XVI.
Dove si chiariscono gli effetti della contromina.
—Padre, mi sento assai male.
—Eh, lo vedo, lo vedo pur troppo dagli effetti. Ma che cosa si sente?
—Un grave ingombro allo stomaco; non posso più digerire. La tosse mi molesta da capo….
—E che cosa ne dice il suo medico? Egli sarà certamente uomo di sua confidenza.—
Il vecchio Vitali a queste parole mandò un lungo sospiro, che gli fu interrotto da un assalto violento di tosse; laonde il padre Bonaventura si alzò per andargli a mettere con piglio affettuoso una mano sulla fronte.
Dodici giorni erano passati dal dialogo avvenuto tra il gesuita e il maggiordomo del Vitali; dodici giorni assai bene spesi, poichè, mentre il padre Bonaventura e il Collini, simulando lo sdegno, non s'erano più lasciati vedere in casa del vecchio banchiere, la sua salute, in cambio di seguire quel miglioramento che s'era avverato da principio, andava peggiorando rapidamente.
Il Mattei ed Aloise di Montalto non sapevano indovinare le cagioni di quel mutamento. Pensarono un tratto che il diavolo, per opera de' suoi bravi sergenti, il padre Bonaventura e il Collini, ci avesse messo la coda; ma in che modo? Questo era il difficile. Ambedue s'erano licenziati dalla casa del Vitali, facendo dire al vecchio che gli aveva offesi, col mostrare di non aver più fede in essi, e il maggiordomo Battista si lagnava forte di essere stato maltrattato da ambedue, come la prima cagione di tutto quel guaio. Ora, come poteva il Mattei, come poteva Aloise indovinare che il Battista fosse di balla con quei due, egli che appunto aveva largamente aiutato i nostri giovani nella loro opera di misericordia?
Però il Mattei andava da parecchi giorni almanaccando di guasti organici e d'altri malanni inerenti alla natura del vecchio banchiere; vigilava egli stesso i rimedii, e raccomandava al Battista di attenersi fedelmente a' suoi comandi, così nel ministrar le pozioni, come nella misura del cibo; e aspettava intanto che tutti quei nuovi sintomi gli dessero il bandolo della matassa.
L'infermo frattanto, condotto alla peggio dai celati maneggi del Collini, ai quali aiutava il maggiordomo, fedele esecutore di tutti i suoi iniqui comandi, inasprito contro il suo nuovo medico dalla ostinatezza e dall'accrescimento del male, insospettito per giunta di certe smorfie di malaugurio che Battista faceva, ogniqualvolta era solo con lui e gli occorreva di nominare il Mattei, cominciava a pentirsi d'aver sospettato del suo primo medico, e si lagnava di tutti.
Il momento era buono, e il padre Bonaventura ne approfittò, incalzando cosiffattamente per opera del suo fidato, che l'infermo mandasse a chiamar lui e il Collini, per iscusarsi con loro e scongiurarli della loro assistenza.
I lettori sanno già le prime parole scambiate tra il vecchio banchiere e il padre Bonaventura, in quella medesima camera dove li abbiamo un'altra volta introdotti.
—Signor Giovanni,—proseguì il gesuita, poichè fu cessato quell'assalto di tosse,—io non so proprio che dirle. Ella mi ha mandato a chiamare. Son qua. Che cosa dimanda Ella dai suoi nemici?
—Miei nemici?—chiese l'infermo con un gesto di meraviglia.—E può credere che io….
—Sì, credo che qualcheduno l'abbia data ad intendere a Lei. Ma io non me ne offendo, qualunque cosa Ella abbia potuto pensare di me. La religione m'insegna a perdonare le ingiurie, e come Ella vede, signor Giovanni, eccomi al suo capezzale quell'istesso di prima.
—Grazie!—mormorò tutto confuso il vecchio.—E il medico Collini?
—Il signor Collini non metterà molto a giungere; egli mi ha promesso di correr qua appena si sarà sbrigato di alcune faccende della sua professione. Ma, intendiamoci bene, egli verrà a vederla come amico, non già come medico.
—Perchè?
—Perchè? E me lo dimanda, signor Giovanni? Ella sa benissimo che il nostro ottimo amico, allorquando si fu avveduto che il signor Vitali non aveva più fede nel suo ingegno, nella sua perizia, e, diciamolo pure, nel suo cuore, che il signor Vitali aveva mandato a cercare un altro medico, dal quale si faceva visitar di soppiatto, ne fu molto addolorato e giustamente offeso.—
Il padre Bonaventura lasciava cadere queste parole con quella dolce lentezza che ognuno sa quanta forza accresca ai rimproveri; e il Vitali, così nominato ironicamente in terza persona, gli dava certe occhiate supplichevoli, con le quali aveva aria di confessare tutte le sue colpe.
—Mi perdonino!—esclamò egli finalmente.—Ero così fiacco! Non sapevo proprio che cosa facessi.
—E ora, di grazia,—proseguì il padre Bonaventura,—come si sente?
—Oh, peggio che mai! Dio mio, chi mi risanerà? Sono abbandonato da tutti!
—Tutti! Per carità, signor Giovanni, non sia così ingiusto verso gli uomini. E lo abbandonassero pure tutti quanti, forse che Dio non rimane? Dio non abbandona nessuno di coloro i quali si volgono a lui con purità d'intendimenti e intensità di desiderio. Provveda a' casi suoi, mio buon amico. È Dio, lo riconosca ora, è Dio, il quale si giova delle male arti dei tristi per darle un insegnamento efficace.
—Ah, padre! Ella dice benissimo. Ma come potrò risanare, se il signor
Collini non mi perdona?
—Intendiamoci!—rispose il padre Bonaventura;—il signor Collini le ha già perdonato. Egli sulle prime aveva giurato di non metter più piede in sua casa; ma io l'ho tanto pregato, segnatamente oggi, dopo che Ella ha mandato a chieder di noi, che egli si è finalmente piegato; e verrà appunto per salutarla, affinchè Ella non lo reputi uomo da tener astio nel cuore. Ora non crede Ella giusto che il signor Collini ricusi di occuparsi più oltre della cura? Vi sono consuetudini nell'arte medica, alle quali non si può contraffare, senza meritarsi il biasimo universale de' colleghi. Però, quantunque il dottor Mattei non si sia diportato molto cortesemente con lui, il nostro amico non vuole guastargli le sue faccende e lo lascia solo a curarla. Il dottor Mattei è un gran medico, a quanto dicono, e speriamo che la guarisca.—
Qui il solito piglio sarcastico mutava il senso delle parole; e l'infermo che si sentiva così giù dell'animo e del corpo, poteva intendere tutta la forza dell'ironia.
—Oh, non mi abbandonate!—diss'egli.—Io voglio, io desidero essere curato dal signor Collini.
—E allora non ha che una cosa a fare; liberarsi anzitutto dal medico
Mattei.
—È vero; ma come fare?—rispose il vecchio, alzando gli occhi angosciosamente verso il cielo.—Mio nipote….
—Suo nipote! E che ha Ella a temere di suo nipote?—gridò il padre Bonaventura.—Signor Giovanni, quando vorrà Ella intendere che i nostri parenti sono i nostri peggiori nemici? È una trista verità, dolorosissima a dirsi, e il nostro cuore d'uomini e di cristiani ricusa di acconciarvisi; lo so. Pure, è così. Costoro si accostano al nostro letto, non come amici, ma come eredi: sono iene che odorano il cadavere.
—Mio nipote,—rispose l'infermo,—non ha mai voluto un soldo da me.
—Artifizi, signor Giovanni. E che altro avrebbe ad essere? Egli alla perfine sa di essere suo nipote e di aver diritto alla sua eredità. Oh uomini, uomini! Ma noi, per quale tornaconto nostro ci siamo fatti ad assisterla? Le nostre ragioni sono note: di personali non ce n'è punto; si fa tutto per il trionfo della religione, e a questo sacrificheremmo ogni cosa, anche la nostra amicizia per Lei. Ella è convenientemente ricco, signor Giovanni, ed è pure delle sue ricchezze che io mi occupo, come di ogni altra cosa sua. Dio non le ha dato di ammassarle perchè vadano poi in mano di scostumati libertini. Ecco perchè Le raccomandavo di fare il suo testamento, quando Ella non era in pericolo di vita; ed ecco perchè la consiglierei ancora adesso a far ciò, se non reputassi debito mio operare diverso….—
A queste parole il vecchio banchiere aguzzò gli orecchi, e fece tanto d'occhi per guardare il suo interlocutore. Questi proseguì sulla medesima solfa, tra il dolce e l'amaro:
—Debito mio! Non lo so. Fors'anche m'inganno, e fo peggio. Ma Iddio mi è testimone della onestà dei propositi, e mi perdonerà se io commetto errore, non insistendo più oltre presso di Lei. Sì, signor Giovanni, ho pensato di non chiederle più nulla. Speravo che Iddio le avrebbe restituita la sanità in ricompensa delle sue buone opere; oggi in cambio lo supplico di concederle la grazia, senza che queste opere siano venute a far fede della sua pietà cristiana. Egli è grande e misericordioso, e la sua infinita bontà di sovente si compiace nello spargersi sui più ostinati peccatori.—
Il Vitali non rispose nulla a quella intemerata. Le parole erano amare, ma la sostanza era dolce. Il padre Bonaventura non gli chiedeva più che facesse testamento, e questo era il busilli.
Tuttavia, se non rispose al discorso di lui, fu sollecito a ricondurre la conversazione su ciò che più gli premeva.
—Padre,—disse egli,—mi consigli Lei. Come posso fare a mandar via quell'altro?
—Eh, se non vuol altro, la servo subito. Battista.—
E così dicendo il padre Bonaventura andò fino all'uscio della camera, per chiamare il maggiordomo. Battista fu pronto a rispondere, e come fu presso il letto del padrone, gli chiese che cosa volesse da lui.
—Quando verranno quei signori,—ammonì il padre Bonaventura,—direte loro che il signor Vitali non li può ricevere. Se vi chiederanno il perchè, risponderete essere desiderio del vostro padrone, avendolo espressamente raccomandato il dottor Collini, nel quale egli ha la massima fiducia.
—Sì, va benissimo;—soggiunse l'infermo, suggellando in tal modo la pensata del padre Bonaventura.—
In questo modo veniva fatto al gesuita di sgominare i disegni di Aloise e del suo amico Mattei. Costoro, entrati nella rocca minacciata del vecchio banchiere, avevano scavata con finissimo accorgimento la mina che doveva guastare il negozio agli assedianti. Senonchè il padre Bonaventura se n'era accorto in tempo, e aveva risposto con una contromina, tanto più efficace in quanto che era scavata all'ombra del maggiordomo confidente dei due amici, e loro unico aiuto in quella guerra di astuzie.
Poco dopo i comandi dati al Battista, giunse il medico Collini, e fu un ricambio di tenerezze tra lui e l'infermo. Nè mancarono le lagrime, sebbene il Vitali, giusta la natura dei vecchi, non ci avesse molta virtù nelle glandole lagrimatorie, e il Collini per contro avesse da lunga pezza inaridita la fonte degli affetti. Ma che volete? a pianger lagrime vere si suda; laddove ad infingerle, basta far greppo alla guisa dei bambini stizzosi, e spuntano tosto che la è una meraviglia.
Dopo le tenerezze dell'amico, vennero le dimande del medico. Il Collini, simulando di non saper nulla, chiese minutamente quali fossero e in che modo amministrati i rimedi del Mattei, e dopo aver dimenate a dritta ed a manca le labbra ad ogni risposta dell'infermo, aggiunse a mo' di conclusione:
—Sarà una buona scuola, non lo nego. Ci sono parecchi medici odierni, i quali stanno per la teorica del rinvigorire l'infermo. Ma, anche ammettendola, bisogna guardare se l'infermo può essere curato con quel metodo energico. Vedete, padre Bonaventura; qui, con tutte le loro novità, hanno complicato la malattia con un principio di gastrite.—
Era agevole al Collini lo inventare a sua posta, poichè i rimedi del Mattei erano stati da lui, complice il Battista, raddoppiati o guasti con nuovi ingredienti.
Il Vitali non perdeva una sillaba di quel dotto discorso, ed aspettava che, finita la diagnosi, il medico pronunciasse la sentenza. Nè il Collini la fece aspettar molto, e un raggio di contentezza rasserenò la faccia dell'infermo, quando udì che i mali effetti della cura sarebbero stati combattuti e che il Collini stava mallevadore del suo risanamento.
Erano tutti e tre in quei ragionari, allorquando entrò nella camera il maggiordomo con aria turbata.
—Che c'è di nuovo?—chiese sollecito il padre Bonaventura.
—Il dottor Mattei, che domanda di entrare,—rispose Battista.
—E non gli avete detto che il signor Giovanni non può riceverlo?
—Sì certo gliel ho detto. Egli è venuto in compagnia del marchese di Montalto, il quale, appena io gli ebbi risposto, si fece pallido in viso e volle andarsene. Ma il signor Mattei gli ha detto andasse pure, che in quanto a sè non voleva uscire senza prima parlare col padrone.
—E che cosa vuole?—ripigliò il padre Bonaventura, voltando in parola il gesto di meraviglia e di malcontento del vecchio Vitali.
—Non lo so;—rispose Battista.—Egli è qui in anticamera che aspetta.—
Il padre Bonaventura e il Collini si guardarono in volto, come per chiedersi a vicenda consiglio. Ma l'incertezza fu breve; imperocchè il gesuita, avvezzo a simiglianti battaglie, aveva già meditate tutte le conseguenze del fatto.
—Ditegli che entri;—soggiunse egli.
Poscia, voltandosi all'infermo, e presagli la mano, gli disse:
—Signor Giovanni, non abbia timore. Siamo qui noi ad assisterla. Se il medico Mattei s'argomenta di venir qui a farle rammarico, la sbaglia di grosso.—
Il medico Mattei entrò nella camera. Egli era pallido, ma composto nei modi e in apparenza tranquillo, sebbene i suoi occhi mandassero lampi di malaugurio per i due signori che stavano presso il Vitali.
Entrò con la fronte alta e con passo sicuro; girò gli occhi intorno, con piglio di alterezza, e accostatosi a' piedi del letto, col suo cappello in mano, incominciò a parlare in questa guisa:
—Signor Vitali, non si disturbi per questa visita che io le faccio contro il suo espresso divieto. Ho poche parole a dirle, e so molto bene come si debba parlare a persone rispettabili per la loro età e pel loro stato di salute. Nella accoglienza che mi è stata fatta testè sul suo uscio di casa, ho notato un tal po' di mistero, e nimico giurato qual sono del segretume, ho voluto chiarirlo, perchè non s'abbia a dire che sono stato discacciato da casa sua.
—Oh, non è stata questa la mia intenzione!—borbottò il Vitali.—La creda….
—Sta bene, sta bene!—interruppe il Mattei.—Ella sa che se io ho consentito a venir qui, fu perchè Ella stessa mandò a chieder di me, e mi supplicò di tornare ogni giorno, poichè le pareva di ritrar giovamento dalle mie cure. Forse lo aver accettato, mentre mi era noto che Ella era in mano di un altro medico, potrà dare appiglio a sospetti: ma di ciò non m'importa, ed io sarei lieto di renderne conto al signor Collini, se pure gli desse l'animo di domandarmelo. A quest'uopo saprei invocare il giudizio di onesti colleghi (che, la Dio mercè, abbondano nell'arte nostra), e non sarei io certamente colui che dovesse arrossire. Ora, ripeto, la mia cura avea fatto buona prova, ed Ella, signor Vitali, ebbe a ringraziarmene più volte. Tutto ad un tratto si mutano le cose; il signor Vitali, che andava risanando ad occhi veggenti, peggiora…. Che vuol dir ciò? Non mi curo di saperlo. Vedo questi due signori tornati in sua casa, e non mette conto che io cerchi altro. A Lei in cambio, signor Vitali, io debbo chiedere una schietta dichiarazione….
—Che cosa vorrebbe?—gridò il Collini, che si struggeva dalla rabbia.
—Non parlo con Lei, signore!—rispose Mattei con un'aria di spregio che fece chinar gli occhi a quell'altro.—Parlo col signor Vitali.
—Il signor Giovanni è molto fiacco,—soggiunse il padre
Bonaventura,—e non mi sembra opportuno che Ella venga ora a turbarlo.
—È tuttavia opportuno,—disse di rimando il Mattei,—che le loro Signorie si trovino qui a conciliabolo. Ora io ho soltanto poche parole da chiedere al signor Vitali, e faccio assegnamento sulla sua onestà perchè egli dica alle Signorie loro quanto mi abbia pagate le visite.
—Oh, nulla! nulla!—si affrettò a dire l'infermo, che era sulle spine.
—Orbene,—aggiunse con pari fretta il Collini,—il signor Giovanni sa il debito suo e sarà pronto a soddisfarla.—
Il Mattei fu ad un pelo di avventarsi al Collini e stampargli le cinque dita sul viso. Ma lui soccorse la prudenza, come Achille la dea Minerva, nel primo canto dell'Iliade. Tuttavia se egli, pensando al luogo dov'era, contenne la mano, non volle per fermo tacersi.
—Signor Collini,—diss'egli,—non mi pigliate per a pari vostro, vi prego; o ch'io sarò costretto a mostrarvi che non tratto soltanto la lancetta.—
Poi, volgendosi da capo al letto dell'infermo, proseguì:
—Non chiedo certamente di essere pagato per l'opera mia. Poichè, come ho già avuto l'onore di dirle, si ha l'aria di scacciarmi da questa casa, desidero si ponga in chiaro che io non ci venni per alcun pensiero di guadagno. Ed ora, signor Vitali, la riverisco e le auguro un sollecito risanamento…. se questi bravi signori glielo vorranno permettere.—
E buttate queste parole come una ceffata sul viso dei due, il dottor
Mattei se ne andò di quel passo con cui era venuto.
Il padre Bonaventura e il Collini erano rimasti mutoli, fortemente turbati per quella sfuriata del Mattei. Anche l'infermo era rimasto di sasso; non sapeva più a chi dovesse credere, e nascondeva il suo turbamento in un assalto di tosse.
—Signor Giovanni, si calmi, per carità!—gli disse finalmente il padre Bonaventura.—Non badi alle parole di quello screanzato.—
Contuttociò, il dialogo rimase freddo. Quella scena aveva tolte le parole a tutti; e poichè ebbero dato da bere al Vitali, il Collini e il Gallegos si accomiatarono da lui, promettendo che sarebbero tornati nella sera.
Uscirono taciturni, come già una volta dalla chiesuola di San Nazzaro. Ma fatte due scale, il padre Bonaventura si fermò, mettendo una mano sul braccio del discepolo, e gli disse:
—Abbiamo vinto a mezzo. Ora bisogna che il vecchio risani a volo.
—Sta bene; ma perchè?
—Perchè oramai questo Mattei ci terrà d'occhio. Abbiamo svegliato i mastini, e ci vorrà cautela. Anche il vecchio sta all'erta….
—È vero!—borbottò il Collini.
—Bisognerà dunque rinunziare per ora al testamento. Il Vitali deve aver piena fede in noi, e la otterremo facendogli ricuperare la salute. Io intanto provvederò ad altri spedienti; e anzitutto torremo di mezzo i mastini.
—Ah sì! questo è il più rilevante per ora. Ed io mi potrò vendicare finalmente?…
—Sì, certo, figliuol mio. So i segreti di Lorenzo Salvani; saprò quelli di Aloise da Montalto; bisognerà indovinar quelli della ragazza di casa Salvani…. Lasciate fare a me. Chi s'aiuta il ciel l'aiuta; e noi ci aiuteremo con mani e piedi, se occorre.—
XVII.
Di un Don Giovanni da dozzina e delle pretensioni che aveva.
Dal bel principio di questo racconto si è fatto cenno di un Arturo Ceretti, figlio del padrone di casa del signor Lorenzo Salvani, notando che il giovinotto, salvo il nome attillato e profumato di Arturo, era tutto suo padre, il vecchio Nicola Ceretti di Molassana, antico muratore e capomastro arricchito. Aggiungeremo adesso che era bianco e roseo; che aveva il naso un po' stiacciato e gli occhi scerpellini, ma che i suoi capegli biondi erano sempre arricciati e lisciati; che era lungo, allampanato e discretamente ciuco; la qual cosa non si argomentava soltanto da due lunghi orecchioni che gli uscivano di riga ai due lati del volto.
Ora che l'abbiamo messo fuori, calziamolo e vestiamolo della roba sua; calzoni stretti di color grigio perlato, con le sue liste nere sulle costure; un abitino tra la giubba e il farsetto, di color caffè, i cui petti si abbottonavano a stento sull'alto del torace; un panciotto di velluto lavorato a scacchi rossi e neri, ed una cravatta di non sappiamo quanti colori. Una catenella d'oro a quattro file gli usciva da un occhiello del panciotto, la quale sosteneva parecchi ciondoli, gingilli ed altri picchiapetti, scendendo con una gran curva ad affondarsi nel taschino, dove era raccomandata all'anello di un orologio che il nostro Arturo faceva spesso vedere, col pretesto di guardar l'ora.
Nè vanno dimenticati gli anelli, che erano in buon dato, e se il nostro personaggio non ne portava ad ogni dito, come gli Assiri, ne aveva per contro due o tre ad un dito solo, tanto per non esser troppo da meno di quei popoli. Il nodo della cravatta era inoltre fermato da una grossa spilla ornata di brillanti. Il cappello era di feltro nero, come quello di tutti gli altri mortali; ma noi mettiam pegno che se il giovine Arturo Ceretti avesse potuto spiccare dal chiodo uno di que' cappelli d'oro che stanno per insegna sulle botteghe di certi cappellai, lo avrebbe volentieri portato.
Con tanto sfarzo, e con tanto sforzo di eleganza, il signor Arturo Ceretti non ci aveva altro di eletto che il nome. Voleva parere un damerino, e riusciva una figura grottesca; copiando dai re della moda non era mai vestito a modo. Il suo sarto s'era già parecchie volte sentito tenero di dirgli: per carità, la non confidi a nessuno che sono io che la vesto!
Ma adesso, dallo sfoggio degli abiti nessuno argomenti che il nostro Arturo fosse uno scialacquatore come tanti altri. Era anzi misurato in ogni cosa; non giuocava a nessun giuoco, e segnava sul taccuino le buone e le male spese, per tirar la somma alla fine del trimestre. Il trimestre era il concetto fondamentale della sua testa. Gli averi di mastro Nicola, suo rispettabile genitore, consistevano in otto o dieci case, le quali davano il frutto di un'ottantina di appartamenti; e lo davano, perbacco! I Ceretti, padre e figlio, non usavano concedere proroghe a' loro pigionali, nè condonare il fitto alla povera gente. Il trimestre era il perno di una ruota che girava di continuo, e i denti dovevano incontrarsi nelle pigioni anticipate; se no, la mercè dei soliti congegni, saltava fuori la citazione dal giudice.
Ora, siccome mastro Nicola sapeva leggere poco, e scrivere anche meno, il nostro Arturo teneva i conti, faceva egli stesso le scritte meglio di un notaro, e non gli sapeva male; che anzi ci aveva gusto. La protuberanza dell'abbaco doveva essere molto rilevata nel suo cranio, e, posta accanto a quella dell'egoismo, doveva formargli una specie di Parnaso, montagna poetica, la quale, se ben ci ricorda, aveva due cime.
E il fonte Castalio? diranno i lettori. Se il Parnaso c'era, il fonte non doveva mancare. Il fonte era degnamente rappresentato da una vena amorosa che spicciava sempre, sebbene non iscaturisse dal cuore. Ma che volete? Sotto l'abbaco e l'egoismo, vette nevose del suo Parnaso, quell'amorosa fontana non poteva dare acque limpide e salutari. Potete dunque argomentar di leggieri che amorazzi fossero i suoi. Correva dietro ad ogni femmina in cui si abbattesse per via; Don Giovanni di razza bastarda, passava il tempo a caccia di dubbie virtù, di bellezze da tanto alla giornata…. e condonateci la parola, che potremmo dir peggio.
Bisognerà tuttavia esser giusti. Arturo Ceretti era dolente di non aver tra mani selvaggina migliore, e si struggeva dal desiderio di esser prescelto da qualche gran dama. Piantato sull'angolo di una strada, in un crocchio di amici, vedeva passare le più lodate per bellezza, e le più tartassate per tutto il rimanente; ma per lui non c'era un bel nulla; doveva restringersi a contar le fortune degli altri. Teneva il suo scanno a teatro; e là, negli intermezzi del melodramma, ritto in piedi, con le risvolte dell'abito aperte, si atteggiava da conquistatore; ma ohimè! nessuna delle sospirate bellezze rispondeva da un palchetto alle guardate supplichevoli del suo cannocchiale, sebbene fosse incrostato di madreperla.
Ora indovinate a chi facesse l'occhiolino, costui! Alla fanciulla di casa Salvani. Come vedete, ci aveva buon naso. Qualcheduno gli aveva detto un giorno che la sua pigionale dell'ultimo piano era un fior di ragazza, e che egli certamente, da quel gran cacciatore che era, aveva dovuto porle gli occhi addosso, sapendo bene che non era sorella di quello spiantato del Salvani. Non era vero che egli le avesse posto gli occhi addosso; ma, con quel dargli la soia, gli amici lo avevano messo al punto. Da quel giorno il Ceretti si ficcò in capo che avrebbe potuto dar corpo alle celie dei compagni.
Maria non era sorella di Lorenzo; tutti lo dicevano. Che cosa era dunque, se non una amica? E se era un'amica, perchè non avrebbe egli potuto farsi innanzi? I quattrini, diceva Arturo Ceretti, son tutto; ed io ne ho, dei quattrini! Ora vedremo un po' se non si ha da venirne a capo.
Certa gente ha il privilegio dei mali pensieri. Chi mal fa, mal pensa, dice il proverbio. E il nostro Don Giovanni da dozzina aveva fatto un conto, come sanno farne i suoi pari.
Egli dunque faceva l'occhiolino alla ragazza, con quella sicurtà che è propria di certi figuri, e che cresce anzi in ragione diretta delle loro sconfitte. Ora immaginate come dovesse il nostro Ceretti essere sicuro del fatto suo! Non c'era verso che la fanciulla di casa Salvani lo guardasse in viso, sebbene le cento volte, come suo casigliano, egli si fosse messo in mostra, o nelle scale, o alla finestra del cortile, dove, la mercè di un gomito che facevano gli appartamenti, egli poteva vederla e farsi vedere di sbieco.
Questo giuoco durava da un pezzo, allorquando l'occasione si offerse al giovine Arturo di metter piede in casa della sua bella pigionale. Il giorno del trimestre anticipato era venuto, ma il dente della ruota non aveva nulla in cui potesse incastrarsi; il che, vuol dire che Lorenzo Salvani non aveva pagato.
Era quello il caso di mandare la citazione; ma per quella volta il meccanismo dei Ceretti si dipartì dalle sue astiose consuetudini. In cambio dell'usciere, andò il giovine Arturo, vestito con quella eleganza che i lettori conoscono, carico d'oro, di profumi e di smancerie.
E già s'intende che egli, per andare in casa Salvani, aspettò che Lorenzo non ci fosse; di guisa che gli venne fatto avere un primo colloquio con la bella Maria. E dopo il primo venne il secondo, il terzo e via discorrendo, perchè Lorenzo Salvani aspettava una certa somma di denaro, la quale non giungeva mai. Arturo dal canto suo non incalzava, contentandosi di spesseggiar colle visite. Maria non poteva lagnarsi dei modi riguardosi del padrone di casa, e in quanto alle occhiate, fingeva di non addarsene punto.
Il trimestre, che s'aveva a pagare anticipato, cominciava dal primo di aprile; ma tra questi indugi s'era giunti alla fine di maggio; laonde, se si aspettava ancora un po', c'era l'altro trimestre da mettergli accanto.
Lorenzo vedeva benissimo tutto l'orrore del suo stato; ma che farci? Egli era al lumicino. Aspettava certi denari da un tale che era debitore di suo padre, ma che faceva orecchi da mercante. Per colmo di sventura, da due mesi gli si era inaridita quella scarsa vena di guadagno che egli ritraeva dal bottegaio, a cui teneva i libri. Una sera, andando dal suo Creso per la consueta bisogna, il povero giovine aveva ricevuto il suo congedo.
—Perchè? non siete voi contento di me?—aveva egli chiesto al paffuto salsamentario.
—Dio guardi!—aveva risposto costui.—Mio nipote, che sa l'aritmetica, ha detto che va tutto a puntino, ed io poi non ho a lagnarmi di Lei. Ma che vuole? Mia sorella è vedova con tre ragazzi, e non ha chi le dia da vivere. Ella mi ha tanto pregato di pigliarmi il suo primogenito in bottega, che io non ho potuto dirle di no. Il sangue non è acqua! Il ragazzo è di buon'indole; sa il fatto suo, come ho detto, ed io, tenendolo qui in bottega, faccio, come suol dirsi, un viaggio e due servizi.—
Non era punto vero quello che il paffuto salsamentario diceva a Lorenzo con tanto candore, e il nostro giovinetto non poteva indovinare che sotto quel melato discorso ci fosse un tiro dell'uomo vestito di nero, dell'amico di Ernesto Collini. Giunto a trapelare la faccenda di quella tenuta di libri, lo scaltro Bonaventura aveva fatto dire al bottegaio non esser dicevole che egli tenesse a fargli i conti quel giovane, il quale aveva mano in certi garbugli politici, con quella gente che voleva rovesciare il governo, arruffare la cosa pubblica e dar di piglio nella roba altrui; però badasse egli alle cose sue e non si ostinasse a tenerlo presso di sè, che gliene sarebbe potuto derivare gran danno.
Questo discorso, dettato dal padre Bonaventura, era fatto al paffuto salsamentario da un suo vecchio compare, il quale gli aveva sempre voluto un gran bene, e col quale il bottegaio poteva aprirsi liberamente.
—Che diamine mi narrate voi mai!—esclamò il salsamentario, facendo gli occhiacci.—Io non sapevo che il signor Lorenzo fosse un briccone di questa fatta, e l'ho sempre avuto in conto di un giovine dabbene. Ma ora, come potrei farne senza? Mi tiene i conti così pulitamente! Bisogna vedere che fior di scrittura!…
—Oh! se non è altro che questo,—rispose il compare,—io ci ho proprio quello che fa al caso vostro.
—Davvero?
—Sì, un giovane che mi è raccomandato dal reverendo Bonaventura.
—Bonaventura!… Mi par di conoscere questo nome.
—Eh, certo lo conoscerete. È quella degna persona che abita in casa Torre Vivaldi. Il signor Antoniotto lo ha in tale concetto, che ha voluto dargli un quartierino nel suo palazzo.
—Ah sì, mi ricordo,—disse il salsamentario,—è proprio un sant'uomo. E poi, casa Vivaldi si serve da me; e non fo per dire, è molto contenta della mia bottega.
—Orbene, una ragione di più per accettare il giovine raccomandato dal reverendo Bonaventura. Vedete, compare; que' signori la sanno più lunga di noi, e se vi dicono che bisogna levarsi di bottega quell'arnesaccio, credete pure che ci avranno delle buone ragioni.
—Dite benissimo. Fate venire questo giovine. In quanto all'altro, metterò insieme quattro chiacchiere per mandarlo a spasso.—
In questo modo era stato congedato Lorenzo. Egli non sapeva nulla di ciò; nè, come dicemmo, poteva indovinare che quel tegolo venutogli sul capo, gli fosse stato accoccato da qualche mano nimica. Gli pareva opera del caso; epperò aggiustando fede al racconto piagnoloso del bottegaio, ebbe anzi a lodarlo della sua carità di consanguineo, e se ne andò con l'amarezza nell'anima.
Erano ottanta lire al mese che egli perdeva in un tratto. Ora, come avrebbe egli potuto, non che pagar la pigione, provvedere ai bisogni quotidiani di casa?
Lorenzo era pronto nelle sue deliberazioni, e appena tornato a casa, aveva dato a Michele il suo orologio e la catena d'oro, perchè li portasse al Monte di Pietà. Ma le cento lire che ne aveva ricavato non approdavano a nulla. In casa non c'era più altro che il puro bisognevole; di guisa che, spese quelle cento lire, non c'era più da fare assegnamento su d'una capocchia di spillo.
Son questi i misteri dolorosi; e sono particolarmente i misteri di quel ceto, in apparenza agiato, ma a gran pezza più povero e più compassionevole del ceto dei braccianti. L'artigiano non ha a studiarsi di parere, non ha obbligo di tenere la dignità conveniente di uno stato, dal quale il mondo giudica un uomo, e senza il quale quest'uomo è perduto senz'altro nella estimazione universale, e gli vengono meno quelle attinenze che lo aiutavano a reggersi.
Infatti, gli usi del vivere, una certa larghezza nelle spese che paiono superflue, il modo di vestire, tengono un uomo a galla nel __mare magnum__ della società. Si sa che non è ricco, ma si sa pure che vive senza chiedere la limosina ad alcuno. Può aver bisogno di voi per un verso, e voi potete aver bisogno di lui per un altro. E frattanto le costumanze sociali, la gente con cui bazzica, e tante altre piccolissime cose, formano intorno alla sua modesta persona quella ragionevole accolta di forze che lo tengono ritto. Ma se una di queste vien meno, le altre le rovinano addietro, e a rivederci coll'equilibrio! Nessuno aveva regalato mai nulla a quell'uomo, ed egli cavava profitto dall'attinenza di tutti. Però, se egli cade, non c'è un cane che lo rialzi. Se qualcheduno per avventura si accosta, fiuta un tratto…. e basta così.
Grande miseria, quella del signore povero, quando non ha più modo di tenere la faticosa dignità del suo stato! Se è un onest'uomo, tra per la disdetta sua e pei mille raffronti, che gli vengono spontanei, delle sue spregiate tribolazioni coll'onorata larghezza di certi felici bricconi, cola rassegnato a fondo, e talvolta anche s'aiuta a sommergersi, per affrettar l'agonia. Se non è di tempera così forte da cansare il mal esempio, s'aggrappa ad ogni cosa che galleggi, e così di ruffa in raffa s'industria, che, pur navigando sulla strada della galera, qualche volta la sfugge, e diventa un uomo per la quale, magari un pezzo grosso.
Ma basti di ciò, per non dar noia al lettore, che dobbiamo condurre in casa di Lorenzo Salvani, povero vergognoso della specie onesta, siccome è già noto.
XVIII.
Una corona di spine.
Era uno degli ultimi giorni di maggio, il mese delle piogge frequenti e dei frequenti saluti del sole: piogge che rallegrano i campi e le colline, e tutta la bella famiglia delle erbe e delle piante; raggi che scaldano e rinvigoriscono la vegetazione ne' suoi primi germogli.
La natura si risveglia alla nuova vita, e il suo mattino è bello di casta allegrezza. Il vento ardisce appena stormire nelle prime fronde, mutato in auretta leggiera e tiepida; la burrasca sua comare gli tien bordone, e tranquillamente s'assottiglia in un pioviscolo fecondatore; il sole, antico padre di tutti, s'intromette di tanto in tanto in quella festa di famiglia, ed accarezza la natura bambina. L'aria, rinfrescata dalla pioggia, riscaldata dal sole, si conforta di tutte quelle essenze odorate che svaporano di continuo dal calice dei fiori selvatici, e si fa messaggera dei loro primi e fecondi baci d'amore. Per tutte le colline c'è sorriso di luce, di verde e d'aria purissima. Le strade della città, gaie pei raggi di sole e per la frequenza dei viandanti, mostrano anch'esse la loro primavera.
Ma all'ultimo piano della casa Ceretti, nel quartierino abitato da Lorenzo Salvani, erano gli ultimi giorni d'autunno; le foglie della speranza ingiallite cadevano dai rami, e vi soffiava per entro il vento gelato della tristezza.
Lorenzo da parecchi giorni era cupo, irrequieto, come uomo assalito ad un tratto da molesti pensieri. E peggio che molesti pensieri, erano sventure che incalzavano d'ogni parte. La povertà picchiava all'uscio di casa con tutto il suo corteggio di vergogne e di tribolazioni. Nè si doleva egli tanto per sè, quanto per la bella Maria; per la fanciulla commessa alle sue cure, alla sua vigilanza paterna; per Maria, povero fiore condannato forse a perire, mentre la sua bellezza lo faceva degno di risplendere all'aperto e innamorare un nobile intelletto. Era questo il pensiero che struggeva Lorenzo; ed egli si doleva amaramente con sè medesimo di non aver saputo provvedere in tempo alle cose sue, per proseguire l'opera santissima de' suoi genitori.
Se dal pensiero di Maria, correva a meditare sulle proprie sventure, Lorenzo non vedeva altro che buio. Anzitutto la sua generosa ambizione, il natural desiderio di operare qualche cosa a gloria del suo nome, a conforto del suo ingegno, gli erano inceppati, e forse per sempre, dall'avversa fortuna. Nè più contento era il suo cuore. Egli amava Matilde con tutto l'ardore della sua giovinezza: ma l'intelletto, già a gran pezza più maturo del cuore, indovinava di qual tempra fosse l'animo della contessa, e presagiva le amarezze che ne sarebbero a lui derivate.
Matilde era vana e leggiera, e Lorenzo era geloso, e tanto più geloso in quanto che era povero. Le sue strettezze gli riuscivano tanto più acerbe, pensando che la contessa avrebbe potuto trapelarle; ed era uno studio, un tormento continuo il suo, perchè la sua povertà non s'avesse a scorgere da altri.
Più vecchio di alcuni anni e più rotto ai fastidii della vita, Lorenzo Salvani avrebbe tenuto un diverso metro. E prima d'ogni altra cosa avrebbe posto a sè medesimo questo dilemma: «o ella mi ama per quello che sono, o per quello che sembro», ed operato di quella conformità; pronto a patirne le conseguenze, anzi disposto ad affrontarle.
Ma, giovine com'era, e per la prima volta innamorato, Lorenzo Salvani non la intendeva così. S'era dato in balìa di quell'amore subitaneo, prepotente, ma da uomo schietto e leale, senza secondi fini, senza badare ai pericoli, senza prevedere disinganni, senza premunirsi dalla ingratitudine. Ed ora temeva; ogni cosa lo insospettiva; i subiti mutamenti, i grilli della bionda contessa, quel suo rifarsi da capo a tutte le antiche consuetudini, dismesse per lui nei primi e più lieti giorni dell'amor suo, erano tristi presagi per quell'anima altera.
E intanto, pensava egli, intanto esser povero, non poter svolgere tutti i partiti che dànno la misura della forza di un uomo! Sentirsi forte e doversi arrabattare in mezzo a pigmei che vi tengono prigione con catene di refe! Che serve essere statua, se manca il piedistallo, per soggiogare dalla sua conveniente altezza il difforme e l'abbietto?
Queste erano le tribolazioni. Ma quali i conforti? Dicono che Iddio misericordioso non mandi afflizione alle sue creature senza metterci accanto la speranza di un mutamento, speranza che aiuta gli infastiditi a vivere, i tribolati a patire. Anche Lorenzo doveva aver dunque una speranza che gli sorridesse da lontano, come una impromessa di giorni migliori, e che gli sedesse accanto come una compagnia, se non molto efficace, diletta almeno, ne' suoi patimenti. E questa speranza c'era; talvolta sorridente come una promessa nelle ore più riposate, tal altra compagna pietosa nell'amarezza; e gli veniva dall'ingegno che egli sapeva di avere, e che pensava di adoperare in qualche modo per sovvenire alle urgenti necessità.
Lorenzo passava molte ore fuori di casa; ma non perdeva il suo tempo, perchè lo consacrava a Matilde e a' suoi ritrovi politici. In Italia, a que' giorni, l'amore non andava mai senza la patria. Era quasi una malattia del tempo, a cui poscia si è trovato rimedio. E innanzi le battaglie dell'unità, la patria era per gli uni nella preparazione delle forze, senza un formato concetto di quanto si avesse a fare; per gli altri nella congiura; elementi diversi e spesso ridotti a combattersi, ma che pel tirare dell'uno e pel cedere dell'altro, sono pur venuti a capo di qualche cosa.
Ma di questo a suo luogo. Lorenzo da lunga pezza usava star molte ore allo scrittoio, scrivendo per sua naturale vaghezza versi d'ogni metro e prose d'ogni forma, che pochi amici leggevano e che poscia andavano a stipare i cassetti del suo canterano.
Senonchè, cresciuti i malanni, egli doveva pensare a trarre un utile, anche modesto, dagli sgorbi della sua penna capricciosa. L'Assereto, il confidente de' suoi disegni letterarii e delle sue malinconie, fu il primo ad entrargliene.
—Hai scritto tanto per tuo passatempo,—gli disse l'amico,—che potresti oramai pensare a cavar qualche profitto dalle opere dell'ingegno.
—Sì,—rispose Lorenzo,—scrivere, per non trovare uno stampatore che ci metta l'inchiostro e la carta del suo! Stampare, poi, per non trovare un cane che ti voglia leggere.
—Vero, verissimo,—soggiunse l'Assereto,—se tu parli soltanto di quelle opere che si mettono in mostra dal libraio. Ma non potresti cominciare a scrivere un dramma…. una tragedia?
—Mi guardi il cielo dalle tragedie!—gridò Lorenzo.—In quanto al dramma, ci ho pensato anch'io; ma tu intenderai benissimo che il mio lavoro abbia a ritrarre un po' troppo delle amarezze dell'animo.
—E che importa? Sei mesto? Scrivi cose meste, e ci avranno, se non altro, il suggello della verità. E poi, senti un'altra cosa. Ancorchè lo scrivere non t'avesse a fruttar altro che il poter dar noia ai malevoli, scrivi e manda fuori l'opera tua.—
Da questo assennatissimo discorso dell'amico Assereto, fu incalzato Lorenzo a proseguire il suo dramma. Ci s'era messo attorno di lena. Ne aveva cavate le ragioni filosofiche dal profondo dell'anima, e lo andava scrivendo, stiamo per dire, con le sue lagrime.
Un capo comico suo conoscente, al quale egli si era aperto del suo disegno, lo aveva confortato a tirare innanzi, promettendogli che se il lavoro gli fosse andato a' versi, della qual cosa non era a dubitar punto, egli lo avrebbe pagato secondo il poter suo.
Per farla breve, il dramma di Lorenzo in due settimane fu condotto a termine, e soltanto gli mancavano alcune ripuliture qua e là.
L'Assereto aveva letto ed ammirato, ed era anche contento del titolo: __Una corona di spine__.
Ma non era altrimenti contento l'autore; o, per meglio dire, a volte partecipava al giudizio dell'amico, a volte pensava di aver fatto una sconciatura.
Allora ridiventava cupo ed uggioso; e l'ombra mortifera del suo umor nero intristiva tutt'intorno i germogli della speranza. Allora la gloria, l'amore, e tutto ciò che abbellisce la vita, gli si offeriva sotto le più tristi immagini, e lo assaliva come un arcano desiderio che quella rivolta preparata dagli amici suoi, della quale egli non si riprometteva nulla di bene, si facesse presto, affinchè una buona schioppettata lo mandasse là, dove tutto finisce, dove non si è seguitati da fastidiosi pensieri.
Lorenzo era in uno di que' momenti di sconforto, mentre, dopo aver dato l'ultima mano al suo dramma, si disponeva a mandare il manoscritto al capocomico.
Lo aveva suggellato in fretta, quasi per non averselo a vedere più oltre davanti agli occhi, e ci scriveva il ricapito sulla sopraccarta, per ispedirlo al banco delle Messaggerie.
—Perchè non lo date ad una compagnia che lo reciti qui in Genova?—gli chiese Maria, che lo aveva aiutato a legare e suggellare l'involto.—Mi avete pur detto che ce n'è una delle buone.
—Sì, ma non conosco affatto il capocomico. E poi, vedete, se il lavoro piacerà fuori, sarà meglio.
—Ah già! __Nemo propheta in patria__.
—Per l'appunto, ed io non voglio farne su me l'esperienza. Il Bonaldi, col quale ho una certa dimestichezza, mi ha scritto che se il dramma gli va a' versi, lo paga; e questo è l'essenziale. A Genova egli verrà sul finir dell'autunno, e allora lo udranno anche qui, se avrà meritato di stare nel __repertorio__.
—Oh ci starà, non dubitate!—disse Maria, rispondendo anzichè alle parole di Lorenzo, all'aria sfiduciata con cui le aveva proferite.—Avete un bel dire, voi, che al mondo non c'è più gentilezza di affetto. Io già non v'ho mai creduto, e dopo aver letto il vostro dramma vi credo anche meno. Però io sono sicura che piacerà, e farà piangere.
—Come v'ingannate. Maria!—esclamò Lorenzo, sorridendo amaramente.
—E perchè?
—Perchè, mi dite? Si vede, mia buona Maria, che non andate a teatro.
In teatro non si piange.
—Suvvia!…
—Ve lo assicuro. Da prima lo credevo anch'io, che si piangesse, o, per dir meglio, che si potesse, che non fosse vietato dalle consuetudini. Ma ho dovuto persuadermi dell'opposto con questi occhi e con questi orecchi medesimi. Voglio raccontarvela. Ero l'altra sera al teatro Doria, a udire l'__Amleto__.
—Ed è là, a quella recitazione, che non avete veduto piangere?…
—Lasciatemi proseguire. Io non vi parlerò dei signori uomini, i quali sono troppo sovente distratti, e che voltavano i cannocchiali ora sulle bellezze non abbastanza custodite di Ofelia, ora sulle dame dei palchetti. Vi parlerò in cambio di queste ultime; vi parlerò delle donne, le quali hanno fama di esser tenere per eccellenza.
—Ah sì,—disse Maria, facendo niffolo, con grazia fanciullesca,—qualche cattiveria sulle donne!…
—No, la verità, la pura verità! Io ero in un palchetto, e stavo attento alla scena di Ofelia impazzita, che porta i fiori nelle falde della veste. La signora che mi era dappresso, guardava invece tutto intorno, e notava le svariate acconciature delle altre signore.—«Guardate, Salvani, mi disse ella, guardate quella signora là dirimpetto, che nastro giallo ardisce di portare intorno al collo!» __Vraiment__!—esclamò il conte Alerami, un tale che mastica un po' di tutte le lingue,—__mais c'est du dernier mauvais goût__!—Io allora guardai quella donna dal nastro giallo. Era una signora vestita con molta semplicità; e doveva esser bella, ma non sapeva far risaltare la sua bellezza. Figuratevi! Indossava una veste di seta nera, e i suoi capegli, che aveva copiosi, le scendevano modestamente in due liscie staffe intorno alle tempie, nascondendo a mezzo una bellissima fronte. Costei forse era quella sera in teatro per farmi ricordare che mia madre era donna, ed anche voi, mia buona sorella. Essa piangeva, e più volte ebbe a recarsi il fazzoletto agli occhi per asciugarsi le lagrime.
—Oh, finalmente!—gridò Maria;—e ci voleva tanto per dimostrare che avevate torto?
—Sì; ma udite il rimanente. Non ho mica finito! Il nastro giallo aveva attirato gli sguardi della signora che mi era da presso. Il fazzoletto sugli occhi le fece dire queste due parole che io vi ripeterò, perchè ci meditiate su: «una provinciale!» Capite? Quella signora piangeva in teatro; ella dunque non poteva essere altro che una provinciale.—
Questa, che raccontava Lorenzo, era la storia di Matilde. Come i lettori vedono, si era presto guarita del suo sentimentalismo, la bionda contessa! Fedele al vecchio dettato, non aveva potuto durar molto nel tedio delle sue antiche consuetudini. Certo l'amore era una bellissima cosa, ma non le andava più a' versi la gelosia, nè quel soverchio di affetto che vuol essere ricambiato a misura di carbone, idolo cieco che dimanda continue offerte di rapimenti e di lagrime, e sacrifizi quotidiani di ogni altro affetto minore.
Per dirvela in prosa volgare, la contessa amava ripigliarsi la sua libertà. Le piaceva andare a teatro; e andando a teatro le piaceva essere veduta, ammirata e corteggiata, come pel passato, anche a patto di vedere le sue farfalle svolazzare qua e là, e cangiar fiore ad ogni intermezzo dello spettacolo.
—E poi, che male c'è, se vanno girelloni da un palchetto all'altro?—pensava tra sè la contessa.—È ragionevole che paghino un tributo a tutte le loro aderenze. A conti fatti, poi, sono come i nostri messaggeri, apportatori di novelle, procaccini di epigrammi e di bei motti, che giovano a tenerci informate. Il loro numero inoltre è una specie di lusso, e si contano i visitatori di una dama, come le sue vesti e le sue acconciature. Bella cosa, un uomo il quale si ferma soltanto in un luogo, come suol fare Lorenzo! Con tutte le belle cose che s'ha a dire tra due, il sacco si vuota pur sempre, e giunge il momento in cui si ha l'aria di marito e moglie!—
Che diremo delle conversazioni e delle feste? Non rispondere ad un invito di quella fatta le sarebbe parso un peccato mortale. Anche il Leopardi, sbandeggiato dal tavolino, era tornato sullo scaffale. L'esilio fu invero raddolcito al poeta da una legatura di pelle con fregi d'oro; ma era pur sempre un esilio. Insomma, la crisalide voleva uscire dal bozzolo che ella stessa s'era fabbricato. La sua prima natura, non che tornare, pigliava il sopravvento.
Povero Lorenzo! Dove diamine era andato a porre il suo cuore! Per altro, intendiamoci; ammesso il carattere della contessa Matilde, anch'egli ci aveva il suo torto. La donna bisogna saperla conoscere, guardare anzitutto di che piede ella zoppichi. Ora Lorenzo non aveva badato al piede, non aveva capito che quella donna era vana, e che per averla fedele non bastava l'essere, ma gli bisognava il parere. Egli non era in mostra, come avrebbe potuto; non aveva cavato alcun profitto dal suo duello col marchese di Montalto; non andava in nessun luogo. Ora la lode e l'attenzione del mondo non s'aspetta di piè fermo; bisogna andarle incontro deliberati. E Lorenzo, che stava rincantucciato al suo posto, era presto dimenticato. Che cosa aveva a farsi la contessa Matilde di lui, il quale si dilettava dell'oscurità, e voleva tirarci anche gli altri?
XIX.
Nel quale si fa la spiegazione del proverbio "chi cerca trova".
Maria non aveva risposto nulla a quel discorso di Lorenzo, rimanendo un tratto impensierita, con le mani in mano, in quella che Lorenzo s'era messo a passeggiare su e giù per la camera, a passi concitati, come era sua consuetudine quando i tristi pensieri gli giravano per la fantasia.
Era quella la prima volta che Lorenzo parlava a Maria di un'altra donna, e le dava in qualche modo contezza di ciò che egli faceva fuori di casa.
Chi era la signora del palchetto, accanto alla quale stava seduto Lorenzo? Che dimestichezza era quella, di cui Lorenzo non le aveva mai fatto parola? E perchè, poi, ricordando quella signora, egli metteva fuori tanta amarezza di accento? Questi erano i pensieri della giovinetta, e il cipiglio di Lorenzo non era certamente fatto per discacciarli.
Che cosa, infine, doveva importarne a lei? Essa non lo sapeva, non si fermava a indagarne le ragioni; ma intanto il racconto del giovane l'aveva ferita nel cuore, destandovi arcani dolori non mai sentiti dapprima. Ahimè! proprio dal dolore ci accorgiamo di vivere.
Lorenzo non s'era addato di nulla; passeggiando su e giù per la camera, egli andava in quella vece dicendo a sè stesso:
—Buona fanciulla! Ella s'illude sempre di liete fantasie! E perchè dovrei io beffarmi delle sue illusioni? Forse non ne ho avute io pure di grandissime, l'ambizione, l'amore?… Oh, chi mi terrà conto di quello che soffro, di quello che rispingo a fatica e seppellisco nel profondo del cuore? Ella non si strugge de' miei desiderii smodati e fatali; ella non ama nessuno. Beata lei! L'amore è la suprema dannazione degli sciagurati. Non basta a questa vilissima creta aver fame, pugnare con tutte le necessità quotidiane della vita; bisogna pure che essa ami! L'amore! Che cos'è l'amore? La poesia dei sensi! Arnese di gala! Ma s'ha a farla finita; s'ha a mettervi rimedio, perdio!…
—Lorenzo!—disse finalmente Maria, con piglio amorevole;—che fate voi ora? Non vi perdete di animo in questo modo! Il vostro dramma sarà applaudito….
—Applaudito! Sì, sta bene;—rispose Lorenzo, ricondotto al suo primo pensiero;—ma oro ci vuole! Qui, dinanzi al mio tavolino, avevo bisogno di fede e di speranza, perchè si trasfondessero nell'opera mia e vi soffiassero dentro l'alito della vita. Ora il mio manoscritto è finito e suggellato, e mi occorre ben altro. Ma perchè sto io qui a rattristarvi colle mie malinconie? Me ne andrò, perdonatemi, buona sorella!…
—Sì, andate, Lorenzo. Un po' d'aria vi leverà dal capo tanti brutti pensieri. Andate a salutare l'Assereto; ieri è venuto a cercarvi, e si lagna di non avervi più veduto da tre giorni.
—È vero; sono proprio un orso, come voi mi chiamate qualche volta. Andrò a cercarlo a' Banchi. Povero amico! Anch'egli ci ha le sue, di molestie, e trova sempre il buon umore per consolare i compagni.—
Poco stante, Lorenzo usci, e dopo Lorenzo uscì Michele, per andare col manoscritto al banco delle Messaggerie. Nè l'uno, nè l'altro, scendendo le scale, badarono all'uscio del secondo piano, che era socchiuso, e a due occhi che li avevano spiati da quella breve apertura. Erano gli occhi scerpellini del nostro Don Giovanni da dozzina, del biondo Arturo Ceretti, il quale stava aspettando la partenza del Salvani, per correr su dalla bella Maria.
Quel giorno poi gli cascava addirittura il cacio sui maccheroni. Lorenzo usciva, e gli teneva dietro il servitore. La fanciulla era dunque sola, solissima, e il nostro Arturo poteva spiattellarle l'animo suo.
Corse allo specchio; si ravviò i capegli, si affilettò i baffi, si acconciò per bene le pieghe della cravatta, e, sicuro del fatto suo, infilò speditamente le quattro scale che c'erano tra i suoi penati ed il quartierino dell'ultimo piano. Giunto lassù, tirò discretamente la corda del campanello. La fanciulla venne ad aprir l'uscio, e vedendo il padrone della casa, fece un gesto d'ingrata meraviglia, che a lui non doveva riuscir nuovo, poichè non ebbe aria di addarsene.
—Signora Maria!—balbettò egli.—Domando mille perdoni….
—Entri, signore;—disse Maria; e richiuso l'uscio, precedette il
Ceretti verso il salottino.
—No, no;—soggiunse il biondo Arturo,—andiamo pure nella sua camera da lavoro; non s'incomodi per cagion mia.—
Maria non tenne l'invito, ed entrò risoluta nel salottino, dove, come al solito, gli additò il canapè, ponendosi ella a sedere su d'una scranna lì presso. Ciò fatto, la giovinetta incominciò arditamente il discorso:
—Ella è venuta per la pigione?…
—Sì…. no….—rispose il Ceretti, perdendo la tramontana.—Sono venuto anzitutto per riverirla. A dir vero, il signor Salvani si dimentica un poco di noi, e mio padre da un pezzo aveva ordinato al nostro procuratore di far le pratiche pel pignoramento. Oh, ma non dubiti, io mi sono opposto, e fino a tanto ch'io non tolga il divieto non si farà nulla di nulla.
—Grazie, signor Ceretti, della cortesia che ci usa!—disse Maria, stendendogli la mano.—Ella ha un cuore ben fatto.
—Oh, le pare? Farei ben altro per ottenere la sua benevolenza. Se ardissi dirle….
—Che cosa?
—Che Ella è molto bella, signora Maria, troppo bella, e mi fa dar volta al cervello.—
Come avrebbe dovuto diportarsi la fanciulla a quelle parole? Il piangere, il venir meno, e tutti gli altri accorgimenti della donna impacciata, non erano nelle consuetudini di quella nobilissima giovinetta. Colta così alla sprovveduta, amò meglio simulare una grande serenità di mente: epperò fu pronta a rispondergli, tra adirata e gioconda:
—Eh via, signor Ceretti! Ella vuole pigliarsi spasso de' fatti miei. Per carità, non si faccia beffe di me! Io le son grata della cortesia che Ella pone ad aspettarci ancora un tratto per la pigione. Che vuole di più? Non guasti il benefizio con le sue celie.
—Non parlo per celia;—gridò il biondo Arturo, senza voler capire che l'accorta giovinetta gli aveva con quelle generose parole offerta un'uscita onorevole;—non ischerzo, in fede mia! Son cotto fradicio di Lei, e per andarle a genio, son pronto ad ogni sacrifizio.
—Non avrà a farne di molti;—interruppe Maria con accento turbato.—Io parlerò oggi al signor Lorenzo, perchè non tardi più oltre a pagare il suo debito.
—Sì, gliene parli pure a quel mobile! O dove l'ha a prendere il denaro, quello spiantato?
—Signor Ceretti!…—esclamò Maria.
—Oh, mi lasci proseguire, poichè ho cominciato. Il bel signorino le fa patire carestia d'ogni cosa. Io so che Ella lavora dì e notte per sostentare la famiglia, e il suo servitore va a vendere i suoi bei ricami qua e là. Le pare strano che io sappia questi segreti? Le voglio un gran bene; perciò ho tenuto dietro al servitore. Probabilmente gli altri non se ne daranno un pensiero al mondo, di queste cose; intenti come sono a fare da cavalier servente e da paladino alle signore d'alto affare.—
Il colpo di messer Arturo andava diritto; senonchè. Maria era d'indole altiera e non voleva lasciar trapelare d'esser toccata sul vivo.
—Orbene?—soggiunse ella, increspando le sopracciglia.—Che male c'è? Il signor Lorenzo fa quello che gli aggrada. Poichè Ella sa che non è mio fratello, consenta che io le aggiunga che egli è libero de' fatti suoi.
—Sì, sì!—incalzò il Don Giovanni,—ma intanto lascia lei nelle angustie. L'altro giorno, probabilmente perchè Ella non aveva ricami da mandare a vendere, in casa non s'è mangiato altro che pane. Oh, io so tutto; sto attento a tutto; dò un colpo al cerchio e l'altro alla botte. E infatti so che, mentre Ella si affinava la vista sul telaio, mettendo punti su punti, e lagrime su lagrime, egli era là dalle parti dell'Acquasola, con una bella signora bionda…. bella, cioè, intendiamoci! La dicono bella, e non è. Certo io non mi muoverei di qui per andarla a cercare, anche sapendo che dovesse cascarmi poi nelle braccia.—
Arrossì la povera Maria al vedere come quell'uomo sapesse ogni cosa, e rimase a capo chino, pensando a quella dama di cui udiva accennare già due volte nello spazio di un'ora. Certo la signora di cui parlava Arturo Ceretti era quella medesima ricordata pur dianzi nel suo discorso da Lorenzo. Il cuore di rado s'inganna ne' suoi presentimenti. E Maria, stando seduta, col capo chino, in gran tumulto di pensieri, non si avvide neppure che il Don Giovanni le afferrava la mano, recandosela alle labbra con molta dimestichezza. E come non si avvide della mano, non udì nemmeno il cominciamento del nuovo discorso che le faceva il Ceretti.
—Veda, signora Maria. I suoi begli occhi non sono fatti per piangere, nè per guastarsi sul telaio. Non rovini la sua gioventù per un uomo come quello, che la nutre di malinconia, e che fra pochi giorni, solo che io voglia, sarà senza tetto e senza letto. Io non lo odio se non per il male che egli le fa; del resto son pronto anche a condonargli il fitto di casa. Faccia a modo mio; lo mandi a quel paese! Io sono giovane come lui, e non fo per dire, ma ci ho le mie quattrocento mila lire al sole, e v'ha chi afferma, non senza ragione, che ce ne siano altrettante all'ombra, nei forzieri di mio padre, di cui sono io l'unico erede. Che cosa ne dice?
—Di che cosa?—domandò la fanciulla, rientrando in sè medesima.
—Della mia proposta. Non le pare uno zucchero, al paragone della vita che fa con quel figuro? Andremo a viaggiare; ci daremo bel tempo….
—Signor Ceretti!—esclamò Maria, strappando la mano dalle strette del Don Giovanni e balzando in piedi con aria di sdegno.—Io non la intendo….—
E gli stette dinanzi, guardandolo, smorta nel viso, ma con gli occhi che mandavano lampi.
Il biondo Arturo rimase un tratto dubbioso, ma non sbigottito da quel piglio. Quella era una donna, finalmente, e nessun altri era in casa.
—Dunque non accetta?—chiese egli sogghignando.—vuol farmi la
schizzinosa, signora Maria!
—Esca di qui!—gridò la fanciulla.—E benedica la sua fortuna di aver trovato qui solamente una donna.
—Sì, sì!—rispose l'altro, sempre con la stessa aria, ma con la schiuma alle labbra.—E nemmeno una santa innocentina, in fede mia….—
Disse proprio: in fede mia? Non metterei pegno che egli pronunciasse la frase intiera; perchè mentre parlava ed era per avvicinarsi a lei, si sentì una mano ferrea pesar sulle spalle, un'altra agguantarlo alla nuca, senza alcuna misericordia pei solini insaldati che gli adornavano il collo.
Il giovine Ceretti, colto in quel modo alla tagliuola, si diede, come gli consentiva la stretta dell'ignoto, a gridare:
—Tradimento! tradimento!—
E mentre gridava, si faceva pavonazzo nel volto: gli occhi pareano volergli schizzare dalle orbite sanguigne, e le braccia gli si dimenavano pazzamente in aria come quelle di un antico telegrafo.
—Lasciatemi andare!—disse allora con voce più supplichevole.—Lasciatemi andare!—
Ma quella mano stringeva sempre, e gli dava per giunta certi scrolli a dritta e a mancina, che gli facevano scricchiolare tutte le giunture. Ci fu un momento in cui il mal capitato Don Giovanni non vide più altro che bagliori rossastri, e pensò che la fosse finita per lui. Infatti era ad un pelo di morir soffocato, allorquando intese la voce di Maria che gridava:
—Lasciatelo stare! Non vedete com'è diventato?…—La preghiera di
Maria fu esaudita, ma soltanto a mezzo.
Il biondo Arturo sentì allentarsi un tratto quelle morse di ferro, e gli parve di tornare da morte a vita. Ma ad un tentativo che egli fece per disvincolarsi del tutto, si accorse che il padrone del suo collo non era punto disposto a lasciarlo andare. Infatti, come a confermazione della stretta, il prigioniero udì queste parole:
—No, padroncina! Non le sappia male se la disobbedisco. Questo pendaglio da forca si ha da buttar ginocchioni a' suoi piedi per dimandarle scusa dell'ingiuria che ha fatto alla più virtuosa delle donne. In ginocchio in ginocchio!
—No!—rispose furibondo il Ceretti, che aveva riconosciuta la voce di
Michele.—Voi mi avete còlto a tradimento, è una vigliaccheria!…
—Ah! così tu parli?—gridò Michele, dandogli superbamente del tu.—Va! Eccoti libero!—
E con una spinta gagliarda lo sbalestrò contro la parete. Poi, incrociando le braccia sul petto, ripetè:
—In ginocchio, mascalzone! In ginocchio!
—Io?—gridò il Ceretti, a cui la recuperata libertà e la rabbia profonda facevano credere che avrebbe potuto lottare con quell'uomo.—Io inginocchiarmi?…—
E inarcando le spalle come una tigre, si scagliò contro il suo avversario.
Ma Michele sapeva il fatto suo. Un veterano di America, marinaio e soldato, non aveva a lasciarsi sopraffare da quel bellimbusto del Ceretti. Innanzi che questi si fosse avventato, una improvvisa e maestra pedata lo colse a mezzo lo stomaco; di guisa che, dopo aver barcollato un tratto, andò a ruzzolare da capo sul pavimento.
Michele era sempre ritto al suo posto, con le braccia incrociate sul petto, come Napoleone il grande.
Il Ceretti quella volta non tornò all'assalto. Aveva avuto il suo resto; tutto indolenzito e pesto com'era, non aveva più forza di muoversi.
—Michele!—disse allora la fanciulla con aria di rimprovero al domestico,—avete fatto assai male.
—Male, io, padroncina? La non m'entra. Ho dunque a sentirle dire delle impertinenze e star cheto? Delle impertinenze alla signorina Maria! Ah cane! ah briccone! ah villano rifatto!…—
E giù una dozzina di questi epiteti. Come ebbe snocciolato la sua coroncina, proseguì, volgendo il discorso a Maria:
—Quando si dice il destino! Tornavo di là, dove mi ha mandato il signor Lorenzo, ed ecco m'imbatto in un vecchio compagnone, il quale m'invita ad andare insieme con lui per centellarne un bicchierino di quello che pizzica. Il diascolo mi tentava; ma mi ricordo che per non recarle molestia avevo preso la chiave di casa, e che Ella avrebbe potuto accorgersi che la non c'era più nella toppa. Dico di no, e corro difilato a casa. Entro appena in sala, odo parlare nel salottino, e mi pare di riconoscere la voce di questo signore. Non per ispiare, veh! ma perchè, tant'è, non l'ho mai avuto in buon concetto, mi avvicino all'uscio, e per l'anima di…. non lo sento a dirle villania?… In ginocchio, triste furfante! Insultare una santa!…
—Michele!
—Sì, mi lasci dire, padroncina; una santa! E costui ha l'ardimento di dire…. di credere…. che…. Insomma, o ch'io non mi chiamo più per nome Michele, o ch'io l'ho a fare a pezzetti, come uno spezzatino di vitello!—
Ed era per far venire i fatti dopo le parole, quando Maria s'intromesse, e accennando con la mano al fiero Michele che stesse cheto, disse con accento deliberato al Ceretti:
—Se ne vada di qua!
—Sì, me ne vado;—rispose il biondo Arturo, mentre cercava di racconciarsi alla meglio le vestimenta sgualcite,—me ne vado…. Ma costerà salata! Se quest'oggi non entra in casa la pigione, andranno presto a dormire su d'una strada. Ah, signori miei, sanno il proverbio: chi cerca trova.
—Sicuro;—disse di rimando Michele.—Chi cerca trova…. e qualche volta anche quello che non aveva cercato! Intanto La cerchi il suo cappello, che è rotolato sotto la sedia.—
Il Don Giovanni, turbato com'era, si chinò a raccattare il cappello, e col capo basso, i pugni chiusi, e i denti stretti, passò in mezzo a quei due. Se gli antichi Romani non fossero gente da rispettarsi, anche nella sconfitta, diremmo che egli pareva un Romano il quale passasse sotto le forche Caudine.
Appena fu giunto all'uscio, si volse e con un gesto di minaccia ripetè:
—Vi costerà salata!
—Sì, sì! Aspetta a me!—gridò Michele, in atto di scagliarsi sul fuggente. Ma la fanciulla lo trattenne da capo.
—Michele, per amor mio, fermatevi! Ora bisognerà fare avvisato d'ogni cosa Lorenzo.
—No, padroncina! Ci pensi due volte, innanzi di farlo. Egli è così latino delle mani….
—E voi!—interruppe Maria.
—Io? Gli è un altro paio di maniche. Io posso dar liberamente due golini a quel figuro, senza che alcuno ci trovi a ridire. Il signor Lorenzo non potrebbe cavarsene il ruzzo, senza aver pagato prima la pigione. La gente potrebbe dire che egli mena le mani per pagare i debiti. Io me ne intendo un poco, delle leggi della cavallerizza!—
Michele voleva dire cavalleria; ma è già noto ai nostri lettori che
Michele, in materia di lingua, pigliava spesso dei granchi.
—Sta bene,—disse sorridendo la fanciulla,—ma appunto per questo negozio della pigione bisognerà parlargliene.
—No, no, padroncina! Lasci fare a me!
—E che cosa potreste far voi, mio povero Michele?
—Io? La non mi conosce ancora. Ci ho un disegno in capo, e chi sa che non n'abbia a venir fuori un costrutto! Ella mi prometta di non dir nulla fino a domattina….
—Ve lo prometto, e il cielo vi assista!