CAPITOLO XLII
La notte seguente, all'istessa ora circa, Dorotea venne a prendere Emilia e portò le chiavi dell'appartamento della marchesa, che si trovava dalla parte opposta, al nord. Dovevano passare vicino alle stanze della servitù, e Dorotea desiderava sfuggire alle loro osservazioni. Volle dunque aspettare un'altra mezz'ora ond'assicurarsi che tutti i servitori dormissero. Era quasi un'ora dopo mezzanotte allorchè si misero in cammino. Dorotea andava innanzi e portava il lume; ma il suo braccio, indebolito dal timore e dalla vecchiaia, tremava sì forte, che Emilia, presa ella stessa la lucerna, s'offrì a sostenere i di lei passi mal sicuri. Bisognava scendere lo scalone, traversare gran parte del castello, e salire l'altro situato al nord. Non incontrarono nulla che alterasse vie maggiormente la loro agitata fantasia, e giunte in cima alla scala Dorotea mise la chiave nella serratura. « Ah! » diss'ella sforzandosi di girarla; « è chiusa da tanto tempo, che forse la ruggine non ci permetterà di aprirla. » Emilia però, più destra di lei, girò la chiave, aprì la porta, ed entrarono in una stanza antica e spaziosa.
« Dio buono! » disse Dorotea nell'entrare; « l'ultima volta che son passata da questa porta, io seguiva la salma della mia povera padrona! »
Traversarono una fila di stanze, e giunsero in un salotto adorno ancora con magnificenza.
« Riposiamo qui un momento, » disse Dorotea; « quella è la porta della camera, in cui è morta la padrona. Ah! signorina, perchè mi avete fatto venir qua? »
Emilia, vedendo la povera vecchia in uno stato compassionevole, la fece sedere e procurò di tranquillarla.
« Come la vista di questo appartamento mi richiama alla memoria l'immagine del tempo passato! Mi pare che fosse ieri. »
— Zitto! qual rumore è questo? » disse Emilia.
Dorotea, spaventata, guardò per tutta la camera; ascoltarono ma non intesero nulla. La vecchia allora riprese il soggetto del suo dolore: « Questo salotto era, al tempo della signora, la più bella stanza del castello. Era mobiliato all'ultimo gusto. Tutti questi mobili vennero da Parigi; quei grandi specchi sono di Venezia. Questi arazzi erano in ispecie ammirati da tutti; rappresentano essi un'istoria che si trova in un libro, di cui ora non mi ricordo il nome. »
Emilia si alzò per esaminarli. Alcuni versi in provenzale, in fondo ai medesimi, le fecero riconoscere la storia di Coriolano.
Dorotea essendosi alquanto rimessa, aprì finalmente la porta fatale. Entrarono in una camera cupa e spaziosa. La custode si abbandonò tosto su d'una sedia esalando profondi sospiri, e ardiva appena alzar gli occhi. Emilia osservò il letto ove dicevasi morta la marchesa. Era parato di damasco verde. Un gran panno di velluto nero lo cuopriva fino a terra. Mentre la fanciulla, col lume in mano, girava intorno alla camera: « Dio buono! » esclamò Dorotea; « mi par di veder la mia padrona distesa su quel letto, come la vidi per l'ultima volta. Ah! » soggiunse ella piangendo ed appoggiandosi al letto; « io era qui quella notte terribile: le teneva la mano; intesi le sue ultime parole, vidi tutti i suoi patimenti, e spirò fra le mie braccia.
— Non vi abbandonate a queste funeste rimembranze, » disse Emilia; « usciamo e mostratemi il ritratto di cui mi parlate.
— Egli è nel gabinetto, » rispose Dorotea, mostrandole un uscio. L'aprì, ed entrarono ambedue nel gabinetto della marchesa.
« Aimè! eccola là, » disse la custode, additando un quadro. « Ecco com'era allorchè giunse qui. Vedete bene ch'era fresca quanto voi. »
Mentr'ella continuava a smaniarsi, Emilia osservava attenta il ritratto, che somigliava moltissimo alla miniatura trovata fra le carte di Sant'Aubert: eravi soltanto una piccola differenza nell'espressione della fisonomia, e le parve riconoscere nel quadro un'ombra di quella malinconia pensierosa che caratterizzava sì forte il ritratto in miniatura.
« Vi prego, signorina, » disse Dorotea, « di situarvi presso questo quadro, affinchè io possa confrontarvi. »
Emilia la compiacque, e la vecchia rinnovò gli atti di sorpresa sulla di lei somiglianza. La fanciulla tornò a guardare, e le parve d'aver veduta in qualche parte una persona simigliante al ritratto; ma non potè rammentarselo bene. In quel gabinetto eranvi tuttavia molte cose d'uso della defunta, un abito, una sottana, un cappello, scarpe e guanti gettati là sul tavolino, come se li avesse cavati poco prima: eravi inoltre un gran velo nero ricamato; Emilia lo prese in mano per esaminarlo, ma si avvide tosto che cadeva in pezzi per vetustà; lo depose, e scorrendo il gabinetto, tutti gli oggetti le pareano parlar della marchesa.
Rientrata nella camera, Emilia volle vedere di nuovo il letto; osservando la punta bianca del guanciale che usciva di sotto al velluto nero, le parve scorgere un movimento. Senz'aprir bocca prese il braccio di Dorotea, la quale, sorpresa dall'azione e dal terrore di lei, rivolse gli occhi verso il letto, e vide il velluto sollevarsi ed abbassarsi; Emilia volle fuggire, ma la vecchia, cogli occhi fissi sul letto, le disse: « E il vento, signorina; abbiamo lasciato tutte le porte aperte. Vedete come l'aria agita anche il lume; è il vento sicuramente. »
Appena ebbe detto così, il panno si agitò con maggior violenza. Emilia, vergognandosi del suo timore, si riavvicina al letto, volendo assicurarsi se il vento solo le avesse impaurite: osserva attentamente, il velluto si agita ancora, si solleva e lascia vedere... una figura umana. Misero entrambe un grido spaventoso, e lasciando le porte aperte, fuggirono a precipizio. Allorchè giunsero alla scala, Dorotea aprì una camera, in cui dormivano due serve, e cadde svenuta sul letto. Emilia, abbandonata dalla sua solita presenza di spirito, fece un debole sforzo per nascondere alle donne stupefatte la vera cagione del suo terrore. Dorotea, riavendosi, si sforzò di ridere del suo timore; ma quelle serve, giustamente allarmate, non poterono risolversi a passare il resto della notte in vicinanza del terribile appartamento.
La custode condusse Emilia alle sue stanze, ove parlarono con più calma del caso strano. Quest'ultima avrebbe quasi dubitato di quella visione, se la vecchia non glie ne avesse attestata la realtà. Le domandò dunque se era ben sicura che qualcuno non si fosse introdotto segretamente colà: essa le rispose che le chiavi non erano mai uscite dalle sue mani, e facendo spesso la ronda, aveva più volte esaminata quella porta, e trovatala sempre chiusa.
« È dunque impossibile, » soggiunse ella, « che nessuno siasi introdotto in quelle stanze, e quando avessero potuto farlo, com'è probabile che abbiano scelto d'andar a dormire in un luogo così freddo e solitario! »
Emilia le fece osservare che la loro gita notturna poteva essere stata spiata; che forse qualcuno, per burla, le aveva seguite coll'intenzione di far loro paura, e che, mentre esaminavano il gabinetto, erasi nascosto nel letto. Dorotea convenne da principio che la cosa era possibile, ma si rammentò quindi che, entrando, aveva per precauzione levata la chiave della prima porta, e chiusala di dentro. Non eravi dunque potuto penetrare alcuno, e Dorotea affermò che il fantasma veduto non aveva nulla d'umano, ed era una spaventevole apparizione.
Emilia era molto commossa; di qualunque natura fosse quell'apparizione, umana o soprannaturale, il destino della marchesa era una verità incontrastabile. L'inesplicabile incidente accaduto nel luogo istesso dov'era morta, incusse ad Emilia un timore superstizioso. Scongiurò Dorotea di non parlare di quel caso a chicchessia, perchè il conte non fosse importunato da rapporti che avrebbero potuto spargere l'allarme in tutta la casa.
La vecchia acconsentì, ma si rammentò allora che l'appartamento era rimasto aperto, e non si sentì il coraggio di tornar sola a chiuderlo. Emilia, vincendo i suoi timori, le offrì di accompagnarla sino in fondo alla scala, ed ivi aspettarla. Rianimata da tale compiacenza, Dorotea andò nel modo proposto, e si contentò di chiuder la prima porta e poi raggiungere Emilia. Avanzandosi lungo l'andito che conduceva nella sala, udirono sospiri e lamenti che sembravano venire dal salone medesimo. Emilia ascoltò attenta, e riconobbe subito la voce di Annetta, che, spaventata dal racconto fattole dalle due serve, e non credendosi sicura che vicino alla padrona, andava a rifugiarsi da lei. Emilia cercò indarno di tranquillarla; ebbe pietà del suo spavento, ed acconsentì a lasciarla dormire nella sua camera.
CAPITOLO XLIII
Gli ordini precisi dati ad Annetta da Emilia, di tacere, cioè, sull'occorso, non produssero verun effetto. Il soggetto del di lei terrore aveva sparso un allarme così vivo tra la servitù, che tutti affermavano allora di aver sentito nel castello i rumori più straordinari. Il conte ne fu ben presto informato, e gli disser che la parte del nord era indubbitatamente frequentata dagli spiriti. Ne rise in principio, e mise la cosa in ridicolo, ma accorgendosi quindi che produceva confusione nel castello, proibì di parlarne sotto pena di castigo. L'arrivo di qualche amico lo distrasse intieramente, ed i suoi medesimi servi non avean tempo di parlare di quest'affare se non dopo aver cenato. Riuniti allora nel tinello, raccontavano del continuo istorie di morti, di maghi, di spiriti e d'ombre fino al punto che non ardivano più alzar gli occhi, tremavano tutti al più piccolo rumore, e ricusavano di andar soli in qualunque luogo della casa.
Annetta si distingueva raccontando non solo i prodigi, ond'era stata testimone, ma anche tutto ciò che aveva immaginato nel recinto del castello di Udolfo. Non obliava la strana scomparsa della signora Laurentini, che faceva una forte impressione sull'animo degli ascoltanti. Annetta avrebbe anche chiacchierato de' sospetti concepiti su Montoni, se il prudente Lodovico, allora al servizio di Villefort, non l'avesse sempre a tal punto interrotta.
Tra i forestieri venuti a visitare il conte nel suo castello, eranvi il barone di Santa-Fè suo amico, e il di lui figlio, cavaliere amabilissimo e sensibile. Egli aveva conosciuto Bianca a Parigi l'anno precedente, e concepita per lei una vera passione. L'antica amicizia del conte per suo padre, e le reciproche convenienze di cotesto parentado, aveanlo fatto internamente desiderare al conte. Ma trovando la figlia ancor troppo giovine per fissare la scelta della sua vita, e volendo d'altronde provar la costanza del cavaliere, aveva differito di approvare quest'unione, senza però toglierne la speranza. Or il giovine veniva col barone suo padre a reclamare il premio della sua perseveranza; il conte acconsentì, e Bianca non vi si oppose.
Il castello, così bene abitato, divenne ridente e magnifico. Il casino sulla riva del mare era spessissimo visitato da tutta la compagnia, che vi cenava quasi sempre quando permettevalo il tempo, e la sera finiva regolarmente con un'accademia di musica. Il conte e la contessa erano buoni filarmonici. Enrico, il giovine Santa-Fè, Bianca ed Emilia avevano tutti bella voce, ed il gusto suppliva alla mancanza del metodo. Parecchi suonatori di corni e strumenti a fiato, posti nel bosco, rispondevano con soavi armonie a quella che partiva dal casino.
In ogni altro tempo quei luoghi sarebbero stati deliziosi per Emilia, ma troppo oppressa allora dalla sua malinconia, trovava che nessun divertimento poteva riuscire a distrarla, e spesso l'interessantissima melodia di quelle accademie accresceva invece la sua tristezza. Preferiva perciò di passeggiar sola ne' boschi circostanti. La calma che vi regnava influiva sul suo cuore, e non tornava al castello se non costrettavi dall'assoluta oscurità. Una sera vi si trattenne più del solito: assisa su d'un masso, vide la luna sorgere sull'orizzonte a poco a poco, e rivestir successivamente della sua debole luce il mare, il castello ed il convento di Santa Chiara poco distante. Pensierosa, contemplava e meditava, quando d'improvviso una voce e la musica, già udita a mezzanotte, venne a colpirle l'orecchio. Il sentimento che provò fu un misto di sorpresa e terrore, considerando il suo isolamento. La musica si avvicinò; si sarebbe alzata per fuggire, ma i suoni parevan venire dalla parte per cui doveva passare, e tutta tremante ristette ad aspettar gli eventi; d'improvviso la musica cessò, e vide uscir dal bosco e passare una figura molto vicino a lei, ma così ratto, e l'emozione di lei fu si grande, che non distinse quasi nulla. Finalmente tornò al castello, risoluta di non venir più sola e così tardi in quel luogo.
Questo leggiero avvenimento produsse grand'impressione sul di lei spirito. Rientrata in camera, si rammentò sì bene l'altra circostanza spaventosa di cui era stata testimone pochi di prima, che appena ebbe coraggio di restar sola. Vegliò a lungo, ma nessun rumore venendo a rinnovare i suoi timori, andò a letto per cercar di gustare un po' di riposo.
Fu breve però; un chiasso spaventoso e singolare parve sorgere dal corridoio: s'udirono gemiti distinti; un corpo pesante urtò l'uscio che fu scosso dalla violenza del colpo: essa chiamò per sapere che fosse: non le fu risposto, ma ad intervalli udiva cupi gemiti. Il terrore la privò sulle prime della favella; ma quando intese strepito di passi nella galleria, gridò più forte. I passi fermaronsi al di lei uscio; ella distinse la voce di alcune fantesche, che pareano troppo occupate per poter risponderle. Annetta entrò a prender acqua, ed Emilia seppe allora come una donna fosse svenuta; la fece portare in camera per prestarle soccorso. Quando colei ebbe ricuperato i sensi, affermò che, salendo le scale per andar a dormire, aveva visto un fantasma sul secondo ripiano. Essa tenea la lampada abbasso a motivo dei gradini rovinati; sollevando gli occhi, scorse lo spettro, il quale dapprima immobile in un cantuccio, erasi poscia cacciato sulla scala, scomparendo alla porta dell'appartamento visitato ultimamente da Emilia. Un suono lugubre era susseguito a questo prodigio.
La fante tornò a scendere e correndo spaventata, era andata a cadere con un grido dinanzi all'uscio d'Emilia.
« Il diavolo senza dubbio, » disse Dorotea, accorsa al chiasso, « ha preso una chiave di quell'appartamento; non può essere altri; ho chiusa la porta io stessa. »
La fanciulla sgridò la donna dolcemente, e cercò di farla vergognare del suo spavento. La fante persistè a sostenere d'aver visto una vera apparizione. Tutte le altre donne accompagnaronla alla di lei stanza, tranne Dorotea, che Emilia trattenne seco. La vecchia, tutta paurosa, narrolle antiche circostanze in appoggio del caso occorso. Di tal novero era una consimile apparizione da lei vista nel medesimo sito; tal rimembranza aveala fatta esitare prima di salir la scala, ed avea accresciuta la di lei ripugnanza ad aprir l'appartamento del nord. Emilia s'astenne dall'esternare la sua opinione intorno a ciò; ma ascoltò attentamente la ciarliera, e ne risentì vie maggiore inquietudine.
Da quella notte il terrore de' servi crebbe al punto, che gran parte di essi risolse d'accommiatarsi. Se il conte prestava fede ai loro timori, aveva cura di dissimularlo, e volendo prevenire gl'inconvenienti che lo minacciavano, impiegava il ridicolo ed i ragionamenti per distruggere quei timori e quegli spaventi soprannaturali. Nondimeno, la paura aveva reso tutti gli spiriti ribelli alla ragione. Lodovico scelse quel momento per provare al conte il suo coraggio e la riconoscenza pe' di lui buoni trattamenti. Si offrì di passare una notte nella parte del castello, cui pretendevano abitata dagli spiriti, ch'egli assicurava di non temere; e se fosse comparso qualche essere vivente, disse che avrebbe fatto vedere che nol temea egualmente.
Il conte riflettè alla proposta; i domestici che lo udirono si guardarono l'un l'altro muti per la sorpresa e la paura. Annetta, spaventata per Lodovico, impiegò lagrime e preghiere per dissuaderlo da tale disegno.
« Tu sei un bravo giovane, » disse il conte sorridendo; « pensa bene alla tua impresa prima di accingerviti, ma se vi persisti, accetto la tua offerta, e la tua intrepidezza sarà generosamente ricompensata.
— Eccellenza, » rispose Lodovico, « io non desidero ricompense, ma la vostra approvazione. Vostra eccellenza ha già avuto molta bontà per me. Desidero soltanto aver qualche arme per difendermi in caso di bisogno.
— Una spada non potrà difenderti contro gli spiriti, » disse ironicamente il conte, guardando i servi; « essi non temono nè porte, nè catenacci: un fantasma, voi lo sapete, passa tanto dal buco d'una serratura, come da una porta aperta.
— Datemi una spada, signor conte, » disse Lodovico, « ed io m'incarico di cacciare nel mar Rosso tutti gli spiriti che volessero attaccarmi.
— Ebbene, » rispose il conte, « avrai una spada, e di più una buona cena. I tuoi camerati avranno forse il coraggio di restare ancora per istanotte nel castello: certo è che almeno per questa notte il tuo ardire attirerà su di te tutti i malefizi dello spettro. »
Una estrema curiosità contrastò allora colla paura nello spirito degli uditori, i quali risolsero d'aspettare l'esito della temeraria impresa del loro collega.
CAPITOLO XLIV
Il conte avea ordinato che l'appartamento del nord fosse aperto e preparato, ma Dorotea, rammentandosi quanto ci aveva veduto, non ebbe coraggio di obbedire: nessuno dei servitori volle prestarvisi, ed esso restò chiuso fino al momento in cui Lodovico doveva entrarvi, momento aspettato da tutti con impazienza.
Dopo cena, il giovane seguì il conte nel suo gabinetto, e vi rimasero quasi mezz'ora; nell'uscire, il conte gli consegnò una spada. « Questa ha servito nelle guerre mortali, » diss'egli ridendo; « tu ne farai senza dubbio uso onorevole in una mischia affatto spirituale; e domattina sentirò con piacere che non resta più un solo fantasma nel castello. »
Lodovico ricevè la spada con un saluto rispettoso, e rispose: « Sarete obbedito, signor conte, e m'impegno da ora in avanti che veruno spettro non turbi ulteriormente il riposo di questa dimora. »
Recaronsi nel salotto, ove gli ospiti del conte aspettavano per accompagnarlo all'appartamento del nord. Dorotea consegnò le chiavi a Lodovico, e s'incamminò a quella volta in compagnia della maggior parte degli abitanti. Giunti a' piè della scala, parecchi servitori, impauriti, non vollero andar più innanzi, e gli altri la salirono sino al pianerottolo. Lodovico mise la chiave nella serratura, ed intanto tutti lo guardavano con tanta curiosità, come se fosse occupato di qualche operazione magica; e siccome egli non era pratico di quella serratura, Dorotea l'aprì pian piano; ma quando i di lei sguardi ebbero penetrato nell'interno oscuro della stanza, mise un grido e si ritirò. A questo segnale d'allarme, la maggior parte degli spettatori fuggirono a precipizio giù per la scala; il conte, Enrico e Lodovico, rimasti soli, entrarono nell'appartamento; Lodovico teneva in mano la spada nuda, il conte portava una lampada, ed Enrico un paniere pieno di provvisioni pel bravo avventuriere. Traversando quella fila di stanze, il conte restò sorpreso del loro stato rovinoso, ed ordinò al servo di dire il giorno dopo a Dorotea, d'aprire tutte quelle finestre, volendo far restaurare quel magnifico appartamento; indi gli chiese dove facesse conto di stabilirsi.
« Dicono esserci un letto in una stanza; è là che voglio dormire, se per caso mi sentissi stanco di vegliare. »
Giunti alla camera indicata, v'entrarono tutti: il conte fu colpito nel vederne l'aspetto funebre; accostossi al letto commosso, e trovandolo coperto col panno di velluto nero, sclamò: « Che cosa significa ciò? — Mi fu detto che la marchesa di Villeroy è morta in questo luogo stesso, e vi giacque sino all'ora del seppellimento. Quel velluto ricopriva per certo il feretro. »
Il conte non rispose nulla, ma divenne pensieroso; voltossi quindi verso Lodovico, gli domandò con serietà se realmente avrebbe coraggio di restar lì solo tutta la notte. « Se hai paura, » soggiunse, « non arrossire di confessarmelo; io saprò scioglierti dal tuo impegno senza esporti ai sarcasmi degli altri. »
L'orgoglio e qualche poco di paura parevan tenere perplessa l'anima di Lodovico. Finalmente l'orgoglio trionfò e rispose:
« No, signore, no, finirò l'impresa che ho cominciata, e sono commosso della vostra attenzione. Accenderò un bel fuoco nel camino, e spero passare bene il tempo colle provvisioni del paniere.
— Benissimo, ma come farai a difenderti dalla noia, se tu non potessi dormire?
— Quando sarò stanco, eccellenza, non avrò paura di dormire; ma in tutti i casi ho meco un libro che mi divertirà.
— Spero che non sarai sturbato; ma se nel corso della notte tu potessi concepire qualche serio timore, vieni a trovarmi nel mio appartamento. Confido troppo nel tuo giudizio e coraggio, per temere che tu possa spaventarti per qualche frivolezza. Domani io t'avrò l'obbligo d'un servigio importante. Si aprirà l'appartamento, e tutta la servitù sarà convinta della sua stoltezza. Buona notte, Lodovico; vieni a trovarmi di buon'ora, e ricordati ciò che ti ho detto.
— Sì, signore, me ne rammenterò. Buona notte, eccellenza; permettete che vi faccia lume. »
Accompagnò il conte ed Enrico fino all'ultima porta, e siccome qualche servitore, nel fuggire, aveva lasciato un lume sul pianerottolo, il contino lo prese, e augurò la buona notte a Lodovico, il quale rispose con molto rispetto, e chiuse la porta. Cammin facendo per tornare nella camera da letto, esaminò con iscrupolosa cura tutte le stanze per le quali doveva passare, temendo vi si potesse essere nascosto qualcuno per ispaventarlo. Non vi trovò nessuno. Lasciò aperti tutti gli usci, e giunse nel salone, la cui muta oscurità lo fece gelare. Voltandosi indietro a guardare la lunga fila di stanze percorse, nel procedere innanzi scorse un lume e la propria figura riflettuti in uno specchio; rabbrividì. Altri oggetti pingeansivi oscuramente; non si fermò a considerarli; avanzandosi ratto nella camera da letto, vide la porta dell'oratorio. L'aprì, tutto era tranquillo. Colpito alla vista del ritratto della defunta, lo considerò lungo tempo con sorpresa ed ammirazione. Esaminato quindi il luogo, rientrò in camera, ed accese un buon fuoco, la cui vivida fiamma rianimò il di lui spirito, che cominciava a indebolirsi per l'oscurità e pel silenzio. Non si sentiva allora se non il vento soffiare attraverso le finestre, prese una sedia trascinò un tavolino presso al fuoco, cavò una bottiglia di vino con alcune provvisioni dal paniere, e cominciò a mangiare. Allorchè ebbe cenato, pose la spada sul tavolino, e non essendo disposto a dormire, trasse di tasca il libro ond'aveva parlato. Era una raccolta di antiche novelle provenzali. Attizzò il fuoco, smoccolò la lampada, e si mise a leggere. La novella che scelse attirò in breve tutta la sua attenzione........
Il conte frattanto era tornato nel tinello ove tutti l'aspettavano. Ciascuno era fuggito al grido penetrante di Dorotea, e gli fecero mille domande sullo stato dell'appartamento. Il conte li beffò per quella fuga precipitata e la superstiziosa loro debolezza.
Quando la compagnia si fu separata, il conte si ritirò nel suo quartiere. La rimembranza delle scene onde la casa era stata il teatro, l'affannava singolarmente. Alla fine fu scosso da' suoi pensieri dal suono d'una musica che intese vicino alla finestra.
« Cos'è quest'armonia? » diss'egli al suo cameriere; « chi suona e canta a quest'ora sì tarda? »
Pietro rispose, quella musica aggirarsi spesso intorno al castello verso mezzanotte, e credere averla udita anch'egli altre volte.
« Che bella voce! » soggiunse il conte; « che suono melodioso è mai questo! sembra qualcosa di sovrumano. Ma ora si allontana... »
E fatto cenno al servo di ritirarsi, stette assorto un pezzo in dubbiosi pensieri.
Lodovico intanto, nella sua camera isolata, sentiva tratto tratto il rumore lontano di una porta che si chiudeva. L'orologio del salone, da cui era molto distante, suonò dodici colpi. « È mezzanotte, » diss'egli, e guardò per la camera. Il fuoco era quasi spento; l'alimentò con nuove legna, bevve un buon bicchier di vino, e avvicinandosi sempre più al caminetto, procurò di esser sordo al rumorio del vento che fischiava da tutte le parti. Infine, per resistere alla malinconia che gradatamente s'impadroniva di lui, riprese la sua lettura.
Dopo qualche tempo, depose il libro avendo sonno; accomodatosi alla meglio sulla sedia, si addormentò. Gli parve vedere in sogno la camera, ove si trovava realmente; due o tre volte si svegliò dal sonno leggero, sembrandogli scorgere la faccia d'un uomo appoggiata alla sua sedia. Quest'idea fece su di lui tanta impressione, che, alzando gli occhi, gli parve quasi di vederne altri che si fissassero nei suoi. Si alzò e andò a fare una visita scrupolosa della camera, prima di convincersi appieno non esservi nessuno dietro la sedia.
CAPITOLO XLV
Il conte dormì pochissimo, si alzò di buon'ora, e premuroso di parlar con Lodovico, corse all'appartamento del nord. La prima porta era chiusa di dentro, e fu perciò costretto a batter forte, ma nè i suoi colpi, nè la sua voce vennero ascoltati. Considerando la distanza che separava quella porta dalla camera da letto, credè che Lodovico, stanco di vegliare, si fosse profondamente addormentato. Poco sorpreso adunque di non ricevere veruna risposta, si ritirò e andò a passeggiare pe' boschi.
Il tempo era oscuro; i fiochi raggi del sole combattevano i vapori che sorgevano dal mare, ricoprendo la cima degli alberi dalle frondi gialleggianti per la stagione autunnale. La bufera era calmata, ma l'onde, sempre commosse, muggivano tuttora.
Emilia erasi egualmente alzata di buon'ora, ed aveva diretto i passi verso il promontorio alpestre dal quale scoprivasi l'Oceano. Gli avvenimenti del castello occupavano il suo spirito, e Valancourt formava eziandio l'oggetto de' suoi tristi pensieri; non poteva esserle ancora indifferente. La sua ragione le rimproverava sempre una tenerezza che sopravviveva nel suo cuore alla stima; rammentavasi l'espressione de' suoi sguardi allorchè l'avea abbandonato, l'accento con cui le disse addio, e se qualche caso aumentava l'energia de' suoi pensieri, struggevasi in amare lacrime. Giunta all'antica torre, si riposò su di un gradino mezzo rovinato, osservando le onde che venivano lentamente a frangersi sulla riva, cospargendo gli scogli dalla bianca loro spuma. Il monotono loro fragore, e le grige nubi che velavano il cielo, rendeano la scena più misteriosa ed analoga allo stato del suo cuore. Tale stato le divenne troppo penoso; si alzò, e traversando una parte delle ruine, guardando a caso su d'un muro vide alcune parole malamente scolpite colla punta d'un coltello; le esaminò, e riconobbe il carattere di Valancourt: le lesse tremando.
Chiaro dunque appariva che Valancourt aveva visitato quella torre, ed era anzi probabile che fosse stato nella notte precedente ch'era stata burrascosa, e quei versi descrivevano un naufragio: inoltre parea che non avesse abbandonato quelle rovine se non da poco tempo, chè il sole essendo sorto allora, non poteva avere scolpiti quei caratteri all'oscuro. Era dunque probabilissimo che Valancourt fosse nelle vicinanze.
Mentre tutte queste idee si presentavano con rapidità all'immaginazione di Emilia, tante emozioni la combatterono, che ne fu quasi oppressa; ma ebbe la prudenza di sfuggire un incontro pericoloso alla sua virtù, e s'incamminò in fretta alla volta del castello. Ricordandosi allora della musica già sentita e della figura passatale così vicino quella sera, fu quasi tentata di credere nella sua agitazione che fosse lo stesso Valancourt. Fatti pochi passi, incontrò il conte, che per distrarla dall'afflizione in cui la vide, le fece conoscere la risposta dell'avvocato di Aix, suo amico, a proposito della cessione dei beni della signora Montoni.
Ritornati al castello, Emilia si ritirò nella sua camera, ed il conte andò all'appartamento del nord. La porta n'era peranco chiusa. Il conte chiamò forte Lodovico, senza ricevere risposta. Sorpreso di tale silenzio, cominciò a temere non fosse accaduta qualche disgrazia all'infelice, o che la paura di qualche oggetto immaginario l'avesse fatto svenire. Cercò alcuni servitori, ai quali chiese se avessero veduto Lodovico, ma tutti risposero che, dalla sera precedente, nessuno erasi più avvicinato all'appartamento del nord.
« Egli dorme profondamente, » disse il conte, « è così lontano dalla porta d'ingresso, che non può sentire; bisognerà gettarla a terra. Prendete una leva e seguitemi. »
I servi rimasero muti e confusi; nessuno si movea. Dorotea parlò di un'altra porta che dalla galleria dello scalone metteva nell'anticamera del salotto, ed era per conseguenza assai più vicina alla camera da letto. Il conte vi andò, ma tutti i suoi sforzi furono inutili; per cui la fece atterrare. Esso entrò pel primo; Enrico lo seguì co' più coraggiosi, e gli altri aspettarono sulla scala. Regnava in quel luogo il più cupo silenzio. Entrato nel salotto, il conte chiamò Lodovico, ma, non ricevendo risposta, aprì egli stesso, ed entrò. Il silenzio assoluto regnante colà confermò i suoi timori; Enrico fece aprire le imposte d'una finestra, ma Lodovico non fu trovato, malgrado le più esatte ricerche nell'oratorio, nel letto, ed in tutte le altre stanze. Tutte le porte che comunicavano al di fuori, erano chiuse internamente come pure tutte le finestre. Lo stupore del conte fu inesprimibile; rientrò nella camera, ove tutto era al suo luogo. La spada stava sul tavolino, colla lucerna, un libro ed un mezzo bicchier di vino. Accanto al caminetto eravi il paniere con un resto di provvisioni, e legna col fuoco spento. Il conte parlava poco, ma il di lui silenzio esprimeva molto. Pareva che Lodovico avesse dovuto fuggire per qualche uscio segreto ed ignoto. Il conte non poteva risolversi ad ammettere una causa soprannaturale; e poi, quando anche vi fosse, quest'uscio segreto, come spiegare i motivi della sua fuga?
Villefort aiutò egli stesso a staccare il parato di tutte le stanze, per iscuoprire se nascondeva qualche apertura, ma tutto indarno. Egli si ritirò dunque dopo aver chiuso il salotto, e messasene la chiave in tasca. Diede ordini pressanti perchè si cercasse Lodovico fino ne' dintorni, e si ritirò con Enrico nel suo gabinetto, ove restarono un'ora circa. Qualunque fosse stato il soggetto della loro conferenza, Enrico da allora perdè tutto il brio, e diveniva grave e riservato allorchè trattavasi il soggetto che allarmava tutta la famiglia. La paura dei servi crebbe al punto che la maggior parte di essi partì immediatamente, e gli altri restarono finchè il conte non li avesse surrogati. Le ricerche più esatte sul destino di Lodovico furono inutili. Dopo molti giorni d'indagini, la povera Annetta si abbandonò alla disperazione, e la sorpresa generale fu al colmo.
Emilia, il cui spirito era stato vivamente commosso dalla strana fine della marchesa, e dalla misteriosa relazione ch'essa immaginava aver esistito fra lei e Sant'Aubert, era colpita in ispecie da un caso sì straordinario. Era inoltre afflittissima della perdita di Lodovico, la cui probità, fedeltà ed i servigi meritavano tutta la sua stima e riconoscenza. Desiderava trovarsi nella placida solitudine del suo convento; ma tutte le volte che ne parlava al conte, questi ne la dissuadea teneramente; ella sentiva per lui l'affetto, l'ammirazione ed il rispetto di una figlia; e Dorotea consentì alfine ch'ella l'informasse dell'apparizione da loro veduta nella camera da letto della marchesa. In tutt'altro momento avrebbe sorriso della di lei relazione, ma allora ascoltolla sul serio, ed allorchè ebbe finito, le raccomandò il più scrupoloso segreto. « Qualunque possa essere la causa di questi avvenimenti singolari, » disse il conte, « il tempo solo può spiegargli. Io veglierò con cura su quanto accadrà nel castello, ed impiegherò ogni mezzo per iscuoprire il destino di Lodovico. Intanto usiamo prudenza e circospezione. Andrò io stesso a passare una notte intiera in quell'appartamento, ma fintantochè ne determini l'istante, voglio che l'ignorino tutti. » La vecchia Dorotea gli raccontò allora le particolarità della morte della marchesa, che cagionarongli alta sorpresa.
La settimana seguente, tutti gli ospiti del conte partirono, eccettuato il barone, suo figlio ed Emilia. Quest'ultima ebbe l'imbarazzo di un'altra visita del signor Dupont, che la fece risolvere a tornar subito al convento. La gioia manifestata da quell'uomo appassionato nel rivederla, la persuase come non avesse rinunziato alla speranza di farla sua, Emilia però fu seco lui molto riservata. Il conte lo ricevè con piacere, glielo presentò sorridendo, e parve ritrarre buon augurio dall'impaccio in cui la vedea.
Dupont però lo comprese meglio, perdè d'improvviso ogni brio, e ricadde nel languore e nello scoraggiamento.
Il giorno seguente, nondimeno, spiò l'occasione di spiegare il motivo della sua visita, e rinnovò la domanda. Questa dichiarazione fu ricevuta da Emilia con visibile dispiacere: procurò di addolcirgli la pena d'un secondo rifiuto, coll'assicurazione reiterata della sua stima e amicizia. Più persuasa che mai dell'inconvenienza d'un più lungo soggiorno nel castello, andò subito ad informare il conte della sua volontà di tornare al convento.
« Cara Emilia, » le diss'egli, « vedo con dispiacere che incoraggite le illusioni pur troppo comuni ai giovani cuori: il vostro ha ricevuto un colpo violento, e credete non doverne guarir più. Cercate di respingere queste idee; scacciate le illusioni, e svegliatevi al sentimento del pericolo. »
Emilia sorrise forzatamente, e rispose: « So che cosa volete dire, o signore, e son preparata a rispondervi. Sento che il mio cuore non proverà mai un secondo affetto, e perderei la speranza di ricuperare ancora la pace e la tranquillità, se mi lasciassi trascinare a nuovi impegni.
— So bene che voi sentite tutto questo, ma so eziandio che il tempo indebolirà tale sentimento; io posso parlarvene in proposito, e so compatire i vostri affanni, chè conosco per esperienza cosa vuol dire amare e piangere l'oggetto amato, » soggiunse commosso assai; « giudicate dunque s'io debbo premunir voi contro i terribili effetti di un'inclinazione, che può influire su tutta la vita, e abbreviare quegli anni che avrebbero potuto esser felici. Il signor Dupont è uomo amabile e sensibile; vi adora da lungo tempo, la sua famiglia e le sue sostanze non son suscettibili d'alcuna obiezione. Or è superfluo aggiungere ch'io credo il signor Dupont capace di fare la vostra felicità. Non piangete, mia cara Emilia, » continuò il conte, prendendole una mano; « io non voglio indurvi a sforzi violenti per domare i vostri affetti, ma pregarvi solo a star lontana da tutte le occasioni, che possono rammentarvi gli oggetti della vostra tristezza, pensando qualche volta all'infelice Dupont, senza condannarlo a quello stato di disperazione da cui bramerei veder guarita voi stessa.
— Ah! signore, » disse Emilia, versando un torrente di lacrime, « non vorrei che i vostri voti a tal proposito ingannassero il signor Dupont, colla speranza ch'io possa accordargli la mia mano. Se consulto il cuore, ciò non accadrà mai, ed io posso sopportar tutto fuorchè l'idea che possa mai cambiar di pensiero.
— Soffrite ch'io mi faccia interprete del vostro cuore, » ripigliò il conte con un sorriso; « se mi fate l'onore di seguire i miei consigli sul resto, vi perdonerò l'incredulità sulla vostra condotta futura verso Dupont. Non vi solleciterò di restar qui più a lungo che non vi piaccia; ma astenendomi adesso dall'oppormi alla vostra partenza, reclamo dalla vostra amicizia qualche visita per l'avvenire. »
Emilia ringraziollo di tante prove d'affetto, e promise di seguire i suoi consigli, uno solo eccettuato, assicurandolo del piacere con cui profitterebbe del suo grazioso invito, allorchè Dupont non fosse più al castello.
Villefort, sorridendo di questa condizione, riprese: « Vi acconsento, il monastero è qui vicino; mia figlia ed io potremo venire spesso a vedervi. Se però qualche volta ci permettessimo di associare un compagno alla nostra passeggiata, ce lo perdonereste voi? »
Emilia parve afflitta, e non rispose.
« Ebbene, » soggiunse il conte, « non ne parliamo più; vi domando perdono d'essermi spinto troppo oltre. Vi supplico di credere che il mio unico scopo è un vero interesse per la vostra felicità e per quella del mio buon amico. »
La fanciulla scrisse alla badessa, e partì la sera del giorno seguente. Dupont la vide partire con rammarico; ma il conte cercò incoraggiarlo colla speranza che col tempo essa gli sarebbe stata più favorevole.
Emilia fu contentissima di trovarsi nel placido ritiro del chiostro, ove la badessa le rinnovò le maggiori prove di materna bontà, avvalorate dall'amicizia veramente fraterna delle altre monache. Sapevano esse di già l'avvenimento straordinario del castello, e la stessa sera, dopo cena, pregarono Emilia di raccontarne i dettagli; essa lo fece con circospezione, estendendosi assai poco sulla scomparsa di Lodovico. Tutte le ascoltanti convennero unanimemente a darle una causa soprannaturale.
« Fu creduto per molto tempo, » disse una monaca chiamata suor Francesca, « che il castello fosse frequentato dagli spiriti, e rimasi assai sorpresa quando seppi che il conte aveva la temerità di venire ad abitarlo. Credo che l'antico proprietario avesse qualche peccato da espiare. Speriamo che le virtù dell'attual possessore possano preservarlo dal castigo riserbato al primo, se realmente era reo.
— E di qual delitto lo sospettano? » disse una certa Feydeau, educanda.
— Preghiamo per l'anima sua, » rispose una monaca, la quale fin allora non avea aperto bocca. « Se fu reo, il suo castigo quaggiù bastò ad espiarne la colpa. »
Eravi nell'accento di tai detti un misto di serio e di singolarità che colpì Emilia. L'educanda ripetè l'inchiesta senza badare alle parole della monaca.
« Non oso dire qual fu il suo delitto, » ripigliò suor Francesca. « Intesi racconti strani a proposito del marchese di Villeroy. Dicono, tra altri, che dopo la morte della moglie partì da Blangy, e non vi tornò più. A quell'epoca io non era qui, e non posso dir nulla di preciso; la marchesa era morta già da molto tempo, e la maggior parte delle nostre suore non potrebbe dirne di più.
— Io lo potrei, » ripigliò la monaca che avea già parlato, e che si chiamava suor Agnese.
— Voi sapete dunque, » disse l'educanda, « le circostanze che vi fanno giudicare s'egli fosse colpevole o no, e qual delitto gli venisse imputato?
— Sì, » rispose suor Agnese; « ma chi potrebbe mai indagare i miei pensieri? Chi oserà mescolarsi ne' miei segreti? Dio solo è il suo giudice, ed egli è già al cospetto di quel giudice terribile.
— Vi domandava soltanto la vostra opinione, se questo discorso vi spiace, lo cambieremo subito.
— Spiacevole! » rispose la monaca con affettazione. « Noi parliamo a caso, senza pesare il valore delle parole. Spiacevole! è un'espressione miserabile. Io vado a pregare Iddio. »
Ed alzatasi sospirando, se ne andò.
« Che significa ciò? » chiese Emilia.
— Non è straordinario, » rispose suor Francesca; « ella è spesso così. La sua ragione è alterata; vaneggia.
— Povera donna! » soggiunse Emilia; « pregherò Dio per lei.
— Le vostre preci in tal caso si uniranno alle nostre, giacchè ne ha bisogno.
— Signora, » disse la Feydeau, « fatemi la grazia di dirmi la vostra opinione sul marchese di Villeroy. Lo strano avvenimento del castello ha tanto eccitato la mia curiosità, che mi rende ardita a tal segno: qual è dunque il delitto che gli viene imputato?
— Non si può, » rispose la badessa con aria grave, « non si può avventurare veruna proposizione sopra un soggetto così delicato. Quanto al castigo di cui parla suor Agnese, non so che ne abbia sofferto alcuno, ed avrà voluto di certo alludere al crudele rimordimento di coscienza. Guardatevi bene, figliuole, di provare questo terribile castigo, ch'è il purgatorio della nostra vita. La marchesa è stata un modello di virtù e rassegnazione, ed il chiostro istesso non avrebbe arrossito d'imitarla. La nostra chiesa ha ricevuto la di lei spoglia mortale, e la sua anima è volata senza dubbio in grembo al Creatore. Andiamo, figliuole, a pregare per gl'infelici peccatori. »
Ella si alzò, e la seguirono tutte alla cappella.
CAPITOLO XLVI
Villefort ricevè alfine una lettera dell'avvocato di Aix, che incoraggiava Emilia ad affrettare le sue istanze pel ricupero dei beni della zia. Poco dopo ricevè un simile avviso per parte di Quesnel; ma il soccorso della legge non pareva più necessario, giacchè la sola persona che avesse potuto opporsi non esisteva più. Un amico di Quesnel, che risiedeva a Venezia, aveagli mandato la relazione della morte di Montoni, processato con Orsino, come supposto complice dell'assassinio del nobile veneziano. Orsino, trovato reo, fu giustiziato; Montoni ed i suoi compagni, riconosciuti innocenti di quel delitto, furono tutti rilasciati tranne il primo. Il senato vide in lui un uomo pericolosissimo, e, per diversi motivi, fu ritenuto in carcere. Vi morì in modo molto segreto e sospettossi che il veleno troncasse i suoi giorni. La persona dalla quale Quesnel aveva ricevuto la notizia, meritava tutta la fede. Egli diceva dunque a Emilia che bastava reclamare i beni della zia per andarne al possesso, aggiungendo l'avrebbe aiutata a non trascurar veruna formalità. L'affitto della valle volgea al suo termine, per cui la consigliava di recarsi a Tolosa.
L'aumento del patrimonio d'Emilia aveva risvegliato in Quesnel un'improvvisa tenerezza per la nipote, e pareva avere più rispetto per una ricca fanciulla, di quel che non avesse sentito compassione per un'orfanella povera e senza amici.
Il piacere provato da Emilia a tale notizia, fu mitigato dall'idea che colui, pel quale aveva desiderato tanto di essere nell'agiatezza, non era più degno di lei. Nonpertanto ringraziò il cielo del benefizio inaspettato, e scrisse a Quesnel che sarebbe stata a Tolosa pel tempo indicato.
Quando Villefort andò al convento in compagnia di Bianca per far leggere ad Emilia il consulto dell'avvocato, fu istruito delle informazioni di Quesnel, e ne felicitò sinceramente la fanciulla. Tornò quindi a riparlare delle sue inquietudini sulla sorte di Lodovico; e disse che, volendo far cessare tutte le ciarle e le paure, aveva l'intenzione decisa di passare una notte intiera nell'appartamento del nord. Emilia seriamente allarmata, unì le sue preghiere a quelle di Bianca per distoglierlo da tale progetto.
« Che cos'ho io da temere? » rispos'egli; « non credo aver a combattere nemici soprannaturali, e quanto agli attacchi umani, sarò parato a riceverli; d'altronde, vi prometto di non vegliar solo. Mio figlio mi terrà compagnia; e se stanotte non isparirò come Lodovico, domani saprete il risultato della mia avventura. »
Il conte e Bianca, congedatisi poco dopo da Emilia, tornarono al castello.
La sera, dopo cena, Villefort s'incamminò con Enrico all'appartamento del nord, accompagnato dal barone, da Dupont e da alcuni domestici, che gli augurarono la buona notte alla porta. Tutto era in quelle stanze nel medesimo stato come dopo la sparizione di Lodovico. Essi furon costretti ad accendere il fuoco da sè, poichè nessuno si era arrischiato a venire fin là. Esaminarono scrupolosamente la camera e l'oratorio, e sedettero vicino al fuoco. Deposero le spade sul tavolino, e parlarono a lungo di varie cose. Enrico era spesso distratto e taciturno, e fissava tratto tratto un occhio diffidente e curioso sulle parti oscure della camera. Il conte cessò a poco a poco di parlare, e, per sottrarsi a' pensieri che l'assalivano, si mise a leggere un volume di Tacito, ond'erasi prudentemente munito.
CAPITOLO XLVII
Il barone di Santa-Fè, inquieto per l'amico, non avendo potuto chiuder occhio in tutta notte, erasi alzato di buonissima ora. Andando per notizie passò vicino al gabinetto del conte, ed udì camminare: bussò, e venne lo stesso Villefort ad aprirgli: lieto di vederlo sano e salvo, il barone non ebbe tempo di osservarne la fisonomia straordinariamente grave; le sue risposte riservate però ne lo resero ben presto accorto. Il conte affettando di sorridere, rispose evasivamente alle di lui interrogazioni; ma il barone divenne serio e così pressante, che Villefort, preso allora un tuono deciso di gravità, gli disse:
« Amico caro, non mi domandate nulla di più, ve ne scongiuro. Vi supplico inoltre di tacere su tutto ciò che la mia condotta avvenire potrà avere di sorprendente. Non ho difficoltà a dirvi che sono infelice, e che il mio esperimento non mi fece trovare Lodovico. Scusate la mia riserva sugl'incidenti di stanotte.
— Ma dov'è Enrico? » disse il barone, sorpreso e sconcertato dal rifiuto.
— È nelle sue stanze; mi farete il piacere a non interrogarlo. Potete esser certo che il motivo che m'impone silenzio verso un amico di trent'anni, non può derivare da un caso ordinario. La mia riserva, in questo momento, non deve farvi dubitare nè della stima, nè dell'amicizia mia. »
Troncato così il discorso, scesero per la colazione. Il conte mosse incontro alla sua famiglia con aria allegra: si schermì dalle molteplici interrogazioni con risposte scherzose, ed assicurò, ridendo, l'appartamento del nord non essere poi tanto da paventarsi, se lui e suo figlio n'erano usciti sani e salvi.
Enrico fu però meno felice ne' suoi sforzi per dissimulare; la sua faccia portava ancora l'impronta del terrore. Era muto e pensieroso, e quando voleva rispondere, celiando, alle pressanti dimande della Bearn, si vedeva bene il suo brio non esser naturale.
Dopo pranzo, il conte, a tenore della sua promessa, andò a trovare Emilia, la quale fu sorpresa di trovare ne' suoi discorsi sugli appartamenti del nord un misto di motteggio e riservatezza. Non disse però nulla dell'avventura notturna; e quand'essa ardì favellargliene, e chiedergli se si fosse accorto che gli spiriti frequentassero l'appartamento, si fece serio e rispose sorridendo:
« Cara Emilia, non vi guastate il cervello con simili idee che v'insegnerebbero a trovar uno spettro in tutte le stanze oscure. Ma credetemi, » soggiunse con un lungo sospiro, « i morti non appariscono per soggetti frivoli, nè all'unico scopo di spaventare i paurosi. » Tacque, pensò alquanto, indi ripigliò: « Ma via, non parliamone più. »
E s'accomiatò poco dopo. La fanciulla andò a raggiungere le monache, e restò sorpresa nel sentire come sapessero già l'avventura. Ammiravano esse l'intrepidità del conte a passar la notte nell'istesso appartamento ov'era sparito Lodovico, Emilia non considerava con qual rapidità circola una notizia superstiziosa. Le monache l'avevano saputa dal giardiniere, ed i loro sguardi dopo la scomparsa di Lodovico, stavano sempre fissi sul castello di Blangy.
Emilia ascoltava tacendo tutte le loro dissertazioni sulla condotta del conte. La maggior parte la condannarono come temeraria e presuntuosa. Suor Francesca sosteneva che il conte aveva mostrato tutta la bravura di un'anima grande e virtuosa. Non erasi macchiato di verun delitto, e non poteva temere lo spirito maligno, avendo diritti alla protezione di colui che comanda ai cattivi e protegge l'innocenza.
« I colpevoli non possono reclamare questa protezione, » disse suor Agnese sospirando e fissati gli occhi in Emilia, la prese per la mano dicendole: « Voi siete giovine, siete innocente, ma avete passioni in cuore... veri serpenti. Essi dormono ora: guardate che non si sveglino perchè vi ferirebbero a morte. »
La fanciulla, colpita da tali parole, e dal modo con cui venivano pronunziate, non potè trattener le lacrime.
« Ah! è dunque vero! » sclamò allora suor Agnese con tenerezza; « così giovine, ed essere infelice! Noi siamo adunque sorelle? Esistono dunque teneri rapporti fra i colpevoli? » Quindi, con occhi smarriti: « No, non c'è più riposo! non più pace! non più speranza. Le ho gustate per l'addietro; allora poteva piangere. La mia sorte è decisa.
— C'è speranza per tutti quelli che si pentono e si correggono, » disse suor Francesca.
— Per tutti, fuorchè per me, » replicò suor Agnese. « Ma la testa mi bolle, credo esser malata. Oh! perchè non posso cancellare il passato dalla memoria! Quelle ombre che sorgono come furie per tormentarmi, le veggo sempre in sogno; quando mi sveglio mi stanno dinanzi! Ed ora le vedo là, là... »
Restò qualche tempo nell'atteggiamento dell'orrore: i di lei sguardi erravano per la camera, come se avessero seguito qualche oggetto. Una monaca la prese dolcemente per la mano onde condurla fuori. Suor Agnese si calmò, mise un sospiro, e disse:
« Esse sono sparite, sì, sono sparite. Ho la febbre, e non so quel ch'io dica. Talvolta mi trovo in questo stato, ma presto passa. Fra poco starò meglio. Addio, care sorelle; vo' ritirarmi in cella; sovvengavi di me nelle vostre orazioni. »
Appena fu uscita, suor Francesca vedendo l'emozione di Emilia, le disse:
« Non vi sorprenda. La nostra sorella ha spesso la testa alterata, sebbene io non l'abbia mai veduta in un delirio così grande come oggi, ma spero che la solitudine e l'orazione la calmeranno.
— La sua coscienza pareva oppressa, » disse Emilia; « sapete voi per qual motivo sia ridotta in uno stato così deplorabile?
— Si, » rispose suor Francesca; poi soggiunse sottovoce: « In questo momento non posso dirvi nulla. Se volete saperne qualcosa, venite a trovarmi in cella dopo cena. Ma rammentatevi che a mezzanotte io devo andare al mattutino; venite dunque o prima, o dopo. »
Emilia promise di esser puntuale; sopraggiunse la badessa, e non si parlò più dell'infelice suor Agnese.
Il conte tornando al castello, trovò Dupont in un trasporto di disperazione, cagionatogli dal suo amore per Emilia; amore nato in lui da troppo tempo ond'esser vinto facilmente. Egli avea conosciuta la fanciulla in Guascogna; il di lui padre, cui erasi confidato, trovando ch'essa non era abbastanza ricca, lo dissuase dal pensare a cercarla in isposa. Finchè visse suo padre, gli fu obbediente, ma non potendo vincere la sua passione, cercava di addolcirla visitando i luoghi frequentati da Emilia, ed in ispecie la peschiera. Una volta o due aveale manifestato i suoi sentimenti in versi, ma giammai palesato il suo nome per non trasgredire agli ordini paterni. Colà aveva cantato quella canzone patetica, di cui Emilia era stata tanto sorpresa, e vi aveva trovato a caso quel ritratto che servì ad alimentare una passione troppo fatale al suo riposo. Abbracciata la carriera militare, scese a guerreggiare in Italia; intanto suo padre morì, ed egli aveva riacquistata la libertà quando l'unico oggetto che poteva rendergliela preziosa non poteva più corrispondergli. Si è veduto in qual modo ritrovasse Emilia, e come l'avesse aiutata a fuggire. Si è veduto finalmente a qual debole speranza appoggiasse il suo amore, e l'inutilità di tutti i di lui sforzi per vincerlo. Il conte procurò consolarlo collo zelo dell'amicizia, lusingandolo che forse la pazienza e la perseveranza potrebbero un giorno cattivargli l'affetto di Emilia.
Appena le monache si furono ritirate, la fanciulla, recatasi da suor Francesca, la trovò inginocchiata dinanzi ad un crocifisso; appena la vide, le fece segno di entrare, ed Emilia aspettò in silenzio ch'essa finisse la sua orazione, allora la monaca si alzò, e postasi a sedere sul letticciuolo, così cominciò:
« La vostra curiosità, sorella cara, vi ha resa esatta, ma non c'è nulla di notevole nell'istoria di suor Agnese. Non ho voluto parlare di lei in presenza delle altre, perchè non mi garba che conoscano il suo delitto.
— La vostra confidenza mi onora, » disse Emilia, « ma io non ne abuserò.
— Suor Agnese, » soggiunse la monaca, « è d'una famiglia nobile; la dignità della sua fisonomia ve lo avrà forse già fatto sospettare; ma non voglio disonorare il suo nome rivelandolo. L'amore fu cagione delle sue follie e del suo delitto. Fu amata da un gentiluomo poco ricco, e il di lei padre, da quanto mi fu detto, avendola maritata ad un signore ch'ella odiava, accelerò la sua perdita: obliò i suoi doveri e la virtù, e profanò i voti del matrimonio; questo delitto fu scoperto, ed il marito l'avrebbe sacrificata alla sua vendetta, se il di lei padre non avesse trovato il mezzo di sottrarla al suo potere. Non ho mai potuto scoprire in qual modo potè riuscirvi. La chiuse in questo convento, e la decise a prendere il velo. Si fece spargere la voce ch'essa era morta; il padre, per salvar la figlia, concorse a confermare questa notizia, e fece credere perfino al marito ch'era stata vittima del suo geloso furore. Parmi che quest'istoria vi sorprenda, e per vero non è comune, ma non è però senz'esempio. Ora sapete tutto; aggiungerò soltanto che il contrasto nel cuore di Agnese fra l'amore, i rimorsi ed il sentimento dei doveri claustrali, cagionò alla perfine il disordine delle sue idee. In principio era alteratissima; prese in seguito una malinconia abituale, ma da qualche tempo cade in accessi di delirio più forti e frequenti del solito. »
Emilia fu commossa da quest'istoria, che le parve aver molta analogia con quella della marchesa di Villeroy, e sparse qualche lacrima sugli infortunii d'entrambe. « È strano, » soggiunse ella, « ma vi sono momenti in cui credo rammentarmi la sua figura; io non ho per certo veduta mai suor Agnese prima di entrare in questo convento; bisogna che abbia visto in qualche parte una persona che le somigli, eppure non ne ho nessuna memoria. » E rimase sovrappensieri. Quando suonò mezzanotte, congedossi e tornò nella sua camera.
Per molti giorni consecutivi, Emilia non vide nè il conte, nè alcuno della sua famiglia; quand'egli comparve, essa notò con pena l'eccesso della sua agitazione.
« Non ne posso più, » rispos'egli alle di lei premurose interrogazioni; « voglio assentarmi per qualche tempo, onde ricuperare un poco di tranquillità. Mia figlia ed io accompagneremo il barone di Santa-Fè al di lui castello, situato alle falde dei Pirenei in Guascogna. Ho pensato, cara Emilia, che se voi andaste alla vostra terra della valle si potrebbe fare insieme parte del viaggio, ed io sarei lietissimo di potervi scortare fin là. »
Essa lo ringraziò, facendogli conoscere il dispiacere di non poter godere della sua compagnia, essendo obbligata di trasferirsi prima a Tolosa. « Allorchè sarete dal barone, » soggiunse, « vi troverete poco distante da' miei beni. Mi lusingo pertanto che non ripartirete di colà senza venire a trovarmi, credendo inutile dirvi qual piacere io proverò a ricevervi in compagnia di Bianca.
— Ne son convinto appieno, » rispose Villefort; « ed approfitterò molto volentieri delle vostre gentili profferte. »
E dopo i soliti complimenti, se ne partì.
Pochi giorni dopo, Emilia ricevè una lettera di Quesnel che l'avvisava di esser già a Tolosa, che la terra della valle era libera, e la pregava d'affrettarsi, perchè i suoi affari lo chiamavano in Guascogna. Essa non esitò più; andò a fare i saluti al conte, che non era ancora partito, e si mise in viaggio per Tolosa, in compagnia dell'infelice Annetta, e d'un fido servo della famiglia del conte.
CAPITOLO XLVIII
Emilia compì il viaggio felicemente. Avvicinandosi a Tolosa, d'onde era partita colla zia, riflettè sul tristo fine di lei, la quale, senza la sua imprudenza, avrebbe potuto vivere ancora felice in quella città. Anche Montoni le si presentava spesso al pensiero; parevale di vederlo ne' dì de' suoi trionfi, ardito, intraprendente, altiero, vendicativo; ed ora ecco che, scorsi pochi mesi, non aveva più il potere, nè la volontà di nuocerle, nè esisteva nemmen più; i di lui giorni erano svaniti come ombra fugace...
Giunta a Tolosa, scese al palazzo di sua zia, ora divenuto suo, ed invece d'incontrarvi Quesnel, vi trovò una sua lettera, colla quale, oltre a parecchie istruzioni circa i di lei beni, l'informava essere stato obbligato di partire due giorni prima per un affare importante. Il poco interesse che Quesnel mostrava di rivederla, non occupò a lungo i di lei pensieri, i quali si volsero alle persone vedute in quel palazzo, e sopratutto all'imprudente ed infelice signora Montoni; essa aveva fatta colazione secolei la mattina della sua partenza per l'Italia. Il salotto in cui ritrovavasi, rammentavale più che mai tutto quel che aveva sofferto allora, e le belle speranze di cui pascevasi a quell'epoca la zia. Affacciandosi alla finestra del giardino, vide il viale in cui la vigilia del suo viaggio erasi separata da Valancourt. La di lui ansietà, il premuroso interesse dimostrato per la sua felicità, le pressanti sollecitazioni fattele, affinchè non si abbandonasse all'autorità di Montoni, e la sincerità della sua tenerezza, tutto tornavale in mente. Le parve quasi impossibile che Valancourt si fosse reso indegno di lei, dubitava di tutti i rapporti, e perfino delle di lui proprie parole, confermanti quelle di Villefort. Oppressa dalle idee destatele da quel viale, si ritirò dalla finestra, e buttossi in una poltrona inabissata nel più vivo dolore. Annetta, entrando di lì a poco con qualche rinfresco, la trasse dai tristi pensieri.
Dal dì dopo, serie occupazioni la divagarono dalla sua malinconia; desiderava partir presto da Tolosa per recarsi alla valle: prese informazione dello stato de' suoi possessi, e finì di regolarsi dietro le istruzioni di Quesnel. Abbisognò d'un grande sforzo per interessarsi in simili oggetti, ma se ne trovò ben compensata, e si convinse ognor più che la continua occupazione è il miglior rimedio contro la tristezza. Tutta la giornata la consacrò agli affari; s'informò degli abitanti più poveri dei dintorni, e distribuì loro soccorsi copiosi. Andata a passeggiare in giardino, si diresse verso il padiglione dov'erasi abboccata con Valancourt. Il desiderio di rivedere un luogo in cui era stata felice, vinse in lei l'estrema ripugnanza di rinnovare la sua ambascia entrandovi; ne spinse l'uscio: le finestre erano chiuse. Una sedia stava presso al terrazzino, come se vi avesse seduto qualcuno di recente. Il silenzio e la solitudine del luogo secondavano in quel momento le sue malinconiche disposizioni. Postasi a sedere presso una finestra, si rammentò la scena dell'abboccamento avuto quivi coll'amante. In quel luogo aveva passati seco lui i più bei momenti, quando la zia favoriva i loro progetti. « Come è mai possibile, » sclamò Emilia, « che un cuore così sensibile abbia potuto darsi in preda al vizio! » Si alzò, e volendo sfuggire alle chimere d'una felicità che non esisteva più, tornò verso casa. Traversando il viale, vide da lungi una persona passeggiare lentamente sotto gli alberi. Il crepuscolo non le permise di distinguere chi fosse: credè da principio che fosse un servitore, ma nell'avanzarsi egli volse la testa, e le parve riconoscere Valancourt; ma tosto sparve nel boschetto. Emilia, cogli occhi fissi al punto dove era sparito, restò immobile e tremante. Infine, fattasi animo, rientrò in casa, e temendo di lasciar conoscere la sua alterazione, si astenne dal chiedere chi fosse andato in giardino. Quando fu sola, si rammentò la figura veduta; era sparita così presto, che non aveva potuto distinguer nulla; pure quell'improvvisa partenza le faceva credere che fosse Valancourt. Passò quella sera nell'incertezza e nei continui sforzi che faceva per cancellarlo dalla memoria. Vani tentativi: essa era agitata da mille contrari affetti; temeva al tempo istesso che fosse lui, oppure un'illusione. Voleva persuadersi che non desiderava più di rivedere Valancourt, ed il suo cuore con altrettanta costanza contraddiceva la ragione.
Passò una settimana prima d'arrischiarsi nuovamente a passeggiare in giardino. Infine, non volendo esporsi sola, si fece accompagnare da Annetta, la quale, dopo un lungo silenzio, le disse:
« Signora Emilia, perchè mai siete così afflitta? Parrebbe quasi che voi sapeste che cosa è accaduto.
— Cos'è accaduto? » rispose Emilia con voce tremante.
— La scorsa notte v'era un ladro nel giardino.
— Un ladro! » sclamò Emilia con vivacità.
— Così suppongo; chè altrimenti chi poteva essere?
— Dove l'hai tu veduto, Annetta? » rispose Emilia guardandosi attorno.
— Non l'ho veduto io, ma Giovanni il giardiniere. Era mezzanotte: Giovanni traversava il cortile per andarsene a dormire, allorchè vide una figura nel viale in faccia alla porta d'ingresso; indovinò chi era, ed andò a prendere lo schioppo.
— Lo schioppo!
— Sì, signora. Tornò nel cortile per osservarlo meglio; lo vide avanzare lentamente nel viale e guardare attento il castello. Vedendo che il ladro entrava nel cortile, Giovanni credè bene allora domandargli chi fosse e cosa volesse, ma colui non rispose e tornò indietro. Giovanni allora gli sparò addosso. Gran Dio! Voi impallidite! Quell'uomo non fu ucciso, ve ne assicuro; o almeno i suoi compagni l'hanno portato via. Giovanni, di buon mattino, andò a cercare il di lui cadavere, e non lo trovò; non vide altro che una striscia di sangue; la seguì per iscuoprire da qual parte erano usciti, ma essa si perdeva sull'erba, e... »
Emilia svenne, e sarebbe caduta in terra se Annetta non l'avesse sostenuta, ed appoggiata ad un sedile di pietra. Allorchè, dopo un lungo deliquio, Emilia ebbe ripreso l'uso dei sensi, si fece condurre al suo appartamento, non volendo udir altro per timore di riconoscere che l'incognito era Valancourt.
Allorchè si credè abbastanza forte per sentir Giovanni, lo mandò a cercare; egli non potè dare nessuno schiarimento. Essa gli fece forti rimproveri per aver tirato a palla, ed ordinò di fare esatte ricerche per iscoprire chi fosse il ferito, ma indarno. Più essa vi riflettea, e più convincevasi che fosse Valancourt. Alfine l'inquietudine le cagionò un'ardentissima febbre, che l'obbligò a letto per qualche giorno.
La sua indisposizione e gli affari avevano già prolungato il di lei soggiorno a Tolosa al di là del tempo prefisso. La sua presenza ormai era necessaria alla valle: ricevè una lettera da Bianca, nella quale l'informava che il conte e lei, essendo tuttavia presso il barone di Santa-Fè, si proponevano al loro ritorno di andare a trovarla al di lei castello, se vi fosse stata, aggiungendo che le avrebbero fatta questa visita colla speranza di ricondurla a Blangy.
Emilia, rispose all'amica che fra pochi giorni sarebbe stata alla valle; fece in fretta i preparativi di viaggio, e partì sforzandosi di credere che se fosse accaduto qualche sinistro a Valancourt, ne sarebbe stata in qualche modo informata.