Santa Lucia
Richiamo un ricordo molto, molto lontano. Forse il più lontano; forse la prima delle storie del nonno, che io abbia capita, e che mi sia rimasta in mente.
Era un inverno rigido.
Sento ancora l’impressione assiderante che provavo uscendo di casa il mattino alle otto per andare alla scuola; sento il soffio d’aria diaccia che mi entrava nel collo, e mi faceva l’effetto di una doccia.
Nella mia piccola città di provincia, a Novara, non c’erano, come nelle grandi città, gli omnibus che abbreviassero le strade. Bisognava andar sempre a piedi, a meno d’esser signori da carrozza; e questo non era il caso mio.
Mia sorella era in collegio; c’era entrata appunto quell’anno.
Mio fratello frequentava, come me, le scuole elementari municipali; ma le sue, le maschili; erano da un’altra parte.
Andavo dunque alla scuola sola, accompagnata dalla cuoca, che era la nostra unica persona di servizio; una vecchia taciturna.
Tutta la strada, non avendo con chi distrarmi a parlare, a fare il chiasso, pensavo al freddo; e sebbene avessi il mantellino, mi pareva di gelare.
C’erano due sorelle, figlie d’una famiglia della borghesia ricca, che venivano alla scuola con un gran goletto di pelo d’ermellino. Lo si vedeva biancheggiare da lontano, e formava l’ammirazione di tutta la scolaresca, dalla prima alla quarta elementare.
Io lo invidiavo appassionatamente.
E, non so perchè, a forza di pensarci, mi ero persuasa di poter aver in dono una meraviglia simile, per la festa di Santa Lucia.
Perchè nel Novarese, ed a quei tempi, non era a Natale, ma il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre, che si ricevevano le strenne, nel panierino, messo appositamente fuori dalla finestra la sera prima. A Natale si davano le mancia ai giovani dei negozi, le buone feste, i negozianti di commestibili mandavano le buone feste con un dono, alle loro pratiche. Ma la strenna dei bimbi nel panierino, la strenna misteriosa, che si doveva fingere di non sapere da dove venisse, la strenna soprannaturale, la portava Santa Lucia. Però i bambini furbi ripetevano una vecchia quartina informe:
Santa Lucia
Mamma mia
Colla borsa del papà
Santa Lucia la vegnirà.
Non so perchè mi tenessi quasi sicura di quella strenna sfarzosa.
Era l’intensità del desiderio, che m’aveva suscitata nel cuore la temeraria speranza.
Del resto, avevo tanto parlato in casa del bel goletto delle mie compagne di scuola, che la mamma non poteva ignorare quale fosse il dono più gradito da suggerire a Santa Lucia per la mia strenna.
La domenica, quando andai a trovare mia sorella in collegio, le comunicai la mia grande speranza. E lei si mise subito a calcolare quale cosa magnifica potrebbe portare Santa Lucia a lei, perchè potesse stare a confronto di quel goletto che doveva costare tanto caro, e che lei non poteva avere perchè portava la divisa del collegio.
La mattina del giorno 13, appena svegliata, e mi svegliai prestissimo, saltai giù dal letto, ed in pura camicia da notte, coi piedi nudi, corsi a spalancare la finestra della mia cameretta, per ritirare il prezioso panierino.
Con mio grande stupore non lo trovai ricolmo come gli altri anni.
Non se ne vedevano rigurgitare le carte frastagliate delle caramelle; non si vedeva sporgere tra un arruffio di carte d’ogni colore, e di chicche senza carta, il capino biondo di una bambola.
Eppure, la bambola, le chicche, ed un’orribile figurina di pasta, con un’inverniciatura di zucchero a colori, rappresentante Santa Lucia cieca con in mano i suoi occhi sopra un vassoio, erano il complemento inevitabile d’ogni strenna.
Come mai non c’erano? Doveva essere stata una dimenticanza.
Ma, certo il goletto, non poteva mancare; e, per me, era il più importante. Al resto si penserebbe poi.
Infatti, il goletto c’era, in fondo al paniere, avvolto in un bel foglio di carta color di rosa.
Ma non era d’ermellino; era grigio.
Seppi più tardi che era un pelo fine, e che si chiamava petit-gris.
Ma a me parve brutto, con la sua tinta neutra e scura, e dopo che avevo vagheggiato il bianco latteo dell’ermellino, messo in risalto dalle belle virgole nerissime e lucenti.
Gettai, stizzita, il goletto grigio ai piedi del letto. Tornai a rannicchiarmi fra le lenzuola, e mi misi a piangere disperatamente.
Dopo circa mezz’ora, quando la mamma entrò nella mia cameretta, singhiozzavo tanto, che mi sarebbe stato impossibile dire una parola.
Alle sue domande, potei soltanto rispondere accennando colle mani il goletto e piangendo più forte.
La mamma rimase un po’ male. Si aspettava una dimostrazione di gioia, e mi trovava invece nella desolazione.
Tuttavia, cercò di persuadermi che quel goletto era bello quanto quello delle mie compagne.
Mi disse che il petit-gris era un pelo di pregio, e che le era costato tanto, che lei aveva dovuto rimetterci anche i quattrini destinati a completare la strenna coi chicchi e colla bambola.
Ma io ero inconsolabile, e continuavo a ripetere fra i singhiozzi:
— Lo volevo d’ermellino! Le ragazze a scuola non lo sanno che questo pelo grigio costa caro! Non lo crederanno!
La mamma fece il volto serio, e disse:
— Perchè ti preme tanto che sappiano che costa caro? È una vanità volgare e stupida. Io ti ho scelto apposta il goletto di questo colore modesto, appunto perchè non dia nell’occhio come un oggetto di lusso. Noi non siamo ricchi, e dobbiamo vestire secondo il nostro stato. Non ti ricordi della storia della rana che si gonfiava per rassomigliare al bue? Vorresti fare la stessa figura?
Ma questi discorsi non valevano a persuadermi.
Tutto il giorno fui imbronciata, e borbottai «che, per non avere il goletto come volevo io, non metteva conto d’esser privata della bambola e dei confetti». E leticai con mio fratello, perchè volevo prendergli le sue chicche ed i suoi soldatini di legno dipinto.
Il nonno, quando udì quelle lagnanze, mi rimproverò severamente.
— Sei un’ingrata. La tua mamma ha fatta una spesa per regalarti quel goletto, ed ha cercato di accontentarti, nella misura che era conciliabile colla modestia con cui debbono vestire le ragazze che non sono ricche. E tu la compensi molto male della sua generosa bontà.
Disse questo con un piglio fermo ed austero, che rendeva sempre inesorabili le sue parole, e ce le imprimeva nella mente.
Poi stette zitto un tratto, e finalmente, riprendendo il suo fare mite e cordiale, incominciò a parlare dei tempi remoti della sua infanzia.
Era una sua abitudine di raccontare episodi e storielle di quel lontano passato.
Ce li dava come esempi, come lezioni di vita austera, per correggerci di certe nostre tendenze al lusso ed alle agiatezze; due cose che egli diceva «molto dannose alla gioventù, la quale deve temprarsi per affrontare gli attriti e le lotte della vita.»
Quel giorno disse:
«Io, da ragazzo, non ebbi mai il gusto di trovarmi sul balcone, la mattina di Santa Lucia, un paniere rigurgitante di dolci e giocattoli e cose belle, come lo trovate voi ogni anno.
«La strenna, quel giorno, l’avevo anch’io. Ma mio padre voleva che fosse sempre un dono serio come lui. Un oggetto di prima necessità, che doveva comperarmi inevitabilmente, e che il più delle volte, per poter rappresentare, a suo tempo, la strenna di Santa Lucia, mi giungeva molto in ritardo, e, per conseguenza m’imponeva prima una privazione.
«Serbo ancora memoria d’un inverno crudele, durante il quale mi toccò di andare alla scuola, dal quattro novembre fino al dodici dicembre, poco meno d’un mese e mezzo, colle mani orribilmente gonfie e screpolate dai geloni, che mi dolevano come bruciature quando le esponevo all’aria gelida del mattino; e tutto quel tempo sospiravo la benedizione d’un paio di guanti di lana.
«Se ne parlava continuamente, in casa, di quei famosi guanti. Mi si facevano balenare agli occhi della fantasia come un miraggio. Si diceva che con dei guanti di lana non avrei sentito più nessun dolore, che i geloni mi sarebbero guariti immediatamente; che erano anzi il solo rimedio efficace.... Tutto questo per farmeli apprezzare in tutto il loro valore.
«Ma però continuavo ad uscire ogni mattina con un freddo di parecchi gradi sotto zero, e colle mie povere mani nude, che parevano due informi cuscinetti paonazzi.
«Fu soltanto la mattina di Santa Lucia, che andando a ritirare la mia scarpa sul ballatoio che dava in corte, vi trovai i guanti tanto vagheggiati, fatti da mia madre a calza.
«Ah! come avrei preferito restare senza strenna, non mettere neppure fuori la scarpa, ma avere i guanti un mese prima!
«Ve l’ho detto, mi pare, che a Cerano, come in tutte le nostre campagne si mette una scarpa sul balcone per ricevere la strenna, invece del paniere che mettete voi!
«Del resto, quei giorni che precedevano il Natale, erano un periodo molto laborioso nella nostra annata, e non lasciavano molto tempo per fantasticare sulle strenne di Santa Lucia.
«A Natale, mio padre mandava un dono a tutte le famiglie agiate del paese, per conservare le pratiche alla sua farmacia. E quei doni toccava a me prepararli, e portarli a destinazione.
«In principio di dicembre, si faceva venire da Novara un cioccolattaio, colla larga pietra scanaliate ed il grosso cilindro di marmo per macinare il cacao.
«Quell’uomo lavorava a giornata in cucina, macinando e rimacinando la pasta profumata e lucida, che faceva una gola da non dire a me ed ai miei fratellini.
«E dopo la scuola, che finiva alle tre, io dovevo preparare i fogli bianchi e quadrati, ed avvolgervi le tavolette di cioccolata, che il cioccolattaio aveva preparato lungo il giorno.
«Poi c’erano delle larghe torte, dei metri quadrati di cotognata, fatta da mio padre nell’autunno, che aspettavano me, per essere tagliate a quadri, a dischi, a stelle, a cuori.
«Poi dovevo fare dei sacchetti ingommati per mettervi della cipria e dell’amido, dello zucchero e del caffè.
«Tutte queste cose erano destinate alle strenne degli avventori, e dovevano essere pronte almeno tre giorni prima di Natale.
«Avevo dunque molto da fare in quella prima metà del dicembre.
«I miei fratelli, che erano troppo piccini per aiutarmi in quei lavori, facevano da sguatteri alla mamma, che, come tutte le buone massaie del Novarese, in quel giorno aveva l’abitudine di preparare le oche: riporre le carni in sale pel resto dell’inverno, fare lo strutto col grasso, friggere la pelle. Si rendevano utili anche loro, poverini.
«E questi erano i nostri teatri, i nostri bals-d’enfants, i nostri alberi di Natale, i nostri divertimenti.
«Di divertimenti, nell’inverno, ne avevamo due: Giocare a tombola la Domenica in casa del medico, e scivolare sul ghiaccio nell’andare alla scuola e nel ritornare.
«Ma questo secondo divertimento, siccome sciupava molto le scarpe, ci era proibito. Il che non vuol dire però che noi ce ne privassimo; io specialmente, che andavo a scuola solo, perchè de’ miei fratelli, uno solo andava ad una scuoletta infantile da una donna del vicinato, e l’altro stava ancora in casa.
«Parlo di quando avevo sette anni.
«Uscivo solo; il babbo non mi vedeva; com’era possibile che camminassi serio serio, su quel piano levigato che pareva fatto apposta perchè i bambini si divertissero a scivolare un poco? Quale sarebbe stata l’utilità d’avere il ghiaccio?
«Ed erano delle volate lunghe parecchi metri, delle risate senza fine, che andavano in tanto sangue.
«E quando era la settimana di Natale, ed avevo vacanza, e mio padre ne profittava per mandarmi in giro con un gran paniere di pacchi turchini, a distribuire alle sue pratiche le strenne lungamente preparate, si può dire che facevo tutta la strada scivolando, ed almeno venti volte al giorno ruzzolavo sul ghiaccio col paniere e tutto, spandendo tutti i pacchi sul ghiaccio.
«Quell’anno appunto, quando io ne avevo sette, si cambiò il medico condotto, ed il nuovo venuto non c’invitò più la sera della Domenica a giocare a tombola.
«Allora noi ragazzi, desolati, pregammo tanto e tanto, che il babbo ci promise di farci giocare nella retrobottega della farmacia... quando una qualche fortuna impreveduta, ci facesse avere le cartelle, i numeri, tutto l’occorrente pel gioco.
«Io capii subito che quella fortuna impreveduta doveva essere la Santa Lucia, e che la tombola sarebbe la mia strenna.
«Quel discorso si era fatto una sera a cena.
«La mattina dopo, appena potei svignarmela colla cartella dei libri per andare alla scuola, corsi difilato fuori del paese, in un punto dove il ghiaccio era più sodo, e dov’ero sicuro di trovare i miei amici più cari, ed entrando in mezzo con una gran scivolata che finì in un capitombolo, annunciai, prima ancora d’essermi rimesso in piedi, che, cominciando dalla prima domenica dopo Santa Lucia, si giocherebbe a tombola in casa nostra.
«Si pagavano due centesimi per cartella, ed era permesso soltanto ai grandi di prenderne due. Per cui il guadagno massimo, la tombola, non superava mai i trenta centesimi.
«Ma noi ci si divertiva egualmente.
«La buona novella fu accolta con una salva d’applausi e di grida; e, per festeggiarla, si combinò pel ritorno dalla scuola una grande scivolata.
«Noi non si diceva ancora pattinare, e non so se quell’uso straniero fosse allora importato in Italia. Perchè vi parlo dei primissimi anni di questo secolo, figlioli, io sono nato alla fine di quell’altro.
«Comunque fosse, a Cerano nessuno aveva idea del pattinaggio; neppure i Marchesi De Landi, i più ricchi proprietari dei dintorni, che abitavano un gran casamento in fondo al paese, e che quando c’era il ghiaccio uscivano colle soprascarpe di corda per paura di sdrucciolare.
«Si può figurarsi se io presi parte alla festa del pomeriggio!
«Ne presi tanta, che tornai dalla scuola quasi all’ora di cena, e le tavolette di cioccolata ne patirono, perchè non ebbi tempo d’incartarle, ed anch’io ne patii, perchè mi buscai due scappellotti da mio padre, ed una buona sgridata dalla mamma.
«I giorni seguenti badai a dividere il mio tempo tra il ghiaccio e le occupazioni di casa, e rubando una mezz’ora ogni giorno al ritorno dalla scuola, mi tenni sicuro di poter scivolare senza farmi scorgere.
«Intanto venne la vigilia di Santa Lucia.
«La sera il babbo mi lasciò uscire pel paese, a vedere i banchi di dolci, illuminati con due candele circondate da uno scartoccio di carta bianca, e carichi di paste dolci, di torrone nella carta d’oro, di arancio, di zuccherini, e di Sante Lucie di pasta e di zucchero, cogli occhi sul bacile.
«Lungo la strada, ad ogni amico che incontravo, rinnovavo l’invito per la prossima domenica a giocare a tombola.
«Tornato a casa poi, prima d’andare a letto, misi una delle mie scarpe sul ballatoio verso corte.
«Aveva la suola bucata quella povera scarpa; ed anche il tomaio era tutto spellato in punta e logoro; ed il tacco era scalcagnato che era una vera pietà.
«Ma come fare? La sua compagna era anche in peggior stato, ed io mi consolai pensando che di notte il babbo non se ne sarebbe accorto.
«Calcolando che il gioco della tombola, col cartellone, il sacco dei numeri e tutto, non potrebbe mai stare nè dentro nè sopra una scarpa, per quanto non fosse quella di Cenerentola, le misi sotto disteso un bel foglio di carta turchina, dei più larghi che trovai in farmacia; per ricevere il dono desiderato.
«Poi me ne andai a letto, ansioso di rivedere il giorno, e con esso la strenna, che doveva procurare a me, ed ai miei compagni, tante sere di spasso.
«Ed il giorno venne, come tutti i giorni desiderati o no, felici od infelici.
«Ma quando mi accostai, tutto palpitante, alla vetrata del ballatoio, vidi il foglio turchino fatto più scuro dall’umidità della notte, e su quel tappeto azzurro, isolata, e triste come un paracarro sopra una strada, la mia povera scarpa scalcagnata. Non altro. Nè cartelle, nè numeri, nè cartellone. Nulla.
«Sebbene mi battesse forte il cuore per lo sgomento, pensai:
— È perchè il gioco non stava nella scarpa. Il babbo me lo darà in mano or ora, quando scenderò a colazione.
«Però, guardando meglio traverso i vetri rabescati dal ghiaccio, vidi un pezzettino di foglio bianco, che sporgeva malinconicamente dal gambale della mia scarpaccia.
«Cosa poteva essere?
«Forse che il babbo non aveva trovata occasione di far comperare la tombola a Novara, ed aveva messi i quattrini in quel foglio, perchè me la comperassi io?
«Sicuro; doveva essere così.
«Spalancai in fretta il balcone. Tirai dentro la scarpa, ed apersi il foglio misterioso.
«Ma no; non c’erano punto quattrini. C’erano soltanto poche parole di scritto.
— «Buono di L. 4, per la risuolatura ed altre riparazioni, ad un paio di scarpe sciupate scivolando sul ghiaccio.»
«Il babbo.»
«Oh, non aveva bisogno di scriverlo che era il babbo! Lo avrei sentito, lo avrei indovinato. Lo avevo indovinato alla prima, sebbene cercassi di farmi illusione, che quella scarpa solitaria e quel fogliolino rappresentavano un guaio!
«Era il prezzo della tombola, che doveva pagare la riparazione delle scarpe. E la mia strenna di Santa Lucia si riduceva ad un rimprovero e ad un castigo.»
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Quando il nonno ebbe finito quel racconto, andai a prendere il mio goletto di pelo grigio, me lo misi sulle spalle, e corsi a ringraziare la mamma che, fin d’allora, tanti anni fa, mi disse:
— Oh, i figlioli d’adesso sono ben più fortunati di quelli d’una volta!
Ma per voi, piccoli lettori, io rappresento, colla mia storia ed il mio goletto, degli altri figlioli d’una volta.
E dire che voi avete dei pattini per pattinare sul ghiaccio, un maestro che vi insegna quel divertimento come se fosse uno studio, e dei mantelli foderati di pelliccia per coprirvi quando avete finito di pattinare!
Voi sì che siete veramente in grado di fare il confronto tra i ragazzi d’una volta e quelli d’adesso; e dovete sentire una gran gioia per la vostra fortuna, ed una gran riconoscenza pei vostri parenti, pei maestri, per la società, per la provvidenza, che vi rendono tanto felici!