' suoi diletti genitori, Emilia mostrava con tenerezza allo sposo i luoghi ove solevan riposare, e la sua felicità pareale più dolce, pensando che entrambi l'avrebbero abbellita d'un sorriso.

Valancourt la condusse al platano ove per la prima volta avea ardito favellarle d'amore. La memoria de' dispiaceri sofferti poscia, delle sventure, de' pericoli susseguiti a quell'incontro, aumentò il sentimento dell'attuale loro felicità. Sotto quelle sacre ombre, dedicate per sempre alla memoria di Sant'Aubert, giuraronsi scambievolmente di cercar di rendersene degni, imitando la di lui dolce benevolenza: ricordandosi che ogni specie di superiorità impone doveri a chi ne fruisce; offrendo a' loro simili, oltre le consolazioni ed i benefizi che la prosperità deve ogni giorno all'infortunio, l'esempio d'una vita passata nella gratitudine verso Dio, e la costante occupazione d'essere utile all'umanità.

Poco dopo il loro ritorno alla valle, il fratello di Valancourt venne a felicitarlo sul di lui matrimonio, ed a rendere omaggio ad Emilia. Fu talmente contento di lei, e della ridente prospettiva che questo matrimonio offriva a Valancourt, che tosto gli donò la metà de' suoi averi, e siccome non aveva figli, gli assicurò tutta la sua eredità.

I beni di Tolosa furono venduti. Emilia ricomprò da Quesnel il patrimonio avito; dotò Annetta, che si maritò a Lodovico, e impiegolli ambidue a Epourville. Valancourt e lei stessa preferivano gli ombrosi luoghi della valle ad ogni altra residenza, e vi fissarono stabile dimora; ma tutti gli anni, per rispetto alla memoria di Sant'Aubert, andavano a passar qualche mese nell'abitazione ove era stato allevato.

Emilia pregò lo sposo di permetterle che donasse a Bonnac il legato ricevuto dalla signora Laurentini, e ciò le venne accordato col massimo piacere. Il castello di Udolfo toccava egualmente alla sposa di Bonnac, come più prossima parente della Laurentini; e cotesta famiglia, lungamente infelice, gustò di nuovo l'abbondanza e la pace.

Oh! quanto sarebbe dolce il parlar a lungo della felicità de' due sposi! dire con qual gioia, dopo aver sofferto l'oppressione de' malvagi e lo sprezzo de' fiacchi, furono alfine restituiti l'uno all'altro; con qual piacere ritrovarono i diletti luoghi della patria! Quanto sarebbe dolce narrare, come, rientrati nella via che adduce più sicuramente alla felicità, tenendo ognora alla perfezione dell'intelletto, fruirono delle dolcezze d'una società illuminata, de' piaceri d'una beneficenza attiva, e come i boschetti della valle ritornarono il soggiorno della saviezza ed il tempio della domestica felicità!

Possa almeno aver giovato il dimostrare, che il vizio può talvolta affliggere la virtù, ma che il suo potere è passeggiero, e certo il suo castigo, mentre, se la virtù è oppressa dall'ingiustizia, appoggiata però alla pazienza, trionfa infine di qualunque infortunio! E se la debole mano che scrisse questi eventi ha potuto sollevar un momento il cuor mesto degli afflitti; se colla sua morale consolante ha potuto insegnar loro a sopportarne il peso con rassegnazione, i suoi umili sforzi non saranno stati vani, e l'autore avrà ottenuto la sua ricompensa.

 
 

FINE DEL QUARTO ED ULTIMO VOLUME.


Milano 1875 — Tip. Ditta Wilmant.


NOTA DEL TRASCRITTORE

La presente edizione del libro è una traduzione abbreviata e priva di quasi tutte le parti in poesia. La versione originale completa in inglese è disponibile su Project Gutenberg: The mysteries of Udolpho.

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annnotazione minimi errori tipografici. In particolare, l'uso di trattini e virgolette per introdurre il discorso diretto, molto irregolare e incoerente, è stato per quanto possibile regolarizzato. Un indice è stato inserito all'inizio.

I seguenti refusi sono stati corretti [tra parentesi il testo originale]:

P.     7 - maggiore che non potete supporre [suporre].
18 - la sua relazione [ralazione] con Valancourt
22 - e le disse affettuosamente [affettuosomente]
25 - mi darà la forza [forza la] di superare
31 - con rispettoso [ripettoso] silenzio
46 - Mi fu detto che la marchesa di Villeroy [Valleroy]
78 - ed a qualche altra circostanza [ciscostanza]
80 - udito battere, e le precauzioni [precauazioni]
83 - del cacciatore è piacevole e salubre [solubre]
90 - Avete voi appostata una vedetta [vendetta]
96 - con molto riserbo del signor Valancourt [Valencurt]
103 - aveva passato [passate] presso di lei momenti
131 - la conversazione del parlatorio [palatorio]