XI.
Dove si viene in chiaro del segreto di Aloise.
In quel mentre, giunse il servo ad annunziare che la carrozza era innanzi all'uscio di strada. La qual nuova, com'è agevole il credere, interruppe il dialogo dei due amici; e il lettore, a cui ne dolesse, non ce l'apponga a noi, sibbene al servitore, che è venuto in mal punto.
Due minuti dopo, Aloise e Pietrasanta salivano in quella vettura di rimessa, fatta venire dal servo, e i due cavalli che v'erano attaccati partivano al trotto verso la Nunziata. Il Montalto era rimasto sovra pensieri, e non badava nemmeno alla lunga e popolosa strada che percorreva, la quale è l'arteria principale, l'arteria aorta di Genova, e piglia tanti nomi diversi ad ogni suo gomito, da via Balbi fino a piazza San Domenico, e di là fino alle porte della Pila.
Giunti all'aperto, il Pietrasanta cominciò uno dei soliti discorsi bizzarri, ai quali Aloise stava attento, secondo l'umore, e rispondeva o non rispondeva, secondo la voglia.
Il discorso importante, quello al quale Aloise di Montalto aveva a stare più attento che mai, cominciò dopo il paese di Quarto, allorquando al girare di una piccola lingua di terra che s'inoltra sul mare, videro un palazzo di campagna, di forme magnifiche e di stile severo, murato sul pendio di un colle, poco lontano dalla strada maestra.
—Ecco là;—disse il Pietrasanta, accennando del dito,—quella è la dimora estiva del tiranno di Quinto.
—È davvero un bel luogo di villeggiatura!—rispose Aloise.
—Che te ne pare, Aloise?—esclamò l'altro.—Oggi siamo proprio perseguitati dai Torre Vivaldi.
—Oh bella! Se veniamo noi stessi a passare dinanzi a casa loro!…
—Orbene! La montagna che si muove verso Maometto; Maometto che si muove verso la montagna; il miracolo non è sempre lo stesso? Vuoi che andiamo a vederla, questa villa Vivaldi?
—E a Nervi?—chiese Aloise, così __pro forma__.
—A Nervi ci andremo poi per riposare i muscoli. E poi, che cosa c'importa di vedere, colà? Abbiamo detto a Nervi, come avremmo detto al Giappone, per fare una passeggiata, e siamo padroni di mutare l'itinerario. E poi, sentimi, due passi a piedi ti faranno anche bene.
—Sei tu mai stato alla villa Vivaldi?
—Io no; ma che importa? Ci aprirà il giardiniere.
—Andiamo dunque.
—Andiamo. Ehi, cocchiere!—gridò il Pietrasanta.—Lasciate la strada maestra e prendete quell'altra a sinistra. Vogliamo andare alla villa Vivaldi, là da quel cancello verde che vedete.—
Il cocchiere obbedì e la carrozza fu in breve davanti al cancello di ferro fuso, sormontato da uno stemma partito di rosso e d'argento, col capo d'oro all'aquila nascente di nero, coronata e rostrata d'oro.
Due forti scampanellate chiamarono il giardiniere, il quale, veduti i due signori, e indovinandoli d'alto bordo, si affrettò ad aprire, e a riceverli col cappello in mano, dinanzi allo smontatoio della carrozza.
—Amico,—disse il Pietrasanta,—vorremmo entrare, con vostra licenza, a vedere un poco questa magnifica villa.
—Oh, sono padroni!—rispose l'altro con due inchini; e fattili entrare davanti a sè, richiuse il cancello.
Il palazzo Vivaldi era superbamente piantato sul colmo d'un poggiuolo, e vi si andava per un lungo e spazioso viale a dolcissimo pendio, chiuso ai lati da due file di rosai e di tamerici. L'architettura esterna era la consueta di quasi tutti i palazzi delle nostre campagne: soltanto si notava che quattro finestre del piano nobile, le ultime a manca, si allargavano a forma di loggia, custodita da grandi vetrate che s'intelaiavano nei colonnati; e le ultime quattro a destra cadevano entro le linee perpendicolari di una torre che usciva da quella parte del palazzo, rompendo ad angolo due acque del tetto.
Il piazzale dinanzi al gran portone arcato era coperto di ghiaia; i viali ai due lati andavano a dare in un muro che serviva di riparo a due di quelle belle spalliere di aranci e di limoni, che hanno fatto dire al Goethe il famoso verso: «Kennst du das Land wo die Citronen blühen?» Alle spalle del palazzo correva una stradicciuola campestre; laonde, per collegarlo col prato e col bosco della villa, scendeva dal pian nobile dell'edifizio un cavalcavia, fatto a foggia di gradinata, con le sue sontuose balaustrate di marmo.
Un gigantesco platano sorgeva a fianco della gradinata, ombreggiando quella specie di terrazzo per cui si entrava nella gran sala del pian nobile. In mezzo al prato, che era vastissimo, rallegrava gli occhi del riguardante un laghetto di forma ovale, coi margini di marmo bianco, entro il quale cresceva la ninféa, spandendo le sue larghe foglie vellutate a fior d'acqua, e navigavano a loro posta due cigni. L'orizzonte era precluso da ogni parte da filari di querci, sotto i quali correvano a cerchio spaziosi ed ombreggiati sentieri.
Tutte queste cose, sul finir di febbraio, sebbene mancassero i colori smaglianti della vegetazione primaverile, davano immagine di magnificenza principesca, e lasciavano argomentare che paradiso terrestre fosse la villa Vivaldi nei mesi di estate.
Il Pietrasanta, in quella che andavano girando per ogni luogo, aveva fatto amicizia col giardiniere, e ragionava con lui di tutte le belle cose che si presentavano alla loro ammirazione.
—Veda!—gli diceva il giardiniere, fermandosi presso una specie di querce e facendone notare la corteccia cedevole ma tenace, questo è l'albero del sughero, che è così raro dalle nostre parti.
—Buono per far turaccioli!—notò giudiziosamente il Pietrasanta.—E i sedili, che gli adornano il tronco, accanto a questa gran tavola rustica, che cosa significano?
—Ah!—rispose il giardiniere, con un piglio dottoresco,—questa è la __Corte d'Amore__.
—La Corte d'Amore! Che diamine di Corte è ella?
—È il luogo dove la signora marchesa viene a sedersi. Tutte le Vivaldi hanno sempre avuto il costume di venire a passare sotto quest'albero le ore calde della giornata. I miei vecchi hanno sempre veduto la medesima cosa; ed anche adesso, quando la signora marchesa è in campagna, ci sta tre o quattr'ore ogni giorno.
—Scusatemi, Giacomino,—disse il Pietrasanta, che già sapeva il nome del giardiniere,—ma non mi sembra poi una gran cosa da meritare un nome così bello e una così nobile preferenza.
—Oh, perchè lo vede così nudo. Ma nella buona stagione c'è tutto il verde dintorno; la signora marchesa poi fa rimettere a posto tanti altri sedili di maiolica, stendere un gran tappeto su questa tavola di lavagna, e una bella tenda fra gli alberi, per custodirsi meglio dai raggi del sole. Io poi ci porto dei fiori; la cameriera ci porta dei libri e il telaio da ricamo della marchesa; il servitore dei rinfreschi per tutti i signori che vengono qui a far conversazione con Sua Eccellenza.
—Ah! mi ricordo,—disse Pietrasanta, volgendosi ad Aloise,—che il piccolo Riario mi parlava di un certo ritrovo, dove si faceva crocchio intorno alla bella marchesa. La Corte di Amore! Il nome è bello, e probabilmente la presenza della signora farà bello anche il luogo.
—Ora, se le loro Signorie vogliono vedere la grotta….
—La grotta! C'è una grotta? Sicuro che vogliamo vederla.
—Va pure;—disse Aloise,—io non ti seguo.
—Perchè? Sei forse stanco?
—Sì, un po'; ma non te ne dar pensiero. Ti aspetterò qui seduto sull'erba, e tu mi porterai le novelle dell'antro muscoso.
—E delle stalattiti. Perchè,—soggiunse il Pietrasanta, volgendosi al giardiniere,—ci saranno anche le stalattiti; non è egli vero, Giacomino?
—L'ha da vedere, Vossignoria, che grotta!—rispose questi.—Non se ne trova una così bella, anco a farsela naturale.
—E voi dovete esserne tanto più superbo,—disse il Pietrasanta,—in quanto che nemmeno il Creatore, l'unico che se le possa far naturali, potrà superarvela.—
Il giardiniere si accorse di averla detta grossa, ma non sapeva come rimediarci. Però, tutto confuso, chiese perdono a Dio di quell'atto di superbia, e precedette il Pietrasanta nel fitto delle piante, per dove si andava alla grotta. Era un uomo dabbene e timorato di coscienza, il giardiniere dei Torre Vivaldi, e pensava con raccapriccio a quello che gli avrebbe potuto dire il padrone, se lo avesse inteso bestemmiare a quel modo.
Intanto Aloise, appena i due furono scomparsi, in cambio di sedersi sull'erba, siccome aveva detto di voler fare, andò a posarsi su d'uno di que' sedili di sasso, e precisamente su quello che era a' pie' dell'albero presso la tavola, piantando i gomiti sulla lavagna e rimanendo col capo chino tra le palme.
Il giovine stette in quella postura un bel tratto, pensando e sospirando; poi, come uomo che ha preso una deliberazione, si alzò ed andò per ogni lato a cercare. Che cosa cercava? Un coccio di maiolica, un mozzicone di lavagna, qualche arnese, insomma, da potergli servire per iscrivere su quella superficie levigata della tavola.
Trovò finalmente il fatto suo, e si pose con fanciullesca gravità a segnare un nome a lettere maiuscole, sulla lavagna. Il filo del coccio si corrodeva nello sfregamento, ma Aloise calcava sempre più forte, e tornava sulle lettere per modo da scavarle più profonde, sicchè non potessero più cancellarsi.
Il nome che egli andava cosiffattamente incidendo (i lettori si saranno già apposti) era quello di «Ginevra», della bella marchesa di Torre Vivaldi.
Ecco dunque posto in chiaro il segreto di Aloise. Il giovine marchese di Montalto amava quella gentildonna che nostri lettori non conoscono ancora se non per la bizzarra dipintura che ce ne ha fatto quel capo scarico del Pietrasanta.
Raccontiamo una cosa che parrà strana a molti, ma che è vera come l'istessa verità, e che taluni conosceranno a prova. L'amore di Aloise per la bella marchesa di Torre Vivaldi contava già sei anni di vita, e l'innamorato non aveva detta anche una parola alla donna de' suoi pensieri.
Appena sei anni innanzi Antoniotto Della Torre aveva tolto in moglie la bella Ginevra, ultimo rampollo dell'antica casata dei Vivaldi. Insieme con la mano della fanciulla, che era in un monastero a compiere la sua educazione, c'erano cinque o sei milioni di sostanza, e il patto che il marito assumesse il nome della famiglia, che si sarebbe estinto colla persona di Ginevra.
La giovinetta andò sposa al Della Torre, senza pure averlo veduto; ma lo aveva veduto il tutore, e bastava. Sono questi i matrimoni che da noi si dicono di __convenienza__, parola che vorrebbe dissimulare il tornaconto, e non ne viene a capo. Antoniotto era ricco; la Vivaldi era ricchissima, nobilissima e bellissima per giunta; laonde non è a dire se il tornaconto c'era, e perciò il matrimonio fu combinato alla spiccia, e la fanciulla uscì dalla cella solitaria del monastero per andar difilata alla stanza nuziale.
Per tutta Genova s'era fatto un gran ragionare di queste nozze, Antoniotto Della Torre era uomo di mezza età, di umor cupo ed ambizioso; ma in fin dei conti era nobile e ricco, e nessuno trovò a ridire sulla deliberazione del tutore, il quale, a dirvela in confidenza, in quella che concedeva la mano della sua pupilla ad uno de' suoi consorti, acconciava le sue faccende particolari, e tra l'altre, dando il capitale, non rendeva strettissimo conto dei frutti. Dice l'adagio che una mano lava l'altra, e tuttedue lavano il viso.
E bisognava aver veduto che nozze! Canzoni e sonetti ne furono scritti e stampati a dozzine. V'ebbe tra gli altri un poeta il quale, pigliando l'inspirazione dagli stemmi delle due famiglie, scrisse che un più ragionevole nodo non si sarebbe potuto stringere mai, trattandosi di un'aquila che ne «impalmava» un'altra. Immaginate che aquilotto avrebbe dovuto nascere da quelle __auspicatissime nozze__! E tuttavia non era nato un bel nulla, e i voti del poeta erano rimasti più sterili della sua fantasia, la quale almeno, se non de' suoi parti, poteva insuperbire delle sue sconciature.
Appena celebrate le nozze, gli sposi erano partiti per un lungo viaggio, siccome è debito di persone le quali intendono la dignità del loro stato, e possono mettere la loro ambizione nell'appendere il nido dei loro amori eterni all'alcova di un albergo parigino. Gran dolcezza di ricordi vuol essere, pei giorni futuri! Ma infine, perchè no? Se non dolci, saporiti di certo.—«Angelo mio, ti rammenti di quella __sôle à la Normande__?»—«Sì, amico mio, era eccellente; e quella __bisque aux crevettes__?»—«Adorabile, hai ragione, adorabile! Me ne viene ancora l'acquolina alla bocca.»
Il ritorno dei Torre Vivaldi a Genova fu salutato come un fatto di rilievo. La donna, vissuta nella solitudine del convento, era a mala pena conosciuta di nome; però la sua sfolgorante bellezza, circondata da tutti gli agi del suo grande stato, destò l'ammirazione universale, nè più nè manco di una cometa sopraggiunta d'improvviso nel nostro sistema planetario. Tutti fecero a gara per avvicinarsi alla bella Giunone dell'Olimpo ligustico, e beati gli Dei e semidei, ai quali lo stato loro, i titoli sonanti e la larghezza del censo, consentivano di starle vicini ed entrare in dimestichezza col fortunato Giove. Il quale lasciava ammirare, lasciava corrersi la gente dattorno; accoglieva tutti, faceva buon viso ai giovani, come ai maturi. Più tardi ci occorrerà il dire quel che egli fosse, quali i suoi pensieri e i disegni. Basti per ora il sapere che egli, sempre un po' chiuso nel segreto della propria ambizione, usava tener corte bandita e regnare su tutta la gente che lo sfarzo del suo vivere e la superba bellezza della moglie gli tiravano in casa.
Quando la marchesa Torre Vivaldi comparve per la prima volta nel teatro Carlo Felice, fu una meraviglia universale. I re franchi non furono mai levati sugli scudi con tanto entusiasmo, quanto ne fu posto da quella curiosa e volubile assemblea a salutarla regina. Ella sì, poteva dire come Cesare, «__veni, vidi, vici__»; perchè tutti gli sguardi si volsero a lei, e non se ne distolsero per tutta la sera, sebbene ci fossero, di là dai lumi della ribalta, una bella cantante ed una ballerina fatta a pennello.
Aloise di Montalto era quella sera in teatro, e stava appunto in platea, dando le spalle a quel palchetto di prima fila dov'era comparsa la splendida gentildonna, con una veste scollata di stoffa azzurrina, che lasciava scorgere i purissimi contorni del collo e degli òmeri, e le braccia ignude. Una luna falcata le ornava i capelli, pettinati alla foggia di Diana; il collo e i polsi scintillavano lontano per una magnifica collana e per due braccialetti di brillanti; ma gli occhi della marchesa, ombreggiati dall'arco superbo delle ciglia, scintillavano d'una luce più vivida, e l'alabastro delle carni abbacinava gli occhi dei riguardanti, assai più dell'oro e dei brillanti, sebbene questi rifrangessero per tutte le loro faccette e con tutti i bagliori colorati dell'iride, la luce di cento doppieri.
—Come è bella!—dicevano tutti. Ma più delle labbra parlavano gli occhi estatici, un mormorio di universale ammirazione e i cannocchiali puntati a gara su quel palchetto di prima fila. Diana non guardava nessuno; pareva quasi non avvedersi di tutte quelle lenti ustorie rivolte sulla sua persona, e non distoglieva lo sguardo dalla scena se non per ricambiare una parola col marito e coi tre o quattro amici che si davano lo scambio nel palchetto, come i soldati in sentinella; tutti ragguardevoli personaggi, ai quali si leggeva in volto la vanità dello stare e del farsi vedere accanto a quella regina, eletta così prontamente dal suffragio universale.
Un uomo solo contraffaceva co' suoi modi alla curiosità della folla, ostinandosi a non guardare dove tutti guardavano; e la cosa riusciva tanto più notevole in quanto che egli era pochi passi discosto dal palchetto, e la sua bionda cuticagna faceva troppo forte contrasto con gli occhi sbarrati di tutti i suoi vicini, verso la bella signora.
—Guarda, Aloise,—gli avevano detto alcuni amici,—guarda che stupenda bellezza!
—Guardate voi altri, se vi garba,—aveva egli risposto;—io bado alla scena.
—E perchè non vuoi dare un'occhiata di qua, dove c'è la bella
Vivaldi, tornata l'altro dì da Parigi?
—Oh bella! perchè non mi par necessario.
—È uno dei soliti capricci; lasciatelo fare!—aveva soggiunto il
Pietrasanta, che era nel crocchio.
—Un capriccio! Sarà;—disse di rimando Aloise,—ma io penso che sia ragionevole come tante altre cose, alle quali si usa dar questo nome. O che? Per la semplice ragione che una bella donna è venuta in teatro, tutti dobbiamo voltarci per adorarla? È bella, voi dite; tanto meglio…. per suo marito. Io, per me, sto attento alla musica, la quale è fatta per tutti; e, poichè voi altri guardate altrove, penso sia cantata e suonata soltanto per me.—
Aloise non aveva potuto risponder sempre di questa conformità alla gente. Per quella sera si incaponì a non guardare; ma alcune sere dopo, essendo egli in un palchetto a far visita ad una signora, sua mezza parente, gli venne chiesto come gli paresse la marchesa Torre Vivaldi.
—Dov'è,—soggiunse egli.—Io non l'ho anche veduta.
—Come?—disse allora la dama;—siete venuto qui sul davanti e non avete veduto quella bella signora che è due numeri più indietro di noi?
—Ah, sì, la vedo. È molto bella.—E non disse altro.
Senonchè, per uno di quei tali contrasti che occorrono così frequenti nella umana natura, dopo essersi fitto in capo di non guardar mai quella ottava meraviglia del mondo, si fece a guardarla fin troppo. Se qualcuno gli avesse fatto notare quella sua contraddizione, egli non avrebbe voluto capacitarsene; ma, anche senza addarsene, i suoi occhi correvano spesso verso quella bella figura.
Quella sera la marchesa Ginevra era modestamente vestita di nero, con la vita aggiustata alla persona, le spalle e il collo interamente coperti, e nessun altro ornamento tranne certe frappe aperte sulle maniche, alla foggia del cinquecento. I suo capelli castagni erano tirati indietro, e la severità di quella acconciatura era temperata soltanto da due riccioli lunghi, che le scendevan dietro alle orecchie, andandosi a confondere col nero della veste.
Il giovine Montalto non avrebbe voluto guardarla tanto; ma che farci? Il fascino era troppo forte, e tutti i più fermi proponimenti che egli andava facendo in cuor suo, cedevano ad ogni tratto innanzi a quella potenza di attrattiva che era negli occhi ed in ogni lineamento di quel volto mirabile.
Temendo però che altri si avvedesse della sua debolezza, si alzò, e congedatosi dalla signora, uscì da teatro. Fu quella un'impresa da eroe, sebbene egli, per sentirsene l'ardimento, avesse avuto mestieri del sopraggiungere d'un nuovo visitatore, al quale, o subito o poco dopo, avrebbe dovuto cedere il posto.
Il povero giovane era entrato tranquillo in teatro, e ne usciva profondamente turbato. Da quella sera la naturale mestizia del suo animo si rabbuiò fino all'umor nero, e il giorno dopo incominciarono le passeggiate solitarie ai Giardinetti dell'Acquasola, da dove si scorgeva il tetto, nient'altro che il tetto, di un palazzo della Strada Nuova, sontuosa dimora della marchesa Ginevra. Colassù almeno egli poteva fermarsi, e contemplare a suo bell'agio quel tanto di spazio murato in cui viveva la bellissima donna.
Queste cose s'intenderanno molto più agevolmente quando si pensi che
Aloise aveva diciott'anni, e che quello era il suo primo amore.
Timido com'era, egli non avrebbe ardito mai farsi presentare in quella casa. La sua fantasia entrava liberamente dal tetto; ma le sue gambe avrebbero ricusato di salirne le scale. Non già che una donna gli facesse paura; la sua educazione gli aveva insegnato benissimo quella scioltezza di modi con cui s'entra in casa altrui; e tante volte ne aveva fatto sperimento! Ma quella non era una donna come tutte le altre, poichè egli se ne era innamorato; epperò tremava al solo pensiero di metter piede in sua casa, e di farsi leggere negli occhi il segreto del cuore.
D'altra parte, perchè sarebbe andato ad accrescere la schiera dei curiosi? Si sarebbe ella avveduta? avrebbe ella osservato un ragazzo come lui? Il vero amore, in un giovinetto inesperto, riesce così impacciato ne' suoi modi, che spesso dà nel ridicolo, e una donna giovine, bella ed ammirata da tanti, è più facilmente disposta a farne le grasse risa, che non a mostrarsene grata. Ed Aloise, il quale era giovine d'anni, ma adulto di mente, le intendeva benissimo, tutte queste cose, e non ne pigliava argomento a sperare.
Così scorse il tempo. La marchesa Ginevra, passato l'inverno, era andata in campagna, dove incominciò da quell'anno a passare i sei mesi della bella stagione. Inoltre, per due inverni consecutivi andò col marito a Parigi, e il povero innamorato visse come gli venne fatto, non cavando altro conforto che dalla sua giovinezza e dallo studio.
L'amor suo, seguendo l'esempio della natura, aveva i suoi periodi di sopore, e soltanto la presenza dei Torre Vivaldi a Genova lo faceva riavere, ma inasprendo sempre maggiormente la piaga. Intanto gli anni correvano. Aloise di Montalto viveva solitario, immerso ne' suoi studi, alternando le Pandette con la musica, l'economia politica colle lettere. I soli passatempi della sua malinconica ma robusta giovinezza, erano il cavalcare e la scherma. Di questo modo egli s'era fatto da per sè un tal uomo che molti stimavano e tutti poi rispettavano, sebbene pochi lo amassero, a cagione della sua contegnosa alterezza.
Ma questa in fin de' conti vale assai più del fare sbracciato e arrendevole, col quale vi studiate di piacere al volgo, e non ne accattate il più delle volte che spregio. Aloise, anche asciutto nei modi come era giudicato, non poteva negarsi che fosse un perfetto cavaliere; e molte donne gli avevano posti gli occhi addosso per cominciare il solito romanzo: molti uomini, poi, di quelli che la sanno lunga, avrebbero voluto tirarlo dalla loro, come un ottimo strumento alle comuni ambizioni. Ma egli si schermiva da quelle e stava lontano da questi; e il riserbo, più ancora che le sue virtù, lo faceva crescere dieci cotanti nella estimazione universale. La qual cosa potrebbe addursi come una testimonianza a pro' di quell'adagio, secondo il quale la potenza di un uomo sta per un terzo nell'essere e per due nel parere.
Noi pensiamo ora di non aver altro da aggiungere al ritratto morale del giovine, che s'era battuto con Lorenzo Salvani, che andava a passeggiare sul belvedere dei Giardinetti e che incideva il nome di Ginevra su d'una tavola di lavagna nella __Corte d'amore__ della villa Vivaldi.
Quando il Pietrasanta e il giardiniere tornarono dalla grotta, Aloise era già andato fuori del viale ad aspettarli in mezzo al prato, affinchè essi, vedendolo da lontano sui margini del laghetto, intento a guardare i cigni, non passassero più dinnanzi alla tavola, sulla quale avrebbero potuto scorgere una pericolosa testimonianza de' fatti suoi.
L'amico fece una lunga cicalata sulle oscure bellezze della grotta, che noi tralasceremo per amore di brevità, e poco stante ambedue se ne ripartirono, dando una larga mancia al giardiniere: il quale li aiutò a salire in carrozza scusandosi con abbondanza di parole del non aver fatto entrare il veicolo sul piazzale del palazzo, come sarebbe stato dicevole con persone tanto ragguardevoli.
—Non ve ne date pensiero!—disse quel pazzo di Enrico Pietrasanta.—Noi viaggiamo nel più stretto incognito, e non amiamo le cerimonie.—
Il Pietrasanta, celiando, diceva la verità. Infatti, pochi minuti prima quando il giardiniere aveva presentato loro l'albo dei visitatori, Aloise di Montalto s'era fatto sollecito a pigliar la matita, e dopo avere ammiccato al compagno, scriveva sull'albo due nomi strani: __Goffredo Rudel e Percivalle Doria__.
—Che cosa t'è frullato in capo,—chiese Pietrasanta, quando furono per istrada,—di mettere que' due nomi in cambio de' nostri?
—Bravo! E volevi far sapere ai padroni di casa che i nostri __noi__, come tu hai il vezzo di dire, sono stati a visitare la loro villa?
—E che male ci sarebbe stato, che i nostri __noi__ lasciassero risapere che ci sono venuti?
—Nessun male, Enrico mio; ma non c'è nessun utile a farlo risapere. E poi, non l'hai detto tu stesso poc'anzi, che i nostri __noi__ viaggiano nel più stretto incognito?—
In questi ed altri ragionari della medesima risma, si giunse a Genova, e il Pietrasanta accompagnò a casa l'amico.
Il servitore attendeva con impazienza il ritorno di Aloise, al quale si affrettò a dire, appena fu entrato:
—C'è qui il maggiordomo del nonno di Vostra Eccellenza, il quale ha gran premura di parlarle.—
In molte case nobili di Genova i servitori non hanno ancora perduto l'uso di dare dell'Eccellenza al padrone. In altri luoghi d'Italia, in cambio di smetterlo, si dà quel titolo a tutti, come il governo darebbe una croce di cavaliere. La qual cosa non fa male a nessuno, e un'usanza val l'altra.
—Mio nonno!—esclamò Aloise, volgendosi al Pietrasanta.—E che diamine vuole mio nonno da me?
—Vorrà forse far testamento,—rispose l'amico.
—Oh, questo l'avrà già fatto, e penso che non abbia neppure molto pensato al suo nipote. Ci ha certi figuri d'attorno!
—Basta, va a vedere che cosa vuole. È anche l'unico modo di saperlo.
—Tu parli come un savio della Grecia!—disse Aloise; ed entrò difilato in un'altra camera dove il maggiordomo del vecchio banchiere Vitali stava ad attenderlo.
Fu grande la meraviglia del marchese di Montalto quando seppe che suo nonno, il quale era sempre a letto ammalato, lo scongiurava che andasse da lui, ma non di giorno, sibbene in punto di mezzanotte, ora prediletta degli innamorati, dei congiurati e delle fantasime.
XII.
Di un vecchio che voleva vivere e non voleva fare testamento.
Adesso il lettore ci usi la cortesia di seguirci in via di San Luca, dove lo faremo entrare in uno di que' palazzi, che sarebbero magnifici, se avessero un po' di spazio davanti, e che, stretti l'uno sull'altro dalla ragione dei tempi andati, quando otto metri di larghezza in una strada le facevano meritare il nome di stradone, implorano quotidianamente un raggio di luce per consolare la tetra malinconia che li opprime.
Saliremo ad un terzo piano, il quale, la mercè di una scala spaziosa, non ci parrà troppo alto, ed entreremo in una camera da letto, vasta come un dormitorio di collegio e fredda per conseguenza, quantunque vi si noti larghezza di sontuosi arredi ed un soffice tappeto che copre tutto il pavimento.
Questa vasta camera era a mala pena rischiarata da una lampada modesta, ritta sul comodino accanto ad un letto coperto da un padiglione di damasco rosso cupo, e quella lampada non faceva altro che illuminare il viso pallido e scarno di un vecchio, che usciva fuori dalla rimboccatura delle lenzuola.
Quel vecchio aveva i capegli radi e bianchissimi, la fronte spaziosa e prominente, e sarebbe stato un bel vecchio, se non avesse avuto gli occhi troppo piccini ed affondati nelle orbite, il naso troppo sottile ed adunco, e le labbra asciutte, tirate orizzontalmente come un semplice tratto di penna su d'un foglio bianco di carta.
Era egli il signor Vitali, l'onesto e reputato banchiere, grave dei suoi settantaquattro anni e di tutti gli acciacchi che sogliono accompagnare gli ultimi anni della vecchiaia, e inaugurare la decrepitezza. I suoi malanni lo tormentavano fieramente, ed egli si sentiva per giunta assai debole.
Pover'uomo! Tutta Genova si dava pensiero della sua preziosa salute, poichè, come tutti i ricchi, egli era in voce di probo e benefico, e si soleva dire di lui: «poveretto! egli appartiene alla schiera di quei pochi, che sa male di vederli morire.»
L'ammalato non era tuttavia solo nella camera. Un uomo vestito di nero dal capo alle piante stava seduto su d'un seggiolone presso la sponda del letto, e appunto in atto di toccare il polso al vecchio Vitali, con un piglio di amorevolezza particolare.
—Mi pare,—disse costui, dopo che ebbe finito,—che Ella stia un po' meglio, questa sera.
—Sì, un po' meglio,—rispose con voce fioca l'ammalato,—ma mi sento fiacco, assai fiacco.
—Eh me lo immagino!—soggiunse l'altro.—Ma vorrebbe Ella da un giorno all'altro rimettersi in modo da potere alzarsi dal letto? La natura vuole il suo tempo, come l'arte. Speri nella Provvidenza, signor Giovanni! Iddio vede tutti, e non abbandona nessuno.
—Sì!—disse il vecchio, alzando gli occhi verso il padiglione del letto e mettendo un lungo sospiro.—Io voglio vivere; ho bisogno di vivere!
—Ed egli la farà vivere, egli che può tutto. Ma se ne' suoi fini imperscrutabili….—
Pronunziando queste parole, l'uomo vestito di nero s'era fermato un tratto, come per misurare l'effetto di quello che stava per dire. Nel punto medesimo, gli occhi dell'ammalato scintillarono, e la sua faccia si voltò sul guanciale a guardare colui che parlava, come per dirgli: Or bene, proseguite!
L'uomo vestito di nero doveva essere avvezzo a quel muto linguaggio, perchè fu sollecito a proseguire:
—Sì, certo; se ne' suoi fini imperscrutabili ci fosse di chiamarla a sè. Ella avrebbe il torto a desiderare così fortemente la vita. Il cielo è la speranza, anzi dirò di più, la sicurtà infallibile di chi ha operato il bene.—
Il vecchio fece con le sue labbra sottili un certo gesto, che mostrava chiaramente com'egli non fosse molto soddisfatto di quella chiusa.
—Ma via!—soggiunse l'altro.—Non di questo si tratta, e, tutti gli amici di Vossignoria sperano che Ella risani prestissimo. Ha bevuto la pozione?—
Il vecchio, che amava poco parlare, rispose di sì con un lieve cenno del capo.
—Ma è ancora quasi tutta nel bicchiere;—disse l'altro,—beva il rimanente; le farà bene.
—No!—rispose il Vitali con assai maggiore fermezza di accento che non avesse a sperare da un ammalato suo pari,—non bevo più, per questa sera.
—Eppure questa bevanda, signor Vitali, le concederebbe una notte più calma.
—Sì; ma il giorno dopo io mi sento più fiacco di prima.
—Eh, certamente si sentirà fiacco; ma non ha il dolce chi non vuole l'amaro. Se quella bevanda le concilia il sonno e le fa riposare lo spirito, è segno che giova. Ella poi sa come siano insonni e dolorose le sue notti, quando ricusa di bere.
—È vero!—disse l'ammalato.
—E che lugubri fantasie l'assalgono nei sogni….
—È vero, è vero!—ripetè il Vitali, crollando mestamente il capo.
—Ella vede allora tante cose spiacevoli; vede sua figlia moribonda; vede l'ombra del padre Martelli….
—Non è vero! Non è vero! Sono invenzioni!—gridò spaventato il vecchio.—Io non vedo l'ombra di nessuno, perchè non ho rimorso di nessuna cosa al mondo.
—Meglio per lei, se non ha rimorsi;—soggiunse asciuttamente quell'altro.—Intanto mandi giù quella bevanda mirabile, e ne avrà giovamento. E poi, pensi anche un tantino a quella tal cosa che sa. Veda, figliuol mio: qui tutti le vogliamo un gran bene, e non la lasciamo un momento, poichè ci è cara la sanità del suo corpo, come la salute dell'anima sua. Ella non ha nulla da confessare, nessun debito da riconoscere. Per la vita, come per la morte (che tutti dobbiamo aspettarci il peggio da un giorno all'altro) faccia il suo testamento, in modo che se ne vantaggi, a maggior gloria di Dio, l'Ordine nostro in Roma, e quella società che ne prosegue qui in Genova tanto gloriosamente le tradizioni.
—Il testamento non sarebbe valido;—ripiccò l'ammalato, che si appigliava a tutti i pretesti, per isfuggire dalle strette dell'uomo vestito di nero.—La Compagnia di Gesù, come ente morale, è stata abolita negli Stati Sardi, e, secondo il Codice, non ha più potestà di succedere. La società di San Vincenzo, poi, non è legalmente riconosciuta….
—Cavilli de' suoi avvocati, signor Vitali! E fanno torto alla sua mente, che tutti credono volta a propugnare l'incremento della religione. Quando si ha in animo di fare il bene, le strade si trovano. Se Ella non può lasciare erede la Compagnia di Roma, nè la società di Genova, perchè la legge non riconoscerebbe valido il testamento, può testare bensì a pro' delle singole persone, le quali, com'Ella di leggieri argomenta, si recheranno a scrupolo di volgere il suo danaro a quel fine che Ella pietosamente avrà stabilito. Faccia questo, signor Vitali, e vedrà che la sanità del corpo verrà a rincalzare la purezza dell'anima. __Mens sana, in corpore sano__, fu anche adagio dei gentili, sebbene non avessero il beneficio della luce spirituale. Qui, poi, non si domanda la sua morte; si desidera anzi che viva lungamente. Suvvia, signor Giovanni, siamo uomini, mostriamoci consentanei nella nostra vecchiezza ai savi concetti di tutta la nostra vita.—
Il vecchio stette un pezzo a pensare su quelle argomentazioni ad hominem; poi levando gli occhi verso il suo interlocutore e vedendo che lo guardava fiso, aspettando una sua risposta, balbettò:
—Quando fossi davvero in punto di morire…. farei….
—E la morte, signor Giovanni, non può bussare al suo uscio da un momento all'altro?—gridò, con piglio oratorio, l'uomo vestito di nero.
—Dite da senno?—soggiunse l'ammalato sbarrando gli occhi—-È dunque vero che potrei morire da un momento all'altro? Oh, non voglio, non voglio morire!…
—Si cheti, si cheti!—si affrettò a dire quell'altro, che si accorse di essere andato troppo oltre per quella volta. Vede, signor Giovanni? Si scalda, il sangue, e le vien da capo la tosse. Suvvia, mandi giù questa bevanda, che aiuterà a calmarla.—
E in questo dire gli accostò il cucchiaio alle labbra. Il vecchio bevve, e la sua testa ricadde inerte sul guanciale. Frattanto la pendola, che era di rincontro al letto, scoccò un tocco.
—È già l'una!—esclamò il Vitali.
—No, le undici e mezzo soltanto. Ella è stanco, signor Giovanni?….
—Sì, molto stanco. Se potessi dormire….
—Oh, dormirà, adesso che ha bevuto quel calmante. Io quindi me ne anderò; Ella pensi al Signore; in lui è la speranza e la salvezza nostra.—
E l'uomo vestito di nero, che i lettori avranno già riconosciuto per quel tale compagno del dottor Collini alla chiesuola di San Nazzaro, uscì dalla camera del banchiere Vitali.
Appena questi fu solo, parve respirare più tranquillamente, e dopo pochi minuti stese il braccio verso il comodino, per afferrare un campanello che scosse leggermente. A quel suono, comparve nella camera il maggiordomo.
—Signor padrone, eccomi qui. Che cosa comanda?
—Padre Bonav…. cioè, il signor Bonaventura se ne è andato?
—Sì signore.
—Lo avete accompagnato fino al portone?
—Sì signore.
—E avete lasciato il portone aperto?
—Sì, l'ho lasciato. Il marchese suo nipote non starà molto a giungere.—
A queste parole il volto dell'ammalato si rasserenò un poco.
—Sta bene;—diss'egli,—lo farete entrar subito da me, e poi potrete andarvene a passar la notte a casa vostra. Stia il Paolo in anticamera a vegliare. Voi fate il vostro comodo fino a mezzogiorno.
—Grazie, signor padrone.—
E Battista si ritirò, ma non senza fare i suoi commenti a quel saggio poco frequente di larghezza. Erano infatti rarissime le volte che il signor Vitali permetteva al suo maggiordomo di andare a passar la notte con la sua famiglia.
—Ci ha da essere qualcosa di grosso in aria,—disse Battista tra sè,—perchè il padrone sia diventato così largo di mano. Che voglia rappattumarsi col nipote? Chi sa? Il diavolo, quando diventò vecchio, si fece eremita.—
In punto di mezzanotte Aloise di Montalto entrava in casa del nonno, e il maggiordomo gli schiudeva l'uscio della camera da letto.
Il giovine era pallido, e non poteva dissimulare il suo turbamento. Da parecchi anni egli non aveva più posto piede nella casa di suo nonno, cioè dalla morte di sua madre, che il vecchio banchiere non si era neppur mosso per andare a vedere, e darle l'ultimo bacio innanzi che ella morisse.
Aloise aveva amato fortemente sua madre, e ne venerava la memoria come una cosa sacra; però alla chiamata del nonno era stato in forse di rendergli pan per focaccia, ricusando di andare da lui. La nobiltà dell'animo suo faceva sì che egli non pensasse neppure ai milioni del vecchio, e quando taluno dei suoi amici glieli rammemorava, egli era uso a rispondere che suo nonno era padrone di lasciarli a cui gli piacesse meglio, e che egli non si sarebbe neppur mosso per piatire su quella eredità. E questo che egli diceva, lo pensava davvero, essendo uno di que' tali uomini che vogliono bastare a sè medesimi. Se fosse nato senza il becco di un quattrino, avrebbe lavorato per vivere, in quella stessa maniera che studiava per suo diletto, vivendo del suo e non chiedendo nulla, non isperando nulla da altri.
Ma questo nonno, che lo mandava a chiamare, era infermo, e Aloise non poteva dimenticare che quello era il padre della sua genitrice, sebbene fosse stato nemico verso il suo sangue, come tanti altri padri della sua risma. Queste ragioni gli consigliarono di andare; e andò, per quanto poca voglia ne avesse.
Da quell'animo generoso ch'egli era, fece anzi di più del suo debito. Entrato nella camera del banchiere Vitali, andò difilato ad inginocchiarsi alla sponda del letto, e veduto quel viso scarno e quei capelli bianchi, si intenerì e ruppe in grido di ambascia:
—Mio buon nonno!
—Ah, finalmente, sei tu, Luigi?—disse il vecchio con quella dolce lentezza di parole che è una prerogativa degli infermi.—Lascia che ti contempli un poco.—
E così dicendo tentava di sollevarsi un tratto sui gomiti, ma senza venirne a capo.
—Aspettate, nonno; non vi affaticate senza pro'. Io stesso vi adagerò come volete.—
E postegli le braccia intorno al petto, lo sollevò dolcemente e gli ricompose per benino i guanciali sotto le spalle; dopo di che si fece a dimandargli:
—Vi sentite meglio così?
—Sì, adesso che ti vedo, mi pare di star meglio. Come somigli a tua madre!
—Mia madre! Ella vi ha sempre amato, buon nonno; credetelo pure. E se voi non avete potuto venire al suo letto di morte, ella non ve l'ha mica apposto a difetto di amorevolezza per lei. La vostra età avanzata, i vostri negozi, non vi consentivano certamente di venire fin lassù, alla Montalda.—
Così chiamavasi, per corruzione popolesca del nome della famiglia, il castello dei Montalto in Polcevera.
Il vecchio, che era rimasto sovra pensiero al ricordo della figlia, colse la scusa che gli aveva profferta nobilmente Aloise, e rispose:
—Sì, ero assai giù di salute, in quei giorni, e sono molto più gravemente infermo ora. Avevo bisogno di vederti, sai qui sono abbandonato, tradito da tutti; nessuno mi ama.
—Oh, buon nonno, perchè non mi avete fatto chiamar prima? Il vostro Luigi sarebbe corso al vostro capezzale e vi avrebbe consolato nella vostra malattia.—
La cortese arrendevolezza del giovine giungeva perfino a fargli mutare il proprio nome. Il vecchio banchiere non aveva mai voluto acconciarsi alla aristocratica forma del nome di Aloise, e soleva dire che era una caricatura come tante altre; che Sant'Aloise non si riscontrava nel calendario, sibbene San Luigi, e che questo doveva essere il vero nome di suo nipote, senz'altre storpiature nobilesche.
Qualcheduno s'era provato a fargli notare che il nome di Luigi aveva avuto più storpiature d'ogni altro, e tutte ugualmente ragionevoli secondo i paesi; che il Clovis, il Clodoveo, il Lodovico, il Luigi, l'Alvise, l'Aloise, e tanti altri, erano tutte varianti del vecchio __Luduig__ teutonico. Ma il vecchio Vitali proseguiva a chiamarla una caricatura, e ne toglieva argomento a celiare sul suo nobilissimo genero e sulla sua nobilissima figlia, i quali, con tutta la loro nobiltà, s'erano ridotti al verde.
Aloise sapeva ciò, e per contentarlo trasformava il proprio nome secondo il capriccio bisbetico del vecchio.
—Qui siete in mano di gente prezzolata,—disse egli, di gente che vi sta intorno per il vostro danaro.
—Sì, è vero,—esclamò con accento malinconico il banchiere,—e taluni non desiderano altro che la mia morte…. Oh, non ne far le maraviglie, io so quello che dico.
—È una brutta cosa, se ciò che dite è vero. Ma voi per buona ventura non morrete; siete vegeto ancora e potete giungere ad una età molto tarda.
—Dici da senno?—proruppe l'infermo, a cui scintillarono gli occhi nelle loro orbite incavate.—Credi davvero che io possa vivere molto?
—Ma certo! Voi stesso potete persuadervene di leggieri; la malattia non vi ha punto disfatto.
—Oh, se tu sapessi come mi hanno levate le forze! Mi hanno dissanguato; e adesso mi affievoliscono sempre più coi loro beveraggi. Io non ho più fede in nessuno…. ho bisogno di vivere.
—E vivrete. Ma il vostro medico che cosa ne pensa egli?
—Ah! il dottor Collini! Tu lo conoscerai….
—Sì, lo conosco come uomo anche troppo: ma come professore dell'arte salutare ognuno l'ha in concetto di un uomo di vaglia. È il medico delle più cospicue case di Genova! Io, nondimeno, senza voler qui metter fuori il mio giusto sdegno contro costui, penso che molte volte i più valenti professori prendono abbaglio sulle malattie, o le curano con un metodo particolare che non è fatto per tutti i temperamenti. Che cosa ha egli sentenziato che sia il vostro male? Con che rimedii lo cura?
—Che cosa ne so io?—disse il banchiere, crollando il capo mestamente.—Egli esce fuori con certi nomi!
—Orbene, mio buon nonno; volete che io conduca da voi un medico provato?
—Sì, appunto di ciò volevo pregarti, nipote mio. Ho bisogno di un medico, il quale mi tolga di dosso questa spossatezza che mi opprime, e che anzitutto non mi dia più a bere di quella pozione, che mi infiacchisce sempre di più. Io lo farò ricco, costui, se verrà a capo di rimettermi in gambe.
—Oh, a questi patti non c'intenderemo mai. Lo pagherete per le sue visite come un altro, e basterà. Egli poi ci verrà per amor mio, ed io spero mi vorrete lasciare la soddisfazione di aver fatto qualcosa. A domattina, dunque.
—No, non domattina!—gridò l'ammalato.—Egli potrebbe essere veduto da qualcheduno. Venite di notte, sarà meglio.
—E noi verremo di notte, non dubitate. Ma intanto seguite il mio consiglio, buon nonno; fino a tanto che il mio medico non vi abbia veduto, non prendete nessuna di queste medicine che vi si dànno.
—Sì, hai ragione; e con l'aiuto vostro risanerò presto. Mio ottimo Luigi! E dire che mi narravano tante brutte cose di te! che eri uno scapestrato, uno scialacquatore!… A proposito, come te la passi ora?
—Io! Studio e vivo modestamente di quel poco che ho.
—E non hai bisogno di nulla?—soggiunse il vecchio, misurando le parole.—Un giovine tuo pari, che ha da vivere con un certo sfarzo, ha sempre bisogno di denaro….
—Oh no, caro nonno. Vi ringrazio, ma non ho proprio bisogno di nulla. Non ho mai avuto l'uso di spendere più di quello che le mie entrate consentissero, e vi dirò anzi che in questo mese m'è ancora rimasto un po' di danaro dell'anno scorso.
—Bravo! così va bene; bisogna essere economi.—
Con queste parole, e senza pure addarsene, Aloise aveva soggiogato l'animo sospettoso del vecchio Vitali. L'uomo che ricusava le profferte del nonno, certo non s'era affrettato ad andarlo assistere per la bramosia de' milioni. E quel vecchio egoista, il quale in tutta la sua vita non aveva riverito, non aveva amato altro che l'oro, trovava al suo capezzale una di quelle consolazioni che Dio non dovrebbe mai concedere ad uomini siffatti, cioè quella di un angelo consolatore, di un animo profondamente pietoso, che opera il bene senza volerne mercede.
Però il Vitali si dimostrò più aperto, più confidente col nipote; gli promise che avrebbe seguiti i suoi consigli, e lo supplicò che non l'abbandonasse.
Lo sdegno di Aloise si era disciolto innanzi a quella sventura di un uomo ricco, il quale non aveva potuto farsi amare da alcuno e se ne moriva senza compianto, come senza difesa, in balìa di due tristi. Però egli giurò al nonno che sarebbe tornato, e lo lasciò alquanto più tranquillo, verso le due del mattino.
Il vecchio non istette molto a pigliar sonno, e dormì lungamente, per la prima volta, senza brutti sogni e senza paurose visioni.
Aloise non dimenticò la promessa fatta, e la notte appresso egli entrava col dottor Mattei nella camera dell'infermo.
Il vecchio Vitali era più spossato che mai, e solo a vederlo si argomentava che nella giornata egli non avesse ardito ricusare la consueta pozione, amministrata dal Collini. Però si sentiva fiacco, e le poche parole che a tratti tentava di profferire, gli erano interrotte da violenti assalti di tosse.
Il Mattei era un buon medico, lodatissimo per le sue cure e segnatamente per l'avvedutezza con cui giudicava a prima giunta delle malattie, per modo da non essere indotto quasi mai in errore. Aloise lo sapeva bene, epperò assisteva con grande ansietà a tutte le indagini ed esplorazioni che il suo amico andava facendo.
—Che cosa ve ne sembra?—chiese egli, poichè vide il Mattei stringere le labbra in segno di malumore.
—Eh,—rispose questi, facendosi un poco in disparte,—un catarro cronico polmonare, curato alla rovescia.
—Come sarebbe a dire?
—Non vedete? Questa boccia, che a voi stesso aveva destato qualche sospetto, parla chiaro con la scritta del farmacista. Per corroborare il vostro vecchio nonno e fargli vincere il male, gli dànno dell'estratto di acònito, sciolto nella innocentissima emulsione arabica del Franck.
—È un veleno?—chiese impallidendo il Montalto.
—No, ma è tutt'uno. L'infermo s'ha da rinvigorire, non già da levargli le forze. Questo si può fare in certi casi con un uomo giovine e robusto, quando si tratti di combattere il male nelle sue radici; ma qui c'è un vecchio, con una vecchia malattia che lo ha concio, sto per dire, fino al midollo, e ve lo curano coi deprimenti. Io temo una cosa…. che non si siano fermati soltanto all'acònito….
—Che cosa vorreste dire, Mattei?
—È un mio sospetto, e fo conto di chiarirlo subito. Signor Vitali!—
Il vecchio, a cui il medico s'era appressato, aperse gli occhi che teneva chiusi per la stanchezza.
—Voglia scusare la mia curiosità;—gli disse il Mattei,—le hanno applicate mignatte?
—Oh, molte, molte!—rispose sospirando l'ammalato.
—Vedete?—soggiunse il medico, volgendosi ad Aloise;—io non m'ero ingannato. Questi polsi frequenti, depressi e quasi filiformi, questa prostrazione generale di forze, mi avevano aria di derivare da qualche cagione più forte che non fosse il solo estratto di acònito. E probabilmente lo avranno tenuto a dieta rigorosa….
—Molto, molto rigorosa!—soggiunse il Vitali, ch'era tutt'orecchi ad ascoltarlo.
—Di bene in meglio!—ripigliò il Mattei.—Estratto di acònito, mignatte e dieta! Ma che cosa vogliono, questi signori?
—Che cosa vogliono?—rispose Aloise.—Ve lo dirò io. Vogliono che mio nonno faccia testamento.
—Ah! ah! testamento? Ed io vi prometto, Aloise, che se il signor
Vitali vuol fare a modo mio, li corbellerà tutti ben bene.—
A quelle parole il volto dell'infermo si colorò leggermente, e gli balenarono gli occhi. Il Mattei, che le aveva pronunziate voltandosi a lui, si fece al capezzale e gli strinse affettuosamente la mano.
—Anzitutto,—diss'egli,—qui bisogna mutar registro addirittura.
—Che debbo fare?—chiese il Vitali.
—Ha Ella qui in sua casa una persona fidata?
—Sì, il mio maggiordomo.
—Bisognerà ch'io gli parli.—
Il vecchio volse gli occhi al tavolino da notte, ed Aloise fu sollecito a intendere il suo desiderio, poichè diede di piglio al campanello per chiamare Battista, il quale accorse subito alla prima scampanellata.
—State bene attento alle mie parole;—disse il Mattei a
Battista.—Amate il vostro padrone?
—Che cosa mi domanda Ella? Non v'è cosa al mondo che io non fossi pronto a fare per lui.
—Sta bene; e il vostro ottimo padrone darà una giusta ricompensa ai vostri servigi. Non mi fate le boccacce! È naturale che se voi fate il vostro debito, il padrone si disponga a testimoniarvi la sua gratitudine. Qui appunto non si tratta soltanto di servirlo con fedeltà, ma ancora con amore ed avvedutezza. Nè debbo tacervi che, caso mai non vi andasse a' versi, ci sarebbe il marchese di Montalto, qui presente, per aggiustare i conti.
—In fine, che cosa mi comanda di fare?
—Io non comando; raccomando. Il signor Vitali ha fede in noi, e vuol risanare. Io dunque ho pensato che per farlo risanare ci siano parecchie cose da fare. Anzitutto buttar via quella pozione, ogni qual volta ve la facciano comperare, e sostituirvi, nella medesima boccia, sotto la medesima scritta, una semplice emulsione del Franck, senz'altri ingredienti, della quale io vi scriverò qui la ricetta.
—Sarà fatto!—disse Battista.
—Benissimo! Il vostro padrone poi non deve stare alla dieta. Così, senza aver bisogno di consigliarvi con alcuno, voi baderete a nutrirlo, con cibi di agevole digestione, ma sugosi come sarebbero i buoni brodi e qualche pezzo di carne arrostita. Gli darete inoltre a bere del vino, con infusione di china; da principio un cucchiaio ogni volta che mangerà, e poi anche due. Ma per ordinarvi questo, ci sarò io. Quando poi, fuori d'ora, il signor Vitali chiedesse da bere, gli darete del decotto di china, del quale vi lascerò la ricetta.
—Sarà fatto!—ripetè il maggiordomo, chinando il capo.
—Badate dunque; e che nessuno abbia a risaperlo. È l'unico modo di restituire la sanità al vostro padrone.
—Oh! che dice Ella? Ci sarebbe forse pericolo?
—No, ma potrebbe sopraggiungere, se con quelle vostre bevande consuete e col tenerlo a dieta, proseguiste a levargli le forze, mentre, a voler vincere il male, ha bisogno piuttosto di raddoppiarle.
—Ah sì!—disse Battista,—ora capisco quello che vuol dire Vossignoria. Bisogna che il padrone si faccia forte contro il male. È quello che ho sempre detto io.
—Vedete dunque che non c'è bisogno di molto studio,—soggiunse ridendo il Mattei,—e quasi si può far senza dei cinque anni d'Università. Voi siete dunque avvisato; avete in mano la vostra fortuna, o la vostra disgrazia.
Ciò detto, il Mattei si accostò ad un tavolino per iscrivere le sue ricette, che consegnò al maggiordomo, ripetendogli per filo e per segno tutte le sue raccomandazioni; dopo di che tolse commiato dal vecchio Vitali con queste parole, che gli fecero balzare il cuore per la contentezza:
—In quanto a Lei, signor Vitali riveritissimo, stia di buon animo e segua i miei consigli. Io le prometto che con un mese di questa cura ella potrà alzarsi e mandare i medici a quel paese, incominciando da me.—
XIII.
Di una gita che fece il dottor Collini nel vicolo di Mezza Galera.
Conoscono i lettori il vicolo di Mezza Galera? È uno di due, che salgono da piazza delle Erbe (detta dal popolino __Piazza Nuova da basso__) fino al celeberrimo vicolo del Fico. Quei luoghi, tra Sant'Andrea, Sarzano e San Donato sono ancora, insieme coll'altra regione da Scurreria fino a Banchi, tra i più sudici e tetri della vecchia Genova; e il vicolo di Mezza Galera, ai tempi del nostro racconto, era degno più che mai del suo nome, poichè raccoglieva nel bel numero de' suoi abitanti la famiglia Garasso, nella cui casa dobbiamo oggi recarci.
Non ci sarà da turarci il naso, badate. Entreremo in una scala abbastanza pulita, col vestibolo imbiancato di fresco, e certi scalini di lavagna sui quali si sono già commessi piedini più riguardosi dei nostri; i quali piedini salivano, al pari di noi, fino al secondo piano, dov'era un uscio dipinto a nuovo tutti gli anni, con un picchiotto di ferro, per farsi udire dalla gente di casa. Il campanello sarebbe stato arnese di troppo sfoggio colà, e i monelli del vicinato non avrebbero posto gran tempo a strapparne la corda, o a tagliare la nappa.
L'appartamento di quel secondo piano è piccolo; ha tre camere, la cucina e qualche bugigattolo dei soliti. Le masserizie sono vecchie e malinconiche, segnatamente in una sala più grande, che ha l'aria d'essere il salotto della casa, se si badi ad una tavola quadrata posta nel mezzo e coperta di un grosso tappeto di lana rossa, con due stoini da' piedi; ad un vecchio stipo intagliato, con suvvi una scarabattola di cristallo, nella quale si vede un Gesù bambino vestito di raso bianco, che tiene il mondo in mano; ad un sofà, con due cuscini ritti a mo' di spalliera; finalmente ad un grosso armadio di noce, a sportelli, sull'alto del quale fa bella mostra di sè una civetta impagliata.
Un'altra civetta, ma non impagliata, è seduta presso la finestra, su d'una larga sedia a bracciuoli. È la padrona di casa, a cui diamo quel nome per una certa aria di parentela che il suo volto ci aveva con quell'uccello di rapina, quantunque ella, a' suoi tempi, fosse stata in voce di donna belloccia anzi che no, e coi suoi quarantacinque suonati, con la esorbitanza adiposa delle forme, potesse ancora, presso taluni di più facile contentatura, passare per un bel pezzo di femmina. Era una femmina alta e di grosso calibro, come le vecchie colubrine dei nostri antenati, e chiudeva la prepotenza smisurata delle forme in una casacca di velluto nero, orlato di fettucce di seta marezzata, e in un gonnellone di lana verde, partito a larghi quadri, molto appariscente, sebbene un po' stazzonato dall'uso.
Quella donna aveva fatto di molte cose, nella sua gioventù; ma nel tempo di cui si narra, aveva anche messo di costa qualche migliaio di scudi, e da quattro anni si centellava le purissime gioie di un matrimonio d'inclinazione.
In quel cuore, coperto a sette doppi come lo scudo di Aiace, era dunque penetrato il dardo d'amore? Sissignori; la nostra signora Momina (a chi nol sapesse diremo che Momina era un vezzeggiativo di Geronima) aveva un cuore fatto a bella posta per amare, a malgrado di tutte quelle cortine, rivellini e bastioni di carne, che vietavano gli approcci della fortezza.
Fin da quando ella era a' servigi del signor Omobono, vecchio calzettaio, il quale appunto da quattro anni aveva tirate le calze, la signora Momina, che allora aveva titolo di donna di casa, ed ufficio di serva padrona, aveva adocchiato un giovanotto dalla zazzera bionda e dalla faccia rosea come le mele carle, il quale passava tutti i giorni sotto le sue finestre.
Costui era stato garzone di bottega presso uno stipettaio; poi si era accomodato da un fabbro; più tardi aveva mutato d'arte e di principale, ma non imparando altro che a darsi bel tempo e suonare la fisarmonica. Gli amici lo chiamavano il __Bello__, e tale pareva alla signora Momina; la quale si reputò la più avventurata femmina del quartiere, quando si fu avveduta che quel giovinotto era tutt'occhi per lei, e che alla notte andava a farle la serenata col suo malinconico strumento a manticino.
Tutte quelle cose le andarono cosiffattamente al cuore, che non istette lunga pezza a farsi trovare sull'uscio di strada; e colà, poichè la signora Momina non era donna da volerlo far sospirare e struggersi, con troppo danno di quelle guance rosee, furono fermati i primi patti della resa. D'allora in poi il Bello salì fino in casa; dapprima raramente e con molti riguardi, poi tutti i giorni alla libera. Il vecchio calzettaio era a letto e non aveva nulla a vedere di quell'intruglio; di guisa che il Bello non ebbe più mai a piatire in casa propria per desinare e cenare, come faceva senza portarci quattrini.
Là, in casa del vecchio bietolone, egli ci aveva ogni cosa; i bocconi prelibati, le vestimenta e i denari per le male spese. La provvidenza gli s'era fatta incontro, sotto le spoglie della signora Momina, e figuratevi che gran provvidenza l'avesse ad essere, una provvidenza innamorata.
Il vecchio padrone morì, e quella sera se ne bevve un bicchiere di più, per dargli l'estremo vale all'uso degli antichi. Gli eredi non avevano potuto ritogliere alla signora Momina quel tanto che il vecchio le aveva lasciato, in ricompensa delle sue cure assidue, nè quel tanto che ella aveva saputo metter da parte, di roba e denaro. Però, quando ella profferse la sua candida mano al biondino, egli non se lo fece dire due volte; e due mesi dopo, il parroco delle Vigne celebrava le nozze.
Il Bello la faceva contenta fra tutte le mogli. Di tanto in tanto correva qualche manrovescio, ma le lividure erano sempre colorite d'un tal poco di gelosia: onde la signora Momina, se per avventura le dolevano le carni, aveva a ricattarsene largamente nella soddisfazione della sua vanità femminile. E poi, era un così leggiadro garzone, e sapeva chiedere così bene la pace, quando aveva bisogno di denaro! Chi bene ama, soleva dire la signora Momina, chi bene ama, bene bastona.
Costei, come si è detto, ci aveva in serbo un bel gruzzolo di scudi; ma guadagnava anche piuttosto largamente, facendo l'indovina coi mazzi di carte, e in casa sua ci bazzicavano molte signore, senza contare le gran dame che la mandavano spesso a chiamare. Questa di sapere il futuro è sempre stata una manìa delle donne, e talvolta anche degli uomini; laonde la nostra indovina del vico di Mezza Galera faceva quattrini a bizzeffe ed aveva modo di mettere il naso in un visibilio di pettegolezzi, i quali è fama andasse poi a rifischiare ad un certo valentuomo che li pagava ad oro sonante.
Che cosa faceva intanto il Bello? Si occupava di cose politiche; era un Verrina in sessantaquattresimo, un Bruto che avrebbe ucciso non uno ma dieci tiranni, e che, mancandogli la buona occasione di trovarseli sotto le mani, passava il tempo nelle ultime sale della bottega da caffè del Gran Corso, giuocando grosse poste a biliardo e a picchetto. Leggeva __l'Italia e Popolo__ e si vantava anzi di aver contribuito coi suoi denari al sostentamento di quel democratico giornale, nè si riteneva dal dire qualche volta (in un crocchio di amici profani alla politica) come egli avesse stretto la mano a Giuseppe Mazzini.
Queste cose, già s'intende, non si arrisicava a dirle al cospetto di Francesco Bartolomeo Savi, direttore di quel giornale, ed ottimo cittadino di cui Genova rimpianse nel '64 la morte luttuosa, nè d'altro dei capi del partito, ed amici del Mazzini; i quali, parte non lo conoscevano neppure, parte lo avevano in conto di un semplice gregario, e gli perdonavano l'ozioso vivere e la mania del giuoco, in grazia del fervore che egli mostrava per la causa comune.
Parecchi di questi ottimi popolani sapevano bensì della vita oziosa del Bello, e del bazzicar che faceva in certi luoghi; ma, buona gente ed aliena dai cattivi giudizi, non ci guardavano tanto nel sottile. Alla fin fine, spendeva del suo, e nessuno andava a grattare quella superficie per vedere sotto l'intonaco. D'altra parte, egli era così ardito nella affermazione de' suoi propositi, si mostrava così bollente ne' suoi entusiasmi, che sarebbe stato proprio un fargli villania, il non aggiustar fede alla saldezza ed alla onestà de' suoi intendimenti.
Questo bel mobile era il marito della signora Momina, dottoressa in cartomanzia. Adesso vedremo che cosa andasse a fare in casa loro quel signore dai capelli rossigni, il quale, mentre noi eravamo intenti a dipingervi quella coppia felice, saliva le scale e bussava all'uscio del secondo piano.
—Serva umilissima, signor Magnifico!—esclamò la signora Momina, aprendo l'uscio al dottor Collini; che era appunto egli il visitatore della famiglia Garasso.
—Buon giorno, signora Momina; è in casa suo marito?
—Sissignore, è in casa; ma il poverino è ancora nel primo sonno. Questa notte, per far servizio a Vossignoria, come mi ha detto, è venuto a casa molto tardi. Ma non dubiti, corro a svegliarlo.
—Brava! gli dica che si spicci, perchè ho fretta.—
La signora Momina andò nella camera da letto a scuotere il marito, che borbottò un poco e bestemmiò per giunta; ma quando ebbe udito che c'era il magnifico dottor Collini ad aspettarlo, fu pronto a sedersi sul letto e a stropicciarsi gli occhi.
—E così, signora Momina, come vanno le faccende?—chiese il Collini alla femmina, quando ella tornò in sala a fargli compagnia.
—Oh, non c'è male; io non posso lagnarmi della fortuna. A proposito, sono già stata questa mattina dal signor Bonaventura. Quello è un uomo che si alza per tempo! Tra l'altre cose che ho potuto raccontargli ce n'è una, la quale egli mi ha detto di riferirla a Vossignoria; e sebbene io non sappia quanto le possa premere….
—Dite, dite! Di che si tratta?…
—Si tratta di una cameriera alla quale sono andata a far le carte ieri mattina, di là dall'Acquasola. Costei ci ha un suo innamorato, del quale voleva conoscere la fedeltà, e mentre stavamo nella sua camera a fare il giuoco, è sopraggiunta la padrona, una gran dama, che ha voluto fermarsi a vedere, e poi le è frullato in capo che indovinassi qualcosa anche a lei.
—E come si chiama questa signora?—chiese il Collini.—Se il signor Bonaventura vi ha detto di raccontarmi questa, gli è segno che mi sarà necessario di conoscere i personaggi.
—È la contessa Cisneri;—disse la signora Momina,—una bionda….
—Ah, sì, la conosco, proseguite.
—Orbene, ho fatto il giuoco anche alla signora contessa, ed ho scoperto un fante di fiori, il quale era cotto straccotto per la regina di quadri: che essa non lo vedeva di mal occhio; che lo aspettava e che egli era appunto per via.
—Benissimo, e poi?
—La signora contessa ha riso molto, ed ha voluto che continuassi il giuoco, stando molto attenta a tutte le cose che io le narravo, segno che le carte dicevano la verità. Poi mi ha congedato, dandomi due scudi.
—È qui tutto?
—No. Quando la signora contessa se ne andò, la cameriera mi disse che avevo indovinato tutto per bene; che il fante di fiori c'era da parecchi giorni; un certo signor Sovani…. Silvani….
—Forse Salvani?—interruppe il Collini, a cui quelle storpiature della signora Momina avevano fatto aguzzare gli orecchi.
—Sì, per l'appunto, Salvani; un signore bruno, che si è battuto in duello. Così mi disse la cameriera, e infatti nelle carte, il duello c'era sempre alle spalle del fante di fiori.
—Ah!—disse il Collini tra sè.—E come diamine lo ha conosciuto, la Cisneri? Sta bene che per ora io non posso andare in sua casa, dopo quel maledetto negozio…. Ma esserci andato subito egli…. Oh, adesso più che mai è necessario che io mi vendichi di tutti costoro.—
Poi, volgendosi alla signora Momina, e simulando un'aria contenta, il
Collini le disse:
—Vi ringrazio della storia; ma in fede mia non capisco perchè il signor Bonaventura vi abbia detto di raccontarmela. Conosco la Cisneri; ma che abbia un fante di fiori o non l'abbia, non è cosa che possa premere a me. Vedremo poi, se ci sarà una continuazione; e chi sa che non n'abbia a nascere cosa che torni utile di sapere.
—Certo, signor Magnifico, ed io sarò sempre disposta a dirle ogni cosa. Ma ecco mio marito.—
«Mio marito!» Per dire queste due parole, la signora Momina compose le labbra ad un sorrisetto vanitoso che pareva dicesse: guardate che bell'omino gli è mai!
Ma il Collini non ci badò più che tanto; e dopo aver, risposto ai saluti del Bello, entrò con lui nella camera da letto, dove si sedette e cominciò subito a parlare di cose importanti.
—Orbene?
—Ci siamo;—disse il Bello,—vogliono fare da senno.
—Ma egli, come c'entra?
—A capo fitto; è dei più caldi.
—Ma via, raccontatemi tutto. Dove si radunano? Quali sono i loro mezzi? Che cosa intendono fare?—
Il Bello non rispose a questa furia di domande se non stringendo le labbra più volte, abbassando gli occhi, e simulando l'esitanza di un uomo che sente un po' di rimorso.
—Suvvia!—disse il Collini.—Che cosa vi ho mai rifiutato, io? Non sono ricco, e mi levo, sto per dire, il pan di bocca per voi. Volete di più? Fin dove la mia borsa consentirà che io giunga nello spendere, giungerò. Eccovi intanto questi altri sul conto.—
E così dicendo, il Collini, posto mano al portamonete, ne cavò fuori un biglietto rosso che diede al Bello, e che questi, non che ricusarlo, si affrettò a mettere in tasca, accennando al Collini che parlasse più sommesso, per non essere uditi da quella colomba di sua moglie.
—Che cosa?—disse il Collini.—Vostra moglie non sa nulla….
—Nulla, signor dottore. Le ho detto che dovevo farle servizio in una certa faccenda; ma ella non s'immagina che Vossignoria mi abbia a dare la croce di un quattrino. Per dinci, se lo sapesse, sarebbe donna da voler la sua parte.
—Mentre in cambio voi volete la vostra di quelli che essa guadagna.