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I misteri del processo Monti e Tognetti

Chapter 12: VII.
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About This Book

A narrative traces the events leading to and surrounding a prominent courtroom case involving two working-class men, interweaving courtroom scenes with episodes of everyday life in a city on the brink of political upheaval. Portraits of impoverished clergy, anxious families, and laborers reveal how economic hardship, rumors of rebellion, and competing loyalties shape personal choices and community judgment. The account balances procedural detail about the trial with moral reflections on authority, popular unrest, and the precariousness of ordinary lives caught between civic passion and institutional power.

VI.

Giuseppe Monti.

Giuseppe Monti era un uomo di belle forme. I capelli e la barba, bruni gli uni e l'altra, contornavano il suo volto virile, espressivo, leggermente abbronzato dalle abitudini del lavoro; si leggeva ne' suoi lineamenti la bontà del carattere, accoppiata a quell'energia che ispira le forti risoluzioni. Lo sguardo de' suoi occhi neri, blando e amoroso nella calma, diveniva terribile se lo animava lo sdegno.

Monti era un bravo operaio; la naturale intelligenza e l'amore indefesso del lavoro avevano supplito in lui al difetto dello studio. Nella sua qualità di capo-maestro muratore, egli aveva condotto a termine dei lavori che avrebbero fatto onore ad un architetto. Eppure, modesto per natura, egli si era mantenuto nell'umiltà della sua condizione. Non essendo ingordo di danaro, non si era mai lanciato in quelle temerarie speculazioni di appalti, che spesso arricchiscono in breve ora i capi-maestri. Erasi sempre contentato di quell'onesto guadagno che bastava al sostentamento della sua famigliuola. Amantissimo della moglie e dei figli, passava con essi tutto il tempo che gli avanzava dal lavoro, e che altri operai consacrano alla gozzoviglia e al vizio.

Monti entrò in casa tutto animato di quell'intima soddisfazione, che investe l'uomo che ha lavorato quanto deve. Egli stava allora dirigendo una nuova fabbrica nelle vicinanze della Longara.

Portava seco alcuni utensili della sua professione; li depose entrando: si avanzò verso Lucia, le strinse affettuosamente le mani, e:

—Presto, presto! esclamò. Ho una fame indiavolata; metti in tavola,
Lucia. E i ragazzi dove sono?

—Eccoci babbo! rispose la voce argentina di una fanciulla.

Era Paolina, che veniva dal babbo, tenendo per mano un ragazzo più piccolo d'uno o due anni.

Monti li abbracciò, e baciò l'uno poi l'altro, li prese sulle ginocchia, li fece giocherellare, e diceva fra sè:

—Che piacere quando si ritorna dal lavoro accarezzare i proprii
  figliuoli!

Poi chiese a Lucia, che attendeva con Teresa a far cuocere la minestra:

—Il piccino?

—È nella sua culla che dorme, rispose la moglie.

—E la minestra è cotta?

—Manca poco; aspetta.

—Oh don Omobono! riprese Monti, salutando il prete di vettura. Perdonate; non vi aveva veduto. E tu non parli quest'oggi, Teresa? Che cos'è? Ve ne state tutti ingrugnati? cosa è avvenuto? che cosa c'è di nuovo?

—Niente, proprio niente, rispose Lucia.

—No, v'è qualche cosa. Non mi ricevete mai così, quando ritorno a casa dal lavoro. Sentiamo, Teresa; tu che sei la bocca della verità. Che cosa è accaduto?

—Abbiamo ricevuto una visita di malaugurio, rispose Teresa.

—Taci! disse piano Lucia.

—Oh lascia che glielo dica! esclamò l'altra. Infin dei conti, è meglio che lo sappia.

—Ma che è stato dunque? sentiamo.

—Sappi che c'è stato qui un nottolone di sagrestia, che ha voluto parlare con Lucia, e ha cominciato a infinocchiare tante e poi tante bubbole, con qual fine poi… lo saprà qui don Omobono, che l'ha introdotto.

—Don Omobono! esclamò Monti, guardandolo.

—Io! non è vero, soggiunse il povero prete, facendosi piccin piccino.

—Ah! se arrivavo prima! se lo trovavo qui! E come è finita?

—È finita, rispose Teresa, che lo abbiamo cacciato via.

—Brave! esclamò Monti.

E don Omobono:

—Sì, andate là, che avete fatta una bella cosa. Monsignore Pagni è capace….

—Di che cosa?

—Di farvi arrestare.

—Farmi arrestare! gridò il capo-maestro: poi prese per mano il pretuccio tutto tremante, e gli disse con voce vibrante:

—Ma non sapete, don Omobono, che è finito il tempo delle ingiustizie, delle violenze, dei soprusi? Non sapete, che non passeranno ventiquattro ore che Garibaldi sarà entrato in Roma?

—Che! davvero? esclamarono le donne.

Don Omobono corse a raccattare la coccarda nell'angolo, dove l'aveva gettata poco prima.

Frattanto Lucia aveva portato la minestra in tavola, e Teresa metteva i bimbi a sedere nelle loro seggioline.

Monti sedette a mensa in mezzo alla sua famiglia, e mentre la moglie scodellava la minestra, egli seguitava a dire:

—Ma sì! Abbiamo finito di stare sotto il governo della perfidia e della ipocrisia. Non più preti sovrani! non più farisei, che benedicono e uccidono colla medesima mano!

Don Omobono, che non sapeva ormai più che contegno tenere, li salutò con un:

Prosit!

E se ne andò, passando nella sua camera.

—Qua, miei cari figliuoli, proseguiva Monti. Voi crescerete in un'epoca migliore!… Mangia, Paolina. E tu, Tonino, che vuoi?… Lucia, dàgli da bere. Avremo finito di dipendere dai birri e dalle spie, di tremare continuamente per la nostra vita, per la nostra libertà, per l'onore delle nostre donne!… Santo Iddio! che non debba venire il momento della giustizia anche per Roma, per Roma che è la nostra capitale, la capitale d'Italia!… Mangia, Tonino. Lucia, non aver paura, ormai non abbiamo più nulla a temere. Teresa, vedi un poco chi è.

Avevano bussato alla porta di strada. Teresa andò ad aprire.

Un lieto sorriso apparve sulle labbra della bella romana: il suo sguardo si era incontrato nella simpatica figura del giovane Tognetti.

—Oh, ben venuto! Avanti! esclamarono tutti.

Tognetti si arrestò un poco confuso, e disse:

—Mi dispiace di trovarvi a tavola.

—Avanti, avanti! replicò Lucia. Tra noi non si fanno complimenti.

—Vieni, vieni, Gaetano, soggiunse Monti. Vieni a mangiare un boccone con noi.

—No, no, disse il giovane visibilmente imbarazzato. Avrei bisogno di parlarti.

—Parla pure.

—Guarda che bell'innamorato! disse Teresa con un cenno burlesco di sdegno. Non dice nemmeno una parola alla sua sposa! Meriterebbe che lo lasciassi in piedi.

E così dicendo, avvicinava una sedia. Ma Tognetti rimase in piedi.

—Scusami, Teta, disse, ho un affare di grande premura. Senti, Peppe.

E con un cenno chiamò Monti in disparte.

—Che, non dobbiamo sentire noi? esclamò la vivace Teresa. Che usanze sono queste?

Monti si alzò in fretta, e si ritrasse in un canto della stanza coll'amico.

Lucia lo seguì con guardo inquieto.

—Non c'è tempo da perdere, disse Tognetti a bassa voce; abbiamo bisogno di te. Stiamo per fare un gran colpo, capisci?

—Sì! rispose Monti. Vengo subito con te.

—No, no, partirò prima io, per non dare sospetto alle tue donne.

—Va bene, io verrò fra un momento.

—Ti aspetto.

—Dove?

—A Ponte Rotto.

—Va bene.

Monti tornò alla tavola, e sedette. Era tranquillissimo in vista, ma pure avea sulla fronte un'ombra tenuissima di pensiero, che non sfuggì all'occhio intento della moglie.

—Dunque siamo intesi, disse forte Tognetti. A rivederci, Peppe. Sora
Lucia, vi saluto. Teresa!…

—Aspettate, soggiunse Lucia. Bevete almeno un bicchiere di vino.

—Grazie tante: ho un affare… sono aspettato.

Intanto il giovane si avviava.

—E a me, non si stringe nemmeno la mano? disse Teresa.

—Hai ragione, Teta.

E tornando indietro, Tognetti strinse con forza la mano alla sua fidanzata.

—Ahi! Ahi! gridò essa. E adesso per ricompensa mi fai male! Uh! che sgarbataccio!

—Addio!

—Che brutta parola! Si dice: A rivederci!

—Ebbene a rivederci!

—A rivederci, Gaetano, ripetè anch'essa la piccola Paolina colla sua grazia infantile.

Tognetti rispose con un ultimo saluto, e partì.

Tutti rimasero in silenzio. Monti era pensoso: quell'ombra leggera della sua fronte si era fatta scura e profonda.

—Peppe, che hai? chiese Lucia con subito grido.

—Nulla.

—Tu non mangi più.

—Ma sì; vedi pure che mangio. Non ho nulla.

—La visita di Gaetano ti ha turbato, disse Teresa.

—Che cosa è venuto a dirti? domandò Lucia.

—Niente! È venuto ad annunziarmi… così… che c'è un lavoro nuovo da intraprendere.

—Perchè dunque ti ha chiamato da parte? perchè ti ha parlato con tanto mistero?

—Non so davvero! È proprio matto quel Gaetano!

—No, tu m'inganni; mi nascondi qualche cosa.

—Sei pazza! or via, bando a queste follie. Bisogna che io vada…

—Dove?

—Sai pure, al mio lavoro consueto. Ti par cosa strana? Devo ben ritornare dopo il desinare: non faccio così ogni giorno?… ho indugiato anche troppo quest'oggi.

Monti, così dicendo, si levò; Lucia fece lo stesso. Ormai il sospetto si era inoltrato addentro nel suo cuore.

—Monti, lo ripeto, tu mi nascondi qualche cosa.

—Nulla, te ne assicuro. Ma via, calmati. Non vedi come io stesso sono tranquillo? Che cosa ti metti in mente?

Prese il cappello, e allontanando dolcemente la moglie, si avviava.

—No, non partirai, esclamò a un tratto Lucia con accento risoluto. Tu vai ad esporti a qualche pericolo. Ne son certa.

—Perchè pensare queste cose? Lasciami, Lucia. Addio, Teresa!

Con queste parole Monti si sciolse con forza da Lucia, e s'incamminò frettolosamente: ma giunto sul limitare della porta, un improvviso pensiero lo assalse, si arrestò, tornò indietro con impeto, e corse ad abbracciare i suoi bambini.

—Figli miei! esclamò, e li coperse di baci.

Per quanto un uomo sia fermo, egli s'intenerisce sempre quando bacia i suoi figli. Monti sapeva che andava incontro a un pericolo mortale; gli balenò in mente l'idea: Se non dovessi rivederli più!

E a' suoi baci si mescolarono alcune lagrime.

—Babbo! perché piangi? chiese Paolina.

—Io? non è vero!

—Egli piange! gridò Lucia. Ma dunque è vero; io non m'inganno: egli vuol lasciarci per sempre.

—Addio, miei cari.

—No, trattenetelo, figliuoli. Egli va a morire.

—Lucia!

—Fermati.

Invano la moglie cercò trattenerlo; invano i bambini si aggrapparono alle sue ginocchia. Monti si staccò rapidamente da quelle braccia affettuose, e gridando un'altra volta: Addio! partì.

Lucia si gettò fra le braccia di Teresa, dicendo:

—Oh Dio! Un fatale presentimento mi stringe il cuore.

—Calmati, soggiunse Teresa. Non sarà nulla; finalmente poi ti spaventi senza ragione.

—Ma perché ha pianto nel baciare i suoi figli?

—Chi sa? si danno certi momenti di commozione senza motivo.

—Ah no! Qualche cosa di terribile deve accadere! Me lo dice il cuore!

E la povera Lucia, piangendo, si strinse al seno i suoi figliuoletti.

VII.

Monte Aventino.

Il monte Aventino, celebre in antico pei famosi ladroni, che vi annidavano ai tempi della fondazione di Roma, è adesso occupato quasi unicamente da varj conventi di frati. Alle falde di quel colle ameno, stanno diverse osterie, dove si beve un vino delizioso. E infatti una di esse, dall'aspetto più ridente dell'altre, invita i passeggieri, che transitano per la via che mena a Porta San Paolo, con questa scritta, il cui senso è tanto chiaro, per quanto i versi sono zoppicanti:

/* Chi vuol bere del buon vino Venga a piedi del Monte Aventino. */

A poca distanza da quell'osteria, si trovava una grotta, che una volta servì da cantina, ed ora era abbandonata quasi del tutto. Vi si giungeva da diverse parti, dalla sommità del colle, dalla strada sottoposta, dalle viuzze serpeggianti nei fianchi del poggio, per le porte posteriori delle taverne o attraverso le siepi delle vigne. In mille modi ci si poteva giungere, e in altrettanti era facile partirsi di là.

Quel luogo fu scelto per qualche tempo pei ritrovi del comitato d'insurrezione romana.

Questo comitato, che portava anche il nome di comitato di Salute Pubblica, si era composto in Roma appena la rivolta era scoppiata nella campagna viterbese.

L'antica Giunta Nazionale romana, che prima ebbe la direzione del partito liberale nella città di Roma, aveva sempre consigliata la moderazione, e si era limitata a comporre innocue dimostrazioni contro il governo pontificio. E perciò questa Giunta, fin da quando cominciò a prepararsi il movimento rivoluzionario delle provincie romane, si trovò incompatibile col nuovo indirizzo delle cose; e infatti nel 21 settembre di quell'anno 1866 si era ritirata dalla direzione.

Alla Giunta subentrarono allora i Capi-sezione dell'associazione romana, i quali ai 27 dello stesso settembre diressero un proclama al popolo romano, perchè si tenesse preparato all'insurrezione.

Dal seno poi di questi Capi-sezione sorse il Comitato di Salute pubblica, nel quale al cominciare dell'azione si accentrarono tutti i poteri rivoluzionari.

È questo comitato, il quale aveva assunta la terribile responsabilità del supremo conflitto, che all'epoca di cui parliamo teneva le sue riunioni in una grotta del Monte Aventino.

Tognetti aveva aspettato il suo amico Monti al cominciare del Ponte Rotto; avevano insieme varcato il Tevere in quel punto che serba ancora i vestigi dell'eroismo di Orazio Coclite, e costeggiando il fiume, si avviarono verso le falde dell'Aventino: essi dovevano recarsi alla grotta misteriosa.

S'inoltrarono in un vicoletto, che sale verso la vetta del colle, passarono fra le rotture di un muro diroccato, e traversato un breve spazio di ortaglia abbandonata e imboschita, trovarono, nascosta fra i rovi, l'ellera e i rottami l'imboccatura della grotta; il terreno scendeva lievemente, e la luce andava mancando di mano in mano che si procedeva.

Fatti dieci passi, Tognetti, che andava innanzi, si arrestò, toccò sulla sua diritta la parete umida e scabrosa del masso, e andò palpeggiando finchè trovò l'apertura, per la quale doveva voltare. Trovata che l'ebbe, s'inoltrò in quel fitto bujo.

Aveva mosso appena un passo là dentro, che si sentì bruscamente arrestato da una mano, che gli afferrò la giubba sul petto, e in pari tempo la punta aguzza di una lama di ferro, forando le vesti, venne a posarsi a fior di pelle sotto la sua mammella sinistra.

Tognetti sporse innanzi la testa cercando quella dell'assalitore, e all'orecchio di questo, mormorò:

—È il giorno dei morti!

Il pugno che stringeva il suo abito si aperse. La lama dello stiletto si ritrasse, e il giovane passò oltre.

Monti ripetè le medesime parole, e anch'esso passò.

Fecero molte giravolte, salirono e scesero degli informi gradini, ajutandosi in quella tenebra col continuo tentar delle mani, finchè arrivarono a una specie di sala a volta scavata nel sasso.

Era la grotta del Comitato.

Molte erano le persone quivi adunate; ma tanto poco era lo spiraglio di luce che arrivava là dentro, che gli uomini sembravano altrettante ombre dalle vaghe sembianze, dall'aspetto incerto e oscillante. Solamente dopo un lungo soggiorno che si fosse fatto là dentro, si poteva pervenire a veder chiari gli oggetti.

Quando i due compagni giunsero nel luogo della riunione, una voce parlava, una voce franca, ardita, impetuosa.

—È tempo, diceva, proseguendo in mezzo al silenzio degli altri un lungo discorso, è tempo ormai che vi laviate da questa macchia, o Romani. L'Italia segue con occhio intento i suoi figli, che mossero per liberarvi a prezzo del loro sangue. E guarda voi pure, e dice, sì, fratelli, ve lo dice colla mia bocca: E Roma, che fa, che non risponde all'appello? Sarebbe vero ch'essa ami le sue catene? Sarà vero che i nepoti degli Scipioni e dei Bruti siano schiavi adoratori del pontefice-re? Questa, questa è l'accusa che vi grava sul capo. A voi, Romani, a voi: rispondete.

La voce si tacque, e subito dopo un'altra, non meno maschia della prima, ma più giovanile, più ardente, proruppe dall'altro lato della grotta:

—Io, figlio di Roma, in nome di tutti risponderò.

Un mormorio di approvazione successe a quella parole. E Tognetti, che aveva riconosciuta quella voce, sussultò dal piacere, e stretta vivamente la mano di Monti, che aveva vicino, gli disse all'orecchio:

—Ascolta, ascolta! È Curzio che parla.

E Curzio, ch'era esso infatti, così riprese il suo dire:

—Io non dovrei rispondere colle parole. Tra poco Roma risponderà coll'azione, col sangue: ma io non posso lasciar cadere quest'accusa di codardia. Dite codarda Roma perchè non è insorta ancora! Ma non sapete che a Roma manca il suo sangue più caldo e più puro, e invece di quel sangue le circola nelle vene una tabe immonda e non sua? Che sono nove anni che i suoi figli migliori emigrano continuamente, e vanno ad accrescere le file dell'esercito italiano, e sono nove anni che piovono in seno a lei sciami di stranieri reazionari e feroci? Roma non si è ancora mossa! Ma ridatele, per Dio, il suo sangue, le sue forze! Sbrattatela una volta di questa canaglia cosmopolita, e allora, allora vedrete che cosa le sta nel cuore. No, la gente che oggi circola entro le sue sacre mura non sono i figli di Roma; questi voi li troverete là fuori, colla camicia rossa, col fucile del volontario. Coloro che ci circondano da ogni parte, coloro che ci stanno sopra a opprimerci il respiro, a soffocare ogni tentativo, a schiacciare ogni anelito del nostro cuore, sono i satelliti della reazione mondiale, sono le spie e i poliziotti d'ogni paese. Non è la soldatesca straniera che ci tiene schiavi, che paralizza le nostre forze. È questo fecciume di chierici e di delatori, che ha resa la nostra eterna città la cloaca dell'orbe intero. È questa melma, che ci avvolge, c'imprigiona, ci mozza il fiato. Un popolo inerme ma generoso può insorgere contro una truppa agguerrita: ma come guardarsi le spalle dal tradimento, quando vi sta intorno una turba infinita di delatori o di birri? E costoro non sono romani, per Iddio! Tenetelo a mente, sono i clericali di tutta la terra, che hanno piantata la loro cittadella qui, nel cuore d'Italia. Questa è la nostra situazione; per questo furono finora sventati i nostri intendimenti; per questo, Dio nol voglia, ma io temo che il nostro tentativo sarà soffocato nel sangue. Io lo temo, sì, perchè so che siamo circuiti, spiati, e per ogni buon cittadino romano v'hanno cento delatori forestieri che lo tengono d'occhio. Non importa, noi daremo tutte le nostre forze, tutta la nostra vita per la patria, protesteremo almeno colla morte contro il governo dei preti. Il plebiscito di Roma sarà scritto, non foss'altro, col sangue de' suoi cittadini cadenti sotto il piombo de' mercenari stranieri, o sotto la mannaja del pontefice. All'armi, all'armi dunque, o veri Romani! In questo supremo momento taccia ogni rancore; tutti siamo concordi in un solo volere. Mostriamo all'Italia, al mondo intero che non vogliamo, no, non vogliamo essere sudditi di un sacerdote coronato, che insulta il Vangelo e la croce di Cristo!

Curzio aveva pronunziato il suo discorso con quella foga irresistibile della passione che trascina invincibilmente gli uditori. Tutto l'entusiasmo dell'amor patrio e dell'abnegazione era impresso nelle sue parole. Pareva che in lui rivivesse lo spirito di quel grande di cui portava il nome.

Il fremito che percorse l'assemblea fece comprendere che quel fervido impulso si era rapidamente trasfuso a commuovere tutti gli astanti.

—Andiamo, dunque!

—Alle armi!

—Viva la libertà!

Così gridarono molte voci, e insieme si udirono in quella oscurità il rumore delle lame sguainate e lo scricchiolio de' revolver.

—Fermate! aspettate! gridò in quella la voce calma e severa di un uomo, che pareva il capo della riunione. Ogni movimento incomposto condusse sempre a rovina. È necessario adunque che le nostre mosse siano coordinate insieme, e regolate da un piano, perchè più pronto e sicuro sia l'effetto. Solamente una disciplina assoluta accoppiata a disperato coraggio può condurre a buon termine un'impresa come la nostra. A me dunque; ascoltate. Brevi saranno le mie istruzioni. Pronta e rapida sia l'azione. Il movimento deve aver principio alla stessa ora in diversi punti di Roma, per distrarre e dividere le forze dell'inimico: una volta impegnata la lotta, la città intera diverrà il campo della battaglia. Il centro dell'azione dev'essere il Campidoglio; la campana di quella torre, che rappresenta anche oggi il capo di Roma, risveglierà e chiamerà all'armi tutti quanti i cittadini. L'antico propugnacolo della grandezza romana diverrà la rocca inespugnabile della nascente libertà. Ottocento giovani scelti guidati dai loro capi-sezione sono già destinati dal comitato a occupare il Campidoglio, e a porvi il presidio. Le armi necessarie a tale impresa sono nascoste in una vigna fuori di Porta San Paolo. Al momento dell'azione è necessario che quelle armi siano introdotte a forza per la porta San Paolo sbarrata e occupata dagli zuavi del Papa. Duecento giovani sono destinati a questo colpo: essi usciranno alla spicciolata dalla Porta San Giovanni, che è l'unica aperta in questo giorno, si riuniranno in prossimità della vigna; e dopo aver caricate le armi sui carri, si avvieranno con quelle verso la Porta San Paolo. Frattanto alla medesima ora un altro drappello dall'interno della città assalirà il corpo di guardia degli zuavi, se ne impadronirà, e aprirà la porta ai compagni che sopraggiungono colle armi. Queste saranno rapidamente distribuite agli ottocento giovani destinati alla presa del Campidoglio, i quali si troveranno disseminati per tutte le vie che da Porta San Paolo, per la Marmorata, Bocca della Verità e Piazza Montanara conducono al Campidoglio; ed essi non tarderanno un istante ad occuparlo. Mentre si compirà questa fazione, in tutti gli altri punti principali della città deve scoppiare simultaneamente l'insurrezione: sarà cura di ogni capo-sezione di avvertire e raccogliere al dato momento gli uomini del suo rione. In Piazza Colonna si attaccherà il corpo di guardia, e quivi si aduneranno gli uomini destinati a impadronirsi del Comando di piazza e del palazzo di polizia a Monte Citorio. In pari tempo la caserma degli zuavi sarà minata; quello scoppio servirà di segnale a tutti gl'insorgenti di Borgo e della Longara. Romani, fratelli! il momento supremo è giunto! Concordia e prontezza nell'azione, e la vittoria sarà per noi! L'ora fissata pel principio dell'azione è quella delle sette.

Il capo tacque; alle sue parole successe un silenzio pieno di solennità; ognuno sentiva la gravità di quell'ora. Dagli uomini là radunati dipendeva la vita dei concittadini, la salute della patria. La maggior parte di loro era forse in quell'istante consacrata alla morte.

Prima di separarsi, sentirono spontaneamente la necessità di un bacio fraterno. Ognuno abbracciò il suo vicino, come si abbraccia l'uomo che va a morire.

Monti e Tognetti aspettarono Curzio sull'imboccatura della grotta.

Egli si pose in mezzo a loro; li prese per mano, li trasse in disparte, e tutto lieto loro disse:

—Coraggio, amici miei! a noi è affidata la missione più importante: quella di far saltare in aria la caserma degli zuavi!…

VIII.

L'insurrezione.

Sciolta l'adunanza della grotta, i capi-sezione si affrettarono a recarsi al proprio rione; quivi ognuno, per mezzo de' suoi sotto-capi, uomini fedeli e provati, diede l'avviso agli uomini della sua squadra.

I capi-sezione avevano ricevuto nel seno del Comitato l'indicazione delle speciali incombenze che a ciascuno erano affidate, ed essi alla loro volta, diramando i loro comandi, adopravano che ognuno all'ora fissata si trovasse al suo posto, pronto al cimento.

I cittadini romani, dipendenti da quei caporioni, erano animati da uno spirito ardente, erano ansiosi di venire alla lotta. E se un generoso proposito, sorretto dalla gagliardia dell'azione, fosse bastato pel trionfo della causa migliore, a quest'ora la bandiera dei tre colori sventolerebbe vittoriosa sulla vetta del Campidoglio.

Ma un malefico genio sovrastava all'impresa. Curzio aveva detto pur troppo il vero. Gli sforzi magnanimi dei patrioti romani erano paralizzati da quel colossale spionaggio che la Curia romana accumulò in tanti anni, chiamando in suo aiuto tutti gli avanzi della barbarie che i popoli civili hanno ributtati innanzi all'impulso della libertà.

E se gli sforzi riuscirono vani, se inutilmente fu sparso il sangue di tanti generosi, la colpa è tutta di questo mostruoso connubio della rete di Pietro collo scettro di Nerone.

La delazione, dalla quale i patrioti non potevano difendersi, fu quella appunto che fin da principio sventò il piano della rivolta.

Nel momento stesso in cui il Comitato aveva raccolti nella grotta di Monte Aventino i capi-sezione e tutti quei congiurati ai quali era devoluta una importante missione da compiere, il direttore della polizia, nel suo palazzo di Monte Citorio, veniva avvertito da' suoi confidenti segreti, che fuori della Porta San Paolo, e precisamente nella vigna Matteini, stava nascosto un deposito di armi e di munizioni che dovevano servire per la insurrezione di Roma.

È facile immaginare l'allarme che produsse nel Governo una tale notizia; le precauzioni furono adottate, gli ordini furono diramati in un lampo; e mentre si raddoppiava il presidio dei corpi di guardia, e si mandavano grosse pattuglie per la città, una colonna, composta di una compagnia di zuavi e di mezzo squadrone di gendarmi a cavallo, moveva verso la Porta San Paolo.

Alle ore cinque e un quarto pomeridiane quella colonna giungeva alla vigna Matteini, e la circondava.

In quell'ora non si trovavano alla vigna che otto uomini. I duecento giovani destinati ad introdurre in città le armi e le munizioni non dovevano raccogliersi in quel luogo se non che verso le sei ore e mezzo.

Al primo presentarsi della truppa, quegli otto valorosi, che avevano la custodia del deposito, tentarono una resistenza impossibile esplodendo i loro fucili, ma ben presto furono sopraffatti dal numero, e alcuni di essi vennero uccisi, altri arrestati.

Così le armi che dovevano servire alle forze della rivolta, caddero in potere dei satelliti dell'oppressione.

Frattanto i giovani, che alla spicciolata uscivano dalla Porta San Giovanni per recarsi, girando le mura, alla villa Matteini, venivano di mano in mano, senza possibile resistenza, arrestati dalle numerose pattuglie che colà erano state a tal uopo disposte.

Non ostante queste precauzioni della polizia e della forza militare, nei dintorni del Monte Testaccio era riuscito di adunarsi al drappello destinato ad attaccare dal di dentro della città la Porta San Paolo, per facilitare così l'ingresso ai compagni, che dovevano recare dalla vigna le armi e le munizioni.

Infatti, all'ora fissata delle sei e mezzo, ignorando che le armi erano cadute in mano dei pontificj, quell'ardito drappello assaliva bravamente il corpo di guardia della Porta San Paolo.

Gli zuavi di guardia, superiori di numero, si difesero con accanimento, ma dovettero cedere all'impeto degli audaci Romani; questi s'impadronirono della porta, e non potendo aprirla, vi appiccarono il fuoco, e così schiusero il varco. Ma in quella che credevano d'incontrarsi coi loro compagni, reduci col carico delle armi dal luogo del deposito, s'imbatterono invece nelle truppe inimiche, che di quelle armi si erano appunto allora impossessate.

Non si scoraggiarono i patrioti di contro alla preponderanza del numero e all'avversità dell'opposta fortuna. Si fecero baluardo della porta, e tennero fermo.

La compagnia degli zuavi si avanzò alla bajonetta: fu accolta con un fuoco vivissimo, e costretta a ripiegare.

Allora mossero innanzi i gendarmi a cavallo, mulinando colle sciabole sguainate: i patrioti li aspettarono di piè fermo, e combattendo disperatamente li posero in fuga.

La colonna pontificia si ritirò nella vigna Matteini, e la Porta San
Paolo rimase in potere di quel pugno di forti.

Intanto gli ottocento uomini destinati ad occupare il Campidoglio aspettavano inutilmente le armi, dispersi pel lungo tramite di vie che dalla Marmorata conduce fino a' piedi di quel colle.

Così inermi, isolati, e delusi nell'aspettativa, furono in breve circondati da un fitto cordone di truppe. Affrontarono imperterriti il fuoco nemico, ma circuiti da ogni parte e oppressi dalle forze sproporzionate degli assalitori, furono per la maggior parte arrestati, e tradotti nelle riboccanti carceri pontificie.

Non ostante il cumulo di questi disastri, o la mancanza delle armi, tutti quelli che poterono sottrarsi all'arresto, o liberarsi violentemente dalle mani degli sgherri papali, si lanciarono verso il Campidoglio. Erano pochi, divisi e muniti a mala pena di qualche fucile e di alcune bombe all'Orsini: ma pure sarebbero bastati all'impresa, se anche in questa non li avesse attraversati l'opera nefanda dello spionaggio.

Il Governo pontificio, avvisato fin dalla mattina del tentativo che si preparava, aveva fatto occupare improvvisamente il palazzo dei Conservatori, in cima del Campidoglio, da più compagnie di cacciatori esteri.

Così, quando gl'insorti si avanzarono per occupare quella posizione, furono ricevuti da una scarica tremenda, che partendo dalle finestre del palazzo e colpendoli di fronte, ne rovesciò la maggior parte sul terreno. La grande scalinata del Campidoglio apparve tutta seminata di cadaveri e bagnata di sangue.

Tutti i superstiti seguitarono a salire, esplodendo i loro fucili.
Dalle finestre del palazzo continuava a partire un fuoco vivissimo.

Intanto i popolani del rione dei Monti, guidati dai loro capi-sezione, tentavano di giungere sul Campidoglio dalla parte del Foro Romano.

Si diedero a salire per le due gradinate secondarie dal lato dell'arco di Settimio Severo e da quello della Rupe Tarpea.

Quegli sbocchi erano fortemente occupati dai cacciatori esteri e dai gendarmi.

I Romani si trovarono nella svantaggiosa situazione di chi sale, combattendo contro chi si trova in alto; erano pochi e quasi inermi contro i molti e armati, ma pure procedevano animosi.

Si combatteva da ogni parte del Campidoglio: frequenti e micidiali erano i colpi dei soldati; scarsi e spesso vani quelli degli insorti.

La sacra collina, la fortezza di Roma, era come in antico attaccata e difesa accanitamente. Ma questa volta non erano i barbari che assalivano, non erano i romani che resistevano.

I barbari chiamati dai sacerdoti stavano accampati sul Campidoglio; e il popolo romano tentava invano di ripigliare ciò che la frode gli tolse, e gli contrasta la forza.

Lunghi ed eroici furono gli sforzi degli insorti, ma il soccorso delle truppe fresche in vantaggio dei pontificj decise della giornata.

I popolani, assaliti a tergo da nuove compagnie di cacciatori esteri, partiti al passo di corsa dalla vicina caserma, furono schiacciati fra due fuochi, mentre la fucilata continua del palazzo spazzava la grande scalinata.

Funeste del pari procedevano le sorti della rivolta in altri punti di
Roma; e dappertutto invano si spargeva il sangue cittadino.

Il deposito di revolver destinato ad armare quei patriotti che dovevano attaccare il comando di piazza e il palazzo di polizia a Monte Citorio, fu scoperto anche quello per opera dei delatori, e venne sequestrato nel momento appunto in cui si doveva farne la distribuzione.

Pur tuttavia si tentò l'impresa; uccisa la sentinella, gli insorti attaccarono il corpo di guardia di Piazza Colonna, esplodendo delle bombe all'Orsini, unica arma che lor rimanesse: ma furono soprafatti dai drappelli di cavalleria che quivi giunsero a sgominarli.

IX.

La Caserma di Serristori.

Mentre accadevano le cose narrate nei capitoli precedenti, Curzio, Monti, e Tognetti si accingevano all'opera, ch'era stata affidata al loro patriottismo. Una delle parti più importanti del piano d'insurrezione era certamente la mina della caserma Serristori.

La caserma situata nel rione di Borgo, e a poca distanza dal palazzo del Vaticano, era occupata dagli zuavi pontifici. Questo corpo è reclutato fra i clericali più fanatici e feroci, su tutti i punti del globo. È un'accozzaglia di gente, di stirpi, e di lingue diverse, che non ha altro vincolo comune se non che l'acciecamento e l'intolleranza religiosa. Sono i giannizzeri del potere temporale.

Facendo saltare in aria quella caserma, e con essa la maggior parte degli zuavi, si toglieva il nerbo principale delle truppe papali, e mentre gl'insorti si trovavano a fronte di un numero preponderante, s'impediva almeno che nuove forze sopraggiungessero ad opprimerli del tutto, siccome poi sgraziatamente avvenne.

Quella operazione non era però senza un grave pericolo, e si richiedeva ad eseguirla una straordinaria audacia combinata col massimo sangue freddo. Fu perciò che Tognetti, il quale godeva tutta la fiducia dei capi, avendo ricevuto insieme a Curzio l'incarico di quella impresa, pensò di associarsi nella esecuzione l'opera dell'amico Monti, del quale gli erano noti così il coraggio come la sicurezza.

Si trattava d'introdursi in un magazzino di armi sottoposto alla caserma, al quale si poteva accedere per una porta che si apriva sulla via di Borgo Vecchio, introdurvi dei barili di polvere, e appiccarvi il fuoco. Conveniva eludere la vigilanza delle sentinelle, e correre il pericolo imminente di rimanere vittima dell'esplosione.

L'impresa era stata da lunga mano preparata dai capi; erasi fabbricata una chiave, che poteva aprire dal di fuori il magazzino, si erano riempiti di polvere due grossi barili, e finalmente si erano eseguite delle esperienze, dirette a conoscere se l'esito del colpo sarebbe riuscito quale si voleva.

Fu concertato fra i tre compagni che Monti e Curzio per primi, passando per la via di Borgo Vecchio, sarebbero entrati rapidamente nel magazzino, richiudendo la porta; per essere pronti ad aprirla quando Tognetti, che andava in traccia dei barili di polvere, fosse sopravvenuto con quelli in una vettura.

Pochi istanti prima che Monti e Curzio entrassero nel magazzino, questo era occupato da più zuavi.

Un capitano si era recato, con un sergente e diversi soldati, a prendervi delle munizioni, per due compagnie che dovevano andare a rinforzare il posto di Porta San Paolo. Là, come sappiamo una intera colonna di pontificj aveva impegnata battaglia contro pochi valorosi, ed era stata respinta.

Mancavano pochi minuti alle sette ore, quando Curzio e Monti, entrarono dentro il magazzino, e lo trovarono affatto vuoto di gente.

Il loro ingresso era passato inosservato anche al di fuori.

Era una vasta camera terrena a vôlta, e in quel momento, dopo richiusa la porta vi regnava una perfetta oscurità.

I due compagni s'inoltrarono cautamente a tentoni, tenendosi per mano.

Curzio inciampò in qualche cosa che diede un suono metallico.

Sporse innanzi la destra e tastò. Era un fascio di fucili.

Procedettero innanzi, e questa volta fu Monti che incespicò, e quasi cadde: aveva inciampato contro un mucchio di mattoni.

Quivi si fermarono, argomentando di trovarsi nel bel mezzo del camerone.

—Eccoci nel magazzino, disse Curzio a bassa voce. E qui sopra sta la caserma degli zuavi.

—Ed ora, disse Monti, aspettiamo Tognetti. Non tarderà molto.

—Le cose sono male avviate, riprese il primo, e senza questo colpo decisivo la causa della libertà è perduta.

—Ma si sentono sempre delle fucilate. I nostri si battono tuttora.

—I nostri sono inermi, che vengono scannati senza pietà dalle bajonette e dal piombo degli stranieri. Sì, Monti, or ora n'ebbi l'avviso. Le spie della polizia hanno scoperto il deposito delle nostre armi fuori della Porta San Paolo, e tutti i fucili colle munizioni furono sequestrati. In questo momento il popolo romano senz'armi e senza difesa è abbandonato alla strage.

—Ma dunque non c'è speranza?

—Sì, Monti, c'è una speranza ancora. I nostri stanno in questo momento assaltando il Campidoglio, sono armi per essi il furore e il disperato coraggio. Quando noi avremo fatto saltare questa caserma, e avremo impedito così che nuovi nemici vadano ad assalirli alle spalle, non tarderanno a impadronirsi di quel sacro e antico asilo di libertà. Colassù potremo tener fermo finchè ci giunga il soccorso di Garibaldi. È necessario che l'alba di domani vegga sventolare la bandiera nazionale sulle alture di Roma; altrimenti tutto è finito.

Una vettura si fermò sulla strada, e poco dopo un colpo leggerissimo fu bussato alla porta.

Curzio si avvicinò, e chiese sommessamente:

—Chi è?

—La Libertà di Roma! rispose piano del pari la voce di Gaetano
  Tognetti.

La porta fu aperta. E Tognetti coll'ajuto dei due compagni, trasse dalla vettura, e introdusse nel magazzino due barili, poi entrò dentro anch'esso.

La porta fu richiusa: la vettura partì.

—Come vanno le cose nostre?

Così chiese Curzio a Tognetti.

—Male, rispose. I nostri si trovano dappertutto senz'armi, e vengono massacrati senza pietà.

—Bisogna pensare a soccorrerli, disse Curzio. Entrando qui dentro abbiamo urtato in un fascio di fucili. Eccoli… sono qua. Noi porteremo loro queste armi.

—Ma prima, disse Tognetti, dobbiamo eseguire questo colpo della mina.

—Per la mina basto io solo! esclamò Monti. Voi altri andate.

—Che dici?

—Sì, fidatevi di me! penso io a tutto. Voi altri andate ad assistere i nostri fratelli, che si battono uno contro dieci.

—Qua, Tognetti, dammi la miccia e parti, al resto penso io.

—La miccia?

—Ma sì.

—Ah! non ci ho pensato!

—Disgraziato! e come fare?

—Vado a cercare…

—Ma no, non v'è da perdere un istante. Ogni minuto che passa costa la vita di cento romani.

—Non c'è più scampo!

—No, no, disse Monti. C'è un riparo!

—Quale? chiesero Curzio e Tognetti, ansiosamente, a una voce.

—Ecco qua: io tengo in saccoccia dei fiammiferi e un pezzo d'esca, questo mi è sufficiente.

—Che dici?

—Andate voi altri. Qui basto io solo, vi dico.

—No, no: un tanto pericolo vogliamo dividerlo con te.

—Ah sì!

—E i fratelli che hanno bisogno del nostro soccorso, li lascerete voi senza ajuto? Andate! non perdete tempo; andate a portar loro dei fucili.

—Ma tu come farai?

—Accenderò questo pezzo d'esca, poi lo porrò vicino alla polvere.

—Ma tu ti esponi così a una morte quasi sicura.

—Non importa: se io rimango morto, pensate voi alla mia povera moglie, a' miei figli.

—L'Italia intera ci penserà, disse Curzio. Tu rinnovi l'eroismo di
Pietro Micca.

—Andate, andate; prendete i fucili.

—E dobbiamo lasciarti solo in tanto rischio!

—Non andate ad arrischiare la vita anche voi altri? correte dove c'è bisogno di voi.

I tre patrioti si strinsero le destre in atto di supremo addio.

Curzio e Tognetti si caricarono di quanti fucili poterono portare, ed uscirono.

Monti rimase solo.

Chi potrà dire quanti e quali pensieri gli corsero per la mente in quell'istante? V'hanno dei momenti nei quali si comprende una eternità di idee, e quello fu l'un d'essi per Monti. Egli pensò certo a sua moglie e a' suoi figli, che aveva nominati poco prima; alla moglie e ai figli, che stava forse per lasciare abbandonati e soli sopra la terra!

Pure egli non cedette a lungo al fascino di quei pensieri: l'idea del dovere, dell'obbligo ch'egli si era assunto in faccia ai compagni, lo dominò, e si accinse all'opera.

Assuefatto al barlume di luce che rischiarava debolmente il magazzino, scorgeva abbastanza gli oggetti che lo circondavano.

Andò a prendere i due barili di polvere nel luogo dove erano stati deposti, e ad uno ad uno li trasportò nel mezzo della camera. Li dispose in modo che le due bocche s'incontrassero.

Poteva avvenire però che non prendessero fuoco insieme. Per ovviare a questo inconveniente, dispose fra le due bocche un mattone, ed estratto da uno dei barili un pugno di polvere, la seminò su quel mattone in modo che servisse di strada da una bocca all'altra.

Toccò di nuovo i barili, si assicurò che fossero ben disposti, che la polvere di ognuno d'essi si congiungesse a quella del mattone.

—Ed ora, pensò, mi protegga Iddio!

Estrasse di saccoccia il pezzo di esca, lo palpò, lo stirò. Poi trasse fuori un astuccio, ne cavò un fiammifero, e lo accese fregandolo contro il medesimo astuccio.

Accostò uno dei capi dell'esca alla fiamma di quel fiammifero, poi la buttò via.

Si assicurò che l'esca fosse bene accesa soffiandovi sopra; poi, aiutato dal debole chiarore che spandeva lo stecco dello zolfanello, tuttora ardente per terra, appressò l'esca alla polvere sparsa sul mattone, e quivi la depose in maniera che coll'estremità non accesa toccasse la polvere¹.

¹ Questi particolari sono esattamente conformi alla stessa confessione fatta dal Monti durante il processo

Dopo ciò, procedendo a tentoni, ma rapidamente, Monti trovò la porta, ed uscì sulla via.

Era giunto appena nella vicina piazza di Scossa-Cavalli, che una detonazione spaventosa lo avvertiva che la mina era scoppiata.

X.

Ultimi sforzi.

Lo scoppio della mina non produsse quell'effetto che il Comitato di
Salute Pubblica erasi ripromesso.

Solo una parte della caserma crollò, e precisamente quella ch'era situata sull'angolo della via Borgo Vecchio, e soli trentaquattro zuavi furono travolti nella rovina. La maggior parte degli zuavi era assente dalla caserma: chè, quando avvenne lo scoppio della mina, nuove compagnie erano già partite alla volta di Porta San Paolo.

Ormai piegavano senza riparo le sorti della rivolta.

I patrioti che accorsero al segnale dello scoppio furono arrestati dalle grosse pattuglie che sbarravano le vie.

Al Campidoglio, a Piazza Colonna, gl'insorti erano sbaragliati.

Solo resisteva ancora la Porta San Paolo. E contro quell'ultimo baluardo della libertà si scagliarono tutte le forze del dispotismo clericale.

Nuove colonne giungevano ogni momento a rinforzare l'attacco di fronte a quell'eroico drappello, che resisteva coll'energia della disperazione.

Solamente alle nove e mezzo della sera le truppe papali giunsero a ricuperare la Porta San Paolo, mentre i suoi difensori si disperdevano, cercando un asilo nelle vigne circostanti.

In quella sera la città presentava da ogni parte un desolante spettacolo: le strade, vuote di cittadini, erano asserragliate dalle truppe accampanti sulle piazze, e percorse da minacciose pattuglie. Intanto i gendarmi e i poliziotti andavano a picchiare alle case chiuse ed oscure, atterravano le porte, invadevano le dimore delle famiglie, strappavano i Romani dalle braccia delle mogli, delle madri, dei figli, per trascinarli nelle prigioni.

Bastava il più lieve sospetto, la più calunniosa delazione per incorrere in quella sorte. L'accusa sola era l'arresto, era il processo, era la condanna. Le spie e i birri stavano padroni della situazione.

Tutti quelli ch'erano segnati in nero nel libro della polizia (ed erano molti) in quella sera venivano ricercati. Nessuno era sicuro nel proprio letto!

Cupo e silenzioso sorse il giorno 23 ottobre sull'angustiata città. Quanti patrioti poterono sottrarsi alla carcerazione, e passare illesi attraverso dei fitti cordoni di truppa che barricavano in ogni parte le strade, accorrevano presso il Comitato, dicendo:

—Bisogna continuare a qualunque costo!

V'era però una fatalità che si frapponeva a quella tenace energia: era la mancanza di armi.

Dopo la vittoria riportata da Menotti a Monte Maggiore, respingendo, gli zuavi del papa, il campo dei garibaldini giungeva fino a Monte Libretti, a poche miglia da Roma. La presenza di Garibaldi, che alcuni giorni prima era giunto fra i volontari, aveva infuso nuovo spirito in quei valorosi, ed essi si accingevano all'ultimo attacco. Però le fortificazioni dei pontificj non permettevano ai garibaldini di avanzarsi colla celerità, che avrebbero voluto adoprare.

L'insurrezione di Roma doveva agevolare l'opera loro: ma il primo tentativo di rivolta fu represso nel modo che abbiamo veduto.

Il Comitato, incuorato dal coraggio indomito dei patrioti, si dispose alla riscossa. Organizzò un nuovo movimento, e frattanto spedì dei messi al campo dei garibaldini, perchè facessero noto il bisogno estremo di armi, in cui si trovavano i Romani.

Fu allora che i prodi fratelli Cairoli si accinsero a quell'ardua impresa, che doveva costare all'uno di essi e a molti compagni la vita.

Si unirono ad altri cinquanta animosi, e caricati di un buon numero di fucili, presero via pei monti Parioli, con intendimento di penetrare ad ogni costo nella città, e recare quel prezioso soccorso ai cittadini di Roma.

Giunti alla vigna Glorio fuori di porta del Popolo, alla distanza di due miglia circa dalla città, si fermarono quivi ad aspettare, secondo i concerti presi, il momento opportuno per introdursi in Roma.

Erano le ore 4 pomeridiane di quel giorno 23 ottobre quando il loro asilo fu scoperto.

La vigna Glorio venne assalita da cinquecento zuavi, che combatterono dieci contro uno.

I magnanimi compagni si difesero eroicamente, ma furono schiacciati dalla forza preponderante.

Il sangue italiano scorse a larga mano sotto le bajonette dei mercenari papali!

Frattanto le porte della città erano barricate e munite di artiglierie; i ponti sul Tevere erano minati per opera delle truppe; tutti i posti di guardia raddoppiati. Le pattuglie a piedi e a cavallo erano in moto giorno e notte. La piazza Colonna, piazza del Popolo, il Campidoglio, il Pincio, il Quirinale, tutti insomma i punti strategici, erano mutati in altrettanti campi trincerati, dove accampavano continuamente le colonne pontificie; la circolazione, divenuta difficile di giorno, era impossibile la sera. Roma dopo l'imbrunire era affatto deserta di popolo, occupata solo dai soldati.

Tale era l'aspetto della città in quelle funeste giornate; e intanto la polizia proseguiva imperturbabile ne' suoi arresti. Le prigioni non bastavano più ai detenuti, schifosamente agglomerati nei cameroni, nelle segrete, nei sotterranei, dappertutto.

Finalmente il generale Zappi proclamò ufficialmente lo stato d'assedio, e impose il disarmo generale, nuovo pretesto di perquisizioni e d'imprigionamenti.

Roma era dunque stretta in un cerchio di ferro e di bronzo; e mentre gli sgherri stranieri ribadivano le sue catene, i feroci poliziotti esercitavano liberamente il loro ufficio di manigoldi.

Eppure non cadde ancora l'animo dei generosi, che avevano giurato di vincere o morire, e coi polsi insanguinati dai ceppi, e col ginocchio degli oppressori sul petto, tentarono gli sforzi estremi contro la tirannide sacerdotale che li soffocava.

In vari punti della città s'impegnarono accaniti conflitti fra il popolo inerme e i prepotenti sgherri del papa.

A San Lorenzo e Damaso una compagnia di Antiboini, che traduceva un drappello di prigionieri romani, fu assalita dal popolo, costretta a lasciare i prigionieri, e cacciata in fuga.

Altre pattuglie venivano nello stesso tempo aggredite con bombe all'Orsini verso piazza di Pasquino, a Santa Lucia della Chiavica, alla Trinità dei Pellegrini, ai Monti, e in altri luoghi.

Questi atti di disperata audacia costarono nuove vite di cittadini, ma non valsero a smuovere le falangi reclutate dall'avidità e dal fanatismo su tutta la superficie del globo.

Il fatto più memorabile di quei giorni, e che formerà soggetto d'altra storia, fu quello della casa Ajani.

In quel vasto lanificio di Trastevere alcuni patrioti andavano faticosamente raccogliendo armi e munizioni nell'intento di adoperarle nel nuovo tentativo che si ordiva.

Per opera dei soliti delatori, la polizia fu avvertita di quei preparativi. Alle due antimeridiane del 25 ottobre una compagnia di gendarmi, coadjuvata da un battaglione di zuavi si presentò alla casa Ajani, intimando la consegna delle armi e la resa.

Alla minacciosa intimazione i Romani risposero impegnando un sanguinoso conflitto. Erano cinquanta, e non avevano che 28 fucili e 20 bombe alla Orsini!

Quattro ore durò la lotta; e ad ogni istante accorrevano nuove milizie in soccorso degli assalitori.

Il popolo, dalle contrade vicine, tentava ogni mezzo per ajutare i difensori della casa. In mancanza d'armi, i popolani di Trastevere rovesciavano sul nemico mattoni, sassi, masserizie, quanto loro veniva alle mani.

Propagatasi la notizia del conflitto, da ogni parte i cittadini, quantunque inermi, tentavano di accorrere in soccorso dei loro fratelli, ma in ogni contrada le comunicazioni erano chiuse da un fitto cordone di truppe; vano ogni ardimento.

Anche questa volta la fortuna sorrise ai carnefici. I prodi difensori della casa Ajani, isolati, divisi dai loro concittadini, circuiti da un migliajo di combattenti nemici, consumate le munizioni, esauste le forze, ma non il coraggio, furono assaltati dagli zuavi, che giunsero a penetrare dentro la casa.

Non cedettero quei valorosi: e lottando corpo a corpo, contrastarono ogni palmo di terreno ai soldati irrompenti. Nell'atrio, sulle scale scorreva il sangue. Le donne combattevano al fianco degli uomini, e cogli uomini cadevano trafitte, senza mandare un lamento.

Una di esse, Giuditta Tavani romana, incinta di sei mesi, con un suo bambino in braccio, combatteva armata di revolver, e vicino a lei combatteva un suo figliuoletto, garzoncello di tredici anni.

Ferita da molti colpi di bajonetta, Giuditta seguitava a lottare, e a difendere i suoi figli: finalmente cadde colpita da una palla nel mezzo del petto. L'eroica donna, il suo ragazzo, il bambino furono sgozzati senza pietà dai soldati del papa!

La lotta durò continua di piano in piano, di stanza in stanza; finchè, divenuta impossibile la resistenza, incominciò la strage; uomini, donne, fanciulli, combattenti e inermi, furono passati a fil di bajonetta o moschettati.

Così Roma nel 25 ottobre suggellò col proprio sangue il voto, che col sangue istesso aveva scritto il 22, e quel voto suonava: Odio eterno alla sovranità del papato!

In quel medesimo giorno 25, Garibaldi, quasi per vendicare gli assassinati di casa Ajani, riportava la splendida vittoria di Monte Rotondo. Molti pontificj restarono morti in quella gloriosa giornata, e duecento prigionieri e tre cannoni caddero in potere dei nostri.

È un nuovo passo verso Roma: anche uno sforzo e Garibaldi vi sarà entrato. Già i suoi volontari inseguono i papalini fin sotto le mura, ed esso dal casino di San Colombo in vista della città avverte i romani di tenersi pronti al supremo cimento…. quando le truppe francesi sbarcano a Civitavecchia, e alle ore tre pomeridiane del 30 ottobre entrano in Roma!

XI.

L'osteria della Sora Rosa.

Ai bevitori del buon vino dei Castelli era nota una taverna, situata in un vicolo a piedi del Monte Quirinale, a poca distanza della fontana di Trevi. Era l'osteria della Sora Rosa.

La Sora Rosa, l'ostessa, stava imperturbata al suo banco nei giorni di sommossa come in quelli di reazione, o che si dovesse nella sua bettola organizzare una rivolta, od operare un arresto; era amica dei liberali, come delle spie, purchè suoi avventori, e purchè pagassero: era un'immagine di quelle antiche deità che i pagani fingevano indifferenti ai casi umani, immutabili per volger di tempi e di eventi.

Era la sera del 30 ottobre; del giorno stesso in cui i Francesi erano entrati in Roma, troncando ogni speranza di ulteriori tentativi, rendendo vani tutti gli eroici sforzi tentati fino allora. L'osteria della Sora Rosa presentava un aspetto singolare. Da un lato stavano seduti alcuni uomini del popolo, dall'aspetto torbido e cupo. Giuocavano e bevevano, eppure sembrava che li occupassero altri pensieri che non erano quelli del vino e delle carte.

A un altro tavolo stavano a cioncare allegramente alcuni zuavi, un tedesco, uno spagnuolo, un francese, bella miscela di fedeli credenti!

Erano lieti; nei giorni passati avevano sacrificate tante vite di scomunicati rivoluzionari, alla maggior gloria del Santo Padre, che già credevano di vedere schiuso sulle loro teste un lembo di paradiso.

Erano lieti: avevano per tanti giorni, ricevuto un lauto soprassoldo, che le loro tasche riboccavano di monete d'argento, portanti la effigie del benedetto pontefice e re.

Erano lieti, per Dio! Non erano forse sopraggiunti i Francesi a sorreggere la loro fortuna vacillante, a ricacciare indietro i garibaldini colla furia dei fucili Chassepots?

Epperciò esalavano la loro letizia in ogni maniera possibile. Bevevano, canticchiavano, cozzavano insieme i bicchieri, facevano brindisi al Papa e alla Francia, al buon vino e alle monete d'argento, alla morte degli eretici romani, e alla prosperità della chiesa cattolica.

E quand'ebbero cioncato e inneggiato a loro bell'agio, si alzarono traballando, si presero a braccetto, e se ne andarono cantarellando nelle loro tre lingue un coro degno dell'antica Babele.

Quando furono usciti dalla osteria, un giovane che giuocava gettò le carte rabbiosamente sul tavolo, e sclamò:

—Hanno ragione di cantare questi maledetti, hanno ragione! Uh! se non tornavano i Francesi, dàlli e dàlli, avremmo poi finito con cacciarli tutti quanti nel Tevere.

Vicino a quel giovane stava un uomo di mezza età, di grossa corporatura, di fisonomia sinistra, vestito con una giubba di velluto e con un cappello di feltro, calato sulla fronte.

Costui diede col gomito sul braccio a quegli che aveva parlato, e gli susurrò a mezza voce:

—Non vi fate sentire a dir queste cose; potrebbe succedervi qualche
  male.

—Io, caro mio, riprese l'altro, parlo come me la sento. Il cuore ce l'ho sulle labbra, io.

—Male, amico, male! A questi tempi il cuore bisogna tenerlo serrato a doppio catenaccio, come faccio io. Vi voglio bene, e per questo vi dò un consiglio di amico. Ci sono tante spie in giro!

—Accidenti a loro! a me non importa niente. Mi mandino anche in galera: ci starò per poco! Oh sì!

Un nuovo personaggio entrò nell'osteria.

Era un uomo di alta statura, tutto avvolto in un mantello, che gli celava parte del volto.

Quello sconosciuto passò vicino al tavolo, dove stavano i giuocatori; si arrestò per un istante vicino a quell'uomo di bieco aspetto, che aveva raccomandata la prudenza al suo compagno; gli battè sulla spalla, poi essendosi quello rivoltato a guardarlo, senza aprir bocca, gli fe' cenno di seguirlo, indi andò a sedersi in una tavola isolata e lontana da quella dove si giuocava.

L'uomo lo seguì, e sedette vicino a lui, poi disse:

—Ebbene? Che volete, compare?…

Si arrestò; guardò meglio l'incognito, lo riconobbe, e soggiunse rispettosamente:

—Lei! eccellenza!…

Ma l'altro lo interruppe, facendogli segno di tacere; poi chiamò il garzone dell'osteria, e fece portare un boccale.

—Che cosa fai qui, mascalzone? chiese l'uomo che veniva chiamato eccellenza, mentre il suo interlocutore, dopo aver riempito il bicchiere, lo vuotava in un fiato.

—Io farei la medesima domanda a lei, rispose questi con quel tuono mezzo officioso, mezzo insolente, che assume qualche volta la bassa gente quando il superiore si pone al suo livello.

—Rispondi a me. Che cosa fai qui?

—Sto qui, così… per passare un'ora… per divertirmi.

—Tu menti, mio vecchio Giano.

—Come vuole vostra eccellen…

—Taci!

Intanto l'uomo misterioso non aveva più la faccia coperta dal mantello, e Giano poteva liberamente riconoscere nelle sue fosche sembianze il principe Rizzi.

Era proprio desso, ch'era venuto incognito e solo nell'osteria della
Sora Rosa: ora vedremo a qual fine.

—Tu menti, replicò il principe. Vuoi che io ti dica perchè sei qui?

—Avrei piacere di saperlo, disse Giano.

—Prima di tutto, tu aspetti una persona.

—Questo è vero. Avanti.

—Questa persona è un giovane chiamato Curzio, un settario, uno dei capi della rivoluzione.

—Questo poi! fece Giano con una smorfia. Non sono capace!

—Zitto là! disse bruscamente il principe, e proseguì: Tu l'aspetti per farlo fuggire. Hai già pronti i cavalli che devono portarlo fuori di Roma, ed anche oltre il confine. Tu tieni lì in saccoccia…

—Che cosa? i cavalli?

—Il falso passaporto che deve servire per la fuga di quel giovane.

—Ma, eccellenza, per chi mi prende?

—Ti prendo appunto per quello che sei. Tu tieni anche in saccoccia la somma di duecento scudi romani, dei quali cento devono servire per tuo compenso, e gli altri cento per le spese della fuga.

—Vedo ch'ella è informata proprio benino, e io non persisterò a negare, purchè mi dica come mai ha saputo…

—Io so inoltre, che la persona, la quale ti ha dato quei duecento scudi insieme all'incarico di questa impresa, non è altri che la mia signora moglie, la principessa Rizzi: essa, che vuol salvare ad ogni costo il suo amante Curzio. Nega adesso, se hai coraggio.

—Io non nego nulla; vorrei solamente sapere come mai vostra eccellen…

—Zitto!.. Ora tu hai due strade da scegliere: una è quella di mettere in esecuzione il progetto della fuga; in tal caso sarai arrestato insieme a Curzio, tradotto alle Carceri Nove, e posto sotto processo a disposizione della Sacra Consulta.

—Questa strada non mi garba affatto. Sentiamo l'altra.

—L'altra consiste nel lasciar le cose come stanno, e non opporsi all'arresto di Curzio. In tal caso egli solo sarà carcerato, e tu ti godrai in santa pace l'intera somma dei duecento scudi. Scegli fra la Carceri Nove e i duecento scudi.

—Scelgo i duecento scudi.

—Sta bene. Ascolta dunque come devi comportarti: fra poco verrà in questa osteria Curzio, secondo quanto ha concertato con te. Tu devi tenerlo a bada, dicendogli di aspettare qui in tua compagnia la persona con cui dovete partire. Egli si tratterrà qui senza sospetto, finchè verrà la forza ad arrestarlo. Tu allora ti trarrai da parte, e lascerai fare. Va bene così?

—Benissimo, rispose Giano. E aggiunse fra sè: Eh, per essere un principe la sa lunga in queste cose!

Poi, dopo qualche istante di silenzio, riprese:

—C'è una sola difficoltà.

—Sentiamo.

—Io devo render conto dell'affare alla signora principessa…

—La signora principessa deve credere che la commissione è stata eseguita: tu dunque le dirai che Curzio ha passato felicemente il confine e si trova in salvo.

—Ma se poi viene a sapere che invece si trova in prigione?

—Imbecille! i processi della Sacra Consulta si conducono nel più stretto segreto, e nessuno conosce il nome dei carcerati. La principessa non saprà mai nulla.

Ciò detto, il principe si alzò in piedi, poi disse a Giano:

—Dunque, giudizio! Pensa che se tu fossi arrestato saresti tradotto…

—Alle Carceri Nove.

—Pensa che dalle Carceri Nove qualche volta si passa…

—Sulla piazza dei Cerchi.

—E sulla piazza dei Cerchi…

—Zaf! esclamò Giano, facendo il gesto di un rapido taglio.

—Mi hai inteso. Prudenza e fedeltà! aggiunse il principe pianissimo.

Poi gettò una moneta sul tavolo, si avvolse nel mantello, e uscì dalla taverna.