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I moribondi del Palazzo Carignano

Chapter 12: IX.
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About This Book

A series of satirical sketches and vignettes lampoon parliamentary life and its social surroundings, following conversations, domestic scenes, and electoral episodes to expose the gap between public reputation and private hardship. The narrator offers ironic character portraits of ambitious deputies, exiles returned to politics, and fashionable society, alternating anecdote, mock analysis, and comic observation. Recurrent themes include hypocrisy, vanity, the rituals of salons and assemblies, and the contrast between imagined privileges and mundane inconveniences. The tone blends wit and caustic critique to illuminate political manners, journalistic practices, and the social rituals that sustain public life.

VI.

Il barone Ricasoli.—Origine di sua famiglia.—Suo ritratto.—Un po' di biografia.—Sua amministrazione autocratica in Toscana.—Suo carattere.—Ministro.—Indole di questo Ministero.—Risultati.

Torino, 12 giugno 1861 e febbrajo 1862.

Il barone Ricasoli ha preso il posto del conte di Cavour. Io non dico che lo abbia rimpiazzato. Il conte di Cavour apparteneva a quella taglia di uomini che non si rimpiazzano dall'oggi all'indomani. Nondimeno, il barone Ricasoli costituisce un tipo di alto valore. L'uomo politico e l'artista sono attirati a studiare questa figura che, in un momento così solenne, si presenta nel mondo e viene a sostituirsi all'Atlante d'Italia.

L'origine della famiglia Ricasoli rimonta al più lontano medio-evo. Essa era lombarda. Alberto di Guido da Malapresa assunse il nome di Firidolfi al XII secolo. Raniero de' Firidolfi prese quello di Ricasoli, dal nome di un feudo, di cui fu investito da Federico I di Svevia. La storia di questa famiglia si confonde a quella sì piena di vicende e sì drammatica della repubblica fiorentina. Ora guelfi, ora ghibellini, questi guerriero, quello legato, quello priore della Repubblica, i Ricasoli rappresentarono sempre le prime parti nel loro paese. Qui è un vescovo che come inviato della Signoria va a Parigi a domandare l'estradizione di Strozzi, e porta all'uopo la fiala per avvelenarlo. Là è il primo Bettino Ricasoli, che è più caratteristico ancora. Io citerò questo aneddoto.

Verso la metà del XIV secolo, questo Bettino era ritornato vincitore dalle guerre di Romagna. Capitano del partito guelfo, si adoperava a fare allontanare dal Governo i ghibellini. Per ottenere la condanna di due membri di questo partito egli aveva parecchie volte, ma inutilmente, rimaneggiato il Consiglio dei Ventiquattro, il quale doveva approvare questo decreto. Lasso di pazienza, il barone Bettino lo convoca un giorno a palazzo, quindi ordina di chiudere le porte, e se ne fa portare le chiavi. Poi giura che alcuno non uscirà di quivi prima che il decreto di bando non fosse sanzionato. Il Consiglio resiste. Bellino presenta ventidue volte lo stesso decreto. Infine affamati, stanchi, nel mezzo della notte, i Ventiquattro cedono e passan la legge.

Il Bettino d'oggi non vi par desso fuso nello stesso stampo del
Bettino del XIV secolo?

Per comprendere questo strano tipo bisogna vederlo nel suo vecchio castello di Brolio. Quello è la cornice di questa figura di Holbein. Quel castello non è mica una ruina. Sembra fabbricato d'ieri, talmente è completo, instaurato in tutte le sue parti, studiato in tutti i suoi dettagli. Si direbbe, a vederlo, essersi in pieno XV secolo, alla vigilia di un assedio o di un assalto. Non una pietra che scaltrisi dai vecchi muri, i fossati: intatti e netti, non un anello irrugginito nelle catene dei ponti levatoi, non un chiodo che manchi ai ponti ed alla saracinesca. La sala d'armi dei suoi antenati è in ordine e le armature ne sono ricche e numerose. Ed il barone attuale, per provare che egli non è degenere, le indossa di tempo in tempo, in convegno di amici, e ne regge il peso senza soccombere. Se degli arcieri non vegliano più sulle torricelle del vecchio castello, dei terribili molossi ne guardano le porte. Poi vi si trova un'eccellente biblioteca e dei magnifici giardini. La domenica, il barone Bettino, come gli eroi di Walterscott, legge la preghiera nella grande sala del castello ai suoi contadini ed ai numerosi suoi domestici, ed il cappellano resta in piedi al suo fianco. Il barone sposò una nobile giovinetta della famiglia dei Bonaccorsi. A capo di nove anni, passati quasi sempre nel recinto del castello, questa graziosa castellana morì, lasciando un'unica figlia. Ed al letto di morte solamente fu dato ai parenti vederla. L'imperio misto di signor feudale e di patriarca, che il Ricasoli esercita sulla sua corte e su i suoi fittaiuoli, non ha più l'aria dei tempi nostri. Entrando a Brolio, si lascia il XIX secolo ai limitari. L'età mediana rivive, col conforto della nostrana, e la poesia di quei dì in cui si adoravano due poteri: la forza e la bellezza.

Lo spirito è colpito all'aspetto del barone Ricasoli. Si crederebbe risuscitato un ritratto di Alberto Durer o di Giorgione. Grande, magro, ritto, i capelli rossigni, i lineamenti pronunziati ed angolosi, l'occhio velato; sempre bottonato e inguantato; la faccia a punta, come quella del cardinale di Richelieu; la fronte alta, lucida, senza rughe, ampia; i movimenti subiti, bruschi, convulsi; impetuoso e sanguigno, e nondimeno freddo e degno; il passo lento, e nondimeno agitato come quello del tigre; la voce metallica, quantunque leggermente nasale, ma non disarmonica, nè spiacente; camminante dritto, ma dondolantesi; facile all'abordo, ma tenendosi in distanza per un certo non so che, che interdisce la dimestichezza, la confidenza, l'espansione del cuore…. il barone Ricasoli vi attira e respinge nel tempo stesso. Voi provate in faccia a lui un misto di trepidanza, di rispetto, di ammirazione e d'inquietudine. Il barone Ricasoli non ha età. Egli è un gentiluomo compito e di rara probità.

Fino al 1847, quando la vita italiana si risvegliò, il barone Bettino viaggiò, sovraneggiò nelle sue torri e nelle sue terre, ove si addisse all'agricoltura e scrisse talune memorie speciali. Egli fece dell'agricoltura—sola cosa che resta oggimai all'aristocrazia, la quale non possa più servire il suo paese con le armi, e disdegni servire le corti.—Fece dell'agricoltura per il progresso, per la scienza, per ammigliorare le sorti dei suoi vassalli. Il barone Ricasoli ottenne, per i suoi eccellenti vini di Chianti, una medaglia all'Esposizione di Parigi e la croce della Legione d'onore. Nel 1847 egli osò scrivere un Factum, ove espose al Granduca la difficile situazione della Toscana, e domandò delle istituzioni monarchiche secondo le convenienze dei tempi. Leopoldo II non se ne tenne mica per offeso, perocchè il diapason di quell'anno era molto più elevato che le istituzioni monarchiche. Vennero le difficoltà tra il duca di Modena, l'Austria e la Toscana, a proposito della cessione del Ducato di Luca. Leopoldo II, avendo scelto come arbitro Carlo Alberto, gli mandò il barone Ricasoli, il quale compiè la sua missione con successo. In questo frattempo la rivoluzione scoppiò.

Ricasoli fondò allora un giornale intitolato la Patria, con Salvaglieli e Lambruschini, in cui si addotto il programma: fuori i barbari. Il più spinto di tutti era il barone Ricasoli. Egli spiegò il suo programma unitario di una monarchia nazionale e dell'Italia affrancata dal papa e dall'Austria. Lo si trattò di utopista. Nondimeno egli non volle unirsi a Montanelli ed a Guerrazzi. Dette la sua demissione di gonfaloniere di Firenze, e declinò qualunque partecipazione al governo democratico. Ma fece parte della commissione governativa, la quale si formò poco dopo per richiamare il Granduca.

Ricasoli richiamava il principe: il principe tornò con gli Austriaci. Il fiero barone rimanda allora al Granduca la sua decorazione e va a seppellirsi nel suo castello di Brolio. Poi, come Leopoldo II sotto il pretesto di prosciugar le Maremme prosciugava le tasche dei suoi sudditi, il castellano di Brolio, volendo dargli una lezione, compra un distacco di questi stagni, si reca in Inghilterra, ove incetta delle macchine possenti, torna in Italia, si conduce sul sito con i suoi contadini, brava le spese e la febbre, e quei terreni sono fertilizzati.

Gli avvenimenti del 1859 arrivano.

Il partito dei moderati aveva redatto un libercolo, che era una dichiarazione di guerra alla casa di Lorena—l'Austria e la Toscana—ma non osava pubblicarlo. Si voleva, tutto al più, avventurare, un indirizzo e domandare delle riforme. Ricasoli respinge con disdegno questo mezzo termine. Aggiunge il suo nome a quello degli autori, ed il manifesto viene a luce. Il Granduca, sfidato, accetta il cartello e sollecita l'ajuto del suo esercito in frattanto che arrivassero i Tedeschi. L'esercito toscano fraternizza col popolo. Leopoldo II, ricordandosi la storia del 1848, sale in sedia da posta. Il popolo lo lascia partire, schierandosi in due ale, lungo la via, sul suo passaggio, e dicendogli addio, di un'aria beffarda. Il Granduca saluta serio serio, poi, alla frontiera, prendendo fiato e coraggio, risponde del medesimo tuono sardonico: A rivederci!

Il bravo principe! Ah! non è mancato certo da lui se non ha tenuto parola—nè dall'Imperatore dei Francesi—forse!

Il barone Bettino cominciò per essere ministro dell'interno del commissario del re Vittorio, il signor Buoncompagni. Egli conobbe probabilmente tutti i progetti che erano sul tappeto a quell'epoca. Fece accoglienze graziose ed oneste al quinto corpo di esercito, che occupò la Toscana, preparandosi di marciare su Mantova. Poi egli si mise a meditare l'articolo della convenzione di Villafranca, ove è detto: «I principi di Parma, di Modena e di Toscana saranno richiamati!»—Non sono io certo colui che li richiamerà giammai, dice il barone Ricasoli, ed i Toscani neppure!

Il signor Buoncompagni deve lasciar la Toscana. Ricasoli vi resta governatore-dittatore. Egli fa il suo testamento, deciso a tutto, e prende la risoluzione di compiere la sua missione: Dite a quei signori, esclama egli una notte, facendo i suoi addii a qualcuno che partiva per Parigi, dite loro che io ho dodici secoli di esistenza, che io sono l'ultimo della mia razza, e che darò fino all'ultima goccia del mio sangue onde mantenere l'integrità del mio programma politico.

Voi non avete certo obliate le missioni officiose di La Ferrière, di Reizet, di Pietri, di Poniatowski. Il conte di Cavour fece accettare a Parigi il programma del barone Ricasoli. E come a Parigi si era dimandato che si fosse guardata salva l'autonomia della Toscana, ed il conte di Cavour vi aveva consentito, Ricasoli protestò. «Io non voglio dì codesta parola» fece egli dire a Cavour dal suo segretario. La parola però passò nella formola officiale pronunciata dal re. Il barone Ricasoli se ne dolse con S. M., la quale lo rinviò al suo ministro. Il conte di Cavour calmò gli allarmi del barone, dicendogli: «Teniamo conto dei fatti e non cavilliamo sulle parole.»

Ricasoli ritornò in Toscana come governatore generale, mentre che il principe di Carignano vi andava in qualità di luogotenente del re.

L'amministrazione di Ricasoli, durante questi due anni, l'è una lamina di ferro forgiata senza giunture. Nulla lo scuote, nulla l'adombra e lo atterrisce. Il popolo comincia dal trovare che questa guerra, cui il barone Ricasoli fa alla stampa, alla parola, alle persone che non professano le sue opinioni, al voto degli elettori, alla guardia nazionale, che questa guerra è fuori tempo, fuori luogo, fuori di occasione. Ma quando il popolo vede quest'uomo, che non si commove di nulla, che brava tutto e tutti, che lavora dalle sei del mattino fino ad un'ora dopo la mezzanotte, che non tocca un quattrino di onorario, anzi versa del suo nel tesoro, che non ha altre ambizioni che il trionfo di una grande causa, che sacrifica senza muovere palpebra questa nobile Toscana, di cui egli comprende meglio che ogni altro lo splendore tradizionale; quando egli vede quest'uomo corazzato di una fede di acciaio…. la confidenza nasce in tutti i cuori. Ognuno si riposa sull'abilità, sulla magnanimità di questa terribile sentinella, e la si lascia fare. Ed affè di Dio! Ricasoli non si addormì giammai.

Al Guerrazzi, bella gloria di Toscana, ed orgoglio delle lettere italiane, è interdetto di passar la frontiera. A Mazzini, che era sguizzato nell'impero del barone Ricasoli come una biscia, è data la caccia dai carabinieri; ed il formidabile barone gli promette che, se per avventura cadrà nelle sue mani, egli lo farà rinchiudere nel suo proprio castello di Brolio, ove egli sarà trattato come principe, ma donde non uscirà più che ad Italia fatta e compiuta! E ciò dopo averlo udito, veduto, preso atto delle sue parole ed espressigli i suoi intendimenti. Si permette a Montanelli di venire perchè non lo si teme, ma lo si sorveglia e lo si annulla. In Toscana non vi fu allora che un uomo, una voce, una volontà, un pensiero, uno scopo, una forza—Bettino Ricasoli ed il suo programma!

Il barone Ricasoli non è mica una forza attiva, poichè egli manca d'iniziativa. Egli ha la forza del bronzo: la tenacità, la resistenza. Ricasoli non ha una comprensione larga, estesa; ma egli vede chiaro, sa meglio sintetizzare che analizzare. La sua eloquenza è strozzata ed oscillante: ma il suo pensiero è profondo ed esatto. Egli non è uomo di genio, ma uomo di stato—nel senso, che ha il tatto sicuro, o se vuolsi, l'istinto della situazione, e non bilancia punto in trovare ed applicare i mezzi i più semplici, i più efficaci, i più spicciativi per dominarla. Egli è logico come un colpo di spada: ei taglia.

Quando i diplomatici francesi lo circonvenivano in Palazzo Vecchio e lo assediavano, e lo insidiavano con mille modi, minacce, promesse, suggestioni, speranze, il barone non rispondeva che per queste parole: Vous traitez avec moi, donc vous me reconnaissez:—Du tout! sclamavano quei signori stupiti.—Eh bien, alors, ripigliava il barone, entre vous et moi il n'y a aucun point de contact: laissez-moi la paix!

Ricasoli non si stanca giammai. Quattro ore di sonno, una fetta di pane al burro ed un bicchier d'acqua, ecco i suoi bisogni. Egli non ha cuore: ma egli ha più di fierezza che Luigi XIV. Ride di raro. È generoso, ma formidabile. I suoi contadini tremano al suo avvicinarsi, e nondimeno egli li ha fatti ricchi e resi felici. Giammai individualità non fu più intera, meglio custodita, più altamente disegnata. La sua parola è sacra. Egli si è convertito tardi all'Italia; ma questa conversione è divenuta una coscienza, con tutta la severità di un principio.

Il barone Ricasoli si è fatto protestante, dicesi, nauseato degli intrighi della corte di Roma. Grave, rigido, probo, disinteressato, egli non teme alcuno, non guarda mai in giù, va dritto al suo scopo, non considera nulla, non perdona giammai. Egli freme ancora che Guerrazzi abbia osato un dì disonorare la dimora dei suoi antenati, con una visita di polizia. Nel 1848 si accusava il barone Ricasoli di nascondere dei cannoni al servizio del Granduca. Ed infatti la polizia trovò dei cannoni dietro i vecchi merli delle sue torricelle, ma erano dei cannoni di legno, dipinti in bronzo, per effetto del paesaggio!

Ricasoli scrive con eleganza fredda e sentenziosa, ha il gusto delle arti. Il suo spirito è colto, ma sdegna farne parata. Sa dominare la sua collera: ma non se ne cura sempre. È ambizioso, ma con grandezza e pazienza. Amministratore poco pratico, ma perseverante, assoluto, conscienzioso. Ha aria calma e severa, la parola corta; è incapace di transigere, perchè fatalista; sdegna la collera del popolo: è audace, perchè intrepido…. Il barone Ricasoli è un ammirabile strumento di governo nei tempi difficili. Egli può salvare una nazione.

Ora il barone Ricasoli si presenta all'Europa con un programma officiale. «Io continuerò, dice egli, la politica del conte di Cavour.» Ma il barone Ricasoli non è uomo a fondersi in altro stampo che il suo. Egli stesso è tutto un programma. Ricasoli è una negazione.

Egli significa la negazione dell'egemonia piemontese e dell'autonomia delle altre provincie. Egli significa la negazione di qualunque specie di compromesso, che rimpicciolirebbe la grandezza, l'onore, l'integrità della patria. Tutto—senza condizione! Ecco la sua divisa. Egli non è uomo a perdere un sol pollice di terreno, un solo dritto acquistato. Ei resta in piedi, senza rinculare giammai, o spezza le difficoltà. Egli non mercanteggerà alcuna alleanza; ma solleciterà l'armamento, onde mettere l'Italia a portata di farsi ascoltare e di farsi rispettare. Il barone Ricasoli non è guanto gittato all'Europa: ma un terrapieno innalzato contro qualunque specie di pressione straniera, contro qualunque specie di violenza interna. Il barone Ricasoli è la più eclatante attestazione dell'unità italiana.

Otto mesi di governo, per chi li giudica, come me, senza prevenzione di sorta, han confermato il sopradetto giudizio che io dava di questo uomo di Stato, appena qualche giorno dopo che egli fosse entrato al potere. Egli ha compiuta l'opera dell'unificazione interna. In faccia alla Francia ha tenuti alto i diritti d'Italia. Alla fazione piemontese ha resistito—ma meglio sarebbe riescito se l'avesse combattuta, non con la fazione toscana sola, ma con gli uomini presi a tutte le provincie italiane. Le cabale, gl'intrighi, le coalizioni, i connubi, i verdetti della maggioranza, le suggestioni perfide di perfidi amici, la pressione straniera, la malcelata antipatia della corte, le cospirazioni subdole dei suoi stessi colleghi, gli attacchi aperti della sinistra del Parlamento, tutto un mondo dì mezzi occulti che si sono fatti giuocare, tutto si è rotto contro la forza, non dirò tanto della volontà, ma della caparbietà di quest'uomo. Fatalista, egli ha resistilo, restando inerte come uno di quei scogli della Manica, sulle coste della Bretagna e della Normandia, a cui i più spaventevoli marosi che han corso gli oceani vengono a rompersi e sfasciarsi in bricciole di schiuma. Egli ha detto: io sto! e tutti han rinculato, diffidando di sè e della fortuna. E nondimeno, non vi è stato ministro che avesse commessi più errori amministrativi e che avesse meglio prestato la fronte ed il fianco agli attacchi. Caetterra più che ingegno, mal congegnato alle bisogne burocratiche ed alla vasta sintesi, egli ha vinto gli ostacoli a forza di pertinacia, ed ha usufruito il lavoro del tempo. Un ministro d'affari avrebbe fatto da sè in un mese ciò che il barone ha lasciato fare al tempo, agli avvenimenti, alla natura delle cose, agl'interessi ed alla necessità della situazione, in otto mesi, in un anno. Però i risultati complessi che presenterà al rendiconto saranno significanti. Egli ha voluto, e ciò è bastato. E, cosa stranissima, egli ha voluto senza avere preventivamente che un'idea vaga, incognita, qualche cosa di vaporoso e d'ideale, che spuntava lontano lontano nell'orizzonte della sua anima, ma ha voluto; e questo spettro si è condensato ed ha preso, sotto l'azione della sua volontà, la forma che chiamasi Italia una. L'organismo che ha dato a questo corpo sarà bene o male—ma l'è un organismo. Egli prese al capezzale di Cavour un embrione; uscendo dal potere, consegnerà nelle mani del suo successore un'Italia formata, composta. Si dovrà cangiare questo o quel pezzo dell'armatura; ma l'armatura è fatta. Il barone Ricasoli soccomberà senza dubbio, e fra non guari, a qualche colpo di Palazzo o a qualche colpo di maggioranza. Ma la sua scomparsa sarà corta. Egli ritornerà invocato come una necessità, come la coscienza d'Italia, quando i governi d'intrighi municipali, che gli terranno dietro, avranno meglio manifestato la natura del suo carattere. Ed aggiungasi ciò, che egli è essenzialmente progressista dicasi per ambizione o per dispetto, non importa—ma il barone, lo più feudale dei baroni, si eleverebbe alla concezione per fino della republica—se ciò fosse nei destini d'Italia. L'idea della legalità predomina sui suoi concetti—e dove la fosse violata, ed ei ne comprendesse la violenza, il ministro avrebbe l'animo di farsi tribuno. Tra lui e l'Italia vi è armonia d'anima. Armonia che diventerà altrettanto più magnetica se nell'interregno che gli farà il commendatore Ratazzi, egli vorrà percorrere da touriste tutte le provincie della Penisola e fare un giro per l'Europa. Ricasoli ha bisogno di veder da vicino. La tempra del suo ingegno non è di prevedere, ma di vedere.

3 marzo. Ricasoli è caduto. Non ho sillaba a cangiare a quanto più su. Uomo privato, ho oggi di lui la stessa opinione, ne porto lo stesso concetto.

VII.

La destra.—Suo carattere.—Il ministro rinforzato.—Menabrea,
Miglietti, Cordova.—La destra.—I suoi capi.—Buoncompagni, Farini,
Lanza.—Suoi membri.—Moggio, Pasini, Leopardi, Torelli, Jacini,
Yegezzi, Corsi, parecchi altri… Gustavo di Cavour.—Alfieri,
Bersano, Andreucci, Baldacchini, Lacaita e Caracciolo, Spaventa,
Chiaverina, Cantelli, Pettinengo e Cuggia.

Torino, 26 giugno 1861 e 28 febbraio 1862.

Nel tempo del conte di Cavour, la destra del nostro Parlamento votava con un insieme ammirevole, sotto l'ispirazione del suo capo. Ora questa destra è padrona dei destini del paese. Io non voglio discutere se questa parte della Camera esprime veramente la maggioranza della nazione. Il fatto è che la n'esercita il dritto, che la ne riassume la forza, che la ne rappresenta la parte. La nazione può essere al di qua o al di là; però essa non dà, riceve l'impulsione da questa falange perfettamente disciplinata. La destra, indipendentemente dal suo valore intrinseco, ha acquistato il valore della circonstanza. Essa si è trovata senza volerlo, senza sperarlo, alla testa d'Italia, cui può tenere a galla o lasciar naufragare.

Questa maggioranza, con la forza illogica del numero e l'audacia dell'ingegno, può condurre, spingere, regolare o spezzare un Gabinetto; fare delle leggi imprudenti, precipitare o ritardare gli avvenimenti. Il suo stesso silenzio, la sua stessa indolenza, è una forza. La sinistra discute, grida, rimprovera, si dibatte: cinque ore suonano, un Baldacchini qualunque, un Pantaleoni, sclama, fra due sbadigli: «Ai voti!» la destra alza la mano, uno, due, tre…. le tour est fait, la discussione è strangolata, la legge è votata. La sinistra si diverte a ragionare, a perorare per quattro ore contro il Ministero; Minghetti, o un ministro qualunque, s'alza, trincia qualche scusa, spiffera una tirata a proposito o no, promette, promette e poi promette, la parola chiusura salta su da un qualche banco…. ed il Ministero è salvato—più ancora, trionfa, e quel caro signor Minghetti ci ride sul muso. Per lo innanzi, essi si davano ancora la pena di discutere, di brillare, di far parata d'ingegno e di sapere davanti al conte Camillo. Ora, a che pro? Si suona la carica, e la bisogna è sbrigata.

E nondimeno, egli è d'uopo dirlo, su i banchi della destra seggono degli uomini rimarchevolissimi, degli uomini d'ingegno e di sperienza. Il Ministero si è rinforzato di un personaggio di valore, dell'uomo che organizzò in realtà la presa di Ancona e di Gaeta e disdegnò di vantarsene—il generale del genio conte Menabrea. Questo generale, Valdese, era il fiore il più squisito della reazione. Oltramontano puro sangue, spiattellatamente piemontese, arrogantemente realista, egli trattava l'Italia di assurda minchioneria. Il cannone di Magenta rimescolò il suo sangue, scosse le sue fibre. L'aria lombarda, quantunque ancora pregna di croato, vivificò la sua anima. Il conte di Cavour lo prese per la mano, come il Satana di Cristo, inalzandolo sur un pinacolo, gli fece vedere al di là dell'Adige Venezia, ed al di là dei monti Roma e Napoli. Menabrea divenne italiano e credette all'Italia—si dice almeno. Egli poteva però passare nell'esercito francese, ed ottò per l'Italiano—dopo la cessione di Savoja.

Menabrea aveva di già ammirevolmente arrestato la marcia degli Austriaci su Torino, con le sue fortificazioni improvvisate in due settimane sulla Dora Baltea. A Gaeta mise in opera quello stupendo sistema di attacco, il quale, secondato dalla rara energia del generale Cialdini, fe' capitolare in 57 giorni una piazza che passava per la Sebastopoli dei Borboni. Intelligentissimo, solidamente istrutto, la parola facile ed elegante quando parlava francese, un po' confusa, monotona e precipitata ora che favella in italiano, dotato di grande energia e di volontà di fare, conoscente tutte le tattiche del Parlamento e le specialità dell'amministrazione, Cavour lo aveva indovinato. Egli lo destinava già al portafogli della marina, che il barone Ricasoli gli confidò.

Il generale Menabrea ha l'aria scura, lo sguardo profondo, addolcito dalle lenti, la voce gutturale, il gesto raro, la postura elegante ed aristocratica, la testa alta finamente modellata, cui il sentimento cattolico impronta un po' più che le abitudini militari. Egli parla da uomo convinto, ma un tantin fastidito. Però è puntiglioso all'attacco, preciso e vivo nella risposta. Le sue idee sono sobrie e chiare. Sa lottare, e non sembra sfuggire la lotta, nè provocarla con jattanza. Per dodici anni egli restò in mezzo all'opposizione reazionaria ed aguzzò delle armi, che non sono smussate ancora. Il generale Menabrea è senatore, ed un potente acquisto pel Gabinetto. Avvegnacchè, per esser giusti, occorra dire che l'impulso da lui dato alla marina sia inferiore alle speranze in lui rimesse. Lo si accusa di tenerezza per l'egemonia piemontese, di poco tenero di libertà. Chi se ne sorprende? Le conversioni di S. Paolo, in quattro secondi, sono roba da leggenda. I cangiamenti nello spirito umano, ed in uno spirito matematico sopra tutto come quello del Menabrea, si fanno per gradi—e non sono mai radicali. La probità sola corregge lo instinto.

Degli altri ministri aggiunti al Gabinetto ho poco a dire. Il signor Miglietti, che fu altra volta guardasigilli, appartiene al partito di Ratazzi e ne professa i principii. Spirito moderato, un po' indeciso, ma onesto, egli è una delle colonne su cui poggia l'egemonia piemontese. Il signor Cordova è un economista italiano, la di cui capacità amministrativa non è ancora incontestata. Ciò che è incontestabile è la sua abilità parlamentare. Egli non si occupa molto in sostenere il Gabinetto collettivamente: difende con tenacità il suo portafogli. Lo si dice compagno poco comodo, mauvais coucheur, direbbero i Francesi. Lo si dice poco ostinato nelle sue convinzioni ed ambiziosissimo. Si che, per restar ministro, transigerebbe su parecchi dettagli, e poco curerebbe di aver questi o quegli a compagno. Lo si dice invasore su i dritti dei suoi colleghi, e non risparmiando loro ogni specie d'epigrammi. Tutto ciò ci commuove poco: bazza a chi tocca!—come non ci risguardano le sue doti ed i suoi difetti come uomo privato. Noi, che abbiam vissuto in Francia lungamente, non siam mica troppo pettegoli sul sibaritismo. Ciò che dobbiamo constatare è l'incredibile facilità di favella e di memoria del signor Cordova. Egli è un jenny mull a parole. E parla con tale velocità, con tanto seguito, che sveglia nella nostra sala di legno e cartone una specie d'eco dispiacevole. I discorsi di Cordova sono pieni di vita, di brio, di movimento. Egli cita talvolta di traverso, sconvolge i fatti e li travisa, giuoca di antitesi, di metafora, di paradosso ed abbarbaglia come un giuocatore di bossoli. Sembra un fenomeno. E dopo di averlo udito, si resta stupefatto, stanco, abbarbagliato, attonito: il capo gira, si vede innanzi agli occhi un incrociamento di mille razzi di tutti i colori, ma non si rimane punto convinti. Cordova è un eccellente acquisto in un Ministero, ma non so se sia un eccellente ministro. Egli ha troppe passioni, ed impressioni troppo vive. Ora occupa il portafogli dell'agricoltura e del commercio, portafogli di un'inutilità magnifica, ma creato appositamente onde lusingare, nei loro uomini, le provincie meridionali. L'è la scuola normale ove si formano le capacità ministeriali. Per il momento, è la patria di Machiavello che tiene l'alto nella politica italiana, l'invade, l'assorbe, e resiste all'aggressione dei conterranei di Cavour, i quali vorrebbero invaderla a volta loro—credendosi tutti altrettanti Cavour, e mediocremente stimando quantunque venga d'altrove. Quanto a Cordova, egli si crede i polsi assai forti per reggere non uno, ma dieci portafogli diversi—e già lo si dice in via per quello dei lavori pubblici. Egli però non è l'angelo della destra della Camera, e la sinistra ne diffida e non poco.

I banchi della destra dell'assemblea si trovano in parte popolati di ex funzionari, di funzionari in attività, e di funzionari in aspettativa. Il loro capo, dopo l'avvenimento alla presidenza del Consiglio del barone Ricasoli, fu per un pezzo Buoncompagni; oggi, per una rivoluzione di giannizzeri, è il signor Lanza.

Due o tre volte ministro, il signor Buoncompagni non si mostrò veramente sotto il suo vero punto di vista che in Toscana, sia come ambasciatore del re presso del Granduca, sia come Commissario di S. M. dopo la partenza del Lorenese. Là, nelle due parti, bisognava un uomo a figura spessa ed imperturbabile, che non tradisse giammai il suo pensiero e la sua impressione; un uomo che parlasse molto, senza mai compromettersi; un carattere facile ed affabile, perchè non lo si stancasse molto di riclami, di proteste e di recriminazioni; pronto al sorriso, ai modi cortesi, l'animo benevolo, carattere senza angoli. Il signor Buoncompagni rappresentò la sua figura a meraviglia, e potè a suo comodo imbaggianare Leopoldo II e provocare l'annessione. Buoncompagni ha la parola fluente, è pieno d'idee politiche, un po' scucite, è cattolico…. Ma quando domanda a parlare, tutti si accomodano nella postura la più agiata per sonnecchiare sotto una doccia di parole monotone, senza accento, senza vita, molli: ovvero chi di qua, chi di là, terminata la corrispondenza con i suoi elettori. Buoncompagni fa capo per interim, nè è uomo che sembri ammagrirne, oggi che non lo è più.

Il vero capo sarebbe Farini, se fosse assiduo alle sedute—come avvenne per un momento dopo la morte di Cavour. Farini non ha più l'itterizia: ma egli l'avrebbe data, se avesse continuato, a quel povero Minghetti, in faccia del quale si era assiso e lo covava con occhi beffardi e sarcastici. Collocato tra Farini per davanti e Ratazzi sul capo, Minghetti ne intisichiva a vista. Io non ho bisogno di delineare il profilo di Farini. Da quattro anni non si parla che di lui. Testa forte e profondamente accentuata, tratti vigorosi, naso aquilino, spirito ambizioso e soffice, scrittore elegante e collerico contro coloro che non dividono le sue idee, vanitoso ed epicureo, trincia da principe con agiatezza, ma parla all'occorrenza da tribuno. Farini ha pubblicato delle Storie d'Italia che ebbero successo meritato—avvegnacchè parzialissime. Fu ministro. Ma troppo inquieto ed impaziente, ebbe velleità di disegnare la sua persona di una maniera assai spiccata in faccia del conte di Cavour. L'astuto grand'uomo lo sguinzagliò sulle ruine della casa di Borbone, lo lasciò solo, senza consigli, senza direzione, e Mario-Farini ritornò, dopo due mesi di dittatura, non per uccidersi come il vincitore dei Cimbri, ma per purgarsi nella sua bella villa di Saluggia. Il signor Farini sarà ministro di nuovo, e ciò forse fra non guari, e ciò non senza utile. Perocchè Farini, malgrado il suo incomparabile fiasco di Napoli—dove ha lasciato memoria d'implacabile rancore, Farini, dico, possiede abilità incontrastabile. Egli ha idee, coraggio, iniziativa, colpo d'occhio, spirito svelto e non inceppato da precedenti o da convinzioni intangibili, e sopra tutto attività—se la malattia non lo ha rotto, come si buccina. Se Farini disdegna comandare la falange della destra, gli è per negghianza. E di quinci l'importanza di Lanza.

Il signor Giovanni Lanza ha lasciato, come Presidente della Camera Piemontese, legato di odio alla sinistra, che lo addimandava un gendarme, perchè toglieva inesorabilmente la parola ai membri di questa parte dell'assemblea. Senza averne ben l'aria, il signor Lanza è intollerante come un cattolico. La sua presidenza della destra è inesplicabile; perocchè nulla in lui rivela la supremazia, nè l'abbondanza e novità delle idee, nè l'acuzia e la prontezza dell'intelletto, nè il prestigio della parola, nè la facilità di riassumere avec bonheur una discussione, una situazione, nè l'ascendenza, brillante di una superiorità incontestata. Uomo mediocre, pedante, a vista fosca, senza tatto politico, chiuso nella cerchia della Dora e del Po, non sa armeggiare, non ha sangue freddo, non ha prontezza di risorse, non ha sintesi, è personale, ristucca quando parla—in una parola, è un corpo completamente opaco, e giammai uno straniero che cadesse nuovo nelle nostre sedute si dubiterebbe, a vederlo, ad udirlo, a riudirlo, a udirlo di nuovo, a vederne la tattica, che quello sia il dittatore della destra. Mille e mille volte questo posto sarebbe meglio spettato al Minghetti, al Mancini, allo stesso Lafarina, ed a chiunque altro. Come semplice deputato, poi, il Lanza è uno dei pregevoli e distinti membri della destra. Egli ha la frega degli ordini del giorno—e ciò si comprende, dovendo sintetizzare l'opinione della destra.

Vicino al Farini, o in quelli banchi, si rimuove il signor Boggio, l'ergoteur lo più complimentoso ed al medesimo tempo lo più aggressivo della Camera. Intelligenza svegliata, parola facile, tendenza pronunziatissima al paradosso, spirito fantastico e stravagante, spingendo l'indifferenza del che se ne dirà? fino al difendere le proposizioni le più assurde, ed attaccare gli atti i meno pericolosi del governo…. ecco il tipo di questo arguto, corto e grosso professore del dritto costituzionale dell'Università di Torino. Poco lungi sta il signor Pasini, il quale è incontestabilmente uno degli uomini i più eminenti della nostra Camera. Il signor Valentino Pasini si arranga tra i finanzieri. Egli ha pubblicati parecchi articoli ed opuscoli sulle finanze italiane ed austriache. È il primo che abbia parlato in blocco della situazione finanziaria d'Italia e della necessità economica che avrebbe un dì o l'altro obbligato l'Austria a disfarsi della Venezia. Erudito relatore dei progetti di legge, che han rapporto a questa parte dell'amministrazione italiana, lo si incontra sovente sulla breccia ove egli sa tenersi gagliardamente.

Al disopra sbadiglia il signor Leopardi. Ma quando cessa di sbadigliare, questo deputato dall'aria fina ed ironica, gli è per difendere, per esempio, con una voce debole e melliflua, un convento di Carmelitani, i quali domandano a restare malgrado la legge dell'abolizione poi conventi—perchè i Carmelitani mangiano bene, o per difendere la causa di una comunità dì religiose di S. Teresa, o di S. Orsola—perchè quelle serve di Dio fanno delle eccellenti conserve e dei squisiti camangiari. Il signor Leopardi fu per dieciasette giorni, nel 1848, incaricato di affari del re Ferdinando II presso del re Carlo Alberto. I dieciasette giorni di missione gli han procurata una pensione di ritiro di franchi 12,000 l'anno. Il signor Leopardi è convinto che, con questa missione, egli fece l'Italia per tre quarti. Egli passa i suoi ozii attuali dando dei pranzi ai suoi amici e nemici. Io non so se il Leopardi fu, o se egli è diplomatico. So che egli accomoda i maccheroni al sugo con la stessa abilità di Rossini, e prepara l'estratto di pomidoro quasi così bene che Mercadante. I signori deputati preferiscono i pranzi ai discorsi di Leopardi.

Il migliore scrittore di pamphlets politici in Italia è il signor Torelli—alias Ciro d'Arco. È pieno di brio, non manca di spirito, ha la pennellata ora forte, ora graziosa, secondo gli piace, ha stile pieno di movimento, che seduce e ricrea. Non so se sia oratore. Par uom modesto e gentile, e poco curante di brighe, il deputato lo più pretenzioso, dopo Zuppetta, è l'ex-ministro Jacini. Egli scrisse taluni articoli sulle finanze lombarde superiormente rimarchevoli, a tempo dell'Austria, quando era forse pericoloso occuparsi di simile bisogna. Egli seppe resistere alle piaggierie degli arciduchi—che che se ne sia susurrato in contrario, ed a causa di ciò, quando il conte di Cavour concepì l'idea dei Ministeri topografici, ei destinò il signor Jacini per quella famosa sinecure dell'agricoltura e del commercio, e poscia per il portafogli più importante dei lavori pubblici. Il signor Jacini appartiene a quel piccolo gruppo di innocenti dottrinali lombardi, che sieggono alla sinistra—detta la chiesa della Perseveranza, e di cui parlerò più tardi. Egli è competente in fatto di quistioni economiche e di lavori pubblici, ma, si dice, egli si reputa troppo competente—quasi maestro. Il signor Jacini, del resto, non si mostra mica sovente, nella discussione, da uomo che si riserva.

A canto a lui tiensi l'ex-ministro Vegezzi, vecchio flemmatico, che non ha rinunziato a rientrare agli affari, quando l'ora gli suonerà opportuna. Egli ha ricusato per ora il portafogli della giustizia, e deplora, senza potersi consolare, come Calipso della partenza dì Ulisse, la partenza per Atene del suo amico vicino il conte Mamiani.

Un altro ex-ministro, il signor Corsi, resta intrepido al suo posto e non sogna più, a quanto pare, del paradiso perduto, che non erasi data la pena di guadagnare, nè si curò di conservare. Egli accompagna dei suoi voti e del suo voto il vascello che conduce Ricasoli e la sua fortuna. Se vi segnalo il signor Corsi tra i 350 membri della maggioranza, egli è perchè egli ha un valore incontestabile.

Passiamo su Raeli, su Menotti, il solitario della destra, su Busacca, un buon economista, su Bertolami, intelligenza viva, ornata, facile, ma vaporosa; su Gustavo di Cavour, nobile e fiero carattere, intelletto colto, ma corto, ultramontano; su Alfieri, il quale par soccombere sotto il nome che porta ed il nome di Cavour che crede gravitargli su per alleanza, luogotenente di Chiaves, e fino fiore dell'egemonia piemontese, cattolico, spirito in ritardo con delle velleità di diventar capofila; passiamo sull'ammiraglio Persano, il valente bombardatore di Ancona e di Gaeta, sempre pronto a spandere i suoi lumi sugli affari della marina, e non imponendosi mai. Passiamo altresì su Andreucci, vice-presidente della Camera, toscano molto istrutto, fino, logico, avvocato, autonomista amministrativo, molto competente in tutti gli affari di Governo, lottatore infaticabile negli Uffici e modestissimo nell'Assemblea; passiam presto, per pericolo di morbo, su Baldacchino, estratto di gesuita, di sufficienza, d'incapacità. Commendatore senza pretesto, figura di fuina, o meglio, di topo in buon umore; passiamo su Lacaita e Caracciolo, irrequieti, mosche del cocchio sempre affannati, affannosi, dando l'affanno, vespe che ronzano intorno ai banchi ministeriali; passiamo su Spaventa, impotenza incorreggibile, fiele che intossica quantunque tocca, frantume astioso dei naufraghi napoletani; grand'uomo che non parla, che non scrive, che non pensa, che tutto dissimula per un sorriso d'importanza…. prætereaque nihil! passiamo…. ed arrestiamoci per un momento a quel signore fulvo, smilzo, allo sguardo inquieto, che percorre la sala tutta dall'alto del suo banco, a fianco del presidente. È il conte Chiavarina, il questore, il di cui rigore cortese e a lunga silhouette ghiaccia l'inchiostro nella penna dei giornalisti e la parola sulle labbra dei deputati nuovi—sì che sarebbero per dargli dell'Eccellenza. Passiamo, perchè abbiamo fretta, su Cavallini, segretario perpetuo di tutte le nostre assemblee, da dodici a quattordici anni; sul questore conte Cantelli, che ha lasciato gran memoria di sè nel suo corto passaggio alla luogotenenza di Napoli, uomo colto, cortese, molto addentro nelle cose di pubblica amministrazione; e sul bravo generale Pettinengo, il quale salì cinque volte all'assalto delle alture di S. Martino, e che viene alla carica contro la sinistra, come se fossero i suoi croati del 1859, ogni qual volta questa si mischi degli affari del ministero della guerra. Il Pettinengo fe' bella prova in Sicilia, dove assistè all'agonia dell'autonomia di questa provincia, e ne partì festeggiato.

Ma come lasciar ancora qui nell'ombra questo severo general logico, cui si tiene da un anno in qua alle porte del ministero della guerra, in favore del quale e pel quale egli prende talvolta la parola con tanta autorità ed abilità! Il generale Cugia è un sardo, di grande nobiltà, della famiglia di S. Orsola; ha fatto la sua carriera con rapidità; esercitò le funzioni di ministro della guerra a Napoli, poscia a Torino per parecchi mesi. Ma non si osò confidargliene il titolo perchè egli ha una colpa, una felice e fortunata colpa…. ha i capelli neri ed è giovane, ahi lasso! Che non pagherebbe egli dunque un cosmetico per darsi i capelli grigi! eh? Il general Cugia deve sospirare i tempi de l'Oil de poudre della corte di madama di Pompadour.

VIII.

Gli ex-repubblicani della destra.—Lafarina, Amedeo Melegari,
Correnti, Arconati-Visconti, Giorgini, Broglio, Matici, Pescetto,
Ricci, Valerio e Susani, Finzi, Sella, Carutti, Malenchini.—Che
sarebbe la destra se la situazione cangia.

Torino, 7 luglio 1861 e 1 marzo 1862

Vado a spigolare ancora qualche nome nel campo della destra per darvi la fisionomia esatta di questa parte della Camera, poco variata quando trattasi di votare, profondamente accentuata in sè stessa. La destra componesi di uomini arrivati da tutti gli angoli d'Italia, usciti da tutti i partiti che hanno animata ed agitata la Penisola da trent'anni in qua. I transfugi della repubblica vi sono numerosi. Vi sarebbe uno studio molto curioso a fare su i precedenti di questi uomini, sì convinti oggidì, sì compatti innanzi alla parole d'ordine del Ministero, ed jeri atleti di libertà, apostoli d'indipendenza e di democrazia, verde o rossa poco importa. Ma non rimuoviamo delle ceneri di già raffreddate, cui un nastro di Commendatore, una livrea di consigliere di Stato coperse.

Vedete il signor Lafarina, per esempio, sul quale han piovuto tante calunnie e tanti elogi egualmente immeritati! Nel 1848 il signor Lafarina si dava come un repubblicano intrattabile. Restò ad un dipresso tale in Francia fino al 1852 quando partì per Torino. Qui il repubblicano si svaporò e ne sbucciò fuori il piemontese. Dal piemontese, inaffiato dalle carezze del conte Cavour, germogliò il conservatore, e poi, via via, il resto—e le metamorfosi non sarebbero ancora finite se avessero più corso o valore venale sulla piazza. Questi revìrements non vanno a garbo a tutto il mondo: ed ecco perchè quest'uomo di un ingegno vivo, ma superficiale, parlatore facile; scrittore più facile ancora, imperciocchè egli ha messi giù non so quanti volumi parlando di tutto e di tutti, ecco perchè egli è attaccato d'ogni parte con passione, e difeso debolmente. La pagina la più rilevata della sua vita è l'influenza ch'egli esercita sull'azione della società nazionale di Manin, e la lotta che osò intraprendere contro Garibaldi a Palermo. Da quest'urto infelice egli si ritirò pesto…. e consigliere dì Stato! Nondimeno, occorre il dirlo, l'uomo vai cento volte meglio della riputazione che gli hanno fatta i suoi nemici e la sua flessibilità—avvegnacchè l'uomo non valga gran prezzo e le pretensioni siano immisurabili.

Il signor Amedeo Melegari fu un dì l'alter ego di Mazzini in Italia.—Rivisto e corretto dai tempi, è oggi un sapiente professore e consigliere di Stato. Siede alla destra, quantunque amico di Ratazzi, e sua creatura. È dispiacentissimo, non troppo intollerante, competentissimo in tutte le questioni politiche ed amministrative; è autore di lavori letterari molto stimati.

Il signor Correnti, un altro consigliere di Stato dell'anno scorso, fu, prima del 1848, repubblicano e capo del partito democratico lombardo. Egli era il tratto di unione tra la borghesia e la nobiltà liberale di quelle provincie. Dopo la rivoluzione divenne segretario del Governo provvisorio di Lombardia, e per conseguenza fusionista, come chiamavansi allora gli annessionisti del 1859. Al ritorno di Radetzki a Milano. Correnti emigrò in Piemonte, dove servì di mira a molte calunnie, a molte vessazioni del partito più avanzato. Cavour provò di tirarne qualche cosa per un momento, poi l'abbandonò, perchè Correnti ha in fondo un carattere svenevole, vaneggiatore, défaillant, réveur, poetico, artista, ciò che ripugnava supremamente al conte di Cavour. Nel 1859 Correnti si gittò testa giù negli avvenimenti, si mischiò di tutto, e si trovò a gala e potentissimo dopo Magenta—quasi Magenta fosse stata vinta da lui. Ebbe un'ora d'imperio sui Lombardi disimbastati dai croati—un'ora sola. Correnti è uno scrittore elegante e un pubblicista di primo ordine. È l'uomo meglio versato nelle scienze statistiche in Italia. Ha il carattere flessibile, ma puro; lo spirito elevato, chiaroveggente, ed ornatissimo. Egli non parla, ma i suoi discorsi, a metà letti ed a metà recitati, hanno avuto sempre successo. È egli convertito? chi lo sa! Gli uomini nei quali il sentimento artistico prevale e predomina, e la fibra letteraria risuona, ad un'ora data scoppiano…. Ma io dimenticavo che il signor Correnti è consigliere di Stato!

Evvi nondimeno un altro lombardo il quale non ha mai variato, ed è il marchese Arconati-Visconti. L'anima si riposa arrestandosi su questa nobile e ricca figura. Lo si prenderebbe per un canonico. Rosso, senza un pelo sul volto, sorridente, vestito di nero; gli occhi a fior di testa, illuminati da una lagrima; con una confortevole pinguedine, delle maniere gaje e facili; il marchese possiede una grossa fortuna ed è incontestabilmente uno dei più grandi filantropi d'Italia. Aggiungerò, che non è intollerante, che è sensato e niente affatto vanitoso. Esiliato nel 1821 dall'Austria, passò una parte della sua vita a Parigi, ove consolò tutti gl'infortunii degli emigrati. Ora egli spende le sue ricchezze in beneficenze. L'è in casa sua che fu raccolto e morì il nostro Tirteo nazionale—Berchet. Il marchese Arconati Visconti è cattolico, ma non oltramontano—io sarei per dire che egli è piuttosto cristiano. Quantunque conservatore, resta in quella indipendenza illuminata cui gli inspira un giudizio esatto e severo della situazione.

Come antitesi di questa testa rigogliosa e fiorita, osservasi, proprio a fianco a lui, la testa giallognola e malaticcia del Giorgini. Questo toscano fu l'amico intimo di Giusti, il nostro inemulato Giovenale, egli è l'amico di Ricasoli ed il genero di Manzoni. In ogni tempo moderato, spirito vòlto all'ironia ed allo scherno, un po' scettico, carezzando ed aguzzando l'epigramma, che sempre ferisce e talvolta dilania, egli votava col ministero, senza guardar pel sottile, quando ministri erano Cavour o Ricasoli. Il signor Giorgini è maestro nelle scienze economiche morali; scrive con uno stile ammirabile, quantunque un po' troppo fiorito, pimpant, e mirando al concetto di effetto. Lo si legge con supremo diletto e con profitto. Egli non parla sovente, ma la sua parola è chiara e correvole. Autonomista prima, all'Assemblea toscana del 1859 credette all'unità italiana, e vi crede ancora, ma bilanciando tra l'incentramento e le regioni del Minghetti, con ogni dovere sepolte. La commissione governatrice toscana, nel 1859, gli confidò una missione diplomatica a Torino onde sollecitare l'intervento piemontese in Firenze. Giorgini ha pubblicati parecchi opuscoli letterari e politici che si leggono con vivo interesse. Rimarchevolissimo è l'ultimo sulla centralizzazione.

Bisogna che io dica una parola di un altro economista lombardo, assiso ai medesimi banchi—il signor Broglio. Figura e spirito burbero, all'apparenza pesante, ma nel fondo gajo e burliero, il signor Broglio piacesi a far parte dell'impopolare. Io l'ho veduto, in questa sessione, prendere due volte la parola per offuscare certe disposizioni liberali dello Statuto stesso—e, più spesso ancora, per difendere o per proporre misure odiose o illiberali. La sinistra non l'ama, il centro diffida delle sue proposte, e la destra stessa raramente lo segue. Del resto, Broglio è un uomo molto colto, ha senso retto; quando la passione non lo altera, è di carattere molto onorevole.

Io noto ancora a volo di uccello, in questa parte della Camera, il signor Mattei, ingegnere delle costruzioni navali, distintissima capacità: l'ingegnere Grattoni, che inventò le macchine del perforamento del Cenisio; il colonnello Pescetti, il quale prende, con una autorità incontestata, la parola negli Uffici su tutte le proposizioni di lavori pubblici; il general Petitti, di cui parlerò più appresso; il marchese Ricci di Macerata; gli ingegneri Valerio e Susani, parlatori che danno l'asma, avvegnacchè competenti nelle materie che trattano ordinariamente; il primo uno dei campioni perduti del piemontesismo, l'altro, un dì ex corriere di gabinetto di Mazzini, repubblicano, socialista, e tutto ciò che vi piace; ora autorevolmente conservatore; Fenzi, a cui Ricasoli confidò il comando della Guardia Nazionale di Firenze, moderato prima, adesso, e dopo, parlando benigno, scrivendo meglio.

Io mi soffermo un poco su tre altre figure, le ultime che ho segnate della destra, prima di passare alla sinistra—saltando sul centro, il nostro pantano, o, se volete, la nostra pianura—vale a dire, il colonnello Malenchini, il commendatore Carutti e Quintino Sella. Indico in passando il valente professore e naturalista napoletano Oronzio Costa—onore d'Italia e dell'Assemblea—avvegnacchè egli prenda poca parte ai nostri lavori parlamentari. Egli è uno dei caratteri i più diritti ed i più onesti dell'Italia meridionale.

Il signor Quintino Sella anch'esso è un naturalista e un chimico di prima forza. Ma la sua specialità è la conoscenza delle mine. Il signor Sella fu per qualche tempo segretario generale dell'istruzione pubblica. Poi diede la sua dimissione, dopo la morte del conte di Cavour, declinando qualunque responsabilità in un'amministrazione ove il ministro De Sanctis pareva disposto a non far niente—e tenne la promessa. Anzi, fece malissimo. Il signor Sella parla benissimo, da uomo competente e sicuro di ciò che dice. Io l'ho udito trattare quistioni d'industria, di tariffa, di libertà industriale, di macchine, di finanza con un ingegno rimarchevole ed una lucidità poco comune. Possiede molte lingue; ha viaggiato in Europa per investigazioni scientifiche. È giovane cortesissimo e semplicissimo. Ma ritornerò su di lui parlando del nuovo Gabinetto.

Il suo ex collega, signor Carutti, segretario generale degli affari stranieri, posa un po' più. Ha l'andamento pretenzioso; la perorazione gonfia; la frase sonora e rotonda, ma vuota, quando non la soppanna da una tirata ad effetti; l'aria grave e pensierosa; il cranio calvo; un insieme fine, che respira la diplomazia in abito da domenica, nelle sue funzioni. Il signor Carutti è un letterato conosciuto. Ha pubblicato parecchie cose. Il suo stile è ornato, la materia studiata con coscienza; ma egli si riscalda troppo sovente a freddo nei libri come nei discorsi. Egli vota, naturalmente, col Gabinetto. Nondimeno egli non l'approva mica sempre, ed in questo caso esce della sala prima del voto, come fece a proposito della legge sulla Guardia mobile ed altravolta. Carutti è di passaggio alla Camera; egli andrà a fossilizzarsi in qualche residenza diplomatica dell'importanza di quella di Atene.

Contemplando i banchi così zeppi della destra, ogni sguardo si arresta colpito innanzi di quella testa mezzo calva, cifrata da una cicatrice profonda alla tempia destra, sorridente a metà ed a metà brusca, silenziosa ed attenta. È il colonnello Malenchini—l'uomo che ha strappato davvero la corona dalla testa dei Lorenesi di Toscana. Malenchini, un dì repubblicano livornese, poi mazziniano, condusse quella gloriosa legione toscana che fece sì bella resistenza a Curtatone nel 1848. Dopo la restaurazione Malenchini emigrò a Parigi. Vi ebbe un duello; ritirò a Torino, poi a Livorno. Presentendo la guerra dell'Indipendenza un anno prima che scoppiasse, organizzò una legione toscana e cominciò ad esercitarla. La polizia non osò aver dei dissidii con una legione di mille giovani esaltati. La guerra scoppiò. Malenchini intimò al Granduca di voler condurre questa legione contro l'Austria; e Leopoldo II, volendo evitare disgusti, lasciò che la s'imbarcasse di notte, dicendo forse in cuor suo, a nemico che parte un ponte d'oro.

A Torino, una metà della coorte toscana passò nell'esercito, l'altra restò sotto gli ordini del suo conduttore. Ad Acqui, un telegramma chiama Malenchini a Torino. Due giorni dopo ci ritorna a Firenze, e, malgrado l'opposizione di tutti, malgrado Buoncompagni, Fenzi, Ridolfi, Ricasoli, egli prepara, combina, provoca ed ottiene il pronunciamento dell'esercito toscano. Il Granduca partito, Malenchini, Peruzzi, Danzini formano il Governo Provvisorio. In questo mentre l'imperatore Napoleone arriva ad Alessandria. Malenchini, attirato dall'odore della polvere, lascia il governo civile e si reca a Torino. Garibaldi gli dà il comando del magnifico reggimento dell'Appenino. La pace di Viìlafranca lo trova nella Valtellina, attaccato a Garibaldi. Malenchini lo segue nell'Emilia. Là egli concepisce il progetto di dare il comando dell'esercito dell'Italia centrale a Garibaldi. Farini, Ricasoli, il re stesso, dopo un colloquio, consentono. Ratazzi, il quale comprendeva dove questo comando avrebbe condotto, ricusa, onde non dar ombra alla Francia. Ricasoli e Farini ritirano la loro promessa, ed il general Fanti è sostituito a Garibaldi. Ecco l'origine del cattivo umore del generale contro questi tre personaggi.

Garibaldi conservò solamente il comando del corpo d'armata delle
Romagne.

Sulle sponde del Taullo, il Rubicone di Cesare, l'impazienza di Garibaldi divenne una tentazione irresistìbile. Vuole passarlo. Cosenz e Malenchini lo ritengono. Malenchini si reca presso del general Fanti, il quale comandava il corpo d'armata del Centro, onde ottenere il permesso d'invadere l'Umbria. Garibaldi, dietro il rapporto di Fanti al re, è richiamato e dà la sua dimissione. Malenchini, rientrato indi a poco nella vita privata; andò a raggiungere il suo amico in Sicilia con un corpo di Toscani.

Garibaldi ne sospettò—credendolo organo di Cavour, avente missione di moderarlo—e lo allontanò. Nondimeno, Malenchini prese una parte attiva a tutti i fatti dell'esercito meridionale. Egli si distinse per sagacia e bravura nella giornata del Volturno. All'indomani, tutti ricevettero un avanzamento…. Malenchini restò colonnello…. ma agli avamposti, sulle sponde del fiume, sempre in faccia al nemico per tutto un mese! Ciò basta. Questa ingiustizia deve pesare sul cuore del lione di Caprera.

Malenchini ha sempre fatta la guerra a spese sue; mai non toccò soldo. Egli è uno di quei quattro o cinque uomini che il conte di Cavour stimava. Malenchini non si mostra mai, avvegnacchè abbia provato che egli sa parlare, e ben parlare, al bisogno. Io non ho che un rimprovero ad indirizzargli, quello di aver votato contro l'ordine del giorno di Garibaldi, quando si discusse la sorte dell'esercito meridionale. Molto istruito nelle lettere e nella storia, ha vedute giuste, ma troppo moderate. Malenchini vota col Ministero, ad ogni costo—quando questo è fra i suoi amici, nelle sue idee.

Ecco la destra. Ma io lascio nella mia penna delle specialità rilevanti. Io indicherò i tratti generali, lo spirito, la forza, la portata, le tendenze di questi trecentocinquanta deputati, riuniti in corpo politico, agendo in massa, sotto il soffio di passioni o di sentimenti politici; io vi segnalerò la loro tattica nel combattimento, la loro disciplina alla voce del Ministero; io vi dirò cosa vi ha nel seno di questa legione governativa, ciò che essa sarebbe domani se cangia il vento, se l'unità corre pericolo, se l'Italia è minacciata, e se il Parlamento dovesse trasformarsi…. in Convenzione—se Ratazzi non lo licenzia, ciò che è assai probabile,—quando riassumerò. Per ora, allorchè avrò abbozzato la sinistra ed il centro a grandi linee, mi contenterò di dire: vien di nascere in Europa una forza nuova, d'uopo è riconoscerla, è duopo pesarla: e con essa contare.

IX.

Sinistra.—Principali divisioni di essa.—Suoi caratteri generali.—Suoi intendimenti—Capi presuntivi.—Ferrari, Guerrazzi, Mazziniani, Saffi.—Gli oltramontani.—Ondes-Regio, Amari, Ugdolena.—I dottrinari.—Allievi.—Il gruppo della Perseveranza.—Visconti-Venosta, Massarani, Guerrieri-Gonzaga, Finzi.—Gl'indipendenti.—Mosca, Costa, Pica, Giuseppe Romano, Mandoi-Albanese, Marchese Ricci, Levi, Ranieri, Varese, Menighetti, Toscanelli, Michelini, Bianchi, Tecchio.—I boudeurs, ecc.—Gli smarriti.—Chiaves, Gallenga.

Torino, 16 luglio 1861 e 9 marzo 1862.

Ora, in avanti la sinistra; ed eccoci in piena sinistra. A vero dire, io mi sento un poco imbarazzato per cominciare e per classificare questo esercito di generali senza soldati, questi capi di partito senza partiti. Proverò nondimeno di procedere con un tantino d'ordine.

La sinistra, e l'estrema sinistra, presentano le varietà seguenti: Garibaldini, Mazziniani, repubblicani, federalisti, oltramontani, autonomi, liberali, indipendenti e dipendenti, misteriosi, indecisi, queglino che portano il broncio, gli esploratori del campo nemico, gli uccelli di passaggio, gli smarriti per via, scettici, dottrinari, pretendenti. Io potrei aggiungere ancora altre tinte, ma credo che ciò basti. Notate, che questi deputati sono qualche cosa per sè stessi, che essi han rappresentato tutti una parte o parecchie parti nel passato, e che non hanno abdicato il loro avvenire. In questo lato si vede, si pensa, si vive, si freme, si lotta, sì discute furiosamente si dà la baia, si strepita—si combatte al bisogno.

Questa frazione del Parlamento non è compatta, ma è piena di audacia e di vita, non perchè la fosse certa di prendere un giorno lo scettro strappato dalle mani dei barone Ricasoli, o del Ratazzi, ma perchè essa possiede, senza avvedersene, qualche cosa come un programma, una bandiera che sventola su tutti i suoi membri e li copre tutti, malgrado le negazioni dei suoi avversari politici. Questo programma, dopo la morte di Cavour, era divenuto più potente: ma dopo le note ed i discorsi di Ricasoli è impallidito. Il presidente dei Consiglio ha posto la quistione di principio e di dritto di una maniera assai netta ed assai energica; la sinistra non può dunque differire da lui che sull'opportunità, il modo ed il tempo di applicazione. Quanto alla politica interna, le divergenze sono forse più ricise e ricche di dettagli; ma ciò oggidì interessa poco. Ciò è storia. Ciò sono i piccoli affari di casa, che non allettano tutti i gusti.—Lo scopo della sinistra, comune a quasi tutte le sue gradazioni di partiti, gli è di rovesciare il Ministero poco curandosi di ciò che possa seguirne. Parecchi membri di questa parte dell'Assemblea non si rendono neppure un conto ben esatto delle loro antipatie contro il Gabinetto attuale. Essi sono trascinati da un sentimento vago, sono forse strumenti di ambizioni celate; essi aggiungono un suono all'eco che palpita intorno a loro e nei loro ranghi. Gli abili si servono di questa forza; imperciocchè la peggiore di tutte le forze è quella che, non ragionando, colpisce come il martello della fatalità. E di quinci questa unanimità di scopo mirato da tante personalità diverse e variate.

Vi sarebbe ancora un'altra circostanza che potrebbe, non dico già riunire, ma ravvicinare tutti gli elementi della sinistra, e sarebbe la presenza del capo, vale a dire Garibaldi, il quale virtualmente primeggia tutti i partiti. Ma Garibaldi non è presente. Egli ha una capacità parlamentare molto discutibile, non è uomo da imporre o da osservare la disciplina. Di guisa che, tranne nel voto e nello scopo, la sinistra resta in frazioni come io ve la dipingeva più su. Garibaldi a parte, sonovi qualche altri individui che potriano passare per capi di partito, a causa dei loro precedenti. Io mi limito a nominare Sirtori, Brofferio, Montanelli, Tecchio, Guerrazzi e Ferrari. Ma essi sono ad una volta testa e coda della loro parte, perchè niuno li segue.

Io non mi fermo molto su Ferrari. Egli è conosciuto in Francia, forse più che in Italia; e fuvvi un momento in cui e' sollevò qui la collera universale, non a causa dell'irreprovevole suo carattere, ma a causa delle sue dottrine. Il signor Ferrari è il solo federalista della Camera—perocchè io non so che, palesemente almeno, due ne fossero. Egli non maschera punto vigliaccamente le sue opinioni; egli le lancia, al contrario, a torto ed a traverso, ad ogni proposito; e, cosa singolare, il Parlamento, che interromperebbe chiunque altro con i suoi bisbigli, lascia Ferrari liberamente sporre le sue teorie—a causa forse del suo nome, o a causa della tinta scientifica che l'eminente filosofo-storico dà ai suoi fulgoranti paradossi. Il signor Ferrari ha nondimeno degli sprazzi di luce, i quali riassumono talvolta una situazione con un motto felice e profondo. Se il Ferrari avesse rinnegate le sue prime convinzioni, egli sarebbe forse stato una macchina di guerra. Restando onoratamente federalista, su i banchi dell'opposizione resta impotente.

Ma che cosa è Guerrazzi? mi dimanderete voi adesso. Ohimè! io vorrei ben dirvelo, se lo sapessi, se il signor Guerrazzi lo sapesse egli stesso. Il fondo del suo pensiero di deputato è un mistero. Egli è italiano, senza dubbio; ma sotto di qual forma politica? È desso unitario, repubblicano, monarchico, costituzionale, anarchico? È desso federalista, è desso autonomista? Se io osassi indovinare, io direi che egli è, innanzi tutto, e non è altra cosa, che indispettito di non essere ministro, ed egli odia, a causa di ciò, l'assorbente ed invadente egemonia piemontese. Guerrazzi, come uomo politico, si è poveramente sciupato. Ma egli resta ancora un terribile lottatore parlamentare. Perocchè egli ha una lena inesauribile, e sulle sue labbra l'epigramma scatta spontaneo, e dove tocca, taglia. Egli ferisce a morte, ma fa ridere coloro stessi cui offende.

L'Italia poi deve a Guerrazzi il non aver essa veduto spento il fuoco sacro del sentimento nazionale. Da trent'anni il cuore d'Italia palpita potentemente rimescolato da questo scrittore veterano. La Battaglia di Benevento, l'Assedio di Firenze, Isabella Orsini, Veronica Cibo, i Nuovi Tartuffi, Beatrice Cenci, l'Asino, il Buco nel muro…. ed i suoi scritti politici, hanno avuto un rumoroso successo, non solamente letterario, ma nazionale. La stranezza del suo stile, amalgama bizzarro di lirismo e di pedantismo sonnolento, che si direbbe del Byron affannato e svaporato, del D'Arlincourt concentrato, la singolarità del suo stile, dico, vien compensata largamente da un olezzo di sentimento sempre generoso—quando non è scettico o gallofobo, e da una profondità di viste nuove, ampie, feconde, le quali rivelano un ingegno che lambe il genio. Guerrazzi commuove e scuote, ovvero disgusta.

Al Parlamento egli combatte da bersagliere. È la sua parte. Per il momento, egli sta sul broncio. Nella sessione passata non parlò che due volte, e male—ciò che avviene sempre quando la collera fa velo all'intelletto. Non vota mai. Fa dello spirito con i vicini, e lancia dei bei motti per sotto, non per sopra il mio banco. Fortunato il suo vicino che può raccoglierli!

Se gli ex-mazziniani sono numerosi, sopratutto sui banchi della destra, i mazziniani attuali e fedeli riduconsi a quattro o cinque. Il loro capo è Aurelio Saffi, gli altri, persone senza valore e senza nome. Io non parlo dei mazziniani misti, dei mazziniani garibaldini, tal che Brofferio, Crispi, Macchi, Mordini, Bertani…. Io classificherò costoro fra i garibaldini, perocchè in realtà essi amano meglio il sole di mezzodì che il sole quasi estinto. Il signor Saffi è un uomo ardente, quantunque a giudizio esatto e moderato; uno spirito elevato e molto colto; un polemista vigoroso nella stampa. Sventuratamente, la sua voce fievole e velata gli osta di tuonar alla tribuna come la tempra del suo cuore e della sua mente gliene darebbe l'attitudine. Non nomino, come dissi, gli altri mazziniani: non ne vale il fastidio. La voce di questo partito non ha eco nell'aula nostra. Il solo nome di Mazzini vi suscita degli uragani. Ferrari ringraziò un giorno il conte di Cavour, il quale gli permise di pronunziare questo nome formidabile in mezzo a mormori sordi dell'assemblea. E nondimeno si ascoltano intrepidamente Ondes-Regio, Emerico Amari e Gustavo di Cavour, i tre oltamontrani più proporzionatamente furiosi della Camera!

Il barone Ondes-Regio è il nostro Montalembert, meno la bile, ed il sapere ed il municipalismo siciliano in più. Il signor Ondes insegna il dritto constituzionale ed il dritto internazionale nell'Università di Genova. È autore di parecchie opere di dritto e di filosofia morale, non che di qualche libello cattolico—opere tutte fortemente pensate, scritte con eleganza e facilità, e molto apprezzate da coloro stessi—e sono numerosissimi—che ne combattono le teorie. Il signor Ondes non ammette tutti i principii dell'89. Egli osò chiamare scellerati, dalla tribuna, gli uomini della Convenzione—assolutamente come un cappuccino. Lo si direbbe un resurretto dopo dieci secoli—un revenant, nel nostro Parlamento unitario, scettico, e fortemente temprato dal battesimo della grande rivoluzione francese. Malgrado ciò, l'allettamento della parola e la considerazione tutta personale di questo fogoso cattolico son tali che tutti lo ascoltano con interesse, alcuno non si rivolta delle sue eresie sociali, molti si pregiano di essergli amici—ed io fra costoro!

Il conte Emerico Amari è il nostro M. di Falloux. Amari occupava la cattedra di filosofia della storia a Firenze. Lo si dice profondo giurista ed economista. Come il suo parente e vicino, signor Ondes, egli è autore di talune opere di grande portata, e cattolico così cieco, così convinto, che l'altro suo vicino e conterraneo, signor Ugdolena, lo sembra poco.

Il signor Ugdolena insegna all'Università di Palermo la Santa Scrittura ed è orientalista. Egli passò per gli ergastoli di Ferdinando II, poi fu ministro di Garibaldi, che lo nominò giudice della Monarchia Siciliana—specie di legato del Re in faccia della Santa Sede. Ha un'eloquenza melliflua, untuosa, episcopale. Ma questo esaltamento oltramontano e la tendenza di autonomia insulare a parte, questi tre siciliani combattono il Governo nella misura della loro coscienza, e tengono degnamente il loro posto alla sinistra.

Vi sono ora i liberali dipendenti o dottrinarii, imperciocchè essi sono partigiani della politica straniera del barone Ricasoli, carezzano l'alleanza francese e le idee inglesi, e difendono furiosamente l'autonomia amministrativa, cui il ministro Minghetti aspirava ad infiltrare nelle nostre leggi organiche, col nome di regioni, e cui il barone Ricasoli combattè e fece rigettare. Questo piccolo gruppo di democratici blasés e blasonnés, si compone principalmente di Lombardi, repubblicani prima del 1848, rivoluzionari o fusionisti a quell'epoca, in cui ebbero le prime parti nella stupenda epopea della rivoluzione, e poscia un po' di tutto, per intermittenza o per dispetto.—In fondo, convinti di nulla. Ma onesti, culti e facendo parata di loro cultura, sì che ne vengono fastidiosi, pesanti, affettati, uomini più di pensiero che di parola, abili, ma non audaci, tendendo ai mezzi termini, alla mezza luce, allo sbiadato. Il loro capo apparente è il signor Correnti, di cui discorsi innanzi, il capo reale è il signor Allievi, direttore oggi della Perseveranza.

Il signor Allievi è uomo che ha idee, ed idee ardite, ma le tempera per smania di gravità ed ambizione di passare per un uomo di Stato. Parla bene, ma senza calore, senza brio, dicendo cose sode, cose sane, cose giuste. Amico di libertà, ma pauroso di parerlo troppo—sente alto di sè, non dissimula sentir mediocremente di altrui—e non sempre a torto—freddo, ma gentile nei modi. Fa parte delle più gravi commissioni amministrative, ove porta sempre non mediocre corredo di. sapere acquisito nei libri. È sovente relatore di leggi e si tiene gagliardamente sulla breccia. Il più bel giorno della sua vita sarà, non quando avrà scritto un brillante articolo nell'importante periodico milanese, ma quando sarà nominato segretario generale di qualche ministro. Ciascuno ha i suoi gusti.

Segue il signor Visconti Venosta, il quale occupò degnamente le funzioni di segretaria di Farini nell'Emilia ed a Napoli. Oggi egli è membro del contenzioso diplomatico, comitato instituito dal conte di Cavour. Nominerò altresì il signor Restelli, uomo di portata politica distintissima: il signor Massarani, polemista, nella Perseveranza di molto rilievo, serio, colto giovane; il marchese Guerrieri Gonzaga, letterato ed economista di prima forza, poeta squisito che squisitamente ha tradotto or ora il Fausto di Goëthe, un dì repubblicano; oggi piegato a casa di Savoja, per odio degli Habsbourg, sotto di cui geme ancora la sua provincia. Citerò inoltre l'avvocato Gadda, ed il suo vicino il signor Finzi, avanzo radicale, ma intollerante, delle prigioni dell'Austria. Finzi restò dieciotto mesi in una muda a venticinque piedi al di sotto del livello del lago di Garda a Peschiera. Egli deve al suo silenzio implacabile se non fu appiccato come i suoi complici. Garibaldi lo nominò direttore della cassa per il milione di fucili. Aggiungo a costoro il napoletano Giuseppe del Re, elegante scrittore, anch'esso della Perseveranza, ed in quei principii, poeta, dalle cose politiche più alieno che caldo, scettico e beffardo.

Tra gl'indipendenti nominerò un altro avvocato milanese, di cui la Camera apprezza sempre l'autorità della parola, il signor Mosca. Questi è un puro tipo milanese—cavillatore, onesto, democratico e conservatore nel tempo stesso, intelligentissimo quando trattasi d'interessi materiali, poco curante degl'interessi politici, un po' ruvido, un po' brusco, un po' pesante, ma dotto, ed ostinato come un mulo nelle sue opinioni, cui difende con abbondanza e con logica stretta. Aggiungo a questa categoria il signor Costa Antonio di Genova, spirito positivo e luminoso, sopra tutto in materie di finanze; il signor Pica, che per dieci anni trascinò le catene di forzato politico nei bagni di Napoli e che disgraziatamente troppo carezza, per vezzo di popolarità municipale, l'autonomia napoletana; il signor Giuseppe Romano, ardente di ben fare; il signor Mandoi-Albanese; il marchese Ricci, che fu ambasciatore a Parigi e ministro con Ratazzi all'epoca della seconda riscossa che così infelicemente soggiacque a Novara; il signor Levi, razionalista, autore di Giordano Bruno ed i liberi pensatori italiani, dell'Unità cattolica e l'Unità moderna, e di molti altri opuscoli politici e filosofici, collaboratore di Ausonio Franchi; il signor Ranieri, che spesso dorme ma vota sempre bene, autore anch'esso di opere storiche rimarchevoli e rimarcate, carattere debole ed anima indipendente, florido di velleità più che di volontà. Io potrei citare ancora molti altri nomi, che sotto ogni rapporto meriterebbero fissare l'attenzione: aggiungerò solamente il signor Varese, autore di una bella storia di Genova e di parecchi romanzi, cuore freddo, dicitura purissima e lambiccata, intelligenza elevata; il signor Menighetti, redattore della Nazione di Firenze, uno dei capi del partito democratico della Toscana, oggi ragionevolmente moderato, scrittore elegante e non senza lena; il signor Toscanelli, ex-officiale di artiglieria a Venezia, capo del partito del movimento, giovane ardente e fantastico, molto competente in cose agricole, che pubblicava, non ha guari, un delizioso, spiritoso ed interessante libro sulle cose e classi agricole della Toscana; il signor Castagnola, spirito positivo e colto; il signor Michelini, il decano dei deputati italiani, parlatore intrepido innanzi ai rumori ed innanzi agli sbadigli, che sempre provoca, dotto economista, spirito difficile, costantemente nell'opposizione per gusto, per carattere, per tendenza di mente più che per cuore; il barone Bianchi, avvegnacchè propenda più dal lato del terzo partito che dal nostro; il signor Saracco, oggi segretario generale ai lavori pubblici, uno dei tre, con Mellana e Brofferio, che dopo quattordici anni siedono sempre all'opposizione, avvegnacchè i loro amici fossero passati e ripassati al potere; e Sebastiano Tecchio—il distinto veneziano che è vice-presidente della Camera, oratore e scrittore pieno di forza e di grazia, pensatore all'altezza di tutte le quistioni parlamentari, dirigendo le discussioni della Camera con una destrezza ed una capacità a niun altro secondo. Gallenga disse di lui, con tanta grazia e verità, che sembra un ritratto di quei veneti senatori del suo compatriota Tintoretto, che vive, parla e cammina. Tecchio pende egualmente piuttosto verso il partito di Ratazzi—ed un dì sarà ministro.

Io passo, ed a disegno, su i boudeurs consolabili, su i pretendenti a portafogli, sugli uccelli di passaggio e sugli esploratori che vengono dal campo nemico.

E perchè ne sono ai deputati, i quali non fanno che passare, aggiungo una parola su coloro che, traversando per recarsi alla destra, si sono smarriti e si sono arrestati su i banchi della sinistra. Potrei nominarne parecchi; mi limito a notarne di fretta e furia due soli, il signor Chiaves ed il signor Gallenga, avvegnacchè questi, quest'anno, abbia fatto un passo innanzi e sia passato al centro.

Il signor Chiaves ha degli slanci di oratore politico, la logica fina e serrata, il colpo d'occhio sagace, e sarebbe uno degli uomini i più notevoli del nostro Parlamento se non fosse autonomista, piemontese a tre doppi ed ultra-cattolico. Lo si ascolta nondimeno con considerazione e simpatia. Egli è il capo di coloro che rappresentano l'egemonia piemontese con Alfieri, Bertea, Bottero, Mazza, ecc.

Il signor Gallenga, un po' nomade, è inclassificabile. Il signor Gallenga, da due anni, mi perseguita nelle sue rimarchevoli corrispondenze del Times, chiamandomi demagogo, anarchico, mazziniano, murattista e pazzo. Peccato che non mi abbia ancora chiamato cattolico! Dovendo parlare di lui, io non mi vendicherò con una menzogna. Il signor Gallenga è una delle figure fantastiche della nostra Camera, che scappano di un lancio ed in un attimo a tutti i partiti. Egli è un misto di selvatichezza e di malleabilità, di repubblicano e di despota, che scatta come una bomba, che subisce tutte le vicissitudini della discussione come un barometro subisce l'azione dell'aria. Eminentemente nervoso, a senso di giustizia profondo, irritabile, disprezzando l'impopolarità, anzi vezzeggiandola come la sua parte di eredità parlamentare, pieno di un coraggio civile, che pochi, rarissimi, spiegarono con più a proposito, con più fierezza imparziale, se non secondo la cosa, secondo la sua coscienza; a giudizio acuto, sintetico e sovente paradossale, il signor Gallenga prende assai sovente parte alle lucubrazioni parlamentari, e negli uffici e nella Camera, là per portarci i lumi della sperienza del suo lunghissimo soggiorno in Inghilterra, qui per gittare nella bilancia la sua parola, la quale per essere troppo audace e troppo estrema, per le fibre triviali della maggioranza dei deputati prende l'aria di eccentricità. Il signor Gallenga ha pubblicato in Inghilterra parecchie opere sull'Italia, opere marcate di una grande esattezza di colpo d'occhio, riempite d'idee nuove ed originali e di molto sapere. Imperciocchè il signor Gallenga sa molto, e se ne addobba forse troppo. Le sue lettere al Times sono rimarchevolissime per ingegno, cui il signor Gallenga ha moltissimo, per imparzialità, per conoscenza di fatti e per pittura viva, sincera, variata, brillante—sopratutto quando dipinge gli uomini. Egli ha una corda di La Bruyère, una di La Rochefaucauld.