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I misteri del processo Monti e Tognetti

Chapter 21: XVI.
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About This Book

A narrative traces the events leading to and surrounding a prominent courtroom case involving two working-class men, interweaving courtroom scenes with episodes of everyday life in a city on the brink of political upheaval. Portraits of impoverished clergy, anxious families, and laborers reveal how economic hardship, rumors of rebellion, and competing loyalties shape personal choices and community judgment. The account balances procedural detail about the trial with moral reflections on authority, popular unrest, and the precariousness of ordinary lives caught between civic passion and institutional power.

Giano ritornò al tavolo dei giuocatori, canterellando:

—La-la-laral-là! La-la-laral-là!

—Ohè! mastro Giano! gli chiese la Sora Rosa dal suo banco. Chi è, se è lecito, quell'omaccio nero nero, che ha parlato fino adesso con voi? mi ha tutta l'aria d'un beccamorti.

—Altro che beccamorti! disse Giano, Quello è nientemeno… sapete chi e?

—Chi mai?

—Un venditore di cerotti pei calli. Sì, proprio. Un uomo che ha l'abilità di farvi camminare diritto come un fuso. Mastro Matteo, eccomi qua: ripigliamo la nostra partita: a me le carte.

Un uomo entrò nell'osteria, e andò a sedersi inosservato in un angolo oscuro.

Era Giuseppe Monti. Egli era sfuggito quasi per miracolo alle carcerazioni di quei giorni. Niuno aveva sospettato di lui; nessuna spia lo aveva denunziato.

Ora che tutto era finito, egli avrebbe voluto partire da Roma senza ritardo. A lui solo non sarebbe riuscita difficile la fuga; ma egli non poteva lasciare esposta alle crudeli rappresaglie del Governo pontificio la sua innocente famiglia.

Troppo spesso i preti governanti sogliono vendicarsi della salvezza dei patrioti sui loro congiunti.

Domandare un passaporto in quei giorni sarebbe stato lo stesso che svegliare un sospetto, che poteva riuscire fatale.

Egli aveva dunque deciso di aspettare ancora, a meno che non si fosse presentato un modo di scampo per tutta la sua famiglia.

In quella sera Curzio gli aveva dato appuntamento nell'osteria della
Sora Rosa.

XII.

L'arresto.

Non era molto che Monti aspettava, quando Curzio giunse nell'osteria.

Entrato appena, il giovane scultore si assicurò con un'occhiata di tutte le persone ch'erano là dentro.

Si avvicinò a Monti, e gli disse all'orecchio:

—Aspetta.

Poi passò dall'altra parte della stanza, e fattosi accanto ai tavolo dei giuocatori, chiamò Giano.

—Lascio le carte per un momento, disse questi a' suoi compagni.
Aspettatemi.

Quindi si alzò in piedi, e si ridusse con Curzio in un canto della taverna.

—È tutto all'ordine? chiese il giovane.

—Tutto, rispose Giano.

—Il passaporto?

—L'ho in saccoccia.

—I danari?

—Anche.

—La carrozza?

—Anche… cioè voglio dire che la carrozza ci aspetta.

—Dove?

—Non so…

—Come, non sai?

—Il vetturino deve venire a prenderci qui.

—A prenderci qui?… Ma è un uomo sicuro?

—Come me stesso. È un mio compare.

—Dunque, non abbiamo niente a temere?

—Nientissimo.

—Me ne accerti?

—Quanto è vero ch'io sono un galantuomo.

—E a che ora deve venire questo tuo vetturino?

—Alle otto.

—Sono già suonate.

—Ebbene, sarà qui a momenti.

Curzio rimase pensoso, poi disse:

—Senti, Giano, prima di partire vorrei… se fosse possibile…

—Che cosa?

—Rivedere mia… la principessa.

—Manca il tempo.

—Avrei voluto darle un ultimo saluto.

—Glielo darò io per voi. Non vi movete di qui. Sarà qui a momenti.

—Chi?

—Non ve l'ho detto? il vetturino, il mio compare. Aspettiamo, non abbiamo che da aspettare. Intanto, così, per non destare sospetti, io vado a finire la mia partita.

E infatti, Giano tornò a sedere al tavolo di prima, e a giuocare tranquillamente.

Un altro uomo entrò nell'osteria, e si avvicinò a Curzio: era Gaetano Tognetti. Anch'esso aveva ricevuto dallo scultore un appuntamento in quel luogo.

Curzio lo prese per mano, e lo condusse al tavolo dove aspettava
Monti.

—Amici, disse allora il giovane artista, la nostra partita per ora è perduta. La ricominceremo forse in breve, ma questa volta abbiamo perduto. In questo momento il trionfo è pei preti e pei loro spioni. Bisogna partire da Roma; per giovar meglio alla causa del suo riscatto, bisogna partire. Tutto è concertato per la mia partenza, ma mi piangeva il cuore di lasciar voi, miei fratelli, nel pericolo, che ad ogni ora che passa pende sui vostri capi. Una persona amica pensò già a provvedermi di passaporto e di danaro. Or bene, io mi sono procurato un foglio di via, che può servire per voi due. Seguitemi, amici miei, e fra poche ore avremo varcato il confine, saremo in salvo.

—Amico mio, ti ringrazio, disse Monti, ma io non posso dividermi dalla mia famiglia: non posso lasciare mia moglie e i miei figli soli, in preda alla vendetta dei preti, la più implacabile delle vendette!

—E tu, Tognetti?

—Io, rispose Tognetti, non posso abbandonare mia madre. La mia fuga scoprirebbe che io ebbi parte nella congiura, e questi cani, non potendomi avere in loro potere, non tarderebbero un istante a vendicarsi sulla povera vecchia, cacciandola in prigione.

Curzio rimase pensoso.

—Dunque, come farete? chiese dopo un momento di silenzio.

—Aspetteremo, rispose Monti, che si presenti il modo di salvare con noi anche la famiglia.

—Ma voi rimanete esposti a un pericolo tremendo! Se vengono a scoprirvi, siete perduti.

—Piuttosto morire, disse Tognetti, che mancare al mio dovere di
  figlio.

—Nel giorno in cui ci siamo posti nella congiura abbiamo rinunciato alla vita, aggiunse Monti.

—Ottimi amici! soggiunse Curzio. Voi siete migliori di me.

—Non è vero. Tu non hai famiglia, sei libero di partire. Non sei astretto dai doveri che incombono su noi.

—E poi, la polizia conosce certamente il tuo nome come quello di un Capo-sezione; mentre noi oscuri popolani non saremo sospettati da nessuno.

A questo punto la porta dell'osteria si aperse.

Un uomo dall'aspetto sinistro comparve.

—Oh che brutta figura! disse uno dei giuocatori.

—Dio ne scampi, disse piano un altro. È un lavorante di manichini.

Quell'uomo, ch'era un commissario di polizia, entrò scambiando un segno impercettibile con Giano.

Sulla porta semischiusa si mostrarono le faccie laide dei birri papali.

Ognuno comprese che cosa stava per accadere, e nella osteria non s'intese un respiro.

Il commissario mosse difilato alla tavola, dove stavano i tre amici, si volse a Curzio, e gli chiese con tuono burbero:

—Siete voi il signor Curzio Ventura?

—Son io, rispose lo scultore.

—Ebbene, siete in arresto, gridò il commissario. E nello stesso tempo gli afferrò la giubba sul petto.

Monti e Tognetti si alzarono, e cacciando indietro lo sgherro, lo costrinsero a lasciare l'amico.

Alla vista di quella lotta i birri, ch'erano rimasti fino allora sull'ingresso entrarono tumultuosamente nell'osteria della Sora Rosa.

Erano otto o dieci manigoldi, vestiti in borghese, ma muniti di stili e pistole.

In un attimo si scagliarono addosso ai tre amici.

—Legateli tutti e tre, gridò il commissario.

—Indietro! esclamò Curzio.

E facendosi innanzi colle braccia robuste, atterrò due birri, che si erano avvicinati per impadronirsi di lui.

Al primo cominciare del tafferuglio, Giano aveva imboccata la porta della taverna, e se l'era svignata.

Gli altri giuocatori balzarono in piedi, e si diedero a lottare coi birri.

È indescrivibile lo scompiglio che si produsse nell'osteria. Volavano i bicchieri, le bottiglie; le panche venivano inalberate a modo di bastoni, le tavole erano rovesciate.

I poliziotti spararono alcuni colpi di pistola, che in quella confusione non ferirono alcuno. La stanza si riempì di fumo, e si accrebbe il serra serra, e l'intreccio dei lottanti.

Sola la Sora Rosa in mezzo a quell'immenso schiamazzo se ne stava seduta al suo banco, imperturbabile, con una specie di olimpica serenità.

Fra la nebbia del fumo, e il disordine di quel parapiglia, poteva riuscire ai tre amici di guadagnare la porta, e fuggire. E già divisavano di farlo, e già riusciva loro di mettere il piede sulla soglia, quando la via apparve sbarrata da una compagnia di gendarmi che si avanzava colla bajonetta in canna.

La resistenza non fu più possibile. Monti, Tognetti e Curzio, e i loro difensori dell'osteria furono legati, ammanettati, e trascinati alle Carceri Nove.

XIII.

Il giudice processante e l'avvocato.

Era passato un mese dopo gli avvenimenti narrati nei capitoli precedenti, quando due uomini s'incontrarono nelle anticamere del palazzo Rizzi, e insieme furono introdotti nel salotto della principessa.

L'uno era il giudice processante Marini, vera figura da inquisitore in abito secolare; lungo, scarno, occhi grifagni, naso adunco, bocca che si spalancava in modo spaventoso, dita lunghe, sottili, artigliate. Era qualche cosa di mezzo fra l'uomo e l'avoltojo.

L'altro presentava col primo un marcato contrasto: giovane dalla fisonomia simpatica, dall'occhio trasparente, dalla fronte elevata, pareva l'ideale della franchezza e della lealtà: era il giovane avvocato Leoni.

Quei due personaggi si scambiarono al primo incontro un freddo saluto. Quando furono soli nel salotto, il giudice pareva che volesse scandagliare l'avvocato co' suoi sguardi penetranti; poi gli si avvicinò, e cominciò con accento melifluo:

—Ho piacere di avervi incontrato, signor avvocato; è un dolce conforto quello di rivedere gli amici dopo i pericoli e la sventura.

—Grazie, signor giudice, grazie, rispose seccamente Leoni.

—Finalmente si respira liberamente, riprese Marini. I tentativi diabolici dei nostri perversi nemici andarono in perdizione. Il trono del Sommo Pontefice si basa ormai sopra incrollabili fondamenta.

—Sopra le armi francesi, non è vero, signor giudice? disse l'avvocato
Leoni con un sorriso impercettibile d'ironia.

—Le armi francesi furono mandate dall'Onnipotente a difendere il suo rappresentante. Gli empi satelliti dell'inferno furono vinti.

—Colla potenza delle armi spirituali!

—Ecco la signora principessa.

La principessa Rizzi entrava infatti nel salotto vestita con un elegante abito da mattina. L'affanno di una celata angoscia traspariva nel suo volto incantevole, come un'aura ineffabile di poesia.

Essa salutò con un grazioso inchino i due visitatori, che l'aspettavano.

Il giudice processante fece tre o quattro reverenze profonde, dicendo:

—M'inchino umilmente all'eccellentissima signora principessa. Come sta la sua preziosissima salute?

—Sto bene, rispose freddamente la principessa. Poi volgendosi a
Leoni: Come va, signor avvocato? gli disse con amabile sorriso.

—Grazie, principessa.

—Sedete, signori.

La signora sedette; i due uomini l'imitarono. Poi la principessa suonò il campanello, e al servo che comparve ordinò:

—La cioccolata.

—Come sta, riprese il giudice processante, l'eccellentissimo signor principe, suo consorte degnissimo?

—Bene, rispose la signora, poi si volse di nuovo all'altro:
  Avvocato….

—Come sta, continuò il giudice, il reverendissimo monsignore, suo cugino?

—Bene! Avvocato, era molto tempo che non aveva il piacere di vedervi.

—Sapete, o signora, rispose Leoni, che io non frequento le sale
  dell'aristocrazia.

—Convien dire adunque, soggiunse la principessa, che vi conduca qualche cosa di straordinario.

—Non lo nego, o signora, rispose Leoni. Io son venuto a trovarvi colla speranza di ottenere una grazia, ma una grazia di tal natura, che son certo mi perdonerete di essere venuto per questo motivo.

Un servo entrò, recando la guantiera colle tazze di cioccolata e coi biscottini, e servì la principessa, e i due signori.

—Oh squisita! esclamò il giudice processante, dopo ch'ebbe intinto un biscottino nella sua tazza.

—Ma se non l'avete ancora assaggiata! disse la signora.

—Non importa; a me basta vedere la cioccolata per giudicarla. Questa è propriamente una cioccolata alla gesuita.

—Alla gesuita! ma voi ci spaventate, signor giudice, disse ridendo
  Leoni.

—Non vi spaventate, signor avvocato, continuò Marini. Si chiama una cioccolata alla gesuita quella, nella quale, immerso il biscottino, rimane diritto come un palo confitto in terra, senza piegare nè da un lato, nè dall'altro. Tale è la cioccolata che io prendo nella sagrestia di Sant'Ignazio, nella prima domenica d'ogni mese, dopo aver fatta la santa comunione.

—Dunque, soggiunse la principessa, volgendosi all'avvocato Leoni, dicevate che avete da chiedermi qualche cosa; dite pure: vi ascolto.

—Non a voi, signora, veramente, rispose Leoni, ma per intercessione vostra son certo di ottenere quanto bramo, poichè la cosa dipende da vostro cugino monsignor Pagni.

—L'eccellentissimo e reverendissimo monsignor Pagni! soggiunse a modo di correzione il giudice Marini, che stava intingendo il quinto biscotto nella sua tazza.

—Di che si tratta dunque? chiese la principessa all'avvocato.

—Sapete, o signora, rispose questi, che si sta facendo il processo contro coloro che hanno avuto parte nella insurrezione del mese passato. Sarà una causa importante, terribile. Ebbene, io ambisco l'onore di essere ammesso a difendere gli accusati principali.

—E ciò dipende da monsignor Pagni?

—Sì signora, poichè egli è uno dei membri più influenti del Supremo
Tribunale della Sacra Consulta.

—Siete ambizioso, avvocato; cercate la via di farvi un nome.

—No signora. Non è per ambizione che io domando che mi sia affidata questa missione difficile e pericolosa, ma perchè nell'intimo del cuore sono convinto che quegli accusati non sono così rei come si vorrebbe far credere. No, non sono malfattori prezzolati quelli che impugnarono le armi nei giorni della rivolta; saranno stati ribelli, traviati, colpevoli, se volete; saranno caduti nell'errore, nel delitto anche, ma ciò che li spingeva era un'idea nobile e generosa; e non dovrebbero condannarli coloro che sostengono che il fine giustifica i mezzi!

L'avvocato aveva pronunziate queste ultime parole (colle quali alludeva chiaramente alla setta gesuitica) con una tinta finissima di sarcasmo, lanciando insieme un'occhiata significante all'indirizzo del giudice Marini.

Questi raccolse la sfida contenuta in quello sguardo, e prese a parlare così:

—Col rispetto dovuto all'eccellentissima signora principessa, io non posso soffrire che il signor avvocato prosegua su questo tuono. Sappia il signor avvocato che io stesso sono incaricato della inquisitoria di questo processo, e a quest'ora ho già raccolti fatti tali da far dirizzare i capelli; ho un cumulo di prove, un arsenale di testimonianze, confessioni giudiziali e stragiudiziali, conquestioni, indizi probatori e amminicoli da far condannare due terzi di Roma. E se la clemenza del Sommo Pontefice non s'interponesse a quest'ora… a quest'ora… basta, non dico altro.

—Ignorava, riprese Leoni, che il signor giudice Marini fosse inquisitore di questo processo; ora tanto più sono desideroso di sostenere la parte di difensore, per quanto egli magnifica la gravità dell'accusa.

—Badi, signor avvocato, che la difesa criminale è un'arma a due tagli, e alle volte adoperandola si potrebbe insanguinare le mani.

—Quelli che riportano le mani insanguinate per solito sono gl'inquisitori…. e i carnefici!

Il giovane avvocato pronunziò codeste parole con tale un tuono sdegnoso, che il giudice si levò in piedi, pallido per la collera, esclamando:

—Signor avvocato!…

In buon punto giunse il servo della principessa, annunziando ad alta voce:

—Sua eccellenza monsignor Pagni.

XIV.

Il prelato e la principessa.

Monsignor Pagni, che noi incontrammo vestito da secolare nella povera casa di Giuseppe Monti, era in quella mattina abbigliato con tutta quanta la civetteria prelatizia. Dalla chioma leggiadramente azzimata intorno alla chierica fino alle scarpette da damigella, tutto era in lui accurato e lindo; l'abito dal taglio elegante, la mantelletta paonazza, finamente pieghettata, le calze di seta, il cappello coi fiocchi lucenti, ogni cosa rappresentava il lusso ecclesiastico in tutta la sua pompa.

Marini e Leoni si alzarono in piedi, al primo presentarsi di monsignore.

Il giudice si profuse in inchini, esclamando più volte:

—Eccellenza reverendissima!

Il prelato si avanzò con passo ardito e disinvolto; fece passando un leggero cenno della testa in risposta al saluto dei due signori, poi venuto innanzi alla principessa, le baciò la mano con galanteria, e le disse familiaramente:

—Bella cugina, come va?

—Bene, monsignore, rispose essa. Accomodatevi. Abbiamo appunto bisogno di voi.

Il prelato sedè vicino alla signora. Marini andò per baciargli la mano; egli fece un gesto di rifiuto.

—Avete bisogno di me! esclamò monsignor Pagni. Me fortunato! È una buona sorte trovarmi nel caso di poter servire in qualche cosa la mia amabile cugina.

—L'avvocato Leoni, che io vi presento, disse la principessa (Leoni fece un leggero inchino) bramerebbe di ottenere una grazia da voi, monsignore. Ed io ve la chiedo per lui.

—Una grazia, voi dite: chiamatelo piuttosto un comando. Ciò che vien chiesto dalla bocca della mia gentile cugina io non posso rifiutarlo.

—Egli vorrebbe come avvocato, difendere innanzi al Tribunale della
Sacra Consulta i principali accusati della gran causa….

—Di lesa Maestà in primo grado, soggiunse il giudice processante.

—Io gli accorderò volentieri quanto egli mi domanda per vostro mezzo, disse monsignor Pagni alla principessa; ma credo bene di prevenirlo ch'egli aspira a un ufficio pericoloso.

—È quello che gli diceva io medesimo…..

Così soggiunse Marini, e più avrebbe detto, ma una brusca occhiata di monsignore, lo rese avvertito che non toccava a lui a interloquire in quel momento, ed egli si tacque tutto compunto.

—Per quanto periglioso sia quest'ufficio, disse Leoni con fermezza, io mi sento coraggioso abbastanza per compierlo.

—Quand'è così, soggiunse il prelato, io vi ammetterò a sostenere questa difesa, ma vi prevengo che il giudizio non avrà luogo tanto presto; non siamo che ai primi stadi dell'inquisizione. Non è vero, signor giudice?

Questa volta non parve vero a Marini di essere invitato a parlare da monsignore, e rispose senza timore:

—Al primissimo stadio, eccellenza. Si stanno appunto raccogliendo le fila preliminari degli indizi. Il processo intero sarà l'opera di molti mesi, sarà una mole ingente; sempre si aggiungono nuovi nomi, nuovi accusati.

—Intanto, disse Leoni, io ringrazio la signora principessa e monsignore; quando verrà il giorno del cimento, pregherò il cielo che mi dia forze bastanti all'impresa.

Poi si alzò salutando, e uscì. Anche il giudice si alzò, dicendo:

—Io pure riverisco la signora principessa, e prego umilmente monsignore di avermi nella sua memoria.

Poi camminando all'indietro, e intercalando quella marcia retrograda con riverenze da minuetto, uscì dal salotto.

La principessa e il prelato rimasero soli. Regnò qualche momento di silenzio. Monsignor Pagni fu il primo a romperlo, dicendo:

—È qualche tempo ch'io vedo una nube sulla fronte della mia cara cugina. Luigia, v'è qualche cosa che vi addolora.

—Nulla; v'ingannate, monsignore.

—Eppure sapete che da lungo tempo io sono uso a leggere nella parte più riposta del vostro cuore.

—Ebbene, che cosa vi leggete adesso?

—Un'occulta pena; voi non sorridete più; voi…. insomma non siete più la stessa.

—E a che cosa attribuite il mio cambiamento?

—Non saprei, disse il prelato con un accento particolare; poi dopo un momento aggiunse, guardando in faccia la principessa: A meno che non fosse vero ciò che si va dicendo per Roma, a bassa voce, ma si va dicendo.

—Che cosa mai? chiese essa con noncuranza.

—Che fra gl'insorti v'era un vostro amante, rispose lentamente monsignor Pagni, senza staccare gli occhi da lei. E ch'egli si trova ora in qualche pericolo.

—Che? esclamò la principessa con un grido irresistibile di spavento. Poi subito dopo represse la sua commozione, e disse con orgoglio: E voi poteste credere a questa bassezza?

—Io! aggiunse con ipocrisia il prelato. Il cielo me ne guardi!… Vi è però qualcuno che ci crede.

—E chi, di grazia?

—Vostro marito.

—Mio marito!

—Ma non temete; la mia protezione non sarà mai per mancarvi.

—Oh! esclamò essa con indignazione. Io so bene quello che vale la vostra protezione! di voi altri santi pastori! È la protezione del lupo sopra l'agnello. E non l'ho provata io stessa? E non era una povera orfanella, giovinetta, sola, e innocente, quando fui affidata alla vostra tutela? Voi eravate il nipote di mio padre, maggiore a me di anni e di senno, incamminato nella carriera ecclesiastica, uomo di pietà e di religione!… Ebbene, voi abusaste indegnamente di quell'incarico sacrosanto. Valendovi del potere che vi affidavano le leggi ed il sangue, invece di difendermi, voi mi avete sedotta, tradita; e nel giorno istesso nel quale il vostro dito riceveva l'anello vescovile, io sola, abbandonata, sopra un letto di dolore…

—Basta! proruppe monsignore. Qualcuno potrebbe udirvi.

—Io divenni madre: e la mia sventura fu un mistero per tutti. Ma voi, snaturato, voi che non miravate ad altro che all'ambizione della casa, voi mi costringeste a sposare un uomo che io aborriva, minacciandomi, se io rifiutava, di pubblicare la mia vergogna. Questa fu la tutela, questa la difesa, la protezione che io m'ebbi da voi!… Ed ora io debbo sorridervi, porgervi la mano, chiamarvi caro cugino, e anche ascoltare in pace gli oltraggi che mi volgete col sorriso di miele sul labbro!

Un servo entrò.

—Signora principessa, disse, un uomo domanda di parlarvi.

—Ha detto il suo nome? chiese ansiosamente la signora.

—Ha detto di chiamarsi Giano.

—Ah! finalmente!… Venga.

Giano fu introdotto dal servo.

—Vieni, gli disse la principessa. Avanzati.

Poi essa guardò in modo significativo il prelato. Egli comprese ch'era invitato ad uscire: squadrò con rapida occhiata da capo a piedi l'ignobile figura di Giano; poi, volto alla cugina, le disse:

—Vedo, signora, che avete degli affari. Vado nel gabinetto di vostro marito: ho appunto bisogno di parlargli.

—Accomodatevi, monsignore.

Il prelato uscì. La dama rimase sola con Giano.

XV.

Due madri.

La principessa guardò intorno per assicurarsi che nessuno era in quella stanza, fuorchè l'uomo che le stava dinanzi, poi gli chiese:

—Ebbene?

—L'ho portato in salvo, rispose Giano.

—Dove?

—A Firenze.

—E perchè hai tardato tanto?

—Non ho voluto ritornare finchè non sono stato proprio certo ch'egli fosse in sicuro. Adesso posso accertarla, signora, che è assicurato per bene.

—E non mi hai recato sue lettere?

—No, signora.

—Ma perchè non mi ha scritto?

—Ecco… si è fatto male a un braccio.

—E come?

—È cosa da nulla. Ha detto che le scriverà appena…

—Viene qualcuno: prendi, e parti.

Così dicendo, pose in mano a Giano una borsa di danaro. Egli s'inchinò, e partì.

La persona che sopraggiungeva nel salotto era il principe Rizzi. S'incontrò sulla soglia con Giano, e scambiò con esso uno sguardo d'intelligenza, poi si avanzò verso la moglie.

Essa era raggiante di gioia.

—Principessa!… diss'egli salutandola con ironica cerimonia.

—Voi, signore!

—Vi trovo assai lieta.

—E cercate indagarne la cagione, non è così, signore?

—È una prova dell'interesse che m'ispira la mia nobile sposa!

—Io sono avvezza a questo spionaggio di ogni ora, di ogni momento, che mi circonda e mi ravvolge, e investiga i moti più riposti del mio cuore. Questa volta, o mio signore, io voglio risparmiarvi la pena. Voi cercate di conoscere la causa della mia gioia, ed io ve la dirò. Sì, o signore, fra i giovani insorti, fra i campioni della rivoluzione, vi era un uomo che mi era caro, sì, caro più d'ogni altra cosa al mondo. E questo affetto, vedete, io io confesso a fronte alta, senza l'ombra della vergogna!

—Io ammiro la vostra franchezza, il vostro coraggio!

—Ebbene, o signore: questo giovane, che voi avete perseguitato, inseguito con accanimento, adesso è in salvo, è libero come son libere le nubi dell'aria. Ne ho avuta la certezza or ora. Egli è al sicuro dalle vostre persecuzioni: a meno che non vogliate andare a raggiungerlo fino a Firenze.

Il principe non rispondeva una sillaba. Solamente guardava la moglie con un'espressione infernale di dileggio.

—Tra noi, proseguiva essa, si era impegnata una partita, ed io l'ho vinta; il trionfo è mio, ecco perchè mi vedete lieta. Siete pago della spiegazione?

Il principe seguitava a tacere, e a guardarla in modo beffardo.

—Mi guardate e ridete! esclamò essa, atterrita suo malgrado dall'insistenza di quello sguardo diabolico. Perchè quel riso infernale? Esso mi spaventa e mi agghiaccia. Parlate, parlate, in nome di Dio!

In quel momento s'intesero delle acute grida al di fuori, e una voce di donna che proferiva queste parole:

—Lasciatemi!… voglio vederla!… voglio parlarle!…

—Quali grida!

Un servo entrò nella stanza, e disse alla principessa, che una donna si era presentata come una forsennata al palazzo, gridando di volere ad ogni costo parlare colla signora, e che essendole stato negato l'ingresso, era andata fuori di sè, tanto che i servi non poterono più trattenerla.

Infatti quella donna giunse quasi subito sulla soglia del salotto.

La principessa la riconobbe: era Maria Tognetti.

Maria si lanciò ai piedi della signora.

Il principe le guardò entrambe sempre ridendo, ed uscì.

—Maria, buona Maria, vieni! che ti è accaduto?

Così disse la principessa, quando fu sola colla povera donna, rialzandola, e accogliendola amorosamente fra le proprie braccia.

—Signora… soggiunse Maria con parole interrotte da spessi singhiozzi. Mio figlio… mio figlio è carcerato! sarà condannato!… Oh Dio! voi sola potete aiutarmi!

—Mio Dio! calmati, siedi, raccontami tutto.

—Io credeva che Gaetano fosse fuggito; aspettava una sua lettera di giorno in giorno… e questa lettera non veniva mai! Mi è venuto il dubbio che fosse carcerato!… Sono andata a tutti i tribunali, a tutte le carceri: tutti mi rispondevano che non sapevano nulla, che il nome di mio figlio sui registri non v'era. Io aveva cominciato a persuadermi ch'egli fosse in salvo, e aspettava, aspettava sempre che mi scrivesse. Questa mattina finalmente viene a trovarmi uno che è uscito dalle Carceri Nove, e mi dice che mio figlio è là dentro… là dentro, mia signora! processato per l'affare della caserma Serristori, e corre pericolo di essere condannato a morte!… Ahi signora, signora mia! voi sola potete salvarlo. Per l'amor di Dio, per le piaghe del Signore, per l'amore che portate al figlio vostro, salvate, salvate il mio povero figlio!…

Così dicendo. Maria s'inginocchiò nuovamente.

—Maria, alzatevi! tranquillatevi, per pietà! soggiunse la principessa. Tutto quanto io potrò fare lo farò; oh sì, spero di riuscire. Calmatevi, calmatevi, Maria.

Poi suonò un campanello. Entrò il servo.

—Monsignor Pagni? chiese ella.

—È nel gabinetto di sua eccellenza, rispose il domestico.

—Ditegli che io lo prego di venire da me. Ora, Maria, ritiratevi in questa stanza.

—Signora, a voi mi raccomando!

—Io vi devo la vita di mio figlio. Me fortunata, se potrò donarvi la vita del vostro!

La principessa condusse Maria Tognetti in un gabinetto attiguo, e ne chiuse la porta.

Monsignor Pagni comparve nel salotto.

—Io ho bisogno di una grazia suprema, disse la signora appena egli fu entrato. Non mi parlate d'impossibilità. Ciò che vi domando è necessario. Io stessa sono disposta a cosa che fino a questo momento credetti impossibile, a perdonarvi tutto il passato, a dimenticare tutto, purchè voi mi accordiate quello che sono per domandarvi.

—Se ciò che chiederete dipende da me, è mio dovere l'obbedirvi.
Comandate.

—Non finte proteste! Io so che voi potete tutto; e quanto sono per chiedervi non eccede certamente il vostro potere. Se vorrete, mi esaudirete.

—Parlate.

—È necessario che uno de' processati per la rivolta sia salvo.

—Quando sarà pronunziata la sentenza, vedremo…

—No, no: non si deve frapporre indugio; ogni giorno, ogni minuto che quel giovane passa in carcere, è contato con angoscia indicibile dalla sua povera madre. Io voglio che oggi stesso quella donna sia consolata. Questa sera…

—Impossibile!

—Non lo dite. Io so che voi potete accordare la libertà a uno di quei detenuti.

—E come ordinare la scarcerazione di un reo di lesa maestà? Ma ciò è impossibile assolutamente, lo ripeto.

—È questa l'ultima vostra parola?

—L'ultima, la sola.

—Ebbene, disse la principessa dopo un istante con risoluzione: Voi non mi vedrete mai più.

—Cugina!

—Ho deciso.

—Che cosa?

—Non m'interrogate. Fui troppo vile per essermi esposta a un vostro rifiuto.

Il silenzio regnò per qualche minuto nella sala. La principessa era seduta in un seggiolone collo sguardo fisso dinanzi a sè. Monsignor Pagni, in piedi a poca distanza, la guardava cupamente. Finalmente egli disse:

—Voi, o signora, volete ottenere per mio mezzo la salvezza di un uomo che amate.

—Non è vero!… Ve lo giuro per la mia estrema salute. Non si tratta che di un debito di gratitudine. L'uomo ch'io voglio salvare, è il figlio di una donna, a cui debbo più che la vita.

—E nessun altro vincolo vi lega a lui?

—Nessuno.

—Non è desso…?

—È un povero giovane, un semplice muratore.

—Ebbene, vi farò vedere quanto mi è preziosa la vostra amicizia. Per servirvi mi espongo a un'assoluta rovina. Mi faccio complice della evasione di un detenuto politico!

E il prelato andò a scrivere alcune linee sopra un foglietto di carta, poi lo porse alla principessa.

—A voi!… Il capo-custode delle Carceri Nove consegnerà uno dei prigionieri a chi gli presenterà questo viglietto.

—Oh grazie!

Così dicendo essa vinse un intimo senso di ribrezzo, e stese la sua destra a monsignor Pagni.

Egli prese quella mano, la strinse, sorrise, e uscì dalla stanza.

—La principessa aperse la porta del gabinetto e chiamò Maria.

—Ho vinto… ho ottenuto! Tuo figlio è salvo.

—Mia buona signora! esclamò Maria, baciandole ripetutamente la mano.

—Ascolta: questa notte dobbiamo farlo uscire dalla prigione, e ridurlo in salvo. Prendi questo danaro; cerca una vettura. A mezzanotte ti troverai con quella in via Giulia innanzi alle Carceri Nove. Là mi rivedrai.

—Oh grazie! grazie! A mezzanotte.

Maria Tognetti baciò un'ultima volta le mani della principessa, e partì col cuore pieno di speranze e di preghiere.

Monsignor Pagni, che aveva tutto inteso da una stanza vicina:

—A mezzanotte! disse fra sè. Vi sarò io pure!

XVI.

Le Carceri Nove.

Come una minaccia e un incubo si eleva nel bel mezzo di Roma il tetro monumento delle Carceri Nove. Quella fabbrica quadrata, massiccia, scura, sembra, com'è infatti, la tomba di uomini viventi.

Ai quattro angoli vegliano eternamente le sentinelle; la porta è chiusa da un triplice cancello. Non un accento, non un gemito manifesta la vita disperata che si respira là dentro. Il Tevere passa mormorando a poca distanza, e par quasi che gema sulla sorte di tanti sventurati.

Il primo oggetto che chiama l'attenzione di chi s'inoltra in quella spaziosa e bella via Giulia, il primo pensiero che occupa la mente è l'edifizio delle Carceri Nove; e l'idea degli infelici che là dentro espiano l'amore della patria, turba l'anima siffattamente, che la bellezza scenografica della strada non è più ammirata nè avvertita.

Non è già che le Carceri Nove siano le sole carceri politiche di Roma. Dal Castello Sant'Angelo fino all'ultimo convento di frati; non v'ha in Roma un angolo che non sia stato adoperato dal governo dei preti a torturare un'anima generosa, a comprimere i palpiti più vitali di un cuore.

Quanto ai detenuti politici, la giustizia dei papi aveva edificato a posta per essi il vastissimo carcere di San Michele, nel quale dovevano starsi imprigionati insieme alle donne di mala vita. Strano concetto che dimostra la nequitosa malizia della Curia romana! Il carcere di San Michele fu destinato ai rei di stato, e alle femmine di mala vita!

I chiercuti carnefici credevano d'infamare i patrioti, accomunando il loro destino a quello delle prostitute. Stolti! la gemma della virtù rifulge più bella in mezzo alle sozzure del fango: e l'infamia ricade tutta sul capo di coloro che tentarono avvilirla.

Del resto, per quanto vasto il carcere di San Michele, non bastò ai detenuti politici nella felicissima capitale del mondo cattolico, e non bastò nemmeno la succursale di quel carcere, inaugurata per vezzo pretino col nome di San Micheletto. Non bastò il forte di Paliano, scelto con sottile perfidia per l'espiazione delle condanne politiche nel luogo più insalubre e mortifero dell'agro romano, perchè le febbri maligne ajutassero e affrettassero l'opera micidiale degli aguzzini.

In breve, tutte le prigioni di Roma furono occupate dai carcerati per delitto di lesa maestà, confusi in quelle bolgie cogli omicidi e coi ladri mentre i conventi dei frati erano serbati come luogo di espiazione a quegli inquisiti più giovani e inesperti che davano ai preti qualche speranza di conversione.

Anche nella prigione delle Carceri Nove si trovarono adunque i patrioti agglomerati coi rei di delitti comuni; e non fu raro il caso in cui il giovinetto carcerato per semplice sospetto di patriotismo si trovò rinchiuso nella medesima cella con un assassino già condannato a morte, che aspettava di giorno in giorno l'ora del suo supplizio.

Un'iscrizione sulla porta di quella prigione ci ammonisce che la clemenza fu uno dei motivi che indussero Papa Innocenzo a far costruire le Carceri Nove. L'infelice che vi si trova detenuto può farsi un'idea esatta della clemenza dei papi.

I carcerati, e specialmente i politici, vi sono esposti a durissimi trattamenti. O accalcati alla rinfusa in fetidi cameroni, o isolati in celle umide e sotterranee, mancano d'aria pura e di luce. La nequizia dei preposti rese nulle e disusate anche le regole dell'igiene che presiedettero alla fondazione di quel carcere, duro ma non insalubre nella sua origine.

I detenuti delle Carceri Nove hanno oggigiorno per letto poca e sucida paglia: il loro vitto è scarso e malsano; sono sottoposti al digiuno e alla sferza per colpe leggere e spesso immaginarie!

Ma ciò che rende più orribile quel luogo infernale è la tortura morale, alla quale sono spesso soggetti quei detenuti per la durezza dei guardiani, degni interpreti della efferatezza dei governanti. Non solo manca agli sventurati ogni parola di conforto, ogni ajuto di benigno consiglio, ma vien loro negata sovente quella consolazione che i congiunti o gli amici con gentile pietà cercano di inviare oltre le mura del carcere. Avviene sovente che ai prigionieri si lascia ignorare che i parenti furono a chiedere loro novelle, loro si contende un semplice ricordo, un saluto: cosicchè alle loro pene si aggiunge il martirio dell'incertezza: sia che temano sulla sorte dei loro cari, sia che li angosci il dubbio di essere nella loro miseria obliati.

Un'altra pena atroce di quella crudele fra le carceri preventive si è lo spionaggio, la mala pianta che nell'interno delle prigioni pontificie trova salde e vigorose radici. Il sollievo più caro degli infelici è il racconto dei proprii casi, il compianto delle comuni sventure. Ebbene, anche quest'ultimo conforto è conteso ai detenuti politici nelle prigioni pontificie. Il compagno di carcere, che in sembiante di amico vi si stringe d'intorno, che con modi affettuosi vi sforza a parlare, è quasi sempre uno scellerato spione, che la polizia papale ha destinato al soggiorno delle carceri, un miserabile che, abusando della vostra sventura, compra colla nefanda delazione l'impunità di altri atroci delitti.

E, incredibile a dirsi, le relazioni di quegli ignobili e degradati strumenti formano spesso la parte sostanziale dei processi politici di Roma. Le confidenze strappate sotto il velo dell'amicizia, della compassione dai compagni di carcere, divengono il sostegno più saldo dell'accusa.

E come no? La forma inquisitoria del processo, abolita oggi da ogni Stato civile del mondo, è tuttora in vigore presso quel governo, che trovasi in lotta continua colla nuova civiltà. In Roma il processo inquisitorio è l'arme più terribile dei governanti, è la repressione più violenta contro le legittime aspirazioni del popolo, è la vendetta del forte sul debole.

Gli atti della procedura si compiono nel segreto e nel mistero. Le relazioni della polizia e le rivelazioni impunitarie sono la guida prima del giudice. Le delazioni carcerarie, di cui abbiamo sopra parlato, battezzate col nome pomposo di confessioni stragiudiziali, sorreggono tutto l'edifizio del suo processo. Quale possibile difesa, quale speranza di scampo rimane agl'inquisiti? Nessuna! Le forme della legalità non sono che vane apparenze dirette a perderli, a infamarli. Essi vengono sempre condannati nel modo e nella misura che giova e piace al Governo.

Appena il trono del papa fu puntellato dalle baionette francesi, e i difensori della libertà furono oppressi e respinti, e in Roma fu ristabilito l'ordine alla moda di Varsavia, i prelati che avevano tremato nei giorni della insurrezione si accinsero a vendicarsi del passato terrore sui carcerati.

In quei giorni le tante prigioni di Roma, e molti conventi, cambiati in luoghi di reclusione, bastavano appena ai detenuti politici.

Monti, Tognetti e il loro amico e compagno Curzio Ventura, erano stati, come vedemmo, rinchiusi nelle Carceri Nove: là dentro li avevano isolati in altrettante segrete.

Il loro contegno era diverso, secondo la differenza del loro carattere. Curzio, anima sdegnosa, che aveva imparato fino dai primi passi della vita a combattere colle avversità della sorte, si era chiuso in una specie di stoica rassegnazione. Non una sua parola, non un suo gesto dimostrava rabbia o sdegno in faccia ai carcerieri. Egli serrava tutto in sè stesso il magnanimo dispetto dell'impresa mancata. Calmo e sereno in vista, ruminava fra sè e sè le delusioni del passato e le speranze di una futura riscossa. Noncurante del suo destino e della sua vita, pensoso solo di quelle grandi idee che occupavano la sua mente: la patria e la libertà!

Gaetano Tognetti, giovane di carattere più irrequieto e impaziente, non sapeva adattarsi alle angustie del carcere, nè sopportare in pace la rovina di tanti ardimenti, nè riposarsi nelle aspettazioni dell'avvenire. Insofferente della prigione, si martoriava più e più colle smanie incessanti, che gli rodevano il cuore, e che esalavano in grida disperate di cruccio e di dolore.

Giuseppe Monti era tutto concentrato nel pensiero della sua famiglia. Sua moglie e i suoi figliuoletti abbandonati, esposti alla miseria; gli strazj di quella povera donna, incerta della sorte di lui, tremante per la sua vita, i pericoli ai quali essa era in preda; queste erano le immagini crudeli che angustiavano il suo cuore, e rendevano più dolorose per lui le ore interminabili della prigione. Tutto compreso da quella pena, tanto orribile pel cuore di un marito e di un padre, Giuseppe Monti non dava segno di vita; soffriva pazientemente la durezza del carcere, e solo ad ora ad ora, quando le torture del suo pensiero si facevano più insoffribili, mormorava a bassa voce queste sole parole:

—Povera mia moglie! poveri miei figli!

XVII.

Il secondino Petronio.

Fra i secondini delle Carceri Nove, fra quei manigoldi dal cuore indurito v'era per caso un buon uomo, che in mezzo a tanto spietata ribalderia serbava un cuore accessibile alla pietà.

Era un certo Petronio, bolognese, antico lavorante di canapa; condannato una volta per un ferimento da lui commesso nel calore di una rissa, gli avevano commutata la pena della galera nell'ufficio del carceriere, cosa non rara negli Stati del papa, dove son pochi gli uomini onesti e liberi che si offrano spontanei al mestiere dell'aguzzino.

Nella sera di quel giorno in cui avvenivano nel palazzo del principe Rizzi le scene narrate nei capitoli precedenti, il secondino Petronio si trovava di guardia in un camerone interno delle carceri; toccava a lui di vegliare per tutta la notte in quel luogo.

Il buon uomo si aiutava col tabacco da naso e con quello da fumo, contro il sonno che minacciava d'invaderlo. Guai se il capo-custode nella sua ispezione notturna lo avesse trovato addormentato! Una mezza dozzina di nerbate, susseguita da una giornata di cella e di digiuno, era il meno che potesse toccargli.

Egli prendeva un tratto la pipa, e tirava quattro boccate di fumo, poi deponeva la pipa e pigliava la scatola, e fiutava due prese di tabacco, poi ricorreva di nuovo alla pipa per ritornare poscia alla scatola. Ma ormai tutti i provvedimenti tornavano vani: già le sue palpebre divenivano pesanti pesanti, e si chiudevano, e la sua testa si abbassava prima lentamente, poi più presto, fino a che il mento gli si andò a posare addirittura sul petto.

Per fortuna in quel momento stesso l'orologio della prigione suonò le undici ore.

Petronio si svegliò di soprassalto, gridando:

—Olà! alt! ferma! vuol scappare!… Ah! proseguì poscia, fregandosi ripetutamente gli occhi e la fronte, mi pareva che qualcuno volesse scappare… Maledetto sonno! la pipa non basta più a farmi stare sveglio, e il tabacco nemmeno!… Uh! che brutta vitaccia quella del carceriere!

E qui il buon Petronio, dopo essersi ben bene impinzato il naso di rapè, ed avere sgombrata la testa con una scarica continuata di starnuti, si abbandonò al corso delle sue consuete meditazioni.

—Brutta vita! ripeteva fra sè. Sempre in mezzo alle miserie, sempre chiusi in questa spelonca come tanti gufi! E poi non potere neanche dormire alla notte. Almeno i carcerati riposano a loro bell'agio!

In quel momento, quasi a smentire l'assertiva del carceriere, un lungo, penoso gemito uscì da una segreta vicina, la cui porta si apriva appunto in quel camerone, dov'era Petronio.

—Chi è? cos'è stato? esclamò egli. Sarà questo qua che ogni tanto si lamenta.

Petronio si alzò dalla sedia, e si avvicinò alla porta, donde pareva che il gemito fosse uscito. Quella porta aveva un finestrino che poteva aprirsi dal di fuori per spiare nell'interno della segreta. Egli tirò il catenaccio, e aperto il finestrino, guardò dentro.

La luce di un fanale appeso alla volta di quel lugubre camerone, mandava per il pertugio aperto da Petronio raggio bastante per discernere dentro la segreta la figura di un uomo, che stava rovesciato sul suo coviglio, colle mani intrecciate sopra la testa, in atto di disperato dolore.

Petronio si fermò a contemplare quei misero, e intanto pensava fra sè:

—L'ho detto io. Era lui che mandava quel lamento. Sempre così questo povero Monti! Ah! è proprio vero! egli riposa meno ancora di me.

Poi il dabben uomo richiuse il finestrino, e passò dall'altra parte del camerone, dove aprì un simile sportello, e guardò dentro a un'altra segreta. Era quella di Curzio.

—Quest'altro invece se la dorme in pace! pensò Petronio. Beato lui!
Se potessi fare lo stesso anch'io!

Staccatosi anche da quella porta, il bravo secondino si diede a passeggiare in lungo ed in largo per opporre migliore resistenza al sonno, ch'era sempre lì lì per tornare ad assalirlo.

In fondo al camerone era un cancello, pel quale si passava nelle altre parti della prigione… a quel cancello stava di guardia una sentinella.

Petronio si avvicinò al soldato, e gli chiese:

—Camerata, che ora abbiamo?

—Sono appena suonate le undici ore.

—Le undici! e io credeva che fosse passata la mezzanotte!

—Ho ancora un'ora da passare in fazione.

—Ed io ho ancora sette ore da vegliare! Maledetto mestiere!…
Torniamo a fumare.

Era appena tornato a sedere nel posto di prima, e aveva riaccesa la pipa che si era spenta, quando Petronio intese un altro lamento, che come il primo proveniva dalla cella di Monti.

Il pietoso secondino si sentì rimescolare il sangue; e ritornò al finestrino della porta. Guardò un tratto il prigioniero, poi lo chiamò, dicendogli:

—Ehi! pover'uomo, non potete dormire?

Monti volse la testa verso il pertugio, stette alquanto in silenzio, chè gli pareva strano quell'accento di compassione in un carceriere, poi domandò:

—Siete padre voi?

—Io no.

—Allora non sapete… non potete sapere… Il padre ch'è staccato dalla sua famiglia non trova mai pace.

—Avete moglie e figli?

—Tre figli: e il più piccino non ha che sei mesi!

—Poveretto!

Monti aguzzò lo sguardo, fissando il volto di Petronio, attraverso le sbarre del finestrino: e cercava d'indovinare in quell'oscurità se la pietà del secondino fosse vera o finta.

Pare che l'esame tornasse favorevole a Petronio, poichè Monti prese a dire:

—Voi, che mi sembrate più buono degli altri, ditemi qualche cosa della mia famiglia: dacchè sono qui dentro, non ho mai potuto vedere la mia povera Lucia.

—Io… disse Petronio tutto confuso. Io non so nulla.

—Ella sarà venuta, riprese Monti, sarà venuta per vedermi, e gliel'avranno negato. Non è così?

—Io vi dico che non so niente.

—Ah! se volete dirlo, lo sapete. Abbiate compassione di un povero carcerato; che io sappia almeno se mia moglie è in salute, se è libera!

Il povero Petronio, che non era assolutamente della stoffa, con cui si fanno i carcerieri, si sentiva ammollire il cuore, e non sapeva come fare a resistere alle preghiere del prigioniero.

In quel momento altre persone entrarono nel camerone, senza che il secondino, tutto assorto ne' suoi pietosi sentimenti, se ne accorgesse.

Il giudice Marini, al quale era devoluta insieme all'istruttoria del processo politico, la sorveglianza del carcere dove erano detenuti gl'inquisiti, faceva sempre le sue visite in ore insolite e inaspettate, a modo di sorpresa.

Egli si era fatto aprire senza rumore il cancello del fondo, e si avanzava cautamente nel camerone, mentre Petronio aveva tutta rivolta la sua attenzione verso Monti.

E questi seguitava a pregarlo che gli desse qualche notizia della sua famiglia, e lo togliesse da quella insoffribile ansietà.

—Ma io non posso dirvi niente, ripeteva il secondino.

—Non posso! soggiunse Monti: non posso, voi dite; ma dunque, è vero, voi lo sapete!… Oh ditelo! date un sollievo a questo tribolato!

—Non posso dirlo.

—Ve ne prego; voi siete un buon uomo. Ditemi solo se mia moglie viene qualche volta.

—Viene ogni giorno! gridò Petronio, che non poteva più trattenere le lagrime.

—Birbante! gridò subito dopo una voce tuonante.

Era quella del giudice Marini, che nello stesso momento diede un forte colpo sulla spalla del disgraziato Petronio.

Non può descriversi la confusione del secondino. Tutto tremante, si cavò dal capo la berretta, gli cadde di mano la pipa, e balbettò:

—Si…signor… giu…giudice!… Eccellenza!…

—A questo modo fai il tuo dovere? esclamò Marini tutto infuriato. Stai a far conversazione coi carcerati; e di più dici loro quello che non devono sapere! Penserò io a farti castigare! Ti farò cacciare in cella oscura, a digiuno rigoroso.

—Signor giu…giudice!

—Meriteresti di starci un pajo di mesi.

—Signor…

—Animo! prepara la stanza degli esami; portavi i lumi e tutto l'occorrente.

Petronio non se lo fece dire due volte, e corse ad approntare una stanza attigua a quel camerone, la quale serviva ad uso di cancelleria criminale per l'interrogatorio dei detenuti.

Marini si volse al suo cancelliere Passerini, ch'era rimasto rispettosamente indietro.

—Questa sera, disse, voglio assumere i costituti di Curzio Ventura, di Giuseppe Monti e di Gaetano Tognetti. Imparate, signor cancelliere, imparate l'arte del criminalista! Noi dobbiamo far tesoro delle ore notturne. Questi sono i momenti più propizi per esaminare i detenuti. Essi vengono svegliati dal sonno e subito tratti innanzi al giudice; si presentano all'esame tutti sbalorditi e confusi. Non hanno tempo di architettare un sistema di difesa, di preparare le loro risposte, e vengono a cadere nella rete da loro medesimi siccome uccelletti inesperti. Alla notte, signor cancelliere, sempre alla notte!

Petronio venne a dire che la camera degli esami era preparata. Il giudice e il cancelliere vi entrarono.

Era una stanza che metteva i brividi solo a vederla. Le muraglie erano quelle nude e annerite della prigione. Un gran tavolo coperto da un tappeto nero occupava quasi per intero lo spazio: un enorme crocifisso appeso alla parete pareva che guardasse fieramente gl'infelici che venivano tradotti là dentro; quattro candele infisse nei candelieri di legno erano disposte in quadrato, come se fossero state intorno a una bara. Da un lato stava uno scaffale pieno di processi voluminosi, che per ogni pagina indicavano una lagrima e una stilla di sangue!

Sua Signoria illustrissima (così veniva chiamato il giudice nelle intestazioni degli esami) si assise comodamente in un seggiolone dal cuscino di cuoio, posto sotto il crocifisso, di faccia alla porta d'ingresso.

Il cancelliere, uomo piccolo e ranicchiato, al quale l'antica abitudine degli inchini aveva notevolmente arcuata la spina dorsale, si era seduto sopra una sedia di paglia; e postisi gli occhiali inseparabili sul naso, stava provando le sue penne sopra un foglio di carta.

Petronio se ne stava in piedi sull'uscio, col mazzo delle chiavi in una mano e la berretta nell'altra, aspettando gli ordini del signor giudice.

Il pover'uomo, guardando quella faccia torbida e buia, rabbrividiva non più per sè, ma pei disgraziati, la cui sorte pendeva dall'arbitrio di quell'uomo e dei suoi padroni.