XX.
All'insegna degli Amici, buon vino…. e grama compagnia.
Il nostro Michele aveva dunque il suo disegno in capo, e voleva pagar egli la pigione, senza dar molestia a Lorenzo. La pensata era buona e degna dell'ottimo cuore di Michele: ma i nostri lettori, i quali non hanno un grande concetto della sua testa, vorranno sapere in che modo egli s'argomentasse di mandarla ad effetto.
I lettori vengano con noi e lo sapranno. Li condurremo a quest'uopo in una delle tante bettolacce ond'erano ornati, al tempo del nostro racconto, i pressi della via Carlo Felice, bettolacce che si facevano chiamare trattorie.
Erano stamberghe, buie di giorno, a mala pena rischiarate di notte; ma se la luce mancava, c'erano avventori in buon dato e d'ogni risma, i quali si stipavano tra quelle pareti umidicce, su certe pancacce levigate, rilucenti per l'uso continuo, davanti a certe tovaglie largamente chiazzate di vino e d'untume, sulle quali i più schizzinosi facevano stendere un tovagliuolo fresco di bucato.
Là dentro, grossi odori di vivande che si crogiuolavano nelle casseruole, e d'altre che forse da due giorni aspettavano il dente di un meno schifiltoso ghiottone; il tavoleggiante che comandava ad alta voce la pietanza richiesta e lo sguattero che dal fondo della cucina rispondeva il solito «va»; l'ubbriaco che sragionava a tu per tu in un angolo colla sua bottiglia di vino, scambiata per un amico contradditore; i tre o quattro compari già alticci che si accapigliavano per una bazzecola, e la moglie di uno dei tanti che s'industriava a rappattumarli; due spanne più alta su questo guazzabuglio, la padrona carnacciuta che sorrideva agli uni, dava sulla voce agli altri, e rifaceva il resto ad ognuno.
Era un gaio spettacolo, segnatamente dopo l'ora del teatro, quando si fosse fatto il naso a quella mescolanza di odori grossolani e gli orecchi a quel cicaleccio svariato e confuso, nel quale tratto tratto soverchiava una brutta parolaccia, che faceva arrossire sulla sua sedia curule, e in mezzo a' suoi trofei di mandorle e fichi secchi, la pudibonda padrona.
La più pudibonda di tutte, sebbene la sua taverna ci avesse gli avventori più sboccati di tutti i dintorni, epperò la ci avesse dovuto riuscir manco tenera delle altre, era la Piccina, padrona dell'osteria __degli Amici__. Perchè si chiamasse la Piccina non sappiamo; certo quel nome non le era venuto dalla persona, che due uomini avrebbero durato fatica ad abbracciare, se pure si può argomentar che ci fossero due uomini al quali potesse venir quell'estro bizzarro.
Regnava la Piccina su d'una stanzaccia, due bugigattoli e una cucina, che erano al piano della strada, ma non aggiustati al medesimo piano tra loro. Dov'era la sala più grande, anticamente doveva essere stato il vestibolo di una casa, e la colonna maestra del primo giro di scale traspariva ancora dallo spessore di una parete, che si ragguagliava alle altre circostanti. La camera più vicina, cavata com'era da un sottoscala, non aveva finestre, e pigliava aria dall'uscio della sala maggiore e da quello della cucina. Immagini il lettore che aria!
In questa cameretta, dove capiva a mala pena una tavola, sulle undici di sera, veniva a dar fondo una coppia di amici. Uno dei due era il nostro bravo Michele; l'altro, indovinate mo'! era il Garasso, il marito della signora Momina, dottoressa in cartomanzia, vestito con quella attillatura popolesca che arieggia il vestire della gente signorile, senza farsi lecito nè il cappello a staio, nè il soprabito di taglio più lungo, nè i panni di colore più fosco.
La grossa padrona fece da lontano un grazioso cenno del capo al Garasso; ed anche il tavoleggiante lo salutò, come si usa con le buone pratiche.
—Che cosa comanda!—chiese il giovinotto.—Ho da apparecchiare per due?
—Sicuramente, per due. Anzitutto del buon vino, e bada che non abbia ricevuto ancora il battesimo!
—La non dubiti;—rispose l'altro, mentre col lembo del suo tovagliuolo ripuliva il desco di tutte le briciole di pane e d'altri minuti rilievi che testimoniavano l'uso recente della tovaglia.—Ce ne abbiamo del Monferrato, venuto ieri, che risusciterebbe i morti.
—Pur che non sia da avvelenare i vivi, portalo subito!—soggiunse
Michele, andandosi ad impancare nell'angolo, con le spalle al muro.
—E che cosa vogliono mangiare?—chiese il tavoleggiante.
—Il meglio della mostra,—rispose il Bello,—se pure c'è qualche cosa che non sia dell'altra settimana.
—Oh, qui c'è tutto buono, signor Garasso; e tutto fresco di giornata.
—Sentiamo;—disse Michele,—leggici la Gazzetta dello stomaco.—
Michele chiamava con questo nome la lista dei cibi. Il tavoleggiante, che stava alla celia come i suoi pari, sciorinò i nomi di tutte le pietanze che c'erano, ed anche di quelle che già erano state smaltite.
—Basta, basta!—gridò il Bello,—finisci quella tua cantafèra, Bernardo. Io, se l'amico ci sta, ho già posto gli occhi su di un pollo arrosto e su d'un guazzetto di tartufi, tanto per aiutare a bere. Al resto penseremo poi. Che ve ne pare, amico Michele, parlo bene?
—Come un libro. La cena riuscirà un po' troppo copiosa; ma, alla più trista, è meglio cenar molto che non cenare affatto. Chi va a letto senza cena tutta notte si dimena.
—E non basta;—soggiunse, ridendo sgangheratamente, il Bello,—quando s'è ben dimenato, e' si ricorda che non ha cenato.
—Non la sapevo, quest'altra metà dell'__avverbio__!—rispose Michele, che incominciava a dirne delle sue.
—Sentiamo un po' questo vino!—disse il Bello, accostando il bicchiere alle labbra.
Il vino era buono, poichè, dopo averne mandato giù un centellino, egli fe' scoppiettare parecchie volte la lingua contro il palato; segno non dubbio del suo gradimento. Allora, percuotendo il suo bicchiere contro quello di Michele, disse con voce sommessa:
—Alla salute degli amici, e possa andar tutto bene!
—Bravo! alla salute degli amici!—ripetè Michele, e tracannò tutto d'un fiato.
—Mio caro Michele! Come sono contento di vedervi e di passare un'oretta con voi!
—Ed io? che vi pare?—rispose Michele.—Mi sembrava mille anni, sebbene ci siamo veduti stamane.
—Oh, così di passata!—si affrettò a dire il Garasso.—Ma che negozio era il vostro, da non lasciarvi venire a berne un bicchierino?
—Di mattina! che diamine?—rispose Michele.—Bisogna stare in gambe. Se il signor Lorenzo sapesse che comincio così per tempo a bere, mi manderebbe a quel paese; e ne avrebbe ragione, perbacco!
—Ma voi non siete mica un servitore!
—Oh, questo poi è verissimo. Sono un amico, anzi il cane di casa, e non c'è allegria nella quale il vecchio Michele non ci abbia la sua parte. Vecchio, del resto, così per dire; poichè Michele è appena sui quarantotto, e vuole aver mano ancora in molti negozi, prima di farsi mettere a riposo.
—E non istaremo già molto a menar le mani!—aggiunse il Bello.—Suvvia, Michele, il pollo è trinciato; assaggiate quest'ala. Il signor Salvani, del resto, è un ottimo giovanotto e merita che tutti gli vogliano bene come voi. Iersera si parlava appunto di lui, là dagli amici, e si diceva che se ce ne fosse una ventina di pari suoi a capitanarci, le cose andrebbero assai più spedite. Ci abbiamo in cambio certi sputatondo, i quali non vedono altro che malanni e si spaventano delle prime difficoltà. Costoro vorrebbero i pani a picce e le viti legate con le salsicce.
—Come nel paese di Cuccagna, non è vero?—gridò Michele.—Ma il signor Lorenzo non è di quella pasta; egli ci ha il sangue di suo padre nelle vene, e va innanzi badando agli ostacoli come io a questo bicchier di vino. Ma a proposito del signor Lorenzo, sapete che son venuto a chiedervi un servizio?
—Per il signor Salvani e per voi sono pronto a buttarmi nel fuoco. O siamo amici o non siamo. Voi pure saprete quel che vi ho detto una volta….
—Sì, mi avete detto che tra noi la era un'amicizia da Oreste, e…. aiutatemi a dire!
—Da Oreste e Pilade, ve lo ripeto, e sono sempre ai vostri comandi.
—Orbene, vi confido una cosa; ma, intendiamoci, veh!
—Acqua in bocca, non dubitate. Son segreto come la torre del palazzo
Ducale.
—Lo credo, e appunto per ciò m'è venuto in mente di aprirmene con voi. Si tratta dei miei padroni, i quali tuttavia non sanno nulla di ciò che vorrei fare per essi. Hanno fatto tanto bene a me, che se potessi farne a loro, mi parrebbe di restar sempre da meno. Insomma, per farvela breve, da due mesi si è debitori della pigione al padrone di casa.
—Oh povero signor Salvani!—disse il Bello, facendosi innanzi coi gomiti sulla tavola, in atto di affettuosa sollecitudine.—E il padrone sarà un cane dei soliti….
—Peggio di un cane!—soggiunse Michele.—Costui, figuratevi, s'è fitto in capo un suo sconcio disegno…. Ma per l'anima di…. l'ho a conciar io come va, quel villano rifatto!
—Ma che c'è? Io non v'intendo.
—Eh, non avete capito? La padroncina, che, a dirvela di passata, è bella come la madre nostra, l'Italia, gli ha fatto gola. Egli ha saputo che la signorina Maria non è altrimenti sorella del signor Lorenzo; e siccome chi mal fa peggio pensa, s'è posto a molestarla con le sue smancerie e con le sue proposte da chiasso.
—Che cosa mi dite voi mai?—esclamò il Garasso, che non perdeva una sillaba di quel discorso, e andava mescendo di tratto in tratto a Michele, per farlo cantare.—Gli è proprio un mascalzone, costui!
—Ah, Garasso! c'è della gran brutta gente a questo mondo! Il signorino con la scusa della pigione, s'è introdotto in casa. Da principio era più riguardoso; ma questa mane, credendosi solo con la signorina, ha lentate le redini. Gli aveva fatto i conti senza Michele, il poveretto! Io son capitato sul buono, e con queste dita che vedete l'ho afferrato pel collo e gli ho dato certe picchiate che se ne vorrà ricordare per un pezzo.
—Bravo Michele! Questo si chiama ragionare. Io bevo alla vostra salute.
—Ed io alla vostra. Datemi da bere. Non so, ma a parlare di quel marrano, mi si rimescola il sangue, e mi s'inaridisce la gola.
—Segno che si ha da bere!—disse con aria grave il Garasso.—E poi, come l'è andata?
—L'è andata che il signorino è montato in bestia, e se domani non ha il suo denaro, manderà l'usciere e la carta bollata. Io non ne ho potuto dir nulla al signor Lorenzo, perchè lo conosco; è uomo che si riscalda facilmente, e, non avendo la pecunia gli rincrescerebbe troppo…. mi capite?
—Sì, di non avere il denaro per poterglielo dare sul grugno.
—Bravo, così appunto volevo dir io. Ed ecco perchè ho pensato a voi. Il mio amico Garasso, ho detto tra me, è uomo a cui non fa nulla un dugento lire di più o di meno, e poichè conosce il signor Lorenzo, e sa che questi non istarebbe molto a restituirgliele, potrà metterle fuori per amor suo e mio; non è vero?—
A queste parole il Bello fece il muso lungo, e dopo essersi dato un colpo della mano sulla fronte, così parlò con aria malinconica:
—Ah, Michele, Michele! Perchè non dirmelo ieri?…
—Oh bella!—rispose l'altro trepidante;—perchè ieri non eravamo al punto che vi ho detto. Stamane soltanto siamo venuti alle strette.
—Avete ragione; non ci pensavo più. Ma vedete, il vostro guaio mi fa perdere il capo. Ieri, figuratevi, ho giuocato…. Maledetto vizio! Ma vi assicuro che è stata l'ultima volta, e non mi ci colgono più. Intanto mi sono squattrinato, e salvo quel poco danaro delle male spese, non ho più nulla, più nulla.—
S'immagini il lettore come rimanesse Michele a quel racconto del Bello. Gli cascarono le braccia, e non ebbe più la forza di accostarsi alle labbra una infilzata di fette di tartufi che aveva con tanta cura accomodate sui rebbi della forchetta.
—Ma non vi perdete d'animo!—si affrettò a soggiungere il Bello, avvedendosi del cattivo senso che le sue parole avevano fatto sul compagno;—tranne alla morte, c'è rimedio a tutto. Ho ancora degli amici, e domattina vedremo di accomodarvi.—
Michele respirò, e respirò lungamente. Questo gli era tanto più necessario, in quanto che egli aveva tenuto il fiato fin da quel punto che il Bello gli aveva data la brutta notizia.
—Anzitutto,—proseguì quest'ultimo,—di che somma si tratta?
—Ve l'ho detto: di dugento lire.
—Di Genova?
—No: di Piemonte.
—Tra poco,—soggiunse il Bello, a mo' di parentesi,—diremo lire italiane, se ci vien fatto il colpo.
—Sicuramente!—rispose Michele, non molto confortato da quella considerazione.—Ma di Piemonte o d'Italia, quando le si hanno a snocciolare, son come zuppa e pan molle.
—Le caveremo fuori, non dubitate. Io intanto vi ringrazio di aver fatto capo a me. Siete un buon amico; qua la mano!—
Michele fu sollecito a stringere la mano del Bello, di quell'ottimo giovanotto a cui egli chiedeva danaro a prestanza e che lo ringraziava per giunta.
—Ma come farete voi?—gli disse egli, dopo la stretta di mano.
—Non ve ne date pensiero. Andrò da un amico, il quale non vorrà negarmi il servizio. I denari degli amici sono nostri. Che cosa sarebbe l'amicizia, se non fosse così? Beviamo intanto, e vada in malora la malinconia. A proposito, questo padrone di casa, come si chiama?
—È un certo Ceretti, Ceretti figlio, per dirvi tutto, ma fa le veci del padre, ed è egli che s'incarica di molestare la gente.
—Lasciate dunque fare a me;—disse il Bello.—Se l'amico ha il denaro, come io credo, potremo metterlo subito a segno, questo signor Ceretti, e fargli passar la voglia di amoreggiare colle sue pigionali.
—__Amen__!—rispose tra due bocconi il nostro Michele, a cui le buone promesse dell'altro avevano fatto tornare l'appetito.
Il Bello si fermò un tratto, in atto di bere, ma guardando fiso Michele tra l'arco delle sopracciglia e l'orlo del bicchiere. L'aria di tranquillità e di contentezza che sedeva in volto al servitore di Lorenzo Salvani, dovette rassicurarlo senz'altro, perchè si provò a mettere il dito su d'un tasto più delicato, il quale egli non ardiva toccare, se non quando il suo cembalo, che era Michele, fosse inzuppato di vino.
—E quella povera signorina non sa ancor nulla de' suoi parenti?
—E che volete che sappia? Non vi ho già detto?…
—Sì, m'avete detto che il segreto non si potrà conoscere fino a tanto che la ragazza non vada a marito. Ma questo mi pareva più un consiglio che un comando del colonnello Salvani; e per me, caro Michele, se fossi nei panni del signor Lorenzo, vorrei sapere che cosa c'è nella cassettina d'ebano.
—Oh!—interruppe Michele.—I vecchi hanno raccomandato che non si aprisse, e ci avranno avute le loro buone ragioni. Che cosa importa in fin dei conti che la signorina Maria sappia da chi nasce, se lo stato suo non ha da averne miglioramento? Quando la dovesse andare a marito, non dico di no! Bisogna pure che un uomo sappia con chi si ammoglia….
—Avete ragione;—incalzò il Bello;—ma, tant'è, la non m'entra. Il signor Lorenzo potrebbe, se non per dirlo alla signorina, almeno per suo governo, ficcar gli occhi là dentro, in cambio di tenere quella cassettina chiusa nella scrivania.
—Nel cassettone, nel cassettone!—disse Michele.—E sta bene dov'è. Il signor Lorenzo venera la memoria di suo padre, e non sarà mai per contraffare a' suoi ultimi desiderii. Onora il padre e la madre! dice il primo comandamento del __Catalogo__.—
Il Bello sapeva quello che gli premeva di sapere, che la cassettina d'ebano non era stata aperta, e che era sempre chiusa nel cassettone in camera di Lorenzo Salvani; però fece mostra di convenire nella sentenza di Michele.
—Non voglio contraddirvi. Quello che dite è sacrosanto, e mi pare che il fatto torni a maggior lode del nostro signor Salvani.
—E in che modo?
—In quella cassettina,—soggiunse il Bello,—qualunque cosa ci sia, egli potrebbe pur sempre trovare un principio di fortuna. I segreti valgono tant'oro, e talvolta anche più dell'oro. Ora, se il signor Salvani credesse utile pel bene della sua sorella adottiva di aprire la cassettina, a chi farebbe egli danno? Che male ci sarebbe?
—Nessuno certamente!—disse Michele.
—Orbene, egli intanto non pensa a cavar profitto dal segreto, e si contenta, poveretto, di vivere onoratamente alla sera….
—Ahimè!—interruppe il servitore,—voi non sapete che non guadagna più nulla?
—Io no; ma come la è andata?
—Oh, gli è proprio il destino, che ha fisso il chiodo di tormentarlo. Figuratevi che quindici giorni or sono, anzi, se non piglio errore, pochi giorni dopo che io vi avevo parlato di quel poco guadagno che il signor Lorenzo faceva, il bottegaio, senza dirgli nè can nè gatto, lo ha mandato con Dio.—
Il Bello, mentre Michele parlava, si messe a centellare il fondigliolo del bicchiere, spiando con gli occhi il volto del compagno. Il candore di Michele lo rassicurò.—Che diamine?—pensò egli.—Se il bighellone sospettasse di me, non si lascerebbe più cogliere col vino in corpo, e non aprirebbe più becco.—
Fatto questo discorso tra sè, il Bello depose il bicchiere, dicendo con aria di compassione:
—Oh povero signor Salvani. E adesso fame e sete?…
—Sì, certo, fame e sete! Si sta in piedi per quella santa della signorina Maria! Se vedeste come lavora dì e notte, con quei ditini, per aiutar la casa! Vedete, quando ci penso, non mi dà più l'animo di mangiare nè di bere….
—Ottimo Michele! Ma consolatevi; tutti questi malanni debbono finire. Il signor Lorenzo, sebbene non paia, è nato vestito. Dov'è l'uomo che non ci abbia avute mai le sue burrasche? Il sereno presto o tardi ritorna; fateci assegnamento. E poi, se non vi dispiace, a queste necessità del signor Lorenzo ci ho da pensare un tantino ancor io.
—Davvero? Farete questo?
—E perchè no? Uno per tutti e tutti per uno, a questo mondo. Alla salute del signor Lorenzo e della signorina Maria!—
E così dicendo il Bello versò da bere per Michele e per sè.
—Sono brindisi ai quali non mi vedrete mancar mai;—gridò Michele;—ma prima che io beva quest'altro, che sarà forse il ventesimo….
—Eh via! Stiamo a vedere che avrete bevuto tutto voi.
—So quello che dico. E prima che io perda a dirittura la bussola, voglio dirvene una, col cuore in mano. Ma sapete, Garasso, che voi siete un vero amico? Quando dicevano che di voi non c'era da fidarsene!—
Il Bello si turbò fortemente a quelle parole; ma Michele, già alticcio com'era, sebbene non avesse bevuto i venti bicchieri che diceva, non si addiede punto del senso che le sue parole avevano fatto sul compagno.
—Chi ha detto ciò?—proruppe il Bello, aggrottando le ciglia.
—Non date retta;—si affrettò a dire Michele, battendo amorevolmente della mano sul braccio del Bello;—non date retta! sono i soliti invidiosi; perchè vi vedono scialarla nella bucolica e andar vestito come un signore.—
Il Bello respirò, e tanto più largamente, quanto più forte ed improvviso era stato il timore che alcuna delle sue malizie fosse trapelata.
—A dirvela schietta. Michele,—rispose egli allora,—io non giudico gli uomini dai cenci che hanno dattorno, come è costume dei cani. Sotto le vecchie ciarpe c'è quasi sempre un uomo dabbene….
—Certo!—interruppe Michele.—Bandiera vecchia fa buon brodo…. Cioè, piglio un granchio a secco; volevo dire gallina vecchia onor di capitano.
—Che guazzabuglio fate voi ora?
—No, non volevo dire nemmeno cotesto. Ma dove diamine ho il capo?
Insomma, dicevamo che i cenci….
—Sono rispettabili, Michele mio;—ripigliò il Bello,—ma i cenci vanno a finire a Voltri nelle cartiere; e quando si può farne senza, non intendo il perchè non s'abbia a vestir pulito ed avere i buoni bocconi in quel concetto che si meritano. Spendo forse qualcosa d'altri? Oh, Michele, guardate un po'! La vita politica è piena di amarezze. Coloro che vi gridano la croce addosso saranno poi certuni per i quali vi sarete cavato, sto per dire, la camicia!…
—Può darsi anche questo!—rispose Michele.—Costoro vi pettinavano con le unghie, ed aggiungevano ancora, come un grosso delitto, che andavate a giuocare nelle bische. Ma io v'ho difeso, veh! Ce ne va tanti a sdanaiarsi in que' luoghi, senza che s'abbia a dirne corna! È un guaio, lo so; ma alla stretta de' conti non è la morte Domini.
—E poi, giuoco così poco!—soggiunse il Bello,—Non si sa che fare, in queste lunghe serate. I compagni vi tirano, e voi sapete che in compagnia anco il prete prende moglie. Ma vi so dir io che non mi ci colgono più, dopo che m'hanno strinato in modo da non poter più fare servizio a un amico come voi!
—Garasso, sentite una cosa!—disse Michele.—Oramai vi ho conosciuto; e chi ardirà sfringuellare sui fatti vostri l'avrà a fare con me. Michele, il veterano, il legionario d'America, si sente ancora in gambe, come a venticinque anni, e giurammio?…
—Proviamole dunque un tantino, le vostre gambe!—soggiunse il Bello, levandosi da sedere.—È ora di andarcene.
—E perchè mo'?
—Non vedete? Si chiude la bettola. È già il tocco dopo la mezzanotte, e se passano i sergenti della Questura, pigliano l'ostessa in contravvenzione ai regolamenti.
—Peccato!—rispose Michele, senza muoversi ancora.—Si stava così bene! Maledetti regolamenti! Ma che cosa ha da farsene la Questura, che la gente ne beva un gotto di più? La si occupi dei ladri, lei, e lasci stare i galantuomini a far la digestione!
—I sergenti della Questura,—disse il Bello,—vogliono andarsene a dormire, e bisogna pure contentarli.
—Ah, quando è così, non parlo più. Un ultimo bicchiere almeno, alla salute di Oreste e Come diamine si chiama quell'altro?
—Pilade.
—Sì, alla salute di Oreste e Pilade. Benedetto vino! L'ultima goccia è sempre migliore della prima. Basta, leviamo la seduta; ed ora vi farò vedere come vado ritto al banco della padrona.—
Ciò detto, il nostro Michele si mosse; ma per quanto si studiasse di tenersi ritto, le gambe, che forse si erano avvedute di un peso soverchio, lo portavano a sghimbescio contro la parete.
—Ah! Michele! Giuochiamo forse a mosca cieca? Badate al muro.
—Avete ragione; le gambe mi fanno fico. Per fortuna la testa è salda.
—Venite qua a braccetto; Oreste e Pilade non usavano fare diverso in simili casi.
—Credete? Allora son qua. E a proposito abbiamo pagato il conto?
—Non ve ne date pensiero; qui faccio a credenza.
E così, tolto Michele a braccetto, il Bello lo condusse all'aria aperta; nè ebbe a sudar poco per metterlo all'uscio di casa.
—Bravo Garasso! ottimo amico!—andava balbettando Michele.—Non so che diamine io ci abbia nelle gambe, che non vogliono star ritte. Ma tant'è, vi voglio bene. Siamo Oreste e…. aiutatemi a direi Questo benedetto nome non vuole mai venirmi in mente. Oreste e…. Oreste e….
—E pilastro!—soggiunse ridendo il Bello.—Eccovi infatti a casa vostra.
—Sì, è proprio casa mia! Cioè…. di mastro Ceretti. Se fosse mia, l'avrei già venduta…. per pagar la pigione…. Ma, a proposito, e quella faccenda?… Mi avete promesso…. Sapete pure!…
—Non dubitate. Domattina andrò dall'amico. Alle due vi aspetto sotto i portici del teatro Carlo Felice, per darvi la risposta. Andate dunque, da bravo!
—Sotto i portici?… Sta bene;—proseguì Michele con quella cascaggine di discorso e di gesti che è propria degli ubbriachi.—Vi aspetterò sotto i portici, accanto al primo pilastro. Pilastro! A proposito. Oreste e Pilastro, non è egli vero? Pilastro, sicuro; amici come Oreste e Pilastro. Bravo Garasso! Vi voglio un gran bene.—
Al Bello ci volle di molto per liberarsi dalle strette di Michele; e certo, se non era il ricordo di tutte le cose che gli aveva cavate di bocca e la speranza di cavargliene ancora, quello squassaforche avrebbe perduto la pazienza e avrebbe mandato il suo Pilade a quel paese.
—Andate, suvvia, andate, e soprattutto badate a non dar del naso per le scale. Tenetevi al muro!
—Oh, non dubitate. Non sono mica ubbriaco, io. Ho le gambe un pochino impacciate…. ma la testa è salda, la testa! Bravo Garasso! Amicone! Buona notte, e il cielo vi guardi dalle cattive disgrazie.
—Sì, state sano; buona notte!—
E così dicendo, il Garasso, per non aver più tempo a perdere con
Michele, se ne andò via difilato verso Soziglia.
Michele si provò a dargli ancora la buona notte; ma, non udendo risposta, si inerpicò al buio fino all'ultimo piano; viaggio che durò una buona mezz'ora, con tutte le fermate, con tutte le peripezie dei viaggi, e con un monologo scucito per giunta alla derrata.
Come fu all'ultimo piano, il nostro Michele trovò faccia di Legno. Stette un po' come smemorato, ora tastando l'uscio per cercare la corda del campanello, che pure ci aveva ad essere, ora le tasche della giubba, per cercare la chiave, che non c'era per fermo; finalmente, traendo una giustissima conseguenza da due premesse ignote, uscì in queste parole:
—Non c'è che dire; sono un po' brillo.—
Dalla confessione alla penitenza non c'era altro che un passo. E Michele, per fare la penitenza, si lasciò andare sul pavimento, si accoccolò alla meglio col capo sulla soglia di casa, e non passarono cinque minuti che egli aveva già legato l'asino a buona caviglia.
XXI.
La dimani d'una brutta giornata.
Ognuno s'immagina come avesse a stare delle membra e dell'animo il nostro Michele la mattina vegnente.
Soltanto il cane, quando ne ha fatto qualcheduna delle sue e nella sua testolina da bestia più ragionevole di tante altre accorgendosi di aver meritate le busse, mette la coda fra le gambe e non trova un angolo abbastanza buio per nascondersi, soltanto il cane, diciamo, potrebbe darci un'immagine di quello che fu il povero veterano d'America, quando i primi raggi del sole furono venuti a svegliarlo.
Intirizzito dal freddo, indolenzito per tutte le giunture, si alzò sui gomiti e, guardatosi dattorno, si avvide di aver dormito sul pianerottolo di casa. Sulle prime non voleva aggiustar fede a' suoi occhi; però, credendo di sognare, se li stropicciò più e più volte con le ruvide dita. Ma non c'era verso che lo spettacolo mutasse: egli era proprio sul pianerottolo, e lì presso al suo capo era l'uscio di casa.
—Che diamine!…—esclamò egli allora, cercando di richiamare i suoi pensieri a capitolo, come tanti canonici.
E i pensieri vennero, e il nostro Michele allora si risovvenne di tutto, e perfino della corda del campanello ch'egli aveva inutilmente cercata.
Corda del malanno! Essa era là, pendente dalla girella, con le sue fila di lana intrecciata, colla sua nappa in fondo, grazioso lavoro della signorina Maria, e pareva beffarsi del povero Michele.
Egli la guardò un pezzo, come trasognato, e stropicciandosi gli occhi da capo, disse tra sè, ma a voce alta e con piglio malinconico:
—Dovevo esser proprio ubbriaco fradicio, per non ritrovarla!—
Michele era di buon conto a stomaco digiuno, e chiamava le cose pel loro nome, senza rigiri o dimezzature. La sera innanzi ammetteva di essere un po' brillo; ma la mattina dopo diceva apertamente: ubbriaco, mettendoci anche di costa l'epiteto.
—E adesso come si fa ad entrare?—seguitò egli a dire.
—Che cosa penseranno de' fatti miei?—
La vergogna di Michele era grande; e fu più grande ancora, quando gli risovvenne di tutti i discorsi fatti col Bello nell'osteria __degli Amici__.
Le sue ciarle e le faccende domestiche spiattellate al Garasso, non gli parevano la cosa più bella del mondo. Egli non sapeva perchè, ma in fondo al cuore gli doleva di aver detto tanto, e, come dicono a Genova, gli prudeva la coscienza.
—Alle strette,—disse egli, dopo aver meditato un pezzo,—ho parlato a fin di bene. Il Bello è dei nostri, sta come pane e cacio con tutti gli amici, e pel signor Lorenzo si butterebbe nel fuoco. Che male c'è a dirgli come stanno le cose? Oggi intanto avrò i denari della pigione. To', se non avessi cantato, i fringuelli non sarebbero calati.—
I fringuelli di Michele erano quelle dugento lire che aspettava dal Bello. Questo pensiero gli rimesse il sangue nelle vene; ond'egli si fece animo a tirare, sebbene dolcemente, la corda del campanello.
Poco stante un leggiero mutar di passi e il fruscìo di una gonna lo avvisarono dell'avvicinarsi della signorina Maria. La chiave girò adagino, adagino nella toppa e, apertosi l'uscio, comparve la giovinetta che teneva un dito sulle labbra, per fargli cenno che non parlasse troppo forte.
—Siete voi, Michele?—bisbigliò la fanciulla.
—Oh, signorina!—rispose egli, arrossendo.
—Zitto, zitto, per carità, che Lorenzo non v'abbia a sentire!—
Così dicendo. Maria fece entrare il servitore e richiuse l'uscio con le stesse precauzioni: poi precedette Michele, camminando sulla punta dei piedi, fino all'andito della cucina.
—Orbene, Michele,—disse ella, come furono giunti,—dove siete andato stanotte?
—Oh, signorina!—rispose tutto turbato il nostro Michele.—La mi perdoni…. Anzi no, la mi bastoni, che lo merito. Un amico….
—Vi ha fatto passar la notte fuori,—soggiunse la fanciulla, per compire la frase.
—Oh no, la notte fuori. Ho dormito sul pianerottolo.
—Bravo! E perchè non avete suonato?
—Non ho ardito…. anzi, a dirla schietta, non ho potuto. Ho cercato un pezzo la corda del campanello, e non ne sono venuto a capo. Ero un po'…. mi capisce?
—Sì, vi capisco. Andatevene a letto, povero Michele. Lorenzo non si è avveduto di nulla.
—Andate a letto? No, certo, padroncina. Ho da andare per la spesa.
—Che! avete tempo più tardi, e busserò io all'uscio per risvegliarvi tra un paio d'ore. Andate, Michele, da bravo! Avete gli occhi così gonfi!—
Michele, tra spinte e sponte, se ne andò su per la scaletta fino al soppalco del tetto, dov'era la sua cameruccia, e si pose a letto. Ma non gli venne fatto di prender sonno. Il rammarico di avere alzato un po' troppo il gomito, il rimorso di aver chiacchierato e l'ansietà di andare al convegno del Bello per le dugento lire, non gli lasciarono chiuder occhio.
Però egli udì Lorenzo alzarsi dal letto, e più tardi uscire di casa. Suonavano appunto le dieci all'orologio delle Vigne. Allora egli, che, se non aveva dormito, s'era almeno levato il freddo dalle ossa, balzò dal letto a sua volta, e volle uscire per la spesa consueta.
La padroncina era più contenta quando egli discese, e si fece anzi a dargli cortesemente la baia per la sua scappatella notturna; la qual cosa gli parve di buon augurio e gli fece andar fuori del capo tutta la malinconia.
—Rida, rida, la mia buona padroncina!—diceva egli in cuor suo.—Ella sarà due volte più allegra quando tornerò a casa coi denari della pigione, e li snocciolerò sulla tavola. Ma che dico sulla tavola? O non sarebbe meglio portarli a dirittura giù a quel brutto muso del padrone di casa? Gli ha già sentito il peso delle mie dieci dita, e non sarà forse male che io gli metta fuori un marenghino per dito, a mo' di consolazione. Sì, certo, farò così; se non gli garba, mi rincari il fitto, che intanto non s'ha voglia di rimanerci molto, nella sua casa!—
Questi pensieri lo tennero in aria fino alle due dopo il mezzodì. Era quella, se i lettori rammentano, l'ora del ritrovo col Bello; e il nostro Michele, per non far aspettare l'amico, s'era andato ad appostare mezz'ora prima sotto i portici del teatro Carlo Felice.
Ma aspetta, aspetta, il Bello non veniva. Michele ad ogni tratto si affacciava alla invetriata della bottega da caffè del Teatro per misurare sull'orologio, che era presso il banco della padrona, il cammino del vecchio alato che ha la falce e la clessidra in mano. Il tempo passava; erano già le due e un quarto, e l'amico non si vedeva spuntare da nessun lato.
Aspettare e non venire è una cosa da morire; così dice il proverbio. Ora, se Michele non moriva, certo era in agonia, e se non mandava pel prete, si votava per contro a tutti i diavoli dell'inferno. Vennero le due e mezzo, ed egli era ancora a recitare sotto i portici il paternostro della bertuccia. Ma allora andò fuori dei gangheri, e dopo aver dubitato dell'amicizia in genere e perfino di quella esemplarissima di Oreste e…. e aiutatelo a dire, si mosse per tornarsene a casa. Se egli avesse saputo dove stava di casa il Bello, sarebbe andato a cercarlo; ma non sapendone nulla, pensava di ricattarsi la sera in qualche sala da biliardo, o in qualche osteria, dove bazzicava l'amico.
Il nostro Michele non si sarebbe doluto tanto di non vedere il Bello, se avesse saputo perchè la sua padroncina era contenta, quando egli s'era alzato da letto.
Abbiamo narrato nel capitolo precedente che Lorenzo Salvani, uscendo di casa, era andato a' Banchi per salutare l'Assereto. Quello non era un amico dei soliti, un amico del buon tempo, e Lorenzo poteva dire di lui come Beatrice di Dante: «__l'amico mio e non della ventura__». L'Assereto aveva notata la tristezza di Lorenzo, e lo aveva tanto incalzato di affettuose domande, che questi gliene aveva detta finalmente la cagione.
L'amico non era ricco; ci correva anzi di molto! Sudava le intiere giornate per tirarla innanzi onestamente, e non aveva i gruzzoli di monete, da far comodo altrui. Ma egli era, come i lettori sanno, un ottimo giovanotto ed aveva molti e schietti amici, in quella classe dove abbondano gli onest'uomini, i cuori larghi tanto, sebbene il nome di mercatanti, di gente da traffichi, sia quasi tolto in mala parte dagli ignari delle costumanze del mondo.
Ad uno di questi amici pensò l'Assereto di chiedere a prestanza il denaro che poteva occorrere a Lorenzo, e frattanto lo confortò a star di buon animo, che la mattina vegnente egli avrebbe accomodato ogni cosa.
E tenne la promessa. Aveva avute nella sera trecento lire, e quando Lorenzo tornò a' Banchi nella mattina, il buon Assereto si procacciò la consolazione di far da banchiere all'amico.
Le cose narrate spiegano il perchè Maria apparisse tanto gaia a Michele, quando egli scese dalla sua cameretta. Lorenzo, prima di uscire di casa per andare a prendere il danaro, aveva narrato alla sorella del cortese aiuto proffertogli dall'Assereto; e la buona Maria s'era dimenticata di tutti i suoi dolori, per partecipare alla contentezza del giovine. Essa non gli aveva detto nulla dell'insolenza del Ceretti e de' suoi ardimenti ingiuriosi. Però il Salvani, appena fu tornato dalla piazza de' Banchi, salì tranquillamente al primo piano, in casa Ceretti.
Il biondo Arturo era seduto alla sua scrivania, in mezzo a fasci di carte bollate e non bollate, scritte di locazione, atti di citazione, conti di capomastri e va dicendo. Impallidì, come vide Lorenzo entrar nella camera, e pensò che fosse venuto a chiedergli ragione della scena del giorno innanzi; laonde stette con l'animo sospeso, aspettando che parlasse.
—Signor Ceretti,—disse Lorenzo,—vengo a pagarle la pigione. Ella vorrà tenermi per iscusato, se l'ho fatto aspettare.—
Il biondo Arturo rispose con un cenno del capo che pareva significasse una cortese condiscendenza, e non era altro che effetto del suo turbamento.
—Che egli non sappia nulla?—chiese tra sè, cominciando a ricogliere il fiato.
—Ecco dunque le dugento lire; che a tanto ascende il mio debito, se non m'inganno.
—Sta bene!—rispose il Ceretti, e si fece a contare il denaro, che
Lorenzo gli aveva posto dinanzi.
Ma lo contava con le dita, e la sua mente non vigilava il conto. Egli infatti temeva che, saldato il debito, Lorenzo Salvani uscisse fuori con qualche sfuriata, e a questo pensiero i polsi gli davano le battute doppie.
La commozione non gli impedì tuttavia di notare che Lorenzo Salvani, quello spiantato, com'egli lo chiamava, ci aveva le sue brave monete d'oro (usavano ancora, a que' tempi!) e dopo aver date a lui le dieci che entravano nel conto della pigione, gliene rimanevano ancora parecchie nel cavo della mano. Ora notar questa cosa e sapergli male fu tutt'uno.
Ma gliene sapesse male, o no, il denaro della pigione era lì sulla scrivania, e il biondo Arturo non potea farci un bel nulla, salvo la ricevuta, che infatti egli scrisse e diede a Lorenzo senza aggiunger parola.
Egli s'aspettava sempre che dopo il pagamento venisse la sfuriata. Ma Lorenzo, messa in tasca la ricevuta, si congedò dal Ceretti, dopo avergli stesa la mano, che questi si affrettò a stringere, più turbato che mai.
—Non ne sa nulla!—disse il Don Giovanni tra sè, appena Lorenzo fu uscito.—Tanto meglio. È stato un brutto quarto d'ora. Per buona sorte l'innocentina non ha parlato. Ma, tant'è, mi debbo vendicare di costoro.—
Vendicarsi! Era presto detto; ma in che modo? Qui stava il busilli. Così pensando, Arturo s'era alzato dal banco e passeggiava per la camera, con le mani raccolte dietro le spalle e contando con gli occhi i quadrelli del pavimento. Ma i quadrelli non gli insegnavano nulla. Lo spediente di mettere quello spiantato fuori di casa gli era parso il più acconcio; ma era anche l'unico al quale egli avesse potuto appigliarsi. Intanto quello spiantato era venuto fuori col denaro; la pigione era pagata fino all'ultimo giorno di giugno, e non c'era neanche da fare assegnamento sulla disdetta, perchè il contratto di locazione andava fino all'ultimo di settembre.
Mentre egli stava, o, per dir meglio, andava ruminando a quel modo, senza poter cavare un costrutto da' suoi proponimenti feroci, udì un timido picchiar di nocche nella invetriata che gli teneva luogo d'uscio nelle ore di giorno.
—Avanti!—diss'egli, non senza un po' di dispetto per quella improvvisa seccatura.
L'invetriata si aperse, e gli si parò davanti un giovinotto biondo, che i lettori conoscono.
—È qui il signor Ceretti?—chiese costui.
—Per l'appunto. Ceretti padre e figlio. Chi cerca dei due?
—Il figlio. E sarà Vossignoria….
—Sì, sono io. In che cosa posso servirvi?
—Ho da dirle due parole a quattr'occhi. Posso parlarle?
—Parli pure; qui non c'è altri. Ma chi è Lei?
—Oh!—rispose il nuovo venuto;—il mio nome importa poco. Vengo da parte del signor Bonaventura Gallegos.
—Io non conosco questo signore!—soggiunse il Ceretti.
—Lo so,—si affrettò a dire quell'altro,—e appunto per ciò il signor Bonaventura mi ha incaricato di dirle queste due paroline all'orecchio.—
E si accostò al biondo Arturo, il quale, incerto com'era, lo lasciò fare. Ma appena quelle paroline gli furono bisbigliate, il Ceretti rizzò il capo, e arrossendo esclamò:
—Ma chi è questo signore? Come sa egli?…
—È un signore che sa molte cose,—rispose l'altro,—e che può aiutarla ne' suoi disegni. Egli dimora in via Nuova, palazzo Torre Vivaldi, ultimo piano, e l'aspetta in casa fino alle otto.
—Sta bene, ci andrò.—
Ciò detto, Arturo si diede da capo a passeggiare. L'altro se ne andò via, dopo avergli fatto un inchino.
—Che cosa vorrà da me questo signore? Il nome mi sa di forestiero. Sarà forse qualche usuraio, il quale avrà delle cambiali del Salvani, e penserà di appiopparmele! Ma in che modo ha egli da sapere i fatti miei? __Vendicarvi del Salvani__! Sono parole magiche, e cascano proprio in taglio. Andiamo dunque, e vedremo di che si tratta.—
Intanto che il biondo Arturo si disponeva ad andare in casa del padre Bonaventura, il messaggero scendeva le scale sollecito. Pareva non vedesse l'ora di esserne fuori.
Ma eccoti, in quella che era per mettere il piede dalla soglia sulla strada, s'imbattè nel nostro Michele, che aveva già alzato il suo dalla strada alla soglia.
—Michele!—esclamò il primo, con aria d'ingrata meraviglia.
—Garasso!—esclamò l'altro.—Ed io che vi ho aspettato finora sotto i portici del Teatro!—
Per andare dal Ceretti a far l'ambasciata del padre Bonaventura, il Bello aveva scelto appunto quell'ora ch'egli aveva stabilita pel suo ritrovo con Michele, sotto i portici del Teatro. Egli era sicuro per tal modo che Michele non lo avrebbe incontrato.
Infatti Michele, che stava ad aspettarlo, non lo aveva veduto entrare: e il Bello era per farla netta, quando nell'uscire dal portone di casa, s'imbattè nell'unico uomo che avrebbe voluto non trovarsi tra' piedi.
Se Michele odorava la trappola, il Bello potea dire per fermo d'aver rotte l'ova in sull'uscio. Ma Michele non poteva aver sospetto di nulla, e l'amico non era uomo da affogare in un bicchier d'acqua.
Egli però, correggendo il suo primo atto d'uomo colto sul fatto, si fece ad esclamare:
—To'! cercavo appunto di voi.
—O come?—rispose Michele, fresco ancora della sua aspettazione e de' suoi paternostri.
—Sì; che volete?—soggiunse il Bello.—Ero un po' in cimberli, iersera, e questa mane non son venuto a capo di ricordarmi dove diamine vi avessi dato appuntamento.
—Anche voi?—disse Michele.—Dovevate esser proprio più fradicio di me, poichè io non ho dimenticato nè le due dopo il mezzodì, nè il primo pilastro dei portici del Teatro.
—Ah, per Diana! L'avrei giurato io, che s'aveva a vederci sotto i portici; ma quel maledetto Monferrato m'aveva messo il cervello a soqquadro.
—Ed ora,—ripigliò Michele,—venivate a cercarmi?
—Sì, ma giunto all'ultimo piano, e mentre stavo lì per dare una strappata al campanello, ho pensato che non era prudente farmi scorgere dai vostri padroni. Il signor Lorenzo poteva vedermi, e voler forse sapere che negozi io ci abbia con voi.
—E non avete suonato?
—No. Garasso, dissi tra me, non facciamo sciocchezze! Scendiamo in istrada, ed aspettiamo Michele. È un uomo casalingo; se è fuori per cercare di noi, non istarà molto a ritornare.—
Michele non poteva trovar nulla a ridire nel discorso del suo Oreste. Egli trovava il Bello nella sua scala, e questo era segno che l'amico non lo aveva punto dimenticato. Il vino gli aveva fatto uscir di mente il luogo del ritrovo: ma che perciò? Quel liquido malaugurato aveva pure impedito a lui di trovare la corda del campanello!
—Avete ragione;—diss'egli adunque.—Ritorno infatti dal luogo che mi diceste ier sera. Perdonatemi ora, se ho pensato un po' male di voi.
—Oh, Michele!—esclamò l'altro, con aria dolente.—potevate voi
credere che dimenticassi l'amico?
—L'ho creduto, ho fatto male, e vi prego di perdonarmi. Ma veniamo al buono; i cum quibus?…
—Ho fatto l'impossibile per averli e portarveli; ma la m'è andata male. Giornata infame, caro Michele, giornata maledetta! Già, dicano pure che è una superstizione; ma in martedì non s'avrebbe mai da far nulla, perchè tutto va alla peggio.
—Ahi! ahi!—disse Michele, facendo il muso più lungo della quaresima.—Siamo fritti, dunque?
—No, no; quello che non s'è fatto oggi può farsi domani. C'è un tale a cui ho fatto capo, il quale mi ha detto che tornassi domani, e m'avrebbe dato la risposta. In quanto all'altro, sul quale facevo assegnamento, m'ha girato nel manico. Oh, Michele! che mondo! Come son fatti gli uomini! Tutti per sè, tutti fradici d'egoismo.
—Piove sul bagnato!—rispose Michele, il quale era filosofo in certi casi.—Sono storie che io so a menadito. Ma se domani gira nel manico anche l'altro?…
—Oh, non voglio crederlo! E poi, c'industrieremo tanto, che troveremo quel che vi occorre. La vedremo, perdio! Vedremo se due galantuomini come voi ed io, hanno a limosinare dugento lire e non trovarle da nessuna banda. Io (vedete, Michele?) fo già conto di averle in saccoccia.
—Amen!—conchiuse Michele.—A domani, dunque. E dove ci vedremo?
—Nello stesso luogo. Oggi son sano, e non lo dimenticherò certamente.
Ma, a proposito, non andiamo a bere un bicchierino?
—Acquavite? No!—rispose Michele, aggrottando le ciglia.—Nè acquavite, nè altro. Ho deliberato di non ber più altro che acqua di pozzo, fino a tanto non sia condotto a fine questo negozio.
—Michele, badate! L'acqua rovina i ponti. Per buona sorte il vostro voto non ha da durare se non ventiquattr'ore.
—Diceste il vero! Ed io vi prometto per domani di far con voi a chi beve di più.
—E birba chi manca!—rispose il Bello, stringendogli la mano.—
Poco dopo questo dialogo di Michele col Garasso, Arturo Ceretti andava dal padre Bonaventura.
Costoro s'intesero per bene, quantunque il primo non sapesse le ragioni del secondo. Il padre Bonaventura non era uomo da lasciarsi leggere nell'animo; e il Collini medesimo, tanto più addentro di ogni altro nelle segrete cose, era a mala pena al frontispizio.
Arturo, del resto, non cercava d'indovinar nulla. Aveva capito che c'era uno, il quale voleva male al Salvani, e non gli premeva punto di sapere il perchè, sebbene quest'uno sapesse il suo. Di questo modo si accordarono presto.
Il padre Bonaventura, messo al chiaro di ogni cosa dai racconti solleciti del Bello, aveva veduto d'un subito il gran profitto che si poteva cavare da un Don Giovanni scornato e picchiato, desideroso di vendetta e corto d'ingegno per giunta. Poi che lo ebbe giudicato di veduta, si raffermò nel proposito, e in quella che l'altro si lasciava andare a lui come la biscia all'incanto, nacque in mente al padre Bonaventura quel disegno infernale che vedremo uscir fuori tra breve.
In quanto ai denari che Michele chiedeva a prestanza dal Bello, questi avrebbe pure voluto darglieli subito. Ma il padre Bonaventura, anco ammettendo, giusta il parere del Bello, che quell'imprestito gli avrebbe reso Michele più maneggevole, aveva saviamente notato che i denari potevano migliorare lo stato di casa Salvani, e che anzitutto occorreva abboccarsi col Ceretti. Aspettasse dunque, e facesse aver pazienza a Michele.
Ma dopo aver parlato col biondo Arturo, entrava anche meno nei disegni del gesuita di metter fuori le dugento lire. La pigione era stata pagata; nè Arturo, ne il padre Bonaventura, per quanto si stillassero il cervello, potevano indovinare donde fosse caduta a Lorenzo Salvani quella pioggia di Danae.
XXII.
Degli apparecchi che fece la contessa Cisneri per andare ad una festa da ballo.
Le necessità del nostro racconto ci conducono da capo in casa della contessa Matilde Cisneri.
Era lo stesso giorno in cui Lorenzo aveva pagato il suo debito al padrone di casa, e sebbene fossero già scoccate le nove di sera, la contessa Matilde era nel suo spogliatoio; santuario della bellezza, dove non era penetrato altri che il gran sacerdote, o vogliam dire il parrucchiere. Ma già il gran sacerdote era partito, dopo aver acconciato mirabilmente i biondi capegli della diva, e sottentrava la sacerdotessa, anzi diciamo la cameriera Cecchina, che disponeva in bell'ordine le sottane insaldate, il crinolino, una magnifica gonna di seta azzurra, ed altri arnesi, i quali aspettavano d'essere stretti intorno alla persona della bella contessa.
Matilde intanto, coperte le spalle da un bianco accappatoio, stava di profilo dinanzi ad uno specchio a bilico, ma guardando di sbieco in una piccola spera che aveva tra mani, la quale, come il lettore ha già indovinato, le faceva vedere tutta l'acconciatura del capo, già riflessa una volta dallo specchio più grande. Così, guardandosi per tutti i versi, la bionda contessa sorrideva; segno che era molto contenta della sua testolina.
Ma perchè e per chi la contessa Matilde si faceva così bella, alle nove di sera? Il sullodato lettore ha già indovinato anche questo. La contessa Matilde si metteva in assetto di guerra per una festa da ballo, alla quale era stata invitata, in casa Torre Vivaldi.
Con quella gran festa i Torre Vivaldi chiudevano la loro stagione di città, pochi giorni innanzi di andare in campagna. Ora, siccome il lettore avrà ad udir molto di quella famiglia, che è già comparsa una volta nel nostro racconto, non sarà inutile che ci fermiamo un tratto a parlarne.
La famiglia Vivaldi, o, per meglio dire, quel ramo della famiglia, di cui la bella marchesa Ginevra era l'ultimo rampollo, non si dipartiva mai dalle sue consuetudini. Da parecchie generazioni era costumanza di tutti gli anni andar presto in villeggiatura e tornare tardissimo.
E i Vivaldi non avevano il torto ad osservarla fedelmente; perchè nel palazzo di Quinto era un magnifico stare, quasi meglio che nel palazzo di Genova, dove gli affreschi, le dorature, le sculture e le tele di valenti pittori d'ogni scuola, facevano sempre un viavai di forestieri, che era una molestia da non dirsi a parole, quantunque tornasse a maggior lustro della casa.
La villa di Quinto era un luogo incantato, una dimora di Alcina, con questo di meglio che la fata regina si chiamava Ginevra, e le grazie della sua persona non erano effimere come quelle della vecchia strega immaginata dal divino Ariosto. Colà era il palazzo, edificato coi disegni di Galeazzo Alessi; il giardino stupendo, piantato con gusto italiano innanzi che i forestieri ci rimpastassero e ci imbandissero come nuova la nostra invenzione; i viali ombrosi, i prati verdeggianti, il laghetto, la __Corte di amore__, e finalmente il teatro, acconcio alla recitazione di drammi pastorali e commedie villerecce, fatto con erbosi rialzi di terra, siepi di bosso e __quinte__ di alloro. Colà gli opulenti abitatori non avevano certo da rimpiangere la città, e la presenza degli amici consolava della mancanza di tutti quei visitatori, spesso molesti, che tira ai fianchi la consuetudine del vivere cittadino.
Un'altra usanza, stabilita in casa Vivaldi dalla marchesa Tullia, bisavola di Ginevra, e famosa nelle memorie nostrane per la sua stupenda bellezza e per l'ingegno che ebbe grandissimo su tutte le donne ed anco su molti uomini colti del suo tempo, era quella delle due feste da ballo.
Le sale di casa Vivaldi erano aperte ai visitatori consueti in tutte le sere di martedì; ma la gran sala, la sala massima, era illuminata soltanto due volte all'anno, la prima sul cominciare del carnevale, la seconda in primavera, e in quelle due occasioni si facevano inviti formali.
Erano quelle feste come il primo saluto e l'addio, l'__ave__ e il __vale__ della famiglia agli amici suoi e a tutte le sue aderenze cittadine. E in quella guisa che erano solenni, così attiravano tutta la nobiltà mascolina e femminile, e l'alta borghesia mascolina della città. Le signore della borghesia non erano invitate, salvo il caso che fossero nate nobili, o avessero trentasei quarti di bellezza e ricchezza, che possono ben tener luogo di stemma gentilizio.
Delle due feste da ballo di casa Vivaldi si usava parlare per tutta Genova molte settimane innanzi. Erano solennità a cui bisognava prepararsi, i mariti con un esame di borsa, le mogli con una conferenza dalla sarta. In quelle sere poi che si ballava in casa Vivaldi, i palchetti del teatro Carlo Felice erano quasi tutti deserti delle solite deità femminili. Le signore che andavano al ballo dovevano acconciarsi; quelle che non ci andavano, dovevano far credere che ci andassero. Le feste di casa Vivaldi erano eventi strepitosi; nè una gran dama, nè un giovanotto elegante, nè altra persona per la quale, potevano ignorarne impunemente i più minuti particolari.
Il marchese Antoniotto della Torre, marito della Ginevra, aveva rispettata la consuetudine della famiglia, e la considerava come un canone appiccicato a quella grossa eredità che era venuta in sue mani. Però faceva le cose da gran signore, sicchè molti vecchi dimenticavano il fasto dell'ultimo marchese Vivaldi, che pure, in quelle due solennità dell'anno, era splendido al pari de' suoi antenati.
Ora noi chiediamo a tutti quei lettori che si ricordano delle feste di casa Vivaldi: poteva la contessa Matilde Cisneri, poichè aveva la fortuna invidiabile di essere stata invitata, resistere a quella gran tentazione? Tutti, e prime le nostre lettrici, grideranno di no.
Infatti, come si è già veduto, ella si disponeva ad andare, ed era impaziente di giungervi. Quanto mutata, in breve spazio di tempo! Quanto mutata da quella Matilde che sentiva profondo il tedio della vita di conversazione, dei teatri, delle feste, e loro annessi e connessi! O dove era andato quel santo orrore delle vanità mondane, quell'amore della solitudine, e quel divoto rifarsi alla solitudine dell'amore? Era svanito, andato in dileguo, come la nuvola di fumo, sua sorella germana.
Povero Lorenzo! dirà taluno. Ma anche a questo vanno fatte le debite restrizioni. Anch'egli non ci aveva il suo tanto di colpa? Non era egli l'artefice del suo disinganno? Lorenzo Salvani, con tutto il suo ingegno, con tutta la sua gravità e l'esperienza delle sventure, era ancora un fanciullo. Non volle, e non seppe fermarsi un tratto a considerare l'argomento della sua passione; epperciò non gli venne in mente che certe donne, sebbene mostrino di desiderarli, a lungo andare non patiscono gli amori profondi, gelosi, prepotenti delle anime forti.
E poi, è legge dell'amore, che esso vada sempre dal basso all'alto. Ed anco se vedete un uomo ed una donna ricambiarsi in giusta misura, dite pure che quella legge è osservata a puntino; perchè la donna per un verso, l'uomo per l'altro, si riconoscono scambievolmente tali perfezioni, da far sì che uno dei due creda sempre essere da meno dell'altro. Ora Lorenzo, il quale era sembrato molto alto da principio alla contessa Matilde, non le sembrava più tale. Fu un ragguardevole uomo allorquando ebbe dato una botta nel fianco ad Aloise di Montalto; ma poi non seppe cavar profitto dalle sue gesta, acciuffar l'occasione e pigliarsi un buon posto innanzi alla gente.
Matilde non istette molto ad accorgersi di avere ai fianchi un semplice innamorato; e d'innamorati una donna bella ne trova ad ogni uscio, se pure ella non li trova tutti affollati al suo. Era ricco d'ingegno, e avrebbe potuto salire a grande rinomanza; ma la contessa non era donna da indovinare il futuro, o, quando anche l'avesse indovinato, da legarsi ad un uomo per quella celebrità e per quella potenza che era di là da venire.
Pensava in cambio che Lorenzo era un ignoto. Andasse dalla Clelia, dalla Fanny, dalla Caterina (le dame d'alto affare si chiamano col loro nome di battesimo, come per stabilire una differenza tra esse e il volgo di tutte le altre), ella non udiva mai parlare di Lorenzo Salvani. Si lodava il cavallo di un giovanotto, si chiacchierava degli amori di palcoscenico di un altro, e tutti quanti erano, per una cosa o per l'altra, passati in rassegna. Di Lorenzo mai una parola. Per tutta quella gente che, stando un po', in alto, finisce col reputarsi ogni cosa, Lorenzo Salvani era un nulla e non metteva conto discorrerne.
E qui parliamo di coloro che lo conoscevano, e sapevano anche degli amori della Matilde con lui. Il parlare di tanti altri e raccontarne vita e miracoli, era come un rimprovero a lei che era andata a cercarsi un amante fuori di quella cerchia appariscente dove nascono belli e fatti, che non c'è da desiderare più altro.
Lorenzo dal canto suo, oltre che non aveva cavato profitto dalle sue imprese, andava ogni giorno scemando di pregio, come le cartelle del debito pubblico in tempi burrascosi. Da lunga pezza il suo vestire era trasandato anzi che no. Il suo eterno vestito nero, che di sera poteva passare, in grazia dell'adagio: di notte ogni gatto è bigio, mostrava maluccio alla luce del sole, essendo già un po' spelacchiato sulle costure. Ora una donna, sia che ne tragga argomento di onore o di vergogna, si accorge sempre di questi nonnulla.
Per dirla in poche parole, l'amore di un uomo come il nostro povero amico Lorenzo, non era uno di que' romanzetti che una dama galante potesse mettere in mostra e farsene bella al cospetto della gente. Ed oltre tutto ciò, l'umor geloso del giovine stava per vietarle ogni maniera di passatempi; della qual cosa ella avrebbe avuto a dolersi tanto più, in quanto che non amava più abbastanza.
La contessa era dunque ad uno di que' punti, nei quali si sta per prendere una forte deliberazione. Ella non voleva incatenarsi e pensava a protestare col fatto, innanzi che la piaga si facesse più fonda.
Tutte queste cose contrastano invero coi lieti cominciamenti che il lettore conosce. Ma noi non inventiamo nulla, e Iddio ci guardi così dalla stolta pretensione di mutare il cuore umano, come dalla pericolosa manìa di dipingerlo a nostro talento.
Metteremo fine a queste considerazioni con un aforisma che non ci ricorda di aver mai letto in nessun trattato sull'amore e che però daremo nuovo di zecca ai lettori. «Quando una donna non ama più un uomo, o ne sopporta l'amore come una grande molestia, il che torna lo stesso, si può giurare che ci abbia già un altro all'uscio del cuore.»
Ora, chi era l'altro della contessa Cisneri? Per non tener a bada oltre il bisogno i lettori, diciamo che da un mese appena le era stato presentato Edmondo Alerami, conte palatino; un bel giovinotto sui trentadue, il quale aveva due occhi assai belli, sebbene dintornati da certe grinze che accennavano una vita scapigliata anzi che no, naso aquilino, baffi folti che gli scendevano sugli angoli delle labbra per rialzarsi superbamente in due punte attorcigliate, e un'ariona da principe indiano, a cui dava maggior risalto il suo viso abbronzato.
Questo signor Alerami non si sapeva donde venisse. Il suo titolo di conte palatino non chiariva nulla, perchè poteva averlo ereditato da' suoi maggiori, oppure ottenuto egli stesso, poniamo, dal Papa. Egli si diceva nato fuori, di parenti italiani; parlava tutte le lingue, ed era stato dappertutto, ma nell'India più a lungo che altrove.
Che cosa avesse fatto in India non diceva. Da' suoi discorsi si poteva qualche volta trapelare che avesse guerreggiato contro gli Indiani, o che avesse passato il suo tempo alla caccia delle tigri e degli elefanti, od ancora che avesse sfruttato una miniera di diamanti. Il conte Alerami parlava molto; ma, con tutte le sue chiacchiere, stava sempre chiuso come un nocciolo di pesca.
Questo signore s'era messo ai fianchi della bionda contessa; era sempre in sua casa, e la accompagnava sovente a teatro e a passeggio per le vie della città. La qual cosa non è a dire come tornasse molesta a Lorenzo Salvani.
Il nostro Lorenzo aveva avuto la poca accortezza di dolersene; di modo che la contessa potè rispondergli di trionfo come a lei fosse impossibile disfarsi del conte Alerami; il mondo aver le sue leggi, le quali nessuno poteva impunemente violare, e una donna assai meno di un uomo; la gelosia essere poi una brutta bestiaccia che bisognava soffocare nel suo covo innanzi che crescesse, tanto da divorarvi; alla perfine doversi aver fede nella donna amata, e va dicendo.
Dopo questi discorsi, Lorenzo non seppe più che cosa rispondere, e passò ancora per un uomo di poca fede, come l'apostolo Pietro sul lago di Nazaret; per un orso, per un nemico giurato delle costumanze civili; per un ribelle alle leggi della convenienza, e peggio. La contessa Matilde, quando scendeva a ragionare, non ci si metteva per poco, e voleva, come suol dirsi, vederne l'acqua chiara.
E fin qui non sarebbe stato gran male, se il cuore della contessa avesse durato nell'antico affetto. Ma il peggio si fu che le gelose smanie del povero Lorenzo non fruttarono altro che qualche sorriso di più al conte palatino.
Costui l'aveva ammaliata col suo sfarzo, co' suoi diamanti, colle sue nuvole indiane, col suo parlare alla spiccia di tutte le parti del mondo, col suo usar dimesticamente con tutti i gran signori forestieri. Non c'era infatti milordo inglese, o principe russo, o barone tedesco, il quale venisse a Genova e non fosse, un giorno dopo il suo arrivo, il fido Acate del conte Alerami. Tutti parlavano di lui, dei suoi modi eletti, de' suoi diamanti che venivano direttamente da Golconda, del suo cavallo arabo che era dono del pascià d'Egitto, ed era della razza medesima del cavallo di Maometto. Egli sapeva dir cose gentili alle signore; perdeva allegramente il suo denaro ad una tavola di __whist__ o d'altro giuoco signorile; nessuna meraviglia adunque che fosse lodato e accarezzato da tutti. Che più? Era stato ammesso nelle case più ragguardevoli, dopo che la vecchia marchesa Jolanda Pedralbes, detta più comunemente Violante, la quale nasceva dai __Monrion de Saint-Hubert__, prima nobiltà francese, e che era schizzinosa anzi che no nel fatto delle sue attinenze, gli era andata a braccetto nella prima festa invernale in casa Torre Vivaldi, e lo accoglieva nella ristretta cerchia de' suoi visitatori, tutta gente la cui nobiltà scendeva in linea non interrotta dai superstiti del diluvio universale.
Il bel cavaliere che tutti di qua e di là si strappavano, non aveva occhi se non per la contessa Cisneri, e la corteggiava con tutte le formalità prescritte dal codice della galanteria. Ciò solleticava l'amor proprio della signora, ed era per lei una rivincita su tutte le nuove bellezze che erano venute a sopraffarla, inspirandole quel tedio della vita che i nostri lettori hanno veduto a suo luogo, e che ella aveva combattuto coll'amore del giovine Salvani.
Ma il tedio era sparito, dopo le prime visite del conte Alerami. La contessa Cisneri moriva dal desiderio di farsi scorgere in trionfo, bella della sua nuova conquista, e l'unico tedio che ancora sentisse era quello del povero giovine, il quale era innamorato più che mai, nè voleva capire che il suo regno era finito.
Le cose erano dunque a questo segno. L'amante di casa, o per dir meglio il tiranno, era tuttavia Lorenzo Salvani. L'amante di fuori, il cavalier servente, quello per cui si indossava una nuova veste, per cui si meditava una notte sul colore più acconcio di un cappellino, era già il conte Alerami; il conte Alerami che quella sera doveva venirla a cercare, per accompagnarla alla festa da ballo, in casa Torre Vivaldi.
Adesso riuscirà agevole intendere perchè la bionda contessa stesse così a lungo ritta di profilo contro lo specchio a bilico, guardandosi doppiamente riflessa, in quello e nella piccola spera che aveva tra mani.
Era la sua grande serata, la festa trionfale che aveva sospirata così lungamente, e la contessa, bella naturalmente della persona, bella della sua contentezza, voleva essere inappuntabile nella terza bellezza della sua acconciatura. Donde si vede che Matilde si atteneva fedelmente al vecchio dettato: __omne trinum est perfectum__.
In quella che essa così amorosamente si guardava per tutti i versi, udì suonare il campanello all'uscio di casa. Quella scampanellata la scosse assai più che non paresse dicevole per un suono così naturale, e voltandosi alla cameriera, disse con molta speditezza queste parole:
—Cecchina, andate voi stessa ad aprire. Se è il conte, fatelo entrare nel salotto, e ditegli che mi aspetti. Se è l'altro, ditegli che sto per vestirmi, che debbo andar fuori e che non posso riceverlo.—
L'altro, per chi non l'intendesse, era il nostro amico Lorenzo.
—Vado;—rispose Cecchina, muovendosi verso l'uscio.
—Accomiatatelo, in ogni modo. Ditegli che domani sto in casa, e che lo aspetto;—aggiunse la contessa, con un sospiro che somigliava maledettamente ad uno sbadiglio.
La vispa Cecchina corse, per ubbidir la signora; ma il servitore aveva già aperto l'uscio, ed ella non aveva anche posto il piede fuori del salotto verde, che si trovò dinanzi Lorenzo Salvani.
Il giovine era molto scombuiato nel viso, e gli si leggevano negli occhi tutti i tristi presagi del cuore. Cecchina, che lo aveva nel suo calendario assai più del conte Alerami, quantunque da lunga pezza il giovine non le facesse più sdrucciolare gli scudi nella tasca del grembiale, si sentì stringere il suo cuoricino da cameriera, e rimase turbata innanzi a lui, senza trovare una parola da dirgli.
—È in casa la contessa?—chiese Salvani.
—No…. sì…. cioè….—rispose impacciata la cameriera.—La signora contessa è nel suo spogliatoio, e si prepara ad uscire.
—E dove va ella?
—Alla festa da ballo in casa Torre Vivaldi;—rispose Cecchina.
Lorenzo stette un tratto sovra pensiero; poi, scuotendo il capo, come se volesse discacciare una immagine molesta, soggiunse:
—Sta bene; l'aspetterò.—