CAPITOLO VII.
»Tra 'l sonno ancor fortuna i prodi aggiunge.
»Ve' i corsier pronti! In sull'arcion, miei fidi!»
Enrico IV.
Al primo albeggiare, Enrico si vide a canto il fedele Cuddy, che portava sotto il braccio una valigia.
»Ho dato ordine alle cose vostre aspettando che vi svegliaste, sig. Enrico. Nè ho fatto in ciò che il mio dovere, poichè acconsentiste prendermi al vostro servigio.»
»Io, Cuddy! Ve lo siete sognato.»
»No, mio signore. Quando io me ne stava ieri colle mani legate sul mio cavallo, vi ho detto, se tornavamo liberi, di volere divenir vostro servo. Voi non mi rispondeste nulla. Se questo non è acconsentire, straccio tutti i miei libri. È ben vero che non mi deste caparra, ma questa non me la deste neanco a Milnwood.»
»Ebbene dunque, Cuddy, se non temete far lega colla mia cattiva fortuna...»
»Non dite così, sig. Enrico, non dite così. La nostra fortuna prenderà buona andatura, semprechè però non venga a traversarla mia madre. — Già ho cominciato bene la mia milizia, e vedo che non è un cattivo mestiere la guerra.»
»Me n'accorgo. A quest'ora avete fatto una correria. D'onde vi deriva quella valigia?»
»Qui non entrano nè correria nè saccheggio. L'ebbi in guisa la più legittima, e mercè d'un commercio lecitissimo. Osservai che i nostri spogliavano i dragoni morti, lasciandoli nudi come bambini nati in quel punto. Laonde quando li vidi tutti intesi ad ascoltare le prediche di Kettledrumle e dell'altro ciarlatano di cui non so il nome, mi posi in cammino, e giunti ad un luogo, che nessuno ancora avea visitato, indovinate chi trovai ivi steso sul suolo? l'antico nostro conoscente, il sergente Bothwell.»
»Morto!»
»Oh daddovero morto. Ferito da due grandi colpi di sciabola, senza contare non so quante altre ferite, e cogli abiti traforati in tal guisa che non v'era il prezzo dell'opera a levarglieli di dosso. Ma gli ho prestato il servigio, ch'ei prestò vivendo a molti altri assai più di lui galantuomini; gli ho rinversate le saccocce, entro cui stava la borsa di vostro zio, o per dir meglio la vostra. Eccola!»
»Poichè sappiamo, o Cuddy, d'onde proviene questo denaro, credo che in tutta coscienza ce ne potremo valere. Faremo a metà.»
»Un momento, sig. Enrico! un momento! — Ecco un anello attaccato ad una fettuccia nera che gli pendeva dal petto. — Povero diavolo! Era forse un qualche ricordo d'amore. Può bene un uomo avere il cuor duro, ma è sempre tenero per riguardo ad una leggiadra fanciulla. Ho trovata inoltre la sua valigia; ecco un pacchetto di carte che vi si conteneano; tutta questa biancheria è quanto appunto può abbisognarmi insin che duri la guerra.»
»Per essere un novizio, o Cuddy, non incominciate male la vostra carriera.»
»Non è egli vero? soggiunse tutto contento di se stesso Cuddy. Vel dissi ben io di non essere tanto goffo quanto mi davano a diveder le apparenze. — Ho anche trovati due cavalli di dragoni senza padrone. Vedeteli attaccati a quell'albero. — Finalmente, tornando da questa impresa ho incontrato un de' nostri soldati curvo sotto l'incarico di tre valigie che poteva appena portare. Pensando che siete sfornito di biancheria gli ho chiesto se voleva vendermene una, che di fatto mi ha ceduta per una moneta d'oro. Voi troverete questa moneta di meno nella borsa di Bothwell.»
»Faceste un ottimo acquisto, Cuddy: ma io non accetterò queste cose senza ricompensarvene.»
»No, no, sig. Enrico. Parleremo un'altra volta di ciò! Per ora non ho io tutto il mio bisognevole entro la valigia del sergente Bothwell? Voi lo vedete. Non vi è cane che non abbia il suo giorno di buona ventura, come suol dire mia madre. Povera donna! — Ma a proposito! Vorrei ben sapere che cosa ne sia divenuto in mezzo a tanto sconquasso. Se non avete nulla da comandarmi, ne vado in cerca.»
»Andate, Cuddy, andate: non ho alcun bisogno di voi.» Allora Cuddy si ritirò lasciando le due valige raccomandate alla sella d'uno de' due cavalli testè menzionati.
»Le leggi della guerra, pensò fra se stesso Morton, e la necessità soprattutto, mi autorizzano a valermi degli arredi contenuti in questa valigia. Se però sapessi a chi appartengono, li restituirei al loro padrone, se vive tuttora, o ne compenserei il prezzo ai suoi eredi se più non fosse.» Mentre tai cose ragionava coll'animo, portò gli occhi su quella parte della stessa valigia, ov'era scritto in cifre d'oro il nome di Evandale, dal che conchiuse ch'era stata tolta dal cavallo ucciso sotto il ridetto lord, là nello spianato ov'ei giunse dopo la perdita della battaglia. La qual considerazione fe' sì che ei non concepisse maggiori inquietudini sul destino d'un uomo cui sapea egli stesso, Morton, d'avere forniti i modi di salvezza, e continuava a sperare che avesse potuto giovarsene.
Si diede indi ad esaminare gli scritti contenuti nella cartella di Bothwell, e vi trovò il registro de' dragoni comandati da quel sergente colle annotazioni di quelli che erano assenti per congedo; una lista di persone d'opinione contraria al governo, e quindi da assoggettarsi ad ammenda, copia d'un mandato del Consiglio privato che autorizzava il sergente ad arrestare diversi individui; più certificati di capi sotto i cui ordini aveva servito Bothwell, concordi tutti nell'encomiarne il coraggio; varie liste di spese fatte nelle taverne. Il documento più meritevole d'osservazione era un albero genealogico composto colla massima accuratezza, e munito di tutte le prove necessarie a dimostrarne l'autenticità. Vi era parimente uno specchio esattissimo di tutte le proprietà appartenenti ai conti di Bothwell, poi confiscate. Vi si trovava ancora una enumerazione de' nomi di coloro ai quali il re Giacomo le avea concedute, e che continuavano tuttavia a goderne. Bothwell avea scritto al piede di questa lista: haud immemor.
In un segreto ripostiglio della cartella stavano alcune lettere che la scrittura indicava vergate da mano femminile, una treccia di capelli e alcuni versi di carattere di Bothwell, e che le cancellature fatte dalla stessa mano mostravano essere autografi del medesimo Bothwell.
Mentre Morton leggea questi versi, che non privi affatto di merito giudicava, gli comparve innanzi Burley.
»Svegliato a quest'ora! gli disse. Ottimamente. Ella è una prova del vostro zelo per la buona causa.»
Morton dopo avere narrata succintamente la spedizione di Cuddy, pose fra le mani del Puritano le carte di Bothwell. Burley esaminò con grande attenzione tutte quelle, che in qualche modo ai pubblici affari si riferivano, ma giunto ai versi li gettò da se con disprezzo; »Allorchè (grazia sempre alla celeste assistenza!) liberai la terra da questo strumento di persecuzione, non mi immaginai certo che un uomo non privo di valore invilisse il suo spirito a cose cotanto futili e profane. Ma vedo che il demonio comparte a' suoi prediletti ogni sorte d'ingegno, che la stessa mano alla quale conferisce il potere di trucidare gli eletti in questa valle di perdizione, è abile ad un tempo ad arpeggiare per consumar l'esterminio delle figlie della vanità.»
»Dunque le idee che vi siete formate intorno al dovere, soggiunse Morton, vi divietano ogni amore delle bell'arti! Son pochi però che non le abbiano per soccorrevoli a purificare e sollevare l'anima umana!»
»Mettete la maschera che più vi piace ai diletti mondani. Agli occhi miei non sono che vanità, non presentano se non se agguati. Non abbiamo che uno scopo sopra la terra: Rifabbricare il Tempio del Signore.»
»Pure mio padre mi dicea spesse volte, che molti i quali s'impadronivano dell'autorità a nome del cielo, la usavano con tanta severità, ed erano tanto schifi di abbandonarla, come se l'ambizione fosse stata unicamente la loro forza motrice. — Ma non è di questo che ora dobbiam favellare. Riusciste poi nell'assunto d'instituire un nuovo consiglio?»
»La nomina è fatta. Sarà composto di sei individui. Voi siete un di essi, e venni anzi in traccia di voi per sollecitarvi a trasferirvi colà e prender parte alle deliberazioni.»
Morton seguì Burley in quello stesso casolare ov'era stato il dì innanzi, ed ove gli altri compagni suoi lo aspettavano. Le due principali fazioni in cui divideasi questo esercito affrettatamente raunato, erano dopo lunga e tumultuosa discussione alfin convenute nel partito d'avere ciascuna la facoltà di nominare la metà de' membri del consiglio. I tre scelti dai Puritani fanatici erano Burley, Macbriar, e Kettledrumle. La scelta de' moderati cadde sopra Poundtext, Enrico Morton e lord Langfern, signore di quelle vicinanze, che avendo scialacquato il suo patrimonio non sarebbe stato scontento di restaurarlo all'aura delle domestiche turbolenze. Tal fu l'espediente inteso a contrabbilanciare compiutamente in quel consiglio le due fazioni; ma vi era grande probabilità ciò nonostante, che la preponderanza sarebbe stata dalla parte di chi alle più violenti sentenze inclinava. L'astuto Burley, il quale fondavasi sul soccorso de' moderati ogni qualvolta avrebbe differito di opinione dai due colleghi della sua fazione, si riserbava poi, quando con questi accordava, a porre in uso la prevalenza, ch'ei sperava mantener sempre sullo spirito di Morton e sulla debolezza d'indole, ch'era il caratteristico di lord Langfern, per trarre almeno un d'essi nel proprio partito, ed assicurarsi in tutti i casi la maggiorità.
Per vero dire, le deliberazioni di questa giornata furono sensate quanto tranquille. Dopo avere esaminato i modi di guerreggiare che offeriva l'istante, e que' maggiori che erano da sperarsi, risolvettero conservare il campo, in cui stavano, tutto quel giorno per dar tempo di giugnere ai rinforzi che s'attendevano; alla domane si marcerebbe alla volta di Tillietudlem, intimando al castello la resa; negandola que' di dentro, si tenterebbe un assalto; il quale ove non fosse riuscito, ne verrebbe abbandonata l'impresa contentandosi di lasciare attorno a quella fortezza una forza bastante a bloccarla e tribolarla colla penuria sintantochè si arrendesse. Il rimanente dell'esercito prenderebbe la via di Glascow per isnidiarne lord Ross e gli avanzi del reggimento di Claverhouse.
Tal fu la conclusione di quest'adunata. Laonde il primo passo d'Enrico nella sua nuova carriera diveniva l'assalire un castello spettante all'avola di colei che gli era scopo di tenerissimo affetto, un castello difeso dal maggiore Bellenden, cui lo astrigneano vincoli di stima, d'amicizia, di gratitudine. Nè certamente ei celava a se stesso l'arduità dello stato in cui era posto; ma il confortava la speranza che l'autorità acquistatasi sopra l'esercito gli fornirebbe abilità di concedere agli abitanti di Tillietudlem tale assistenza, su cui certamente non avrebbero potuto fondarsi s'ei non fosse stato fra i capi della spedizione. Egli nudriva parimente una lusinga di potere frapporre tra l'esercito presbiteriano e il castello tai patti di neutralità, da metter questo al sicuro contro i funesti effetti della guerra che stava per cominciare.