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I misteri del processo Monti e Tognetti

Chapter 30: XXV.
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About This Book

A narrative traces the events leading to and surrounding a prominent courtroom case involving two working-class men, interweaving courtroom scenes with episodes of everyday life in a city on the brink of political upheaval. Portraits of impoverished clergy, anxious families, and laborers reveal how economic hardship, rumors of rebellion, and competing loyalties shape personal choices and community judgment. The account balances procedural detail about the trial with moral reflections on authority, popular unrest, and the precariousness of ordinary lives caught between civic passion and institutional power.

XXIII.

Scene preliminari.

Fra gli strazi dei prigionieri, le lagrime delle famiglie, le perfidie dei giudici, giunse, dopo un anno, il giorno del giudizio definitivo.

Il 16 ottobre 1868 si riuniva nella gran sala del palazzo Innocenziano di Monte Citorio il supremo tribunale della Sacra Consulta per giudicare la gran causa di Lesa Maestà.

Quanto sangue e quanto pianto gronda intorno alle pareti di quella sala, dove furono condannati al patibolo e alle galere tanti generosi patrioti! In quella sala sta scritta tutta la storia del papato moderno, di un potere che si regge col solo puntello delle bajonette e delle mannaje.

Un grande crocifisso pende dalla parete, e sott'esso sta un busto marmoreo di papa Pio IX.

Una gran tavola semicircolare, coperta da un drappo nero, è anteposta a dodici scanni pei giudici, fra i quali uno più elevato per il presidente. A diritta e a sinistra stanno altri scanni, pel procuratore fiscale, per monsignor relatore, pel difensore.

Dodici sono i giudici, compreso il presidente, e tutti prelati; tutti chiercuti, che giudicano della vita e della morte.

Per gli accusati non v'era posto; ch'essi non comparivano innanzi ai loro giudici, nè la loro voce si udiva nella sala del tribunale.

Il giudice processante Marini aveva fatta stampare e distribuire ai giudici la sua relazione del processo, la quale doveva servir di base alla sentenza; perchè i giudici non isvolgono mai le carte processuali, e si rimettono in tutto alla relazione del processante.

La relazione di Marini era riuscita un capo d'opera di perfidia e di astuzia. Nel compilarla egli si era mantenuto fedele al sistema, che gli vedemmo tenere nella istruzione del processo. Due fini principali gli erano stati imposti, e a questi aveva diretto tutto il suo lavoro. Egli doveva dimostrare queste due cose: che il movimento della insurrezione romana non fu opera dei cittadini di Roma, ma fu importato dal di fuori, e che gl'imputati non erano stati spinti nei loro atti dall'idea patriottica, ma sibbene da un vile interesse. Monti e Tognetti non solamente dovevano essere uccisi, dovevano anche essere infamati!

Tale fu la direzione che Marini diede alla sua relazione processuale, contorcendo i fatti e ravvolgendoli in ambagi cavillose.

Non tardò il processante a ricevere i rallegramenti dei monsignori della Sacra Consulta, e una ricompensa più gradita, che fu una croce dell'ordine Piano, che lo elevava al grado di cavaliere.

Tronfio dei novelli onori, e colla sua bella croce sul petto, Marini si aggirava nelle anticamere del Supremo Tribunale. Ad ogni monsignore che entrava, egli accorreva a baciare la mano, e ne riceveva una stretta, un sorriso, una benigna parola, che lo facevano andare in visibilio.

Quando fu la volta di monsignor Pagni, questi strinse la mano a Marini più a lungo degli altri, e:

—Bravo! gli disse. Bravo, signor cavaliere! Ho letta la vostra relazione e posso assicurarvi che è un bel lavoro. Ve ne faccio i miei rallegramenti.

—Sono troppo fortunato, se l'opera mia ha incontrato l'approvazione dell'eccellenza vostra reverendissima, rispose Marini con un inchino.

—Sì, la mia piena approvazione, riprese monsignore. Ed io farò in modo che il sovrano favore non si limiti alla croce che vedo brillare sul vostro petto.

—E di cui sono riconoscentissimo a Sua Santità, e anche all'eccellenza vostra reverendissima, che colla sua potentissima protezione….

—Un posto di assessore di polizia è appunto vacante, e forse…

—Che? potrei forse ottenerlo! Ah eccellenza!

—Facciamo prima di compir l'opera, e poi verranno le ricompense.
Anche noi sudiamo sangue per questa causa.

—A vostra eccellenza spetta un guiderdone più elevato. Questo processo diventa la base della cattedra di Pietro. Altro che bajonette e cannoni! processi, vogliono essere, processi e condanne, e condanne di morte.

Monsignore sorrise all'insolita parlantina del giudice processante. La croce dell'ordine piano, e la speranza dell'assessorato l'avevano posto fuori di sè.

—Le condanne di morte! mormorò il prelato a mezza voce, in questa causa non dovrebbero mancare.

—Due per lo meno mi sembrano sicure, riprese il cavaliere piano, quelle di Monti e di Tognetti.

—Ah sì! ripigliò monsignore, queste due sono necessarie. Bisogna dare un esempio agli empi rivoluzionari.

—Vendicare i valorosi zuavi.

—E far vedere al sedicente regno d'Italia che non abbiamo paura dei framassoni.

—Dunque le pare, eccellenza, che la mia relazione sia bene diretta a codesto fine?

—È una rete inestricabile, dalla quale non si potranno sciogliere gli accusati: è un documento, che rimarrà a infamia eterna dei nostri nemici.

—E alla maggior gloria del Santo Padre, soggiunse modestamente il cavaliere.

L'avvocato Leoni entrò nella sala, e salutò monsignor Pagni.

—Benvenuto, signor avvocato, disse questi. Vedete che ho mantenuta la promessa che vi feci in casa della principessa Rizzi. A voi è affidata la difesa degli accusati.

—Ho ottenuta la grazia, disse Leoni, e sono quasi pentito di averla impetrata.

—Eh capisco! soggiunse Marini, col suo risolino. Riandando il processo, vi siete persuaso anche voi della scelleraggine dei vostri difesi.

—No, rispose con forza l'avvocato, mi sono anzi convinto della loro innocenza!

—Come?

—Sì, della loro innocenza, e cercherò di trasfondere la mia convinzione nell'animo dei giudici. Ciò che mi rende titubante, e quasi smarrito, è la tremenda responsabilità che pesa sopra di me, ed io diffido delle mie deboli forze. Pazienza! io conosco qual'è il mio dovere, e spero coll'aiuto del Signore di compirlo.

—Dal lato nostro, disse monsignor Pagni, in tuono di compunzione religiosa, non bramiamo altro che di poter seguire i miti consigli della difesa. Preghiamo lo Spirito Santo perchè voglia illuminarci colla sua luce.

In quel punto, un usciere si avvicinò a monsignor Pagni, annunziandogli che una vecchia aspettava nella sala delle udienze private, implorando la grazia di parlargli per un momento.

—Sta per incominciare la seduta. Non posso.

Così disse monsignore; poi parve che gli sopravvenisse un pensiero, che gli fece mutare risoluzione. Fe' cenno all'usciere di ristare; si accomiatò dal giudice processante e dall'avvocato, e si avviò verso la sala delle udienze private.

Una vecchia lo aspettava infatti.

—Avvicinatevi, buona donna, diss'egli, con finta benignità. Chi siete? che cosa volete da me?

—Io sono la madre di Tognetti, monsignore, e voglio giustizia, intendete, giustizia.

—Non vi mancherà, buona donna. Noi siamo qui appunto per rendere giustizia.

—Mio figlio è innocente, monsignore: egli non merita la morte! Eppure ho inteso a dire che la Sacra Consulta vuol condannarlo a morte! Mio figlio è stato arrestato, perchè difendeva un altro, nell'atto che i birri volevano arrestarlo, e quest'altro, monsignore, era Curzio Ventura. Ora perchè Curzio Ventura è salvo, e mio figlio è in procinto di essere condannato a morte? Mio figlio doveva essere liberato; io aveva ottenuto la promessa dalla principessa Rizzi, e per suo mezzo anche la vostra, monsignore. Perchè dunque egli è rimasto in prigione, perchè dev'essere condannato?

Il prelato taceva.

—Il perchè ve lo dirò io, continuò la povera madre furibonda: perchè in vece di mio figlio avete voluto far fuggire Curzio Ventura; perchè Curzio Ventura è vostro figlio!

—Silenzio! gridò monsignor Pagni.

—Sì, vostro figlio! ripetè più forte Maria. Per questo avete voluto salvarlo, per questo volete condannare in vece sua il mio Gaetano! Ecco la giustizia che fate voi altri! e vi dite sacerdoti di Dio!

La collera ribolliva nell'interno del prelato, ma il suo volto si manteneva atteggiato alla mansuetudine, e con voce pacifica, ripigliò:

—Voi dunque, buona donna, venite a reclamare contro la salvezza di
Curzio Ventura.

—No, diss'ella, non m'importa che Curzio sia salvo, ne ho piacere anzi, perchè l'ho amato come un figliuolo, ma il mio Gaetano non dev'essere condannato; non voglio che sia sparso il sangue del mio povero figlio.

—Povera donna! soggiunse ipocritamente il prelato. Io compatisco il vostro dolore di madre; me ne piange il cuore. Ma la giustizia deve avere il suo corso.

—Che dite? gridò la donna infelice… Volete proprio assassinare il mio Gaetano? Ma allora io dirò… forte che tutti sentano…

—Silenzio! esclamò il prelato, prendendola per un braccio.

—Lasciatemi.

Monsignore suonò un campanello.

Si presentò un usciere.

—Le guardie! gridò il prelato.

L'usciere uscì, e dopo un istante entrò coi soldati di guardia.
Intanto la mano vigorosa di monsignor Pagni tratteneva la disperata.

—Sappiate tutti… essa urlava, che mio figlio…

—Portate via questa donna; e impeditele di gridare, ordinò monsignore alle guardie.

I soldati si lanciarono sulla povera vecchia; la ridussero all'impotenza e al silenzio; e la trassero via.

L'usciere avvertì il prelato che il Supremo Tribunale si stava raccogliendo nella gran sala.

XXIV

Una seduta della Sacra Consulta.

Tutti erano al loro posto: i dodici giudici in sottana paonazza sui loro scanni, e fra essi il presidente in seggio più elevato; monsignor relatore alla sua tribuna, il procuratore del fisco al suo scanno, e dirimpetto a lui il difensore, l'avvocato Leoni.

Gli uscieri chiusero tutte le porte.

In mezzo al silenzio universale il presidente si levò in piedi, e tutti l'imitarono.

Egli invocò il nome santissimo di Dio colle solite preci latine, alle quali risposero in coro tutti i presenti: Amen!

Poi rivolse la parola ai giudici, dicendo:

—Carissimi fratelli! leviamo lo spirito all'Onnipotente, e preghiamolo, perchè voglia illuminare le nostre menti, scaldare i nostri cuori, cosicchè il nostro giudizio riesca conforme ai santi consigli della giustizia, della clemenza e della carità.

Dopo ciò, il presidente sedette, e tutti sedettero dopo di lui.

—Fratelli carissimi! ripigliò egli. Noi siamo qui congregati per giudicare la causa di Lesa Maestà, contro i ribelli che commisero gli atrocissimi fatti dell'ottobre nell'anno passato. In questa seduta ci occuperemo più specialmente di quella parte che riguarda gli accusati Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti. Monsignore! aggiunse poi, volgendosi alla tribuna del relatore, si compiaccia di fare la relazione della causa.

Monsignor relatore si levò in piedi, salutò l'uditorio a diritta e a mancina, poi cominciò il suo discorso così:

—Eccellentissimi e reverendissimi monsignori giudici! Dappoichè, per opera d'uomini scellerati, furono indegnamente usurpate alla Santa Sede le principali provincie, gli empj rivoluzionari non ristettero dal tentare ogni mezzo più iniquo per abbattere e distruggere del tutto il governo del Sommo Pontefice. E finalmente, non più paghi delle occulte insidie, si ridussero palesemente alle aperte violenze. Fin dallo scorrere del mese di settembre 1867 masnade garibaldinesche muovevano a invadere l'attuale territorio della Santa Sede, commettendo scelleraggini d'ogni maniera, e intanto uomini protervi, sanguinari e feroci s'introducevano nella capitale.

«Mentre le provincie erano messe a fuoco e sangue dai perfidi invasori, Roma, che giusta i preconcetti disegni avrebbe dovuto insorgere, se ne stava salda, quieta, imperturbata, pronta bensì agli eventi, ma fidente, e stretta al suo amato sovrano. I membri del sedicente Comitato romano davansi bene attorno a fare proseliti, ma gli sforzi non riuscendo alla vastità dell'impresa scellerata, fu d'uopo movessero da Firenze uomini esperti delle rivoluzioni.

«Allo intento delle mire rivoluzionarie facevano ostacolo le truppe straniere al servizio della Santa Sede, e di preferenza gli animosi zuavi: Castel Sant'Angelo, baluardo del Vaticano, ben guardato e difeso, non offriva modo di aversi con un colpo di mano. Quindi sorse negli empj il pensiero infernale di ricorrere al tradimento, minando le caserme dei militari pontificj.

«La sera del 22 ottobre scoppiò l'insurrezione in Roma, per opera di forastieri, non ajutati dal vero popolo romano, e subito vinta e repressa dal valore delle truppe papali.

«Alla operazione delle mine si prestarono in quella occasione gli accusati Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, i quali si accinsero all'opera, non già per ispirito di parte, ma unicamente per sete di danaro, avendo prima del misfatto pattuito il pagamento, che ricevettero infatti dappoi.

«Risulta adunque dal processo, che Monti e Tognetti alle ore 7 pom. di quel giorno, 22 ottobre 1867, mediante una chiave falsa, s'introdussero in un locale ad uso di deposito d'armi e di munizioni, sottoposto alla caserma Serristori, occupata dai prodi zuavi, e là dentro avendo portati due barili di polvere, a questi appiccarono il fuoco.

«Catastrofe orrenda! La caserma Serristori crollò in gran parte, travolgendo nella ruina non pochi zuavi, dei quali ventidue furono tratti morti di sotto alle macerie, e dodici rimasero malconci e feriti per modo, che tre di essi ne perirono in progresso di tempo.

«Sussiste adunque l'insurrezione, sussiste la rovina della caserma
Serristori procurata mediante lo scoppio di una mina, e di questo
delitto sono convinti per le risultanze del processo Giuseppe Monti e
Gaetano Tognetti.»

Terminato così il suo discorso, monsignor relatore, salutò nuovamente l'uditorio, e sedè nel suo seggio.

—La parola spetta al signor procuratore generale del Fisco, disse il
Presidente.

Il procurator generale si levò in piedi, salutò gli astanti, poi disse:

—Eccellentissimi e reverendissimi monsignori giudici, breve sarà il mio dire, dopo la splendida e chiara esposizione della causa, fatta da monsignor relatore. Da essa conobbero chiaramente le eccellenze vostre quali fatti risultino dal processo, a carico degli odierni accusati.

«Riguardo a questi fatti, Giuseppe Monti ha confessato spontaneamente e limpidamente ogni cosa. Gaetano Tognetti, sebbene non abbia assolutamente confessato in ogni sua parte il misfatto, ha tenuto però nell'istruttoria del processo tale un contegno, da non lasciare dubbio alcuno sulla sua reità.

«Da tutte le altre parti del processo, dalle rivelazioni e confidenze segrete, testimonianze, confessioni giudiziali, e stragiudiziali, dai rapporti della polizia, dagli interrogatorj e verbali, vengono i due accusati Monti e Tognetti ampiamente convinti dei delitti di lesa maestà, insurrezione, devastamento e omicidio.

«Laonde, in applicazione degli articoli 85 e 273, del Regolamento penale, e degli articoli 3, 708, 711, 715 del Regolamento di procedura criminale, devono essere condannati alla pena di morte, da eseguirsi mediante decapitazione, nonchè alla rifusione dei danni ed interessi a chi di ragione, e alla rifusione delle spese giudiziali verso il governo pontificio.»

Il procuratore generale del fisco tacque, e si ripose a sedere.

Il presidente allora sì volse al banco della difesa:

—Parli l'avvocato difensore.

L'avvocato Leoni si levò in piedi.

Esso era pallido nelle guancie, e mestamente pensoso nella fronte. E cominciò a dire così:

—Voi mi vedete, o signori, peritoso e tremante. Non è già che io non abbia fede nella innocenza degli accusati da me difesi. Oh no! Gli è che io vedo con orrore pendere la pena di morte sul capo di due uomini onesti e valorosi.

A questo punto il presidente interruppe il difensore, e soggiunse:

—Prevengo il signor difensore di attenersi nel suo discorso al rispetto dovuto alla religione, al governo, e alle leggi.

—Non mancherò a questo rispetto in alcuna maniera, rispose il difensore. E se alcune delle mie parole dovessero sembrare troppo ardenti e avventate, invoco fin d'ora il perdono del tribunale. Quello che mi anima non è altro che l'amore della giustizia, quel medesimo che deve parlare, o signori, nell'interno delle vostre coscienze. Io ho sentito il procuratore del fisco invocare una pena gravissima contro i miei difesi, la tremenda, la irreparabile pena di morte. Io ho tremato, ho inorridito, o signori, all'intendere le sue parole, perchè io sono convinto nell'intimo dell'anima mia ch'essi sono innocenti.

»Innocenti! potrà rispondermi il signor procuratore del fisco. Ma essi sono convinti dal processo di avere minata una caserma, e cagionata la morte di varj soldati. È vero! Io non voglio inoltrarmi nelle strettoje di questo processo, sentiero troppo intralciato ed oscuro per la difesa. Io potrei cercare fin dove siano credibili le rivelazioni degli impunitari, i rapporti delle spie; potrei chiedere fin dove meriti fede una confessione emessa negli orrori del carcere, e sotto il timore di una condanna di morte. Potrei svolgere e indagare tutte le carte del processo, e porre il dubbio nell'animo vostro, o signori, e il dubbio dovrebbe bastare perchè gli accusati fossero assolti.

»Ma io non voglio farlo. Ammettiamo pure, che Monti e Tognetti abbiano veramente avuto parte nella insurrezione, ch'essi abbiano anzi operata la mina della caserma Serristori: ebbene, anche in tal caso io sostengo in appoggio alla verità, alla ragione, alla giustizia, ch'essi non sono colpevoli di un delitto capitale, che non sono meritevoli della pena di morte! Essi hanno, voi dite, cagionate delle uccisioni; sia pure, ma chiamate colpevole, punite di morte il soldato che in battaglia uccide il nemico? Rispondete: perchè qui sta tutta la questione. Nel giorno 22 ottobre, è un fatto che nessuno può negarlo, i Romani si battevano in Roma contro i soldati del governo…..

—I Romani, no! esclamò il presidente. Era tutta gente venuta di fuori. I Romani non hanno preso parte all'azione.

—Il mio difeso Gaetano Tognetti è romano, riprese con fermezza l'avvocato. Io devo parlare di Romani. I Romani adunque lottavano: il conflitto era impegnato, si combatteva a Porta San Paolo, al Campidoglio, a Piazza Colonna, in altri punti della città: i Romani cadevano sotto le fucilate degli zuavi: fu in quel momento che Monti e Tognetti fecero saltare la caserma. Non si può guardare questo fatto isolato; bisogna coordinarlo con tutto il resto. Monti e Tognetti facevano parte di quella forza di popolo che in quel giorno, in quell'ora medesima, si batteva contro la truppa degli zuavi. Fra gli insorti e i soldati vi era battaglia; quanto sangue non fu sparso dalle truppe? Furono uccisi dei fanciulli, delle donne… Se voi non puniste i soldati che hanno operate quelle carnificine, perchè si trovavano nello stato di guerra, non potete per la stessa ragione punire gl'insorti che caddero in vostro potere.

»Ma si dirà che i miei difesi invece di battersi a corpo a corpo hanno accesa una mina. Ebbene? e per questo? Quegli che compie tali operazioni combatte del pari di quello che incede colla sciabola o il fucile nel pugno. Essi si sono esposti a un pericolo più terribile e immediato; ecco la sola differenza che passa fra loro e quegli altri, che si moschettarono cogli zuavi e coi gendarmi. L'uso delle mine non è consueto nelle guerre? E chi si è mai sognato di condannare quei valorosi soldati che hanno posta in forse la vita nell'esplosione delle mine per salvare i loro compagni? Chi è che non esalta l'eroismo di Pietro Micca?»

Il presidente, che da un pezzo andava sbuffando, e si dimenava sul suo seggiolone, interruppe di nuovo il difensore, soggiungendo:

—Il caso è diverso: quello era un soldato che serviva regolarmente il suo governo legittimo. Questi invece erano ribelli che lo combattevano.

—Ribelli o soldati, proruppe l'avvocato, essi erano combattenti nello stato di guerra. È un fatto storico, che non può mettersi in dubbio. Garibaldi si avanzava colle sue truppe; le milizie pontificie avevano pugnato contro quelle in regolari combattimenti. Or bene, il movimento di Roma non era altro che un episodio, o una conseguenza, se vuolsi, di quella medesima guerra. Si combatteva dentro e di fuori di Roma, ma per la stessa causa, in nome dei medesimi principii. Gli aggressori del di fuori erano d'accordo coi rivoltosi del di dentro; il governo stesso lo ha riconosciuto, lo stesso processo lo ha dimostrato.

»Dunque, o signori, dunque Monti e Tognetti hanno combattuto in Roma nel modo medesimo, che i garibaldini hanno combattuto a Bagnorea, a Monte Rotondo, a Mentana. Essi si trovano nel medesimo caso dei garibaldini prigionieri di guerra. E chi si è sognato che i prigionieri di guerra dovessero essere massacrati? Perchè dunque spargere il sangue di questi due infelici? Essi sono coperti dal diritto delle genti, che vuol salva la vita dei guerreggianti, quando cadono in potere dell'inimico. Da questo dilemma non si esce. O si dovevano sterminare tutti quanti i prigionieri garibaldini (e notate che in questo caso Garibaldi avrebbe usato del diritto di rappresaglia) o si devono liberare anche questi due.

Il difensore così parlando si era animato con tutta l'energia dell'anima. Il pallore era scomparso dal suo volto; si sarebbe detto che mandava fiamme dagli occhi. Egli si deterse il sudore della fronte, poi ripigliò:

—E poi, signori, mettiamo una mano sul petto. Se Monti e Tognetti fossero anche colpevoli, lo sarebbero essi al punto di meritarsi la pena di morte? No, o signori, essi non sono volgari malfattori. Monsignor relatore ha detto ch'essi agirono per interesse, che furono pagati! Non è vero. Lo provi il fisco, se può.

»Monti e Tognetti erano due onesti operai. Non v'ha nulla di colpevole nel loro passato. Monti è anche padre di famiglia. Ebbene, o signori, due bravi operai, due figli del lavoro, un uomo sopratutto ch'è marito e padre, avvinto alla vita dai vincoli più tenaci e cari, non espongono la loro vita per pochi soldi. Oh no! essi non furono spinti in quella strada dall'ingordigia di un vile guadagno. Essi seguirono un'idea nobile e generosa… sarà stata un'illusione, un'utopia, un errore, non importa; quell'idea era grande, era bella nel loro pensiero. Essi volevano liberare la loro patria, questa Roma…..

—-Signor difensore! gridò il presidente. Non seguiti a parlare così, altrimenti le tolgo la parola.

—Monti e Tognetti avranno errato, lo ripeto, riprese il difensore, saranno illusi, traviati, ma il loro inganno era generoso. Dalla loro colpa, se colpa v'ha in essi, a quella dell'assassino v'è un abisso. Se errarono nel fatto, nell'intenzione erano puri. E in nome di quanto v'ha di sovrumano nel culto dell'idea, per quell'amore che indusse il divino Redentore a perdonare i falli dell'uomo, entrate, o giudici, nei penetrali della vostra coscienza, interrogate il vostro cuore, e pronunciate, se lo potete, che questi due uomini sono meritevoli di una morte ignominiosa!»

Una breve pausa seguì queste parole, pronunciate con tutto il calore del sentimento. Il difensore pareva oppresso dall'emozione; pareva quasi che il suo entusiasmo fosse giunto a trasfondersi nei cuori gelidi di quei sacerdoti. Essi stavano immoti a guardarlo, aspettando che riprendesse la parola.

E il giovane generoso così continuò:

—E poi, perchè vorrete far ricadere tutta la colpa sul capo di questi due sventurati? Perchè devono essere essi soli i capri espiatori dei passati mali? L'impresa ebbe pure dei capi. Dove sono essi? Se quell'impresa fu un delitto, andranno impuniti i rei principali, e gli agenti subalterni assoggettati alla morte? V'erano pure altre persone coinvolte in questa parte della causa. Le carte processuali serbano traccia di un nome, scomparso nella relazione, il nome di un certo Curzio Ventura.

»Per quanto ho potuto raccogliere, l'uomo così chiamato avrebbe rappresentata una parte principale nel fatto di cui sono accusati Monti e Tognetti. Che è avvenuto di lui? dov'è desso? La difesa dei due accusati ha diritto di domandarlo.

—Signor avvocato, proruppe il presidente. Ella passa in un campo estraneo alla difesa, ed io le tolgo la parola.

—Una sola parola mi sia lecito aggiungere, esclamò il difensore. Una vecchia madre, una sposa derelitta, dei piccoli bambini aspettano tremando la vostra decisione. Un detto può farli piombare nella desolazione, un detto può consolare tutti quei cuori angustiati. Quale sarete voi per pronunciare? quale? Io volgo lo sguardo a quella santa immagine del Nazareno, che pende sui vostri capi, e su quelle labbra divine io leggo la parola Perdono. L'ultima voce della sua vita mortale non fu una una prece per quelli stessi che l'avevano crocifisso? Padre, pregò egli, perdonate loro perchè non sanno quel che si fanno. Avrò io bisogno di ripetere le sacrosante parole del Redentore, a voi, che siete i suoi sacerdoti? Non vi stanno esse scolpite a caratteri indelebili nel cuore? Non sono esse il simbolo del vostro ministero, che è tutto di pace e di perdono? E vorrete voi comandare che sia sparso questo sangue, quando il divino Maestro comandò a Pietro di riporre la spada nel fodero? Io non aggiungo altro. Volgetevi a quella immagine, e da quella ricevete l'ispirazione, quando sarete per pronunziare la vostra sentenza.

Il giovane pose fine al suo dire, interrotto dalle lagrime, che calde e copiose gli sgorgavano dal ciglio.

XXV.

La condanna.

Il presidente fe' cenno di ritirarsi alle persone estranee alla deliberazione.

Il relatore, il procuratore del fisco, il difensore, s'incamminarono in silenzio; anche gli uscieri varcarono la soglia, e chiusero le porte.

I giudici rimasero soli col cancelliere, che doveva raccogliere e registrare i voti.

Cosa strana, che rende manifesto la incomprensibile mescolanza degli umani affetti!

Quei dodici prelati, giudici del Supremo Tribunale della Sacra Consulta, scelti fra quanto vi è di più freddo, inesorabile nella curia romana per giudicare le cause di Stato, avvezzi da lunga mano a dettare le sentenze di morte, sordi ad ogni sentimento di pietà o di misericordia, si erano recati al palazzo di Monte Citorio già informati di quanto si attendeva da loro, già conoscenti della causa, e decisi di attenersi in tutto alla relazione fiscale del processo, deliberati insomma di pronunciare la condanna di morte contro Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti. Ebbene, quell'eloquenza calda e sentita del giovane avvocato, quella espansione, quell'accento di verità, quelle lagrime sgorganti dal cuore, erano giunte a passare lo spesso involucro di insensibilità, onde avevano fasciato il petto; essi avevano sentito il contraccolpo di quella commozione: erano inteneriti.

Il presidente, ch'era in certa maniera responsabile del giudicato in faccia al Governo, volse intorno lo sguardo, e si accorse di quella disposizione degli animi.

Gli parve di leggere in quei volti pensosi, in quegli sguardi concentrati la salvezza degli inquisiti. Stette alquanto a guardarli in silenzio, poi disse:

—Monsignori! avete intesa la relazione del processo, le conclusioni del fisco, e per ultimo le parole della difesa. Voi siete uomini di senno profondo e di provata esperienza. Non vi lascerete abbagliare per fermo dagli artifici di un eloquio studiato da chi ha la missione di interporsi fra la spada della giustizia e il reo che deve esserne colpito. Non vi sfuggirà certo l'importanza di questa causa, che si identifica cogli interessi supremi del papato e della religione. Roma, la Chiesa, tutto il mondo cattolico hanno gli occhi su noi. Noi dobbiamo dire colla nostra sentenza se i settarj, che nell'anno decorso tentarono di rovesciare il trono del Sommo Pontefice, e furono fugati dall'ira dell'Onnipotente, erano uomini dabbene; se in quel modo essi agirono rettamente, secondo ragione e giustizia. Noi dovremo dire se tanti valorosi soldati, che vennero ad esporre la vita in difesa delle cose più sante, furono giustamente uccisi e massacrati con tanta barbarie. Dovremo dire, infine, se coloro che attentano alla sicurezza del trono e dell'altare, se i ribelli, gli assassini, i sicari, debbono andar impuniti oggi, per essere domani glorificati, per ricominciare più tardi la loro opera nefanda di strage e di distruzione. Ecco, o signori, che cosa il mondo aspetta di sapere dalla nostra sentenza. Invochiamo adunque il nome dell'Altissimo, perchè c'illumini e ci guidi nella pronunciazione del nostro voto.

Questo artificioso discorso pose un fiero dubbio nel cuore di quei prelati. Parlavano ancora nei loro petti le voci della pietà, e più di queste le norme inconcusse dell'onestà e del vero, quei sentimenti morali che non vengono mai distrutti del tutto nell'animo umano.

Questi sentimenti li avrebbero spinti ad assolvere dalla pena di morte due uomini non d'altro rei, che di avere virilmente combattuto in un campo opposto a quello dei loro giudici.

D'altra parte, i monsignori della Sacra Consulta riflettevano alle parole del presidente. Il Governo aspettava da loro una condanna severa: essi non potevano assolvere Monti e Tognetti senza condannare il Governo. L'assoluzione di que' due inquisiti li rendeva moralmente loro complici; con quella assoluzione essi rinnegavano quel potere pel quale esistevano, rinnegavano tutto quanto il loro passato. La lotta era dunque assai fiera, e diverso ne fu il risultato; in alcuni cuori prevalse il consiglio più mite, in altri la crudele ragion di Stato; e se non fosse stato che alcuni di essi erano guidati da motivi personali, estranei al merito della causa, il maggior numero sarebbe stato di quelli che inchinavano alla clemenza, e la salvezza di Monti e Tognetti sarebbe stata pronunciata.

—Signor cancelliere, disse in mezzo al silenzio universale la voce lugubre del presidente: raccogliete i voti. Monsignori, chi si pronunzia per la pena di morte risponda sì, chi non vuole che quella pena sia applicata dirà no. Cominciamo.

—Voi, monsignore, disse poscia, volgendosi al giudice ch'era seduto alla estremità sinistra del banco. Giudicate che a Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti debba infliggersi la pena di morte?

Quello al quale il presidente volgeva la prima interrogazione, era un prelato dai capelli bianchi, curvo nel collo e nella testa; i travolgimenti delle passioni giovanili avevano devastato profondamente il suo volto, sul quale regnava adesso per consueto una calma impassibile.

Egli non levò la testa nè gli occhi, e rispose con voce ferma:

—No!

Gli occhi del presidente sfavillarono d'ira; rimase come incerto, poi soggiunse:

—Non ho bene intesa la vostra risposta, monsignore. Io vi ho chiesto se credete Monti e Tognetti meritevoli di morte.

Il vecchio levò lentamente il capo, fissò i suoi occhi bianchi e quasi velati in faccia al presidente, e ripetè con maggior forza:

—No!

Il presidente, senza dissimulare il dispetto, che gli traspariva negli occhi e nel cipiglio, si volse al secondo, e ripetè la domanda.

Questi, era un uomo di trent'anni, dal volto bruno, dal portamento ardito; esso era rinomato per la severità, e potrebbe dirsi la ferocia delle sue decisioni; e il presidente non dubitava che dalla sua bocca dovesse uscire il voto della condanna. Egli ristette alquanto come esitante, poi pronunziò la parola:

—No.

Il presidente strabiliò. Già gli pareva certa l'assoluzione dei due accusati. Volse un'occhiata in giro sui giudici, come un uomo che sta per annegarsi, e cerca un punto d'appoggio. Senza frapporre altro indugio, interrogò il terzo prelato, e questi rispose:

—Sì.

Questa volta il presidente respirò, e più tranquillo interrogò il quarto, che replicò:

—No.

Il quinto e il sesto risposero con un .

Il settimo no.

Il presidente ritornò a tremare.

Fra i voti raccolti v'erano quattro no; bastavano altri due per formare parità e determinare l'esclusione della pena di morte.

L'ottavo giudice e il nono furono pel .

Il decimo pel no.

Anche un voto negativo, e gli accusati erano salvi.

Mancavano due voti: quello di monsignor Pagni e quello del presidente.

Questi interrogò Pagni tremando.

—Sì! rispose questi con voce vibrante.

Mancava solo il voto del presidente.

L'istante era solenne.

I voti raccolti erano undici, sei pel , cinque pel no. Se il voto del presidente era pel , gl'inquisiti venivano condannati; se era pel no, si formava la parità de' sei voti contrarj co' sei favorevoli, e in tal caso essi erano salvi. La loro vita e la loro morte dipendevano dunque dal voto di monsignor Presidente.

Tutti gli sguardi dei prelati, tanto di quelli che avevano pronunciato il sì come degli altri che avevano detto no, si volsero a guardare quell'uomo, che con un monosillabo doveva decidere di due esistenze.

Un'antica consuetudine è in vigore nei tribunali romani. Quando dal voto del presidente, che è sempre l'ultimo a votare, dipende l'assoluzione o la condanna degli accusati, quel voto è sempre favorevole, specialmente se si tratta di pena capitale.

Ma la morte di Monti e di Tognetti era decretata prima ancora di quel giudizio. Ben lo sapeva il presidente, che dopo un istante di sospensione pronunciò la fatale parola: !

Così il risultato della votazione fu di sette e cinque no. Monti e Tognetti furono condannati a morte alla maggioranza di sette voci su dodici. Un voto contrario di meno li avrebbe salvati. Essi furono dunque dannati all'ultimo supplizio in forza di un solo voto, che fece traboccare la bilancia in loro danno.

Anche fra i prelati pontificj della Sacra Consulta ve ne furono cinque che credettero Monti e Tognetti immeritevoli di morte; eppure essi furono condannati alla ghigliottina!

Il presidente proclamò il risultato della votazione, esclamando trionfalmente:

—La pena di morte è pronunziata!

Il cancelliere stese la sentenza. Poi il presidente suonò il campanello.

Gli uscieri rientrarono; a un cenno del presidente introdussero il relatore, il procuratore fiscale e il difensore.

La sentenza, colla quale Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti venivano condannati alla pena di morte, fu letta ad alta voce dal cancelliere.

La seduta si sciolse.

Monsignor presidente prese a parte l'avvocato Leoni, ch'era rimasto come esterrefatto, e gli disse con ipocrita ironia:

—Mi rallegro con lei, signor avvocato; ha fatto una bella difesa. Ella è giovane, e le si prepara un bell'avvenire. Quanto a quei due infelici, io la consiglio a ricorrere per essi alla clemenza e pietà del Sommo Pontefice.

—Alla clemenza del papa! sclamò con fuoco l'avvocato Leoni; e più avrebbe detto, ma si trattenne.

Tacque alquanto; poi disse, indicando il crocifisso che dall'alto aveva assistito a quella scena:

—Io me ne appello piuttosto alla giustizia di Dio!…

Nella sera medesima, il cancelliere si presentava alle Carceri Nove per leggere la sentenza ai prigionieri. Si recò prima alla segreta di Giuseppe Monti, poi a quella di Gaetano Tognetti.

Monti ascoltò sino alla fine la lettura senza dar segno di commozione.
E quando fu finita, diede un solo grido:

—Poveri miei figliuoli!…

E gemendo si rovesciò sul suo coviglio di paglia.

Tognetti si diede a ridere rabbiosamente, poi disse al cancelliere:

—Direte a quei signori della Sacra Consulta, che auguro loro un buon sonno!

XXVI.

L'áncora di salvezza.

La sentenza della Sacra Consulta aveva portato un colpo terribile in seno a due famiglie.

Rinunzieremo a descrivere quegli strazj; quando il dolore è giunto a un certo punto, la penna e il pennello sono impotenti del pari a ritrarlo. Per questo il pittore greco coperse con un velo la testa sulla quale doveva essere impresso il colmo dell'angoscia.

Erano sopratutto i cuori di due donne, che sanguinavano atrocemente: la moglie di Monti e la madre di Tognetti.

L'avvocato Leoni, quel giovane generoso, che aveva con tanto coraggio perorato la causa dei due condannati; e che s'era trovato a un punto di salvarli entrambi, volle fino all'estremo compiere la sua missione.

Colla pietà del Cireneo nel cuore, si recò nella mattina seguente alla casa di quelle due donne, per dividere le loro lagrime, unico conforto che possa arrecarsi in quei supremi dolori.

Poi non volle limitarsi al sollievo del compianto, ma volle aggiungere un consiglio. Egli non aveva alcuna fede nella clemenza del papa, ma pure comprese che quelle poverette erano in diritto di tentare almeno di appigliarsi all'unica áncora di salvamento che restasse, e questa era appunto la grazia del pontefice.

Egli consigliò dunque a Lucia Monti di tentare ogni mezzo per poter presentarsi al pontefice.

Lucia scosse la testa in atto di sconforto.

Essa avea salite tante scale durante il processo, e aveva trovato il gelo in tanti cuori sacerdotali, che non poteva fondare nessuna speranza sulla compassione di un prete.

Pure ella sentì il dovere di tentare ogni estremo mezzo per la salvezza di suo marito, e si raccomandò all'avvocato, poichè era tanto buono con lei, che le trovasse egli il mezzo di penetrare nel recinto del Vaticano, sino ai piedi del papa.

Leoni disse che vi avrebbe subito pensato, con quella sollecitudine che richiedeva l'urgenza del caso, e sperava di ritornare con una buona novella.

Come abbiamo detto, egli non fidava nella riuscita di quel tentativo, ma non poteva lasciare quel cuore che stava per spezzarsi, senza consolarlo almeno con un alito di speranza.

Dalla casa di Monti l'avvocato passò in quella di Tognetti.

Maria Tognetti era stata, come vedemmo, duramente respinta da monsignor Pagni nel giorno innanzi nelle sale della Sacra Consulta. Era stata ricondotta a casa a viva forza: e quivi un commissario di polizia le aveva intimato di non recarsi più nel palazzo di Monte Citorio, altrimenti verrebbe arrestata.

La povera donna era quasi demente.

Si può facilmente immaginare l'esacerbazione che aveva prodotto nel suo animo contristato quel trattamento; alla sera poi era sopravvenuta la notizia che suo figlio era condannato a morte: notizia, che le pietose vicine le avevano data con tutti i possibili riguardi, ma che necessariamente aveva portato una trafittura tremenda nel suo cuore di madre.

L'avvocato la trovò dunque in tale stato di esaltazione, che faceva veramente temere della sua ragione.

Ella volle rimaner sola con lui; e con una narrazione, interrotta ad ogni tratto dai singulti e dalle lagrime, le raccontò tutto quanto era passato fra lei, la principessa Rizzi e monsignor Pagni, e come essi per salvare il loro figliuolo avevano sagrificato il suo Gaetano, e come le porte del palazzo Rizzi le fossero chiuse irrevocabilmente, e nel giorno prima fosse stata cacciata a forza dal palazzo di Monte Citorio, dove erasi presentata a monsignor Pagni.

L'avvocato l'ascoltò senza far parola, poi rimase lungamente pensando in silenzio; finalmente levò la testa, e disse alla donna, la quale aspettava ansiosamente ch'egli parlasse:

—Acquietatevi, Maria. Mettete, per quanto potete, in calma il vostro spirito, che in questa storia io travedo un filo di speranza per la salvezza di vostro figlio.

—Davvero? Oh santa Vergine del cielo! gridò la Tognetti, esaltandosi a un tratto, all'idea di quella speranza.

—Ma calmatevi, ve ne supplico! Noi otterremo forse qualche cosa, ma a patto di essere, per quanto è possibile, tranquilli e prudenti. Abbiamo a fare con gente potentissima, e colla violenza e l'audacia non faremmo nulla; bisogna adoperare invece le arti dell'astuzia e della preghiera. Ascoltate, Maria: la principessa Rizzi è buona; perchè si sia ridotta a chiudervi spietatamente la strada di giungere fino a lei, bisogna dire che vi sia stata astretta da tutto l'esaltamento dell'amor materno, che è il più esclusivo e il più prepotente dei sentimenti. Pietosa per suo figlio; fu costretta ad essere crudele con voi. Voi forse, che tanto amate il vostro Gaetano, al suo posto avreste fatto lo stesso. Ma il suo cuore non è cattivo: io son certo ch'ella sente rimorso di avere trattato con voi a quel modo. Il fatale annunzio della sentenza di jeri deve averle pesato nel cuore. Se voi poteste in questo momento giungere a presentarvi a lei, se voi le parlaste, non già come una donna offesa che reclama giustizia, ma come una povera madre che prega e piange per la vita del figlio, io sono certo che voi arrivereste a toccare le fibre più sensibili del suo cuore. E siccome la famiglia Rizzi è una delle più potenti di Roma, per mezzo di lei non sarà difficile ottenere la grazia di vostro figlio.

—Dio lo voglia! esclamò Maria congiungendo le mani, con l'espressione più commovente della preghiera.

—Ora a voi, riprese l'avvocato: mettetevi in calma più che potete. Adesso bisogna pensare al modo d'introdurvi nel palazzo Rizzi. Sarebbe opportuno che io mi trovassi vicino per… Oh! appunto… io non vi pensavo più. Devo averlo in saccoccia… Ecco.

Leoni tolse di tasca il portafogli, lo aperse, e cercò fra le carte che vi erano contenute. Trovò quella che voleva, la svolse, la guardò, poi disse:

—È questa sera!

La carta che guardava era l'invito a un ballo di gala che la principessa Rizzi dava appunto in quella sera.

—Aspettatemi, disse l'avvocato alla Maria, e pregate il Signore.
Prima di sera mi rivedrete.

Egli corse al palazzo Rizzi: attraversò l'atrio, salutato dal guardaportone, che lo conosceva; salì le scale. I servi erano tutti affaccendati nei preparativi della festa.

Giunto all'anticamera, l'avvocato Leoni chiese del cameriere Giuseppe.

Giuseppe, antico servitore della casa Rizzi, era un vecchio dai capelli bianchi, padre di numerosa famiglia. Leoni lo conosceva da lungo tempo.

—Giuseppe, gli disse questi, quando furono soli in uno stanzino, bisogna che tu mi aiuti a fare una buona azione.

—Dica pure, signor avvocato, e se posso…

—Sai che io sono il difensore di quei due poveretti, che ieri sono stati condannati a morte. Ebbene, sappi ancora che la madre d'uno di essi vorrebbe pregare la signora principessa, affinchè intercedesse, allo scopo di ottenere la grazia sovrana per suo figlio. Io le ho promesso di trovar modo d'introdurla presso la signora, ed è in questo appunto che ho bisogno del tuo aiuto.

Giuseppe pensò alquanto, poi disse:

—Si vedrà. Domani…

—Oh no! Vedi bene che è cosa di tale e tanta urgenza, che un'ora di ritardo può decidere della vita. È necessario che questa sera Maria Tognetti parli alla principessa.

—Ma questa sera è impossibile! Vossignoria sa bene che vi è il ballo.

—Appunto; non si potrebbe, nella confusione della festa…?

—Aspetti!… Sì, vi sarebbe un mezzo. Questa sera, oltre alle sale, sarà illuminato anche il giardino, al quale si discende per una scala della loggia superiore, e vi si recheranno gli invitati a passeggiare. La Tognetti potrebbe introdursi per una porticella, che dal vicolo qui vicino mena al giardino, e là potrebbe starsene nascosta fra i cespugli, finchè le capitasse agio di parlare colla padrona.

—Va bene; al rimanente penserò io, disse l'avvocato,

—Or bene, io posso procurarle la chiave della porticina.

—Siate benedetto!

Il vecchio uscì dalla stanza, e ritornò, dopo qualche minuto, con una chiave.

—Ma badi, disse, se qualcuno venisse a sapere che io le ho affidata questa chiave, sarei rovinato.

—State sicuro, buon Giuseppe.

—Io pongo in sua mano l'avvenire della mia famiglia.

Così dicendo, il cameriere porse la chiave a Leoni.

—Queste sono quelle azioni, disse l'avvocato, per cui non bastano i ringraziamenti. Vi ricompensi il cielo della vostra misericordia.

—Così potesse quella poveretta ottenere l'intento!

Leoni strinse la mano al vecchio cameriere, e corse a casa della
Tognetti, alla quale consegnò la chiave colle opportune istruzioni.

XXVII.

La festa da ballo.

Le sale della principessa Rizzi erano illuminate; la musica vi spandeva i suoi concenti: si ballava.

La principessa aveva la morte nel cuore. Essa sapeva come il suo Curzio si trovasse nella fortezza di Civita-Vecchia, e conoscendo il suo carattere, e i motivi della sua detenzione, tremava per i pericoli che gli sovrastavano continuamente, e più tremava per l'avvenire. Se anche riusciva a Monsignor Pagni di tenerlo illeso finchè durava quel malaugurato processo, che avverrebbe dopo quando egli fosse in libertà? A che cosa lo avrebbe spinto quell'indole focosa, e il desiderio di vendicare i suoi compagni? Dovevano dunque tenerlo sempre in istato di prigionia? E così non sarebbe egli deperito egualmente per giungere al suo fine?

Tali erano i pensieri angosciosi che occupavano il suo cuore, ai quali si aggiungeva, come aveva pensato Leoni, il pungolo del rimorso. Difatti per giovare a suo figlio, per ottenere una salvezza, che non avrebbe forse mai raggiunta compiutamente, essa aveva crudelmente tradita quella buona Maria, che aveva ricorso a lei, come al suo angelo tutelare. Per appagare il suo sentimento materno, aveva straziato il cuore di un'altra madre. Essa aveva fatto di più, aveva respinte le preghiere della povera donna, interdicendole l'accesso alla sua casa; aveva chiuse le orecchie per non udire i suoi lamenti, e le sue supplicazioni. Essa era stata non solo cattiva, ma ingrata e crudele.

Queste ed altre riflessioni tormentavano senza posa il cuore della principessa. Eppure essa dava una festa. Ohimè! vi era costretta.

Ogni anno in quel giorno si dava un ballo nel palazzo Rizzi. Era l'anniversario del giorno in cui il cardinale Rizzi, il fratello del principe, era stato rivestito della porpora cardinalizia, e quella solennità ecclesiastica veniva sempre ricordata con una festa profana.

In quel ballo adunque il cardinale era il re della festa, e riceveva gli omaggi delle più belle dame dell'aristocrazia romana, che v'intervenivano sempre.

Il cardinale Rizzi era un uomo di cinquantacinque anni, piuttosto grasso, la sua faccia era rotonda e schiacciata, vermiglia a macchie paonazze, e tempestata di bitorzoli; aveva i capelli rossi distesi sulla sommità della fronte e sopra le orecchie. In quella sera era vestito coll'abito da festa: sottana di porpora, coi guarnimenti d'armellino e il fermaglio di gioje, vestiario pomposo, che faceva risaltare la sua bruttezza ributtante, piuttosto che sminuirla.

Monsignor Pagni, vestito anch'esso col suo abito di gala, faceva una corte assidua a Sua Eminenza. Egli agognava al giorno in cui avrebbe anch'esso acquistata la dignità di principe della chiesa; sapeva che il cammino più rapido per arrivarvi è quello dell'adulazione e della servilità: e mormorava fra sè e sè questa giaculatoria: Abbassatevi per essere innalzati.

Il cardinale era seduto in luogo elevato nella gran sala da ballo, e tutte le signore che entravano col loro abbigliamento da veglia, colle spalle nude e il seno scoperto, andavano per la prima cosa a inchinarsi dinanzi a lui, e a baciare la mano morbida e liscia, ch'egli porgeva.

La principessa affranta nel cuore, ma sorridente nel volto, come richiedeva la sua posizione, riceveva gli invitati, e faceva gli onori di casa con quella squisitezza di grazia, che è un privilegio delle nature più elevate.

Il principe suo marito fin dal principio della festa si era dileguato dalle sale. Un servo gli si era avvicinato, gli aveva mormorato qualche parola all'orecchio, ed esso si era prontamente ritratto nelle sue stanze.

Un uomo dall'aspetto volgare, dalle vesti grossolane lo aspettava, nel suo gabinetto: era un'antica nostra conoscenza, era Giano.

Dalla sera dell'osteria, nella quale esso aveva servito così bene ai voleri del principe, lo stesso Giano era diventato il suo agente segreto, il suo intimo confidente, il suo spione.

Quell'uomo spiegava un'abilità particolare negli intrighi tenebrosi, e specialmente nei maneggi dello spionaggio. Egli dunque servì il principe Rizzi mirabilmente.

Sarebbe cosa lunga e tediosa seguire Giano per tutta la tortuosa trafila de' suoi raggiri. Il fatto sta che il principe era arrivato a sapere da lui la liberazione di Curzio dalle Carceri Nove, il suo ritorno nello Stato Pontificio, il suo arresto, e per ultimo la sua detenzione nella fortezza di Civita-Vecchia.

Fra il principe e sua moglie, lo sappiamo, s'era da lungo tempo impegnata una partita accanita, e la posta del giuoco era la vita di Curzio, quel giovane ch'era avvinto alla principessa con un misterioso legame.

Da principio la vittoria parve piegare dal lato della moglie, quando ella seppe disporre la fuga di Curzio con arte infinita al cessare dell'insurrezione, poi il marito aveva preso il sopravvento, comprando il soccorso di Giano, e facendo operare l'arresto del giovane, poscia pareva ch'ella avesse vinto, quando lo fece uscire dalle Carceri Nove, e condurre fino al di là del confine; il suo ritorno aveva riposto la superiorità dalla parte del principe: finalmente la sua reclusione nella fortezza di Civita-Vecchia tornava a dare la probabilità del trionfo alla principessa; ed era appunto in quel momento che il marito di lei si sforzava di riguadagnare il vantaggio.

Informato appuntino d'ogni cosa dal suo Giano, il principe concertava con esso i modi di riuscire nell'intento. In quella sera della festa Giano reduce appunto da una sua gita a Civita-Vecchia, era venuto a riferire al principe il risultato delle sue osservazioni, e a comunicargli un suo piano.

Si trattava di procurare l'evasione di Curzio dalla fortezza, e per tal modo cagionare la sua perdita.

Il progetto piacque al principe Rizzi, il modo della esecuzione fu discusso a lungo fra lui e il suo satellite, e infine venne adottato e approvato in ogni sua parte.

Giano ricevè dal padrone una buona somma di monete, e partì.

Il principe fece ritorno nelle sale del ballo. Nella prima s'incontrò colla moglie: egli sorrise, e volse a lei uno sguardo trionfante. Essa ignorava la ragione di quel riso e di quell'occhiata, ma sentì un brivido correrle per tutto il corpo.

La sentenza del giorno innanzi, alla quale il governo annetteva grande importanza, formava il soggetto principale delle conversazioni, di mezzo alle danze e alle armonie musicali nella festa del palazzo Rizzi.

Il cardinale Rizzi era uno dei sanfedisti più arrabbiati, e nel sacro collegio dei cardinali faceva parte di quella, che potrebbe chiamarsi l'estrema sinistra, ossia il partito d'azione dei clericali, quel partito che con De Merode e Lamoricière condusse il governo del Papa all'attitudine bellicosa, e alla campagna delle Marche ed Umbria nel 1860.

Il suo consiglio era sempre pel contegno più energico, e pei mezzi più violenti. Nessuna transazione colle tendenze del secolo, nessuna moderazione nell'esercizio della sovranità ecclesiastica e temporale, la massima prepotenza sui sudditi, la massima severità contro i liberali; tali erano i suoi principj.

Non è a dire dunque s'egli approvasse di gran cuore la doppia condanna di morte che la Sacra Consulta aveva emanata nel giorno antecedente; se qualche cosa gli dispiaceva in quella sentenza si era che i capi consacrati alla morte invece di due non fossero almeno almeno due dozzine.

Egli dunque si congratulava con monsignor Pagni, che faceva parte del Supremo Tribunale, e mostrava la soddisfazione che sentiva, perchè (come egli diceva) i membri della Sacra Consulta si erano in quella occasione mostrati consci dei loro doveri, degni della fiducia che in essi aveva riposto il Santo Padre e il Governo.

Anche il giudice Marini, il neo-cavaliere dell'ordine Piano fu presentato a Sua Eminenza come una delle persone più benemerite in quel processo, dovendosi attribuire, come disse officiosamente monsignor Pagni, in gran parte al suo zelo, al suo acume, alla sua operosità lo splendido risultato della causa.

Il cardinale si degnò di sorridere benignamente all'indirizzo del cavaliere, e questi ne andò tutto gonfio del sorriso eminentissimo, più che non lo fosse per la sua croce, e per l'assessorato di là da venire.

La principessa pallida, pallida, e col bagliore della febbre negli occhi, passeggiava sotto il braccio all'avvocato Leoni. Ella sapeva ch'egli era stato innanzi alla Sacra Consulta il difensore di Monti e Tognetti, ma non ardiva d'interrogarlo sui particolari di quella seduta, chè troppo si sentiva lacerata nell'intimo del cuore al solo pensarvi.

L'avvocato le chiese di ballare seco un valzer, di cui l'orchestra aveva intuonato il preludio.

—Grazie! rispose essa con voce soffocata, non ballo stassera.

—Si sente poco bene? chiese il giovane, al quale non era sfuggito il tremito della mano, che posava sul suo braccio.

—No, soggiunse la signora; ma il caldo delle sale, lo splendore dei lumi, il chiasso della musica, mi hanno fatto girare la testa.

—Vuole che scendiamo in giardino? un poco d'aria fresca le porterà giovamento.

—Non vorrei che fosse troppo freddo.

—Potrà coprirsi colla sua mantellina.

E senza aspettare la risposta, Leoni corse a prendere la mantellina di casimiro, che la principessa avea deposta sopra un divano. Traversarono la sala, e giunsero alla loggia, dalla quale si scendeva al giardino. Era un portico magnifico a colonne di granito e a dipinti raffaelleschi, tutto chiuso dalle invetriate e adorno di specchi e di busti antichi.

Una scala di marmo bianco coi parapetti intagliati conduceva al giardino ricco di aranci e di fontane, e in quella sera vagamente illuminato, a lampade opache di vario colore.

In cima alla scala Leoni adattò la mantellina sulle spalle della principessa, poi sostenendole il braccio, scese con essa.

Il giardino era pressochè deserto. Le coppie che poco prima si aggiravano per le curve dei viali infiorati, erano state richiamate nelle sale dalle battute del valzer.

L'avvocato Leoni, tenendo al braccio la principessa, prese la via che costeggiava il muro di cinta, tutto coperto da un fitto rosajo, immaginandosi, che da quella parte si trovasse la porticella, per la quale Maria Tognetti doveva essere entrata nel giardino.

L'uno e l'altra tacevano, tutti assorti com'erano in pensieri, che sebbene diversi, convergevano a un punto solo. Così silenziosi arrivarono dove il viale si perdeva in quattro o cinque sentieri, in mezzo ai quali era una statua dal vasto piedistallo circuito di sedili.

Dietro a quello, stava nascosta Maria, che, sporgendo ad ora ad ora la testa celata dalle foglie dei virgulti, cercava di conoscere chi si andava avvicinando.

Quando vide appressarsi l'avvocato e la principessa, sentì battere violentemente il cuore, e delle goccie di sudore freddo bagnarle la fronte. Le pareva che la vita del figlio suo dipendesse da quel momento.

Si resse colla mano ai fregi marmorei del piedestallo, poi quando i due che si avanzavano le furono proprio vicini, uscì fuori, e si piantò ritta in piedi dinanzi a loro.

La principessa mandò un grido, subito rattenuto. Essa aveva creduto a una visione, a un'illusione della sua fantasia agitata dal rimorso, e rimase immobile pel terrore. Ma quando Maria si avanzò ancora, e si accinse a parlare, ed essa non potè più dubitare della realtà di quella figura, si sciolse rapidamente dal braccio di Leoni, e mosse per fuggire. Ma la Tognetti non gliene diede il tempo; l'afferrò per le vesti, e sclamò:

—Voi m'ascolterete, signora, mi ascolterete!

—So che cosa volete: la vita di vostro figlio! mormorò a bassa voce la principessa, senza volgersi a guardare quella donna, che le faceva veramente paura.

—Egli è condannato a morte! intendete, signora? Aspetta il giorno del suo supplizio… e per vostra cagione!

—È vero, è vero: voi avete il diritto di accusarmi, di maledirmi; ma per quanto ho di più sacro, per la vita del figlio mio, vi giuro che io farò tutto quanto è possibile per salvare il vostro.

—Un'altra volta mi faceste la medesima promessa.

—Una forza irresistibile mi costrinse a mancarvi, ma questa volta…

Un subito rumore giunse all'orecchie delle due donne e dell'avvocato, che assisteva in silenzio a quel dialogo.

Il valzer era terminato: le liete coppie ritornavano a respirare l'aria aperta nel giardino; e si affollavano nella scala cianciando e ridendo.

—In nome di Dio, partite, gridò la principessa.

—Dunque me lo giurate? la vostra mano, signora! disse la Maria.

La principessa le porse la sua mano agghiacciata. La povera donna la strinse con forza, replicando:

—Lo giurate!

Poi sparì rapidamente fra il fogliame del boschetto.