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I rossi e i neri, vol. 1 cover

I rossi e i neri, vol. 1

Chapter 29: XXV.
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About This Book

The narrative opens in a Ligurian port city and sketches urban life through close domestic scenes, detailed interiors, and lively street observation. It follows several members of a patrician household and their neighbors, unfolding personal relationships, social ambitions, and generational contrasts. Through episodic character portraits the story examines tensions between tradition and change, public reputation and private feeling, and the interplay of political and familial loyalties. Scenes move from intimate rooms to promenades and theatrical evenings, with gentle irony and sentimental detail used to portray a community's manners, moral dilemmas, and shifting fortunes.

Ciò detto, andò a sedersi sul canapè, pigliando sbadatamente in mano un giornale parigino ch'era posato sulla tavola.

Cecchina, ritta in mezzo al salotto, non sapeva che dire per farlo andare via, e non le dava l'animo di congedarlo con quelle asciutte parole che le aveva detto la signora.

—Signor Salvani!—si provò finalmente a dire la buona ragazza.

—Orbene?—disse egli.—Andate pure dalla vostra signora che avrà bisogno di voi. Io rimango ad aspettarla.

—Oh, l'andrà per le lunghe!—soggiunse la cameriera.

—Non importa; ditele che faccia pure il comodo suo. Io ho tempo da aspettarla finchè non abbia finito.

—Ma….—ripigliò Cecchina, che non sapeva più cosa dire.—Ella ha da sapere che la signora, appena vestita, dovrà uscire in compagnia del conte Alerami.

—Ah! il conte Alerami!—esclamò Lorenzo, deponendo giornale e balzando in piedi.—Cecchina, io debbo parlare a Matilde.

—Oh, non vada in collera, signor Salvani!—disse Cecchina, indietreggiando dinanzi al giovine, che le si era avvicinato impetuoso.—La signora non può dispensarsi dall'andare a questa festa, e mi ha raccomandato di avvertirla che domani rimarrà in casa ad aspettarla. Veda che testa! avevo già dimenticato di dirlo.—

Cecchina nel suo turbamento aveva dimenticato le parole della contessa; ma, come i lettori vedono, correggeva la dimenticanza dei primi momenti, ripetendole con quella buona grazia che la contessa non avea posto a proferirle.

—Domani!—esclamò con accento di amarezza Lorenzo.—C'è qualcuno di là. La signora è già vestita per uscire, e il conte Alerami è già venuto. Ecco perchè mi dite di andarmene.

—Oh, signor Salvani! Le giuro che la s'inganna.

—Orbene, andrò io stesso a sincerarmene.

—No, no, si cheti!—si affrettò a dire la cameriera.

—E che cosa, direbbe la signora contessa, se io lasciassi entrar Lei, mentre essa sta per vestirsi?

—Avete ragione, ed io sono un pazzo. Buona Cecchina, andate dalla vostra signora,—ripigliò il giovine con voce più tranquilla, ma con evidente fermezza di propositi,—andate, e ditele che non mi muovo di qui. Se ella non vuole per nessun conto che io la veda, è segno che in quella camera c'è qualcheduno. Andate, aspetto la risposta.—

Non c'era più nulla da opporre a quelle parole; e Cecchina, chinando il capo, rientrò nelle stanze della signora.

Frattanto Lorenzo si pose a passeggiare, poco cortesemente invero, ma molto umanamente, su e giù pel salotto della contessa. In quel momento egli aveva la mente ad altri pensieri che a quello delle buone creanze. Anche la sua sfuriata innanzi alla cameriera troverà scusa, speriamo, presso le signore, se porranno mente che la cameriera sapeva ogni cosa per filo e per segno, e che Lorenzo era fuori di sè.

—Donne! donne!—diceva egli, ripetendo le eterne considerazioni di tutti gli uomini scottati dall'amore.—Ben disse Francesco Primo: __Donna non tien mai fede, e matto è chi ci crede__. Esse non hanno gradazioni nei loro affetti. Là miti ed austere come la mia buona sorella Maria; qui vanitose e volubili come Matilde. Ed io l'ho amata, costei! E l'amo ancora, questa donna che si getta nelle braccia di quell'avventuriero del conte Alerami, che ama e disama ad un tempo, che ha il cuore…. Dove lo ha, il cuore? Oh, perchè mi sono lasciato prendere il mio da costei? E quell'altro bellimbusto che mi si mette tra' piedi, e ci ha ancora l'aria di proteggermi!… Già, un omaccione pari suo, che ha girato mezzo mondo, che è stato come pane e cacio coi sovrani, che ha già freddato i suoi quattro uomini coll'aggiustatezza de' suoi colpi…. Che diamine, aver paura di me? Certo, egli ha da essere molto addentro nelle grazie della signora, per assumere quel piglio da barba Giove! E' vogliono farmi andare fuori dei gangheri, costoro! Il conte Alerami non accetterà la disfida…. La sua perizia conosciuta…. e da chi? e poi la generosa sollecitudine pel buon nome della contessa…. il timore di farla correre su tutte le bocche, gli daranno ragioni da vendere. E sarò io il tristo, l'ingrato; io il nemico di Matilde; egli il grand'uomo, il suo salvatore. A te Lorenzo! A te, cialtrone! In questo modo tu sarai messo di punto in bianco fuori dell'uscio.—

Il giovine Salvani ragionava dirittamente. Non era quella la prima volta che l'ira, contro il consueto aiutasse a indovinare la verità.

Egli era a quel punto delle sue considerazioni, quando l'uscio per cui era scomparsa Cecchina, si riaperse, e la cameriera si affacciò al salotto, dicendo:

—Entri pure, signor Salvani.—

La collera di Lorenzo svaporò a quell'invito, o per dir meglio sbollì; e il giovine non si ricordò più di que' tristi pensieri che essa gli aveva destato nell'animo. Un solo concetto rimase, e fu l'amore; quell'amore che consiglia tante e poi tante corbellerie ai miseri mortali.

Lorenzo si gettò sulle orme della cameriera, ed entrò nelle camere della contessa, fino allo spogliatoio, dove la trovò ancora vestita in quel modo che i lettori sanno, ma seduta dinanzi allo specchio.

XXIII.

Nel quale si racconta come una gentildonna congedasse un innamorato che l'aveva seccata.

Appena Lorenzo fu entrato, Cecchina si allontanò. La contessa avrebbe potuto tenerla presso di sè, col pretesto assai naturale della sua acconciatura, e cansare in tal modo il pericolo di una spiegazione a quattr'occhi. Ma, a quanto sembra, ella voleva finirla, e indovinando col suo accorgimento donnesco che quello sarebbe stato un dialogo critico, dal quale ella avrebbe potuto cavar profitto, aveva accennato ella stessa a Cecchina che uscisse.

Rimasero soli; ma per un tratto fu scena muta. Lorenzo era come inchiodato presso l'uscio, e sopraffatto da una commozione fortissima. Allora la contessa si volse, ed accennandogli con la mano un piccolo sofà che era daccanto a lei, incominciò ella stessa il discorso.

—Orbene?… Non debbono esser di molto rilievo le cose che avete a dirmi, se, giunto qui, non mi dite una parola.

—Matilde!—ruppe finalmente a dire Lorenzo, con accento di rimprovero.—Perchè mi parlate voi così? Sapete pure che ho da parlarvi, e se ho resistito al vostro desiderio di non essere disturbata nella vostra acconciatura è segno che ho da ragionare di cose gravissime.

—Gravissime? Udiamo dunque; ma, ve ne prego, spicciatevi,—disse la bionda contessa, levandosi dallo specchio, e andando a sedersi su d'una poltrona dirimpetto a Lorenzo,—poichè non ho tempo, stasera.—

Salvani aveva il cuore gonfio di amarezza. Non erano poche, nè lievi, le accuse che gli facevano tumulto nell'animo; e tuttavia stette dubbioso, pensando al modo più acconcio di cominciare. Sentiva dentro di sè tutte le furie d'Averno, come dicono i classici; ma quella donna era così bella, ed egli l'amava tanto, ch'egli non ardiva prorompere, e tremava come un colpevole, egli, l'accusatore!

—Avete tanta fretta?—disse egli, col medesimo accento malinconico.

—Sì,—rispose la contessa, facendosi deliberatamente incontro al pericoloso argomento di quella conversazione.—A momenti sarà qui il conte Alerami, e non sono anche vestita.—

Lorenzo si pose una mano sotto la giubba, quasi volesse andare a cercare il cuore e soffocarlo nella stretta. Poi, mettendo ogni sua possa a frenarsi, guardò pietosamente la contessa e temprò la voce più dolcemente che gli venisse fatto, per dirle:

—Matilde, mi amate voi sempre?

—Stiamo a vedere che gli è tutto qui quello che avete a dirmi di grave. Perchè questa domanda, di grazia?—

E così dicendo, la contessa, con un moto grazioso delle membra si strinse nel suo accappatoio e si rannicchiò nella poltrona, sorridendo a Lorenzo. Nel cuore, tuttavia, si struggeva dal dispetto.

Lorenzo non vedeva, non indovinava nulla.

—Mi amate voi sempre, Matilde?—ripetè egli incalzando con aria supplichevole.

—Ma sì; lo sapete pure!—rispose la contessa.—Ma perchè, vi ripeto, perchè questa domanda?

—Per avere il diritto….—soggiunse esitando il Salvani,—per avere il diritto….

—Di che cosa!

—Di volgervi una preghiera.

—Udiamola, questa preghiera.

—Matilde! per l'amor di mio, per l'amor vostro, che non avete rinnegato, non è egli vero?… non andate a quella festa!—

La contessa finse di cader dalle nuvole a quella conclusione di Lorenzo, che ella pur si aspettava. Giunse le palme in atto di maraviglia, e dopo avere alzato gli occhi al soffitto, esclamò:

—Ma davvero siete un fanciullo! E perchè?

—Perchè…. Ve ne prego, ve ne supplico, non andate!

—Ma, di grazia,—ripetè spazientita la contessa,—sappiamone prima la ragione. Non è mica una cosa da nulla usare una siffatta scortesia ai Torre Vivaldi; e perchè io mi disponessi ad usarla, bisognerebbe pure ci avessi una ragione…. e che ragione!—

Lorenzo Salvani stava per essere sconfitto dalla logica della contessa. Se la ragione suprema dell'amore non bastava più a persuadere Matilde, tutte le altre erano contro di lui, ed egli non poteva distruggerle.

Però non rispose all'argomentazione della contessa, e con accento di profonda malinconia, si fece a dirle:

—Matilde! Come siete bella, stasera!

—Davvero?—rispose la contessa, guardandosi le dita che scherzavano coi nastri del suo accappatoio.

—Oh sì! Siete troppo bella!

—Stiamo a vedere che vi dispiace anche questo!—proseguì ella, con la stessa aria sbadata.

—No,—rispose Lorenzo, riscaldandosi;—ma voi sarete tale per molti. Molti vi ammireranno, colà dove andate. Sapete pure Matilde; una donna che ama, non deve parer bella a tanti. I desiderii del volgo sono come una profanazione della sua bellezza e dell'amor suo.

—Ah, ah!—esclamò la contessa, dopo una brevissima sosta—siamo nella metafisica, a quel che sembra. Ma anco a voler stare sulle nuvole con voi, signor poeta, io penso che vi si possa rispondere di trionfo.—

Lorenzo fece un cenno del capo che voleva dirle: non credo.

—Sì certo! Quanto più io potessi parer bella a molti, il che non è punto vero,—soggiunse ella con quell'accento d'ipocrisia che sanno metter fuori le donne quando abbiano a parlare della loro bellezza,—tanto maggiore dovrebbe essere l'orgoglio di chi mi ama.

—Oh, lasciate queste gioie meschine al conte Alerami, che per lui saranno forse il colmo della felicità!—interruppe Lorenzo.—Io v'amo ben diversamente, v'amo assai più, o Matilde!—

La bomba era caduta, la gran parola di quel dialogo era detta: e la contessa, punto turbata, si fece arditamente ad affrontare il pericolo.

—Ma se lo dicevo io, che siete un fanciullo! Adesso salta in ballo il conte Alerami.

—Egli vi ama!—proruppe Lorenzo.

—E questo vi spiace? Vi piacerebbe forse di più che egli mi odiasse?

—Forse. Ma perchè stiamo noi qui a schermir le parole?—disse Lorenzo, armandosi di coraggio.—Appunto del conte Alerami io volevo parlarvi…. e chiedervi un sacrifizio….—

La contessa rizzò il capo, e guardandolo con un piglio, in cui non si sarebbe potuto dire se fosse maggiore il disdegno o la compassione, lo fulminò con queste parole:

—Signor Lorenzo! siete voi così dappoco?

—Perdonatemi, Matilde,—gridò egli allora, gettandosi ai piedi della contessa ed afferrando la sua mano che non istette molto a bagnare di lagrime;—ma io soffro, vedete?… Io penso che questa sera andrete a quella festa appoggiata al braccio del conte Alerami, che egli vi farà ridere con le sue arguzie, che il vostro petto palpiterà sopra il suo, nell'ardore della danza. Non vedete voi queste lagrime, Matilde? Il mio cuore si strugge, a questo pensiero maledetto!…

—Perchè pensare a queste fanciullaggini?—chiese la contessa, guardando in aria.

—Perchè sono geloso, Matilde, geloso di chiunque vi parla, geloso perfino della vostra ombra. Non ve ne siete anche avveduta?

—Rifaremo dunque la vecchia storia di Otello?—ripigliò la contessa, cercando di sciogliere la mano dalle strette di Lorenzo.

—Oh Matilde! Voi non volete capirmi!—esclamò il povero innamorato.—Quando vi vedo, quando sono daccanto a voi che mi sorridete, poco m'importa di tutte quelle farfalle che vi aleggiano dintorno. Ma, lontano da voi, penso che esse ebbero la virtù di abbagliare i vostri occhi, e che il povero Lorenzo è dimenticato da voi. Sono geloso, Matilde, sono geloso, perchè sento che voi mi sfuggite di mano, che ogni giorno che scorre, mi allontana dal vostro cuore.—

Un affetto vero e profondo ha questo di efficace, che commove, poniamo pure per un momento, il cuore della donna più fredda. Non è egli vero, o lettrici? In mezzo alla noia che v'inspira l'assidua presenza e il piangere di un uomo che non amate e il pensiero di un altro che vi soggioga, s'infiltra pur sempre uno zinzino di compassione per lo sventurato che è a' vostri piedi e vi esprime con tanto ardore di parole la grandezza de' suoi patimenti.

La contessa non seppe resistere a quell'onda di passione disperata; epperò rispose a Lorenzo:

—E chi vi dice che io non v'ami più?

—Oh grazie!—esclamò il giovine, a cui balenò negli occhi il primo lampo di gioia;—grazie di questa cortese parola che vi è piaciuto lasciarvi sfuggirei Ma compite la vostra bell'opera; non andate a quella festa; rimanete in casa, stasera. Fate questo grande sacrifizio al povero Lorenzo, che vi ama come un dissennato. Vedete? Noi rimarremo qui seduti, a parlare del nostro amore, de' miei disegni pel futuro. Faremo un bel castello in aria, di quei tali che vi piacevano tanto, e che ci facevano star le ore intiere dimentichi del mondo, inebbriati di amore. Vi ricordate, bionda Matilde? Non c'era cosa bella nel creato, che le anime nostre non si facessero sollecite a spiccare dal suo luogo, per abbellirne il nostro sogno, e le più graziose pensate non erano certamente le mie….

—Sì, Lorenzo, ma è impossibile adesso che io vi contenti. Che volete? Sono pure disgraziata! Ho promesso al conte Alerami…. ho accettato ch'egli venisse ad accompagnarmi dai Torre Vivaldi; e senza mettere in conto che io fallirei alle buone creanze verso la Ginevra, il rimanere a casa sarebbe una vera scortesia, usata, senza una ragione al mondo, a quel povero conte.

—Quel povero conte! E perchè non dite invece questo povero Lorenzo che soffre? Oh, maledetto quest'uomo che si pone tra me e la mia felicità!…—

Matilde, giunta a quel segno, doveva farla finita. Ella s'era alzata un tratto, per virtù della rimembranza, sulle ali di Lorenzo; ma l'altezza sterminata del volo la spaventava. Vide da lungi sulla terra il conte Alerami, bello, guardato e vagheggiato da tutte le donne, sfolgoreggiante di diamanti, caracollare superbamente sul suo cavallo arabo, e non seppe tenersi dal sospirare. Si guardò dattorno, e non vide altro che lo spazio muto e freddo; nè valeva a custodirla Lorenzo, che la teneva fra le braccia, Lorenzo, il povero giovine senza speranze, brutto della sua gelosia, e male in arnese per giunta. Sì, fu questo il pensiero che venne in mente alla bionda contessa: male in arnese! Matilde ebbe paura di trovarsi lassù, e fece come una delicata signora che salita in barca rabbrividisce al primo ondeggiare del legno e grida di voler scendere a terra.

—Ed eccovi da capo con le frasi sonanti!—rispose ella, cogliendo la palla al balzo.—Il conte Alerami è un cavaliere garbato, e voi avreste il torto a credere che io….

—Voi lo difendete!—interruppe Lorenzo.—Ma lo costringerò ben io a cedermi il passo, e se egli si ostinerà ai vostri fianchi, tanto peggio per lui; lo ucciderò.

—Signor Lorenzo, finiamola! Voi non sapete quello che vi diciate, ora. Perchè dovrei io chiudergli l'uscio di casa mia? Per fargli capire ch'egli è un uomo pericoloso, e che voi lo temete? In quanto ad ucciderlo, sarà un'altra faccenda non troppo facile. Voi siete animoso; ed egli non meno. È schermidore valente, e tutti vi diranno che con un colpo di pistola coglierebbe in aria una moneta.

—E qualcheduno potrà aggiungere,—rispose Lorenzo rattenendosi a stento,—che egli si schermisce anche meglio dal pericolo di un duello….

—Oh, questo, poi!

—Oh, questo, poi, lo so di buon luogo. Egli è vile quanto spavaldo. Ma a me non fanno senso quei suoi modi da gradasso, e la mano son certo gli tremerà quando abbia a scendere sul terreno.

—Ma non avete voi detto dianzi,—interruppe la contessa sorridendo ironicamente,—che egli si schermisce da cosiffatti pericoli?

—Sì,—rispose Lorenzo, senza badare al piglio sarcastico della contessa,—quando abbia da fare co' dolci di sale, e possa dar loro a credere ch'egli è un uomo generoso; ma io lo trascinerò pe' capegli, il conte Alerami, e gli dirò la gran parola che lo metta a segno per sempre…. Avventuriere!—

La contessa Cisneri si alzò dalla poltrona, e guardando Lorenzo dal capo alle piante, gli disse con voce sottile ma ferma:

—Voi insultate un uomo che io accolgo in casa mia!—Se la nostra lingua italiana consentisse l'uso di certe metafore, diremmo che quella voce sottile ma ferma della contessa Cisneri poteva rassomigliarsi ad una lama di pugnale, che appare così fine, e va diritta nelle carni; che fa un buco da nulla, e tuttavia vi s'immerge nel cuore.

Intanto per Lorenzo Salvani le parole di Matilde furono come una trafittura, e il primo atto del giovine fu quello di recarsi una mano sul cuore, come se appunto colà fosse andato a ferire il dispregio della bionda signora, che stava ritta in piedi dinanzi a lui, guardandolo con piglio sdegnoso.

Egli tuttavia non disse parola. L'assalto era stato così repentino e violento, che egli non seppe che cosa rispondere. A volte anco il silenzio è sublime, e Lorenzo fu sublime tacendo, in quella che guardava la contessa con aria di doloroso stupore.

—Signor Salvani,—proseguì la contessa,—siete voi dunque disceso così in basso, da calunniare i gentiluomini che vi danno molestia?—

Lorenzo impallidì a quella seconda percossa; quindi per naturale contrasto, gli divampò il volto, all'improvviso rifluire del sangue alle tempia. Si cacciò una mano ne' capelli, e strinse così forte, come se volesse strapparseli.

—Calunniare! calunniare!—ripetè egli con una terribile progressione di accento.—Oh, voi lo amate, signora…. Voi lo amate! Adesso vi porreste invano a negarlo.—

Matilde rispose crollando le spalle, e stringendo le labbra; quindi si mosse per andare allo specchio.

Era quello uno stato di cose difficilissimo per ambedue. Lorenzo aveva già posto mano al cappello per andarsene, quando si udì il fruscio d'una veste, e subito dopo un batter di nocche sull'uscio.

—Avanti!—disse la contessa, rivolgendosi da quel lato. L'uscio si aperse, ed entrò la cameriera ad annunziare l'arrivo del conte Alerami col marchese De' Carli.

—Ah! lo sapeva che non sarebbero stati molto a giungere!—esclamò la contessa.—Signore, eccovi dunque contento! Il marchese De' Carli è la lingua più lunga di tutta Genova, e si piglierà certamente una satolla de' fatti miei.

—Signora,—rispose Lorenzo, facendo ogni sua possa per rattenersi,—perdonatemi! Me ne andrò.

—Sì, ve ne andrete adesso, perchè vi vedano uscire, e tutti abbiano a risapere che eravate qui solo nel mio spogliatoio.—

Il giovine Salvani chinò gli occhi, e si morse le labbra, per non rispondere altro.

—Che cosa avete detto a que' signori?—chiese la contessa a Cecchina.

—Ho detto che la contessa non aveva anche potuto por mano a vestirsi.

—Sta bene. Andate, e fateli entrar qui. E voi intanto, signore, sedetevi e ricomponetevi.

—Non temete, signora!—rispose Lorenzo con piglio modestamente contegnoso;—i miei occhi si sono rasciugati, e spero non avrete ad arrossire più oltre per cagion mia.

—Tanto meglio!—soggiunse la contessa, e andò per sedersi allo specchio; ma poi, pensando che quella positura avrebbe potuto parere studiata, corse al sofà dov'era già seduto Lorenzo, col suo cappello in mano, e gli si pose daccanto, in atto di chi prosegue un discorso.

In quel punto entrarono i due signori annunziati da Cecchina, l'uno il conte Alerami, che i lettori conoscono per quel tanto che ne abbiamo già detto, l'altro il marchese De' Carli, un vecchio sui sessanta, o in quel torno, tutt'e due in falda e coi guanti paglierini.

—Ah! ah!—esclamò il marchese, che rideva sgangheratamente ad ogni tratto, e tartagliava per giunta;—entriamo dunque nel santuario?

—Sì, per l'appunto; entrate, Onofrio,—gridò allegramente la contessa,—e non vi spaventate, per carità, se troverete la dea vestita ancora da casa. Stavo qui domandando il parere del signor Salvani sull'abbigliatura che debbo indossare; ma egli non ha voluto dirmi nulla; di guisa che pregavo il cielo che mi mandasse qualche buon consigliere. Ed ecco, capitate voi, che siete il buon gusto incarnato.—

La scaltrita contessa voleva con tutti que' vezzi accattarsi la benevolenza del vecchio marchese, e la sua perorazione era tale da farlo andare in brodo di succiole.

Era un ridevole personaggio, quel marchese Onofrio De' Carli, o marchese Tartaglia, come gli si diceva alle spalle da certi burloni. Da giovine aveva fatto il vagheggino, e perseverava ancora, come se gli anni non fossero venuti. Si tingeva baffi e capegli, avendone l'aria di un vecchio Cupido rimpennato e ritinto. Quando parlava, era necessario tenersi alla larga; se no, con la sua lingua impacciata, vi schizzava addosso le bollicine di saliva. Sapeva la storia di tutti, e faceva il gazzettiere nei salotti, dettando anche sonetti e madrigali per ogni occasione, come un vecchio Arcade. Le signore lo mandavano ogni tanto a cercare, e tra perchè temevano la sua linguaccia e perchè si pigliavano spasso de' fatti suoi, non potevano stare un giorno senza di lui. Questo sapevano tutti, epperò si faceva a chi gli desse più argutamente la baia intorno alle sue avventure galanti; ed egli a gongolare, a ridere più sgangheratamente che mai, ed aspergervi della sua eterna rugiada.

—Il signor Salvani ed io,—disse egli, andando a sedersi nella poltrona accanto a Matilde,—possiamo darvi ottimi consigli, ma il vostro specchio ve li darà migliori. Sarete la regina della festa, o ce ne saranno due. Quella pettinatura, poi, vi sta a meraviglia. A cavalcioni su que' biondi cernecchi se ne stanno gli amori, saettando vicini e lontani….

—Basta, basta, Onofrio! Siete un vero diluvio.

—Nel quale la vostra bellezza va incolume come l'Arca.—

E detta quest'arguzia, il marchese Onofrio arrovesciò il capo sulla spalliera della poltrona, ridendo a crepapelle e sfrombolando l'aria co' suoi eterni sbruffi.

Lorenzo non aveva ancora aperto bocca. Egli stava rannuvolato guardando il conte palatino, il quale, dopo aver baciato la mano alla contessa, si era fatto in disparte, e taceva, come un innamorato in ufficio.

—Suvvia, non ci perdiamo in chiacchiere!—disse Matilde.—Sarà tardi, io credo.

—Sono le dieci!—soggiunse l'Alerami, cavando dalla tasca del panciotto il suo orologio contornato di brillanti.

—Orbene,—proseguì la contessa,—poichè mi avete detto il vostro parere, andatevene nel salotto, ch'io mi vestirò in fretta.

—Oh, non istate a darvi tanta premura,—disse il marchese.—Purchè andiamo alle undici, giungerete sempre in tempo, anzi comparirete sul più bello, come una dea di Omero nel più forte della mischia.

—Benissimo; lasciatemi dunque indossar l'armatura. Se volete giuocare, aspettandomi….

—Vi obbediremo, contessa;—disse il conte Alerami.—Signor Salvani, vuole Ella fare una partita?

—Non giuoco, signore.

—Giuocheremo una partita innocente. Appena una piccola posta, tanto per tener vivo il giuoco.

—Tanto meglio per Lei, signore;—ripigliò Lorenzo con asciutta cortesia;—la sua borsa non ne patirà danni troppo gravi, nel caso che il marchese De' Carli fosse il fortunato.—

Matilde, avvedutasi della brutta piega che stava per prendere la conversazione, si affrettò a soggiungere in quella che volgeva un'occhiata severa a Lorenzo:

—Il proverbio dice: chi ha fortuna in amor non giuochi a carte.—

Il marchese Onofrio fece un inchino e una risata, per ringraziar la contessa. Lorenzo, dal canto suo, stette saldo, aspettando che il conte palatino gli dicesse qualche altra impertinenza. Egli, in fin de' conti, non aveva fatto altro che respingere, con modi cortesi, sebbene asciutti, un assalto del suo fortunato rivale.

Ma questi, che si sentiva punto sul vivo dall'accento sarcastico di
Lorenzo, volle aver la rivincita, e rispose con aria burbanzosa:

—A me non fa caso il perdere.

—E nemmeno a me,—disse di rimando Salvani,—fa gran caso sapere se il giuoco sia innocente, o no. Ogniqualvolta potrò aver la ventura di giuocare con Lei, non sarà certo la posta che mi metterà in pensiero.

—Ella parla come un Creso, signor Salvani!—rispose l'Alerami, impaniandosi sempre più.

—Non c'è bisogno d'essere un Creso per parlare come io faccio, e tutti i tesori del famoso re di Lidia non varrebbero la posta che il più meschino degli uomini potrebbe giuocare. Ella che è stato in India, signore—(Lorenzo non diceva mai signor conte)—conoscerà certamente la posta che mettono talvolta gli Indiani su d'una partita a scacchi.

—Non la conosco, in fede mia!

—Orbene, la servirò io: si giuocano gli occhi.

—Diamine!—esclamò il marchese Onofrio, che non capiva un'acca di tutto quel battibecco.

Matilde, pallida, sbigottita, si era accasciata sul sofà, aspettando la fine di quel dialogo ch'ella s'era inutilmente industriata a sviare.

—Sicuro, gli occhi!—proseguì Lorenzo, guardando sempre fissò l'Alerami.—Ad ogni partita che un giuocatore vince, cava un ferruzzo leggerissimo, e fa con gran maestria saltare un occhio all'avversario. Ella capirà benissimo che non si possa far più di tre partite, a questo bel giuoco; e l'ultimo occhio che rimane incolume all'uno dei due, gli serve per andarsene pe' fatti suoi, dopo avere accompagnato il perdente fino all'uscio di casa. Ella è dunque avvertita; io soglio giuocar grosse poste, e quando le piaccia, sarò sempre ai suoi riveriti comandi.

—Eh! chi sa che non me ne venga la voglia!—disse il conte Alerami, che la rabbia aveva fatto diventar bianco come un cencio lavato.

—Si accomodi, signore! E adesso,—conchiuse Lorenzo volgendosi con un grazioso sorriso ai muti spettatori di quella scena,—signora contessa, signor marchese, loro servo divoto!—

Con queste parole si accomiatò, lasciandoli tutti sbalorditi.

Grama vittoria, nondimeno! Il povero Lorenzo si sentiva schiantare il cuore, uscendo da quella casa, che era stata la culla ed era la tomba dell'amor suo.

XXIV.

Nel quale si parla di molte stelle del cielo ligustico.

Quella sera il palazzo Vivaldi era magnificamente illuminato. I grandi finestroni sfolgoreggianti facevano impallidire le scarse fiammelle del gasse negli scarsi fanali della via Nuova, e gli sfaccendati, i musoni, stavano a contemplare quello spettacolo, senza sapere il perchè. I curiosi si stringevano intorno agli sfaccendati; e i viandanti, rattenuti da quell'ostacolo, intorno ai curiosi; di guisa che al vedere tutta quella calca di gente, si sarebbe potuto credere che fosse avvenuto in quel luogo un fatto grave, un alterco, una rissa, un'uccisione, uno insomma di que' fatti che il giorno appresso dànno agli strilloni il diritto di assordare le genti.

—Che è? che non è?—Non sapete?—È la gran festa da ballo in casa
Torre Vivaldi.

—Quella sì, è gente per la quale! Guardate che sfoggio di dorature!
Come splendono, attraverso i vetri delle finestre!

—Hanno illuminato tutto il palazzo. Vedete? Anche dalle finestre che dànno sui vicoli c'è la medesima luce.

—Eh! le cose si fanno, o non si fanno. Ci saranno forse quattrocento invitati!

—Che quattrocento? Dite pur mille. Io conosco lo scritturale di casa, e so che le lettere d'invito salgono oltre al migliaio.

—Ve l'avrà data a bere, lo scritturale. O come volete che ci capiscano mille persone là entro?

—Che sfarzo da principi! Già, costoro vogliono andare a finir male con tanto lusso….

—Finir male! Siete pazzo? O non sapete che ci hanno dai dodici ai quattordici milioni, senza contare i quadri, e quei due leoni di marmo nella scala, che non hanno voluto vendere a un Inglese per cinquecento mila lire?

—Ah! ah? bella, la storia dell'Inglese!

—O che? non lo credete?

—Sì, credo tutto, ma so ancora che a Genova, dovunque c'è un capolavoro, c'è pure la sua brava leggenda dell'Inglese che voleva comprarlo a peso d'oro.

—Sia come vi garba; intanto è sicuro che ci hanno molti milioni.

—Oh, non lo nego. Ma poichè sono ricchi sfondati, dovrebbero pensare anche un tantino ai poveri.

—Ai poveri? Oh, non aspettano consigli, per pensarci, e si conta che facciano per centomila lire di limosine all'anno, oltre le opere pie nelle quali hanno mano.

—Davvero?

—Certo; sono gran signori, e amici della povera gente. Avrebbero ad essere otto o dieci di quella fatta, in Genova, e la vedreste cambiare dal nero al bianco.

—O dal bianco al nero!—soggiungeva un altro.

—E perchè dice questo, Lei? Non le par forse che io dica la verità?

—Dio me ne guardi! Ma chi le distribuisce, tutte queste limosine?

—Oh, fior di galantuomini; ottimi ecclesiastici, ed altre religiose persone.

—Sta bene; ma sono accorte egualmente?

—Come sarebbe a dire?

—Che la limosina fatta alla cieca, non è altro che uno sfoggio superbo, epperò avvilisce l'uomo, senza migliorarne lo stato. Oltre di che, mentre se la spartiscono i raccomandati, la vedova muore di fame con la sua figliuola, dopo avere inutilmente bussato all'uscio signorile, e l'onesto bracciante è cacciato dalla casupola perchè non ha pagato la pigione, e non ha lisciato acconciamente il fattore di Sua Eccellenza.

—Sarà; ma intanto dove mi trova Ella un uomo che spenda centomila lire in elemosine, come il marchese Antoniotto?

—Eh, non dico già questo per levargli il merito. Alla stretta dei conti son sempre uomini commendevoli, e degni, d'esser fatti consiglieri e sindaci della città.

—Ahi questa che Ella dice è una gran verità! Costoro almeno amministrerebbero a dovere il danaro del comune, e non ci sarebbe risico….

—Certo!—soggiungeva un altro.—Non ci sarebbe risico che rubassero essi, ma che lasciassero rubare gli altri. A costoro basterebbe di poter fare i prepotenti.

—Ohi ecco un'altra carrozza. Chi è quella signora che scende?

—È la marchesa Pellegrina Bracelli. Bella donna a' suoi tempi! Adesso sua figlia è più bella di lei.

—Che novità! E probabilmente tra cento anni saranno morte ambedue.

—L'ha da essere una festa, ma di quelle!—diceva un altro.—Questa gente si ricorda d'essere sangue di dogi.

—Ci sono stati dei dogi nella casata Vivaldi?

—Nella casata Vivaldi, e anche in quella dei Torre.

—Peccato che non ne nascono più, dei dogi!

—Ma! è davvero un peccato. Essi valevano assai più dei vostri __governatori e intendenti__ moderni.

—Oh, qui poi ci avete ragioni da vendere. Quando non ci fosse altro, basterebbe notare che erano animali domestici.

Erano questi i discorsi che la gente faceva sulla via.

Il popolo genovese è pieno di questi capi ameni, i quali si dànno pensiero d'ogni cosa, pel solo ed unico gusto di disputare; ciceroni da dozzina e curiosi di ogni risma, i quali sanno tutte le minuzie del passato, frugano tutte quelle del presente e vorrebbero anche indovinar quelle del futuro; la più parte avventori costanti del __caffè della Liguria__, in via Luccoli, o del __caffè di Napoli__ in Soziglia; filosofi peripatetici dei portici del Teatro; speculatori del bel tempo sulle mura delle Grazie; uditori attentissimi alla Corte d'Assise, e alle parlate del Consiglio comunale.

Intanto giungevano le carrozze stemmate, e, mandando un po' indietro la calca dei curiosi, si fermavano dinanzi al portone. Lo staffiere saltava giù da cassetto, apriva lo sportello, e, col cappello gallonato in mano, distendeva i gradini ripiegati dello smontatoio. Il cavaliere scendeva sollecito, e porgeva la mano alla dama, che, tutta ravvolta nella sua mantellina, non lasciava veder altro che l'acconciatura del capo e la noce del piede.

Era già molto pei riguardanti, se il viso era bello, sottile il piedino e ben tornito il fùsolo.

—È la tale!—No, è la tal altra!—E lì commenti, aneddoti, vita e miracoli della signora che passava.

La carrozza della nobile Ottavia Scotti, vedova Belmosti, si fermò a sua volta, e ne scese la vecchia dama, con Matilde Cisneri, il marchese De' Carli e il conte Alerami.

Il lettore ricorderà che nei primi cenni intorno alla bionda contessa, abbiamo parlato d'una sua vecchia amica, la quale, non sapendo staccarsi dal mondo e dalle sue vanità, si appuntellava alla rinomata bellezza di una giovine, per non uscirne del tutto. Era costei la Belmosti, ottima donna in fin dei conti, la quale con la sua nobilissima compagnia dava assai più che non ricevesse da altri. E la Cisneri lo sapeva benissimo, che, la mercè della sua vecchia amica, cugina del marchese Antoniotto dal lato materno, era stata invitata alla festa dai Torre Vivaldi.

Il nostro conte palatino si affrettò, con savio accorgimento, ad offrire il braccio alla nobile Ottavia. Il marchese Tartaglia si dinoccolò per offrire il suo alla Matilde, e tutti e quattro, gloriosi e trionfanti, salirono le scale.

Lorenzo Salvani, nascosto nella folla, ebbe agio di vedere tutta la scena e udire per giunta le chiacchiere degli sfaccendati, che tagliavano i panni addosso a quelle nobili persone.

Colla falda del cappello aggrondata sugli occhi, il colletto del pastrano alzato fino all'orecchio, egli era andato ad appostarsi colà, per vedere anche una volta la bella Matilde. Ultimo guizzo d'una lucerna che si spegne, ultima ubbìa d'un povero amante lasciato in asso!

Il cuore gli si strinse, quando vide Matilde, saltar leggiera e contenta dallo smontatoio sulla soglia del portico; gli occhi mandarono lampi, quando scorse l'Alerami.

—Domani;—borbottò egli tra sè.—Domani, se non siete un codardo….—

Matilde era sparita col marchese De' Carli, e Lorenzo vide ancora la vecchia gentildonna che le teneva dietro, appoggiata al braccio del conte palatino.

Su per le scale marmoree del palazzo Vivaldi era una luce vivissima. Numerosi servi in livrea e guanti bianchi stavano nella sala d'ingresso, che era pittorescamente ornata di fiori e piante tropicali, come le stufe dei nostri giardini.

Di là s'entrava in una fila di sale stupende, le quali giravano tutto intorno il piano nobile del palazzo, ricche delle tele, degli affreschi e degli ornati dei più famosi artisti.

Quelle sale, giusta l'antico costume dei signori italiani, portavano il nome delle divinità pagane che la fantasia del pittore aveva effigiate nella volta. Epperò in quella sontuosa dimora dei Vivaldi si notava il salotto di Cerere, dell'Aurora, di Diana, delle Muse e di Flora; divinità tutte rappresentate in altrettanti medaglioni a buon fresco, e accompagnate dai loro emblemi; storie particolari e scene simboliche negli altri scompartimenti e lunetti della sala.

Per tal modo gl'intendenti di cose artistiche potevano ammirare le opere del Semino, del Carlone, del Tavarone e d'altri buoni frescanti della scuola genovese, le quadrature dell'Adrovandini, le prospettive degli Haffner, e gli ornati recenti condotti con finissimo gusto e accortamente disposati alle antiche dipinture dal nostro valoroso Michele Canzio.

Che diremo noi delle tele d'ogni misura, le quali arricchivano quelle magnifiche sale? Erano dipinti del Caracci, dell'Albano e del Rubens, battaglie del Bourguignon e di Salvator Rosa, madonne del Dolci, ritratti di Tiziano, di Paris Bordone e del Vandyck. In un salottino, che era il pensatoio della marchesa Ginevra (diciamo italianamente pensatoio il francese __boudoir__, che ha una etimologia meno cortese) regnava solitaria ma splendida una Danae di Guido Reni, la quale aspettava la pioggia d'oro, e faceva sospirare tutti coloro che non si sentivano da tanto di contenderla a Giove. Alla luce dei doppieri i capegli d'oro e gli occhi desiosi della bella prigioniera sfavillavano; il molleggiare delle carni dava immagine di donna viva, e quella bianca cortina che di consueto nascondeva il quadro, tirata discretamente sui lati, faceva credere al riguardante che egli fosse davvero il furtivo testimone dei voluttuosi segreti di un'alcova pagana.

Le modanature d'oro, gli affreschi, gli ornati, le tele, gli arazzi antichi, insuperbivano le sale del palazzo Vivaldi, e tanto più degnamente in quanto che la luce, in ogni parte profusa, faceva risplendere ogni cosa in apparenza di freschezza e di novità. Le grandi masserizie mirabilmente intagliate e indorate con recente accuratezza, le tavole incrostate di marmi preziosi, i velluti di Utrecht orlati di frange e nappe d'oro, i damaschi azzurrini, rossi e gialli, i tappeti storiati, le larghe cortine rabescate, tutto attestava l'opera dei secoli più largamente magnifici; e tutto del pari era fresco, rilucente, sfolgoreggiante, come se tutti gli artefici che avevano arricchito il palazzo Vivaldi delle opere loro, avessero dato l'ultima mano ad ogni cosa il giorno innanzi la festa.

Mirabile su tutti gli altri era il salone di Flora, dove si facevano le danze. Quel salone che, se i lettori rammentano, non si illuminava se non nelle grandi occasioni, risplendeva per le opere di Pierin del Vaga, discepolo di Raffaello, che vi aveva fatto prova del suo mirabile ingegno, lavorando la volta con la vivezza de' suoi colori e adornando in tal guisa le pareti, da sbandire anticipatamente i profani arazzi di seta e di carta felpata, i quali fanno testimonianza del lusso gretto e piccino dei tempi nostri.

Erano poi notevoli nei quattro angoli del salone quattro fauni del Montorsoli, stupende statue sul fare michelangiolesco, che sostenevano canestri di fiori e candelabri. Su questi erano piantati in gran numero i torchietti di cera che aggiungevano la loro luce a quella di un grande lampadario sospeso nel mezzo, e scintillavano, non sappiamo bene quante volte, nei molteplici riflessi de' grandi specchi che pendevano dalle pareti. I canestri poi erano colmi di fiori freschi, che parevano raccolti alla rinfusa ed erano in quella vece le più accorte mescolanze immaginate dalla più sapiente tra tutte le sacerdotesse di Flora che mai profumasse della sua variopinta merce un portone della via Nuova o della via Carlo Felice.

Ma a gran pezza più splendide dei doppieri, e più belle dei fiori, erano le gentildonne genovesi, che portano il vanto della bellezza su tutte le donne del mondo (ogni scrittore o cortigiano d'altro paese potrà dire lo stesso di casa sua, che noi non ce ne recheremo più che tanto) e che, vestite in gala, ornate di perle, luccicanti di gemme e diamanti, apparivano stelle di prima e di seconda grandezza nell'azzurro del cielo, o Dee dell'Olimpo, che torna lo stesso per chiunque ricordi l'origine astronomica di tante umane idolatrie.

Mollemente adagiata su d'un ampio sofà, coperto di velluto verde scuro, stava la bella Usodimare, il cui nome non si usava mai scompagnare dall'epiteto, per modo che quest'ultimo era diventato necessario a far capire che si parlava di lei. Sebbene la marchesa Giovanna Usodimare avesse già contate le sue trentasei primavere, appariva pur sempre giovane, e non cedeva la palma ad altre parecchie di più recente splendidezza. Il naso, superbamente fermato senza incavatura al basso della fronte, la faceva rassomigliare alla Venere di Milo, della quale ci aveva pure la bocca disdegnosa e i capelli increspati: ma un diadema di conchiglie mezzo nascosto nelle ciocche rivoltate alla foggia greca verso le tempia, e un vezzo di perle che rompeva i magnifici contorni delle spalle ignude, ricordavano più agevolmente Anfitrite, la regina del mare. Perciò voi potete giurare, o lettori, che il marchese Onofrio De' Carli, da quell'ostinato cultore del madrigale ch'egli era, non tralasciasse l'occasione di bisticciare tra la dea del mare e il casato della marchesa, e di paragonare i cavalieri che la ci aveva dintorno ad altrettanti Tritoni, sebbene non facessero tanto sprazzo di schiuma com'egli, quando gonfiava le gote.

Nè meno risplendeva per eleganza di forme la sua parente Erminia Lercari, sebbene la bellezza di costei derivasse da un tipo al tutto diverso. Era una svelta ed aggraziata persona, con una testolina che avrebbe potuto servir di modello al Canova, tanto ne erano fini e delicati i lineamenti. Ma se il Canova era morto, viveva il Dupré, che nel busto della marchesa Erminia aveva saputo dar vita ad un vero capolavoro, quantunque il marmo non avesse potuto ritrarre tutta la profonda virtù di quegli occhi, che parevano metter scintille. Certe movenze del capo e della mano asciutta e sottile, accennavano una donna d'animo forte, nata per comandare altrui. Ma quanto più robusta era la tempera, tanto più era fine; e perchè il gusto era eletto, cortese il pensamento, il comando riusciva dolcissimo, come quello che si volgeva sempre alle cose buone e gentili. La Lercari era colta e studiosa, e cotesto appariva facilmente, senza che ella pure il volesse, in una società come la nostra, dove le donne di consueto sono così poco addestrate nelle severe discipline, e gli uomini (diciamolo a nostra vergogna) anche meno. Però si sarebbe potuta paragonare a Minerva, come cento e dugento anni innanzi una di quelle mogli di dogi e senatori, le quali dettavano versi e prose, disputavano coi dotti, ed erano del pari ottime madri di famiglia, savie e cortesi matrone, che con la schietta bontà dei modi temperavano l'alterezza dei loro accigliati mariti.

Chi di noi vorrebbe oggi tornare a quei tempi in cui il popolo era servo, o poco meno, di quelli ottimati, e la repubblica stessa altro non era che un cadavere coperto di seta? E tuttavia que' tempi si ricordano con affetto, la mercè di quelle belle e colte marchesane che il pennello del Vandyck ha tramandate alla nostra ammirazione, buone e pietose, con tutta la durezza che conferiva ai loro volti la gorgieretta insaldata a cannoncini e il taglio delle vesti spagnuole. Non altrimenti le Corti di amore, i colori della dama valorosamente portati in Palestina e l'ambito premio del torneo, ci rappattumano colle feroci memorie del Medio Evo. __Quid foemina possit….__

Ma torniamo alle nostre gentildonne in casa Torre Vivaldi. La signora Maddalena Torralba era anche essa degna di ammirazione, per quei suoi grandi occhi azzurrognoli, per le carni del color del latte, per la soavità del volto. Era una di quelle donne che si dicono molto acconciamente impastate di bontà, tutta dolci pensieri significati con dolci parole da una voce melodiosa, sebbene un tal po' gutturale. Un cercatore di contrasti, ne avrebbe trovato uno bello e fatto, considerando la Torralba, seduta accanto all'amica sua, la Fulvia Cassana, che era la marchesa più bruna di Genova, che aveva gli occhi e le sopracciglia di un'Andalusa, e le fattezze e il portamento di un'antica Romana.

Un viso di Erigone, poichè siamo a capo fitto nei paragoni, era quello della marchesa Giulia Monterosso, dalle labbra tumide e coralline, dalle guance vivide come le pesche duràcine (lettori, per carità, non vi salti il grillo di mordere!) e dagli sguardi accesi che avrebbero rimescolato il sangue nelle vene al più tranquillo anacoreta della Tebaide.

—Tutte marchesane? null'altro che marchesane?—Sissignori; non è colpa nostra, se nella festa da ballo dei Torre Vivaldi ce n'erano tante, le quali portassero il pregio di un tocco in penna. E si noti che ne lasciamo nel dimenticatoio parecchie, le quali ci vorranno un mal di morte, perchè non abbiamo tessuto loro uno zinzino di panegirico.

Ma v'erano anche le signore senza corona, quelle tali che, come abbiamo detto, portavano alteramente i loro trentasei quarti di bellezza, e non li avrebbero barattati con altrettanti di nobiltà.

Tra queste era allora donna e madonna la Enrichetta Corani, il cui sguardo derivava tanta efficacia da certi occhi d'indaco, mezzo nascosti da lunghe ciglia. Era alta della persona, e non fu mai più acconcio il dire __collo di cigno__, che pel collo svelto e morbido della signora Enrichetta. Il colorito non aveva nè bianco, nè rosso, nè pallido, sibbene opalino, se ci è consentito di foggiare ad epiteto il colore bianco azzurrognolo latteo senza lucentezza di quella pietra che chiamano opale; colorito che sanno indovinare i grandi pittori, e per cui sovente i grami non fanno altro che impiastrare inutilmente la tela.

Era la signora Enrichetta che teneva in onore le cascate, o ricci a lunghe spire, che sbucavano da dietro gli orecchi e pendevano intorno al collo, per dar maggiore risalto alle carni. La chiamavano a Genova la signora dei tulipani, per una ghirlanda di questi fiori che ella s'era posta un giorno nella nerissima capigliatura. Tulipani simbolici! Molti erano gli innamorati che stavano intorno alla bellissima donna; ma neppur uno di que' tulipani era voluto cascare a terra, per farsi raccogliere, come una tacita promessa d'amore.

Tra tante graziose dame, la bionda Cisneri non poteva esser dunque regina, come le aveva pronosticato tra due sbruffi il lezioso marchese De' Carli. Ella poteva forse forse comparire come una stella di seconda grandezza in quel firmamento femminile; e soltanto la sua vedovanza, insieme con una maggiore libertà, le attraeva dintorno una maggior copia di adoratori.

Certo, se Lorenzo Salvani fosse stato in quelle sale, Matilde non gli sarebbe più sembrata la regina delle donne: poichè, senza pur mettere in conto che talune di quelle dame erano più appariscenti di lei, la bellezza raffigurata in tanti volti e persone diverse, adorna di tutte le incantevoli malìe che procaccia la ricchezza (anche Venere derivò la sua maggior possanza dal cinto miracoloso), è tal cosa che innebria come la copia molteplice dei vini.

Egli, verbigrazia, non avrebbe durato fatica a notare che il tipo di Matilde era un nulla al raffronto della Corani o della Usodimare, e che tra le donne a lui note, soltanto Maria, la sua sorella adottiva vestita da gran dama, avrebbe conteso il pomo della bellezza a tutte quante, e perfino alla regina della festa, alla Ginevra dagli occhi verdi.

Ci siam giunti, alla perfine, a questo gran nome!—dirà il lettore, che ha una voglia spasimata di conoscere la regina della festa. E la sua impazienza è ragionevole, dappoichè egli ha inteso che la bella Ginevra ha da essere gran parte di questa storia che gli andiamo narrando, e, come avviene in cosifatte letture, egli vorrà vedere se la gentildonna rassomigli a quel tipo di perfezione ch'egli ha immaginato, e se la ci abbia tutta quella virtù, quell'incognito indistinto di soavi fragranze, che sogliono tramandare le eroine da romanzo.

E noi, i quali l'abbiamo fatta sospirar tanto al cortese lettore, siamo impacciati a dipingerla, temendo forte che la grande aspettazione da noi prodotta non faccia torto ai grami colori della nostra tavolozza e alla imperizia del nostro pennello.

XXV.

La bella Ginevra dagli occhi verdi.

Le danze erano già incominciate e i piedini delle signore scivolavano agilmente su d'un tavolato di legni preziosi vagamente intarsiati, superficie levigata e lucente, che era con molto buon gusto surrogata alla consueta tela giallognola stirata sul tappeto e fermata negli orli al pavimento.

I Torre Vivaldi facevano splendidamente ogni cosa, e tra l'altre belle novità della festa si notava quella della musica, parte composta di suonatori e parte di coristi, i quali alternavano i canti e i suoni, siccome si usa in certe eleganti feste da ballo d'altri paesi. Un __Waltzer__ di Strauss, così suonato a vicenda e cantato, faceva ricorrer la mente alla strofe, all'antistrofe e all'epodo dell'inno greco, producendo effetti mirabili di voluttuosa dolcezza e di gagliardia turbinosa.

La marchesa Ginevra non aveva ancora danzato. Già parecchi nomi erano scritti sul taccuino dalle carte gemmate, che raffiguravano le ali d'una farfalla, e che aprendosi lasciavano scorgere i fogli sottili di avorio, disposti a ventaglio dintorno al lepidòttero, la cui testolina, formata da uno smeraldo, era la capocchia di una elegante matita.

Ma ad ogni nuovo nome scritto, il taccuino ricadeva penzoloni dalla sua catenella, e la marchesa Ginevra non si muoveva ancora dal primo salotto, accanto alla sala d'ingresso, dov'ella stava a ricevere i suoi invitati, da vera padrona di casa che sa il debito suo.

Qualche dama meno vogliosa di ballare stava a tenerle compagnia, e non mancavano i satelliti del genere maschile, tra i quali ci par degno di una menzione particolare un vecchio mastodonte, il nobile signor Demetrio Salvi o De' Salvi, siccome egli si faceva chiamare.

Chi non ha conosciuto il De' Salvi, quello stecchito personaggio, il quale visitava almeno trenta palchetti ogni sera al teatro Carlo Felice? la cui voce di basso profondo infreddato si faceva udire e zittire dalla platea, allorquando infastidiva le povere signore, raccontando a questa e a quella la cronaca quotidiana di tutte le altre, gazzetta ambulante scritta a caratteri gotici su di una vecchia cartapecora?

Costui aveva tenuto un ufficio importante nella Intendenza (oggi bisogna dir Prefettura); ma da alcuni anni era messo a riposo; laonde ci aveva tempo da spendere, e con le sue visite eterne non lasciava riposare nessuno. I capi ameni gli davano settant'anni suonati, ma egli non voleva dimostrarne neppure cinquanta, e prestava con mirabile assiduità i suoi servigi alla milizia cittadina, lasciando di tratto in tratto trapelare un po' di amarezza contro il Consiglio di ricognizione, che non voleva farlo cancellare dall'albo dei militi.

Credeva di avere la scienza infusa, e parlava a diritto e a rovescio d'arti liberali, di politica, di araldica, e d'ogni altra cosa che venisse in discorso. Diceva roba da chiodi della musica moderna, e sospirava i tempi beati del suo amico Paulucci, che sapeva mettere a segno i rompicolli. Tra tutte le sue ubbíe, la più grave era certamente quella di credersi un gran maestro di cerimonie, di guisa che taluni gli avevano imposto il soprannome di gran ciamberlano, e parecchie famiglie, pigliando la sua scienza sul sodo, lo consultavano sulle formalità del cerimoniale domestico e su cento altre minuzie di quella fatta.

Il nobile De' Salvi era stato a' suoi tempi uno dei cavalieri serventi della madre di Ginevra, e pareva ne avesse derivato il privilegio di dar molestia alla figlia, standole sempre a' fianchi, e offrendole consigli, che essa non chiedeva punto e accoglieva sorridendo.

—Vedete,—le diceva egli,—bisogna diportarsi in questo modo. La Clelia non è venuta a vedervi da un pezzo; ma avete fatto bene ad invitarla, perchè io so che la poverina è stata giù di salute. Ha voluto allattare il suo bambino, e le sue forze non erano da tanto. Sta benissimo che non vi diate pensiero dell'Amalia. Suo marito s'è posto su d'una mala via, e tra tutti e due non badano punto al decoro della famiglia, accogliendo in casa loro ogni maniera di gente. Vi so dir io che in quella casa non ci si può stare….—

Ed era verissimo. In quella casa non ci poteva star egli, poichè tutti que' capi ameni in mezzo ai quali si trovava, volendo fare lo sputatondo, avevano l'aria di metterlo in canzone.

Nè va dimenticato com'egli fosse tenero del buon costume, fino a segno di volere che le ballerine portassero le brache lunghe fin sotto il ginocchio. Forse per questa sua tenerezza il nostro Solone, al cominciar del ballo, correva sempre nel palchetto della deputazione comunale, seguace in codesto della massima che certi mali molto gravi bisogna studiarli da vicino.

E poi piombava in casa delle signore quando meno avrebbero voluto vederlo; e se notava due o tre volte la presenza di qualche giovanotto, egli subito con bel garbo ne toccava al marito. Non già per metter male, nè per vederne dove non ce n'era punto, chè la signora era una Lucrezia e il giovanotto un Giuseppe; ma perchè il mondo era tristo, chiacchierone, pronto a giudicare: insomma, diceva tanto e tanto, che bisognava fare a modo suo, e la signora comprarsi la sua pace domestica usando una scortesia a quel tale che non piaceva al nobile De' Salvi.

—Adesso,—diceva costui alla marchesa Ginevra,—potete andar liberamente a ballare. È già un'ora che state qui, e quelle che sanno il debito loro sono già venute. Le altre che si fanno aspettare oltre il bisogno, debbono a loro volta aspettare che voi le salutiate. Se non conoscono le buone creanze, tanto peggio per loro.—

Poi, di tratto in tratto, andava nel salone di Flora a vedere il ballo; si accostava con un piglio di affettata dimestichezza a questa e a quella, dicendo all'una che non ballasse troppo, a cagione del suo stato (sapeva perfino queste cose, il nobile De' Salvi!), all'altra che non ballasse il __waltzer__, perchè le faceva girare il capo, e via discorrendo. Era insomma una molestia da non dirsi a parole.

In quanto alla Ginevra, che egli voleva ad ogni costo mandare a ballare, ella non gli dava retta, e non si muoveva dal suo posto. Ciò dispiaceva fortemente al gran ciamberlano. Perchè? Per la stessa ragione che consigliava all'Emma o alla Clarice di non ballare; perchè non voleva lasciare in pace nessuno. D'uomini cosiffattamente stucchevoli è abbondanza nel mondo, e noi ne conosciamo parecchi, senza punto saperci capacitare del perchè si sopportino.

Ora intanto che la marchesa Ginevra aspetta, e graziosamente accoglie i nuovi venuti, alzandosi per le donne e porgendo loro la mano, lasciando giungere gli uomini e dicendo cortesi parole ai noti amici che fanno atto di sudditanza e ai nuovi che le presenta il marchese Antoniotto; intanto che procaccia qualche conoscenza alle dame forestiere, o raccomanda questa o quella ai cavalieri più compiacenti che si butterebbero nel fuoco per obbedirla; andando a venendo insomma con una grazia da regina, noi ci proveremo a farvi questa benedetta dipintura della bellissima donna.

Enrico Pietrasanta aveva ragione: i capegli della marchesa Ginevra erano castagni, fini ed abbondanti, e, rischiarati in diverse guise dai riflessi della luce, componevano quasi un'aureola intorno ad un bel viso bianco perlato, alle carni stupende, senz'ombra di rosso o di giallo, senza soverchio di grassezza, che vincevano al raffronto la celebrata carnagione della Enrichetta Corani.

Si poteva dir quasi che di quelle chiome copiose ella non sapesse che farne, dacchè era costretta a serrarle in lunghe trecce, le quali, tuttochè ravvolte in giri molteplici, le scendevano pur sempre sul collo più giù che non comportasse la moda.

Ma questo non era poi un difetto, e ognuno, al vedere quell'ampio volume di capegli, avrebbe potuto argomentar di leggeri che se Domineddio ne avesse fatto copia ad Eva, la madre del genere umano non sarebbe andata a limosinare le foglie di un albero per coprirne la sua nudità vergognata. Si aggiungeva che quella necessaria acconciatura faceva portare alla marchesa Ginevra il capo mollemente chino: il quale atteggiamento, tra per l'alta statura e per la sciolta eleganza del collo, le conferiva maggior leggiadria.

Le ciocche al sommo del capo, lievemente increspate, si stendevano sulle tempia e si ripiegavano in due lisce staffe un po' sopra gli orecchi, senza coprire gran parte della fronte, dove spaziava l'arco maraviglioso delle sopracciglia, ombreggiando gli occhi verdi, grandi e dolcemente allungati, i quali, dando anche essi ragione al Pietrasanta, assumevano tutti i riflessi. Il naso, sottile senza dar nello smilzo, diritto e giustamente riciso, lasciava al tutto scoperto il labbro superiore, voluttuosamente rilevato, il quale sorridendo infossava leggiadramente le guance e faceva apparire per quel breve spiraglio due file di bianchissimi denti, che si potevano più acconciamente paragonare al candore della madreperla che a quello dell'avorio. Il mento ovale, severamente scolpito, significava saldezza di propositi, in rispondenza col diritto profilo della fronte.

Da quel mento e dagli orecchi, piccini ed aggraziati che parevano una miniatura, nè avevano voluto essere forati nè profanati dalla selvaggia costumanza dei ciondoli, scendiamo al collo svelto e tondeggiante, che portava tutto intorno disegnata quella ruga sottile, simbolico cinto della bellezza, di cui le nostri Veneri insuperbiscono più assai che di un vezzo di gemme. Gli omeri, non molto rilevati, scendevano dalle radici del collo con una curva delicata che dava alla persona un'aria di somma dolcezza, in contrasto col mento reciso e colla fronte diritta. Ma appunto da simili contrasti scaturisce l'armonia di una bellezza suprema.

Così il seno, che un poeta classico avrebbe battezzato acerbo, non dimenticando il solito paragone con le fragranti mele appie, era un miracolo di casti contorni, e la sua bianchezza non appariva punto sopraffatta da una collana di perle a cinque filze, dall'ultima delle quali pendevano altre perle più grosse, allungate a forma di gocciola, dai bei colori iridescenti.

Quel viso e quelli ornamenti, le carni, le labbra, gli occhi, la collana, tutto era una perlagione, tutto si disposava armonicamente, tutto concorreva a produrre un effetto profondo, a far pensare e sospirare il riguardante. A compiere l'acconciatura di quella testa perfettamente ovale, si aggiunga una corona di fiori di lilla, bianchi e violacei, lavoro della Nattier, quella parigina che, in materia di fiori, poteva dare dei punti alla madre natura. Parecchi diamanti alternati con amatiste si attorcigliavano a quella corona di fiori, e tremolando scintillavano, mettevano baleni intorno alla testa divina.

I fiori di lilla bianchi e violacei, i diamanti e le amatiste, erano in rispondenza coi due colori del vestimento della marchesa Ginevra. La bellissima donna indossava un'ampia veste di raso color di lilla tenero, e una sopravveste di merletto finissimo, sopravveste da duchessa, se pure è vero che le duchesse vestano più sfarzosamente delle altre donne.

A' dì nostri, infatti, tutte le signore, a marcio dispetto della legge suntuaria che temperava il lusso delle dame romane, fanno uno sfoggio di abbigliature, che costano un occhio del capo ai mariti, e per mostrarsi attillate agli occhi degli altri, farebbero, stiamo per dire, carte false. Affrettiamoci tuttavia a soggiungere che non tutte, anco se avessero potuto fare carte false, e spacciarne, sarebbero venute a capo di portare una sopravveste come quella della marchesa Ginevra. Era di merletto, ma di quel tal merletto antico che chiamano punto di Venezia, lavorato sottilmente a rilievi di fiori a rabeschi, con lo stemma dei Vivaldi ripetuto più volte sui lembi; la qual cosa significava che quella veste, a cui si poteva dare il prezzo di forse dugentomila lire, era stata trapunta a bella posta per una dama di quella casata.

Rialzata un tratto in due punti sul dinanzi, quella sopravveste faceva uno sgonfio, fermato sugli angoli da mazzolini di fiori di lilla bianchi e violacei, con una rosetta di diamanti nel mezzo. Un mazzolino somigliante, acconciamente posto su d'un cappio di merletto, ornava le due attaccature della vita al sommo delle braccia, donde si dipartivano larghe striscie dello stesso merletto, correndo intorno alle spalle e giungendo poi sul dinanzi a chiudersi sotto un largo fermaglio, o pettorina di filo d'oro, reticolato a rabeschi, che si adattava al garbo del seno e dei fianchi. Abbiamo detto filo d'oro, ma il filo non si vedeva, non essendo altro che la nascosta armatura di un fitto di diamanti d'ogni misura, disposti in modo da raffigurar rose e foglie, che amorosamente s'inerpicassero intorno al petto della signora. Questa immagine ci pare a gran pezza più acconcia di quell'altra che mise fuori il marchese De' Carli, allorquando, veduto il fermaglio della Ginevra, lo disse una corazza adamantina. Ma forse potranno stare ambedue. Quello che non può stare per nessun modo si è il conto fatto da un banchiere, il quale, noverati così alla grossa gli ornamenti della marchesa, scese a dire ch'ella poteva sottosopra valere un milione e mezzo.

Quello era forse il prezzo de' suoi diamanti, delle sue perle e de' suoi merletti di Venezia; ma la Ginevra dagli occhi verdi non aveva prezzo. Tutti i tesori di Golconda e dell'arcipelago indiano non valevano quel miracolo di natura che era la sua persona; nè tutti quei giri di perle che le stringevano i polsi, valevano un dito mignolo di quelle mani sottili, dalle venature trasparenti, che solo Fidia avrebbe saputo modellare, ma senza infonder loro la vita.

La marchesa, come le nostre lettrici hanno veduto, era magnificamente vestita, e mettiam pegno che taluna di esse si è già mattamente inuzzolita di uno sfarzo così strabocchevole. Ma se questa lettrice avesse veduto la Ginevra in persona, avrebbe più facilmente invidiato la grazia eletta con cui erano portate tutte quelle dovizie femminili. In fatti, a vederla, ella era molto più semplice di quello che non appaia da una dipintura necessariamente frondosa, quantunque pur sempre manchevole. Ogni cosa era a suo posto, ogni ornamento rispondeva per modo da non potercisi vedere una stonatura, e quel che più monta, il bianco splendore delle carni non ne era punto sopraffatto.

Un ventaglio con le stecche di madreperla e una scena di amorini che ruzzolavano festosamente sul prato, dipinta su d'una sottil pergamena dal Rubens, non era il meno prezioso di tutti quelli ornamenti, sebbene il banchiere anzidetto avesse dimenticato di metterlo nel conto.

Ora, sarebbe quasi inutile il dire che parecchie altre di quelle gentildonne invitate alla festa facevano pompa di tesori consimili. Le grandi famiglie genovesi avranno poderi e palazzi che fruttano a mala pena il due per cento; capolavori d'arte che non fruttano nulla; ma vedrete pur sempre le signore sfolgoreggianti di gemme come altrettante regine. E questo s'intenderà di leggieri, chi consideri che le gentildonne della festa erano le discendenti di quelle antiche dame, le quali tutte alla loro volta avevano portato diadema di dogaressa, nello spazio di quasi cinquecento anni, da Simon Boccanegra a Gerolamo Durazzo.

O bellezza! o forma sensibile della divinità, come risplendi tu mai, circondata dai tesori della natura e dell'arte! Omero, il nostro gran padre, non ha saputo altrimenti dipingerci la regina dei Numi, Giunone, che vestendola di tutto punto come una dama de' suoi tempi. Secondo lui, la diva dalle bianche braccia, doveva adornarsi con sottil magistero di elette vesti e pietre preziose, farsi bella, insomma, per innamorare il suo augusto marito. Ricordate con che arte ella si acconciasse, innanzi di andarlo a cercare sul monte Ida, dov'egli stava a bearsi lo sguardo delle busse che i Trojani davano ai Greci? È forse l'unico esempio di apprestamenti leggiadri che mai donna facesse per piacere al marito, dopo alcuni anni di matrimonio.

«La diva si avviò al regale suo talamo, a lei fabbricato dal figlio Vulcano con salde porte e una tal serratura segreta che nessun Dio sarebbe venuto a capo di aprire. Ella vi entrò, e chiusosi l'uscio dietro a doppia mandata, si terse dapprima l'amabil corpo d'ambrosia, e lo irrigò di una certa essenza oleosa, che, agitata nel cielo, riempiva l'universo di inneffabili fragranze.

«Poi commise al pettine le chiome bellissime, e di sua mano le compose in vaghi ricciolini ondeggianti intorno al capo immortale. Quindi, toltosi l'accappatoio (Omero non lo dice, ma s'intende di leggieri), indossò il peplo divino, tessuto da Minerva, e lo assicurò al petto con un fermaglio d'oro. Si cinse i bei fianchi d'un cintiglio a molte frange, e sospese agli orecchi ì suoi ciondoli gemmati a tre gocce.

«Si ravvolse intorno alla fronte una fulgida benda, e legatisi al piede i bei coturni, uscì pomposa dalla celeste dimora, dopo aversi posto in seno il cinto di Venere, sua figliastra, ben trapunto cinto nel quale erano raccolte tutte le lusinghe, la voluttà dell'amore, il desiderio segreto e la dolce favella degli innamorati.»

E sapete che facesse Giove, appena l'ebbe veduta? Non le diede neanco il tempo di infilzar quattro parole, e senza dir nè due nè quattro, le pose le braccia al seno e lasciò che i Greci, i prediletti di Giunone, suonassero a loro posta i guerrieri di Troia.

Questo faceva Giove, il re dei celesti. Ora quale dei mortali non avrebbe dimenticato ogni cosa per un sorriso della bella Ginevra, per uno sguardo solo di quelli occhi marini? E quale di loro non avrebbe affrontato di grande animo la morte, per respirare un solo momento la divina ambrosia, o per parlare più umanamente, l'eletta fragranza di quella regina delle donne?

Eppure, cosa incomprensibile ma vera, tutte queste dolcezze si possono avere a straccia mercato, nel secolo in cui viviamo. Solo che siate un uomo da poter essere presentato in un geniale ritrovo, vi è dato sovente di respirare per due o tre ore quell'aria che un povero amante pagherebbe con dieci anni di vita, e mettere una mano profana intorno alla vita di quella donna, e bere, stiamo per dire, il suo alito, in un giro di __waltzer__ o di __mazurka__.

Non ci faremo più oltre a dipingervi la marchesa Ginevra, nè a dirvi partitamente delle sue bellezze. Vorremmo aggiungere che aveva un piedino bello come la mano; ma voi sareste tali da voler sapere di che tessuto fosse la calza, di che colore il legaccio, a noi da volervelo dire. Lascieremo dunque alla vostra mente immaginosa l'ufficio di finire la descrizione, e tanto più volentieri, in quanto che con tutte le nostre parole non ci è venuto fatto di darvi ad intendere con quali giuste proporzioni rispondessero l'una all'altra tutte le parti di quel corpo bellissimo.

E la mente? Oh, questa era bella del pari. La marchesa Ginevra aveva un ingegno vivissimo e colto sopra tutte le altre. Trattava con garbo la matita, e il cembalo con agile maestria. Parlava con una voce melodiosa quasi tutte le lingue d'Europa, l'italiana e la francese, la spagnuola, l'inglese e la tedesca, di guisa che poteva leggere nel loro testo, il Petrarca, il Byron, il Goethe, l'Hugo e Garcilasso de la Vega. Il dialetto genovese che tanti trovano aspro, bisognava sentire che musica fosse diventato sulle labbra coralline della marchesa Ginevra!

E il cuore? Ahimè! Al tempo del nostro racconto il cuore della marchesa non aveva anche dato segno di vita. Molti le stavano attorno, sospirando, dicendo le più tenere cose; ed ella li stava ad udire, ma senza rispondere mai in quella chiave. Però il Cigàla, il più ameno filosofo che mai calzasse guanti paglierini, la metteva nel novero di quelle belle meditabonde, le quali nelle soavi parole e nei rapimenti di un uomo che le ama, stanno libando l'arcana dolcezza delle parole che potrebbe dir loro un altro che amano esse.