XXXV
Raffinamenti gesuitici.
Il segretario di Stato era aspettato nel suo gabinetto dal Generale dei gesuiti, al quale entrando mostrò la sentenza che aveva in mano.
Tanta era l'impazienza del generale, ch'esso la prese dalle mani del cardinale, prima che questi gliela porgesse. La svolse, la guardò e appena ebbe posti gli occhi sull'exequatur papale, sul suo volto si dipinse quel sorriso, che poco prima si era ripercosso fra il padre Ferri, e il cardinale Antonelli.
Fra quelle tre persone regnava il silenzio. Antonelli si era seduto allo scrittoio. Il generale, ritto in piedi colla sentenza in mano, vi teneva fisso lo sguardo senza leggerla. Il gesuita stava in piedi in alto rispettoso vicino alla porta.
Il primo a rompere il silenzio fu il cardinale.
—Ed ora, disse, non resta a far altro che a dare esecuzione alla sentenza.
—E nel più breve tempo possibile, aggiunse a modo di coda il gesuita.
Il Generale tacque alquanto, poi disse:
—No!
E mentre pronunciava quel monosillabo, i suoi occhi mandarono un lampo che dava a quella parola una sinistra espressione.
Il cardinale, alquanto sorpreso di questo contegno, di cui non comprendeva il significato, soggiunse, rivolto al Generale:
—Che cosa dice, vostra reverenza? Non è urgente di dare questo esempio al più presto possibile?
—No! ripetè il Generale colla stessa energia selvaggia.
—Mi permetta di dirle, reverenza, che non comprendo perchè si dovrebbe tardare. Il lavoro della Sacra Consulta fu anzi affrettato negli ultimi stadi del processo, perchè la sentenza potesse venire emanata qualche giorno prima del dì 22 ottobre. Il 22 ottobre, come ella sa, fu il giorno in cui scoppiò la nefanda ribellione, il giorno in cui Monti e Tognetti commisero il loro misfatto. Ebbene, fu nostro pensiero che quel giorno stesso sia destinato al loro supplizio. Così daremo occasione ai framassoni romani di festeggiare degnamente l'anniversario della loro impresa. Ai piedi del patibolo dei loro compagni, potranno rinnovare i giuramenti della cospirazione.
E il cardinale pose fine al suo dire con un riso secco e stridente.
Il Generale dei gesuiti lo guardò fisso, con uno sguardo così cupo che mise un brivido nelle fibre dello stesso cardinale: gli si avvicinò; prese una sua mano fra le sue; gli appressò la bocca all'orecchio, e mormorò con strano accento queste sole parole:
—Eminenza! Aspettiamo: non vi perderemo nulla.
Poi baciò la mano al cardinale, e dopo gl'inchini di uso, seguito dal suo gesuita, uscì dalle stanze, e discese le scale del Vaticano.
Col suo consiglio, il Padre Generale dei gesuiti induceva il governo pontificio a protrarre per lunghi giorni l'agonia dei due condannati, dopo che, essendo stata dal sovrano rifiutata la grazia, e ordinata l'esecuzione della sentenza, la loro morte era irrevocabilmente decisa. Ciò che indusse il Generale a questo consiglio, non fu solamente il desiderio di una raffinata vendetta, prodotta dagli spasimi di quegli infelici, sospesi fra la vita e la morte, e lungamente straziati dalla terribile alternativa, dalla lotta tormentosa fra la speranza e il timore che accompagnano fino sul palco il condannato a morte.
Esso pensava ancora che si poteva usufruire quel martirio atroce, pel maggior utile della Santa Sede, e la maggior gloria di Dio.
Era facile infatti che facendo balenare la speranza della grazia, ossia della vita, a quegli sventurati che già si sentivano col piè nella fossa, si ottenessero dalle loro labbra delle rivelazioni, che mettessero la curia sulla strada di nuove procedure, e procacciassero altre vittime alla ghigliottina papale.
In tale bisogna, s'impiegò lo zelo e l'acume del giudice Marini, uomo rotto a tutte le arti sottili del processante pontificio, e che aveva data tanta prova del suo valore in quel medesimo processo. Egli con lena infaticabile, ritornò a tentare e premere con domande suggestive e artificiose lusinghe i due condannati, cercando con ogni mezzo di estorcere da loro il nome di nuovi complici tuttora impuniti.
Ma tutte le fatiche del cavaliere piano riuscirono vane di contro alla fortezza dei due martiri coraggiosi, che si dichiararono mille volte pronti alla morte, piuttosto che all'infamia del tradimento.
Nè si diedero vinti per questo i martoriatori, che disperando di ottenere le bramate rivelazioni, volsero ad altro intento l'ingegno, perchè non restasse affatto senza frutto l'indugio frapposto alla piena soddisfazione della vendetta sacerdotale.
Pensarono, che i condannati fermi al niego sul punto della denuncia, si potevano almeno, in quell'estrema angoscia della prolungata agonia, costringere a umilianti ritrattazioni, a forzate dimostrazioni di pentimento. Così, non solamente avrebbero essi immolate quelle vittime, ma le avrebbero insultate e vilipese, presentandole al cospetto del mondo siccome colpevoli morsi dal pungolo della coscienza, e maledicenti il loro passato, siccome codardi che genuflessi implorano il perdono dai loro carnefici.
Che i gesuiti abbiano raggiunto questo scopo meglio del primo, hanno voluto farlo credere essi medesimi. Infatti essi fecero stampare, diffondere e spiegare al popolo nelle chiese una lettera che, dicono, Giuseppe Monti avea diretta al Papa dal fondo della sua prigione.
In quella lettera, Monti avrebbe manifestato di essere stato ascritto alla società massonica, e che da questa era stato condotto al passo in cui si trovava; avrebbe inoltre chiesto umilmente perdono a Dio e al Santo Padre del suo operato, rivolgendosi per ultimo allo stesso Pontefice, implorandone la benedizione, e raccomandando alle preghiere di lui l'anima sua, ed alla sovrana generosità un piccolo figlio.
Sappiamo quante volte la Corte romana abbia falsate consimili ritrattazioni, e abbiamo quindi tutta la ragione di credere apocrifa anche questa: tanto più dopo che la loggia massonica Fabio Massimo ha dichiarato che l'infelice Monti non aveva mai appartenuto a quell'associazione. Ma fosse pur vera quella lettera, essa ridonderebbe a maggiore infamia del Papa e del suo governo.
Si comprende infatti come possa essere carpita facilmente una simile dichiarazione, nelle angosce del carcere e alla vigilia del supplizio, a un povero condannato a morte, marito e padre! Ma ciò che sorpassa le forze ordinarie della mente, si è il comprendere come il vecchio prete che regna in Roma abbia risposto al padre di famiglia che gli domandava perdono e implorava la sua compassione per la prole innocente, gli abbia risposto, diciamo, compartendo sul di lui capo la paterna benedizione, e consegnando in pari tempo quel capo alle mani del boja!
Stentavano intanto nella durezza della prigione e nella riflessione della morte imminente, i due condannati, sorbendo da oltre un mese l'amarezza degli estremi momenti. E intanto i loro carnefici stavano studiando il modo di rendere più raffinate le delizie della vendetta. La vendetta fu chiamata un giorno il piacere degli dèi: ora potrebbe dirsi il piacere prediletto dei preti sovrani.
Passato l'anniversario della insurrezione romana, si studiava di scegliere per l'esecuzione un giorno, nel quale il supplizio di Monti e Tognetti suonasse come un insulto eloquente al principio nazionale degl'Italiani.
Di lì a poco parve presentarsi una favorevole occasione per porre in atto quel divisamento. Il principe Umberto e la principessa Margherita, recandosi da Firenze a Napoli per la via ferrata, sarebbero passati dalla stazione di Roma.
Nessun momento poteva essere più propizio di quello. Quando appunto i principi italiani si fermavano per qualche momento alla stazione di Roma, dovevano balzare le teste dei due condannati. Per tal modo i giovani principi, la dinastia di Savoja, la nazione italiana, il principio unificatore, ricevevano ad un punto l'impronta di un oltraggio feroce.
È noto come i principi fossero avvertiti a tempo di quanto meditava a loro scorno la Corte papale, e come, cambiando l'itinerario prescritto, evitassero studiosamente la cerchia di Roma e i confini papali.
Perduta anche quella occasione, e impazienti oramai dell'ultima strage, piuttosto che stanchi di martoriare le loro vittime, i preti governanti di Roma fissarono la morte di Monti e Tognetti pel giorno 24 novembre, giorno della riapertura del Parlamento italiano, per inviare quell'annunzio ferale, come saluto beffardo ai rappresentanti della nazione.
Dal giorno della condanna erano passati trentanove giorni! trentanove giorni che i condannati a morte consumarono ora per ora in dolorosa agonia! Trentanove giorni, nei quali i loro parenti attesero mille e mille volte la grazia, per ripiombare mille e mille volte nella disperazione.
XXXVI
La vigilia dei condannati a morte.
L'orologio della Chiesa Nuova batteva le ore 11 pomeridiane del giorno 23 novembre 1867, e le sentinelle degli zuavi appostate intorno alle Carceri Nove si davano di tratto in tratto la voce: All'erta, sentinella! quando all'imboccatura della strada Giulia, dalla parte di San Giovanni dei Fiorentini si avanzavano lentamente i confratelli di San Giovanni Decollato. È una compagnia composta di nobili e di ecclesiastici romani, che esercitano verso i condannati a morte l'ufficio di confortatori. Essi andavano alle Carceri Nove per cominciare le loro funzioni.
A Monti e Tognetti era conteso perfino il sollievo che poteva porger loro la natura, con un estremo riposo: dovevano passare le otto ore, che li separavano dal momento del supplizio, fra le nenie dei confortatori e le esortazioni dei preti.
Mentre i confortatori entravano per la porta del carcere e salivano sulle scale, il secondino Petronio, che doveva aprire le segrete dei condannati, e condurli nella cappella, aspettava l'arrivo della confraternita in quel camerone della prigione, dove l'abbiamo incontrato un'altra volta, e dove faceva fra sè e sè queste riflessioni:
—Quei due poveretti devono proprio andare alle morte questa mattina!… Questo pensiero mi produce un affanno, che non posso spiegare. Io sono avvezzo a vedere queste disgrazie. Eppure questa volta mi sento proprio stringere il cuore. Ma perchè? Perchè questi due disgraziati non sono assassini. Avranno forse fallato, ma credevano di far bene!… Quel povero Tognetti così giovane! E Monti, poveretto, che lascia la moglie e tre figli, e il bambino più piccolo ha diciotto mesi!… Ah, che miseria!… Se dipendesse da me, io farei loro la grazia sul momento. Pare impossibile che il Santo Padre, che dicono che è tanto buono, non debba sentir compassione, quando la sento io, che sono una pellaccia dura d'un carceriere! Ma io sono un ignorante, e lui ne sa più di me. Dovrà andare così, dovrà andare.
Il canto mortuario del miserere che saliva sulla scala, e di lì a poco il chiarore dei ceri, che apparve oltre il cancello, annunziarono l'arrivo della compagnia di San Giovanni Decollato. I confratelli incappucciati entrarono nel camerone.
Uno dei confratelli teneva inalberato il lugubre vessillo della compagnia, che porta dipinto nel drappo nero una testa recisa. Dietro a lui si schierarono in due file gli altri tutti coi cappucci calati sul volto e i ceri accesi in mano, continuando il loro canto funerario.
Due di essi si staccarono dal nero drappello, e, uniti al secondino Petronio, andarono a prendere Gaetano Tognetti nella sua segreta. Lo trovarono che dormiva: lo risvegliarono, e gli annunziarono che si avvicinava l'ora della sua morte. Egli fu assalito da una spasmodica contrazione dei nervi: quella natura giovane e vigorosa si ribellava all'idea di una immatura e violenta distruzione.
Lo condussero in cappella, per consegnarlo colà ad un gesuita, che doveva essere il suo confessore.
Poscia passarono alla segreta di Monti; esso non dormiva, stava invece pregando. Pregava per la donna che lasciava vedova, pei bambini che lasciava orfanelli.
Durante il tragitto dalla segreta alla cappella, Tognetti, sedato quel primo tumulto del sangue, si rimise in calma, e ai confortatori che lo esortavano ad incontrare la morte rassegnato e da buon cristiano, e a pazientare.
—Pazienza! diceva, sì, avrò finito almeno di tribolare. Io già la grazia non l'ho mai sperata. Sapevo bene che il Papa non me l'avrebbe mai fatta.
Appena giunto nella cappella, fu posto nelle mani del gesuita, che subito lo prese a braccetto, e, presentatogli un crocifisso dinanzi alla faccia, gli chiese per prima cosa se credesse nella passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo.
—Sì, padre, rispose Tognetti: io credo in Nostro Signore, e i miei conti desidero farli direttamente con lui.
Intanto altri confortatori conducevano Monti nella stessa cappella.
E anche a lui:
—Rassegnatevi, dicevano, rassegnatevi, fratello, all'ultima fine.
Esso rispondeva:
—Per me ci sono rassegnato. Solamente mi duole di lasciare senza un aiuto, senza un sostegno al mondo la mia povera moglie e i miei innocenti figliuoli.
—Non temete per essi: il Santo Padre si prenderà cura di loro.
—Quegli che fa morire il padre si curerà dei figli? Io non ho speranza che in Dio! Esso è il padre vero di tutti gli afflitti, e avrà compassione de' miei poveri piccini.
Intanto il mesto corteo giungeva alla cappella, dove già stava Tognetti inginocchiato. Appena questi vide arrivare Monti, balzò in piedi, e gli corse incontro.
—Giuseppe!
—Gaetano!
E si strinsero in un lungo abbraccio.
Quante memorie, quanti affetti, quanti dolori si riassumevano in quella stretta! I due amici non si erano più riveduti dalla sera in cui furono arrestati nell'osteria della Sora Rosa. Quanto avevano dovuto soffrire dopo quella sera! Ed ora si rivedevano così vicini alla morte!…
Il primo a trovar la parola fu Tognetti, che disse:
—Povero Beppe! Dopo un anno ti rivedo! e in questo giorno!
—L'ultimo della nostra vita.
Gli astanti rispettarono quell'ultimo segno di amicizia e di ambascia dei due moribondi, e li lasciarono scambiarsi liberamente le supreme parole di addio.
—Povero amico! ripigliò Tognetti. Per colpa mia ti vedo ridotto a questo passo. Io fui che venni a cercarti, a toglierti dal seno della tua famiglia. Perdonami!
—Che io ti perdoni? rispose Monti. No, ciò che ho fatto lo feci perchè me lo consigliava la mia coscienza. Ho cercato di giovare, per quanto potevo, al mio paese: e ho una voce qui dentro che mi dice che il sangue che stiamo per versare non sarà inutile alla causa della libertà, della giustizia e della vera religione di Cristo.
—Coraggio, dunque, caro Giuseppe! Già, quanto avremmo vissuto ancora noi altri? Venti o trent'anni, e poi bisognava in ogni modo morire. Ebbene, figuriamoci di averli campati.
Poi mandò un sospiro, e proseguì:
—Solo mi duole per quella poveretta di mia madre, e anche per la buona Teresa, che mi voleva tanto bene.
—E a me duole per la povera Lucia, per le nostre creature! Le lascio nella miseria.
—Rassicurati per questo, soggiunse Tognetti. Non è possibile che i nostri fratelli lascino languire le nostre famiglie; noi non lasciamo loro del denaro, ma il nostro nome e il sangue che spargeremo, questo sarà il loro patrimonio.
In questo momento uno dei confratelli, staccandosi dagli altri, venne a porsi fra i due condannati, e li abbracciò entrambi in atto d'amore. Non si poteva distinguere il suo volto a causa del cappuccio che lo copriva, ma era tanta la commozione che appariva ne' suoi occhi, che Monti e Tognetti si convinsero che lo sconosciuto era un vero amico.
Pareva che volesse parlare e non potesse per la piena dell'affetto.
Finalmente proferì con voce tremante queste sole parole:
—Miei cari!
La sua voce era ignota ai condannati.
—Chi siete, che vi mostrate tanto pietoso con noi? chiese Tognetti.
—Diteci almeno il vostro nome, che possiamo tenerlo a mente in queste poche ore che ci restano da vivere, disse Monti.
—Io sono Leoni.
—Il nostro avvocato! esclamarono ad una voce Monti e Tognetti.
Anche nel fondo della loro prigione era giunta la voce del calore e della passione con cui li aveva difesi il giovane avvocato.
—Non posso dirvi, diss'egli, con voce soffocata dalla commozione, non posso dirvi, miei cari amici, quanto io sono addolorato di vedervi a questo punto. Tutto quanto poteva suggerirmi l'ingegno, il cuore, la coscienza, tutto ho detto per voi, ma inutilmente!
—Siamo persuasi di quanto ha fatto per noi, disse Tognetti. Ma è inutile: doveva andare così. La ringraziamo proprio di cuore.
—Non possiamo compensarla di tanta carità, se non col nostro amore, e anche per poco, soggiunse Monti.
—Miei cari, riprese Leoni, io avrei voluto procacciarvi la vita, la libertà, ahimè! non ho potuto. Solo un ultimo conforto posso recarvi. Vostra madre, Tognetti, vostra moglie, Monti, avrebbero voluto esser qui ad abbracciarvi per l'ultima volta, ma non è stato loro concesso. Io mi sono offerto di venire in loro vece; esse vi mandano per mio mezzo gli ultimi baci. Tognetti, abbracciate vostra madre.
Tognetti si lanciò ad abbracciare Leoni, singhiozzando e baciandolo, come se avesse baciato sua madre. Poi venne la volta di Monti, che intenerito del pari, non si stancava di mandare altri e altri baci a ciascuna delle sue creature.
—Signor avvocato, a lei mi raccomando, disse poscia Giuseppe Monti: la prego di pensare a' miei figliuoli. Dica alla mia povera moglie, che mi ha visto ne' miei ultimi momenti, che io era tranquillo, perchè sicuro nella mia coscienza, e perchè confidava nella misericordia del Signore, che non manca come quella degli uomini. Le dica che fino all'ultimo ho avuta in mente la sua memoria.
—Ed io, aggiunse Tognetti, la prego di andare, dopo che io sarò morto, a consolare mia madre. Le dia lei il tremendo annunzio nel modo che saprà dettarle il cuore. L'aiuti lei a sopportare questo colpo… se pure… potrà rimanere in vita!… Mi ama tanto!… Le dica che mi perdoni tutte le amarezze che le ho cagionate, e che, piacendo a Dio, ci rivedremo nel cielo.
L'amoroso colloquio fu troncato dai gesuiti, i quali, temendo forse che i condannati si occupassero troppo delle cose di questa terra, vennero a prenderli, perchè ciascuno di essi si confessasse.
Intanto sopravvenne un canonico di Santa Maria Maggiore, il quale disse messa all'altare della cappella, e dopo la messa, essendo terminata la confessione dei due pazienti, diresse loro dall'altare un fervorino d'occasione, poi li comunicò coll'ostia consacrata.
Dopo quella, dovettero gl'infelici ascoltare altre due messe in ginocchio, recitando il rosario: nuove torture adottate dalla chiesa romana in sostituzione delle tanaglie roventi, che una volta si applicavano ai condannati prima di assoggettarli all'ultimo supplizio.
Che diavolo! la morte tutta in un colpo è cosa troppo dolce, non dura che un istante! Bisogna farne gustare l'amaro a goccia a goccia, e per questo ufficio pietoso le messe valgono un tanto più delle tanaglie. Queste coll'acutezza del dolore fisico facevano dimenticare lo strazio morale della distruzione imminente; quelle invece rinforzano più viva nell'animo la tortura del pensiero.
XXXVII
Il martirio.
Erano terminate le messe, quando entrò nella cappella il cancelliere Passerini, incaricato di ricevere il testamento dei due condannati. Quel pover'uomo di cancelliere aveva un cuore che non era assolutamente fatto per la sua carica; era tutto agitato e contrafatto in volto, e balbutiva nell'annunziare a Monti e a Tognetti il motivo della sua venuta.
—Io non ho nulla da lasciare a' miei bambini! disse Monti, al quale le lagrime gonfiarono gli occhi a quel pensiero. Li affido alla pubblica carità.
—E voi, Tognetti?
—Non lascio altro che i miei abiti, ma non li fate portare a mia madre, perchè nel vederli proverebbe troppo tracollo; piuttosto fateli distribuire a dei poveri bisognosi.
L'orologio delle Carceri Nove suonò lentamente le cinque ore. Non si travedeva ancora il primo chiarore del mattino. Era ancor notte, notte profonda.
S'intese nella strada uno scalpito di cavalli e il ruotare di due carrozze. I condannati rabbrividirono.
Erano i cavalli della scorta; erano le carrozze che dovevano condurli al patibolo.
In quel punto si aperse rumorosamente la porta della cappella. Monti e
Tognetti credettero di veder comparire il carnefice. Era un prelato.
Monsignor Pagni, non astretto dalla sua carica, ma per spontanea volontà, era venuto, come membro della Sacra Consulta, ad assistere agli ultimi momenti dei condannati.
Pareva che uno spirito di odio segreto o di rappresaglia rabbiosa lo rendesse bramoso del loro sangue.
Il suo intervento in quell'ultimo stadio della condanna era cosa così odiosa, ch'egli pensò di coprirne l'efferatezza con un motivo plausibile. E perciò, atteggiato il volto all'espressione della benignità religiosa:
—Cari figliuoli! disse rivolto ai condannati, ho una buona notizia da darvi. Sua Santità, il beatissimo Padre dei fedeli, mosso a pietà del vostro stato, e per darvi una prova del suo paterno amore, nonchè della sovrana clemenza, manda ad entrambi…
Il cuore dei due sventurati aveva cominciato a palpitare fino dalle prime parole del prelato: un vago presentimento pareva annunciar loro qualche cosa di fausto. Di mano in mano che progrediva il suo dire, l'ebbrezza della speranza rinfiammava rapidamente i loro cuori, e giunsero a tale, che prima ch'egli terminasse esclamarono ad una con tutto l'entusiasmo della letizia:
—La grazia!!
—Manda ad entrambi, proseguì imperturbabile il prelato, la sua apostolica benedizione, e in pari tempo l'indulgenza plenaria, la quale dopo la morte vi farà salire prontamente alle glorie sempiterne del cielo.
Quell'atroce derisione dell'ipocrisia sacerdotale strappò un grido di rabbia ai due condannati. E Tognetti, al quale l'amarezza della delusione fece ribollire il sangue.
—Sì! esclamò. Il Santo Padre ci vuol molto bene! Perchè arriviamo più presto in paradiso, manda il boja ad aprirci la porta.
Un gesuita corse a prenderlo per un braccio, e ad imporgli silenzio. L'altro s'impadronì di Monti. Poi l'uno e l'altro tenendo sotto il braccio ciascuno un paziente, preceduti e seguiti dai confratelli di San Giovanni Decollato, si avviarono verso le scale. I confratelli recavano i ceri come in un funerale, e cantavano le preci dei morti.
Così accompagnati Monti e Tognetti scendevano lentamente le scale. A metà di quelle trovarono una immagine della Vergine, che in atto d'amore teneva il bambolo fra le braccia. In altra occasione sarebbero passati innanzi a quel quadro senza badarvi, ma nello stato dell'animo loro quella vista li commosse talmente, che entrambi si lanciarono insieme in ginocchio dinanzi all'emblema del più santo fra gli amori umani, l'amore materno.
Scesero ancora: varcarono la porta delle Carceri Nove, per entrare in una prigione più stretta e terribile: il cocchio chiuso, che doveva condurli fino a piedi della ghigliottina. Entrarono infatti ciascuno in una carrozza, insieme al gesuita confessore, e a due confratelli confortatori.
Grossi drappelli di dragoni e di gendarmi a cavallo scortavano le due
Carrozze.
Le prime file dei cavalli s'incamminarono; poi di lì poco, si mossero le vetture. E il corteo si avviò lentamente verso la piazza de' Cerchi.
Folte pattuglie di gendarmi e di fantaccini percorrevano le strade, donde dovevano passare i condannati: facevano sgombrare la gente e chiudere le finestre.
A prolungare fino all'ultimo il tormento morale dei pazienti si faceva procedere lentissimo il convoglio: tanto che giunsero sulla Piazza de' Cerchi dopo un'ora di cammino!
Erano le sei e mezza antimeridiane.
La piazza dei Cerchi era vuota di popolo, chè gli armati che ne occupavano gli sbocchi impedivano a chiunque l'accesso. V'era solamente disposta in quadrato la truppa degli zuavi. Secondo che il loro colonnello aveva chiesto, e il Papa accordato, essi assistevano al supplizio di Monti e Tognetti.
In mezzo al quadrato militare, si elevava un palco di legname, e sopra quello l'infame macchina della ghigliottina.
I primi raggi del sole nascente facevano scintillare il ferro massiccio dal taglio obliquo, aguzzo, lucente.
Un uomo barbuto stava ritto in piedi con una mano appoggiata a uno dei bracci della ghigliottina, quell'uomo era il carnefice. Altri due uomini erano seduti sulla scala che conduceva alla piattaforma: erano i suoi ajutanti. Essi aspettavano.
Le carrozze si fermarono presso al palco; Monti e Tognetti scesero ajutati dal confessore e dai confortatori. Le carrozze ripartirono vuote.
Monti pel primo fu condotto a piedi della scala e gli fu ordinato di salire. Uno degli ajutanti lo prese per mano, e lo trasse su.
Giunto in cima alla piattaforma, il carnefice lo fece inginocchiare, e posare il collo sul ceppo. Il ferro discese, e la testa spiccata dal busto rotolò sul palco; mentre il corpo informe cadeva dall'altra parte, mandando fiotti di sangue dal collo reciso.
Il boja raccolse quella testa: l'afferrò colla mano destra pei capelli, e stendendo il braccio, e girandolo intorno la mostrò da ogni parte agli zuavi schierati.
Intanto, uno degli ajutanti asciugava con una spugna il ferro della ghigliottina; l'altro era sceso a metà della scala ad incontrare Tognetti.
Il carnefice rialzò rapidamente il ferro pesante.
Salendo la scala, Tognetti scivolò: i gradini erano bagnati dal sangue che scorreva giù dalla sommità del palco. L'aiutante lo prese fra le braccia, e lo portò su pegli ultimi gradini. Quivi fu sospinto dall'esecutore che aveva fretta. E in un attimo tutto fu finito.
Anche la testa di Tognetti fu mostrata agli zuavi: e i loro tamburi suonarono lungamente.
I due cadaveri furono chiusi nelle bare, che partirono accompagnate dalla compagnia di San Giovanni Decollato, mentre la truppa sfilava, e nella piazza guardata dai gendarmi e dai birri rimanevano il carnefice e i suoi uomini intenti a smontare e disfare l'apparato omicida.
Se abbiamo narrata in tutti i suoi particolari la scena funesta non fu per vaghezza dell'orribile, ma per rappresentare più vivamente quale fu nella sua esecuzione la condanna che la Sacra Consulta inflisse ai due martiri Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti.
XXXVIII
La moglie e la madre.
Le precauzioni della polizia romana non si erano limitate a vietare l'accesso del popolo nella piazza dell'esecuzione, e impedire la circolazione nelle vie che i due condannati dovevano percorrere.
Alla moglie dell'uno, alla madre dell'altro era stato negato di dar loro l'estremo addio. Ora si temeva che quelle donne pazze di dolore fossero uscite dalle loro case, e cercando di giungere fino ai loro cari, mentre venivano condotti al supplizio, avessero colle loro grida chiamata gente ed eccitato del tumulto. Perciò fino dalla notte le abitazioni di entrambe erano state circuite da un picchetto di zuavi, che avevano per consegna d'impedire l'uscita a chiunque.
Quelle infelici, per tutto quel giorno orrendo, in cui la immaginazione rappresentava alla loro mente lo strazio della persona amata, ebbero presente ad accrescimento di dolore, e quasi a scherno del loro patire, l'abborrita divisa degli zuavi pontifici.
La povera Lucia, che aveva pel lungo lagrimare essiccata la sorgente delle lagrime, non piangeva più, ma esalava un lugubre, continuo ululato: piangevano i figliuoletti nel vedere così mesta la madre, sebbene non ne sapessero la terribile cagione, e Teresa doveva reprimere il pianto e consolarli, e acquetarli, perchè colle loro grida non rendessero più acerbe le pene della sventurata.
Ma in quell'età infantile il dolore non fa tacere i bisogni istintivi della vita, e non molto andò che i fanciulletti chiesero del pane. In casa non v'era cibo di sorta, e Teresa si avviò per provvederne: ma gli zuavi di guardia le impedirono il passo. Non valsero rimostranze e preghiere, nè il pianto dei bimbi che avevano fame. Cosa incredibile, ma vera! Nel giorno del supplizio di Monti sua moglie, e i suoi figli mancarono di pane!
Verso sera alla vedova infelice, si presentò, una visita inaspettata, il colonnello De Charette, il comandante degli zuavi, quello stesso che aveva domandato al Papa l'onore di assistere alla esecuzione di Monti e Tognetti.
Egli entrò con aspetto triste e benevolo, si tolse di capo il cappello, e si avvicinò a Lucia, circondata da suoi figlioletti.
—Signora! diss'egli. La sventura che vi ha colpito è di quelle che non hanno riparo, ed io non venni a porgervi sterili parole di consolazione. Ma voi siete madre, proseguì accennando i fanciulli, che lo guardavano meravigliati e spauriti da quella nuova figura. Siete madre, e i vostri figli sono certamente la cosa più cara che vi rimanga al mondo. Vostro marito ha pagato il debito che aveva colla giustizia; il pensiero de' miei zuavi doveva volgersi naturalmente alla sua vedova e ai suoi orfani, che non ebbero nessuna parte nel suo fallo, eppure ne portano la pena, restando derelitti e soli sopra la terra. Lenire un dolore così grande e immeritato come il vostro, signora, non è possibile: ciò che possiamo fare si è di rendere meno trista la vostra sorte, provvedendo all'avvenire dei vostri bambini. Gli è con questo intendimento che gli zuavi pontifici, non serbando nessun rancore verso la famiglia del condannato, commossi anzi dalla vostra condizione infelice, hanno posto in comune delle offerte. Esse devono servire come ho detto a migliorare la sorte dei vostri figli, e come madre, non potete rifiutare quanto ho l'onore di porgervi a nome del corpo degli zuavi pontifici.
Posto fine al suo dire con un inchino rispettoso, il colonnello presentò a Lucia un portafoglio.
Lucia Monti balzò in piedi con uno slancio, e sebbene un tremito convulsivo l'agitasse, rimase ferma colla testa alta, e gli occhi fissi in quelli del colonnello. Essa era una povera popolana, non usa a studiare le frasi e i bei modi, in quel punto poi si trovava in tale stato di prostrazione, che male reggeva il pensiero: ma la naturale altezza dell'animo, e il tumulto dei sentimenti le dettarono in quel momento solenne, le parole più proprie a rintuzzare la tracotanza dello straniero, il quale sotto le apparenze della bontà celava la superbia, che coi suoi zuavi lo aveva spinto ad ostentare quel beneficio.
—Signore, disse con voce sicura, mio marito è morto! e voi lo avete ucciso. Bastava una preghiera degli zuavi, e in ispecie del loro comandante, perchè il Papa gli facesse la grazia. Ma voi altri invece lo voleste morto, voi altri lo avete posto sotto il taglio della ghigliottina. Ed ora venite ad offrirci delle monete come un prezzo della sua vita! Avete parlato de' miei figli! Ma sappiate, o signore, che io vorrei vederli morire ad uno ad uno di fame, piuttosto che cibarli col vostro pane. No, i miei figli non sono poveri; essi possedono una grande eredità, il nome del loro padre, il nome di Giuseppe Monti!
Ciò detto, Lucia con un gesto della mano indicò la porta al colonnello. Egli fece un altro inchino, ed uscì. V'era tanta nobiltà nel contegno di quella donna, ch'egli si sentì profondamente umiliato.
L'avvocato Leoni, reduce col cuore affranto della chiesetta di San Giovanni Decollato, dov'erano state deposte le bare, contenenti i resti di Monti e Tognetti, pensò che il dolore più atroce da consolare era quello della madre. La vedova aveva almeno un conforto, sebbene amaro anche esso in tanta desolazione: la vista de' suoi figli.
A passi ora lenti, ora affrettati, come di chi vorrebbe giungere a un tempo, e non vorrebbe, arrivò alla casa della Tognetti, dov'erano di guardia, come abbiamo detto, gli zuavi. La vecchia infelice stava prostesa in un letto, quasi assopita in quella calma, che segue un lungo sussulto convulsivo.
Sentì appena il passo dell'avvocato, che indovinando chi era si scosse, e spalancando gli occhi, li protese verso la persona che veniva. Per quanto dovesse aver perduta la speranza della grazia, pure una ostinata lusinga le stava nel fondo del cuore, che troppo insoffribile torna al cuore di una madre adattarsi all'idea della morte del figlio.
L'ora dell'esecuzione era trascorsa; tutto era finito. Eppure essa sperava ancora, sperava in un evento straordinario, in un miracolo del cielo. Poveretta! le pareva ancora impossibile che il suo Gaetano dovesse morire a quel modo.
Al riconoscere l'avvocato parve che un segreto presentimento le annunziasse una buona novella.
—Mio figlio! gridò. La grazia!
Il sangue le affluì alla testa; le sue mani si agitarono, come cercando un sostegno.
La situazione di Leoni era terribile. Gli conveniva disingannare subito quella donna: ogni indugio avrebbe accresciuta la sua speranza, e resa più fatale la delusione.
Fece colla testa un'impercettibile segno negativo; l'espressione della sua fisonomia disse il rimanente.
L'idea terribile di quanto era avvenuto si affacciò allora alla mente della madre.
L'ora era passata; se la grazia non era intervenuta, e dunque la morte del suo Gaetano era consumata. Lo pensò in un baleno.
Essa si era lasciata vincere dall'entusiasmo della speranza troppo addentro; il contraccolpo fu tremendo.
Leoni la vide farsi livida a un tratto, e cadere all'indietro sul letto.
Corse a sostenerla: era morta!
In quel medesimo giorno il principe Rizzi presentò a sua moglie come un regalo l'anello insanguinato di Curzio, con queste parole:
—La partita è vinta!
La principessa mandò un grido, e fuggì dal palazzo. Poche ore dopo essa era chiusa nel convento delle sepolte vive, dov'era badessa una sua zia. Tutto il potere del cardinale suo cognato non valse a toglierla da quell'asilo.
XXXIX
Don Omobono.
I lettori ricorderanno il povero prete di vettura che comparve nel principio di questo racconto, colla sua miseria e le sue paure. Passata quella burrasca dell'insurrezione, egli era ritornato alle sue consuete abitudini: frequentava le sagrestie delle cento chiese di Roma, e confuso nel crocchio dei sagrestani e dei chierici, tendeva l'orecchio per sentire se si bucinasse di qualche ricco di quella parrocchia che stesse per rendere l'anima al Creatore. In questo caso egli metteva in moto le sue gambe secche e sottili come quelle di uno struzzo; andava a spiare intorno al palazzo del morituro; chiedeva quale fosse la finestra della sua camera da letto, e in quelle imposte figgeva lo sguardo, come il navigante d'un tempo alla stella polare. Appena vedeva aprirsi la finestra, ed era segno che il malato era morto, don Omobono correva subito alla chiesa parrocchiale a farsi iscrivere fra i primi per la messa funebre, sicuro così d'intascare sei, otto, o dieci paoli, secondo il grado di ricchezza o piuttosto di vanagloria della famiglia del defunto.
Nè si creda che il povero prete armeggiasse così per avidità di danaro; gli era proprio che a forza di messe di vettura, per quanto fosse limitato nelle sue esigenze, stentava a campare la vita.
Egli abitava sempre nella casetta di Trastevere, in una stanza adjacente all'abitazione della Lucia Monti. Dopo l'incidente di monsignor Pagni, e più ancora dopo l'arresto e il processo di Giuseppe Monti, don Omobono non era più entrato nella casa delle due donne, per paura di compromettersi; ma, quando giunsero i giorni della massima afflizione, quando Monti fu condannato a morte, allora il naturale buon cuore del povero prete la vinse sul sentimento di paura che lo predominava, ed egli accorse a confortare come meglio potè la misera famiglia, e, non potendo far altro, a piangere con quelle donne. Quando poi Monti e Tognetti furono decapitati, egli si propose di consacrare alla loro memoria una messa, che avrebbe detta gratuitamente, non ostanti le sue strettezze finanziarie.
Nel giorno seguente a quello in cui ebbe luogo l'esecuzione, don Omobono, incantucciato fra due pilastri di un palazzo in piazza del Gesù, guardava a bocca spalancata una finestra del primo piano, nella casa dirimpetto: aveva saputo appunto allora, nella sagrestia del Gesù, che stava per morire un ricco signore, pel cui funerale si sarebbero dette delle messe da uno scudo l'una per lo meno, ed egli già calcolava su quello straordinario provento, per potere poi nel dì dopo dire la messa gratuita, che stava ne' suoi progetti.
Un chierico della chiesa, ch'egli aveva lasciata pochi minuti prima, venne a toglierlo da quella contemplazione.
—Don Omobono, disse il chierico, eravate appena partito dalla sagrestia, che il padre Bindi ha mandato a cercare di voi con gran premura.
—Il padre Bindi! disse don Omobono sgusciando gli occhi. Ha cercato di me?
—E con grande premura.
—Eccomi, eccomi; che sua reverenza non abbia da aspettare.
E il prete di vettura, sopravvanzando il chierico, traversò quasi di corsa la piazza, ed entrò con gran furia nel fabbricato del Gesù, per quella porta laterale che mena all'atrio della sagrestia e del chiostro.
La ragione di quella premura si era questa, che padre Bindi era uno dei segretari primari del Padre Generale: a tutti era nota la sua potenza, e don Omobono doveva aspettarsi da quella inattesa chiamata molto bene o molto male.
Salì a tre a tre i gradini della scala, e dal primo laico che incontrò nel corridoio fu guidato, non già nella cella, ma nell'appartamento di padre Bindi. Questi, che era un gesuita lungo e magro, ricevè don Omobono nel suo gabinetto di lavoro, seduto allo scrittoio ingombro di carte, e co' suoi occhiali sul naso.
—Reverenza, reverenza, mormorò più volte il povero prete, strisciando i piedi per terra, e battendosi il petto col mento.
—S'accomodi, don Omobono, sieda qui vicino a me.
—Troppo onore; mi hanno detto ch'ella mi comandava.
—Sì, desidero parlare con lei, ma senza cerimonie, così… da amici.
—Cosa dice? Troppo onore, reverendissimo!
—Sappia adunque, che l'ho fatto chiamare per l'esercizio di un'opera misericordiosa. Lei è, se non erro, quel sacerdote che abita nella stessa casa colla famiglia di quel disgraziato Monti, che è stato giustiziato jeri: pace all'anima sua!
—Reverenza sì, rispose il prete impaurito, io abito nella stessa casa; ma ho domicilio separato, separatissimo, reverenza.
—Ne sono persuaso; ma insomma, stando ad abitare vicino, avrà, m'immagino, qualche relazione colla vedova del Monti.
—Oh nessuna, reverenza, nessuna, ci conosciamo… così… di saluto appena… e nient'altro.
—Mi basta: senta adunque di che cosa si tratta.
Il nostro Santo Padre, che ha quel cuore pietoso ed angelico che tutti sappiamo, è commosso a compassione pensando al destino di quella donna infelice, di quei poveri figliuoletti. Pensa che quella famigliuola povera e abbandonata potrebbe facilmente volgersi al peccato, e cadere nell'eterna perdizione. Ecco pertanto che cosa Sua Santità ha destinato nell'inesauribile sua misericordia. I figli troveranno asilo nel nostro collegio, e la bambina nell'orfanotrofio del Sacro Cuore. Questa e quelli saranno allevati a nostra cura, e a spese di Sua Santità. La povera madre poi potrà celare il suo dolore nel convento delle Carmelitane scalze, dove per carità della stessa Santità Sua sarà ricevuta senza il pagamento della dote necessaria. Così sarà provveduto alla sorte dell'intera famiglia, la madre e i figli saranno preservati dalle diaboliche tentazioni, e vivranno nel santo timor di Dio. Ella, don Omobono, che è conosciuto dalla Monti, è incaricato di parteciparle le sovrane disposizioni. Queste notizie si ricevono con maggior piacere da una persona amica. E poi, potrebbe avvenire che delle cattive suggestioni, o un funesto spirito di indipendenza, distogliessero la donna dall'accettare per sè e pei figli delle offerte tanto generose e caritatevoli. In tal caso spetta a lei, don Omobono, che come amico di casa, e come sacerdote, parla naturalmente pel bene corporale e spirituale della famiglia. Spetta a lei persuaderla, convincerla e indurla ad accettare il beneficio, che deve ridondare in vantaggio de' suoi figliuoli. È disposto ad assumere questo ufficio pietoso?
—Sì signore, reverenza! Un incarico che mi viene da lei! Io la servirei in qualunque incontro, in qualsiasi evenienza.
—Va bene; si regoli dunque con prudenza. Ella è stato scelto per questo incarico appunto perchè nella sua qualità di prete… dirò così alla buona, e popolare, non è tale da svegliare… che so io? sospetti… dubbi, timori. Insomma, mi ha capito. Si ricordi sopratutto che preme sommamente al bene spirituale e corporale della vedova Monti, e de' suoi figli, ch'essa accetti questo paterno e amoroso consiglio. La vada dunque, e il Signore la soccorra col suo divino ajuto in quest'opera di misericordia.
Così dicendo, padre Bindi si levò in piedi, e con un inchino del capo congedò don Omobono, il quale intanto ripeteva gl'inchini con cui era entrato, dicendo sempre:
—La non dubiti, reverendo. Lasci fare a me. La servirò come si deve.
—Poi verrà ad avvertirmi del risultato, gli disse il gesuita quando esso fu giunto sulla soglia.
—Sì, reverendo; al più presto; stia pur sicuro.
Poi dopo un ultimo inchino, infilò il corridojo, quindi la scala, e giù pei gradini, saltandoli questa volta a quattro a quattro. Traversò la piazza del Gesù, sbirciando quella finestra, ch'era tuttora chiusa, e via via s'avviò verso Trastevere.
XL
Reti gesuitiche.
Lascio figurare qual notte angosciosa avevano passata Lucia e Teresa: solo i fanciulletti, che in sulla sera avevano ottenuto un poco di cibo, avevano poi dormito placidamente per tutta la notte.
Le povere afflitte vedevano volontieri don Omobono, del quale conoscevano la semplicità mansueta, tanto diversa dalla consueta boria dei preti di Roma.
Quando lo vide entrare, Lucia levò l'occhio mesto, e lo salutò con un breve cenno del capo.
—Poveretta!… fatevi cuore!… disse don Omobono, avvicinandosi a lei. Pensate ai vostri figliuoli, che sono il maggior bene che vi rimanga a questo mondo; pensate a questi cari angioletti, ai quali resta aperto un avvenire migliore.
—E quale? Poveri orfani, senza guida, senza sostegno! esclamò Lucia baciando con trasporto ciascuno de' suoi figli, che al solito stavano aggruppati, quale in grembo, e quale accanto a lei.
—La misericordia del Santo Padre è inesauribile, e… riprese don Omobono col suo fare dinoccolato, martoriando al solito il suo cappello, quasi volesse spremerne le parole che non trovava.
—Non mi parli del Papa! gridò Lucia, di quel vecchio spietato, innanzi al quale mi sono inginocchiata come innanzi a Dio, e che avrebbe potuto salvare la vita di mio marito con una parola, con un cenno della mano. Egli è stato l'assassino, il boja del povero Peppe!
—Non parlate così, sora Lucia, altrimenti scappo via, e non ritorno più. Non posso tollerare che in mia presenza si parli in tal modo di Sua Santità. Specialmente poi, quando vengo a parteciparvi un tratto veramente angelico del suo cuore paterno.
—Che? esclamò Lucia stupita, che cosa viene a parteciparmi?
—Guardate, proseguì il prete, se avete torto d'interpretare così sinistramente l'operato del Santo Padre! S'egli non ha salvato vostro marito, gli è proprio che non poteva senza ledere la giustizia: ma il suo cuore oh! il suo cuore ne ha pianto sicuramente. E ne volete una prova? eccola appunto, è questa, che appena soddisfatta la giustizia, il suo primo pensiero è quello di correre in soccorso della famiglia del condannato.
—Anch'esso! Che buona gente! disse Lucia, sorridendo amaramente. Che gente pietosa! Non posso lagnarmi di loro! È vero che mi hanno ammazzato il marito: ma poi in compenso mi mandano del denaro!
—Non è questa veramente l'intenzione di Sua Santità, soggiunse don Omobono. La sua munificenza va più oltre. Egli ha destinati i vostri figli ad essere mantenuti ed educati a sue spese nel collegio dei gesuiti, e la bambina nell'orfanotrofio del Sacro Cuore; e voi, che sarete naturalmente stanca del mondo, potrete trovar riposo nel convento delle Carmelitane, dove potrete pregar pace all'anima del vostro sposo, e passare in santa quiete la vostra vita.
—Ciò vuol dire, esclamò Lucia, ch'esso mi offre la prigione per me e pei miei figli! Egli, che non conosce il cuore di una madre, crede che io avrei acconsentito a lasciarmi strappare i miei figli così, e vuol fare di me una monaca, e de' miei ragazzi dei gesuiti!… Ebbene, dite voi, a Sua Santità, che s'inganna, che io non so che farne de' suoi doni, che io porterò alteramente per tutta la vita il nome di vedova Monti, e che questi miei figli saranno educati ad onorare la memoria del loro padre, e a maledire i suoi carnefici, come io in questo momento li maledico!
Don Omobono non aveva petto da resistere a tanta furia, e conobbe che innanzi a quella tempesta, era forza ripiegare le vele. Si ricacciò in testa il cappellaccio, ch'era ridotto in uno stato da non dire, e infilò la porta borbottando fra i denti.
Riprese poscia la via, non già con passo allegro e frettoloso, come aveva fatto prima, ma camminando lento lento, e di sghimbescio, chè lo turbava l'idea di ritornare innanzi a padre Bindi con una prova palese della sua imbecillità, e con una solenne lavata di capo in prospettiva.
Più si avvicinava al Gesù, più avrebbe voluto esserne lontano, e gli avveniva spesso di fare, senza accorgersene, un passo innanzi e due indietro. Nemmeno la vista della finestra aperta, che indicava la morte dell'ammalato, valse a rinfrancarlo, ed esso entrò a capo chino e in aspetto ritroso nel convento del Gesù, e salì alle stanze di padre Bindi.
—Ebbene? gli chiese questi.
—Ebbene, io sono un asino, reverenza! riprese don Omobono, con quel tuono di compunzione con cui si recita il Confiteor. E vostra reverenza ha fatto male a scegliere un asino come me per una missione di tanta importanza.
—E perchè? chiese il gesuita.
Allora don Omobono raccontò come la vedova di Monti avesse respinto sdegnosamente le sue offerte, tacendo però le frasi ingiuriose da lei proferite contro la santità del Beatissimo Padre, frasi ch'egli non avrebbe ripetute per tutto l'oro del mondo. Confessò ch'egli non aveva saputo trovare l'eloquenza necessaria per persuadere quella donna; e facendo quella esposizione, il povero prete faceva seguire ogni parola del suo discorso da una piccola pausa, nella quale pareva che ripetesse mentalmente: mea culpa, mea culpa!
Giunto alla fine, egli si aspettava una grandine di vituperi, o per lo meno una patente di bestia in tutte le forme, come gli era avvenuto di riceverne spesso da' suoi superiori ecclesiastici in circostanze di molto minore importanza.
Niente di tutto questo: il padre Bindi accolse con aspetto benigno, e quasi quasi con un risolino di compiacenza, la narrazione del prete; e quando questi ebbe finito:
—Bravissimo! egli disse stringendogli una mano. Vedo ch'ella ha benissimo compreso la sua missione, e l'ha eseguita precisamente in quel modo che si aspettava da lei.
Don Omobono rimase a bocca aperta.
Padre Bindi proseguì:
—Era da prevedersi che quella donna avrebbe rifiutato le nostre offerte. Eh! naturalmente il mal seme delle opinioni perverse si è trasfuso da suo marito in lei. Essa vorrebbe educare i figli coi medesimi principii libertini, i quali produrrebbero per essi la rovina del corpo e la dannazione dell'anima: il male di questa vita e dell'altra. Ma noi non possiamo permettere la perdita di queste creature, non possiamo tollerare ch'esse vengano allevate con delle idee contrarie ai santi principii della Chiesa Romana. E perciò bisogna ricovrare quelle anime benedette sotto il patrocinio della Santa Chiesa. E se la madre si oppone, ebbene lo faremo anche suo malgrado: la prima madre è la Chiesa. Dunque, don Omobono, noi faremo in modo che quei piccini siano portati nel santo asilo che li aspetta: e la madre, siccome bisogna pensare anche all'anima sua, sarà ricoverata anch'essa nel convento delle Carmelitane.
Quelle belle parole, proferite dal gesuita con tutta l'unzione della pietà e l'effusione della carità, volevano dire che si sarebbero strappati gli orfanelli di Monti dal seno della loro madre per farne dei monaci, e si sarebbe rinchiusa la loro madre in un convento, come in una prigione perpetua. Tali erano le benigne intenzioni del governo romano riguardo la famiglia del condannato.
—Noi dovevamo, riprese Bindi, provare colle buone maniere. Se la vedova Monti aderiva al nostro caritatevole invito, tanto meglio, allora ci avrebbe risparmiato le misure energiche alle quali, nel suo medesimo interesse, ci troviamo ora astretti di ricorrere. Ma, siccome quella donna ostinata, quella peccatrice indurita respinse la mano diretta a soccorrerla, così sarà necessario di adoprare per forza quei mezzi che devono condurre lei e i suoi figli sul cammino dell'eterna salute.
Don Omobono guardava maravigliato il reverendo padre, che seguitava a parlare. Il povero prete non comprendeva perchè mai si facessero a lui quelle confidenze.
—Potrebbe avvenire però, continuò il gesuita, e lì stava senza dubbio il nodo dell'affare, perchè così parlando esso piantò gli occhi in faccia a don Omobono in modo significante: potrebbe avvenire che la vedova Monti cercasse di fuggire, opponesse resistenza, e dovessero nascere scandali, calunnie. La cosa deve dunque condursi segretamente, e con tutta prudenza. Ed ecco come convien fare. Qui sta, e accennò i cassetti dello scrittoio, un passaporto regolare per quella donna; ella, don Omobono, glielo recherà, e le dirà, che non avendo essa accettato le offerte generose di Sua Santità, è invitata a lasciare lo Stato. Essa accetterà con gioia, entrando naturalmente la partenza ne' suoi disegni. Però, per vidimare il passaporto, dovrà presentarsi alla Direzione di Polizia; ora la Direzione sta sull'avviso, e quando essa si presenterà, sarà introdotta in una vettura chiusa, e senz'altro verrà condotta al convento delle Carmelitane. Assicurata così la madre, i figli verranno senza resistenza guidati al loro destino.
—Io dunque devo…
—Non far altro, che porgere amorosamente questo passaporto alla vedova Monti: il resto verrà da sè.
—Ma…
—Prenda dunque, e rifletta all'importanza di questo incarico.
Padre Bindi, consegnandogli il passaporto, licenziò don Omobono, e questi si avviò per le scale.
XLI
Eroismo di don Omobono.
Se il lettore si chiedesse perchè mai gli astuti gesuiti affidassero quell'incarico a un uomo, che aveva dato proprio allora una prova palmare di dappocaggine, facile è la risposta. Ciò ch'essi volevano, era di evitare la pubblicità, gli schiammazzi, che non si parlasse del fatto, e nessuno sapesse più nulla della donna e dei ragazzi. Così speravano che i figli della vittima, invece di crescere vendicatori del padre, divenendo gesuiti anch'essi, avrebbero un giorno maledetto la sua memoria. Ora, per condurre Lucia nel tranello, nulla valeva meglio della nota bonarietà del prete di vettura. Il dono che le veniva da lui non poteva tornarle sospetto in modo alcuno, ed essa sarebbe caduta sicuramente nell'agguato che le si tendeva. Avevano poi creduto necessario avvertirlo della trama, perchè sapesse regolarsi in conformità: e d'altra parte il suo carattere di sacerdote timido e pauroso, escludeva la possibilità di un tradimento. Tutto doveva adunque andare, secondo essi, per lo meglio.
Avevano fatti i conti senza il cuore di don Omobono; sì, questo cuoruccio, sebbene rincantucciato e impicciolito dalle frequenti paure, batteva ancora in un angolo di quel petto scarno e incavato. Il buon pretucolo si sentì rimescolare tutto all'idea di quel tradimento inaudito, che pareva al gesuita cosa tanto piana e naturale, da non farne nemmeno soggetto di discussione. D'altra parte però, l'obbedienza ai superiori ecclesiastici, in nome dei quali padre Bindi gli aveva parlato, sembrava a quell'omiciattolo, ch'era la genuflessione incarnata, una ineluttabile necessità. Combattevano dunque aspramente nel suo interno due principii, che la Chiesa Romana pone sempre in lotta fra loro: il sentimento del cuore, e il dovere dell'obbedienza passiva.
Per quanto il velo dell'ipocrisia avesse ravvolte le intenzioni dei gesuiti sulla superstite famiglia del condannato, quelle intenzioni dovevano apparire alla mente ingenua di don Omobono ciò che erano realmente, cioè, infamie belle e buone. Disporre dei figli contro il volere della madre, carcerare per tutta la vita una povera donna, di null'altro colpevole che di amare la sua prole e d'esser devota alla memoria di suo marito; trarla in inganno con un'offerta mendace, e farle trovare l'ultima rovina là dove le si prometteva salvezza, sono delitti che nessuna religione può giustificare, e contro essi si ribellava, suo malgrado, la coscienza di don Omobono.
Ne veniva di conseguenza, che se fece a lenti passi la strada che lo condusse al Gesù, ora poi non sapeva decidersi in nessuna maniera a imbroccare la via che doveva condurlo a Trastevere. Sostava a ogni tratto, retrocedeva a modo dei gamberi, cambiava strada, faceva strane giravolte, e chi l'avesse osservato e seguito, avrebbe creduto che gli fosse dato volta al cervello.
Finalmente, quando Dio volle, pose il piede sulla soglia della casetta, come sulla vetta del Golgota, sospirando e travolgendo gli occhi.
Lucia, meravigliata del suo ritorno, gli chiese che cosa gli recasse.
—Una buona notizia, disse don Omobono, col fare di chi trangugia un boccone amaro.
—A modo dell'altra? In tal caso, la tenga per sè.
—No… prendete.
E senz'altre parole, che troppo gli costava il parlare, le porse il passaporto traditore.
—Oh, bravo! esclamò Teresa; questo sì, ch'è un regalo che mi piace; e la ringrazio, don Omobono, e Dio le ne renda merito. Guarda, Teresa, un passaporto per andarmene dagli Stati del Papa. Io ritornerò a Fermo, e anche tu ci verrai. Ritornerò a Fermo! chi me l'avesse detto ritornare senza il mio Peppe… il mio Peppe, finito a quel modo!
Così dicendo, la povera donna diede in uno scoppio di pianto, che le sollevò il cuore: erano due giorni che non poteva più piangere.
Poi corse ad abbracciare ad uno ad uno i suoi piccini.
—E io vi condurrò in salvo, miei cari, diceva intanto. Finchè stavamo qui, io temeva per voi altri; pareva che un funesto presentimento mi avvertisse di qualche male che vi sovrastasse. Ma ora, grazie a Dio, potrò condurvi meco; andremo insieme dove si respira aria libera e si dormono i sonni tranquilli. Presto, presto, non tardiamo un momento. Teresa, aiutami a riempiere questa cassetta, e poi…
—Ma prima…, soggiunse don Omobono, parlando a stento, come se un nodo gli avesse serrata la gola. Prima bisogna… che voi andiate in persona alla Direzione di Polizia… per la vidimazione del passaporto, altrimenti…
—Ebbene, vado subito. Attendi ai ragazzi, Teresa. Ritorno in un batter d'occhio. Ogni ora che rimango in Roma, mi pare un secolo. Pare che il terreno mi bruci sotto i piedi. Dammi lo sciallo. Grazie anche una volta, don Omobono.
E Lucia si avviò rapidamente verso la porta.
Il povero prete non ne poteva più; la fiducia di Lucia, la sua gratitudine, le espansioni del suo amor materno, erano altrettanti colpi di pugnale per lui, che sapeva d'esser venuto a far la parte di Giuda. E quand'essa, dopo aver baciati un'ultima volta i suoi figli, si avviò rapidamente, tenendo fra le mani il passaporto, egli non resse più, e la richiamò, gridando:
—Lucia, aspettate!
—Che cos'è? cosa vuole?
—Per quanto amate i vostri figli, non andate alla Direzione di
Polizia.
—Ma perchè?
—Quel passaporto è un inganno.
—Che cosa dice?
—Non mi chiedete altro. Salvatevi, fuggite, se potete, ma non fate uso di quel passaporto: quello è il segnale per farvi arrestare, per portar via i vostri figli.
—Ah! gridò Lucia, correndo a raccogliere i suoi figliuoli in un gruppo, che abbracciò in ginocchio.
—E lei me l'ha portato! disse poscia verso don Omobono.
—Fui costretto! me l'avevano comandato! Ma io, no, non mi sento la forza di tradirvi, povera donna; facciano pure quel che vogliono, mi chiudano a San Michele, mi taglino anche la testa, ma io voglio salvare l'anima mia.
Bisogna credere che don Omobono fosse arrivato a un grado supremo di esaltamento, per lanciare quella eroica sfida alla morte, e più ancora per cercare la salvezza dell'anima fuori dei precetti de' suoi superiori.
L'eroismo di don Omobono fu la salvezza di Lucia Monti e de' suoi figli, ed esso la sconta tuttora colla reclusione in un convento di capuccini, dove però, a dispetto del castigo, esso comincia ad ingrassare.
Lucia e la sua fedele Teresa poterono, coll'aiuto di un travestimento, fuggire a tempo dalla Roma dei preti, e portare a salvamento anche i bimbi.
Quella buona famiglia si trova adesso nella patria di Giuseppe Monti, confortata dalle consolazioni dei concittadini e dal compianto di tutta la nazione.
La povera madre di Gaetano Tognetti ha raggiunto il figliuolo!
————
La Corte di Roma si è macchiata di nuovo sangue. Essa ha affrettato il giorno della sua caduta e il trionfo della libertà.
Abbiamo accennato di volo nel capitolo X alla catastrofe di casa Ajani, nella quale i Romani si batterono disperatamente contro i soldati del Papa: una donna generosa fu sgozzata co' suoi figli, e molti altri furono fucilati, dopo fatti prigionieri, dagli zuavi.
Questo fatto diede origine ad altro processo, definito colla condanna a morte di due cittadini romani, Giulio Ajani e Pietro Luzzi, la qual pena fu poi commutata, in seguito alla intercessione di re Vittorio Emanuele, in quella dei lavori forzati a vita. Le più scrupolose ricerche ci pongono in grado di fare interessanti e curiose rivelazioni intorno all'andamento di questo processo, non meno importante di quello che s'intitola dal nome degl'infelici Monti e Tognetti.
Ajani e Luzzi, vittime illustri, languono tuttora nella galere del
Papa-re.