WeRead Powered by ReaderPub
I misteri del processo Monti e Tognetti cover

I misteri del processo Monti e Tognetti

Chapter 34: XXIX
Open in WeRead

About This Book

A narrative traces the events leading to and surrounding a prominent courtroom case involving two working-class men, interweaving courtroom scenes with episodes of everyday life in a city on the brink of political upheaval. Portraits of impoverished clergy, anxious families, and laborers reveal how economic hardship, rumors of rebellion, and competing loyalties shape personal choices and community judgment. The account balances procedural detail about the trial with moral reflections on authority, popular unrest, and the precariousness of ordinary lives caught between civic passion and institutional power.

XXVIII

Spionaggio.

L'avvocato sostenne la principessa che vacillava.

—Non si devono frapporre indugi, disse una voce a poca distanza da loro: la sentenza deve eseguirsi immediatamente.

—E se intervenisse la grazia sovrana? soggiunse un'altra voce.

—È impossibile! riprese la prima. In questo caso la grazia sarebbe abdicazione. Se quei due ribaldi non venissero decapitati, manderei all'aria il mio cappello rosso.

La principessa si volse; quegli che aveva pronunciate queste ultime parole era suo cognato, il cardinale Rizzi, ch'era sceso in giardino, passeggiando con monsignor Pagni.

Essa rabbrividì fino nelle ossa, si strinse al braccio dell'avvocato, e quasi trascinandolo, fece ritorno con esso alle sale del ballo.

Passando accanto al cardinale Rizzi, aveva sentito l'orrore che si prova al contatto di un'aspide, e a quella sensazione penosa per contraccolpo era succeduto il baleno di un'improvvisa speranza.

Alla festa assisteva un altro cardinale, ch'era appunto il contrapposto di quello; era uno di quei rari esempi di tolleranza e di moderazione, che appajono come eccezioni in mezzo allo stuolo idrofobo delle eminenze e dei prelati. Il cardinale Baldoni, più che sessagenario, aveva una testa coronata di capelli bianchi, sulla quale stava impressa la serenità dell'anima. Egli doveva la porpora alla profondità de' suoi studi teologici, che per quanto assidui, non erano giunti a isterilire del tutto il suo cuore. Si sapeva che il Papa lo stimava, e gli voleva bene, e spesso i suo' miti consigli erano riusciti bene accetti a Sua Santità; sebbene nel fatto avesse poi prevalso la volontà dei più accaniti clericali. Costoro disponendo dell'obolo di San Pietro, e degli arrolamenti della marmaglia mondiale, avevano acquistato un tale sopravvento nelle cose di governo, che sovente lo stesso cardinale Antonelli aveva dovuto piegarsi ai loro voleri.

Conoscendo l'indole buona del cardinale Baldoni, la principessa pensò che da lui solo si poteva ottenere una intercessione abbastanza potente per indurre il Papa a fare la grazia ai due condannati, o almeno al più giovane di essi, ch'era Tognetti.

Si avvicinò dunque al porporato, e lo pregò di passare con essa in un salottino, dove a sua richiesta li seguì anche l'avvocato Leoni.

La signora lo presentò al cardinale, come l'avvocato che aveva strenuamente difesi i due condannati a morte dalla Sacra Consulta, poi espose con tutto il calore la domanda, ch'essa medesima gli faceva in nome di lui. Tutto ciò che può dettare la passione a una donna essa lo disse; l'avvocato aggiunse tutte le ragioni, che la giurisprudenza e la logica suggerivano, per consigliare la grazia sovrana in quella occasione.

Egli fece osservare a Sua Eminenza come Monti e Tognetti non potessero dirsi autori principali del delitto di Lesa Maestà, pel quale erano stati condannati, non potendo essi venir considerati altrimenti che come agenti subalterni della ribellione, e perciò non dovevano essere puniti colla pena capitale; tanto più che la condanna, non solo non era stata pronunciata all'unanimità, ma era stata anzi decisa da una debolissima maggioranza. Che Tognetti in ispecie, stando anche all'accusa, non avrebbe avuto nel fatto che una parte del tutto secondaria, e militava poi anche a suo favore la giovane età di ventitrè anni.

Il cardinale Baldoni ascoltò attentamente, stette alquanto pensoso in silenzio. Poi prese una mano della principessa e una dell'avvocato, le strinse colle sue e disse:

—Domani io mi presenterò a Sua Santità; e tutto quanto è possibile per ottenere la grazia dei due condannati, o almeno del solo Tognetti, io lo dirò, e lo farò. Pregate il Signore perchè mi assista.

La principessa e l'avvocato, con moto spontaneo e concorde, si abbassarono a baciare le mani del cardinale, ch'era in quel momento il sacerdote vero dell'amore e del perdono.

La principessa Rizzi non aveva chiusa la porta del gabinetto per non destare sospetti, e credendo che nessuno sarebbe stato tanto indiscreto da scrutare il segreto di quel colloquio.

Ma ella si era ingannata.

Il cavaliere Marini era, come sappiamo, nella festa. Quell'uomo possedeva un istinto poliziesco tutto speciale, un colpo d'occhio da vero inquisitore: erano queste le qualità che lo distinguevano, e che avevano fatto di lui il processante pontificio per eccellenza.

Con queste facoltà naturali perfezionate da un lungo esercizio, esso era arrivato a un tal punto di percezione subitanea, che nulla, di quanto si diceva o si operava intorno a lui, gli sfuggiva. Coglieva a volo le frasi, vedeva colla coda dell'occhio, e a forza di raziocinii istantanei penetrava nell'intima ragione dei fatti.

Egli si accorse dunque delle parole che la principessa rivolse al cardinale Baldoni, quando essa lo pregò di accompagnarla nel gabinetto; e ne aveva indovinato istintivamente il motivo.

Quando poi vide la signora ritirarsi in compagnia del cardinale, e seguirli l'avvocato Leoni, non ebbe più dubbio sull'oggetto di quella conferenza, e passando più volte innanzi alla porta del gabinetto, vi ficcò dentro lo sguardo; vide l'avvocato parlare con calore, mentre la principessa era atteggiata alle preghiere, di più intese pronunziare il nome di Tognetti, e infine vide lo slancio con cui i due supplicanti avevano attestata la loro riconoscenza al cardinale.

Era ormai cosa evidente per il giudice processante. L'avvocato e la principessa avevano pregato l'eminentissimo Baldoni, perchè chiedesse al Papa la grazia dei due condannati a morte, ed esso aveva acconsentito. A' suoi occhi era quella una specie di complotto, che metteva in pericolo il governo, la religione, e più ancora il compimento dell'edifizio processuale da lui con tanta fatica innalzato, e che doveva essere coronato con due capi recisi.

Quelle tre persone non erano ancora uscite dal gabinetto, che il cavaliere Marini, correndo a rompicollo giù per la scala della loggia, scendeva in giardino per dare avviso della sua scoperta al cardinale Rizzi. Questi inorridì alla sola idea che i due ribelli potessero andar salvi dalla morte, che un suo collega, una delle colonne di Santa Madre Chiesa, potesse proporne la grazia al Pontefice. Pensò che non v'era tempo da perdere per scongiurare un tanto pericolo. Ringraziò fervorosamente il giudice processante: e senza risalire nelle sale, fece venire la sua carrozza, e non ostante che fosse notte inoltrata comandò al cocchiere di condurlo al Gesù, celebre convento dei gesuiti romani.

XXIX

A Civita-Vecchia.

Curzio era stato rinchiuso nel maschio della fortezza: la sua celletta quadrata era posta nella sommità dell'edifizio; riceveva aria e luce da un finestrino sbarrato posto al di sopra della porta, la quale si apriva in una loggetta coperta, che guardava il mare. Gli era accordata un'ora di passeggio ogni giorno su quella loggetta.

Gli sguardi di Curzio in quell'ora di sollievo, nella quale poteva godere dell'aria e della luce a suo piacere spaziavano sulla vasta superficie delle acque, e la sua mente trasvolava in quei sogni di libertà, che sono così cari al prigioniero. Avveniva qualche volta che la sua attenzione era attirata più in basso da un rumore di catene e da un indistinto frastuono di voci.

Il prigioniero si volgeva allora a guardare in fondo alle mura stesse della fortezza, e scorgeva dapprima un indistinto brulicare d'esseri viventi somiglianti a uno sciame di rettili raggomitolati nel fondo di un pozzo; poi guardando meglio si avvedeva che quegli esseri appartenevano alla razza umana. Erano infatti uomini, vestiti uniformemente a righe di colore oscuro, e agglomerati in un profondo e fetido cortile; alcuno di essi mandava ad ogni passo il lugubre suono dei ferri che gli stavano avvinti a' piedi; altri appajati dai ceppi, erano costretti a muoversi di concerto. Erano insomma galeotti.

Eppure quegli uomini chiacchieravano, scherzavano allegramente, a giudicare dai loro movimenti e dalle voci, e qualche volta uno scroscio di risa schietto e romoroso giungeva fino alle orecchie di Curzio.

Egli rabbrividiva allora, pensando che anch'esso poteva essere condannato alla galera, e quindi venire calcato in quella putrida fogna, e frammisto a quei volgari malfattori, a quei ladri, a quegli omicidi, che colle infami vesti sul dosso, e colle colpe più infami sulla coscienza ridevano della pena insieme e del delitto.

Pensava che più dolce sarebbe in tal caso la morte incontrata e subìta in un punto, e gli sorgea la voglia di precipitarsi giù da quella loggia andando a battere il capo sulle pietre o le roccie del fondo. Ma l'idea del dovere lo tratteneva dal farlo. Egli rifletteva che fino a tanto che fosse in lui fiato di vita poteva tornar utile alla sorte de' suoi fratelli, e quindi non aveva il diritto di disporre de' suoi giorni, finchè quelli dei compagni fossero in pericolo.

E così pensando, lo angosciava l'idea di essere là chiuso e isolato, e di non poter far nulla per essi. Cento volte aveva chiesto a' suoi carcerieri con parole e con cenni, che lo facessero parlare con un giudice, con un uditore, con un ufficiale qualunque. Esso aveva l'intenzione di fare una deposizione sul fatto della mina, in modo da aggravare tutta la colpa sopra sè stesso, e così giovare in qualche modo a Monti e Tognetti. Ma quei militari, non intendevano, o fingevano di non intendere, e non rispondevano in modo alcuno alle sue interrogazioni, tali essendo gli ordini che dovevano eseguire.

Un giorno il giovane prigioniero tutto rapito da' suoi pensieri, misurava a gran passi la piccola loggia, sì che in tanta strettezza di spazio gli era forza di rivolgersi ad ogni tratto, e finiva con descrivere quasi un cerchio, come fanno le belve chiuse nella gabbia, quando sentì cadere vicino a sè un piccolo oggetto penetrato dal di fuori.

Lo cercò, lo raccolse, era un sassetto al quale era ravvolto e legato con un filo un pezzetto di carta. Slegò e svolse quella carta, e vi trovò scritte in un brutto carattere, e con pessima ortografia queste sole parole:

«Monti e Tognetti sono stati condannati a morte.»

Corse ad affacciarsi al parapetto e guardò di fuori.

Dinanzi si apriva allo sguardo la scena interminata del mare; laggiù sotto il maschio i baluardi con qualche sentinella che passeggiava col fucile sopra la spalla, più in fondo la darsena che in quel momento pareva deserta; i galeotti erano fuori al lavoro.

Curzio non poteva capire donde e da chi gli fosse stato lanciato quel dispaccio aereo. Seguitò a guardare da ogni parte, e si accorse che sopra una specie di terrazza che copriva un fabbricato basso e adjacente al maschio della fortezza stavano lavorando otto o dieci forzati: non era impossibile che qualcuno di essi lanciando con braccio vigoroso il sassetto l'avesse spinto fino alla loggetta dov'egli si trovava.

Ma tutti quei condannati parevano intenti al loro lavoro, e nessuno di essi rispose ai cenni che Curzio rivolse da quella parte. E poi, come e perchè uno di quei galeotti avrebbe potuto trasmettergli quell'avviso? da chi dunque sarebbe proceduto? da persona amica o nemica? Fosse vera o falsa la notizia?

Queste furono le riflessioni nelle quali si sprofondò la mente di
Curzio.

—Ad ogni modo, questa fu la conclusione a cui venne, l'obbligo mio è quello di accorrere in loro soccorso, di tentarlo almeno. La sola possibilità del fatto m'impone questo dovere.

Sporse il capo fuori dal parapetto, e misurò l'altezza a cui si trovava, studiò tutte le sporgenze e le scabrosità del muro, per vedere se era possibile una discesa. Si ricordò di aver letto come Benvenuto Cellini operasse la sua fuga da Castel Sant'Angelo, calando da un'altezza molto maggiore. Ma poi? quando fosse disceso non sarebbe osservato da otto o dieci sentinelle, che non tarderebbero un momento a fargli fuoco adosso? E quand'anche arrivasse a toccare illeso il terreno; non si troverebbe sempre dentro il recinto della fortezza, e soprafatto dal numero dei soldati? E non sarebbe allora rinchiuso in una cella più stretta e sicura della prima? Stava discutendo questi pensieri, quando venne il sergente profosso colle sue chiavi a chiuderlo nella segreta; l'ora del suo passeggio era trascorsa.

Nel giorno seguente Curzio, mulinando sempre mille diversi progetti, aspettò con impazienza il momento in cui lo stesso sergente sarebbe venuto ad aprire la porta della sua cella, ed egli sarebbe stato libero di passeggiare nella loggetta. Giunse finalmente il momento, e Curzio appena fu solo, corse ad affacciarsi al parapetto, e rivolse la sua attenzione da quella parte dove stavano a lavorare i forzati. Si accorse allora che in quel giorno erano passati a un altro posto molto più vicino a quello dove egli si trovava: stavano sul tetto di un corpo di fabbrica che faceva parte del maschio, ma non giungeva all'altezza maggiore dell'edifizio.

Alcuni galeotti erano stati scelti per eseguire tutte le opere muratorie di riparazione di cui avevano bisogno i fabbricati del forte: ed erano quelli appunto che nel giorno innanzi il prigioniero aveva visti a lavorare in una terrazza, e in quel dì erano passati sopra un tetto vicino.

Curzio li osservò con attenzione; se da quelli era provenuto l'avviso, senza dubbio con essi si avvicinava anche il soccorso. Così pensava, quando si avvide che uno dei condannati, colto il momento in cui i suoi compagni erano volti da un'altra parte, fece verso lui un rapido cenno, di cui esso non comprese bene il significato; ma pareva che volesse dire: Aspettate.

Non v'era dubbio, era da quella parte ch'egli aveva un amico. L'idea che si trattava di un galeotto mosse un istintivo ribrezzo nell'animo del giovane. Ma poi pensò che poteva anche essere un patriota condannato agl'infami ferri della galera per causa politica, e si decise di accettare l'ajuto che quegli non avrebbe tardato ad offrirgli.

Pure egli aspettò invano un altro segno; passò l'ora intera senza alcuna novità, e il sergente profosso, puntuale e inesorabile come il tempo, venne ad aprire la porta della cella, e a riserrarla, dopo ch'esso fu entrato. Curzio passò quella notte in una agitazione continua; erano passati due giorni, dacchè gli era pervenuta la notizia della condanna; certamente la esecuzione era vicina. Nel suo modo di sentire magnanimo ed entusiasta lo starsene inoperoso in tale frangente era un delitto, anche per lui così chiuso e guardato a vista nella cinta d'una fortezza; a costo di frantumarsi il capo od essere crivellato dalle palle egli doveva tentare di evadere. Non sarebbe forse riuscito a giovare a' suoi compagni. Non importa: egli sarebbe morto com'essi; e il salvamento della sua vita non avrebbe lasciato sul suo nome il sospetto di un'impunità comprata a prezzo del tradimento. In questi pensieri vagò per tutta quella notte e nel dì seguente, sicchè quando vennero ad aprirgli la porta pel consueto passeggio, egli aveva già fermato fra sè e sè un proposito disperato.

XXX

Tradimento.

Curzio, venuto fuori sulla loggia ed affacciatosi al parapetto, si accorse con meraviglia e piacere, che quella volta i galeotti addetti alle opere muratorie della fortezza, erano molto più vicini a lui che non fossero il dì prima. Essi lavoravano in quel giorno sopra una specie di ponte mobile, situato a ridosso di quella parte del maschio, ov'egli appunto si trovava.

A un leggero sibilo ch'egli emise, un forzato, che Curzio riconobbe per quello stesso che nel giorno innanzi gli aveva fatto cenno di aspettare, volse la testa in su, e appena lo vide, gli fece un altro segno, più espressivo del primo, col quale gli diceva con tutta evidenza: Tenetevi pronto.

Curzio rimase intento cogli occhi ad ogni più piccolo moto di quei condannati; gli parve che quel medesimo che gli aveva diretti quei segni, scambiasse un rapido cenno col loro guardiano. Poi di lì a poco, come se avessero terminato il lavoro della giornata, i galeotti a due a due sfilarono giù dal ponte: uno solo rimase: era proprio quello che aveva stretta seco una segreta intelligenza. Era di quelli che non portavano la catena.

Il giovane prigioniero non ebbe tempo di maravigliarsi del come quel forzato avesse potuto rimanere indietro sul ponte non ostante la sorveglianza del guardiano, chè una sorpresa più forte lo aspettava. Appena il condannato fu rimasto solo, con una sveltezza e un'agilità, che lo dimostravano provetto in siffatti esercizi, si diede a salire ponendo i piedi sulle ineguaglianze del muro, come avrebbe fatto sui gradini di una scala. Fu così rapida la sua salita, ch'egli giunse al parapetto e saltò dentro la loggia di Curzio, prima che questi potesse rendersi ragione di tutta l'estensione del pericolo che quell'uomo correva, e prima che nessuna delle tante sentinelle che vigilavano all'intorno si accorgesse di quel viaggio prodigioso.

—Presto, presto! disse quell'uomo appena fu vicino a Curzio; vestitevi con questi abiti.

E così dicendo in un baleno egli si trasse di dosso la casacca, i calzoni, e il berretto a righe gialle e nere, che formavano il suo vestiario da galeotto.

Curzio rimase un istante irresoluto; per quanto forte fosse il desiderio ch'egli aveva di fuggire dalla sua prigione, si arrestò per un momento innanzi all'idea d'indossare quegli abiti. Ma vinse ben presto la ripugnanza, e spogliati con prestezza eguale a quella del condannato il suo soprabito e i suoi calzoni, si vestì rapidamente cogli abiti di colui.

—Ora, gli disse il galeotto, scendete subito per la strada per la quale io sono montato; la discesa vi riuscirà certo più facile della salita.

—E poi? chiese Curzio.

—Poi raggiungete il drappello dei forzati, e non temete. Il guardiano farà il resto.

Dunque il guardiano era d'accordo, pensò Curzio. Ma non era tempo da riflessioni. Salutò con un'occhiata più che con la voce quell'uomo misterioso; misurò collo sguardo la distanza che lo separava dal ponte mobile, scavalcò il parapetto, si aggrappò a quello colle mani, lasciò andare le gambe, cercò coi piedi un appoggio, e coi piedi e colle mani attaccandosi ai buchi della muraglia e alle rotture delle pietre diroccate, discese per l'altezza di cinque o sei metri, finchè cadde, più che non arrivasse, sul ponte. Di lì senza perder tempo entrò nella finestra, per la quale si penetrava nell'interno dell'edifizio. S'incamminò per un corridoio che trovò aperto dinanzi, e in fondo a quello raggiunse il drappello dei forzati, al quale doveva unirsi. Il guardiano gli fece un segno segreto con cui gli confermò la sua connivenza.

Curzio si confuse nel branco dei galeotti, e il guardiano li avviò innanzi.

Essi passarono corridoi, scalette, e baluardi, finchè giunsero nel cortile della fortezza, e di quivi passarono dalla gran porta, per ridursi alla darsena. Era cosa consueta, e nessuno vi faceva attenzione.

Quando furono giunti fuori della fortezza, si avviarono giù per una stradella vicina. In quella via il guardiano s'incontrò in un suo collega e con quello scambiò poche parole, dopo le quali gli cesse la guardia del drappello, ed egli col solo Curzio si avviò da altra parte.

È cosa consueta in Civita-Vecchia dove i galeotti sono occupati in ogni sorta di lavori, anche pei privati, il vederne un solo scortato da un guardiano volgere in una direzione qualunque.

Curzio e il guardiano passarono per molte vie, finchè si condussero all'aperta campagna. Quando furono giunti a un certo punto il guardiano fe' cenno a Curzio di fermarsi, poi si volse indietro, si accertò che non erano spiati da nessuno, e disse:

—Seguitemi!

Presero un sentiero di traverso, camminarono senza altre parole. Passarono in mezzo a una melanconica pianura, intralciata da roveti e da acque stagnanti, percorsa qua e là dalle mandre di bufali e di cavalli selvaggi; sì ch'era forza ad ora ad ora ripararsi nelle _staggionate_¹.

¹ Così chiamano nell'agro romano quei ripari di legno, dove si sta al sicuro dalle offese dei bufali e dei cavalli sciolti.

Il guardiano si fermava ad ogni tratto, e guardava intorno come per orizzontarsi, poi proseguiva il cammino, Curzio si fermava con esso, e con esso riprendeva la strada.

Andavano e tacevano. Pareva inutile a Curzio il fare domande. O quell'uomo voleva salvarlo, ed egli non aveva che a seguirlo per ridursi a buon porto: od era un traditore, e in questo caso egli era ormai in sua balìa, e non v'era possibile riparo. Unica via era quella di abbandonarsi alla sorte.

Quando furono pervenuti, dove la boscaglia si faceva più fitta, e l'acqua dilagava in palude, il guardiano si arrestò, e mandò un fischio prolungato al quale quasi subito fece risposta un fischio più acuto. Ed ecco sbucare da un cespuglio un uomo, e farsi incontro a quei due.

Curzio riconobbe la figura di Giano. Egli ignorava la parte di complicità che quell'uomo aveva avuto nel suo arresto, ma non poteva a meno di nutrire una certa diffidenza contro colui, che gli aveva promesso di condurlo a salvamento nella sera stessa in cui venne arrestato. E perciò quell'incontro gli mise nell'anima il sospetto, di cui diè segno indietreggiando d'alcuni passi.

—Non temete, disse allora Giano avanzandosi, io ho giurato alla signora principessa di liberarvi dalla prigione, e se l'altra volta non giunsi a trarvi a salvamento, spero questa volta coll'ajuto del Signore di riuscirvi.

Poi Giano fece un segno di convenzione al guardiano, che aveva condotto Curzio fino in quel luogo, e gli pose in mano del denaro che, l'altro guardò, e numerò ben bene prima di allontanarsi. Il giovane fuggitivo non era troppo rassicurato dal discorso di quell'uomo misterioso, ma egli si trovava in tale condizione, che gli era forza di seguire l'unica via che gli si era schiusa dinanzi.

Giano s'inoltrò nella boscaglia, facendo un cenno a Curzio, e questi gli tenne dietro.

Girarono a lungo in quel labirinto di macchioni e di paludi. Più s'inoltravano, e più si faceva forte nella mente di Curzio il sospetto del tradimento, e già meditava di abbandonare la sua guida, e qual si fosse il rischio, cacciarsi a caso nel bosco, fidandosi alla cieca fortuna: quando all'improvviso lo stesso Giano, che sopravanzava d'un buon tratto di strada il compagno spicca una rapida corsa, e in un baleno si perde nel più fitto della macchia, lasciando Curzio solo sopra il sentiero.

Allora ciò ch'era dubbio, diventa un'assoluta certezza. Giano era un traditore, che aveva procurata la sua evasione per condurlo a più sicura rovina.

Ma che fare in una situazione tanto pericolosa? Da che parte potea egli rivolgersi, così perduto in un bosco, all'avvicinarsi della notte, ignaro delle strade, stanco del cammino, senza cibo, senza denaro, e con quelle vesti da galeotto sul dosso?

Non poteva nemmeno decidersi a passare la notte alla meglio in quel luogo. Giano era andato senza dubbio a denunziarlo; e i soldati sarebbero venuti a cercarlo senza ritardo. Si mise in braccio della provvidenza, avviandosi alla ventura per uno di quei tanti sentieri della boscaglia. Dove lo condurrebbe? egli non lo sapeva ma camminava, camminava, colla speranza di allontanarsi almeno a tempo dal punto dove il traditore l'aveva lasciato.

Era forse un quarto d'ora che procedeva in quella direzione, quando si trovò sbarrata la via da un bacino d'acqua stagnante. Retrocedere, sarebbe stato un perdere tutto il frutto del cammino percorso: tentare il guado era troppo rischio e forse inutile. In quella stretta il giovane pensò di costeggiare lo stagno fino a che potesse riprendere il sentiero nella direzione di prima.

La riva di quella palude era frastagliata ad angoli che raddoppiavano il cammino. Curzio era giunto in un luogo nel quale i cespugli selvaggi riuniti a modo di siepe giungevano a toccare l'orlo dell'acqua, allorchè intese al di là di quel fogliame un rumore metallico simile a quello ch'è prodotto dal cozzo delle armi da fuoco. Certamente v'erano dei soldati nascosti fra quegli arbusti.

Retrocedè subito, e seguendo sempre la riva dello stagno, e raddoppiando il passo, continuò ad allontanarsi; a un tratto si trovò impedito il cammino da un corso d'acqua che veniva a perdersi nella palude. Con un salto vigoroso, si slanciò, e giunse a piede asciutto dall'altra parte del rivoletto.

Di là si apriva uno spazio più largo, libero dalle acque e dalla boscaglia; il fuggiasco poteva inerpicarsi sopra una piccola eminenza, che aveva di fronte, e franando giù dall'altra costa, trovare la salvezza. Ma in quella appunto che formava questo pensiero, ecco sbucare da quello stesso rilievo di terreno altri armati.

Era ormai cosa evidente: gli davano la caccia. Esso era circondato, come il cignale, intorno a cui si è formato un circolo di mute e di cacciatori.

Senz'armi, senza difesa, senza ajuto alcuno, esso era abbandonato ai nemici che si avanzavano da ogni parte. Già il cerchio si faceva più stretto, e le voci dei soldati, che si additavano fra loro il fuggitivo, giungevano fino a lui.

Che fare in quel supremo momento? Raggiunto dai soldati, avvinto, incatenato, sarebbe ricondotto a prigionia più dura, più disperata, si sarebbe di nuovo macerato in quegli sforzi impotenti, in quei desolanti pensieri di prima. Valeva meglio attirare sopra di sè il piombo di quelle carabine… e finirla! Fu con tale intendimento che Curzio simulò di volgere a impetuosa fuga dalla parte dell'acqua stagnante.

—Egli ci sfugge! gridò una voce. Fuoco!

E subito dopo i colpi dei moschetti echeggiarono in quella mesta solitudine.

Curzio, colpito da cinque o sei colpi, cadde supino. Non gli rimase che un istante di vita: il tempo di rivolgere un pensiero a sua madre, e un'ultima invocazione al Dio dell'avvenire.

Quando i soldati giunsero al luogo dov'era caduto lo trovarono cadavere.

Le trame tenebrose del principe Rizzi e del suo sicario avevano ricevuto il loro compimento.

Era vicina la notte: pochi soldati rimasero a far guardia al morto che si sarebbe trasportato l'indomani. Gli altri ritornarono in città.

Dopo la mezzanotte un soldato boemo stava di sentinella presso il cadavere, mentre i suoi compagni dormivano avvolti nei loro pastrani sotto un riparo di frasche. Stanco e un poco avvinazzato, egli andava sonnecchiando, finchè postosi a sedere sopra un sasso si lasciò vincere da quel torpore, che è una cosa di mezzo fra il sonno e la veglia.

Il buon boemo vagava da qualche istante in quella indecisa regione che sta fra i sogni e la vita reale, quando è svegliato del tutto da un rumore indistinto: spalanca gli occhi, balza in piedi, e vede vagamente in quell'ombra un braccio del morto alzato che ricade, e nello stesso tempo sente qualche cosa strisciar via tra l'erbe del terreno e le frasche.

Restò colpito da un improvviso terrore. Le fole superstiziose da cui fu cullata la sua infanzia diventano in quel momento realtà spaventose; vuol gridare e non può, vuol camminare, e non lo reggono le gambe. Trema come per freddo, e gli battono i denti.

Quando venne il caporale per toglierlo di sentinella, lo trovò in quello stato, fu deriso da tutti come pauroso, e alla mattina fu portato all'ospedale con una febbre gagliarda.

Quegli che produsse la disgrazia del soldato boemo fu Giano. Egli aveva promesso al principe un segno palpabile del suo trionfo. Curzio teneva al dito un anello, dal quale non si era mai diviso, perchè era un ricordo della principessa, e Giano lo sapeva, perchè una volta egli stesso aveva recato quel dono. Egli pensò dunque di portare al principe quel contrassegno.

Ronzando intorno al luogo dell'uccisione, approfittò della dormiveglia di quel soldato per avvicinarsi al cadavere, e strappargli dal dito l'anello, fuggendo subito carpone per terra, mentre la sentinella, allibita dallo spavento, divenne incapace di muoversi e di gridare.

Quando fu sotto il raggio della luna, guardò l'anello per riconoscerlo. Era ben quello; e di più, era tutto macchiato di sangue rappreso: ciò gli accresceva valore!

XXXI

Sua Santità Papa Pio IX.

Pio IX!… Pochi uomini della storia ebbero nella vita tanti singolari contrasti quanti se n'ebbe il conte Giovanni Maria Mastai Ferretti, assunto al pontificato col nome di Pio Nono. Capitano di cavalleria, lasciò le spalline per la mantelletta di prelato; missionario, viaggiò il vecchio e il nuovo mondo; antico framassone, iniziato in una loggia d'America, ha poi anatemizzati e scomunicati tutti quanti i framassoni dei due emisferi; esordì nel governo formandosi un ministero di repubblicani, e termina il suo regno ricevendo dai gesuiti l'imbeccata dei sillabi e delle encicliche.

Nessuno è giunto come lui all'apice delle benedizioni, per piombare poscia nel più profondo dell'abbominazione. Fuvvi un tempo in cui il suo nome fece il giro di tutta la terra, accompagnato da un eco di riconoscenza e di osanna; oggi esso è segno alle maledizioni di un popolo intero. Quella mano che nel 1846, scrivendo l'amnistia dei patrioti, diede il segnale della grande riscossa italiana, quella stessa mano ha segnato il comando esecutivo di tante sentenze di morte, ha consegnato tante teste al carnefice!

Che cosa è dunque quest'uomo? È il fariseo, che ravvolge il coltello traditore nelle pieghe del manto sacerdotale? È il tiranno assetato di sangue, che numera con gioia feroce le vittime scannate a' suoi piedi? È il prepotente erede d'Ildebrando che agogna la signoria del pastorale sopra la spada, e vuole elevare la cattedra di Piero sovra i troni più alti dei re?

Niente di tutto questo. Pio IX non è altro che un uomo volgare, che ha tutte le aspirazioni e gli stimoli della vanagloria, senza quella forza invincibile di volontà che è fonte e sostegno delle grandi ambizioni.

Nel principio del suo regno, quando egli bandì le riforme liberali, il suo primo desiderio fu quello di procacciarsi la fama dell'innovatore benefico, dell'uomo clemente e generoso. Fu allora che il partito retrogrado spinse le cose all'estrema rovina: quell'uomo debole si smarrì in faccia alle conseguenze della politica da esso inaugurata, e si lasciò andare come perduto in braccio di quel partito. Riposto sul trono riconquistato dalle armi straniere a prezzo di tanto sangue, il Papa non doveva regnare più che di nome. Il cardinale Antonelli, interprete della grande maggioranza dei cardinali, fu il vero sovrano; non così però, che anch'esso non dovesse subire lo sterminato potere dei gesuiti, che sopra ogni altro domina in Roma, e contro il quale nessuna potestà ecclesiastica potrebbe impunemente cozzare.

Coloro che governano in vece del Pontefice, conoscendone intimamente il carattere, blandiscono la sua vanità in tutti i modi. Una turba di fanatici intuona incessantemente un coro inesausto di lodi sul suo sistema di governo, che è appunto quello che piace ai dominatori gesuiti. Ed egli, vecchio acciaccato, e indebolito nelle facoltà della mente siccome nelle fibre, si compiace della definizione dei dommi, della pubblicazione dei memorandi, e della convocazione dei concilii, come di cose che devono raccomandare il suo nome alla posterità, sogno supremo e vaneggiamento dell'anima sua. E dopo un ricevimento di ufficiali, o una rivista di artiglierie sui prati della Farnesina, passa a far pompa dei paramenti levitici, nelle feste sontuose del Vaticano, o nelle visite dei conventi: e in mezzo a quelle soddisfazioni dell'amor proprio, a quegli orgogliuzzi, a quelle superbie puerili, passa contento l'ultimo avanzo della sua vita, senza badare più che tanto al sangue e alle lagrime che si spargono in suo nome.

A quel vegliardo dal cuore appassito, non resta vivo altro sentimento di quel medesimo che lo faceva caracollare baldanzosamente sul suo cavallo parato negli anni primi della giovinezza. Solamente l'oggetto della sua vanità è mutato: l'impulso è lo stesso.

Entriamo a vederlo; entriamo in quel sublime palazzo del Vaticano, che è quasi un Panteon dell'arte italiana; che ha per appartamenti le stanze dipinte da Raffaello, e per oratorio la Cappella Sistina, e per museo domestico il Belvedere; che racchiude insieme la Trasfigurazione e il Giudizio Universale, l'Apollo e il Laocoonte.

Entriamo. Passiamo per l'atrio custodito dagli alabardieri svizzeri, traversiamo il cortile vigilato dai palatini, percorriamo le anticamere gremite di guardie nobili, di prelati, di camerieri segreti, di _scopatori_¹, di bussolanti, di servidorame alto e basso; arriviamo alle stanze intime di Sua Santità. Ecco una camera parata da un damasco cremisi, che rimanda una tinta rossastra su tutti gli oggetti; e cremisini sono anche i divani, le seggiole, i tappeti che coprono le tavole; e rosso è il cortinaggio delle finestre, e rosso è il riflesso degli specchi. Si direbbe un lago di sangue.

¹ Così è chiamata una delle cariche più onorifiche della corte romana.

Un uomo solo, un vecchio pingue e grasso, sta genuflesso in un inginocchiatoio ornato da cuscini di velluto; egli è coperto da una veste bianca, che gli scende fino ai piedi, adorna di finissima trina e coperta da un ampio bavero circolare. Tiene giunte le mani e levata la testa, e lo sguardo rivolto verso un bassorilievo di marmo bianco infisso alla parete, dinanzi al quale, sta accesa una lampada. E testa e sguardo sembrano atteggiati al raccoglimento religioso.

Così pregava il Papa nella mattina del 18 ottobre 1868, e sotto le sue ginocchia, sopra un cuscino dell'inginocchiatoio, stava un foglio di carta ripiegato. Quel foglio era la sentenza, colla quale due giorni innanzi il Tribunale Supremo della Sacra Consulta aveva condannati a morte Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti.

Ogni volta che il sanguinario tribunale emana una sentenza di morte, perchè questa possa eseguirsi è necessario che il Pontefice la faccia seguire dalla sua approvazione. Epperciò ognuna di quelle sentenze, dopo pronunciata, viene trasmessa dal presidente della Sacra Consulta nelle mani di Sua Santità, perchè si degni approvarla.

In tale occasione i pontefici sogliono mettersi in orazione colla sentenza sotto le ginocchia, invocando, come dicono, la ispirazione divina, per decidersi ad approvare la condanna, oppure a far grazia della vita ai condannati.

Papa Pio IX stava dunque in quella mattina inginocchiato sulla sentenza di Monti e Tognetti.

Il bassorilievo, sul quale teneva intento lo sguardo, rappresentava la santissima Trinità, il Padre Eterno in sembianza di vecchio venerando, alla sua destra il Figliuolo in figura di Salvatore, col simbolo della redenzione fra le braccia, e sopra essi lo Spirito Santo in aspetto di colomba di pace. Ognuna di quelle figure, considerata secondo le credenze cristiane, doveva ispirare sentimenti di mansuetudine nella mente del vecchio sacerdote. Il Creatore rappresenta la paternità col suo inesauribile affetto; il Redentore del mondo è la personificazione più commovente del perdono; lo Spirito Paracleto rende visibile e toccante il vincolo d'amore che stringe l'uomo al suo Dio.

Ahimè! non erano queste considerazioni spirituali, non erano i sublimi precetti dell'Evangelio, che tenevano occupata la mente del vecchio in quei solenni momenti. Il suo pensiero vagava sulle grandezze temporali del soglio, abbracciava la sede dei Cesari, venuta in potere del prete coronato, raccapricciava per gli sforzi dei ribelli che vogliono rovesciare il suo trono, si compiaceva nel novero delle baionette e delle bocche da fuoco, che stanno in difesa della sua sovranità, e trasvolava più lontano nei campi insanguinati di Mentana, e gli pareva di ascoltare il rimbombo dei fucili chassepots, e credeva di vedere un branco di camicie rosse, lacere e disperse, e la bandiera francese e la papale, insieme conserte, piantarsi vittoriose in mezzo alla strage.

Eppure, fra quelle nebbie dell'orgoglio si facevano strada i miti consigli della pietà. Egli, vecchio cadente, spingere nel sepolcro due vite rigogliose e fiorenti! E sarebbe stata tanto bene la parola del perdono sulla bocca di un sacerdote!

Questi pensieri erano baleni fugaci in mezzo a una tenebra fitta. I consiglieri, i confidenti, i confessori, e cardinali, e prelati, e gesuiti, gli avevano susurrato lungamente all'orecchio, che l'unica via di salvare il papato e la Chiesa era la severità, che i nemici della religione avevano colmo il sacco della nequizia, che spargere il sangue di due ribelli era opera pietosa, perchè con questo s'impediva il traviamento di mille innocenti, che il perdono sarebbe stato, più che periglioso, funesto e irreparabile danno, perchè dalla mitezza i nemici traevano maggiore ardimento, e sarebbe venuto il tempo che avrebbero soverchiata ogni possa, ogni riparo, e che era un tentare Iddio fidare ciecamente nel suo aiuto, senza por mano agli argomenti umani, e non si doveva abusare della Provvidenza, nè ostentare in tali casi la clemenza, chè ogni virtù giunta all'eccesso diventa vizio colpevole e dannoso.

Così lo stuolo dei neri corvi aveva ammonito e impaurito il povero vegliardo: ed erano questi i pensieri che colle fantasmagorie delle schiere armate, e delle battaglie, e delle rivolte, e delle mine, tornavano più spesso a travolgere la sua testa vacillante; sì che i tepidi sentimenti della compassione e della benignità restavano in quel turbine soffocati e dispersi.

XXXII

Scene intime del Vaticano.

Stava il Pontefice raccolto in quella meditazione, di cui abbiamo dato un'idea, quando un camerario bussò discretamente alla porta; poi a un cenno del Papa entrò nella stanza. S'inginocchiò sulla soglia, e disse:

—Santità, l'eminentissimo Baldoni domanda la grazia d'essere ammesso al bacio del santo piede.

Pio IX si levò in piedi, appoggiandosi all'inginocchiatoio, e con due o tre passi lenti e stentati si ridusse a sedere in un soffice seggiolone di velluto.

Stette alquanto immobile e come irresoluto, poi si volse al camerario, sempre inginocchiato, e gli disse:

—Venga Baldoni.

Il camerario si levò ed uscì.

Dopo un istante si riaperse la porta; entrò nella stanza il cardinale
Baldoni, e si genuflesse.

Il Papa gli fe' cenno di alzarsi, e di venire innanzi.

—Venite, figliuolo, disse: la vostra visita è benvenuta in questo
  momento.

—Voglia il Signore che io sia esaudito nella grazia, che vengo a domandare a Vostra Santità, disse il cardinale.

—Voi venite a chiedere la grazia di due condannati?

—Sì, beatissimo Padre.

—Dunque, voi siete del parere, che l'accordare questa grazia sarebbe cosa opportuna?

—Io credo che sarebbe l'opera più buona che Vostra Santità possa eseguire in questo momento.

Pio IX stette alquanto pensoso in silenzio, poi soggiunse, ripetendo ciò che gli era stato detto all'orecchio ben cento volte in quei giorni:

—Eppure è necessario un esempio! così dicono tutti.

—Si vuole l'esempio della severità e del rigore; e non sarebbe più efficace quello della clemenza e del perdono?

—La baldanza dei nostri nemici cresce a dismisura.

—E si crede atterrarla col sangue?… Beatissimo Padre, io non dovrei parlare con argomenti umani a chi riceve le sue ispirazioni dal cielo; ma se guardiamo alla storia dei popoli e dei regni, vedremo che lo spargimento del sangue non ha mai rassodato un trono, ma piuttosto ne ha accelerato la caduta.

—Questo non potrà accadere della cattedra di San Pietro, la quale è fondamento di quella Chiesa, contro cui le porte dell'inferno non potranno mai prevalere.

—Appunto per questo, Santità, perchè siamo certi di quell'aiuto divino, che non sarà mai per mancarci, non abbiamo d'uopo di ricorrere a quei mezzi violenti, ai quali sogliono affidarsi i re della terra pel mantenimento delle loro monarchie. Solamente il vicario di Cristo può mantenersi intatto, come colomba che sorvola sul lago delle brutture umane, senza averne le ali insozzate.

Il Papa non rispondeva più, ma appoggiato colla faccia alla palma della mano, pensava. Quelle parole del cardinale avevano evocate le ridenti immagini del tempo passato, allorquando esso aveva seguiti i consigli di pace e di perdono, che Gesù Cristo gli trasmise dall'alto della sua croce, e disserrate le prigioni, e frante le catene, s'era vista intorno una famiglia amorosa ed esultante, e un popolo intero lo aveva chiamato l'angelo della redenzione. Per fermo quello era stato il tempo più bello della sua vita; quella fu l'aureola più splendente, che abbia mai circondato un capo coperto dal pesante triregno.

E il suo cuore, fatto sterile e duro da quella lunga solitudine del trono, ritrovava un'onda di tenerezza, alla quale si rannodava quell'indomito sentimento, che a traverso i traviamenti della vita, gli fa sempre ambire l'esaltamento e la glorificazione del suo nome.

Il cardinale Baldoni guardava intento la figura del Pontefice, scrutando nel suo interno; e parve che indovinasse quanto si volgeva dentro quell'anima, perchè, avvicinandosi alquanto, gli mormorò quasi all'orecchio:

—Quante benedizioni, quanti auguri, quante espansioni di gratitudine giungerebbero fino alla Santità Vostra!…

Quelle parole furono come la stilla che fa traboccare il vaso pieno, perchè subito dopo il Papa disse:

—Baldoni, datemi un foglio.

Il cardinale corse a un tavolo, su cui stava carta e calamajo, prese un foglio, lo sovrappose a una cartella, e intinse una penna, poi venne innanzi al Pontefice; s'inginocchiò, gli porse la penna, e gli presentò il foglio sulla cartella, sostenuta dalle sue mani.

—Il divino Spirito, disse, guidi ora la mano di Vostra Santità.

Il Papa si accinse a scrivere.

In quel momento sopraggiunse il camerario ad annunziare a Sua Santità che sua Eminenza il cardinale Antonelli, Segretario di Stato, domandava udienza.

Antonelli entrò col suo riso sarcastico sulle labbra. S'inginocchiò sulla soglia, sorse, si avvicinò.

Pio IX con un movimento istintivo gettò con una mano la penna, e coll'altra respinse la cartella col foglio, che Baldoni gli stava porgendo.

Quei movimenti non sfuggirono all'occhio linceo del Segretario di
Stato.

—Beatissimo Padre, disse questi, sono venuto a pormi agli ordini della Santità Vostra, per accompagnarla alla rivista.

—La rivista! disse il Papa come trasognato.

—La Santità Vostra ha forse dimenticato che per oggi fu fissata una rivista del corpo degli zuavi, alla quale si è degnata promettere che sarebbe intervenuta.

—Davvero che non me ne ricordava affatto; ma è proprio oggi?

—Oggi appunto; e l'ora sta per suonare.

—Ed io che non ci aveva pensato! Ora converrà che mi faccia vestire.

Il cardinale Baldoni guardò in faccia l'Antonelli, che teneva le labbra inarcate a un ghigno beffardo.

Quell'incidente della rivista gli pareva uno stratagemma del
Segretario di Stato.

Antonelli si avvicinò a una finestra: e sollevò la cortina.

—Ecco, disse, che la truppa è schierata in Piazza San Pietro e senza dubbio aspetta l'arrivo di Vostra Beatitudine.

—Aspetta? suonate dunque, Antonelli; fate allestire la carrozza, e vengano a vestirmi.

Antonelli suonò il campanello, e diede degli ordini al camerario.

Baldoni si avvicinò intanto al Papa, e gli disse a bassa voce:

—Se prima di uscire Vostra Santità volesse degnarsi di scrivere quelle due righe…

—È meglio che vi pensi ancora, rispose Pio IX.

—Pensarvi! riprese il cardinale. Con un tratto di penna può salvare due vite umane, e vuole pensarvi!

—Zitto, che Antonelli non vi senta, disse piano il Papa.

Baldoni si volse, e vide Antonelli, che in quel momento esprimeva col riso la sicurezza del trionfo.

Baldoni volse un'occhiata di compassione al Pontefice, poi s'inginocchiò in atto di congedo.

Pio IX gli fece sul capo il segno della benedizione, e gli disse:

—Venite a trovarmi.

Il cardinale rispose a mezza voce:

—Quando ritornerò, Santità, sarà troppo tardi.

Il Papa finse di non capire.

Baldoni fu raggiunto in anticamera dal cardinale Antonelli, che lo accompagnò fino alle scale con ironiche dimostrazioni di cordialità e di ossequio.

Intanto i camerieri intimi erano entrati nella stanza del Papa per comporre il suo abbigliamento.

XXXIII

Il Papa nero.

Lasciammo il cardinale Rizzi quando dalla festa da ballo si era fatto condurre al convento del Gesù, dove si fece annunciare al Padre Generale dei gesuiti. Un tanto visitatore fu ricevuto non ostante l'ora tarda dal Generale.

Egli stava lavorando nel suo gabinetto; due giovani gesuiti francesi suoi segretari particolari, gli leggevano delle lunghe filze di rapporti segreti, ai quali egli apponeva di sua propria mano delle brevi postille in matita rossa.

All'ingresso del cardinale si levò in piedi, e fe' cenno ai segretari di lasciarli soli. I due frati uscirono. Il Generale indicò un seggiolone all'eminentissimo, e sedè dopo di lui.

Prima di assistere a quel colloquio, è necessario farsi un'idea della potenza straordinaria del Generale dei gesuiti.

In Roma esso è chiamato comunemente il Papa nero. Ed è cosa notoria che mentre il Papa bianco, ossia il vero Pontefice, non ha che un'autorità nominale ed apparente, come quella degli antichi dogi di Venezia, non v'ha nessuna potenza che stia sopra a quella del Papa nero.

Ciò proviene sopratutto da quella forza meravigliosa di organizzazione che seppe dare alla sua società Ignazio di Loyola, spirito veramente straordinario, mezzo soldato e mezzo estatico, che seppe associare l'elemento della subordinazione militare all'annientamento religioso, e così raggiunse l'ideale della passività nell'uomo, ridotto come una macchina in mano dei suoi superiori. Così i gesuiti hanno migliaia e migliaia di forze e d'intelligenze, spoglie di volontà, al servizio di una intelligenza e di una volontà, identificate in un uomo che è l'unico motore di tutto quell'immenso organismo. Questo è appunto il Generale, ossia il Papa nero.

Col mezzo dell'istruzione, della confessione, della stampa, del commercio, dei viaggi, usando a proprio vantaggio di tutti i progressi della civiltà, variando norme e sistemi a seconda dei tempi, il gesuitismo ha saputo dominare sul mondo, e resiste ancora agli attacchi incessanti della filosofia, della morale e del patriottismo.

In Roma i gesuiti sono i padroni veri della situazione, e usufruiscono del pari le truppe forestiere, l'obolo di San Pietro, le credenze religiose, e le influenze politiche. Il Papa, capo apparente della chiesa e il cardinale Antonelli, che regge il governo temporale di Roma, stanno sotto il dominio dei gesuiti. L'uno e l'altro hanno per confessore un padre gesuita incaricato di dirigere le loro coscienze, cioè di conformare i loro atti, nella sfera spirituale come nella temporale, agli intendimenti del loro Generale.

Pio IX, è poi il vero Pontefice che si richiede ai gesuiti; dominato com'è dalla vanagloria, egli si appaga degli elogi, degli omaggi e delle esaltazioni, in cui essi lo avvolgono, come in una nube d'incenso. Contento di quelle innocue soddisfazioni, come il fanciullo dei suoi balocchi, non imprende nemmeno un tentativo di rivolta contro la volontà che lo soggioga e dirige in tutte le sue operazioni.

È dunque vero che il potere del Papa nero è tanto solido e reale, per quanto è vano ed illusorio quello del Papa bianco.

—Reverendissimo Padre! cominciò il cardinale Rizzi, l'ora della mia visita le dirà abbastanza che si tratta di cosa della massima urgenza.

—Ed io ringrazio vostra Eminenza della sua premura, rispose il
Generale offrendo una presa di tabacco al cardinale.

—Si tratta nientemeno di un complotto, che ho scoperto questa sera alla festa di mia cognata, un complotto nel quale entra perfino un'Eminentissimo, e che ha per iscopo di salvare la vita ai due ribelli condannati a morte dal Supremo Tribunale della Sacra Consulta.

—Vogliono salvarli per mezzo della grazia sovrana! interuppe il
Generale sorridendo ironicamente.

—Appunto: ed io temo che vi possano riuscire. Sua Santità ha un cuore tanto angelico, che la compassione degli infelici basta a commuoverlo. Non mi farebbe meraviglia che arrivassero a voltargli la testa.

—È vero! il pericolo è abbastanza serio, e convien pensare senz'altro al rimedio.

—Per questo sono venuto subito a prevenirne vostra Riverenza.

—Ringrazio vostra Eminenza della sua premura.

—Ella troverà senza dubbio il riparo.

—Vi ho già pensato. Chi è il cardinale che si è incaricato di chiedere la grazia?

—Credo che sia l'eminentissimo Baldoni.

—Ah! Ah! capisco: è pecora segnata.

—Dunque ci pensa lei.

—Viva tranquillo, Eminenza.

—Non udremo un tanto scandalo.

—Non è il momento di mostrar debolezza.

—La riverisco.

—Le bacio le mani.

Il cardinal Rizzi partì soddisfatto di sè; si fece condurre a casa, e andò a dormire il sonno del giusto.

Il Generale fece venir subito nelle sue stanze tre padri, fra quelli che erano più addentro nei suoi segreti, erano il confessore del Papa, il confessore del cardinale Antonelli, il confessore del colonnello De Charette, comandante degli zuavi pontifici. Con essi il Generale tenne un lungo conciliabolo, ch'ebbe per iscopo di stabilire il modo sicuro di sventare gli sforzi di coloro che volevano ottenere dal Papa la grazia di Monti e Tognetti.

I confessori di Antonelli e di De Charette si posero all'opera alla mattina seguente; il confessore del Papa doveva operare più tardi.

La parata degli zuavi in Piazza San Pietro, e il ricordo che il Segretario di Stato fece al Pontefice di una supposta promessa erano conseguenze delle loro manovre.

Gli zuavi erano schierati sulla piazza, col loro colonnello De Charette alla testa. Quando apparve scalpitando sotto gli archi del colonnato il primo drappello della scorta del Papa, i tamburi suonarono, la fronte di battaglia si allineò, e al comando del colonnello i soldati presentarono le armi. Al primo drappello di cavalleria successe quello dei gendarmi, poi l'altro delle guardie nobili, e finalmente apparve la splendida carrozza dell'erede del pescatore.

Allora gli zuavi s'inginocchiarono, la bandiera si abbassò, e il colonnello in ginocchio anch'esso sul terreno aspettò la visita del sovrano. La carrozza del Papa si fermò innanzi alla truppa; i servi apersero lo sportello. Il cardinale Antonelli e un prelato, ch'erano in compagnia del Pontefice, lo aiutarono a scendere.

Pio IX, seguito dal cardinale e dal prelato, mosse verso il colonnello, e gli fece il cenno della benedizione sopra la testa, poi percorse tutta la fronte del reggimento, guardando con visibile compiacenza gli armati e le armi, e trinciando ad ora ad ora segni di croce colla mano aperta verso i soldati genuflessi.

Poi il Papa si avvicinò di nuovo al colonnello, e gli disse:

—Ci consoliamo con lei: noi riconosciamo sempre i nostri bravi zuavi, e sempre più ci teniamo contenti di loro.

—Beatissimo padre! soggiunse De Charette, i miei soldati anelano sempre l'occasione di potere spargere di nuovo il loro sangue in difesa della Santità Vostra.

Il Papa mise un sospiro, e:

—Sappiamo, disse, pur troppo che il loro sangue fu sparso!

—Ne sono compensati a esuberanza dalla benevolenza di Vostra Beatitudine, ripigliò il colonnello. Poi aggiunse: E anche dalla severa giustizia, che ha colpito i loro assassini.

Pio IX mandò un altro sospiro.

—Anzi, mi è forza chiedere in loro nome una grazia a Vostra Santità.

—Una grazia! esclamò il Pontefice, al quale sorse in mente il pensiero, che gli stessi zuavi volessero domandare la grazia dei due condannati. Dite pure, quale essa sia l'accorderemo.

—I bravi zuavi, a cui sta impressa nell'animo la morte dei loro fratelli, di quei prodi uccisi, il cui sangue grida tuttora vendetta, domandano l'onore di assistere sotto le armi alla esecuzione dei due delinquenti.

—È una soddisfazione ch'essi reclamano! disse il Papa sorpreso.

—È un servigio che si offrono di prestare, ribattè il colonnello.

—Sta bene, saranno esauditi.

Ciò detto, il Papa rifece sul capo del colonnello il segno della benedizione, poi ajutato dal cardinale e dal prelato, rimontò in carrozza.

Il cocchio papale insieme al corteo si avviò verso Porta Angelica, per la consueta passeggiata.

XXXIV

La firma del Papa.

Dopo tre quarti d'ora, il Papa era di ritorno nel palazzo del Vaticano, scese di carrozza sotto il portico del gran cortile quadrato, e preceduto dalle guardie e dai prelati di camera, seguito a breve distanza dal cardinale, salì le scale.

Erano giunti alla loggia dove stanno le scene del Vecchio Testamento, dipinte dalla mano di Raffaello d'Urbino, e da quella passavano nell'atrio vicino, quando all'improvviso apparve una donna, la quale, resistendo alle guardie, e trapassando lo stuolo dei cortigiani, venne a genuflettersi innanzi al Papa.

La voce soffocata dall'emozione e dai singhiozzi non le serviva, e invano cercava di parlare distintamente.

—Santo Padre!… mio marito!… furono le sole parole che potè emettere a stento, poi cadde svenuta.

L'inaspettata apparizione, l'agitazione di quella donna, fecero qualche impressione sull'animo di Pio IX, il quale ordinò che appena fosse rinvenuta fosse introdotta nelle sue stanze.

Infatti, dopo qualche minuto, Lucia Monti veniva condotta in quella medesima stanza cremisina, dove vedemmo il Papa pregare colle ginocchia posate sulla doppia sentenza di morte.

Questa volta, rinfrancata alquanto, e rimessa dallo sgomento del primo incontro, la moglie del condannato trovò una parola libera e commovente, pregando per suo marito.

—Santità! diceva ella, con una parola lei può ritornare da morte a vita il mio povero marito, la pronunci questa parola, per amore di Dio; e lei sarà come un Dio per me! Io la prego pei miei piccoli bambini, che aspettano il loro padre. Pensi che ha tanto sofferto, poveretto, in quest'anno, che ha passato in prigione, lontano dalla sua famiglia, e sopratutto dopo la condanna, all'idea di non poter più abbracciare i suoi figli. Oh! se ha fatto del male lo ha già pagato. Santo Padre! gli perdoni, come ha perdonato Nostro Signore. Renda il padre a quei poveri piccini, renda il marito a questa povera derelitta! Non abbiamo nel mondo altro sostegno, altra guida. Se questa ci manca, che sarà di noi? Ella, che è il padre degli afflitti, il ministro di Gesù Cristo, si lasci commovere da questo pianto, abbia compassione di noi poveri cristiani, ci tolga dalla desolazione! Può consolarci con una parola, la dica, per la Beata Vergine, per tutti i Santi la dica!

A questo punto l'infelice donna fu vinta nuovamente dall'emozione, si lasciò andare singhiozzando, prostesa colle mani giunte e la testa sul terreno.

Nel cuore del Papa si agitava una fiera tenzone. Lo abbiamo già detto, il cuore di Pio IX non è del tutto indurito. Sotto il lievito dell'egoismo e dell'indifferenza epicurea, accumulata da tanti anni di pontificato, serba ancora una fibra sensibile: e questa fu scossa dal pianto e dalle preci di quella meschina.

Egli si sarebbe adunque piegato a far la grazia ai condannati; ma appena vi poneva il pensiero, gli si presentavano nello stesso tempo i fantasmi dei gesuiti, e degli zuavi, e di Antonelli, e dei cardinali arrabbiati, che l'impaurivano, e sgridavano, e lo distoglievano dall'idea della clemenza, come da una debolezza imperdonabile e fatale.

Ma i muti singulti di Lucia, più eloquenti delle sue parole, a poco a poco finivano di vincere il cuore dei vecchio. Egli si alzò di subito: si avvicinò al tavolo, vi trovò la carta, e la penna, che poco prima gli aveva presentato il cardinale Baldoni. Intinse la penna, e scrisse una linea sulla carta.

In quel momento entrò un camerario, ad annunziare il padre Ferri.

Pio Nono rabbrividì.

Il padre Ferri era il confessore che la compagnia di Gesù aveva scelto a dominarlo: esso rappresentava agli occhi del Papa tutta intera l'idra gesuitica nella sua immensità spaventosa.

Egli si scostò dal tavolo, e fe' cenno al camerario di allontanare la supplicante. Il domestico disse a Lucia di seguirlo. Essa avrebbe voluto aggrapparsi disperatamente a quell'ultima speranza della grazia, ma sentiva mancarsi le forze. In quello sforzo supremo aveva esaurito ogni vigore, mandò un ultimo gemito di preghiera verso il Pontefice, e dovè attaccarsi al braccio del camerario per uscire senza cadere.

Mentre Lucia si allontanava dalla stanza del Papa, vi entrava in sua vece il Padre Ferri.

Egli s'inginocchiò dinanzi al Pontefice, e cominciò:

—Santo Padre! È la beatissima Vergine concetta senza macchia, che mi ha ispirata l'idea di venire a trovarla. Vostra Santità sta per prendere una gravissima risoluzione, ed io che indegnamente fui assunto all'onore di dirigere la sua coscienza, mi sento in dovere di porgerle una parola di consiglio.

—Padre! Venite a parlarmi in qualità di mio confessore? disse il
  Papa.

—Santità sì.

—Alzatevi dunque, e parlate al servo dei servi di Dio.

Il gesuita si levò in piedi e parlò in tuono d'ispirazione profetica, mentre il Papa seduto sul seggiolone, ma curvo col tronco, e col capo in segno di reverenza, lo stava ascoltando.

—Voi, Padre beatissimo, in questo momento porgete l'orecchio alla voce della clemenza, bella virtù e degna veramente d'un re sacerdote! Ma quando la giustizia fa udire la sua parola, la clemenza deve cedere e tacere. Perfino l'Onnipotente chiuse l'orecchio alle voci della misericordia e non esitò a sacrificare il suo prediletto figliuolo per soddisfare alla giustizia. La giustizia è la base e il cardine d'ogni opera buona, e senza la giustizia le altre virtù non sono altro che ombre ed errori. Nubi gravide di tempeste stanno addensate nei cieli, il tuono rumoreggia nell'aere, le mine degli empj sono approntate sotto i nostri piedi, e non aspettano che la scintilla che mandi tutto in rovina. Da chi troveremo soccorso, se mostriamo di amare i nostri nemici più degli stessi difensori, e se lascieremo inulte le ossa di coloro che sono morti per noi? Nè possiamo lusingarci di vincere colla mansuetudine i nostri nemici. Il demone dell'empietà li ha acciecati, e non anelano se non che distruzione e rovina. Il nostro perdono è l'arma di cui si sono valsi altra volta per ribellarsi, e cacciare lontano gli eletti del Signore. Con costoro la misericordia diventa empietà, e pietà il rigore.

Pio IX ascoltava tacendo; non rispose, non fiatò. Stese la mano sulla tavola, prese la carta che aveva scritta poco prima, e la lacerò.

Il gesuita comprese il suo trionfo e sorrise.

Nello stesso tempo veniva annunziato il cardinale Antonelli.

—Datemi quel foglio, disse il Papa al Camerario.

E indicò la sentenza, ch'era rimasta sul cuscino dell'inginocchiatoio.

Il famigliare prese la carta, e la porse inginocchiandosi al
Pontefice.

Questi afferrò la medesima penna con cui aveva un minuto prima vergato la grazia, e scrisse rapidamente due parole in calce a quel foglio, mentre il segretario di Stato entrava nella stanza.

—Eminentissimo, a voi! disse Pio IX porgendogli il foglio. Ecco la sentenza approvata.

Antonelli la prese senza parlare, e scambiò col padre Ferri un'occhiata di soddisfazione.

Il Papa li invitò a lasciarlo solo, dicendo che non si sentiva bene.

Quel debole vecchio, sbattuto da tante emozioni, stava male veramente.

Il cardinale e il gesuita uscirono insieme.