CAPITOLO IX.
Scorgi il lido tuttor, mia navicella,
E se' ludibrio ai venti e alla procella.
Prior.
Intantochè lady Bellenden avea col nobile sergente il colloquio da noi narrato testè, la pronipote non accesa d'egual entusiasmo siccome l'ava per tutto ciò che perteneva a regio sangue, nulla più sapea scorgere in Bothwell d'un gaglioffone ben complesso, i cui lineamenti abbronzati presentavano una singolare mescolanza d'imprudenza e d'abbiezione, di gaiezza e di mal'umore; laonde si trasse in disparte con Jenny Dennison che compiea verso lei gli ufizi di cameriera. Nè maggiore attenzione i soldati ottennero da miss Editta, datasi unicamente a contemplare il prigioniero, che per la cura appunto di nascondersi il volto col mantello eccitava vie più la curiosità della giovane.
»Vorrei sapere chi sia questo povero infelice» diss'ella a Jenny.
»A ciò pensava io parimente, o miss Editta: io temea forse Cuddy; ma Cuddy dovrebbe essere più piccolo. — Però.... non mi sarà tanto difficile il saperlo, conosco uno di quei soldati.... il più giovane fra i quattro.... quello che ha migliore fisonomia.»
»E in qual modo è che lo conoscete?»
»Mio Dio, miss Editta! Egli è Tom Holliday, quel soldato che fu ferito pochi passi lungi da qui, e che si è trattenuto più d'un mese in questo castello. Oh! posso domandargli quello che voglio, ben certa di non averne ripulse.»
»Trovate adunque un'occasione onde chiedergli il nome del prigioniero, indi venite a raggiugnermi nelle mie stanze. Egli è forse qualche nostro confinante, qualche persona alla cui sorte prendiamo parte.»
Jenny adempiè tosto il ricevuto comando, nè fu tarda a ricondursi dalla padrona, ma con tale fisonomia che ben ne dava a divedere la sorpresa e la costernazione.
»Ebbene, Jenny! sclamò miss Bellenden. Che vuol dire questo smarrimento che vi si legge nel volto? Il prigioniero sarebbe egli mai veramente il povero Cuddy?»
»Cuddy, miss Editta! (Rispose Jenny, ben consapevole del cordoglio che stava per arrecare alla sua giovine signora) no, no, non è Cuddy.... Oh! chi l'avrebbe mai sognato?.... Egli è..... il sig. Enrico Morton.»
»Enrico Morton! sclamò Editta impallidendo a sua volta. Questa cosa è impossibile, assolutamente impossibile. Lo zio di Morton non ha che fare nulla co' ribelli. Il ministro di Milnwood ha prestato il suo giuramento di sommissione alle leggi, Enrico non si è mai ingerito nelle sfortunate nostre querele. Egli è del certo innocente.»
»Non son questi i tempi, o mia signora, in cui si cerchi sapere se un uomo è innocente o colpevole. Fosse ei più bianco della neve che copre le nostre montagne, si troverebbe modo, se almeno così si volesse, di farlo comparire più nero d'un corvo. Ah! Tom Holliday mi ha affermato ch'ei non è in rischio minor della vita.»
»Della vita! (sclamò miss Bellenden che appena avea forza di respirare) fa mestieri ch'io 'l veda, ch'io gli parli.... Gli è assolutamente d'uopo salvarlo.»
»Deh! mia cara miss, pensate a lady Bellenden, ai pericoli, alle difficoltà. Egli è guardato a vista sintantochè arrivi il colonnello, e se il povero sir Morton non arriva a convincerlo della sua innocenza, vedo le cose avviate malamente per esso.»
»Se bisognerà ch'io muoia, o Jenny, morirò seco lui. Non mi opponete pericoli o difficoltà. Fate ch'io parli ad Holliday, conducetemi a lui; mi getterò a' suoi piedi, pregherò, supplicherò, gli dirò: per poco che abbiate un'anima!....»
»Che cosa mi tocca ascoltare? miss Bellenden a' piedi d'un Holliday parlando di anima a tal'uomo che sa appena d'avere un'anima! Cattivo divisamento, mia cara padrona! e il cui buon successo inoltre è impossibile! Quando siate veramente ferma nel voler vedere il sig. Enrico, lasciate condurre a me tale faccenda; benchè per vero non veda a che vi gioverà l'averlo veduto. Io so come debbo prendere la cosa con Holliday; è desso che questa notte farà la guardia alla porta del prigioniero. Ma primieramente gli è necessario, che addossiate una delle mie vesti per non essere riconosciuta; e viene appunto a favorirne l'oscurità della notte.»
»Andatemene presto a cercare una, o Jenny, non perdete un instante. Fa d'uopo ch'io 'l veda. Troverò ben io qualche via di salvarlo.»
Jenny corse lesta nella propria stanza, e portando con sè una delle sue vesti, la pose indosso alla padrona, che appoggiandosi al braccio di lei, si avanzò con passo tremante verso la camera, ove Enrico stava racchiuso.
Era situata nella torre principale sì fatta stanza, e metteva ad una loggia, che Holliday stava scorrendo in lungo ed in largo; perchè Bothwell fedele alla promessa di usare riguardi al prigioniero, non volle mettere in una medesima camera con esso l'uomo cui lo aveva dato in custodia. Holliday colla sua carabina sulle spalle scacciava la noia dell'esser solo innaffiandosi a quando a quando il gorgozzuolo con un fiaschetto di vino posto sopra una tavola, e che veniva dopo un boccale di birra, cui la nostra scolta aveva già tracannata. Le due donne giugnendo alla porta della loggia lo udirono cantare questi ultimi versi della prima strofetta d'una canzone scozzese:
Metti in bando i sogni tuoi,
Monta in groppa insiem con me.
»Sopra tutto, dicea Jenny a miss Editta, lasciatemi fare. So come devo condurre il mio uomo. Quanto a voi, non dite una sola parola.»
Dopo avere aperta la porta, assunse un tuono di civetteria villereccia; e si mise a continuar la canzone al punto in cui l'aveva interrotta Holliday.
Quel giubbon non mi talenta.
Invaghì di me un milordo.
Già con lui stretto è l'accordo.
Cerca un'altra che consenta
Starsi in groppa insiem con te.
»Una disfida!» sclamò Holliday, e quel ch'è più due contra uno, ma un buon soldato non si lascia mai far paura. Statemi ad udire. E così continuò la canzone.
Il milordo non ti cura,
Mia regina, e a parlar schietto
Ti burlò giurando affetto.
Sarà ancor tua gran ventura
Starti in groppa insiem con me.
»Adesso pagatemi la mia canzone» disse egli a Jenny, e in questa si fece innanzi per darle un abbraccio.
»Adagino, sig. Holliday! adagino! le disse costei rispignendolo. Che penserebbe di me mia cugina se vi lasciassi fare? Ah! se non vi contenete con più decenza, vi giuro bene che non mi vedrete più. Non vi vergognate d'aver sì poco rispetto pel nostro sesso? mi credeste qui venuta con qualche intenzione?....»
»E perchè dunque ci siete venuta, miss Jenny?»
»Mia cugina ha bisogno di parlare al vostro prigioniero, al sig. Morton, ed io soltanto venni per accompagnarla.»
»Davvero! Oh diavolo! E come contate di fare per entrare in quella camera? Nè voi, nè vostra cugina mi parete sottili tanto da poter passare pel buco d'una serratura. E quanto ad aprir la porta, mie vezzose signorine, è inutile pensarci sopra.»
»È inutile pensarci sopra? È anzi quel che ha da essere» rispose senza scompigliarsi Jenny.
»Me ne rallegro, miss Jenny; almeno l'idea è speditiva» e detto questo ritornò a camminare su e giù per la loggia con al braccio la sua carabina.
»Non volete dunque lasciarci entrare, sig. Holliday? Ebbene il male sarà tutto vostro! Questa è l'ultima volta che mi vedrete e conserverò per me quello che io aveva preparato per voi.»
E così dicendo si faceva passare dall'una all'altra mano un dollaro d'argento.
»Dategli oro» le dicea sotto voce miss Editta.
»Oibò! per lui basta argento; e poi se gli offrissi oro prenderebbe sospetto che foste d'una condizione più elevata di quanto date a divedere. — Ebbene, sig. Holliday; Mia cugina non ha tempo di piantarsi qui di fazione. Pensate se vi conviene lasciarci entrare; se no, buona notte!»
»Un momento! disse il soldato, un momento! capitoliamo un tantino. Se io permetto a vostra cugina d'introdursi là entro, mi terrete voi compagnia sintanto che ella ritorni? Questa è la via di trovarci tutti contenti.»
»Ben pensata! E credete voi forse che mia cugina ed io siam donne di tal'umore da avventurarci sole, ella con un giovine, io con un soldato? No, no, sig. Holliday cancellatelo dai vostri libri. Mio Dio! qual differenza tra le promesse e i fatti di certe persone! Quante volte v'ho udito dirmi: Domandatemi tutto quel che volete! e la prima volta che vi chiedo qualche cosa, è questa la compiacenza che mi usate! Oh non era così che si comportava il povero Cuddy, da voi tanto sprezzato! si sarebbe tolto a patto di essere appiccato piuttosto che fermarsi due volte a ragionare sopra una cosa di cui l'avesse pregato Jenny.»
»Cuddy vada al diavolo! sclamò il dragone. La mia speranza è che sarà appiccato sul serio una di queste mattine. L'ho veduto quest'oggi a Milnwood colla sua vecchia strega di madre ed ha mancato sì poco da tenermelo per sicuro, ch'io non mel conducessi attaccato alla coda del mio cavallo colle mani e co' piedi legati. Ah! c'era bene tutto il motivo di fermarlo!»
»A maraviglia! a maraviglia! ma se voi costrignete Cuddy a prender la fuga per mezzo a monti e foreste, abbiatevi occhio alla vita, perchè è tale da giugnervi con un buon colpo d'archibuso; e affè! tira a segno; fu il terzo alla gara del pappagallo. — Ma qui si va fuor di via. Voi non volete dunque lasciarci entrare? Andiamo cugina, spacciamoci da quest'uomo così scortese.»
»Aspettate anche un poco, Jenny. Diavolo! Mi credete sì inesorabile ad ogni parola che dico? — Il sergente adesso dov'è?»
»A tavola che mangia e beve in compagnia di Harrison e Gudyil.»
»Corteggiano sei galloni di birra, nè pensano che a votarli.»
»Se così è, non verranno qui che al momento di dovermi dare la muta; vale a dire fra un'ora. Ma, vezzosa Jenny, mi promettete voi di venire un'altra volta, e sola, a trovarmi?»
»Forse sì, forse no. Intanto ecco un dollaro, che vi procaccerà diletto per lo meno quanto la mia compagnia.»
»Dio mi danni, se questo è vero! disse egli prendendo la moneta. Non l'accetterei neanco se non fosse per compensarmi del pericolo cui mi cimento. Se il colonnello sapesse quanto oso per voi, mi farebbe cavalcare un cavallo di legno, alto come la torre di Tillietudlem. Su via! Ecco aperta la porta! Entrate, ma non vi perdete troppo lungo tempo a cianciare, e appena vi chiamo, uscite con prontezza come se udiste sonare a raccolta.»
Entrate ch'esse furono, Holliday chiuse la porta, riprese la propria carabina, e continuò, fischiando alternativamente e cantando, i suoi giri lungo la loggia.
Morton stava seduto coi gomiti appoggiati sopra una tavola e col capo sulle proprie mani. Sollevò gli occhi in udendo aprirsi la porta, e allorchè s'accorse delle due donne che entravano, si alzò in piedi facendo un atto di maraviglia. Editta, coperta d'un velo, rimaneva addietro senza avere forza di inoltrarsi o di parlare; perchè la modestia avea fatto sparire da lei quel coraggio che dianzi la disperazione sola inspirolle. In quel momento non vedea più quai modi vi fossero di soccorrere l'amante. Un caos angustioso d'idee le teneva l'animo, e fra queste per sin la tema d'essersi degradata agli occhi di Morton con una risoluzione mal conforme al decoro prescritto al suo sesso, comunque le circostanze sembrassero in tal qual modo scusarla. Rimasta immobile e quasi fuor di sentimento, l'ancella, al cui braccio ella reggeasi, adoperava invano sforzi ad assicurarla e a restituirle il coraggio dicendole sotto voce: »Ebbene, miss Editta, eccoci ove era nostra intenzione di essere! Profittiamo del momento. Il sergente può venire a far la sua ronda, e mai ci starebbe l'avventurare il povero Holliday ad essere punito per averne usata cortesia.»
Intanto Morton incominciò a sospettare la verità delle cose. Chi altri fuori d'Editta potea nel castello di lady Bellenden prendersi tanto pensiere di lui? Pure la foggia delle vesti addossate dalla sua incognita e il velo impedendogli ravvisarla, ei paventa persino d'esternare i dubbi in lui nati, e di arrecare, se falsi, un torto a colei che gli era scopo d'ogni tenera affezione. Finalmente Jenny, fornita d'un'indole disinvolta e risoluta, che la rendea sommamente atta a sostenere tai parti, si prese la sicurtà di rompere il diaccio.
»Sig. Morton, gli diss'ella, miss Editta afflittissima dello stato in cui vi trovate viene ella stessa...»
Nè le fu mestieri d'aggiugnere maggiori cose. Enrico era già a' piedi di miss Bellenden, già le avea presa una mano che si premeva al seno con tenerezza, largheggiandole di ringraziamenti, che la commozione destata nell'animo suo appena facea intelligibili.
Editta rimase immobile per alcuni minuti, siccome la statua d'una divinità rimane immobile innanzi alle turbe d'adoratori che le tributano voti. Tornata finalmente in se stessa, sciolse la propria mano da quelle di Enrico. »Mi perdonerete voi, gli diss'ella, avendo appena forza d'articolar le parole, mi perdonerete voi un atto che non so quasi io medesima perdonarmi? Ma l'amicizia che da lungo tempo ho concepita per voi è troppo forte per non lasciarmi il coraggio di abbandonarvi, allorchè v'abbandonano tutti gli altri. — Perchè dunque siete voi arrestato in tal guisa? Qual cosa può operarsi a vostro favore? Mio zio, che porta sì buona opinione di voi, il signor di Milnwood, non vi potranno essere giovevoli? Qual sarà la via onde salvarvi? Quali argomenti avete voi per temere?»
»Nessuno (sclamò Enrico impadronendosi della bella mano che gli era sfuggita, e che Editta allora non cercò più di ritrarre). Che che possa omai accadermi, questo istante sarà stato il più delizioso della mia vita. Io il riconosco da voi, cara Editta... Ah! avrei dovuto dire miss Bellenden, ma vuolsi concedere alla sciagura un qualche diritto. — Sì, riconosco da voi il solo istante di felicità che abbia abbellita la mia esistenza, e fossi anche costretto a perdere la vita, una tal rimembranza ne conforterà l'estremo periodo.»
»Ma è egli possibile, sig. Morton, che voi, il quale finora non prendeste veruna parte nelle nostre civili dissensioni, d'improvviso vi troviate fra mezzo ad esse, e fra mezzo in guisa che ad espiare il vostro fallo non corriate rischio minore?...»
Qui tacque la giovinetta, poichè ritrose ne furon le labbra ad esprimer la voce che la sua idea le suggeriva.
»Della vita; gli è quanto volete dire, rispose Morton colla massima calma. Io credo cionnullostante che questa vita dipenda affatto dalla volontà di chi dovrà giudicarmi. Le guardie cui sono affidato mi dipingono, come cosa possibile, che io ottenga la permissione di prendere servizio in un reggimento scozzese, ovvero in terra straniera. Non ha guari, io contemplava con qualche soddisfazione una sì fatta probabilità, ma dacchè vi ho riveduta, sento che l'esilio sarebbe per me più crudele della morte.»
»È egli dunque vero che giugneste a tal d'imprudenza di mettervi in qualche lega con alcuno degli sgraziati uccisori dell'infelice arcivescovo?»
»Nè tampoco io sapeva che il delitto fosse stato commesso, allorchè diedi asilo per una notte ad un di costoro, il quale però in altri tempi avea salvata la vita a mio padre. Ma tale scusa non mi verrà fatta buona. Eccetto voi, miss Bellenden, chi vorrà credermi? e vi confesserò pur anco che se questa circostanza mi fosse stata nota, difficilmente mi sarei indotto a lasciare in pericolo i giorni d'un uomo a cui mio padre avea dovuto la conservazione de' propri.»
»E qual è il tribunale che dovrà decidere di vostra sorte?»
»Un tribunale, miss Bellenden? dimenticaste voi dunque che l'infelice nostro paese non ne conosce d'altri fuorchè i consigli militari? Mi venne annunziato che il mio giudice doveva essere il colonnello Graham di Claverhouse.»
»Claverhouse! sclamò Editta. Oh Dio! siete condannato prima d'essere inteso. Egli ha scritto alla mia ava che domani sarebbe qui a capo del suo reggimento. Egli viene ad assalire una mano di ribelli assembratisi nelle montagne di questa contea, e vie più infanatichiti dagli assassini del primate. Le espressioni della lettera di Claverhouse, le minacce che vi si contengono mi trassero a fremere, comunque fossi così lontana dall'immaginarmi che.... che un amico....»
»Non vi abbandonate però ad eccessive inquietudini, mia cara Editta. Sia pur severo Claverhouse! nessuno gli nega valore, nobiltà d'animo, generosità. Io son figlio d'un soldato e come soldato difenderò la mia causa. Forse ad una difesa franca e sincera Claverhouse concederà più favorevole ascolto che nol farebbe un giudice civile, tremebondo schiavo delle circostanze. Ve lo confesso. Oggi che tutte le molle della giustizia son rotte in una guisa la più deplorabile, mi sarebbe meno amaro il perdere la vita per una conseguenza del dispotismo militare, che condannato da una sentenza, in apparenza legale, d'un giudice corrotto, di un di que' tanti giudici, i quali, se conoscono ancora quelle leggi che sono instituite a proteggerne, le adoperano a' dì nostri per convertirle in istrumenti di dispotismo e di distruzione.»
»Voi siete nonostante perduto se Claverhouse vi dee giudicare. L'infelice arcivescovo ne era intrinseco amico. Nella lettera, di cui vi ho parlato ora, si esprime in chiare note non esservi da sperare grazia di sorte alcuna per coloro che avranno dato asilo o soccorso a qualcuno degli uccisori del primate: che non varranno nè scuse nè sutterfugi a salvarli; ch'ei vendicherà la morte del prelato col far cadere tante teste recise quanti capelli bianchi quel vegliardo aveva sul capo.»
Jenny stata sino allor silenziosa, in veggendo che i due amanti si diffondevano in flebili considerazioni senza trovare rimedio alla sovrastante disgrazia, si fece finalmente coraggio a dare ella pure il suo avviso.
»Vi chiedo scusa, miss Editta, ma noi non abbiam tempo da perdere. Che il sig. Morton metta la mia vesta e la mia mantellina; uscirà con voi senza che Holliday lo riconosca. Intanto che ha bevuto di più, non gli si dev'essere schiarita la vista. Voi indicherete al sig. Enrico la via per uscir del castello, indi tornerete nel vostro appartamento; io m'avvolgerò nel pastrano del fuggitivo, farò per una mezz'ora la parte di prigioniero, indi chiamerò Holliday e gli dirò di lasciarmi uscire[4].»
»Di lasciarvi uscire, soggiunse Morton! nè sapete voi che la vostra vita pagherebbe per la mia fuga?»
»Non temete di ciò, rispose Jenny. Holliday avrebbe troppo interesse a non confessare d'aver dato accesso in questo luogo a veruno; e troverebbe tutt'altra scusa per dar ragione d'una tal fuga.»
»Molto bene! (sclamò Holliday che dopo avere ascoltato ogni cosa aprì in quell'istante la porta). Non si potevano combinar meglio le cose. Per tutti i diavoli, brava! Il male è che, se son cieco, non son poi sordo, e affinchè il vostro bel divisamento andasse a buon termine, non pensaste a parlar meno forte. Su via, miss Jenny, e anche voi signora cugina, lo siate o nol siate, marche! è sonata per entrambe la ritirata.»
»Spero, mio caro amico (disse Morton ad Holliday con tuono conforme all'agitazione in cui il suo animo si trovava) che non farete motto di un tale divisamento, ed io per parte mia vi do parola d'onore di custodire il segreto sulla compiacenza che usaste a queste signore col permettere ad esse il vedermi. Se voi avete udito da principio a fine i nostri discorsi, vi sarete accorto ch'io non accettai il partito propostomi da questa buona figliuola.»
»Al diavolo la sua bontà! proruppe in tale esclamazione Holliday. Siate però certo ch'io non amo le ciance, e per altra parte è interesse di tutti noi il non farne. Ma quanto a questa galeotta, non mi garba che vada impunita d'aver cercato d'ingabbiare un povero diavolo, non colpevole se non se della troppa attenzione che fece alle sue scaltre moine.»
Pur queste furono di nuovo l'armi con cui si difese Jenny; perchè si mise il fazzoletto agli occhi e pianse, o almeno finse di piangere, »Orsù! disse Holliday raddolcendo il tuono, se avete ancora alcuna cosa da dirvi, che tutto ciò venga spacciato in due minuti! Ora non vi vorrebbe altro se non che il mio imbriacone di sergente fosse preso dalla fantasia di far la sua ronda una mezz'ora prima del solito, e saremmo tutti colti in un leggiadrissimo trabocchello.»
»Addio, Editta (disse Morton ostentando una fermezza d'animo che egli era ben lungi dal provare nel cuore) non indugiate oltre, e abbandonatemi al mio destino. Posso ora sopportare con più coraggio le mie sciagure, poichè ebbi la sorte di rivedervi, e poichè ad esse prendete parte. Addio. Involatevi al rischio di venire scoperta.»
Sì favellando la condusse verso la porta, d'ond'ella uscì senza aver forza di nulla rispondergli e reggendosi alla sua fedele Jenny.
»Ciascuno ha i suoi gusti, diceva Holliday nel chiudere la porta. Il diavolo mi trascini s'io volessi dar dispiacere ad una giovane così avvenente per tutti quanti i Puritani che vivono nella Scozia!»
Rientrata Editta nel proprio appartamento, si abbandonò all'eccesso del suo dolore, e intanto Jenny si studiava addurle tutte quelle circostanze che poteano lasciar travedere qualche raggio di speranza.
»Non vi disperate in tal guisa, o miss Editta. Chi sa quello che può accadere? Il sig. Morton è un degno giovane, di buona nascita; non useranno con lui del tutto come son soliti con que' poveri diavoli che fermano nelle montagne, e che senza cerimonie fanno appiccare, se per grazia le palle degli archibusi non li finiscono. Lo zio del giovane Morton è ricco, e a furia di denari può trarlo d'impaccio. Vostro zio ancora potrebbe giovargli assai, perchè è in buona armonia con tutti questi abiti rossi.»
»Non la pensate male, o Jenny (disse Editta scotendosi allora dalla specie di letargia in cui la teneva il cordoglio). Questo è momento di operare, non di darsi alla disperazione. Trovate modo in questa sera medesima di incaricarvi d'una lettera per mio zio.»
»Ch'io vada a Charnwood, miss Editta! a quest'ora! Non pensate che è lontano più di sei miglia? che tutta la strada è coperta d'abiti rossi? che per giugnere fin là è d'uopo attraversare una foresta? Non so nemmeno se un uomo si prendesse un tale assunto. Povero Cuddy! foss'egli qui! Non avrei da dirgli che una parola, e partirebbe senza chiedere nè perchè nè come. Avessi almeno avuto il tempo di stringere amicizia col giardiniere venuto in sua vece! Ma non conviene pensarci! Ei sta per ammogliarsi colla brutta Meg Murdieson.»
»Eppure, Jenny, egli è mestieri che adoperando o preghiere o denari troviate chi si conduca subito da mio zio. La vita mia dipende da ciò.»
»Non vedo ancora troppo bene a chi volgermi. Però (soggiunse Jenny dopo avere meditato un istante) Gibby forse si prenderebbe un tale incarico.... Ma chi sa se nemmeno conosce le strade? Può perdersi nel mezzo del cammino. Può essere costretto a seguir ne' monti una banda di Presbiteriani, o venir messo prigione dagli abiti rossi? può...»
»Può, può, può!... Conviene avventurarci a tutte queste probabilità di disgrazie, quando non troviate un messo migliore. Cercate dunque tosto Gibby, e preparatelo a partire segretamente di qui. Se trova chi il fermi lungo la strada, non ha che ad addurre la sua commissione di portare a Charnwood una lettera indirizzata al maggiore Bellenden... Ch'ei però si astenga dal dir d'onde viene!»
»Faremo così: e gli prometterò un dollaro al suo ritorno.»
»Due, se adempie bene l'incarico.»
Intanto che Jenny andava a svegliare Gibby, solito a coricarsi ad una stessa ora coi polli affidatigli in custodia, Editta scriveva la seguente lettera al maggiore Bellenden.
Mio Caro Zio.
Bramo notizie della vostra salute. Temo vi tormenti la vostra gotta, e mia madre ed io abbiamo provata grande afflizione non vedendovi alla rassegna. Se siete in istato di movervi da casa, avremo grande consolazione nell'avervi domani con noi. Viene a far colezione al castello il colonnello Graham di Claverhouse, e senza dubbio gli riuscirà più gradevole la compagnia d'un militare vostro pari che non quella unicamente di due donne. Vi prego dire a mistress Carlford d'inviarmi certa vesta di seta guernita di pizzi. La lasciai nel terzo cassetto dell'armadio posto nella camera verde, che voi avete la bontà di chiamare la camera di vostra nipote. Speditemi ancora il secondo volume del Gran Ciro. Non ebbi tempo di terminare la lettura l'ultima volta che venni a stare con voi. — Soprattutto non dimenticate di essere qui domani mattina alle otto. Non mancate a ciò assolutamente. Prego il cielo che vi conservi in buona salute e sono di voi carissimo zio
Affezion. ed Ubbid. Nipote
Editta Bellenden
P. S. Una banda di soldati ha condotto arrestato qui il vostro giovane amico sir Enrico Morton di Milnwood; notizia che senza dubbio vi arrecherà dispiacere. Ve ne avverto, caso mai giudicaste opportuno il parlare al colonnello Claverhouse in favore dell'arrestato. Non ne ho fatto discorso di sorte alcuna a mia madre. Voi sapete che ella non è troppo bene impressionata per riguardo alla famiglia di questo giovane.
Dopo avere suggellata la lettera, la consegnò a Jenny, che non perdendo tempo la rimise a Gibby, già allestitosi alla partenza. Nello stesso tempo gli additò con tutta accuratezza la strada da tenersi, temendo molto di qualche sbaglio per parte di costui, possibile vie maggiormente, perchè ei non avea fatto più di cinque o sei volte un tal viaggio, nè la memoria meglio dell'ingegno servivagli. Finalmente per metterlo con maggior segretezza fuor del castello il fece uscire per una finestra, che essendo contigua affatto a un grande salice, i rami della pianta gli furono soccorrevoli a scendere sino a terra senza che gli accadessero disgrazie.
Tornata allora presso miss Editta, la persuase a mettersi in letto, e si sforzò parimente a darle speranze, che Gibby riuscirebbe nel suo messaggio, non senza però sospirare l'assenza di Cuddy, in cui vi sarebbe stato più da fidarsi.
Cionnullameno Gibby fu più felice messaggero di quel che fosse stato cavaliere avventuroso nella trascorsa rassegna. Convien dire ad un tempo che il caso lo aiutò meglio della sua intelligenza. Non ismarrì il cammino che nove volte, e impiegò quasi ott'ore in un tragitto di sei miglia, talchè al solo apparir dell'aurora si trovò innanzi al castello di Charnwood.