V.
(Un breve silenzio.)
Francesco
(risoluto, quasi brusco) E basta, eh? (Piglia il cappello.)
Sonia
(con l'impulsività di una bambina lo afferra pel braccio.) No! No!...
Francesco
Dio buono, io ho già troppo accondisceso, e voi troppo osate, adesso!
Sonia
Non andare in collera! Senti... Senti... Ti prego... Mi hai cosí bene difesa... Difendimi ancora!
Francesco
Io non ho fatto che secondare e accreditare, con la mia logica, con la mia esperienza, la vostra affermazione di irresponsabilità. Forse mentivate relativamente all'episodio del piccolo crimine di cui vi si accusava. Nondimeno, il difendervi era legittimo, e non me ne pento, poiché, con o senza l'ubbriachezza, voi non siete che una irresponsabile. Ma che piú sperate ch'io faccia per voi?... D'altronde, quel brav'uomo ha iniziato un accordo col zelante accusatore per comperarne il silenzio. Non correte piú alcun pericolo.
Sonia
E per l'avvenire?... Se mi colgono, sono perduta! In carcere, mi mettono! In carcere!
Francesco
E lo spavento del carcere non è piú forte della tentazione di rubare?
Sonia
Quando quella tentazione mi prende e mi si caccia nelle vene, negli occhi, nelle mani, io non ragiono, non rifletto, non ci penso piú al carcere. E tu, difendendomi ancora, dovresti specialmente da quella tentazione difendermi. Questo ti chiedo io.
Francesco
Ma quale scompiglio d'idee! Difendervi da una dubbia accusa, difendervi dalla inclemenza d'un poliziotto è ben diverso che difendervi da una clandestina e tirannica tentazione.
Sonia
Ma è certo che lo puoi.
Francesco
E come sembra a voi ch'io lo possa?
Sonia
Lo puoi con le tue ammonizioni, col tuo comando, con quelle tue parole che dicono cose che soltanto tu sai. Sono parole che là per là fanno tremare, e poi si fissano, amiche, qui, nel cervello, vi restano come inchiodate, e continuano a dire, a dire, a dire...
Francesco
Voi siete sotto l'impressione del mio utile intervento. Travedete. Fantasticate. La riconoscenza vi abbacina. Le mie ammonizioni, il mio comando, tutto l'aspro repertorio di sapienza, che voi credete soltanto mio e che vi fa tremare, non vi scanserebbero da un triste fascino che vince anche lo spavento del carcere. Agiscono in voi delle forze irresistibili che di voi dispongono illimitatamente e che producono ogni vostro atto, ogni vostro istante di vita. Sono le medesime, ahimé, di cui vive, inconsapevole, il bruto.
Sonia
(trema) Il bruto?!
Francesco
Sí, Sonia Zarowska: il bruto! E finché queste forze irresistibili vi possiederanno, finché esse comporranno la vostra vita, nulla varrà a salvarvi dalle tentazioni alle quali finora avete dovuto cedere. Per potervene difendere, per potervene salvare, un'altra vita bisognerebbe sapere infondervi: una vita che non avesse la sua intima sede nei sensi, una vita interiore, una vita spirituale, quella vita cioè che molti vorrebbero soffocare perché piena di lotte e di tumulti, ma che appunto — tra i confini, s'intende, del nostro raziocinio — differenzia dal bruto l'essere umano.
Sonia
(dibattendosi) Non capisco! Non capisco! Non mi riesce di capire!...
Francesco
(con un pallido sorriso buono) E questa volta sarebbe piú che mai strano se non fosse cosí! (Le mette una mano sulla spalla.) Ma giacché le mie parole vi si fissano, amiche, nel cervello e continuano a dire, a dire, a dire..., voi non dimenticherete quello che ora non capite,... e sarà sempre qualche cosa!... Vi saluto, Sonia Zarowska! Vi saluto! (Pacatamente, accorato e pensoso, si allontana, esce.)
VI.
Sonia
(non ha piú tentato di trattenerlo, non lo ha seguíto con gli sguardi, non si è mossa, ed è rimasta come tramutata in una statua, assorbita dall'insistente volontà di capire. Per lei piú nulla è intorno. — Quella volontà intensa e vana la distacca dall'atmosfera che la circonda, le aliena la vista e l'udito.)
(Nel corridoio si fa buio.)
Una voce di donna
(rauca, assonnata) Buona notte, bionda!
Sonia
(ripete piano e scandite dalla fatica riflessiva alcune parole di Francesco Floriani.)... «Una vita... che non avesse... la sua intima sede... nei sensi...» (Tace.)
(Trasvola nel silenzio il lieve rumore d'una serratura frugacchiata.)
Sonia
(non ode.)
(Si apre appena la porticina misteriosa.)
Ulrico
(s'insinua come un'ombra, il cappello all'indietro, il bavero alzato. C'è in lui un che di sinistro e di buffo.)
Sonia
(non vede.)
Ulrico
(è arrestato dall'atteggiamento di lei. Dopo averla affisata curioso e sbieco, raccorciandosi a guisa di chi cerchi di attraversare una folla inosservato e camminando grottescamente cauto, va verso la parete in fondo, dov'è la chiavetta della complice luce elettrica. La gira, e siede a una seggiola addossata a quella parete.)
(Dalle quattro lampadine che penzolano dal centro del soffitto è piovuto, allargandosi in tutta la stanza, un riverbero bluastro che, mescolandosi con la gazzarra del rosso, suscita un fantastico fluttuare di larve violacee.)
Sonia
(dal rapido diffondersi del riverbero bluastro è stata sottratta alla sua riflessione, quasi che una molla le sia scattata dentro. Volgendosi un po', si accorge della presenza di Ulrico.) Sei qua, tu? Non ti ho visto entrare.
Ulrico
Cos'è? Rammollimento contemplativo?
Sonia
Ero sola. Pensavo.
Ulrico
Il che non ti accade spesso.
Sonia
(genuina) È vero: non mi accade spesso.
Ulrico
Non eri sola, per altro, che da qualche minuto.
Sonia
Difatti, da qualche minuto se ne è andato il tuo amico.
Ulrico
L'ho visto, giú.
Sonia
Che t'ha detto?
Ulrico
Non l'ho interrogato. Mi sono nascosto per non fargli credere che io stessi lí ad aspettarlo.
Sonia
(resta di nuovo astratta.)
Ulrico
E ancora pensi?
Sonia
No.
Ulrico
Ma non badi a me. Che hai?
Sonia
Niente.
Ulrico
(impaziente — e pur mellifluo e postulante) E non ti parla questa luce? Non ti richiama?
Sonia
Sí.
Ulrico
Non mi frodare, dunque, Soniuccia! È l'ora mia.
Sonia
Sono pronta.
Ulrico
Oh, bene! bene! (Si accende una sigaretta.)
Sonia
(è sempre allo stesso posto. — Appare quasi inquieta. Poi, a grado a grado, si trasfigura. Il suo volto assume un aspetto di ebete sensualità con una impronta d'involontario maleficio in agguato. Dalla sua bocca, di cui le labbra combaciano, si stende, mugolata, una sottile esarmonica melodia di sapore orientale, che sembra funebre.)
Ulrico
(sporge la testa di tra le spalle alzate, tira giú il monocolo, e punta su lei, spalancati e cupidi, gli occhi storti.)
Sonia
(comincia a convellersi nei fianchi frementi, nelle braccia alquanto aperte in su, e i convellimenti procaci seguono il ritmo morboso della melodia. — Ma súbito l'inquietudine torna a serpeggiarle in tutta la persona. Il suo volto diviene sofferente. Il ritmo si spezzetta. La melodia si affioca. Le muore in gola. — Ella ristà. Le sue braccia cadono inerti.) — (Con una intonazione di scoraggiamento:) No! No! Stasera, no!
Ulrico
(costernato) Sonia?! (Le va di fronte, vivamente, piú per esortarla che per rimproverarla.) Sonia?!
Sonia
(rammaricandosi) Non avertela a male!. Stasera, no!
Ulrico
(sbalordito) Perché?!
Sonia
(non lo sa, e non sa rispondere.)
Ulrico
(immobile, la guarda.)
Sonia
(come se pregasse per ottenere indulgenza, insiste:) Stasera, no!
Ulrico
(la guarda, la guarda.)
Sipario.
Avvertenza. — Le note del canto; nella pagina 135.
[Ascolta]
TERZO ATTO
Un vestibolo dall'architettura sobria, pulito, bianco, ridente, un po' claustrale, che, per un ampio vano arcuato, aperto nel centro del muro in fondo, comunica con un giardino, non ricco, ma molto alberato. A sinistra una porta che dà accesso all'interno della Casa di Salute. A destra una porta che dà accesso al quartierino abitato da Francesco Floriani. — Dallo stesso lato un tavolino rettangolare e un paio di sedie. Sul tavolino, un registro, l'occorrente per scrivere, un'anfora con qualche fiore, il quadretto della soneria elettrica. Torno torno al vestibolo, come in una sala d'aspetto, una fila di basse scranne. Dalla volta pende una lampada elettrica.
I.
È il meriggio. Luce nel vestibolo. Luce nel giardino. Le ricoverate della Casa di Salute sono in attesa del loro buon Direttore, sedute sulle scranne o in piedi nel vestibolo, nel giardino, sotto l'arco del vano. Donne giovani, donne giovanissime, donne mature. Vestono un modesto ma decoroso abito grigio: una specie di uniforme. Son pettinate con accurata semplicità. Non manca qualche pettinatura piú ricercata o addirittura graziosa. — Alcune ricoverate sono un po' pallide, smunte, avariate. Altre sembrano sane, quasi floride. Cinque o sei restano appartate, in una tensione bisbetica, rivelata da qualche gesto, da qualche smorfia, o in una sincera tranquillità. — La piú tranquilla è Sonia Zarowska, mite nel viso, piú appartata di tutte, con l'occhio tranquillamente estraneo.
Suora Marta
(è ritta, in un angolo, oculata, non rigida, non severa.)
(Un vispo chiacchierio fiorisce tra le piú gaie, che formano un gruppo in primo piano:)
— Veramente?
— Da chi l'hai saputo?
— L'ho saputo da lei stessa in un momento in cui pareva trasognata.
— Ballerina, dunque? Ballerina!
— Ballerina, no. Non credo.
— A me piacerebbe di essere una ballerina!
— Meglio attrice, poi, come me... (Declamando:)
Non vuoi col brando uccidermi e coi detti
Mi uccidi, intanto?
— Stai zitta! E non venderci le solite fandonie! Non sei mai stata attrice, tu.
— E lei, se non era ballerina, perché danzava?
— Questo è il mistero!
— Chi sa che danza faceva!
— Caruccia me la figuro nella danza, con quel suo corpo di ninfa amorosa!
— Se la pregassimo di danzare?
— Si rifiuterebbe.
— Tentiamo!
— Tentiamo!
Una del gruppo
(la piú ardita — si avvicina, d'un tratto, imprudentemente, a Sonia.) Avresti la cortesia, piccola buona, di mostrarci come danzavi?
Sonia
(con un sussulto e con un gesto di orrore) Oh!...
Suora Marta
Non le date retta, Sonia Zarowska!
La piú audace.
Almeno una volta, vogliamo vederla danzare, Suora Marta!
(Animazione generale.)
— Sí, sí, vogliamo vederla danzare!
— Vogliamo vederla danzare!
Quasi tutte
(l'assediano.)
— Sonia! Sonia!
— Piccola buona!
— Solamente una volta!
— Solamente un poco!
— Suvvia!
— Un poco poco!
— Ce ne accontentiamo!
Sonia
No! No! No! No! (Come a schivare l'insistenza, indietreggia e si riduce con la schiena a un muro.)
Suora Marta
(facendosi burbera) Insomma, figliuole! Non è bello che vi sfreniate cosí nell'ora in cui avete piú che mai l'obbligo della disciplina per ascoltare la parola del nostro Direttore.
II.
(Entra in tempo Francesco Floriani, seguíto da Lorenzo Gemmi: un vecchietto dall'aria signorile, in lutto strettissimo. Sulla sua fisonomia è l'impronta d'una ambascia inesauribile.)
Francesco
(con familiare cordialità) Ma, poiché il vostro Direttore è in ritardo, voi non avete avuto troppo torto se alla disciplina vi siete ribellate. È lui che dà il cattivo esempio.
Sonia
Non è vero.
Tutte
(all'istante, son divenute serie, riguardose, facendo largo al Direttore.)
Sonia
(si è scostata dal muro, ravvivandosi alquanto, rassicurata dalla presenza di lui.)
Francesco
Sonia Zarowska afferma che non è vero. Evidentemente, con la sua pronta sensibilità, ha intuito che c'è una circostanza a mio discarico. La quale è questa. Mi ha distolto dal quotidiano convegno un fatto che concerne appunto voi e la Casa che vi ospita. E mi è, anzi, grato, oltre che doveroso, darvene conto, in quanto ritengo che ciò varrà a blandirvi il cuore e la mente piú della nostra abituale conversazione. Alla Casa che vi ospita, sostenuta finora dalle mie esigue risorse finanziarie, una piú solida prosperità sarà in avvenire garantita da una generosa elargizione. È il dono d'un uomo elettissimo che fu già un grande amico di quelle tra voi che erano presso di me prima della sua... volontaria scomparsa. (Rivolgendosi a una delle donne per sperimentarne la facoltà mnemonica e quella affettiva) Di chi parlo io, Giulia Vannelli?
Giulia Vannelli
(súbito) Di Paolo Gemmi.
Francesco
Ve ne ricordate, senza dubbio, rimpiangendolo...
Giulia Vannelli
Era cosí benefico anche lui! cosí degno di starvi accanto!
Francesco
(indagando) E non se ne ricordano egualmente tutte le vostre compagne d'allora?
Alcune
(fanno cenno di sí col capo.)
Un'altra
Sicuro!
Un'altra
Sicuro!
Un'altra
Con affetto e con reverenza ce ne ricordiamo!
Francesco
(indicando Lorenzo Gemmi) Questi è suo padre.
Lorenzo Gemmi
(che era raccolto in sé stesso, alle spalle di Francesco, ascoltandolo, s'imbarazza ora nel veder convergere sulla propria persona gli sguardi di tutte le Ricoverate incuriosite.)
Francesco
(continuando) È il suo povero padre, che si è affrettato a comunicarmene la lettera testamentaria rinvenuta appena stamane. Dopo d'aver deciso di morire, egli dispose che l'ingente eredità già trasmessagli dall'abnegazione paterna fosse destinata all'opera della quale era stato valido apostolo. Nella medesima lettera — notate — ebbe cura di esprimere la speranza di farsi perdonare da Dio, con quell'estremo atto di carità e di tenerezza, «la folle violazione del maggior dovere d'ogni cristiano»: il dovere, cioè, di aspettare che l'ultima ora sia segnata dai poteri divini. Voi accoglierete religiosamente la generosità la speranza e il monito di Paolo Gemmi. E il suo nome — a cui questo asilo sarà intitolato — voi circonderete d'un culto perenne.
Lorenzo Gemmi
(trattiene le lagrime.)
(Le Donne si piegano in una mesta commozione, Sonia piú di tutte.)
Francesco
Vi vedo commosse. È un dolce suffragio che inviate a quell'anima inquieta.
Lorenzo Gemmi
Vorrei...
Francesco
Che desiderate, signor Lorenzo?
Lorenzo Gemmi
Vorrei... che l'ispiratrice delle vostre azioni piú nobili fosse informata immediatamente affinché si unisse, nel commemorare il donatore, a queste umili creature.
Francesco
Da qualche tempo, mia moglie non è con me. (Nel suo accento è un recondito spasimo.)
Sonia
(che gli è quasi vicina, lo fissa, con una particolare espressione d'intelligenza.)
Lorenzo Gemmi
(celando una viva sorpresa) Tornerà presto, di certo...
Francesco
Forse, no.
Lorenzo Gemmi
(discreto nel tono, che quasi protesta) Ella vi è tanto devota!... Vi ama tanto!...
Francesco
Non mai abbastanza si ama, signor Lorenzo!
Lorenzo Gemmi
(rimane soprappensiero.)
Francesco
(alle Donne, tagliando la commozione) E per oggi, mie care, null'altro ho da dirvi. Domani, ve lo prometto, staremo a lungo insieme, e a lungo converseremo. Sicché, rientrate, adesso. Rientrate serenamente per mettervi a lavorare o a leggere come di regola. (Ostentando di celiare) Suora Marta è incaricata di arrabbiarsi se, per caso, non ne avrete voglia. (Alla Suora) Precedetele, precedetele, amica mia. Soltanto il gregge si conduce camminando in coda.
Suora Marta
(s'inchina e infila l'uscio a sinistra.)
(Tutte — ad eccezione di Sonia — s'inchinano anch'esse e, obbedienti, affollandosi presso l'uscio, in ordine perfetto, seguono la Suora.)
Sonia
(è come fermata da una astrazione mentale.)
Francesco
(a Sonia) E voi, non andate?
Sonia
Chi?... Io?... Sí, vado. (Con una vaga titubanza, esce.)
Lorenzo Gemmi
Io vi tolgo l'incomodo, dottore. Provvederemo tra giorni alle pratiche legali per rendere effettiva la donazione.
Francesco
Quando vi piacerà.
III.
(Giunge Ulrico dal giardino)
Ulrico
(trafelando) Si può?
Francesco
(si volta) Oh, guarda! L'uomo-cometa!
Ulrico
Senza coda.
Francesco
(con disinvoltura non sincera) Avanti! Avanti!... Era tempo che tu tornassi!
Lorenzo Gemmi
(a Francesco) Arrivederci, dunque.
Francesco
Vi accompagno fino al cancello.
Lorenzo Gemmi
Ma no. Conosco la strada. Vi prego di restare. (Alludendo all'arrivo di Ulrico) Un po' per uno.
Francesco
Per accontentarvi... (Gli stringe le mani con cordiale rispetto.) E non dimenticate la mia venerazione: verso di lui e verso di voi.
Lorenzo Gemmi
Abbiatela tutta per lui, dottore! Io non ne merito.
(Si separano sulla soglia in fondo.)
IV.
Ulrico
(si è gettato a sedere su una panchetta. È stanco, torvo, scarruffato, smagrito. Ha le guance incavate. Ha negli occhi l'incandescenza stramba d'un tizzo ardente su cui si spruzzi, con alterna persistenza, acqua e petrolio. — Il monocolo destinato all'occhio piú guercio gli pende, da un laccio, sul petto.)
Francesco
(osserva la fisonomia di lui. Ne è conturbato. Dissimula, scherzando) E cosí?... Che n'è del programma di ficcare il naso nei fatti miei e d'essere il mio medico cotidiano, all'uso giapponese? Ai primi fiaschi della tua psicoterapia naturalistica, mi hai abbandonato?
Ulrico
Ho dovuto servire il signor me stesso in questi giorni. E sono stati giorni angosciosi.
Francesco
(intuisce, continua a dissimulare.) Tuttora angosciato sei.
Ulrico
Io immagino già la conclusione d'un tuo prevedibile predicozzo. Mi ronzano già nell'orecchio le tue parole: — «Non c'è modo di cavarsela, mio caro Ulrico. Abolisci l'amore, con i suoi tormenti e con i suoi pericoli d'ogni sorta? Caschi dalla padella nella bragia. La femmina a cui ti attacchi sensualmente può lasciarti in asso, o può crepare, o può sparire senza crepare, e allora, nonostante l'abolizione dell'amore, sei anche tu un uomo spacciato!...» (Con sofferente dispetto) Ah, no! Spacciato no, per tutti i diavoli! L'angoscia dei sensi non è meno passeggera d'una cattiva digestione. Lei mi è piaciuta piú delle altre? Me ne piacerà un'altra piú di lei.
La voce della Suora
(si ode di sfuggita) Mi obbligherete a ricorrere al Direttore...
Francesco
(tende lo sguardo verso l'uscio a sinistra. — Indi, prudente, lo chiude)... Sicché?...
Ulrico
Sei nelle nuvole?... Ti disturbo? Sono di troppo? Ho da andarmene? Ho da liberarti della mia presenza?...
Francesco
Ma, scusa, a che proposito?... Mi è stato tanto gradito il rivederti! Ti ho ricevuto festosamente!... E non ero nelle nuvole quando parlavi. Ero invece attentissimo, e ho compreso quel che dicevi. Ho compreso che sei incappato in un infortunio... a cui non annetti troppa importanza.
Ulrico
... a cui annetto una importanza relativa.
Francesco
Tutto si limita, mi pare, a un episodio, a una parentesi: — le tue dilettazioni di gaudente hanno avuto un arresto momentaneo perché ti è mancata a un tratto Sonia Zarowska. Mi sbaglio?
Ulrico
(stralunando gli occhi) Irreperibile! Assolutamente irreperibile!... Un enigma da far dare la testa nel muro! (Ricorda e racconta:) Mi separo da lei alle nove di sera. Torno alle undici. Entrata libera, come di solito. Illuminazione bianca. Lei, fuori, in giro. Niente di straordinario. Rincaserà tardi? Mi è indifferente. E se non sarà sola, pazienza, me la svignerò, visto o non visto. Nel suo salottino, aspetto un'ora, aspetto due ore, aspetto tre ore. È notte avanzata. Cerco il mio e il suo absinthe. Bevo, ribevo, mi addormento. Mi sveglio all'alba. Lei, ancora fuori. Niente di straordinario. Tuttavia, sono inquieto. Impossibile riaddormentarmi. Fumo, passeggio, apro le finestre, irrompo nel quartierino recondito della padrona, la scuoto nel letto, la strappo dal sonno, le chiedo se dubiti che Sonia abbia preso il volo. La sua risposta è ambigua: «La bionda mi paga giorno per giorno, quindi può andarsene quando vuole.» Dunque, — dico tra me — non è improbabile che se ne sia andata. Ma ritrovo súbito, nel disordine che conosco, la sua biancheria, i suoi abiti, i suoi scarpini, i suoi profumi, i suoi lapis, i suoi cosmetici, e ciò mi rassicura. Ricomincio ad aspettare, con lo sguardo attaccato all'orologio. Il moto delle sfere mi diventa impercettibile. Cosí lento che in non meno di sessanta minuti me ne misura appena uno!... Alle dieci del mattino io sono assalito dal sospetto che Sonia sia stata còlta in flagrante come ladra e messa al fresco. Corro all'ufficio centrale della Questura. Mi appiccico ai funzionari. Li soffoco d'interrogazioni. Il mio sospetto non è punto confermato. Precipito nel buio. E nel buio, senza un barlume che lo attenui, mi do a una caccia affannosa, ininterrotta, vertiginosa, inutile, insensata, che mi stremenzisce, che mi esaurisce. Lo vedi come mi sono ridotto?
Francesco
Lo vedo.
Ulrico
Giorno per giorno, come usava lei, pago la padrona affinché non disponga delle due stanze che lei occupava. Mi reco tutte le sere a visitarle, a guardarle, a sentirle. La sua biancheria, i suoi abiti, i suoi scarpini, i suoi profumi, i suoi lapis, i suoi cosmetici, sono al posto dov'erano, nel medesimo disordine, immobilizzato. Io contemplo e tocco un poco ogni cosa, e bevo gli atomi che se ne distaccano. Non riesco a proibirmelo, ma... ti confesso che ne provo una importuna malinconia. (Gli passa sulle pupille un velo di lagrime inconsapevoli.) Ho ritardato a venire da te... perché avevo ritegno di mostrarmiti in queste condizioni. Oggi, ho superato il ritegno... e sono contento d'essere venuto.
Francesco
(vincendo un'esitazione) Sonia Zarowska è qui.
Ulrico
(con un violento stupore, si alza.) È qui?! È qui, con te?!
Francesco
È nel mio Ricovero, nel mio ospedale.
Ulrico
Ed hai tanto aspettato a dirmelo?!
Francesco
Mi premeva anzitutto di sapere quale effetto avesse prodotto in te... la dispersione della tua donna. E aggiungo, francamente, che dopo di averlo saputo, se avessi sperato nella possibilità di celarti ch'ella è qui, te lo avrei celato.
Ulrico
Ma come?!... Me lo avresti celato!
Francesco
Te lo avrei celato per scansare lei dai tuoi tentativi di riavvicinamento.
Ulrico
Un'angaria! Una crudeltà!
Francesco
No, Ulrico.
Ulrico
Una crudeltà, sí, una crudeltà da sbirro, una crudeltà da carceriere!
Francesco
Non avventare di queste sciocchezze, e ascoltami.
Ulrico
Io domando in qual modo si è potuta impigliare nelle tue grinfie! Il tuo indirizzo io non gliel'ho dato. Chi te l'ha condotta? Chi l'ha costretta a recarsi da te?
Francesco
(severo) Se mi ascolti, la tua curiosità sarà soddisfatta.
Ulrico
(stentando a contenere la collera, maltratta il cappello. — Risiede su una seggiola presso il tavolino.)
Francesco
(sedendo poco discosto da lui) Nessuno l'ha costretta. Nessuno l'ha condotta. Si recò da me spontaneamente. Il mio indirizzo, suppongo, lo apprese da un tale che capitò lí, da lei, la sera famosa in cui mi obbligasti a restare in sua compagnia. Costui ebbe agio di leggere la mia carta di visita per un incidente che non ti raccontai perché non era necessario raccontartelo. Quella sera, la pietà, che, sincera e anche soccorrevole, non tardò a succedere in me al disgusto, la riempì d'una intontita ammirazione mista a una specie di caparbia fiducia e ad una esagerata gratitudine.
Ulrico
(con una vivacità comprensiva) Perciò quella sera la trovai eccezionalmente distratta, eccezionalmente sviata!
Francesco
Stammi attento, e non m'interromperei
Ulrico
Ammirazione, fiducia, gratitudine! Tutte cose mai provate da lei!
Francesco
Mai provate, ne sono convinto come te, ed erano, forse, l'abbozzo vago di una nascitura facoltà mentale. Un che di analogo si riscontra in un bambino il quale abbia notato per la prima volta — che so?... — una fiaccola, un albero, un lembo di mare, un volo di uccello. Ma è ozioso vangare, ora, nel campo delle induzioni. Il fatto è che una mattina — quella, di certo, in cui tu persistevi nell'attesa dopo l'attendere di una notte interminabile — mi si presentò qui in preda a un parossismo straziante. Usciva, indubbiamente, da una lunga orgia. Era satura di alcool. Tra il nero del bistro i suoi occhi incavernati avevano un luccicore vuoto di sguardi. Tra gli avanzi dei colori posticci apparivano le due macchie paonazze degli zigomi accesi e il livido delle labbra gonfie. Contro il letargo che le invadeva le membra lottava in lei come un bisogno di non cedere ad esso; e contro lo scompiglio del suo pensiero semispento lottava la sua volontà fissa di ottenere il mio soccorso. In questa duplice lotta si dibatteva spasimando. Pareva una povera bestiola idrofoba in agonia!
Ulrico
(soggiogato da quella visione, balbetta:) La volontà fissa di ottenere il soccorso tuo! Perché non quello d'un altro?
Francesco
Perché non un altro le aveva ispirata mai la fiducia a cui ho accennato. L'idea che soltanto io potessi prestarle soccorso era già da lei fermamente acquisita. Oltre di che, ritengo che quel signore dal quale fu letta la mia carta di visita le abbia forniti degli schiarimenti sulla mia professione e sullo scopo di questo Ricovero. Che la demenza cerchi da sé la soglia d'un manicomio è meno insolito di quanto si creda.
Ulrico
(rintuzzando con pervicacia) Sonia Zarowska non era una demente!
Francesco
Era una demente tranquilla, inerte, chiusa nelle forme apatiche della sua corruzione, dei suoi vizi, della sua mania di rubare. Poi, se è vero che un po' di luce sia sopravvenuta a solcare quella sua demenza compatta, appunto questo spiracolo di percezione deve aver mutata la demente tranquilla in una demente agitata, paurosa, impaurita di sé stessa. Ed eccola, in un accesso di agitazione, in una crisi di paura, rivolgersi, anelante, verso il rifugio, verso il manicomio e verso colui del quale conobbe la pietà. (Breve pausa.) Ora, l'agitazione è cessata, ed è cessata la paura. La demente agitata non c'è piú. E non c'è piú, neppure, la demente tranquilla. Il nemico è stato dominato sommergendo in una atmosfera di gentilezze e di caste idealità le losche abitudini contratte, delle quali non si colgono che rare e quasi puerili reminiscenze in qualche parola, in qualche gesto, in qualche atto fugace. Ma non m'illudo che sia la salvezza definitiva. Io temo che il ricordarle vivamente le attrattive ch'ella esercitava su i corrotti e su i corruttori, e su te piú che su gli altri, possa fare in lei ripullulare d'un súbito l'antico veleno non del tutto eliminato. Questa è la ragione per la quale mi sono preoccupato della eventualità che tu la riavvicinassi. Ma, giacché sei rimasto molto impressionato da quanto ti ho esposto, la mia preoccupazione dilegua, e fido in te. Mi prometti di non tentare di riavvicinarla?
Ulrico
(dolorosamente brusco) Non te lo prometto! Non te lo devo promettere!
Francesco
(si percuote un ginocchio, e si leva, infastidito.)
Ulrico
Promettere per non mantenere non sarebbe da galantuomo. E promettere per mantenere, nel caso mio, sarebbe una imbecillità. Riguardo alle mie impressioni, tu hai preso un granchio madornale. Le mie impressioni sono precisamente opposte a quelle che mi hai attribuite. Ciò che mi ha impressionato, ciò che mi ha fatto e mi fa fremere di dolore e di sdegno è che la ostinata stoltezza ideologica, tra cui si aggira la demenza tua, sia riuscita a sconnettere la vita naturale di quella donna e a strappar lei al suo nulla, alla sua pace, alla sua indipendenza, al suo destino — nel quale io mi dissetavo!... Ma, per fortuna, la tua opera è tutt'altro che compiuta. Rilevo questa buona notizia dai tuoi timori. (Ride il suo vecchio riso divenuto piú acre:) Eh eh eh eh!... «L'antico veleno»?!... Parole convenzionali! A chi nuoceva il cosí detto veleno?... Non a lei! Non a nessuno! E a chi nuocerebbe se tornasse a possederla?... A me, intanto, arrecherebbe un gran bene, restituirebbe il bene che ho perduto. E tu mi chiedi che io rinunzii alla speranza che questo si avveri dopo che i tuoi stessi timori mi hanno incitato a sperare?... Non ci rinunzio, no, non ci rinunzio! Io la voglio vedere. Io le voglio parlare. E ti consiglio di astenerti dall'ostacolarmi!
Francesco
(recisamente) Non è inopportuno, Ulrico, che io consigli te di astenerti dal trascendere!
(Un filo di pausa.)
Ulrico
(quasi pentito — si modera.) Se trascendessi, ne avrei poi un rammarico piú penoso del tuo. Evvia, Francesco! Accontentiamoci un po' reciprocamente. Cediamo un po' tutti e due. Tu accondiscenderai a che io — magari sotto la tua sorveglianza — abbia un colloquio con lei, e, per parte mia, ti garantisco che non mi affaticherò punto a riconquistarla al suo passato. (Traspare ch'egli esprime una temperanza momentanea.) Mi limiterò a interrogarla sulle sue sensazioni attuali, sulle sue intenzioni per l'avvenire, e il risultato di questo colloquio, da cui sarà stimolata la sua sincerità, potrà servire, a guisa di scandaglio, anche a te. Misurerai il valore dei tuoi criterii, la portata dei tuoi metodi. Apprenderai se, dal tuo punto di vista, ella sia già guarita o almeno avviata a guarire o se il mutamento verificatosi non sia che effimero e occasionale. Dovrai riconoscere — ne sono sicuro — l'utilità pratica della tua condiscendenza. E cessiamo di sperperare il nostro tempo, te ne prego! Chiamala!
Francesco
(paziente, deferente) Io non ho alcun diritto su lei, alcun diritto su te. Ma è incluso nel mio assunto il diritto di proibire che v'incontriate finché ella sarà qui. Tu la vedrai e le parlerai, altrove, senza ambagi d'impegni e di controlli, quando io l'avrò congedata. Non mi ostino a chiederti una rinunzia della quale non sei capace. T'impongo, bensí, una dilazione per non essere il tuo complice.
Ulrico
(levandosi di botto, con allucinata prepotenza) E io ti risparmio di essere il mio complice, poiché basterò io a chiamarla.
Francesco
(adiratamente) Tu abusi dell'ospitalità che ti è concessa! Bada a quello che fai!
Ulrico
(con uno scoppio di stizza che geme di confessione) Hai avuto, a modo tuo, pietà di lei, e non sai averne di me!...
Francesco
(fervido e leale) Ne ho di te, ne ho di te come di lei, a modo mio!
Ulrico
Sí, sí, abuso dell'ospitalità che mi è concessa. E cacciami via, se questo esige la tua pietà!... (Infrenabile, chiama, sbraitando:) Sonia Zarowska! Sonia Zarowska! Sonia Zarowska!
La voce di Sonia
(lontana e vibrante d'immediata sorpresa) Ulrico! Ulrico!
Ulrico
(investendo Francesco) Hai udito come grida il mio nome nonostante il bavaglio della tua tirannia?
Francesco
(sorgendo con fierezza) Finiscila, adesso! Non tollero piú che tu adoperi un simile linguaggio!
La voce di Suora Marta
(vivacissima) Chiunque sia che vi chiami cosí, restate al vostro posto!
Francesco
(veemente) Lasciatela libera, Suora Marta! Lasciatela andare dove vuole!
Ulrico
(sbraitando piú di prima) Lasciatela libera! Lasciatela libera!
La voce di Sonia
(vicina) Ulrico!...
Francesco
(disdegnoso, a Ulrico) Tu le potrai parlare come meglio ti aggrada. Io non ti sorveglierò! (Fugge per la porta a destra.)
V.
Sonia
(ancora di dentro) Ulrico! Ulrico!... (Giunge slanciandosi a stringergli le mani.) Ulrico!
Ulrico
(stringendole a lei) Finalmente! Finalmente!...
Sonia
Ti ritrovo? Ti rivedo?...
Ulrico
Mi credevi morto addirittura?
Sonia
Proprio morto di morte non ti credevo.
Ulrico
Mi avevi dimenticato, ecco.
Sonia
Non ti avevo dimenticato.
Ulrico
Mi pensavi!
Sonia
Ti pensavo, pensando che non esistevi piú.
Ulrico
Ma appena ti ho chiamata, hai sentito berne che tornavo a esistere.
Sonia
Questo ho sentito.
Ulrico
Molta meraviglia?
Sonia
Molta.
Ulrico
Anche molta gioia, se non m'inganno.
Sonia
Molta.
Ulrico
Non hanno potuto trattenerti dal correre a salutarmi risorto.
Sonia
Non l'hanno potuto.
Ulrico
E perché, dimmi, perché ti pareva che io non esistessi piú?
Sonia
Perché non esisteva piú nessuna delle cose d'allora.
Ulrico
Di allora, cioè di quando?
Sonia
Di quando si stava cosí spesso insieme.
Ulrico
Tutte sparite, dunque?
Sonia
Tutte sparite.
Ulrico
Da un giorno all'altro?
Sonia
Sparite a poco a poco.
Ulrico
E non le rievochi? Non le rimpiangi?
Sonia
Di tanto in tanto, sí, ma come in sogno.
Ulrico
(frugando, guardingo) Io credo che ci sia qualcuno che se ne accorge e che ti sgrida.
Sonia
Per esempio, chi?
Ulrico
... Per esempio, Suora Marta, che ti sorveglia continuamente.
Sonia
Non se ne accorge Suora Marta.
Ulrico
(accennando la porta a destra) Oppure se ne accorge lui, che ha la fissazione e la sapienza di scrutare.
Sonia
Nemmeno lui se ne accorge.
Ulrico
E se, per ipotesi, egli se ne accorgesse?...
Sonia
Si dorrebbe.
Ulrico
E ti toccherebbero, quindi, le durezze della sua severità.
Sonia
Severo, lui?... No, mai!
Ulrico
Non ti assilla, forse, non ti martirizza con i suoi rigori, con le sue costrizioni?
Sonia
No!
Ulrico
Tuttavia, hai l'obbligo d'essergli sottoposta, hai l'obbligo di obbedirgli.
Sonia
No!
Ulrico
Che tu neghi o non neghi, è certo che qui ti si tiene come in un carcere.
Sonia
No!
Ulrico
Peggio che in un carcere ti si tiene. In un carcere non si perde che la libertà esteriore, mentre qui ti si comanda e ti si spia perfino nel cervello!
Sonia
No!
Ulrico
Io affermo che ne sei stanca! E con me tu fingi, tu fingi, tu mentisci!
Sonia
No, Ulrico! No! No! No!
Ulrico
(in un muggito di esasperazione — tappandosi gli orecchi con le mani) Ah, sono esecrabili i tuoi «no»! Non farmene udire di piú!
Sonia
(spaventata, si trae indietro. — Resta in pena, sospesa.)
(Un silenzio.)
Ulrico
(scaccia l'ira che lo pervade. Siede. Le parla con una specie di leale remissività.) Riconosco che farnetico. Riconosco che, immaginando costrizioni e martirii, sono in errore. Ma è l'acredine! È la rabbia! È la malignità della rabbia! Ricordo la tua vita d'un tempo non remoto, la ricordo scorrere fluida come un fiume, apportatrice imperturbata di godimenti, tra i rovi e le asperità delle tristezze altrui, degli altrui malori, delle altrui miserie, e in questo ricordare il rimpianto mio, cosí diverso dal tuo, s'inasprisce, si esulcera.
Sonia
(ascolta attentamente.)
Ulrico
In te il rimpianto non è suscettibile di esacerbazioni. È saltuario, scialbo, superficiale, svanente, estraneo al fermento della realtà. «Come in sogno» hai detto, e ti sei espressa con esattezza, poiché, di fatti, ti hanno addormentata nella convinzione che il tuo piccolo mondo d'allora sia sparito per sempre. (Scattando facinoroso) Ma è falso! È falso! La falsità è stato il tuo narcotico!... Esisto io tale qual ero. Lo vedi! Esiste tale qual era tutto ciò che lasciasti! E con la medesima voce con la quale io t'ho chiamata pocanzi, tutto ciò che lasciasti ti ha chiamata e ti chiama!
Sonia
(ha un lieve fremito. La sua attenzione diviene piú tesa.)
Ulrico
Ti chiamano le tue stanze dove nulla è sparito, dove nulla è mutato dall'ultima sera in cui ne respirasti l'aria iniettata di profumi a te cari e di desiderî; ti chiamano i bizzarri abiti neri che secondavano incantevolmente le seduzioni del tuo corpo serpentino; ti chiamano i fedeli specchi avidi della tua immagine nella ebbrezza della danza; ti chiamano le tue ore senza misura, le tue ore senza albe e senza tramonti, riempite dei tuoi capricci fuori da ogni legge, riempite di abbandoni e di oblii! È tuo, è tuo tutto ciò, ancora tuo, piú tuo di prima. Svegliati, Sonia! Svegliati, e rivivi! Nel sonno che ti avvolge come una cappa di piombo, tu piú non vivi,... tu piú non vivi e non mi fai piú vivere!
Sonia
(è presa dalle rievocazioni. Le cose di allora le si riavvicinano. Già la sfiora il loro fascino. Le si disegna sul volto un'animazione perplessa. — Interroga, cauta:) Ci sei stato laggiù in questi giorni?
Ulrico
(s'irradia) Non un giorno è trascorso che io non mi ci sia recato. E lungamente ci restavo.
Sonia
Solo solo?
Ulrico
(malinconicamente) Solo solo.
Sonia
Ti piaceva di restarci?
Ulrico
Mi piaceva di soffrire.
Sonia
Nulla è sparito?
Ulrico
Nulla.
Sonia
Nulla è mutato?
Ulrico
Nulla.
Sonia
(con segretezza) Anch'io rivedrei volentieri le mie stanze, i miei abiti, i miei specchi...
Ulrico
(dissimulando l'emozione che rigurgita) Ti recheresti volentieri laggiù?
Sonia
Soltanto una volta!
Ulrico
(con subdolo assenso) Soltanto una volta, s'intende! Una fugace visita al passato! Non piú di questo.
Sonia
Non piú di questo.
Ulrico
Io, poi, ti faccio notare che se realmente lo vuoi, non ti sarà troppo difficile.
Sonia
(sottovoce) Non posso.
Ulrico
L'impossibilità è nella tua immaginazione.
Sonia
Non si esce dall'asilo senza il permesso di lui.
Ulrico
Mi hai assicurato che non tiranneggia, che non è severo con te. Gli chiederai il permesso che ritieni indispensabile, e l'otterrai.
Sonia
Per andare laggiù, no, non glielo chiedo! Me ne vergognerei.
Ulrico
Ne farai a meno, ed egli ti assolverà.
Sonia
Mi consigli di uscire di nascosto?
Ulrico
Di tentarlo io ti consiglio.
Sonia
(accesa d'una sinistra reminiscenza) Di nascosto come per rubare?!
Ulrico
Dove salti con la fantasia? Si tratta semplicemente di uno strappo alle consuetudini di clausura. Non è un crimine. Non è un'azione da paragonare a un furto.
Sonia
Sí, ne convengo: un crimine non è.
Ulrico
Dunque, nessun ostacolo, nessun rischio e, soprattutto, nessun rimorso.
Sonia
Tu mi accompagnerai, n'è vero?... Mi devi accompagnare...
Ulrico
È naturale che io t'accompagni.
Sonia
E quando andremo? Quando?
Ulrico
Decidi tu. Non dipende che da te.
Sonia
Io non so... Io non oso decidere... Forse, oggi stesso potremmo!
Ulrico
(levandosi ebro, esagitato, abbacinato, col respiro mozzo) Ma certamente! Oggi stesso! Oggi stesso!... Perché no?... E non bisogna ritardare!... Egli, a quest'ora, è intento ai suoi studî; la zelante Suora ha avuto l'ordine di risparmiarti il suo zelo; la mia riverita persona si trova già, per caso, a tua disposizione: sarebbe una ingratitudine verso la fortuna non profittare di circostanze cosí favorevoli!
Sonia
(con una esaltazione timorosa e frettolosa) Ebbene, sí! Profittiamone! Profittiamone!... Tu uscirai prima di me... Mi aspetterai alla svolta della strada... Io cercherò di deviare l'attenzione del guardiano... Gli farò credere che si riversa l'acqua dalla fontana, o, meglio, lo pregherò di cogliere per me qualche fiore... Mi è amico: non si negherà... E appena si sarà allontanato dal cancello, io, di corsa, di corsa, a raggiungerti!... Sono contenta, Ulrico, sono tanto contenta! — Vai vai vai vai!