XVIII.
L'inquisizione del processo.
—Fate venire alla mia presenza il detenuto Curzio Ventura, disse il giudice a Petronio, che uscì immantinente, scegliendo una fra le chiavi del suo mazzo. E voi, soggiunse volgendosi a Passerini, voi, signor cancelliere, cominciate a intestare il costituto.
Poi seguitò, dettando con gravità:
«Addì venticinque novembre eccetera, nel locale delle Carceri Nove eccetera, innanzi a Sua Signoria illustrissima eccetera.»
Curzio fu introdotto da Petronio.
Il giovane artista era stato vestito colla casacca dei prigionieri, e aveva le mani unite e serrate dalle manette, ma pure non aveva dimessa la sua aria di dignità e d'incrollabile fermezza. Postosi in piedi accanto alla tavola, dirimpetto al giudice, lo fulminò con un'occhiata sdegnosa.
—Aspettate i miei ordini lì fuori dalla porta, disse il giudice al carceriere.
E Petronio uscì inchinandosi, e chiuse l'uscio.
—Come vi chiamate? chiese poscia Marini al detenuto.
—Mi avete interrogato un'altra volta, rispose Curzio con piglio sprezzante. Il mio nome vi è noto.
Il giudice processante, vedendo che incontrava del duro, si atteggiò al sembiante della dolcezza.
Egli sapeva assumere modi e parole diversi, secondo l'indole dei detenuti da esaminare.
—Io sono venuto, caro figliuolo, disse con voce benigna, a vedere se le meditazioni del carcere vi hanno insegnato la via della prudenza. Voi per parte vostra già siete confesso di aver presa una parte attiva nella nefanda ribellione del mese passato, ma ostinatamente vi siete ricusato di parlare dei complici e degli istigatori; e questi appunto sono quelli che importa conoscere alla giustizia.
—Io posso rispondere del fatto mio, non di quello degli altri, rispose Curzio fieramente.
—Pensate, figliuolo, riprese il giudice col medesimo tuono di paterna mansuetudine; pensate che quando si rendesse palese che voi, suddito del Santo Padre, istigato e traviato per opera dei perversi venuti dal di fuori, v'incamminaste vostro malgrado nella via della perdizione, tutto potreste sperare dalla sovrana clemenza.
—Io solo, liberamente, e di mia propria volontà, presi parte alla rivolta, e l'unico fine che mi proposi fu quello di abbattere il trono del papa, e congiungere Roma all'Italia!
—Badate, non vi lasciate vincere dalle suggestioni dell'orgoglio; non rigettate da voi stesso la misericordia del Santo Padre, ch'è già disposta e pronta a venire in vostro soccorso. La vostra salvezza sta in vostra mano, figliuolo; basta che diciate le cose come stanno. Non è egli vero che foste spinto a ribellarvi al vostro legittimo sovrano dai malvagi venuti appositamente per sedurre e traviare i fedeli Romani? Se così è veramente, la vostra colpa è molto leggera, perchè voi siete giovane e facile ad essere ingannato. In tal caso, io posso impegnarmi di ottenere in vostro favore il benefizio di una grazia sovrana.
—È l'impunità che voi mi offrite? esclamò il giovane scuotendo in atto d'indignazione le mani avvinte dalle manette. L'impunità!… Ma non sapete che io non curo nè la prigione, nè il patibolo? Fatemi pure mozzare la testa; io sono in vostre mani, voi potete farlo impunemente. Ma non vi lusingate che per le fallaci promesse di una grazia disonorante, io m'induca a tradire la santa causa della libertà. Oh! comprendo bene la ragione per cui vorreste da me le risposte che mi chiedete! Questo vostro processo è diretto a mostrare che il movimento della insurrezione di Roma fu opera di gente venuta di fuori; che i cittadini romani non v'ebbero parte alcuna, o l'ebbero affatto secondaria. Vorreste far credere al mondo che i Romani adorano il papa e lo scettro dei preti! Impostori! numerate i prigionieri politici, de' quali rigurgitano le vostre prigioni, e vedrete quanti sono i sudditi fedeli che l'amoroso pontefice serba all'ergastolo e alla galera! Romani siamo noi che impugnammo la armi contro il potere sacerdotale; Romani furono i morti del Campidoglio, di porta San Paolo, di Trastevere, ed essi e noi, morti e viventi, non abbiamo che una voce per esecrare il governo del papa e i suoi infami ministri. Scrivete, signor cancelliere, scrivete, questa è la mia confessione.
Sebbene questa parlata, e il calore col quale la pronunziò il giovane carcerato, avesse dovuto togliere al giudice ogni speranza d'indurlo a servire alle sue brame, tuttavia esso continuò impassibile nel suo sistema di gesuitismo.
E, rendendo tanto più benigno il suo sorriso, per quanto l'altro vibrava più terribili occhiate:
—Ma figliuolo! riprese, possibile che siate in preda a un simile acciecamento! E non conoscete l'enormezza del vostro peccato? Se non vi spaventano le pene temporali, dovrebbero atterrirvi gli eterni castighi, che vi aspettano nell'altra vita.
—Quelli, se esistono, non a noi, ma ai nostri giudici sono serbati.
—Dunque non sentite il pungolo del rimorso?
—L'unico rimorso che io provo è quello di non essere riuscito nell'intento, ma mi consola una fiducia: che tanto sangue non fu sparso invano, e che non è lontano il giorno della nostra vittoria.
—Tanto giovane, e tanto pervertito! esclamò il giudice, congiungendo ipocritamente le mani. Ma non sapete che terribile è la sorte che vi si prepara?
—Qualunque sia, io l'aspetto senza paura. Tremerete forse voi altri nel segnare la mia condanna; ma non io nell'affrontarla.
—Voi volete morire nell'impenitenza finale! Così disse il giudice crollando la testa; poi, dopo qualche momento di pausa, riprese:
—Dite dunque qual parte aveste nella rivolta.
—Voi siete il giudice, rispose Curzio. A voi spetta indagarlo.
—Da costui non caviamo nulla, disse Marini sottovoce al cancelliere; poi voltosi all'inquisito, e dimessa l'apparenza della bontà:
—Se continuate a questo modo, gli disse, lascerete la testa sul palco. Ve lo prometto.
Poi chiamò:—Petronio! E al carceriere che si presentò: Riconducetelo, disse, al suo carcere.
Il prigioniero si avviava col secondino, quando il giudice li richiamò indietro:
—Aspettate! Petronio, domani, che è un giorno dedicato a san Pietro, farete digiunare rigorosamente questo detenuto: ciò servirà al bene dell'anima sua.
E poichè il carceriere e il prigioniero furono partiti del tutto, voltosi al cancelliere, con libero sfogo il giudice Marini proruppe:
—Questi indemoniati liberali sono tutti a un modo! Non si piegano neanche colle bastonate. Oh! se io potessi vorrei finirla presto con costoro! Una buona catasta di legne in mezzo a piazza San Pietro, e poi metterveli sopra tutti dal primo fino all'ultimo. Non c'è altro mezzo per finirla con questi scellerati.
Petronio, dopo aver ricondotto Curzio alla sua segreta, ritornò a ricevere gli ordini di Sua Signoria illustrissima.
—Fa venire Giuseppe Monti! disse Marini.
Dopo due minuti Petronio ritornava, conducendo Monti ammanettato come il compagno che l'aveva preceduto.
—Siete voi Giuseppe Monti?
—Son io.
—Voi, poveretto, avete moglie, e tre figli?
—Sì signore, rispose sospirando.
—Avreste desiderio di rivedere la vostra famiglia? chiese il giudice, atteggiandosi a quanto mai poteva mostrare di affettuosa premura.
—E me lo domanda? disse Monti con un accento che diceva tutto.
—Ebbene, prese a dire Marini dolcissimamente, v'insegnerò il mezzo vero e sicuro, per rivedere presto la vostra famiglia: una franca, piena e sincera confessione. Finchè persistete a negare fate il vostro danno, e non altro. Non c'è che un veritiero racconto dei vostri falli che possa salvarvi. Ma credete che la clemenza del Santo Padre rimarrà indifferente di fronte a una simile prova di pentimento? Una grazia intera e assoluta sarà la vostra ricompensa. Esitate ancora? Prendete esempio dal vostro complice Curzio Ventura, che in questo momento ha fatto una spontanea confessione, raccontando tutti i particolari del suo misfatto e narrando anche la parte che voi stesso ci avete avuta.
—Possibile!
—Vedete adunque che la giustizia è già informata d'ogni cosa. Ci sono prove bastanti per condannarvi tutti: ma io desidero la vostra confessione, unicamente per avere una prova del vostro pentimento, e con questa ottenere per voi la sovrana grazia, e così rimettervi in seno alla vostra povera famiglia. Questa sarebbe la consolazione più cara al mio cuore. Da voi dunque dipende assicurarvi con una parola sola la salvezza in questa vita, e di più la salute eterna nell'altra. Confessate, figliuolo. Pensate a quella meschinella di vostra moglie, ai vostri tre figli, poverini, che rimangono senza un appoggio, senza una guida nel mondo!
Una lotta terribile si combatteva nel cuore del povero padre, e l'interno contrasto traspariva evidente dalle contrazioni del suo volto e dalla immobilità degli occhi pensosi.
Marini indagava con acuto sguardo la penosa battaglia di quel cuore; simile alla jena, che aspetta l'ultimo anelito di un morente, per lanciarsi a divorarne il cadavere.
—Ebbene, disse finalmente Giuseppe Monti. Sì, signore, io confesserò!
—Oh bravo! esclamò il giudice sorridendo. Scrivete, signor cancelliere, scrivete che l'inquisito Monti confessa.
—Dunque, riprese poscia volto al prigioniero, con un raddoppiamento di benevolenza, dunque, figliuolo, voi confessate. Dite, dite pur tutto senza timore; quanto sarà più ampia la vostra confessione, tanto più largo vi sarà schiuso il tesoro inesauribile della sovrana clemenza. Voi dunque foste uno di quei settari, che iniquamente sovvertirono l'ordine pubblico, e si ribellarono contro il potere del Sommo Pontefice, operando stragi infinite e nequizie d'ogni maniera? Non è vero? Scrivete, signor cancelliere, scrivete che confessa tutto.
—Ma io…. prese a dire Monti.
—Voi non vorrete, figliuolo, interruppe il giudice, non vorrete perdere il merito della vostra confessione spontanea con delle restrizioni inopportune. Voi dunque volete dire che operaste nella rivolta qualche fatto speciale, non è così?
Monti esitava ancora a rispondere, e il giudice ripigliò, con sembiante d'amorosa sollecitudine:
—Io già lo so, vedete, so tutto. Solamente desidero di sentirlo dalla vostra bocca, per procacciarvi il frutto della confessione. Da bravo… pensate ai vostri figliuoli! Dite dunque, qual'è il fatto che fu perpetrato da voi? ditelo pure liberamente: non temete che debba mancarvi la grazia per quanto enorme sia il vostro misfatto. La clemenza del Santo Padre non conosce confini. Coraggio figliuolo: anche una parola, e tutto è finito. Qual'è questo fatto? dite.
E tanto andò innanzi l'astuto, uso a strappare dagli inquisiti la confessione di falli veri e non veri, con quella sorta di tortura morale, tanto insistè nelle fallaci esortazioni, che il povero Monti, perduto, smarrito, preso come si dice col laccio alla gola, lasciò sfuggire quelle fatali parole:
—La mina!
Il giudice Marini ebbe appena intesa quella voce, che l'afferrò a volo tutto giulivo.
—Ecco, pensò fra sè, il bandolo della matassa; costui è uno dei rei principali! costui è destinato ad essere il capro espiatorio della insurrezione! Questo processo mi procaccerà onore immortale!
Formulate in un baleno queste conclusioni, l'inquisitore si volse alla vittima destinata fino da quel momento al supplizio, e con un sorriso di benigno incoraggiamento sulle labbra, gli disse:
—Proseguite, figliuolo, dite pur tutto; guardate l'immagine di Nostro Signore Gesù Cristo che col suo esempio vi esorta alla mansuetudine, e fate un atto di vera contrizione; raccontatemi la cosa in tutti i suoi particolari.
Poi, precorrendo alle risposte di Monti, si volse impaziente al cancelliere dicendogli:—Scrivete, scrivete: egli confessa di aver fatta rovinare la caserma Serristori, mediante una mina accesa di sua propria mano, con deliberato proposito di cagionare la morte di tutti quanti i prodi difensori della Santa Sede, e della santissima religione.
Stretto da nuove insistenze, e suggestioni, Monti raccontò il fatto della mina in tutta la parte che lo riguardava, tacendo assolutamente quanto avevano operato i suoi compagni, guardandosi bene dal pronunziare il loro nome.
Per tal modo il giudice non era soddisfatto del tutto, e mentre con premura dettava al cancelliere tutti i dettagli che potevano aggravare la posizione del Monti, dimostrava poi con un torcimento di bocca il malcontento che gli cagionavano le reticenze del medesimo confesso.
—Male, male, figliuolo! disse finalmente. Voi non volete salvare nè l'anima nè il corpo; non volete dir tutto!
—Io ho detto tutto, e ora condannatemi, se volete, disse Giuseppe
Monti in atto di suprema rassegnazione.
—Ma voi aveste dei compagni nella esecuzione del nero misfatto, e di questi non avete parlato. Perchè la vostra confessione possa ritenersi piena ed intera, voi dovete accennare alla giustizia i nomi di tutti quanti i vostri complici, coadjutori, mandanti, correi e fautori.
—Signor giudice, proruppe Monti passando dall'umiliazione allo sdegno, io posso confessare le mie azioni, ma non quelle degli altri. Se così facessi, io mi renderei un vil delatore!
—Ma io vi prevengo, figlio caro, che la vostra confessione non può valer nulla, proprio nulla, vedete, se non è piena ed intera; e, come vi ho detto, non può chiamarsi tale se non dite anche i nomi dei vostri compagni.
—Questi io non li dirò mai.
—In tal caso, me ne duole nel cuore, ma voi rimanete esposto a tutto il rigore della legge. Pensate alla moglie e ai figli!
—No! esclamò Monti; l'amore che io porto ai figli e alla moglie non mi farà mai diventare una spia! Morirò sul patibolo, se occorre, ma non mi farò mai il denunciatore de' miei fratelli.
—Peggio per voi! gridò il giudice coll'espressione della più fiera minaccia.
Allora comprese il povero Monti a qual laccio era stato colto da quell'infame che gli aveva fatta balenare la speranza della grazia, e rappresentata la miseria della sua famiglia, per meglio estorcergli la confessione, e così spingerlo più facilmente sotto il taglio della ghigliottina. Tale era il suo infame mestiere!
—Doveva immaginarlo! gridò il carcerato scuotendo fieramente le sue manette di ferro. Voi altri non fate grazia se non che alle spie; ed io, stolto, mi sono lasciato adescare dalle vostre lusinghe, e vi ho prestata l'arma per colpirmi più facilmente! Non importa: mi avreste assassinato egualmente. Ma sentite: voi siete il giudice, io sarò il condannato; ebbene, io mi sento tranquillo nella mia coscienza; dite voi altrettanto, se lo potete!
—Riconducetelo nella sua prigione, urlò il giudice, e se parla ancora domatelo colle nerbate.
Petronio accorse, e preso per un braccio il prigioniero, lo trasse alla segreta, mentre col ruvido dorso della mano si asciugava una lagrima.
—Oh grazie! mormorò Monti, che lo sorprese in quell'atto.
La tacita compassione del suo carceriere lo compensava della durezza del giudice.
XIX.
Il figlio.
Frattanto il giudice inquisitore si fregava le mani, e diceva al cancelliere Passerini:
—Benissimo! benissimo! ecco il frutto delle mie operazioni notturne. Noi cominciamo ad avere in mano un filo della trama, e questo filo basterà per svolgerla tutta quanta.
Poi, volto a Petronio, ch'era ritornato, dopo avere cautamente cancellati da' suoi occhi i vestigi del pianto pietoso:
—Presto, presto, disse. Fate venire l'accusato Gaetano Tognetti.
Tognetti dormiva, e fu risvegliato dalla voce e dalla mano di
Petronio, che lo scuoteva.
—Chi è? mia madre? gridò l'infelice giovane, svegliandosi
all'improvviso.
—Altro che mamma! c'è qui il giudice che vi aspetta.
—E che vuole il giudice da me?
—Vuole esaminarvi.
—Proprio adesso che stava dormendo. Maledetti! non ci lasciano riposare nemmeno alla notte.
Questo breve dialogo ebbe luogo fra Tognetti e il carceriere, mentre quest'ultimo eseguiva la penosa operazione di costringergli le mani nei ferri, senza i quali, non potevano i detenuti comparire alla presenza di Sua Signoria illustrissima.
—Come ti chiami? cominciò il giudice, quando Tognetti fu alla sua presenza.
—Non lo sapete? Mi avete pur fatto chiamare.
—Sei Gaetano Tognetti?
—Se l'ho detto che lo sapete! perchè dunque me lo domandate?
—Meno arroganza, giovinotto, e rispondi a dovere. Come hai passata la sera del 22 ottobre?
—E voi, come l'avete passata?
—Rispondi a dovere. Come hai passata la sera del 22 ottobre?
—So molto io!… E chi se ne ricorda?
—Questi infingimenti sono inutili! esclamò il giudice, adoperando questa volta la ciera brusca, per atterrire il giovane Tognetti. Consta alla giustizia che in quella sera tu hai preso parte alla nefanda ribellione; consta che hai commessi misfatti e nequizie senza termine; consta che hai perpetrati omicidi, ferite, ed altri crimini e delitti; consta sopratutto, che ti sei macchiato del crimine di lesa maestà in primo grado.
—Consta, consta, consta! soggiunse Tognetti con piglio beffardo. E se vi consta tutto questo, perchè mi venite a interrogare?
—Per ottenere dal tuo labbro la genuina narrazione del fatto.
—Resterete colla voglia in corpo, perchè da me non otterrete nessuna confessione.
—Pensa, riprese il giudice, pensa che la negativa non potrà giovarti, perchè i tuoi stessi compagni ti hanno accusato, e sopratutto Giuseppe Monti, che è stato esaminato in questo punto prima di te. Esso ha raccontato ed esposto per filo e per segno la compartecipazione che tu hai avuta nella perpetrazione del reato.
Tognetti, niente spaventato dal volto arcigno, nè dai biechi sguardi, nè dalle fiere parole del processante, volendo almeno vendicarsi collo scherno, che è l'ultima sfida dei vinti, si mise a ridere, e disse:
—Queste sono tutte bugie: ed io non credo un'acca di quanto mi dite. Nessuno de' miei compagni è capace di un simile tradimento. Voi mi date ad intendere queste fandonie per farmi cadere nella rete, e poter poi vantare che mi avete indotto a fare una confessione spontanea. Ma con me non ci arrivate, sapete.
—Pensa, gridò il giudice, piantandogli in faccia que' suoi occhiacci grifagni, pensa, che persistendo in questo contegno tu vai incontro diritto diritto alla morte!
—E che m'importa? soggiunse il giovane. Credete che io non capisca che la nostra sorte è decisa fino d'adesso? A che mi gioverebbero le umiliazioni, i pianti e le preghiere? a niente; avete già destinato di farmi morire. Ebbene io morirò; ma voi non avrete la consolazione di vedermi a piegare la fronte, e dimandarvi perdono. Io morirò sì, ma almeno voglio avere la soddisfazione di parlare liberamente fino all'estremo della mia vita.
—Pensa all'anima tua! disse l'inquisitore con voce lugubre.
—I conti dell'anima, io li faccio direttamente col mio Dio: fate lo stesso anche voi.
—Pensa alla tua vecchia madre.
—Mia madre! poveretta! esclamò Tognetti con tenerezza mista di rabbia. Voi altri infami la farete morire di dolore!
—Vedo che sei un peccatore indurito, soggiunse il processante, crollando la testa. Ritorna nella tua prigione!
E questo aggiunse con un gesto di ripulsione, con cui pareva dicesse le parole sacramentali degli esorcisti: Vade retro Satana!
Suonava appunto la mezzanotte, nel momento in cui Petronio rinserrava coi chiavistelli la segreta, ove era rientrato Tognetti.
—È mezzanotte! disse il cancelliere, sollevando per la prima volta la punta del naso dalle sue carte, e guardando il suo principale. Il pover'uomo sperava che fosse giunto il termine del lavoro, poichè dal grande scrivere aveva le dita tutte indolenzite. Ma la sua speranza fu delusa.
—Prima che ce ne andiamo, disse il giudice, voglio interrogare nuovamente Curzio Ventura. Appoggiandomi sulla confessione di Monti, potrò cavare qualche cosa anche da lui.
E a Petronio, ch'era di ritorno, al solito, col mazzo delle chiavi e la sua berretta nelle mani:
—Animo, disse, andate a prendere il detenuto Curzio Ventura.
Una carrozza si fermò in quel momento innanzi alla porta delle Carceri
Nove.
Era la principessa Rizzi, che giungeva con Maria Tognetti.
La principessa comandò a Maria di aspettarla nella carrozza; poi, dopo avere abbassato il velo sul volto, si presentò al cancello della prigione, chiese del capo-custode, e a questi mostrò lo scritto di monsignor Pagni.
Il capo-custode s'inchinò profondamente, e condusse la signora attraverso un labirinto d'anditi e di scalette, fino a quel tal camerone, a cui mettevano capo le porte di tante segrete, e nel quale vedemmo già il secondino Petronio lottare col sonno. Giunto quivi:
—Sono ai comandi di vostra eccellenza, disse il capo-custode, che aveva fiutato la gran dama.
—Come vedete, soggiunse la principessa, che teneva sempre in mano il foglio: quest'ordine di monsignore vi comanda di consegnarmi il prigioniero che io nominerò.
—Eccellenza, sì. Qual è il prigioniero che devo consegnarle?
—È…
La principessa Rizzi stava per pronunziare il nome di Gaetano Tognetti, ma nello stesso punto si arrestò, e invece di quel nome emise un grido acutissimo.
Essa aveva veduto aprirsi una fra le porte ferrate delle segrete, e uscirne scortato da un secondino un giovane prigioniero. Era Curzio Ventura, che veniva condotto da Petronio innanzi al giudice Marini.
Lo vide essa appena, che lo riconobbe: ma pure non credeva a' suoi occhi, e si avvicinò a guardarlo meglio nel viso; poi fra i singhiozzi esclamò:
—Curzio! Curzio! sei tu?
Intese la voce della madre il giovane, e mosse per abbracciarla, ma lo impedirono i ferri che gli tenevano strettamente avvinte le mani e le braccia.
Il giudice Marini, cui già pareva troppo lungo l'indugio del carceriere, che doveva condurgli dinanzi l'inquisito, all'udire, quelle voci, uscì fuori dalla stanza degli esami, e venne nel camerone, seguito a breve distanza dal suo indivisibile cancelliere Passerini.
—Che significa ciò? esclamò vedendo una signora in atto di favellare al detenuto. Che cosa cerca quella donna? cacciatela fuori!
La principessa allora si avvicinò al giudice, e sollevando il velo, che subito dopo abbassò nuovamente, gli mostrò chi essa era.
Il giudice si raumiliò tutto; e cercando di emendare le maniere ostili di prima a furia di servilità, s'inchinò fino a terra, dicendo:
—Eccellenza, che cosa comanda?
—Guardi questo foglio, diss'ella, mostrandogli lo scritto. Conosce il carattere di monsignor Pagni?
Il giudice processante lanciò sulla carta uno sguardo, con cui si assicurò ben bene dell'autenticità della firma, poi disse:
—Ma ella è padrona, padronissima, collo scritto e senza scritto; può fare e disfare quello che vuole.
La principessa si volse allora al capo-custode, e disse, indicando
Curzio:
—Il prigioniero che dovete consegnarmi è questo.
Ad un cenno del capo-custode, Petronio, tutto lieto, si affrettò a togliere le manette al detenuto.
—Venga, signor cancelliere, abbiamo finito, diceva intanto il giudice a Passerini; e questi, contento anch'esso come Petronio, raccolse in fretta le carte e le penne.
Marini, passando innanzi alla signora, si sprofondò nuovamente in un inchino, dicendo:
—Servo umilissima di vostra eccellenza! e si diresse verso la scala, seguilo dal suo caudatario.
—Curzio, affrettati, vieni! disse a Curzio la principessa.
—Dove? chiese il giovane sbalordito.
—In libertà, rispose ella, in libertà! Io posso salvarti; ma non tardare, vieni.
—Io dovrò fuggire, salvarmi, esclamò Curzio, mentre i miei fratelli rimangono in carcere, colla morte sospesa sui loro capi?
Essa non si attendeva quella resistenza; tremò che qualche ostacolo sopraggiungesse a frapporsi alla salvezza del figlio, e cercando un mezzo d'indurre Curzio a seguirla, esclamò:
—I tuoi compagni! anch'essi saranno salvi.
—Anch'essi?
—Sì, te lo prometto; ma ora non indugiare, vieni, altrimenti non saremo più in tempo… Pensa che frapponendo un ritardo, non solo cagioni la tua perdita, ma anche la loro.
Cieca per la paura di quella situazione tremenda, ansiosa di persuadere il figliuolo a seguirla, la povera madre non sapeva più che dire.
E Curzio riprese:
—Avrai tanto potere da salvarli anch'essi?
—E non ho il potere di farti fuggire?
—Mi giuri che otterrai anche la loro salvezza?
—Sì, te lo giuro. E ora vieni, se pure non vuoi perdere anche tua madre. Se tu rimani, io, no, non mi divido da te!
—Ebbene, io vengo teco! disse Curzio, dopo aver pensato un ultimo istante. Accetto la libertà, ma a patto che ne godranno anche i miei compagni.
—Fidati in me; vieni.
Così dicendo, la principessa conduceva seco Curzio; quando, giunta con esso al cancello del camerone, s'imbattè sulla soglia con monsignor Pagni.
—Fermatevi, o signora! gridò il prelato.
Essa si arrestò come impietrita. Curzio si ritrasse sdegnosamente lontano.
—Voi mi avete ingannato, disse monsignore a bassa voce alla
principessa.
—Lasciatemi! diss'ella.
—Fermatevi, ripigliò monsignor Pagni. Voi non uscirete di qui con quell'uomo. È quello il giovane muratore che volete salvare? pel quale mi chiedeste un salvacondotto? quello è lo scultore Curzio Ventura, che la fama dice vostro drudo; e non erra, perchè gli è per salvar lui che voi abusaste della mia buona fede; è per salvar lui che voi siete qui dentro!
—Se sapeste… disse la principessa. Io non posso tutto spiegarvi. In nome di Dio, lasciatemi uscire!
—Voi non uscirete con lui, vi dico.
—Ebbene, volete tutto sapere? sappiatelo, soggiunse ella con risoluzione; e fattasi dappresso al prelato, parlandogli all'orecchio, con voce sommessa ma vibrata continuò:
—No, non è una tresca impudica che mi lega al giovane scultore; è l'amore il più puro, il più santo; è l'amore di madre!… Sì, io sono la madre di Curzio Ventura!… E, se non basta, sappiate ch'egli ha vent'anni, ch'egli è nato dopo che voi mi abbandonaste indegnamente al rimorso e all'infamia. M'intendete, o signore?
Monsignor Pagni, colpito profondamente da quelle parole, guardò fisso la principessa; lesse ne' suoi occhi smarriti l'espressione del vero; volse lo sguardo dalla parte ov'era Curzio tutto tacito e concentrato, esclamò:
—Egli è mio…
—Tacete! gl'impose essa con un gesto eloquente.
Il prelato la rassicurò con un cenno della mano; poi si avvicinò al giovane, guardandolo con tutta l'espressione dell'affetto.
Curzio all'appressarsi del monsignore si arretrò alquanto, e lo fissò con quell'occhiata di schifo e di diffidenza, che suol volgersi ad un rettile velenoso.
Il prelato si arrestò, curvò la testa, rimase un istante in silenzio, poi voltosi alla principessa:
—Andate, signora, le disse; voi siete libera di partire.
Essa prese Curzio per mano, e traendolo seco, scese precipitosamente le scale, i cancelli della prigione si aprivano l'uno dopo l'altro innanzi allo scritto di monsignor Pagni.
Giunta che fu sulla strada, la principessa trovò Maria Tognetti, che impaziente di abbracciare suo figlio, era scesa dalla carrozza, e si era avvicinata alla porta della prigione.
Appena vide giungere la sua protettrice seguita da un giovane carcerato, porse innanzi le braccia per stringere al seno il suo figliuolo; ma vedendo, invece del suo Gaetano, Curzio, che la principessa fece salire rapidamente nella carrozza, salendo anch'essa subito dopo, la povera Maria rimase immobile e muta. Voleva gridare, chiamare suo figlio, chiederne conto alla principessa, lanciarsi allo sportello del legno, al cancello delle carceri. Ma la sorpresa, l'emozione, il contrasto, le tolsero a un tratto il movimento e la parola. Agitò le mani, mandò un rauco gemito, ma si sforzò invano di muoversi e parlare.
La principessa sentì tutto il pericolo di quel momento; se Curzio si accorgeva dello scambio, pel quale esso veniva salvato invece del suo compagno Tognetti, avrebbe rifiutato di fuggire, e chi sa cosa sarebbe avvenuto.
La paura la rese crudele; seguendo l'impulso irresistibile dell'amore materno, che fa anteporre la salvezza di un figlio ad ogni altra considerazione, comandò al cocchiere di far partire la carrozza al galoppo.
Maria vide allontanarsi rapidamente il legno, e con esso ogni sua speranza; guardò anche una volta le tetre muraglie che le contendevano il figlio, mandò un grido, e cadde riversa sopra il selciato della via.
XX.
La rivincita di un prelato.
La desolazione più fiera era entrata nella casetta di Trastevere, dove un giorno aveva regnato la pace e la serena tranquillità di una vita modesta e incolpata. La famiglia di Giuseppe Monti era colpita dalla maggiore fra le disgrazie. Il capo maestro languiva in un carcere durissimo, minacciato da una condanna di morte, soggetto a tutte le privazioni e ai patimenti del prigioniero, e martoriato da quell'angoscia più crudele d'ogni altra d'essere diviso dalle persone tanto care al suo cuore.
Intanto sua moglie, i suoi figli, abbandonati, privi di soccorso, soffrivano l'inopia delle cose più neccessarie, e il tormento più feroce struggeva il cuore della Lucia, il pensiero delle sofferenze di suo marito, e il terrore della sorte che gli soprastava.
Essa era ignara della parte che Monti aveva avuta nella rivolta; ma sinistre voci erano giunte fino a lei, che parlavano di gravi indizi, di prove, di confessioni, di pene estreme, e tremende; e in quella incertezza paurosa quanto fosse straziata l'anima della povera donna, chi ha cuore nel petto può facilmente immaginarlo.
Nei primi giorni essa aveva trovata quella violenta energia, che assiste la donna nei momenti più terribili della vita. Animata da un virile coraggio, si era presentata agli uffici, alle prigioni, aveva parlato ai giudici, ai cancellieri, aveva chiesta udienza a prelati, e cardinali; preci, pianti, denaro, tutto aveva posto in opera per giovare al marito.
Ma quando vide tornar vani tanti sforzi pertinaci; quando vide accolte con fredda indifferenza le sue disperate supplicazioni, e perdersi tutte le sue monete nelle ingorde mani degli uscieri e dei secondini, senza alcun frutto, e ch'essa non poteva nemmeno aver notizia dello stato di suo marito, e del suo destino, e che le era conteso perfino il conforto di vederlo una volta, di mescere con esso il pianto degl'infelici, allora la povera donna sentì lo scuoramento entrarle nel cuore, e venirle meno ogni forza. In quella febbrile attività dei primi giorni si era consumata tutta quanta la sua energia; essa cadde in uno stato terribile di prostrazione.
Frattanto le sue risorse pecuniarie erano mancate, avendo ella consunti tutt'i suoi risparmi in quegli inutili tentativi: e i suoi bambini avevano bisogno di pane. Fu allora che la buona Teresa divenne l'angelo tutelare della famiglia.
Anch'essa aveva un pensiero d'amore che si volgeva dolorosamente alle Carceri Nove; ch'essa era amante e fidanzata del giovane Tognetti; ma all'aspetto di quella immensa sventura, che aveva colpita la sua cugina Lucia, dimenticava gli affanni suoi proprii per dividere le pene atroci della moglie di Monti. E quando il coraggio di questa, giunto all'estremo, diè luogo a un cupo sconforto, essa pensò e provvide ai bisogni della famiglia.
Si diede a lavorare giorno e notte senza riposo, e per quella fatica continua, smagrito il bel corpo, ingiallite le guancie e incavati gli occhi, mutò in breve sembiante, meno avvenente agli sguardi, ma più eletta e divina pel cuore; chè nulla sublima la donna quanto l'esercizio della pietà, la più celeste fra le virtù.
Lucia voleva lavorare anch'essa, ma in quello stato di affralimento a mala pena poteva reggere l'ago, e troppo spesso il pianto le faceva velo agli occhi, ed il dolore le toglieva ogni senso di vita.
Allora la brava Teresa moltiplicava le sue forze, i suoi pensieri; assisteva la desolata, acquietava i bimbi, provvedeva il vitto, e trovava tempo da lavorare per tutti.
Quando Lucia riacquistò un poco di vigore, ricominciò le sue gite. Si recava al cancello delle Carceri Nove supplicando quei cerberi che le lasciassero almeno vedere in lontananza il marito, per assicurarsi ch'esso era in vita; correva di porta in porta dai giudici per impetrare la salvezza del prigioniero, e ritornava sempre più sconsolata.
Un giorno le fu indicato il palazzo di monsignor Pagni, siccome quello d'uno dei membri più potenti della Sacra Consulta, del supremo tribunale, dal quale dipendeva la causa di suo marito. Ed essa, poveretta, salì anche quelle scale, e chiese di monsignore.
Dapprima le fu negato l'ingresso, ma insistè e pianse tanto, che il suo nome fu annunziato al prelato. Subito dopo essa fa introdotta nel salotto elegante, dove monsignore dava udienza ai supplicanti, insultando quasi col suo fasto alla loro miseria.
Monsignor Pagni, vestito colla consueta ricercatezza, in sottana di seta paonazza, stava seduto, in atto di molle riposo, sopra un soffice seggiolone; nè all'aprirsi della porta si volse a guardare chi entrasse. La povera Lucia si avanzò trepidando, e non osava guardare in volto il prelato. Poi si fermò, e rimase in umile atteggiamento, aspettando di essere interrogata ma egli noncurante, non la guardava nemmeno.
Essa allora si accinse a parlare, e alzò gli occhi da terra. Lo vide, appena che riconobbe il prelato, non ostante le mutate vesti e il tempo trascorso. Rabbrividì; avrebbe voluto fuggire, ma il pensiero del marito, la cui vita pendeva forse dalla volontà di quell'uomo, l'arrestò. Si provò di parlare, ma la sua lingua incollata al palato non poteva articolare un accento.
Lucia stava immobile, quasi istupidita: monsignore si degnò finalmente di volgere il capo dalla sua parte; la guardò, la squadrò dalla testa ai piedi, poi disse in tuono di benigna clemenza:
—Che volete, buona donna?
Ella si sforzò allora di pronunciare qualche parola, e riuscì a stento a balbettare:
—Mio marito… si trova… in prigione…
—Chi siete voi? chiese il prelato, mirandola cogli occhi socchiusi come fanno i miopi.
—La moglie… di Giuseppe Monti.
—Ahimè! fece monsignore con una smorfia; mi dispiace per voi, povera donna, ma non so mica come vostro marito potrà cavarsela. Uhm! si tratta di lesa maestà in primo grado. L'ha fatta grossa quel Monti. Voi dunque siete sua moglie!… Avvicinatevi; avete figli?
—Tre, eccellenza.
—Guardate, se un padre di famiglia deve cospirare contro il suo legittimo sovrano!… E voi, non vi siete mai accorta dei raggiri, delle male pratiche di vostro marito?
—No, eccellenza…
Monsignor Pagni fingeva di non riconoscere la moglie del soprastante muratore, e intanto osservava i mutamenti cagionati dal dolore su quella donna. Il volto emaciato dalle angoscie, gli occhi arrossiti dal pianto continuo non erano più tali da suscitare dei desiderj amorosi. Il prelato sorbiva invece la voluttà infernale della vendetta.
Quella donna l'aveva un giorno respinto sdegnosamente: ed egli aveva giurato di vendicarsi. Il giorno del suo trionfo era giunto più presto che non credeva: pareva che la cieca fortuna avesse cospirato in suo favore.
Ed ora quella donna orgogliosa, che lo disprezzò, era lì supplicante, paurosa, piangente, ed egli poteva a colpi di spillo ferirla nella parte più sensibile del cuore. Proseguiva dunque lentamente, e studiando con feroce piacere l'effetto delle sue parole sul volto di quella disgraziata:
—Uhm! non so: è una causa grave; potrebbe anche andar bene, ma sarebbe un miracolo del cielo. Quel disgraziato Monti, sopratutto, si trova in una condizione più seria degli altri.
Poi, dopo una pausa atroce:
—Non so davvero se gli riuscirà di salvare la pelle!
—Ah!
Lucia diede un grido fortissimo; poi, diritta, irrigidita, colla bocca anelante, coi grandi occhi neri aperti, spalancati, colle braccia protese in avanti, mormorò con voce soffocata:
—Che dite, eccellenza? Mio marito… si trova in pericolo di…
—Di andare alla morte… Ma, Dio buono, sicuro; credete che si possa impunemente ribellarsi al proprio sovrano, al padre amoroso dei fedeli?
—Ah Dio! credo di divenir pazza… non lo dica, eccellenza… pensi che abbiamo tre figliuoli… tre fanciulletti innocenti… che non hanno colpa di nulla…
—E che cosa ci posso fare io?… Egli doveva pensarci, prima di mischiarsi nelle cospirazioni della setta. Adesso l'ha fatta: la pagherà.
—Dio mio!
Lucia si mise le mani congiunte sul seno, dove aveva sentita una fitta acutissima che le toglieva il respiro, sentì piegarsi le gambe, e stette lì lì per cadere.
Ma in quel momento il suo sguardo si volse sulla faccia del prelato. Essa lo vide guardarla con un sogghigno beffardo, nel quale stava dipinta tutta la diabolica gioia di un uomo che si beava all'aspetto di tanta sventura. Lucia comprese la crudeltà di quello scellerato, e non volle dargli un ultimo piacere coll'aspetto della sua debolezza. Richiamò gli spiriti attivi dell'anima con un supremo sforzo di energia. Indietreggiò come inorridita, si coperse la faccia colle mani, e fuggì correndo da quella casa abbominata.
XXI
Il giudice processante.
Erano pochi minuti dacchè Lucia Monti aveva lasciato il palazzo di monsignor Pagni quando si presentò nelle anticamere del prelato il giudice processante Marini, chiedendo udienza. Gli fu risposto che monsignore per quella mattina non voleva ricevere nessuno.
Il giudice guardò in aria furbesca il cameriere che gli parlava, mise la mano destra in una saccoccetta del suo panciotto nero, la cavò fuori carica di un bel mezzo scudo d'argento, e con quella strinse la mano del cameriere, dicendogli a mezza voce:
—Galantuomo, fatemi il piacere di dire a sua eccellenza reverendissima che il giudice Marini ha bisogno di parlarle, per un affare urgentissimo, che non ammette proprio dilazione.
—Vossignoria sarà servita all'istante, riprese il cameriere vinto da quei bei modi.
E dopo di essere entrato nelle stanze di monsignore, rientrò spalancando la porta, e dicendo:
—Entri, illustrissimo signor giudice.
—S'accomodi. Che cosa desidera? disse monsignore colla solita aria di protezione, lasciando in piedi Sua Signoria illustrissima, mentre egli se ne stava mezzo sdraialo sulla sua poltrona.
—Domando perdono a vostra eccellenza reverendissima, se riesco importuno in questo momento. Così esordì Marini, stando colla schiena curva e il collo piegato sull'omero destro, e tenendo il cappello con ambe le mani sopra la pancia.
—Dica, dica pure quello che ha da dirmi; purchè faccia presto. Questa mattina ho un mondo di cose da sbrigare, e mi piovono le noje.
—Io sono, come vostra eccellenza sa benissimo, l'istruttore del famoso processo…..
—Di lesa maestà.
—In primo grado. Non le dirò le fatiche, i sudori indefessi, le notti vegliate che mi costa questa causa. Io conosco tutta l'importanza della mia missione; non risparmio travagli, non mi arresto innanzi agli ostacoli. E…. posso dire, con qualche orgoglio (e qui accompagnò le sue parole con un risolino modesto) che la mia operosità fu già coronata da un certo successo. Uno dei punti più tenebrosi del processo, mercè le mie cure, è venuto in chiaro; quello che riguarda la mina della caserma Serristori. E su questo punto, eccellenza, sono stato proprio fortunato, perchè mi è riuscito di ottenere da uno dei rei principali la genuina confessione del fatto. Giuseppe Monti ha confessato il delitto ne' suoi più minuti particolari.
—È dunque vero? interruppe il prelato: quel Monti è uno dei principali delinquenti?
—Eccellenza, sì; ed io mi tengo sicuro, che non potrà andar esente dalla condanna capitale.
Gli occhi di monsignor Pagni mandarono un lampo di gioia selvaggia.
—Però, proseguì il giudice, ad onta de' miei sforzi pertinaci, non sono riuscito a cavargli di bocca i nomi de' suoi complici; e le mie cure sono dirette adesso a supplire in qualche modo al suo silenzio. Ho potuto raccogliere de' gravissimi indizi a carico di altri coinquisiti. Consta, per esempio, per la relazione di un confidente segreto, che Giuseppe Monti fu visto pochi momenti prima della esecuzione del misfatto in compagnia di Gaetano Tognetti, e di un certo Curzio Ventura… che…
Il processante si arrestò a questo punto, guardando in faccia monsignore, e cercando di misurare l'espressione della sua fisonomia per dedurne se dovesse seguitare oppur no.
Il prelato gli volse un'occhiata brusca, dicendo:
—Ebbene?
—Di un certo Curzio Ventura, proseguì il giudice, pel quale vostra eccellenza reverendissima si è degnata di mostrare un particolare interesse.
—E perchè? chiese monsignor Pagni con tal voce tonante, che fece tremare il terribile inquisitore.
—Perchè, rispose questi con voce sommessa, e arrestandosi ad ogni parola, come quegli che mette innanzi il piede per tastare il terreno prima di fare un passo: perchè vostra eccellenza reverendissima… si è compiaciuta… di accordare un salvacondotto al nominato Curzio Ven…
—Se così feci, interruppe il prelato con accento di collera, non fu già perchè io abbia qualche interesse per quel giovane. Mi meraviglio ch'ella, signor giudice, osi solamente supporlo. Se ella avesse più rispetto pe' suoi superiori, non penserebbe nemmeno che essi possano sacrificare le esigenze della giustizia alle loro particolari affezioni. Se io accordai un salvacondotto a Curzio Ventura, si fu unicamente perchè gl'interessi dello Stato lo esigevano imperiosamente. Capisce? perchè era una suprema necessità che il nome di quell'individuo non figurasse nel processo. Intende? E così facendo, io mi valsi di quella facoltà che mi viene concessa dal mio grado, e dai poteri straordinari che mi competono… ha capito? E mi stupisco, le dico, che il signor giudice processante abbia trovato a ridire su quanto io ho creduto di fare e comandare, me ne stupisco assai!
Durante quella intemerata il povero Marini aveva fatto una pantomina continua di assicurazioni, di proteste, di sottomissioni, e quando monsignore ebbe finito di parlare:
—Ma io, soggiunse, non ho supposto… non ho creduto… ma le pare, eccellenza, che io voglia ardire di sindacare le operazioni di un mio superiore? Ma ciò ch'ella fa è ben fatto; ma ella non deve rendere conto delle sue azioni all'umilissimo suo servitore. E poi, io mi sono espresso male. Capisco bene io ciò che vuol dire. Sì signore, gl'interessi dello Stato esigono…. capisco…. so bene. Ventura è romano; non si deve credere che gli agenti principali della ribellione fossero sudditi del Santo Padre. Dico bene, eccellenza?
E qui si arrestò temendo di cadere un'altra volta in fallo; ma il prelato non rispose, il giudice interpretò il suo silenzio come una tacita approvazione, e continuò:
—Ed è appunto per servire in questo senso agl'interessi dello Stato che io mi sono permesso di venire a disturbare l'eccellenza vostra.
—Che cosa vuol dire? si spieghi.
—Voglio dire, monsignore, che quel tal individuo, quel Curzio Ventura, il cui nome non deve figurare nella sentenza, è stato arrestato ai confini.
—Arrestato ai confini?
—Mentre faceva ritorno nello Stato Pontificio con abiti falsi, e falso passaporto.
—E dove si trova adesso?
—È trattenuto nella caserma dei gendarmi a mia disposizione: prima di farlo tradurre nelle Carceri Nove ho pensato bene d'interpellare l'eccellenza vostra.
—Ella ha fatto benissimo, signor giudice; il farlo rinchiudere nuovamente nelle Carceri Nove sarebbe stato un gravissimo errore.
—È quello che ho detto io medesimo, eccellenza, e per questo sono venuto ad avvertirla.
—Va bene; di questo affare me ne incarico io; vado anzi sul momento a consultarmi con Sua Eminenza il segretario di Stato. Quanto a lei, non se ne dia altro pensiero: il detenuto passi a mia disposizione, ed io penso al rimanente.
—Come comanda vostra eccellenza; sarà obbedita puntualmente.
E così dicendo, Marini s'inchinò per la centesima volta.
Il prelato suonò un campanello, e al servo che si presentò sulla porta, ordinò:
—La mia carrozza.
—Monsignore la riverisco, disse allora il processante, baciando la mano al prelato con un centunesimo inchino.
—La saluto, rispose seccamente monsignore.
Poi, mentre Marini se ne andava, camminando a ritroso come i gamberi, soggiunse:
—Aspetti!
Il giudice si fermò in tronco.
—So ch'ella desidera qualche cosa.
—Oh troppo buono a occuparsi di me, fece il giudice con una smorfia.
—Un avanzamento, una promozione…
—Io terrei paghi i miei voti quando… ma non ardisco sperare…
—Oh, dica pure.
—Quando fossi nominato assessore di polizia.
—Va bene; ne parleremo con sua eminenza.
—Ah monsignore! Ella vorrà degnarsi…
—Conti sulla mia protezione.
—Eccellenza!
Il giudice Marini ritornò a baciare la mano di monsignore coll'entusiasmo della riconoscenza anticipata, poi riprese il suo cammino retrogrado, finchè fu uscito dalla porta del salotto.
In anticamera sorrise al cameriere, che lo aveva introdotto, e nello scendere per le scale si fregò le mani, pensando:
—Ecco un mezzo scudo bene speso. Il posto di assessore questa volta è assicurato.
XXII.
Per salvarlo.
Misteri del cuore umano!
Vedemmo abbastanza quanto fosse perversa l'anima di monsignor Pagni. Eppure uno spiraglio di luce era penetrato in quel tanto bujo. Quando la principessa gli fece comprendere quale vincolo misterioso passasse fra lui e il prigioniero Curzio, quell'uomo crudele, dal cuore incallito nella ferocia spietata, provò qualche cosa d'incognito, di nuovo che si agitava dentro di lui, e si sentì spinto a volere la salvezza di quel giovane, ad amarlo!
Se il prelato avesse avuto una famiglia, una moglie, dei figli, il suo cuore ingentilito dalla dolcezza dei domestici affetti, non sarebbe mai giunto a quell'eccesso di perfidia nel quale era piombato. Ma così chiuso e serrato, come egli era, nell'egoismo ecclesiastico, siccome in un involucro impenetrabile ai più dolci sentimenti dell'umana natura, egli sentì a poco a poco la malvagità farsi arbitra assoluta delle sue azioni. E quel lampo di bene che gli balenò nella mente insieme alle parole mio figlio! quel lampo fugace si era perduto ben presto nelle fitte tenebre della sua anima fosca.
Ora, in mezzo al più brutale sfogo della sua perfidia, egli veniva sorpreso da un tenero sentimento al pensiero che Curzio si trovava nuovamente in pericolo della vita. Mistero inconcepibile! Quell'uomo istesso che pochi minuti prima aveva sorriso con barbara compiacenza innanzi agli strazi della povera Lucia Monti, ora si affrettava, e accorreva anelante per salvare la vita di un uomo!
La carrozza di monsignore Pagni si fermò in Piazza del Popolo innanzi alla caserma dei gendarmi papali.
La guardia uscì fuori; si schierò in parata; furono presentate le armi al prelato; e gli ufficiali scesero ad incontrarlo.
Ebbe egli appena manifestato il desiderio di parlare coll'arrestato, che fu posta a sua disposizione la miglior camera del quartiere; là dentro fu condotto alla sua presenza Curzio Ventura; e a un cenno di monsignore furono lasciati soli.
Curzio guardò sdegnosamente il prelato.
—Accomodatevi, disse questi, sedete, qui, vicino a me, senza cerimonie; non abbiate timore.
—Io non ho timore, rispose il giovane, e rimase in piedi.
—Voi non dovete vedere in me, riprese monsignor Pagni, nè il giudice, nè il prelato: consideratemi come un buon amico, che vuole il vostro bene, ed è venuto qui unicamente per giovarvi.
Curzio lo guardò, esprimendo la sua incredulità con un sorriso.
—Io sono mandato dalla principessa Rizzi, aggiunse allora Pagni.
—E che vuole essa da me? disse vivamente il giovane, essa mi ha ingannato!
—Per salvarvi.
—Essa mi ha ingannato! ripetè Curzio con maggior forza. Ella sapeva che io non avrei accettata la mia salvezza che ad un patto, e questo era che con me sarebbero salvi i miei compagni Monti e Tognetti. Come ha essa mantenute le sue promesse? Monti e Tognetti languono tuttora nelle Carceri Nove; dipendono sempre dal sanguinario tribunale della Sacra Consulta, e sulle loro teste sta sospeso il ferro della ghigliottina! E poteva io intanto starmene in sicurezza, sano e salvo, al di là dei confini, rinnegando l'amicizia, la solidarietà, la fratellanza, tutti i sentimenti, che mi legano a quegli infelici? Ah, no!… Dite alla principessa che le sue cure, i suoi inganni, furono vani; io sono ritornato!
—A che ritornaste, sconsigliato? Sperate forse di ridonare la libertà a coloro che nominaste, ormai non è più cosa possibile.
—Ebbene, io sarò pago di morire con essi. Sapranno almeno che io non ho acconsentito a dividere la mia dalla loro fortuna.
—Ah giovane, giovane! esclamò monsignor Ragni crollando la testa: questi sentimenti sono belli da leggersi nei libri di Plutarco, ma nella realtà della vita…
—Voi, voi, sacerdoti, proruppe Curzio, ci vorreste santi nelle massime, perfidi nella realtà. Voi ci vorreste ipocriti e bugiardi, anneghititi e schiavi, turpemente vigliacchi, per tenerci più sicuramente il piede sul collo. Ma no, viva Dio! qui dentro abbiamo ancora un alito di vita; e tanti secoli, nei quali ci avete addensata intorno quest'atmosfera di piombo non ebbero potere di soffocare ne' nostri petti il libero respiro. Arde ancora, scintilla la virtù latina. E voi lo sapete, voi che tremate, nell'intimo del cuore; e paurosi vi raccomandate alle spie e ai carcerieri, ai monaci e al boja, perchè sperdano e struggano la semenza dei framassoni! Sciagurati! a che vi giovano le catene ed il sangue? Un popolo non si uccide, un'idea non si estingue. Il sangue sparso ricade in tanta vergogna sulle vostre teste; e affretta il giorno della giustizia.
—Sangue caldo! testa esaltata! pensava intanto fra sè il prelato, crollando sempre la testa. Se io lo rimettessi in libertà, costui si rovinerebbe senza rimedio. Come fare adunque?
Stette alquanto pensieroso come chi cerca un consiglio, poi con un gesto risoluto.
—Non c'è altro partito! esclamò.
Si alzò, si avvicinò a una tavola; scrisse alcune righe sopra un foglio, volse un ultimo sguardo a Curzio senza parlare, e uscì dalla stanza.
Consegnò lo scritto con poche parole a un ufficiale superiore dei gendarmi, che lo accompagnò fino alla carrozza. Prima di salire in legno il prelato porse la sua mano a baciare agii ufficiali, poi ordinò al cocchiere:
—Al Vaticano!
Poche ore dopo la visita di monsignor Pagni, Curzio veniva posto in una vettura chiusa ermeticamente, la quale si avviò colla scorta dei gendarmi a cavallo verso Civitavecchia. Giunto in quella città, fu introdotto nella fortezza, e là dentro venne serrato in una prigione, e dato in custodia ai profossi militari.
Da quel momento il più assoluto segreto circondò il prigioniero. I suoi guardiani erano tedeschi, che non sapevano una parola d'italiano. Avevano per consegna di usargli ogni riguardo, di non lasciargli mancare alcuna cosa; e nello stesso tempo d'impedire il minimo tentativo d'evasione e qualsiasi comunicazione del detenuto col di fuori.
Curzio non vide più che i volti austeri dei profossi, dei quali non capiva il linguaggio, e che dal canto loro non comprendevano il suo. Egli divenne qualche cosa di simile al famoso prigioniero della maschera di ferro, poichè nessuno sapeva nella fortezza chi fosse, e perchè si trovasse là dentro. Solamente, fra i soldati esteri, di cui si componeva la guarnigione, si era sparsa la voce, che Curzio fosse un colonnello delle truppe pontificie, passato al nemico nella occasione dell'insurrezione, il quale aspettava di essere giudicato da un consiglio di guerra.
Monsignor Pagni, per salvargli la vita aveva ottenuto dal cardinale Antonelli, che Curzio restasse rinchiuso in quella fortezza e rigorosamente guardato e inaccessibile, fino a che fosse compiuto e definito il processo di Lesa Maestà, dal quale doveva essere escluso il suo nome.
La povera Maria Tognetti, la quale era rimasta come pazza pel dolore, quando la principessa Rizzi aveva salvato il proprio figlio invece di Gaetano Tognetti, si era presentata più volte al palazzo Rizzi, chiedendo di parlare colla principessa, ma sempre le era stato negato. La necessità terribile della situazione aveva resa spietata quella signora, che pure ebbe da natura un buon cuore. Essa aveva più volte pregato monsignor Pagni, perchè liberasse anche Tognetti, ma egli aveva sempre opposto che non era possibile, che c'era stato bisogno di tutto il suo credito per coonestare la liberazione di Curzio, che quella stessa non era riuscita che per sorpresa, che il tentarne un'altra sarebbe stata opera vana, che le più severe misure erano state prese perchè non avesser più a verificarsi simili cose, e finalmente che la sua stessa potenza non sarebbe bastata ad effettuarla.
Le preghiere della principessa non l'avevano dunque condotta ad alcun risultato, ed è perciò che non potendo esaudire la Maria, e, non avendo cuore di sopportare i suoi lamenti, e i rimproveri ch'essa aveva diritto di volgerle, era venuta nella crudele determinazione di tener chiusa la sua porta alla povera madre.