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I misteri del processo Monti e Tognetti cover

I misteri del processo Monti e Tognetti

Chapter 47: APPENDICE
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About This Book

A narrative traces the events leading to and surrounding a prominent courtroom case involving two working-class men, interweaving courtroom scenes with episodes of everyday life in a city on the brink of political upheaval. Portraits of impoverished clergy, anxious families, and laborers reveal how economic hardship, rumors of rebellion, and competing loyalties shape personal choices and community judgment. The account balances procedural detail about the trial with moral reflections on authority, popular unrest, and the precariousness of ordinary lives caught between civic passion and institutional power.

APPENDICE

STORIA SUCCINTA DELL'INSURREZIONE ROMANA

Dacchè la nazione italiana per mirabile forza degli uomini e degli eventi, dopo tanti secoli di schiavitù e di divisione, potè dirsi libera e unita, un sentimento unanime, spontaneo, interpretato da un voto del Parlamento nazionale, volle e gridò Roma capitale d'Italia.

Una necessità storica e politica, dettò quel voto, e mantenne costantemente fisso nell'animo degli Italiani il desiderio di aver libera dal giogo dei preti la propria capitale. E quando le provincie venete furono anch'esse liberate dallo straniero, e cessò quell'incubo del quadrilatero, che pesava su noi come un'eterna minaccia, e quando mancò al re di Roma il sostegno delle armi francesi, quel desiderio divenne più irresistibile e veemente. Parve venuto il momento di redimere l'antica regina, di rivendicare la capitale d'Italia, e gli sguardi di tutti si volsero su Roma.

Questa opportunità fu sentita, egualmente dai Romani, i quali decisi ad affrettare il giorno del riscatto, fino dall'aprile 1867 costituirono un centro d'insurrezione, che fu rappresentato in Firenze dal centro di emigrazione sotto gli auspici di Garibaldi.

I concerti e i preparativi del movimento durarono tutto l'estate, fino a che nel 17 settembre, il generale Garibaldi, nel quale si accentravano le speranze della liberazione di Roma, comparve a Firenze manifestando apertamente l'intenzione di operare per quello scopo supremo.

Nei giorni seguenti apparvero le prime schiere d'insorti nelle provincie soggette al dominio pontificio, e per entrare in azione aspettavano forse la venuta di Garibaldi, designato naturalmente qual duce di quell'impresa. Ma il Generale, che il 22 settembre era partito da Firenze per Arezzo, e, oltrepassata quest'ultima città, procedeva verso il confine romano, veniva arrestato ad Asinalunga per ordine del ministro Rattazzi: e in pari tempo una nota del governo italiano, spiegando quella misura, disapprovava gli atti di Garibaldi. Esso dopo essere stato rinchiuso per due giorni nella fortezza di Alessandria fu condotto a Caprera.

A Firenze, a Milano, a Napoli e nelle altre città principali, del regno imponenti dimostrazioni popolari protestarono contro l'arresto del generale e in favore del movimento romano.

Nel giorno 30 di settembre, non ostante la mancanza di Garibaldi, scoppiò la rivolta nella provincia di Viterbo. Il fatto più importante di quel giorno fu la presa di Acquapendente, dove quaranta gendarmi rimasero prigionieri degli insorti.

A Bagnorea in uno scontro che durò due ore i pontifici sono battuti; così pure a Otricoli. Il movimento si propaga a Orte e a Ronciglione, convergendo verso Viterbo. La rivolta si estende in pari tempo nei monti di Bolsena, Soriano e Caprarolo.

Frattanto il comitato d'insurrezione rivolge un appello ai fratelli italiani, chiedendo il loro soccorso; e insieme agli emigrati romani, che si affrettano a rientrare nel loro paese, dei giovani animosi d'ogni parte d'Italia corrono ad ingrossare le file degli insorti. Garibaldi tenta anch'esso di accorrere in loro ajuto, ma avendo lasciato Caprera il 2 ottobre, viene arrestato in mare, e ricondotto in quell'isola.

Nella città di Roma la Giunta Nazionale Romana che precedentemente vi aveva dirette le dimostrazioni, nazionali, credendosi incompatibile coi nuovi avvenimenti si era ritirata fino dal 21 settembre; e nella direzione del partito liberale erano subentrati i capi-sezione dell'associazione nazionale, i quali al 27 dello stesso settembre avevano diretto un proclama al popolo romano, perchè si tenesse pronto al movimento insurrezionale. Ora allo scoppio della rivolta viterbese la direzione dei moti rivoluzionari, fu assunta in Roma da un comitato di salute pubblica. Il governo papale intanto procedeva a perquisizioni ed arresti senza fine, i quali cominciati il 30 settembre proseguirono non interrotti nei giorni seguenti.

L'insurrezione procedeva; non passava giorno senza che avvenisse qualche scontro, ora a Nerola, ora a S. Lorenzo, e al Pianale, e a Corneto, dove furono battuti gli zuavi del papa. Fu contrario alle fortune della rivolta il combattimento di Bagnorea del 5 ottobre, nel quale 350 insorti attaccati da 1200 papalini, dopo avere strenuamente combattuto, sopraffatti dal numero, furono astretti a ripiegare nei boschi di Goti e di Sipicciano, lasciando nelle mani degli zuavi cento prigionieri, che vennero tradotti nelle carceri di Civitavecchia.

Una brillante rivincita fu presa nel giorno seguente a Monte Rotondo, dove la squadra comandata da Menotti Garibaldi battè e respinse quattro compagnie di zuavi, e occupò quel paese.

L'insurrezione si estende sempre: le schiere degli insorti si spiegano nelle vicinanze di Frosinone, nei boschi sopra Monte Fiascone, e lungo la linea dell'Appennino, mentre una squadra importante tiene la campagna presso Velletri. Nelle scaramuccie di Corese e di Mentana i pontifici hanno la peggio: le schiere dei volontari occupano Nerola, Vicovaro, Ferentino, e i loro sforzi si dirigono verso la capitale. Menotti Garibaldi con cinquecento giovani si spinge fino a venti miglia da Roma. Gli zuavi che lo attaccano sono battuti e respinti fino a Montemaggiore, dove si fortificano. Nel giorno 13 ottobre gli stessi zuavi sono nuovamente sconfitti dalle schiere di Menotti a Montelibretti.

Nei giorni seguenti le squadre di Nicotera e di Ghirelli si congiungono a quelle di Menotti che arriva fino a sei miglia di distanza da Roma.

Così procedendo le cose degli insorti, e avvicinandosi essi alle porte della città, il Senatore di Roma presenta al Pontefice un indirizzo con cui dodici mila cittadini romani domandano, che s'invochi l'ingresso delle truppe italiane; ma l'astuta Curia, che sapeva di poter contare sull'appoggio francese, respinge sdegnosamente la domanda dei sudditi romani. Infatti in quel giorno medesimo, 18 ottobre, l'inviato francese aveva assicurato il governo papale che non gli sarebbe mancato l'appoggio della Francia.

Nel giorno 21 di quel mese riesce a Garibaldi di lasciare Caprera e raggiungere gl'insorti; la sua presenza infonde nuovo spirito in quei valorosi, che si accingono al supremo cimento.

In tale situazione la città di Roma non può più restarsene inoperosa. Sebbene stremata delle forze liberali, per le precedenti emigrazioni, e per le continue e raddoppiate carcerazioni, sebbene soffocata dalla sterminata immigrazione cosmopolita che fece delle sue sacre mura il recinto della reazione, sebbene avviluppata nelle spire della polizia, e del clericalismo, essa sente il dovere di partecipare alla lotta, come che sia, a costo di rimanere schiacciata; e si dispone a quella insurrezione, alla quale se mancarono le armi e le fortune non difettarono il coraggio e la costanza.

Il giorno che il comitato romano d'insurrezione aveva destinato all'azione era il 22 di ottobre, l'ora del cominciamento le 7 di sera.

Una fatalità, dalla quale ebbero principio i disastri di quella rivolta, e divenne la causa principale del rovescio totale, fu la perdita del deposito di armi e munizioni, che il comitato superando infinite difficoltà aveva adunato fuori di porta San Paolo. Quelle armi deposte nella vigna Matteini dovevano essere introdotte a forza per la porta San Paolo, al momento d'incominciare la lotta. Disgraziatamente la polizia pontificia ebbe a scoprire in tempo quel deposito, e alle ore 5 e un quarto, cioè quasi due ore prima dell'ora fissata, una colonna di pontifici composta di una compagnia di zuavi e di mezzo squadrone di gendarmi a cavallo moveva ad attaccare la vigna Matteini per impossessarsene.

In quel momento alla vigna non si trovavano che sette od otto individui lasciati a custodia delle armi. Il resto della gente destinata a trovarsi in questa posizione, circa 200 giovani scelti, era stata o arrestata o costretta a retrocedere nell'uscire dalla porta San Giovanni, l'unica aperta in quel giorno. Lottare contro un numero così soverchiante di nemici pareva follia. Tuttavia, prima d'abbandonare la casa furono scambiati da una parte e dall'altra alcuni colpi.

Intanto che fuori di Roma le armi andavano perdute, quei di dentro, ignari del fatto, alle sei e mezza, ora stabilita, assalivano audacemente il corpo di guardia alla porta San Paolo, se ne impadronivano, l'abbruciavano, e l'aprivano.

Ma atterrata la porta, invece di trovare gli amici, trovarono i nemici. Era la colonna reduce dall'impresa della vigna Matteini, e contr'essa sostennero l'urto, costringendola a ripiegare.

Di più, attaccarono il picchetto di guardia della polveriera vicina, e lo fecero prigioniero.

Non fu che alle 9 e mezza di sera che una forte colonna nemica ritornò all'attacco e potè ricuperare porta San Paolo, mentre gl'insorti ripararono, alcuni nelle vigne vicine, altri sull'Aventino.

Una colonna di circa 800 giovani, fiore di Roma, occupando tutto il lungo tramite di vie che da porta San Paolo va lungo la Marmorata fino alla Bocca della Verità, ed a piazza Montanara stava aspettando le armi per lanciarsi secondo i punti designati nell'azione; ma inermi, circondati in brev'ora da un fitto cordone di truppa, dopo aver ricevuto di piè fermo il fuoco nemico, sopraffatti dal numero, dovettero darsi prigionieri.

Ben duecento giovani romani andarono a stipare le già popolate prigioni della tirannide pontificia.

Fallito il tentativo nella vigna Matteini e porta San Paolo, il difetto di armi paralizzava ormai l'azione di tutta quell'altra parte di popolo, che da piazza Montanara e dalle vie circostanti aveva per principale obbiettivo la presa del Campidoglio.

Il Campidoglio, che fin dalle ultime ore del giorno non pareva guardato che da un picchetto di pochi uomini, apparve improvvisamente occupato da una compagnia di cacciatori esteri, che stava nascosta nel palazzo dei Conservatori, sicchè quando gl'insorti aprirono il fuoco e tentarono salire la scalinata, furono respinti da una vivissima fucilata, che ne rovesciò parecchi sul terreno.

Tuttavia, ad onta del fallito tentativo di sorpresa, e quindi della sfavorevole posizione nella quale si trovavano gl'insorti, muniti di pochi fucili e di bombe Orsini, tennero fermo per qualche tempo, e risposero arditamente al fuoco del nemico arrecandogli sensibili perdite, fra le quali un capitano di gendarmi ucciso.

Anche dal lato del Foro Romano buon numero di popolani tentò occupare il Campidoglio, salendo dalla parte di rupe Tarpea e dell'arco di Settimio Severo.

Trovarono quegli sbocchi fortemente occupati, e sebbene minacciati alle spalle dai cacciatori esteri della vicina caserma, sostennero animosi gli attacchi del nemico, che al pari dei Romani lasciò sul terreno buon numero di morti e feriti.

In piazza Colonna la fazione di guardia venne uccisa, parecchie bombe furono esplose, ma fatalmente il deposito di revolvers destinato ad armare gli insorti che dovevano attaccare il comando di piazza ed il palazzo di polizia a Monte Citorio fu scoperto e sequestrato nel momento appunto che si doveva farne la distribuzione. Non fu più possibile nemmeno impegnare il conflitto, e forti pattuglie di cavalleria e fanteria dispersero gli assembramenti facendo numerosi arresti.

Nello stesso tempo avveniva l'esplosione della mina ch'era stata sottoposta alla caserma Serristori occupata dagli zuavi pontifici. Una parte di quella caserma crollò seppellendo alcuni soldati nella ruina.

Nel giorno seguente accadeva un altro grave infortunio per la causa dell'insurrezione. I prodi fratelli Cairoli, saputo il bisogno d'armi in cui si trovavano i Romani, avevano stabilito di portare con altri cinquanta compagni un buon numero di fucili dentro le mura di Roma. Quegli animosi avevano presa posizione sui monti Parioli, nella vigna Glorio fuori di porta del Popolo, circa a due miglia di Roma, e attendevano il momento propizio per introdursi nella città, quando alle ore 4 di quel nefasto giorno 23 il loro asilo fu scoperto. La vigna Glorio venne assalita da cinquecento zuavi, che combatterono dieci contro uno, e i magnanimi compagni difendendosi eroicamente furono sopraffatti dalla forza preponderante.

Percossi dal cumulo di tanti rovesci, agitati dal sospetto che il tradimento si fosse già insinuato nelle loro file, i Romani non deposero il pensiero della resistenza. Quanti patrioti potevano sottrarsi alle prigioni accorrevano presso il comitato dicendo: «Bisogna continuare a qualunque costo.» E i Romani continuarono a protestare collo spargimento del proprio sangue contro l'abborrito governo del papa.

La sera del 23 imbruniva appena, quando a San Lorenzo e Damaso una compagnia di antiboini che traduceva un drappello di prigionieri romani e garibaldini venne attaccata dal popolo, in parte disarmata, e costretta a lasciare i prigionieri.

Molte altre pattuglie venivano nello stesso tempo assalite con bombe all'Orsini verso piazza di Pasquino, Santa Lucia della Chiavica, alla Trinità dei Pellegrini, ai Monti, ed in altri luoghi.

Alla caserma di Sora i soldati tumultuarono, atterriti dal sospetto che fosse minata, ed il popolo inerme che trovavasi nelle vicinanze, venne preso a fucilate. Parecchi caddero vittime, fra le quali una donna.

Per la città cresceva l'agitazione; la polizia faceva arresti in massa, le porte erano barricate e munite d'artiglierie, i ponti sul Tevere minati, tutti i posti raddoppiati, pattuglie a piedi e a cavallo in moto giorno e notte; piazza Colonna, piazza del Popolo, il Campidoglio, il Pincio, il Quirinale, tutte le posizioni strategiche erano occupate da forti colonne di truppe d'ogni arma; la circolazione per la città difficile di giorno, pericolosissima di sera; Roma dall'imbrunire in poi deserta.

Era lo stato d'assedio di fatto: insidioso, mascherato, senza proclamazione, senza norme, più pericoloso e terribile di qualunque altro; ma era quello che giovava al governo pontificio per opprimere Roma nelle tenebre, e strombazzare fuori per la credula Europa che Roma era tranquilla e il governo sicuro.

Ma alla fine il crescente pericolo lo costrinse a levarsi la maschera.

Il 24 ottobre, a mezzogiorno, il generalo Zappi proclamò ufficialmente lo stato d'assedio per Roma e suo territorio, e il disarmo generale.

La proclamazione aveva la data in bianco, prova che da molto tempo era preparata, e che non si osava pubblicarla.

Era la prima sfida aperta dal governo papale al popolo romano, e ad essa fu data conveniente risposta.

Nella casa dei signori Ajani, vasto lanificio in Trastevere, alcuni animosi andavano faticosamente raccogliendo armi e munizioni, nell'intento di adoperarle per un nuovo tentativo che si ordiva.

In mezzo a questi preparativi, la polizia, avutone sentore, alle due antimeridiane del 25 si presentò con grande apparato di gendarmi e zuavi onde intimare la consegna delle armi e la resa.

Alla minacciosa intimazione, risposero coi revolvers, e li respinsero. Possedevano solo 28 fucili e 20 bombe Orsini, erano 50 contro un battaglione di zuavi, a cui tutta la guarnigione pontificia poteva andare da un istante all'altro in soccorso.

La lotta era disperata, e non restava loro altra certezza di vittoria che quella del martirio.

Lo accettarono, ma per quattro ore vendettero cara la loro vita, e seminarono di corpi nemici la contrada.

In alcune case vicine a quella Ajani il popolo tentava ogni mezzo onde portar aiuto ai difensori. In mancanza d'armi, rovesciava sul nemico quanto gli veniva alle mani: tegole, mattoni, masserizie. Alla fine il numero prevalse, e gli zuavi penetrarono nella casa.

Allora fu un duello corpo a corpo, uno contro dieci, e le donne davano l'esempio.

Una romana, Giuditta Tavani, con un bambino in braccio, e incinta da sei mesi, lottando eroicamente coi revolvers contro il nemico irrompente, ferita da molti colpi di baionetta, fu alla fine colpita da una palla nel mezzo del petto e spirò l'anima virile.

Nello stesso momento cadeva estinto presso di lei un figlio di 13 anni, e veniva trucidato il bambino.

La lotta durò accanita di stanza in stanza, di piano in piano, finchè divenuta impossibile la resistenza, cominciò la strage.

Gli zuavi non accordarono quartiere ad alcuno: uomini, donne, fanciulli, quanti si trovavano, combattenti o inermi nella casa, furono passati a fil di baionetta.

Intanto prima di sera il popolo tentava accorrere da ogni parte in aiuto dei combattenti, ma tutte le vie e le comunicazioni erano chiuse da un fitto cordone di truppa; circa un migliaio di uomini circondavano il campo di quell'eroica difesa.

Basterebbe questo fatto, iniziato e compiuto dai soli Romani, per dimostrare che fra Roma e il papato sorse una barriera insormontabile; basterebbe il sangue degli sgozzati di casa Ajani per consacrare la Corte di Roma ad un odio immortale.

Nei successivi giorni, 26, 27, 28 e 29, continuarono su varii punti gli assalti alle pattuglie e gli scoppii di bombe Orsini. Gendarmi, zuavi, antiboini, erano pugnalati; il popolo, giunto alla disperazione, si vendicava come poteva.

Frattanto Garibaldi spingendosi verso Roma, riportava il 25 ottobre la splendida vittoria di Monte Rotondo, prendendo ai pontifici 200 prigionieri e tre cannoni. Nei giorni seguenti nuovi trionfi segnalano l'avanzarsi dei garibaldini che inseguono i papalini fin sotto le mura di Roma. Già Garibaldi dal casino di San Colombo in vista della città dice ai Romani di tenersi pronti alla riscossa, quando il giorno 30 le truppe francesi comandate dal generale De Failly sbarcano a Civitavecchia, e alle ore 3 pom., di quel giorno medesimo entrano in Roma il 1.° e il 7.° di linea, seguiti poco dopo dal 29.° e da altri reggimenti.

Questo fatto doveva schiacciare quel resto di energia che ancora rimaneva ai Romani, però prima di ripiegare la vinta ma non domata bandiera della sacra rivolta, il popolo romano volle ancora dar segno di sè.

Gli pareva che il ritorno dei Francesi, codesto nuovo insulto ai patti giurati, al diritto, all'onore, codesta nuova violenza usata dalla nazione madre delle rivoluzioni alla più giusta delle rivoluzioni, codesto nuovo misfatto del cesarismo alleato del papato non dovesse passare senza una nuova protesta di sangue e che fosse giusto castigo alla vanità militare dei soldati della Marsigliese che il loro cammino fosse seminato di romani cadaveri caduti per la libertà sotto il piombo clericale.

Così un pugno di risoluti, tentando rinnovare alla villa Cecchini Mattei a Sant'Onofrio l'impresa fallita in Trastevere, attaccati da due compagnie di zuavi si difesero disperatamente fino a sera, finchè divenuto vano il resistere accettarono la morte. Fu questo lo spettacolo cui assistette la Francia dell'89 reduce in Roma il 30 ottobre 1867.

Così la sola città di Roma dal 22 al 30 ottobre, per esprimere e suggellare il proprio voto, per sgombrare dalla mente degli illusi ogni idea di conciliazione, e di transazione, diede alla causa italiana oltre cinquanta morti, un centinajo di feriti, e ottocento carcerati.

La sanguinosa epopea doveva avere un triste eppur glorioso scioglimento a Mentana. Garibaldi, che dopo l'intervento francese aveva riconosciuta l'impossibilità d'impadronirsi di Roma, partiva da Monte Rotondo con 5000 uomini e cinque cannoni alle ore 12-1/2 del 3 novembre, e moveva verso Tivoli per volgersi al confine ed entrare nel regno. Oltrepassata di poco Mentana, la truppa garibaldina fu assalita da preponderanti forze di pontifici e resistè bravamente. Alle 2-1/2 la posizione era ancora di Garibaldi; fu allora che sopraggiunsero i Francesi, e portando nella bilancia tutto il peso dei loro fucili chassepots, decisero della giornata. I garibaldini furono astretti a ritirarsi innanzi a un numero più che doppio, lasciando sul terreno 250 caduti!

La storia ha registrati questi fatti, distribuendo l'onore e l'infamia a cui spetta.

SUNTO DELLA RELAZIONE FISCALE NEL PROCESSO MONTI E TOGNETTI

Nel santuario della giustizia incomincia a farsi luce sui fatti orrendi che col pretesto di libertà e dell'unità italiana, bruttarono Roma di rovine e di stragi nella sera memoranda del 22 e nei giorni seguenti dell'ottobre 1867.—La rivoluzione fu vinta dalla fedeltà valorosa delle truppe del papa, e per le misure prudenti prese dal suo governo.

È provata la connivenza prestata nei moti di Roma e delle provincie, alle bande garibaldine dal governo di Firenze, che acconsentì agli ufficiali dell'esercito regolare di capitanarle nella invasione del piccolo territorio pontificio, ed a concorrere colla persona alla rivoluzione interna di Roma. La quale, già preparata dalle varie fazioni di guerra combattute nelle provincie, e fin quasi alle porte di Roma, scoppiò la sera del 22 ottobre per opera di forastieri, non ajutati dal vero popolo romano, e subito vinta e repressa dal valore delle truppe papali.

Il processo, dà piena confermazione delle cose anzidette, ma indica altresì che taluno degli onorevoli deputati al parlamento italiano, per non essere da meno dei capi invasori, suoi colleghi, Garibaldi, Acerbi e Nicotera, venne alla direzione e si pose alla testa della sommossa, che ad ogni costo volevasi suscitare in Roma, e dopo avere, d'accordo con emissari e con nuovi ed antichi felloni emigrati romani approntate armi d'ogni ragione, non si peritò di vilmente ricorrere ai tradimenti coll'apprestare mine a caserme di militari pontificii, e col dare opera che si facesse saltare in aria una delle polveriere di Castel Sant'Angelo a strage, distruzione e desolazione di Roma.

Mentre le provincie erano messe a fuoco e sangue dai perfidi invasori, Roma, che giusta i preconcetti disegni avrebbe dovuto insorgere, stavasene salda, quieta, imperturbata, pronta bensì agli eventi, fidente e stretta al suo amato sovrano. I membri del sedicente Comitato romano davansi bene attorno a fare proseliti, ma, gli sforzi non riuscendo alla vastità dell'impresa scellerata, fu duopo muovessero da Firenze uomini sperti delle rivoluzioni: ed ecco venire alla spicciolata un buon numero con passaporti regolari sotto mentiti nomi, fra i quali primi e più capaci e influenti Luigi Castellazzo, pavese, Francesco Cucchi, bergamasco, deputato al Parlamento e colonnello garibaldino, ed altri ancora insieme ad un Giuseppe Ansiglioni, emigrato romano, tutti ufficiali di Garibaldi, e ad un Giulio Silvestri, ufficiale nell'esercito italiano, destinati a coadiuvare il Cucchi, capo supremo della impresa. Dessi, giunti in Roma, si affiatarono coi caporioni settarii romani, essendo di essi primi e più intraprendenti Cesare Perfetti, Giovanni Borzelli e Filippo Fioretti, i quali avevano ubbidienti altri ugualmente pronti e faccendieri.

Allo intento delle mire rivoluzionarie facevano ostacolo le truppe straniere al servizio della Santa Sede, e di preferenza gli animosi zuavi. Castel Sant'Angelo, baluardo del Vaticano, ben guardato e difeso, non offriva modo ad aversi con un colpo di mano. Quindi il pensiero infernale di ricorrere al tradimento minando caserme, inchiodare i cannoni del forte nel momento dell'azione, farne scoppiare le polveriere, lanciare bombe all'Orsini, a strage de' zuavi, uccidere i più zelanti degli ufficiali d'artiglieria.

All'uopo accordarono uomini esperti dei luoghi, e risoluti ad agire; degli artiglieri subornarono alla fellonia sei bassi ufficiali.

Gli emigrati Ansiglioni e Silvestri trassero a loro l'ingegnere Giuseppe Bossi, il quale assunse l'incarico di esplorare le caserme, e scegliere i luoghi opportuni ove collocare le mine. Lo coadiuvarono i muratori Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, i quali di notte tentarono varie esperienze inutilmente per trovar modo di introdurre barili di polvere ne' sotterranei della caserma Serristori. Fu dovuto rinunziarvi ed attenersi invece al partito di aprire con chiave falsa un locale terreno della stessa caserma, collocarvi due barili di polvere ed appiccarvi fuoco. Lo scoppio di essi dovea ancora servire di segnale allo scatenarsi della rivoluzione; e così fu.

Per la mina della caserma di Cimarra, ove stanziano i legionari d'Antibo, si ricorse allo spediente di far prendere in affitto da un Augusto Ammaniti alcuni sotterranei a contatto col muro posteriore di essa caserma; vi si tentarono gli apparecchi opportuni, ma non riuscirono.

Un Filippo Fioretti intanto riusciva a sedurre con danaro e con promesse lusinghiere di avanzamenti militari quattro marescialli, due brigadieri ed un milite comune di artiglieria, che gli giurarono ajutarlo nell'opera d'inchiodare i cannoni, ed in ciò che venisse imposto dalle circostanze della rivoluzione.

Così disposte le cose, andavasi incontro al momento della gran lotta. Roma per altro, confidente negli aiuti di Francia, per resistere all'urto dei nemici interni ed esterni, faceva sforzi inauditi, ma non le fu conceduto sfuggire ai mali di una rivoluzione, alla quale spingevano i garibaldini che romoreggiavano per ogni intorno, e gl'intendimenti dei rivoluzionari, che presero maggior ansa, quando nel Moniteur del 22 ottobre apparve la notizia della sospensione dell'imbarco delle truppe francesi a difesa della Santa Sede. A questa novella, assicurato il Governo italiano, aprì liberamente i confini a migliaja di garibaldini, onde si riversassero sullo Stato pontificio, e fece giungere a Cucchi l'ordine che Roma onninamente la sera stessa insorgesse.

Come si fu un tal ordine diramato ai capi agitatori, corsero dessi a darne gli avvisi ai loro cagnotti, a fermare gli accordi, a fissare le poste, a dispensare le armi. Roma nelle ore pomeridiane di quel dì formicolava di sgherri forastieri misti a bordaglia, che mai non manca in popolose città, presta sempre a scelleratezze, ove trovi di avvantaggiarsene. Il Governo messo sull'avviso, vegliava; i corpi d'ogni arma stavano all'erta, di guisa che, quando nella sera alcune bande d'insorgenti, le quali si avvolgevano con armi in varii punti della città e fuori della porta San Paolo, vollero misurarsi co' soldati, furono per ogni dove battute, vinte o disperse.

La sola fazione che rispose ai biechi intendimenti, degna certamente de' suoi autori, e di che si compiacque il Cucchi e mandò a farne i suoi rallegramenti, fu la mina fatta scoppiare sotto la caserma Serristori. Per essa crollò da cima a fondo con ispaventevole detonazione una parte del fabbricato, e furono travolti a precipizio e sepolti fra le rovine parecchi militari zuavi, e la più parte italiani, dei quali pochi andarono illesi; dodici rimasero chi più chi meno gravemente feriti, per modo che in progresso di tempo tre ne perirono, ventidue furono estratti morti: una famigliuola che a caso andava per via, marito, moglie ed una fanciulla di presso a sei anni, restarono anch'essi sotto le macerie; la sola donna ne potè essere tratta semiviva e pesta; le case circostanti allo scoppio orrendo, ed al crollo violento patirono tale una scossa che si screpolarono in più parti, andarono in frantumi porte e finestre.

Nel dì seguente i cittadini, inorriditi alla vista di tanto disastro, maledicevano gli autori di così nero e barbaro tradimento. Ma i settari, freddi, per nulla scorati delle iatture e dello smacco della sera innanzi, sicuri degli appoggi esteri, pieni di dispetto e di odio, che mai non muore nei loro petti, sghignazzavano, si preparavano alla riscossa, intendevano alla vendetta. Infatti nella notte appresso mandavano a nascondere nei già detti sotterranei attigui alla caserma di Cimarra un barile di polvere, ed avvertiti del danno che ne sarebbe avvenuto piuttosto alle case sottostanti della via Paradisi: non importare, dicevano, purchè si spargesse il terrore e lo spavento, ed in questo si potesse sorprendere ed assaltare i legionari d'Antibo; pressavano, onde accadessero orrori in Castel Sant'Angelo; ma già prima della sera della sommossa gli ufficiali superiori di artiglieria, avuto sentore delle ree macchinazioni e della infedeltà del loro maresciallo Zaffetti e di talun altro, avevano fatto sgombrare della polvere la polveriera designata n. 5, e con bel garbo avevano tenuto lontano i sospetti, e resili incapaci di male oprare. Qua e là in più luoghi, per mantenere l'agitazione, si esplodevano bombe: nel Trastevere il dì 25 si riunivano armi e molte persone nella casa abitata da certo Giulio Ajani, e s'ingaggiava una fiera lotta colla truppa, e ne succedevano ferimenti ed uccisioni, di che darà conto una separata processura all'uopo intrapresa: nel giorno 30, due ore dopo entrati i Francesi in Roma, veniva insidiosamente assalita una mano di zuavi presso la villa Cecchini, e ne conseguiva un conflitto con morti da ambe le parti.

Vinto finalmente a Mentana Garibaldi, e datosi alla fuga, i suoi ne seguirono le peste; Roma fu purgata da esterni ed interni agitatori. E quando si fu in grado di ordinare l'arresto di coloro che avevano preso parte morale e materiale nell'apprestare le mine, e nelle ree macchinazioni e conati su Castel Sant'Angelo, i capi principali Francesco Cucchi, Giuseppe Ansiglioni e Giulio Silvestri aveano già provveduto alla loro salvezza, tornandosene là di dove erano venuti, e si constatò la fuga e contumacia di Cesare Perfetti, di Filippo Fioretti, di Angelo Tognetti, di Augusto Ammaniti, di Giovanni Borzelli e di Camillo Brica. I soli che caddero in potere della giustizia furono: Luigi Castellazzo, Giuseppe Manti, Giuseppe Bossi, Gaetano Tognetti, Benedetto Raffo, Rocco Dimaggio, Mariano De Mattias, Tito Sernicoli, Carlo Palanca, Francesco Zaffetti, Pietro Santarelli, Claudio Marchesi, Giuseppe Moresi, Vincenzo Patrizi, Antonio Zamperini, Achille Semprebene e Luigi Claudili. Fra questi arrestati confessarono la propria e l'altrui colpabilità con qualità scusanti Giuseppe Monti, Giuseppe Bossi, Tito Sernicoli e Francesco Zaffetti.

Il titolo principale di accusa è Di promossa insurrezione contro il Sovrano ed il Governo con apprestamento di mina alla caserma Serristori con omicidi e ferimenti. La prova generica dell'esistenza del titolo d'accusa la offre il fatto stesso dello scoppio della mina avvenuto nella sera del 22 ottobre, e del rovinio di un angolo della caserma che ne seguiva coll'eccidio e col ferimento di molti individui. Catastrofe orrenda che veniva pietosamente narrata da Giuseppa Cecchi, vedova di Francesco Ferri, la quale per caso vi fu travolta insieme col marito ed una figlietta di sei anni, che vi rimanevano estinti, mentre dessa ne riportava gravi ferite.

Alcuni zuavi sopravvissuti deposero «che partita da non molto una loro compagnia per alla volta di San Paolo, i rimasti attendevano chi ad una, chi ad altra faccenda, quando circa le ore sette di sera fu udita una subitanea e cupa esplosione con tale un percuotimento e rovinio, che sembrò la caserma inabissasse e profondasse capovolta; i lumi si spensero tutti; un fitto polverio invase ogni parte: al terrore succedè momentanea e profonda quiete. Chè, smarriti i militi a quella inaspettata scossa, incerti di che si minacciasse a loro danno, stettero per alcun tempo in forse: indi animosamente, brancicando e barcollando nel buio, diedero di piglio alle armi, vennero all'aperto in sulla strada.» Tutto era tenebre e mortale silenzio; una polvere densissima spinta dal vento trascorrea vorticosa largamente intorno; l'angolo esterno della caserma, fra la via de' Penitenzieri e l'altra di Borgo Vecchio, caduto a grande spazio in ruina: di là a quando a quando uscivano lamentosi e fiochi gemiti perdentisi fra i sassi e i massi delle diroccate mura. In quelle distrette corsero eglino a guardare i passi; accesero torcie a vento, si munirono di attrezzi, che in sull'atto poterono avere acconci a scavare, si provarono di soccorrere i loro commilitoni feriti o morenti, traendoli di sotto alle macerie: nel che, coadiuvati più tardi dal benemerito Corpo de' Vigili, riuscirono a camparne parecchi, non senza esporsi a gravi pericoli. Perchè, solleciti tutti più dell'altrui che della propria salvezza, operarono spesso in quella notte sotto mura squarciate e cadenti, con sovra al capo lunghe travi penzolanti, tra fucili carichi colle casse scavezze, facili a scattare al più lieve urto, e sopra mazzi di cartucce qua e là seminati, cui una scintilla sola bastava ad accendere. Ventiquattro furono i morti scavati dalla notte anzidetta sino al giorno 2 di novembre, dei quali 22 zuavi e due borghesi, cioè l'operaio sunnominato Francesco Ferri e la sua figliuoletta Rosa; tredici i feriti, compresa la donna Giuseppa, moglie del Ferri. Di questi, tre cessarono di vivere in progresso di cura. Onde, si ebbero a lamentare danni più o meno gravi a dieci persone e la perdita di ventisette individui.

La direzione generale di polizia nei giorni 7 e 28 novembre 1868, per due diverse relazioni di due che sostennero le prime parti nella rivoluzione, venne istruita di tutto il piano di essa, come concepita, da chi diretta, a quali fini, e dei particolari più minuti di esecuzione: rivelazioni che poi furono ampiamente confermate dalle confessioni giudiziali di Monti e degli altri ugualmente confessi. Le seguenti parole attribuite al Castellazzo, e che leggonsi in aggiunta a quelle rivelazioni, meritano per la importanza loro di essere riferite, siccome quelle che confermando la lealtà onesta del Governo italiano, rivelano per nuova prova di fatto la concordia fraterna e politica per la quale gl'Italiani sono congiunti fra di loro.

«Garibaldi aveva ordine di non entrare in Roma, ma solamente costeggiare le mura per incoraggiare l'insurrezione; ed allorchè fosse stata questa superata, sarebbe entrata in Roma la truppa regolare italiana col pretesto di mettere l'ordine; se fosse entrato prima Garibaldi, si temeva non di lui, ch'era di perfetto accordo con Rattazzi, ma dei molti che lo circondavano del partito mazziniano, che aveano dichiarato di fare un plebiscito in senso repubblicano, giacchè Mazzini medesimo avea dato l'ordine di proclamare la repubblica italiana; ed in Roma a tal uopo vi erano gli emissari di Mazzini e di Rattazzi, i quali contrastavano a vicenda coi partiti esistenti in Roma.»

Nel piano pratico della rivoluzione venne avvisato di attentare alla vita dei militari esteri, massacrandoli in massa col mezzo, consentito in tempo di guerra, delle mine, lo scoppio delle quali, abilmente disposte, avrebbe dovuto farne saltare in aria le caserme con quanti vi sarebbero dentro. Ed una tale idea suggeriva ai capi mestatori di rivoluzione la necessità in cui erano di far molto e presto, imperocchè mancavano le armi e le munizioni, e così erano una fiaba le provviste imponenti che tanto vantava da anni il celebre Comitato nazionale romano, e per le quali parimente avea succhiate alla buona fede dei creduli rilevanti somme di danaro.

E un fatto attestato persino nei rapporti militari del generale pontificio ministro Kanzler, che alla rivoluzione romana mancarono le armi promesse dal Comitato nazionale, in cui sconsigliatamente fidando migliaia di giovani, si esposero contro le truppe regolari, nella sicurezza, tradita, che sarebbero loro state distribuite le armi al momento d'incominciare la lotta; invece furono inermi ed abbandonati! Niuno al mondo potrebbe accusarci di mendaci nel ricordare che facciamo questa verità dolorosa pur troppo di tradimenti, ma storica.

Risoluto il mezzo delle mine, studiando nella carta topografica di Roma, si designavano i luoghi ove poterle, con gli ostacoli minori possibili, collocare, ed ove stazionassero soltanto gli esteri, osservando per altro che i circonvicini non ne risentissero danno. I progetti si fermarono sopra le due caserme di Serristori e di Cimarra, tenuta dai zuavi la prima, dai legionari di Antibo la seconda.

Inutile qui sarebbe ripetere i varii tentativi, i molti sperimenti, sempre riusciti invano, per minare, secondo le regole dell'arte, le due caserme. Interessa bensì a sapersi, che i più attivi negli studii e nella direzione pratica di esse furono i due romani Giuseppe Ansiglioni e Giulio Silvestri, dichiarati assenti, con l'ingegnere Giuseppe Bossi, romano, e Giuseppe Monti, muratore di Fermo, intrepido esecutore, entrambi arrestati. Lo scoppio di una mina «era addivenuto necessario, essendosi divulgato che un gran rimbombo dovea essere il segnale della rivolta, stabilita per le ore otto circa di detto giorno 22 ottobre prossimo passato» ed inoltre la sfida erasi già data, gittato apertamente il guanto.

Del modo come fu eseguita la mina a Serristori dirà, meglio che ogni altro studiato racconto, la confessione genuina dell'esecutore Giuseppe Monti, il quale fu per accidentalità arrestato nelle ore pomeridiane del 24 ottobre nell'osteria dell'altro arrestato Domenico Lucci, dove si condusse la forza per requisire alcune accette nascoste in cantina e preparate per la sommossa.

Monti avea avuti poi abboccamenti coll'Ansiglioni, col Silvestri, e con un tal Perfetti, e talvolta erasi incontrato col Cucchi. Ansiglioni lo istigava con le minaccie, e lo allettava con promesse le più vantaggiose. Nel giorno 22 ottobre fu combinato che egli, all'operazione nella caserma Serristori, avrebbe avuti a compagni un tal giovine Peppe, e due soldati di linea, dei quali uno caporale. (Forse erano due congiurati vestiti alla militare). Peppe era quegli che doveva aprire la porta, di cui avea falsificata la chiave, d'un locale terreno sottostante alla caserma Serristori: i due soldati lo avrebbero aiutato portandovi dentro due barili di polvere: che, presi dalla bottega d'uno stagnaro al vicolo della Campanella in Panico, il Monti dovea collocare al posto e incendiare. La divisa militare serviva ad allontanare i sospetti, perchè quel locale terreno era tenuto ad uso di magazzeno del Corpo pontificio del Genio. Infatti, Monti, Peppe ed i due veri o finti soldati, andarono al luogo designato; a Monti vennero date da un incognito circa tre libbre di polvere sciolta per versarla in un foglio di latta, preparato dall'Ansiglioni, per mettere in comunicazione i due barili, i quali presi su dai due soldati li adagiarono in una vettura di piazza che avevano a loro disposizione, e, salitivi sopra i quattro congiurati, si diressero verso la caserma Serristori. Si fermarono sulla vicina piazza di Scossa-Cavalli. Soltanto Monti discese dal legno, diede al vetturino uno scudo, gl'inculcò di accostarsi bene presso la caserma Serristori, alla seconda porta.

Il giovane Peppe aprì in un batter d'occhio; i soldati del pari in un batter d'occhio portarono dentro i barili colla polvere; il legno partì. Avvisato Monti, che attendeva sulla piazza Scossa-Cavalli, essere tutto pronto, e che a lui toccava di fare il resto, chiese se coi barili avessero messo dentro il foglio di latta che era nel legno, al che risposero averlo dimenticato. I soldati suggerirono che si poteva supplire con un mattone, dei quali ve n'era un mucchio nell'interno del locale, ed il giovane Peppe andò a prendere un pezzo d'esca lungo circa un mezzo palmo. Egli, Monti, entrò nel locale apertogli, chiuse dietro a sè la porta, accese un fosforo, e colla languida luce del principio di esso e dello zolfo adocchiò dove stavano i due barili colla polvere e dove i mattoni; smorzò il fosforo per impedire che si accendesse lo zeppo e spandesse troppa luce; trascinò i barili fino nel mezzo della munizione, li congiunse palpando così all'oscuro, ne congiunse le bocche in modo che poco distassero l'una dall'altra. Sempre col sussidio del fosforo appena acceso e quasi sull'istante smorzato, raccolse un mattone dal mucchio che avea visto, lo collocò tra una bocca e l'altra dei barili; raccolse colla mano dal barile pieno (l'altro ne conteneva appena un terzo) la polvere accostandola all'orlo del mattone, versò su questo l'altra polvere che avea ricevuto, vi applicò la striscia di esca, fermandola con un sassetto perchè non cadesse, accese un ultimo fosforo, e con questo l'esca, e via richiudendo la porta.

Quindi andato sulla piazza Scossa-Cavalli, lo seguirono i soldati ed il giovine Peppe, e lì per lì consegnò ad uno dei soldati scudi trenta in boni di Banca per dividerseli insieme!!… Lasciati sulla piazza anzidetta gl'indicati tre individui, senza sapere dove si recassero, si diresse egli verso Borgo Vecchio, e, come fu alla metà di quel borgo, intese lo scoppio dei barili di polvere dalla parte della caserma Serristori, che fece rintronare tutti i luoghi circonvicini; al che fu preso da forte terrore. L'orologio segnava le ore sette in punto, e conobbe che dalla esplosione all'avere appiccato il fuoco all'esca ci saranno corsi circa cinque minuti. La notte questo sciagurato, cui mancò il coraggio di trattenersi nella propria casa in Trastevere, la passò in un lettino della casa alla Rotonda, ove alloggiava l'Ansiglioni, il quale nella mattina seguente del 23 ottobre gli regalò scudi dieci!! Giuda vendette Cristo per trenta danari; Ansiglioni, in nome della redenzione d'Italia una, della vita di ventisette infelici, sepolti nelle rovine di Serristori, e del ferimento di dieci altri, ricompensa quattro sciagurati con dieci scudi cadauno!!… È vero però che fu consolato dai complimenti, di gratulazioni del generale, il quale fecegli ancora dire che si era preparato un felice avvenire, non avrebbe più campato di braccia, avrebbe fatto il padrone, non gli sarebbe più mancato niente. Ed in fatto dall'ottobre 1867 ad oggi, la sorte di questo disgraziato è invidiabile!… e l'avvenire di lui lo sarà più ancora!…

Basta alla storia della catastrofe funesta della caserma quanto venne narrato sin qui. Rendere conto minuto della parte che vi presero gli altri correi sarebbe una ripetizione superflua. La confessione dell'ingegnere Bossi, che tutta si aggira sugli studii e sulle sperienze per tentare con risultato giammai ottenuto le mine, se prova la correità sua e di altri negli attentati e nella rivoluzione, non isparge di maggior luce la verità delle cose esposte.

Per questo delitto della mina Serristori, la legge chiama a sindacato: Francesco Cucchi di Bergamo, Giuseppe Ansiglioni e Giulio Silvestri, romani (dichiarati assenti), Cesare Perfetti, Angelo Tognetti, Giovanni Borzelli, romani (contumaci), e gli arrestati Giuseppe Bossi, Gaetano Tognetti, romani, Giuseppe Monti di Fermo, Giuseppe Moresi, Achille Semprebene, romani, e Luigi Claudili di Piedilugo.

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Questo capolavoro d'ipocrisia e di malafede non ha bisogno di commenti. Già accennammo le mire che si era proposto il giudice inquirente nell'opera tenebrosa di questo processo.

Si voleva dimostrare che il movimento romano non fu opera dei cittadini di Roma; ma fu importato dal di fuori; si voleva dimostrare che gl'imputati non furono spinti ai loro atti dall'idea patriottica ma sibbene da un vile interesse.

Diretto a tali intenti il giudice si valse dello sterminato potere che gli accorda la procedura inquisitoria, contorse i fatti, li ravvolse nelle ambagi di capziosi ragionamenti.

E come potevano gl'inquisiti difendersi da quelle insidie? quale garanzia accorda loro la legge sotto il governo del Papa?

Nessuna idea di giustizia e d'equità nemmeno subordinata ai fini preconcetti entrò nella compilazione del processo e della relazione, che n'è il riassunto. Spargimento di sangue doveva esservi ad ogni costo, e come il carnefice appresta e forbisce il suo arnese di morte, così il giudice pontificio ordì la rete delle sue disquisizioni per modo, che almeno due degli imputati vi lasciassero impigliata la testa.

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La decapitazione di Monti e Tognetti, eseguita dalla ghigliottina pontificia, salutò un grido unanime d'indignazione da un capo all'altro d'Italia. Questo grido risuonò anche in Parlamento per la bocca dei rappresentanti del popolo. La riparazione di quell'atto inumano fu espresso innanzi alla Camera dei deputati dallo stesso presidente del Consiglio dei ministri generale Menabrea, con queste parole che acquistarono una speciale importanza per la persona che le pronunziava.

«Signori. La notizia della esecuzione del Monti e del Tognetti ci ha dolorosamente contristati. Noi speravamo fino all'ultimo istante che, un atto di clemenza avesse risparmiata la vita a quei due infelici; e lo credevamo tanto più, che già da più di un anno essi erano trattenuti nelle carceri; e che il fatto per cui furono condannati, aveva un carattere politico, perchè esso era principalmente diretto contro quella truppa straniera, che più d'ogni altra aveva suscitato lo sdegno del popolo romano.

«Crediamo che quest'atto sarà considerato come una inutile vendetta, e non servirà certo a rialzare il prestigio di un'autorità, la quale non si regge che per le influenze straniere.

«Il ministero, o signori, non ha trascurato nulla di quanto era nelle sue facoltà, per fare in modo che fossero sottratti all'ultimo supplizio quei due infelici; questo non occorre dirlo; ciò che mi preme di rilevare è, che questo fatto, per parte del governo pontificio, fu un grandissimo errore politico, e questo errore dimostrerà al mondo che nell'interesse della pace, e nell'interesse stesso della religione, è necessario che si muti una condizione di cose che conduce a così fatali risultamenti».

Alla riprovazione espressa dal presidente del Consiglio dei ministri si associava con voto unanime la Camera dei deputati.

Più splendida manifestazione ricevè la indignazione di tutto il paese mediante la sottoscrizione che in ogni parte d'Italia si aperse a favore delle superstiti famiglie di Monti e di Tognetti. A tale protesta concorse già un numero immenso di firme e si raccolse una somma considerevole a sollievo di quegli infelici.

FINE