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I nuovi tartufi

Chapter 4: NOTA.
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About This Book

A first-person narrator recollects a close but contrasting friendship with a melancholic companion whose ascetic habits and early death prompt intimate scenes of care and mourning. Interwoven with memorial mock-sermons and conversations about new charitable and educational institutions, the narrative ranges between irony and moral reflection: it examines the gap between public intentions and private effects, critiques ritualized philanthropy and uniform schooling, and observes personal grief, resignation, and the small, ambiguous consolations that survive loss.

"Va e sveglialo subito, perchè qui si tratta di morte e di vita."

E il servo spaventato, non senza farsi il segno della croce, scappò via, non curando altra informazione.

Comunque paresse strano ricevere a colloquio in ora sì tarda un uomo ignoto, pure le condizioni dei tempi, del paese, e dei traffici, non persuadevano rimandarlo inascoltato. Il signore Waltom, ch'era persona prestante molto, scese giù di letto, si gittò addosso una veste da camera, e comandò introducessero il tardo visitatore.

Il Presidente entra.—Invitato con cenno a sedere recusa, e con sottile arguzia imitando i modi inglesi diceva:

"Signore, la vostra mano…"

"Perchè?"

"Giuratemi su l'onore vostro che non sarete per isvelare mai il mio nome nè quanto sono per dirvi."

Il signore Waltom, meditato un poco, risponde risolutamente:

"Non posso."

"Perchè?"

"Se fosse cosa che nuocesse al re, allo stato, a chiunque altro insomma, il mio dovere sarebbe palesarla."

"Oh no, riguarda voi solo, e consento ve ne possiate giovare: solo intendo che dobbiate tacere da qual parte vi viene."

"In questo caso parlate, e confidate sul mio onore."

"Bene!—Tenete presso di voi un giovane chiamato Guglielmo?"

"Sì."

"In quale condizione?"

"Cassiere di banco."

"La cassa vostra poneste in sua piena balía?"

"Dapprima no: ogni sera aveva a rendermi il conto e le chiavi; sperimentata poi la bontà sua, oppresso dai negozi, trascurai questa diligenza, e di presente facciamo i conti una volta al mese: le chiavi ritiene sempre."

"Signore, duolmi annunziarvelo; voi siete tradito…."

"Possibile!" esclamò il mercante levandosi a mezzo da sedere…

"Uditemi.—Abito il terzo piano della casa ove tengono giuoco. Stasera per avventura mi venne fatto entrare là dentro, e con sorpresa ho visto il vostro cassiere giuocare, e perdere monti di ghinee;…. somme sicuramente superiori alla sua fortuna."

"Lo avete veduto voi?"

"L'ho visto: ed informatomi s'egli avesse usanza praticare quel luogo, e se giuocasse sempre disperatamente in cotesta maniera, mi dissero da molte sere mandare a male tesori da fare ribrezzo.—Ritiratomi in camera ho dubitato lungamente se il mio dovere di uomo mi obbligasse o no a porgervene avviso: mi è parso sì, e venni per questo. Adesso buona notte, signore!—Spiacemi bene non avere incontrato migliore occasione per fare la vostra conoscenza, ma potete credere che non dipese da me."

"Buona notte, signore! Gran mercè dello avviso: state sicuro tanto sopra la mia discretezza quanto sopra la mia riconoscenza."

Si strinsero le destre: se le scossero more anglico, da slogarsi le spalle; e il signore Waltom pensò:—"Questa è una degna e rispettabile persona."

Il Presidente guardandosi attorno uscì cauto, e rasentando le muraglie con passi veloci, scorso ch'ebbe un lungo tratto di via traversò la strada come ramarro nei giorni canicolari; quivi ristrettosi sotto le muraglie guardò il palazzo dond'era uscito. Egli vide una finestra illuminata al secondo piano: apparteneva alla camera che abitava il cassiere; dopo breve ora il chiarore crebbe a dismisura, e stropicciandosi le mani costui con compiacenza mormorò:

"La girandola ha preso fuoco!"

E sì che s'ingannava; imperciocchè senza aggravarsi l'anima della nuova tristezza, cotesta vita tanto insidiata stava per ispegnersi.

Guglielmo ridottosi nella sua stanza aprì la scrivanía: preso un foglio di carta velina, ed assettatosi con singolare compostezza, scrisse: "Madre mia!"

E si fermò,—considerando le parole scritte…

Coteste lettere presero allo improvviso sembianza di forma umana,—della madre sua,—che vedova e povera, per prova estrema di amore aveva sofferto staccarsi dal seno l'unico figliuolo affinchè andasse a procacciarsi sua ventura nel mondo, e nello abbracciarlo sul punto di dargli commiato gli aveva detto, frenando le lagrime:—"Figliuolo mio, dalla mia benedizione, e dalla raccomandazione di tenerti sempre davanti gli occhi gli esempi paterni, a me non è concesso darti altro viatico; e nonostante, queste cose ti potranno giovare meglio che danari e credito presso persone potenti.—Tu parti da casa tua con due compagne, la povertà e la probità: cerca di lasciare la prima a mezzo cammino, ma guarda bene ritornare indietro senza la seconda.—Va dunque, e Dio aggiunga alla tua felicità quella che i tuoi genitori avrebbero dovuto godere sopra la terra!"—Poi quelle sembianze venerande si scompigliavano, e le lettere mutavansi in altrettanti occhi gonfi e screpolati di vene sanguigne, e già da tutti gli occhi pioveva un diluvio di lagrime.

Dopo alcuno spazio dì tempo si provò a continuare la lettera, ma vide con ispavento la carta diventare nera come se la morte l'avesse coperta con un lembo del suo velo….—Infelice! senza accorgersene egli l'aveva tutta bagnata di pianto.

Tolse un altro foglio, e scrisse da capo:

"Cara madre!"

E si fermò…. perchè—incominciò a pensare—se la spada del dolore ha da passarle l'anima, spingerò io con la mia mano questa spada? La fama le narrerà la mia infamia e il mio delitto, ma ella non vi presterà fede…..—è tanto incredulo il cuore di una madre per le colpe dei figli!—Così io morrò sicuro di lasciare nel mondo una creatura almeno che mi ami, poichè nel duro passo al quale mi trovo condotto a me non soccorre altro conforto…..—Oh non versiamo altro fiele nella tazza già troppo senza fine amara.—E lacerò il foglio.

E nonostante,—indi a poco riprese a pensare,—e nonostante formerebbe parte di espiazione raccontare la mia colpa intera:—certo lo annunzio partecipato da me le sarà veleno, ma il sospetto di averla io in questo istante supremo dimenticata l'attossicherebbe più acerbamente e più presto.

Scelse un terzo foglio; lo accomodò sopra lo scrittoio, vi pose in mezzo la falsa riga, e molto propriamente l'appuntò con cera bianca perchè non iscorresse da una parte nè dall'altra e i righi venissero diritti bene.

Veramente,—proseguiva meditando,—sopra la infamia del figlio così ella non potrà più rimanere dubbia…. Non importa,—purchè nei pochi istanti che le durerà la vita non rimanga neppure dubbia che la mia tenerezza e la mia memoria non le mancarono mai…..

E accostata la penna, tracciò la prima lettera. Trovando poi che si erano ingrossate le punte e tracciavano male il carattere, con un pannolino attese ad asciugarle diligentissimamente.

Nè le madri—continuava tra se—per vergogna rinnegano i figli…. mai…. Sul trono o sul patibolo, lo immenso amore che sgorga dalle viscere materne aumenta gloria o mitiga vituperio.—Ma la madre di Pausania, che portò prima le pietre per turare la porta del tempio onde fare morire di fame il figliuolo ricovrato là dentro?—È menzogna.—Furono uomini quelli che scrissero cotesta favola, nè ardirono scriverla se non aggiungendo:—si dice.—E col temperino ragguagliò e pareggiò le punte della penna.—Se fosse stata una madre, avrebbe smentito la fama bugiarda….

"Cara madre!"—vergò per la terza volta, quando allo improvviso fu aperto con impeto l'uscio della camera, e una voce concitata lo chiamò:

"Signor Guglielmo!"

Lo sciagurato giovane non piega il collo, non muta il fianco, e persuaso venissero per condurlo al supplizio, esclama:

"Perchè tanto presto! Le ventiquattro ore non sono ancora passate."

"Signor Guglielmo, date ascolto."

"Scrivo a mia madre l'ultimo addio; raccomando la mia anima al Signore, e sono da voi, perchè anche a me tarda finire: anche pochi momenti in grazia…. per carità…."

"Date ascolto, vi dico;" ed una mano gli si posò su la spalla scotendolo forte; ond'ei volgendo il capo vide il suo Principale.

"Ah! siete voi, signor Waltom? Vi aveva scambiato col carnefice…."

"Di simili errori è padre il delitto.—Dove avete le chiavi della cassa?"

"Eccole."

"Levatevi, e andiamo a riscontrarla."

"Non importa…"

"A me importa moltissimo."

"Non importa, vi dico…."

"Perchè? Dite: perchè?"

"Perchè è vuota."

"Vuota!"

"Vuota."

"Ahimè!" esclama il mercante abbandonandosi sopra una sedia;—"il male dunque è maggiore di quello che io immaginava! Domani dovrò sospendere i pagamenti! Fallire!"

"Fallire…. oh no! Vi salderò…. stanotte."

"Saldarmi voi? Stanotte? E con che?"

"Oh io saldo tutti stanotte…. in verità…." rispose il giovane dando in altissimo scoppio di riso.

"Miserabile! e ardisci ancora aggiungere lo scherno?"—vinto da immenso sdegno proruppe il signore Waltom; e stretto il pugno precipitò a percuoterlo nel volto.

"Non mi battete!" balzando in piedi con disperata passione urla
Guglielmo; e cavatasi una pistola di tasca la sporge verso il signore
Waltom.

"Scellerato! vuoi ancora levarmi la vita?" urla a sua posta il signore
Waltom tratto fuori di sè.

"Ma uccidetemi…. piuttosto…. in carità,"—prosegue Guglielmo senza badare e forse senza udire le parole del Waltom.

"È dovere liberare da questo iniquo la terra" continua il Waltom, il quale non udiva nè vedeva più nulla, non si accorgendo lo sciagurato giovane avergli voluto porgere l'arme perchè lo uccidesse. Nel concetto che avesse Guglielmo attentato ai suoi giorni, il signore Waltom esce furioso serrando la porta a doppio giro di chiave, e così come l'ira lo mena, in veste da camera, col capo scoperto, si caccia giù per le scale, e corre ad accusare il misero giovane al Presidente della Corte Criminale.

Lo insidiatore sentì aprire la porta di casa; vide precipitare un uomo e correre alla sua volta; pensò fuggire, poi temè levare rumore, stette e si rannicchiò. Il signore Waltom passandogli da canto come folgore lo urlò, ma tanto l'ira il vinceva che non se ne accorse neppure.

"Dove va costui?"—E lo seguitò alla lontana: in breve ebbe chiarito ogni incertezza, vedendolo entrare nel palazzo della Corte Criminale.—. "Per Dio! così non va bene: la matassa incomincia a imbrogliarsi: procedure criminali non mi accomodano; basta mettere un filo in mano a cotesti signori della Corte, che presto sanno dipanare il gomitolo. A tempo sereno ogni piloto vale. Una buona azione! Ride il Demonio…. rida…. il Demonio è uno stupido: se venisse nel mondo, i borsaioli adesso gli ruberebbero la coda; egli è buono per mettere paura ai bambini. Del gran cimbalo dell'universo bisogna sapere toccare tutti i tasti.—Ora è mestieri vedere Guglielmo, e poichè non si è voluto ammazzare, ed ha torto, persuaderlo alla fuga. A me basta l'animo per trafugarlo e nasconderlo fino…. fino al giorno del giudizio.—Certo io aveva immaginato il mio poema senza tanti episodi, semplice come una tragedia di Eschilo, ma la fortuna mi ci annesta sopra avvenimenti sì inaspettati e nuovi, che di classico a mio dispetto divento romantico…."

Queste ed altre simili diavolerie fantasticando, con presti passi si accostava alla casa del signore Waltom: la trovò chiusa; stette alquanto sopra di sè considerando se fosse o no bene bussare, e darsi a conoscere al servo che gli aveva aperto poco anzi: non gli parve prudente. Allora, fecondissimo com'egli era di partiti, gli occorse un ripiego. Perlustrata la via, raccoglie diversi sassi, e con bella destrezza prende a gettargli nella finestra del secondo piano. I sassi tratti da mano maestra arrivavano al punto: ruppe due vetri, ma nessuno si affacciò; e sì che Guglielmo era nella stanza, e si vedeva la sua ombra passare e ripassare traverso il chiarore della finestra, e doveva pur sentire.

"Cane d'Inglese! ha il capestro al collo, e fa il superbo!"

Allora si attentò a chiamarlo piano dapprima; poi, urgendo la necessità, a poco a poco più forte: invano! Nessuno si mosse. Ma l'uomo dabbene ebbe avvertenza a tutto, e notando da lungi un insolito rumore, si trasse curioso in disparte. In breve fu udito più distinto un suono di voci concitate, di passi, e di armi; e indi a breve vide passare il signore Waltom, magistrati, e guardie di sicurezza. Waltom aperse l'uscio, entrò, e con esso gli altri, e richiusa la porta, ogni cosa tornò in silenzio. Costui ritto, attaccato alla parete, non fiatava; il cuore per paura di tratto in tratto gli dava dentro un trabalzo, ma egli costringeva quel cuore ribelle a starsi quieto con mano di ferro.

Allo improvviso scoppia un tiro di pistola, e subito dopo prorompono diversi urli: un altro vetro della finestra del secondo piano vola in pezzi, di cui alcuni cadono addosso al Presidente.

"E ci voleva tanto!" dilatando i polmoni con una lunga aspirazione di aria esclamò costui: "così aveva immaginato, e così va bene. La girandola ha preso tardi, ma ha preso. Adesso non mi rimane a fare più nulla, e posso andarmene a letto e dormire tranquillo."

E ridottosi a casa si coricò difatti, e dormì tranquillo.

La mattina appresso la dolente nuova si diffuse per la città: si fecero capannelli, corsero molte e diverse voci; le passioni come acqua turbata a poco a poco si acquietarono; la casa Waltom soccorsa opportunamente sì sostenne; nuovi e grossi guadagni ristorarono il danno, e la superficie fredda ed unita degli affari coperse di oblio cotesto avvenimento.

Guglielmo rimase spento sul tiro: essendosi sparato la pistola in fondo alla bocca, la palla andò in linea retta a percuotere il cranio sotto il cervelletto; trovato lo intoppo dell'osso, tornò indietro traversando diagonalmente la testa, e spingendosi avanti il cervello ruppe l'osso frontale con un foro tondo quanto uno scudo. Quinci usciva in compagnia del cervello; ma il cervello come più casalingo rimase in camera, e si adagiò per l'appunto sopra la lettera che Guglielmo aveva scritto alla madre; la palla poi di voglie viaggiatrici prese la finestra….

"Possa Dio seccarti la lingua come il tendine del tuo avo Giacobbe!—Vuoi tu lacerti, Zabulone?.. tu mi laceri il capo…. or come ti basta l'animo per raccontare con tante arguzie sì dolenti cose?"

"Non ricordava i tuoi nervi di seta.—La belva era presa: si adunarono per dividerne i brani sanguinosi: tra biglietti di banca, ghinee, zecchini, napoleoni, ed altre monete di oro di ogni maniera, fu trovato che il valsente carpito al defunto sommava a meglio di ventimila lire di sterlini,—valore enorme:—due sesti ne toccarono al Presidente, perchè così per patto; due sesti al gentil giovane dalla chioma bionda che estraeva le carte dalla cassetta chiusa per allontanare perfino il sospetto della lealtà sua nel giuoco; un sesto alla madre, un sesto alla figlia—Ma la supposta figlia si fece aspettare un pezzo, e poi non venne: andarono a trovarla, e piangeva. La dileggiarono, la schernirono; ella indicava il cuore, e le risposero con un coro di risa chiamandola: pazza! pazza!—ella prese a piangere, e le fecero sfolgorare su gli occhi napoleoni nuovi, ghinee di Giorgio IV ardenti e lampeggianti: ella supplicò a mani giunte la lasciassero in pace, e tutti insieme l'ammirarono per la stupenda attitudine a sostenere qualunque parte, anche la Maddalena penitente, la Margherita da Cortona:—brava, bravissima per verità!

Tribolata con mille modi, impaziente di cotesta infame tortura con le fibre più dolorose del cuore, la peccatrice cessa le lacrime allo improvviso, con ambe le mani si tira i capelli dietro le orecchie, e favella risolutamente:

"Levatemi davanti il prezzo del sangue! Guai a voi se lo accetto; io nol potrò tenere in mano non altramente che se fosse un tizzo acceso, e lo porterei al Magistrato, per impiccarmi poi come Giuda…."

"Dice davvero!" mormorarono i complici; e non se lo fecero ripetere la seconda volta. Si restrinsero insieme per considerare i provvedimenti da prendersi. La finta madre, siccome nelle donne vedemmo ordinariamente avvenire, le quali sono per debolezza crudeli, intendeva andare per la via più corta. Meglio avvisato, il Presidente osservava doversi dare tempo al tempo, anteporre le arti di Fabio a quelle di Marcello, imperciocchè la Giustizia, quantunque paresse addormentata, pure ella dormiva, a modo della lepre, con occhi aperti, e orecchie tese; quindi bisognava impedire ogni rumore. I complici se ne rimessero alla prudenza del Presidente, che invero era molta; e di più, dopo una lunga discussione, per cinquantamila lire fiorentine egli si accollò a suo rischio e pericolo l'aggiustamento di questa partita."—

Zabulone tacque.—Smanioso io gli domandai:

"Ma la Provvidenza consentì che andassero impuniti gli scellerati!"

"No, figlio mio: ma se taccio tu ti affanni nel dubbio; se parlo ti addolori nella certezza…."

"Parla, Zabulone; parla, dacchè il silenzio mi nuocerebbe adesso più della favella."

"Ferro, laccio e veleno adoperò la vendetta arcana che vigila sul mondo, come altra volta il Tribunale della Santa Vema. Il biscazziere abbandonò la isola continuando le sue truffe pel mondo. Scoperto baro per singolare vicenda che ti narrerò un'altra volta, ai bagni di Homburgo nel tornare a casa gli dettero di un coltello in mezzo al cuore, e gli rubarono il danaro rubato.—Ladro di ladro non fa peccato:—gana min a gana plur,—come diciamo noi altri; solo gli lasciarono le carte, e gliele distesero per supremo scherno intorno del capo a modo di raggiera.—La Mezzana, dopo varie vicende di vita, prese a nolo un colosso nato a Como, che un bel giorno la lasciò strangolata nel letto, e con le spoglie della casa sì salvò con la cameriera in America.—La giovane peccatrice prese in odio il peccato e il luogo della infamia: si ritrasse in una celletta dove visse poco, e mantenendosi col vendere ora questa ora quell'altra masserizia. Il nostro pietoso Presidente non cessò mai dì visitarla.—Se vuoi sapere com'ella s'inducesse a sopportarlo, te lo chiarisco in breve:—con la promessa di portarle alcuno oggetto che fosse appartenuto al misero Guglielmo. Egli era troppo buon gentiluomo per mancare alla sua parola: si procurò l'ultima lettera scritta dal defunto alla madre, che non fu spedita perchè macchiata di sangue. Gliela porse il pietoso con sembianza compunta; e l'avvertì a tenerla cara, perchè il cervello del giovane era andato a cascare per lo appunto là sopra. La giovane svenne, quindi a poco la sorpresero atroci convulsioni che fecero dubitare della sua vita; ma il Presidente la soccorse con amorevolezza veramente paterna. Vedendo com'ella risensasse a stento, egli disse:

"La cosa potrebbe andare da se; nonostante è bene secondare la natura."—Sì dicendo le porse a bere certo suo liquore capace a resuscitare un morto. Le convulsioni, i deliquii, i brividi lungo la spina, i sudori ora freddi ora caldi, le fauci ardenti, le labbra sitibonde, non cessarono più. Il Presidente, conosciuto il caso allo estremo, senza risparmio di spesa condusse a un tratto quattro medici di maggior grido. Tre di loro esaminarono poco, interrogarono meno, e manifestarono tre diverse opinioni; il quarto, mio amico, vecchio ed esperto, indagò molto e parlò breve:—"Questa donna muore avvelenata!"—Ebbe del visionario, del pazzo e dello ignorante, e fu licenziato: rimasero gli altri che, infierendo il male con spaventevole rapidità, ordinarono i sacramenti. Il paterno amico si recò dal Parroco, raccomandandogli stesse pronto, imperciocchè egli volesse differire quanto meglio si potesse, però senza pericolo dell'anima, coteste pratiche venerandissime certo e veneratissime, ma piene di mestizia a cotesta sventurata fanciulla, la quale se aveva molto peccato, aveva ancora molto amato, ed ora si sentiva trafitta da compunzione ineffabile.

"Ahi padri! padri!"—esclamò pietosamente il Presidente; e si recò il fazzoletto agli occhi quasi per asciugarsi le lacrime; e siccome in questo atto gli penetrò un bruscolo di tabacco nelle palpebre dell'occhio sinistro, gli riuscì piangere davvero. Il buon Parroco, commosso a tanta tenerezza, pianse al suo pianto, e levò a cielo quel dabbene uomo acceso di carità davvero, ma davvero perfetta. La sera verso l'ora del De profundis il Presidente arriva affannato alla Parrocchia, e:

"Presto, Don Geronimo, presto accorrete," diceva al Parroco da lontano;—"la poverina si muore; venga a confessarla, e porti seco la pisside e la borsa dell'olio santo…"

Ma Don Geronimo, che pativa di gotte, sì era già posto a giacere; nonostante balzò subito seduto sopra il letto, e siccome in quel moto sentì certe trafitte che gli fecero vedere tre soli, pensò tra sè:

"Oh benedetta! poteva morire qualche ora prima:"—e subito riprese:—"o piuttosto molte ore…. anzi anni dopo;—ma…" aggiunse "l'uomo muore quando Dio lo chiama, e il sacerdote deve accorrere sempre allo esercizio del suo solenne ministero…"

E volle gettarsi giù dal letto, ma non potè; e pian piano, aiutato dal servo e dal Presidente, si vestì, reprimendo i sospiri che il povero uomo offriva a Dio in isconto dei suoi peccati.

Dopo lunga ora sì posero in via: il Parroco sorretto dal Cappellano andava avanti come poteva; il Presidente lo seguiva tenendo aperto l'ombrellino di seta.—Avrebbe riso anche il diavolo.

Quando giunsero a casa, la peccatrice era moria. I tre sacramenti rimasero a terra.

Il Presidente vide un foglio caduto accanto al letto; lo raccolse, e conobbe essere la lettera di Guglielmo, dono atrocissimo della insidia di sangue; lo bruciò, avvertendo che si consumasse intero; e quando fu ridotto bene in cenere nera, si volse al Parroco in suono di rimprovero e di dolore, ed esclamò:

"Abbiamo fatto tardi!"

E il Parroco chinò il capo umiliato.

"Maladetta gotta! Dio mi perdoni, perchè la gotta si può maledire senza scrupolo di coscienza;—ma la contrizione l'avrà… anzi deve averla salvala…"

"Così sia, Don Geronimo, Intanto non mi par bene divulgare che Ella non fu a tempo a confessarla…—Don Geronimo capisce che ne scapiterebbe il suo decoro. Le faccia un mortorio onorevole, e suffragi per l'anima sua… quanti bastano; le dia sepoltura cristiana… ed… io… pagherò… le… spese…"

"Oh non importa!" replicò il Parroco arrossendo… "a farle suffragi mi credo obbligato anche io…"

"Oh bravo via. Don Geronimo… faremo mezzo per uno… nè tutto pagato, nè tutto regalalo…" rispondeva il Presidente stropicciandosi con soddisfazione le mani.—"Basta, io me ne rimetto alla sua carità…"

Il funerale fu fatto e pomposo: la donna ebbe sepoltura in chiesa con lapide di marmo bianco, ed epitaffio a lettere di oro, e il Presidente fu dichiarato insignis pietatis vir, nè più nè meno dello antico Enea.

Adesso pensa che il danaro non era poco, e poni in mano un ventimila scudi a tale uomo qual è il Presidente, e tu vedrai quello ch'ei saprà fare mediante traffici di ogni maniera, condotti con prudenza e destrezza ch'egli possiede grandissime;—e aggiungi ancora che sovente gli accadde di fare assicurare così per distrazione le sue navi e i suoi carichi a Londra e a Costantinopoli. Fortuna volle che per lo appunto quando meglio assicurava, e più perdeva; ed egli non già a fine di male, ma proprio per distrazione, risquoteva le due sicurtà. Insomma volle possedere tesori, ed ecco ei li possiede. Che cosa gli manca? Egli ricco, egli accasato ottimamente, egli giocondo di famiglia egregia, tenuto in pregio, blandito, festeggiato, lodato; già illustre per onori ricevuti, e in aspettativa di nuovi, egli morrà…"

"Contento?"

"No"—drizzando la persona incurvata Zabulone ed agitando le chiome grigie come un profeta in atto di maladire, proruppe con molto terribile voce,—"lui non puniranno i rimorsi: questi non varrebbero a spaventarlo; egli se n'empirebbe le materasse, e vi dormirebbe sopra più morvido. Dio lo punirà nella sorgente del suo peccato. Egli ambiva lasciare nome e famiglia di fortune e di pompe superba, e il suo nome morirà con lui; egli seppellirà i suoi figli che lo conoscono, ch'egli non può ingannare, e lo disprezzano; il suo retaggio andrà disperso come un nuvolo di polvere sospinta dal vento. La mano del Signore toccherà le radici di questa pianta maligna, e prima di morire vedrà cadersi tutte le sue foglie maladette dintorno. Egli ha radunato per riempire una fossa… Erede di tutti i suoi, egli vi getterà dentro in confuso moglie, figli, e tesori… e Satana infine ridendo vi getterà lui stesso.—La vita, o Gualberto, è un lungo conto corrente; ma prima di morire, la coscienza, computista senza errore, tira a tutti la somma, e quanto più ella tarda, o fa improvvisi i conti, tanto maggiormente giungono pieni di paura. La giustizia di Dio vive e governa. A ogni uomo verrà retribuito secondo le sue opere, e questa persuasione unita a molte altre cause varrà non poco a migliorare questa nostra specie.—Però le cose procedono lente al bene, spesso si arrestano, qualche volta deviano: le generazioni umane, come le generazioni delle foglie, ora nascono, ora muoiono; il verno le disperde, aprile le rinnuova, e tu guarda al tronco che non muore mai. La opera dei secoli non può conseguirsi in giorni o in anni, ma la sapienza governata dalla speranza visse nei tempi passati, nei presenti sonnecchia mercè le nuove ipocrisie, e vivrà in quelli che non furono peranche generati dal volere di Dio; e tu in ispirito puoi assistere al giorno della creazione, in cui furono appesi al firmamento il sole e la luna, come al giorno della distruzione, ove una gran voce scrollerà l'universo dicendo:—Basta!—E cotesti luminari si spegneranno a modo di lampade a cui manca l'alimento.—Zabulone ebreo ti dava questi ammaestramenti perchè ti consolassero, e tu tienli avanti gli occhi come le tavole della testimonianza, ricordandoti quello che Rabbi Santo favellava a Don Pietro:

    Por nascer en espino
    La rosa, ya no siento
    Que pierde; ni el buen vino
    Por salir del sarmiento;
    Ni vale el Azore menos
    Por que en vil nido siga
    Ni los exemplos buenos
    Porque Judio los diga.¹

NOTA.

Pag. 156.—(1) Rabbi Santo chiamava se stesso Don Santo Judio de Carrion, perchè nato a Carrion de los Condes nella Castiglia vecchia:

    Señor noble rey alto
    Oid este sermon
    Que os dise Don Santo
    Judio de Carrion

Nacque sul principio del secolo XIV. Nel 1360 essendo già vecchio, diresse a Pietro il Crudele, re di Castiglia, un poemetto intitolato:—Consejos y documentos del Judio Rabbi Don Santo al rey Don Pietro. Dicesi si chiamasse veramente Don Mose, e fosse chirurgo del re. Attribuiscono a lui il poema:—La Dansa general de la Muerte, o Dansa Macabra.

End of Project Gutenberg's I nuovi tartufi, by Francesco Domenico Guerrazzi