Ma, anco ammettendo la massima del nostro povero amico Cigàla, che è andato a seppellire la sua filosofia sui campi gloriosi di Montebello, noi dobbiamo aggiustar fede alle nostre notizie particolari, giusta le quali la marchesa Ginevra non amava nessuno. Era, a dir vero, una donna della quale non si capiva un bel nulla. Vi agitava le tempeste nel cuore, e non le calmava; vi sorrideva leggiadramente e vi guardava a volte con certi occhi che parevano promettervi il paradiso; ma che? Ella non pensava punto a voi. Era in lei natura il farvi udire la musica de' suoi sorrisi e delle sue cortesi parole, ma non vi consentiva niente di più, e vi teneva pur sempre lontani. In questa guisa dicono gli astronomi che i pianeti del nostro sistema sono attratti verso il sole e respinti ad un tempo, per modo che non possano nè avvicinarsi nè dilungarsi, oltre l'orbita che l'astro maggiore consente ad essi di descrivere. Ma tutto questo che ognuno avrebbe inteso di leggieri trattandosi del sole, non s'intendeva ugualmente trattandosi di una donna nel fiore della bellezza e della gioventù, maritata ad un uomo cupo, freddo, ambizioso, sempre circondato di parrucconi, assiduo lettore di Giuseppe De Maistre, come il marchese Antoniotto.
Che volete? Pareva quasi che la Ginevra ritraesse molto del marito. Ella infatti era assidua com'egli alle prediche, e andava ogni domenica ad udir messa nella chiesa della Maddalena. Due volte alla settimana la vedevate correre, col suo servo in livrea alle calcagna, fino al convento di San Silvestro, dalle monache di Santa Chiara, dov'era una Vivaldi, sua zia, e dove ella soleva passare due o tre ore alla fila. O come si riscontrava cotesto co' suoi modi in apparenza facili, coll'amore delle feste, delle conversazioni, del teatro, e di tutte le pagane consuetudini del viver signorile? Contrasto incomprensibile! O era forse la marchesa Ginevra una di quelle donne dal cuore muto d'ogni sentimento, su cui le lusinghiere immagini passano, senza lasciarvi orma di sè, come su d'un cristallo opaco? O forse Dio aveva fatta così bella la statua, senza soffiarle per entro il soffio della vita?
I lettori rammenteranno che Enrico Pietrasanta, parlando di lei con
Aloise, aveva detto:
—Dio le fa belle, e poi leva loro l'anima, perchè si conservino meglio, come gli uccelli impagliati.—
Questo che il Pietrasanta aveva detto della Ginevra, a volte pareva verissimo, a volte no. Ma siccome l'esser fredda non è per una donna una colpa al cospetto del volgo, e siccome la marchesa era così stupendamente bella che a molti pareva quasi impossibile avesse potuto mai discendere ad amar qualcheduno, tutti l'avevano facilmente posta tra le eccezioni. Così, mentre delle altre si narrava sempre alcun che, di lei si taceva, non si metteva nemmeno in controversia se potesse o non potesse sentire il mal d'amore come tutte le altre.
Soltanto di tratto in tratto si sarebbe potuto notare che alcune dame, parlando così alla sfuggiasca della marchesa Ginevra, la dicevano una bellezza sciocca, una testa tronfia de' suoi titoli, delle sue ricchezze e delle sue ubbíe forestiere. Gli uomini, a dir vero, non la pensavano così; ma già si sa Che, dalla volpe di Esopo in poi, è costume di chiamare acerba quell'uva che è troppo in alto sul tralcio. Epperò i signori uomini, sebbene in cuor loro riconoscessero i pregi della Ginevra, e sebbene l'assiduità delle loro occhiate dicesse tutt'altro che sciocca la bellezza di lei, a parole poi tenevano bordone alle aspre sentenze delle dame sullodate. Ma lasciamo da banda quello che potessero dire certe dame e certi cavalieri, e ripigliamo il nostro racconto, che preme assai più, scusate la modestia.
Stiamo ora per raccontarvi una cosa strana, e quasi incredibile, una cosa che i lettori non indovinerebbero, se pure la dessimo loro alle mille. Aloise di Montalto saliva le scale del palazzo Vivaldi, in compagnia di Enrico Pietrasanta.
O come mai Aloise, l'uomo che amava da sei anni la bella Ginevra senza avere ardito mai accostarsele, che s'era anzi sbandito da ogni geniale ritrovo per cansare il pericolo d'incontrare la donna de' suoi pensieri, s'era così di punto in bianco mutato, da mettere il piede nel suo palazzo, da andare alla sua festa da ballo?
E questo è ancor nulla, in raffronto a quello che non sapete ancora. Il marchese Antoniotto, il cupo tiranno di Quinto, l'orgoglioso gentiluomo per cui il non essere milionarii era come una fede di povertà, stava anche egli da un'ora nel primo salotto dov'era la moglie, e teneva d'occhio la sala d'ingresso, aspettando l'arrivo di quel nobile senza il becco di un quattrino, come lo diceva il Collini, di quel giovanotto senza importanza, come lo riputavano gli uomini della risma del gran ciamberlano De' Salvi; insomma, avete capito, di Aloise di Montalto.
XXVI.
Come Aloise di Montalto ai avvicinasse per la prima volta alla bella
Ginevra.
Appena Aloise comparve sulla soglia, insieme col suo Pilade, il marchese Antoniotto compose il volto al più lieto sorriso che mai padrone di casa consacrasse all'accoglienza di un ospite ragguardevole, e si affrettò a muovergli incontro e a prenderlo per mano con affettuosa sollecitudine.
—Vi ringrazio, Aloise;—diss'egli,—e permettetemi anzitutto che alla mia età, ed avendo conosciuto il vostro ottimo padre, io vi tratti così alla buona; vi ringrazio dell'essere venuto.
—Signor Antoniotto,—rispose egli, stringendo la mano che gli era offerta,—voi fate troppo onore ad un giovane che non è nulla e non val nulla, se non per l'onorata memoria de' suoi genitori.
—Siete troppo modesto, Aloise. Suvvia! I giovani come voi valgono molti vecchi a mazzo, e dei migliori, perchè hanno la potenza della volontà e il vasto campo del futuro per metterla in opera. Vi ho veduto bambino nelle braccia della marchesa Eugenia, di quella angelica donna che tutti i buoni rimpiangono, e mi doleva di non vedervi in mia casa. Siete un uomo prezioso, voi, e quantunque abbiate ragione a star sulla vostra, io spero che il figlio di Lodovico Montalto sarà amico mio, come era suo padre. Ma anzitutto lasciate che vi presenti alla mia signora.—
Aloise non seppe risponder nulla a quella furia di cortesi parole, che facevano rimaner di stucco il Pietrasanta.—Che novità è questa—pensava egli,—che il tiranno di Quinto mette fuori tanta ed insolita parlantina per la bella faccia del mio amico Aloise?—
Ginevra intanto era seduta su d'un canapè di legno dorato, coperto di raso azzurrognolo, e parecchi cavalieri le stavano intorno, tra i quali il gran ciamberlano, che voleva ad ogni costo mandarla a ballare.
Quel capo ameno del Cigàla dava cortesemente la baia al nobile De' Salvi, dicendo che quella sua ostinatezza a farla muovere di là veniva dal desiderio che aveva di ballare con lei; ma che si desse pace, non essendo egli scritto pel primo sulle ali d'avorio della farfalla.
La marchesa rispondeva ora al Cigàla, ora al De' Salvi, ora ad altri, e trastullandosi col suo ventaglio, guardava il marito colla coda dell'occhio, senza perdere sillaba della sua conversazione con Aloise.
Un sottile osservatore avrebbe potuto notare che la Ginevra s'era fatta rossa in viso, quando il giovine era comparso sulla soglia. Ma questo sottile osservatore non c'era; e quand'anche ci fosse stato, avrebbe dovuto essere molto addentro nei segreti di quella dama, per indagare se fosse il caldo od altra ragione che le colorasse le guance.
—Chi giunge, in compagnia del Pietrasanta?—chiese col solito stento di scilinguagnolo il marchese Onofrio De' Carli, che aveva già lasciato la Cisneri, per mettersi ai fianchi della padrona di casa.
—Non lo conoscete?—rispose il Cigàla.—È Aloise di Montalto.
—Sì;—soggiunse il piccolo Riario, facendo una di quelle mezze giravolte che sono tanto in uso presso certi pigmei forse a cagione degli altissimi tacchi che portano,—gli è il famoso duellista.
—Come, il duellista?—chiese Ginevra.—Non ha altro merito per farsi conoscere?
—Oh, marchesa, egli ne ha altri parecchi;—fu sollecito a rispondere il Cigàla.—È un perfetto cavaliere, ricco d'ingegno e di alto sentire.—
Il piccolo Riario non ardì rifiatare. Egli non poteva patire il
Montalto; ma temeva forte la lingua pronta e sarcastica del Cigàla.
—Ha da esser vero, se lo dite voi;—soggiunse la marchesa.—Voi non mi sembrate uomo di facile contentatura.
—Avete ragione, marchesa, a dirmi ciò; ma ci avreste un gran torto, se voleste farmene una colpa. Amo dire quello che penso, io; ma sono tanto più lieto di poter dire la verità, quando essa è lusinghiera come un complimento. Ora questo, se volete degnarvi di rammentarlo, mi avviene assai di frequente, quando parlo con voi.—
La bella Ginevra volse al Cigàla un'occhiata graziosa, un'occhiata che gli avrebbe fatto dar di volta al cervello, se il Cigàla non avesse saputo che gli sguardi cortesi della bella Ginevra erano la cosa più naturale del mondo, come i raggi sono il naturale accompagnamento del sole, e non significavano mai nulla di particolare.
—Se andiamo di questo passo, signor Cigàla,—disse
Ginevra,—diventerete un ottimista.
—Oh, non temete che ciò avvenga!—diss'egli di rimando;—alla più trista chiuderò gli occhi quando sarò vicino a voi, e vedrò tutto nero.—
Intanto che si dicevano questi nonnulla, il Pietrasanta era venuto ad ossequiare la marchesa, e dietro a lui veniva il marchese Antoniotto, tenendo il braccio di Aloise di Montalto.
Al nostro giovinotto tremavano un poco le gambe. Avvicinarsi alla donna che aveva amata fino a quel giorno da lontano, e chiusa nella sua nube diafana come una dea pagana, esserle poi presentato dal marito, erano in verità due cose così gravi da turbarlo maledettamente.
Egli già, fin da quando aveva ricevuto l'invito dei Torre Vivaldi, era rimasto colpito di stupore. Che vuole, aveva egli chiesto a sè medesimo, che vuole da me il marchese Antoniotto? E poi, quando il marchese Antoniotto gli si era fatto incontro con tanta sollecitudine, la prima domanda si era mutata in quest'altra: perchè tutta questa tenerezza da un uomo che mi conosce a mala pena, ed è in ogni cosa tanto diverso da me?
Un capo scarico avrebbe creduto di trovare l'incognita di quella equazione, correndo a fantasticare che la dama avesse avuto mano nell'invito e nella cortese accoglienza del consorte. Ma Aloise non era uno di que' presuntuosi i quali pigliano per buona moneta ogni invenzione che lusinghi la loro vanagloria; per giunta egli era certo che la bella Ginevra non poteva addarsi di un amore così celato e lontano come il suo, che nemmeno il telescopio (così egli pensava) lo avrebbe potuto scoprire.
Aloise era stato lunga pezza in forse, se andasse o no; ma il Pietrasanta gli aveva detto che sarebbe stata una scortesia grandissima la sua, se non avesse risposto pel suo verso all'invito del Torre Vivaldi.
—Di che diamine hai tu paura? Vivi solo, come un feroce anacoreta della Tebaide, e al cortese desiderio di chi ti si accosta, vorresti anche rispondere col rintanarti sempre più? Tu non intendi perchè il cupo tiranno di Quinto t'abbia posto nel suo calendario, e sta bene; ma non verrai certo a capo di saperlo, ricusando di venire alla sua festa da ballo. E poi, ti ho pur raccontato che una sera, in casa della Pedralbes, quando eri ferito, si parlò molto di te, e il valentuomo si degnò di ricordare che i Montalto erano ascritti all'albergo dei Vivaldi! Ora, se non ti viene altro in mente, poni che egli sia innamorato di te, ed abbia voluto invitarti alla festa per darti una testimonianza di stima particolare, come s'adopera con le persone di rilievo. Suvvia, Aloise, qui non c'è verso di schermirti; bisogna venire di gamba sana; se no, ti rifacciamo lo stemma di casa, e in cambio del leone che va in alto, ci metteremo un orso, e nemmeno di quelli inciviliti, che hanno imparato a ballare.—
Enrico Pietrasanta incalzava cosiffattamente Aloise, perchè lo amava molto, e metteva un po' di ambizione, scusabile invero, a farsi scorgere insieme con lui.
Aloise, senza volerlo, e senza nemmeno addarsene, era il capitano naturale di tutta quella gioventù aristocratica. Vestiva con molta semplicità, e cionondimeno, anzi appunto per ciò, più leggiadramente di ogni altro. Cavalcava mirabilmente; era destro schermidore, siccome è già noto, e parecchi duelli che aveva arditamente sostenuti, lo avevano fatto un mastro di cavalleria, un araldo d'armi, del quale si impetrava l'aiuto o il consiglio in ogni quistione tra' pari suoi. Era poi d'ingegno ornato, e dettava versi che pochi amici avevano potuto leggere, e ne facevano le maraviglie. Per giunta non cercava nessuno; salutava tutti, ma non usava aver dimestichezza che con due o tre, e non andava mai ad accrescere il codazzo della Clarice, della Fanny, della Clelia, o d'altra delle più ragguardevoli dame, allorquando sul tardi uscivano a passeggio. Nè si curava di sapere che cosa si pensasse de' fatti suoi; ignorava perfino che nei ritrovi domestici di tutte quelle gentildonne si parlava sovente della sua ritrosia, e si mettevano fuori di molti sospetti. A proposito dei quali, bisognerà soggiungere che i cavalieri di quelle dame, anco se poco amici del Montalto, col dirne di tutti i colori sul conto suo, non facevano altro che rincarare la merce.
Non è dunque a dire se il Pietrasanta ci si mettesse attorno con le mani e coi piedi, e se credesse di fare un miracolo tirando l'amico a seguirlo. Egli infatti non sapeva che Aloise, con tutte le sue perplessità, ci avesse dentro una gran voglia di accettare l'invito. Il giovine era stanco della sua volontaria ritirata sull'Aventino, e quasi sdegnato contro di sè per quella ritrosia che gli era piaciuta da prima, e che ora gli vietava di avvicinarsi a Ginevra, di guisa che egli era giunto perfino a maledire i suoi diportamenti passati, che gli impacciavano il presente.
Vien sempre il giorno in cui l'uomo si duole di un suo dirizzone, tolto dapprima ed accarezzato come norme del vivere. Quante volte san Simeone Stilita non ebbe a struggersi di quella sua matta deliberazione che lo aveva fatto andare a vivere sull'alto di una colonna?
—Ginevra,—disse il marchese Antoniotto, avvicinandosi alla moglie e tenendo il suo Simeone disceso dalla colonna per mano;—vi presento Aloise di Montalto, mio amico.—
Mio amico! capite, o lettori? Il marchese Antoniotto aveva fatta una lunga appoggiatura su queste due parole; le quali fecero sì che il piccolo Riario inarcasse le ciglia, e il gran ciamberlano De' Salvi, dall'altezza della sua nobiltà, si facesse amichevolmente a sorridere al nuovo venuto.
La marchesa Ginevra dal canto suo si fece un po' rossa in viso, e con un grazioso cenno del capo disse ad Aloise:
—Il marchese di Montalto è il benvenuto da noi; ed io lo ringrazio dell'onore che egli ci fa.—
Dell'onore che egli ci fai Diamine! queste erano parole che pochi s'erano sentite dire dalla marchesa Vivaldi; epperò gli astanti sullodati, i quali non potevano certo indovinare che la Ginevra le avesse profferite per dare una cortese lezioncella ad un colpevole di lesa maestà femminile, rimasero stupefatti.
—Marchesa….—rispose Aloise, e un profondo inchino fece intendere quello che egli non volle o non seppe soggiungere.
Per la qual cosa ognuno di leggieri argomenta come quella scena riuscisse diplomaticamente contegnosa e fredda.
La bella Ginevra, costretta a proseguire ella stessa la conversazione, si levò prontamente d'impaccio, entrando a parlare del recente duello di Aloise.
—E come state ora, signor marchese, della vostra ferita! Tutti noi, anche senza conoscervi da vicino, ci siamo impensieriti della vostra salute.
—Grazie, marchesa: oramai sono risanato del tutto.—
E non disse altro. Lettrici, che ve ne pare? Era freddino anzi che no, il nostro innamorato.
—È una barbara costumanza questa del duello,—sentenziò il De' Salvi, senza por mente che spacciava una delle solite rifritture,—ed è da condannarsi tanto più, quando espone un gentiluomo a misurarsi con ogni sorta di gente.
—Non debbo contradirvi, signore;—rispose il giovine Montalto, salutando il De' Salvi,—ma in quanto al fatto mio, posso ed amo mettere in sodo che ho avuto a fare con un perfetto cavaliere.
—Questa dichiarazione fa fede della vostra lealtà,—disse la bella Ginevra.—Ma a proposito di cavalieri perfetti, volete essere il mio, signor di Montalto?—
E così dicendo si alzò per andar finalmente nella sala da ballo.
Il nobile De' Salvi che aspettava d'esser lui, come mastro di cerimonie volontario, il cavaliere della marchesa, allungò tanto di muso, e gli altri suoi degni colleghi del pari. Già tutti aspettavano per sè quella grazia prelibata che la marchesa avrebbe pur dovuto fare a qualcheduno, entrando con lui nel salone di Flora. Epperò, quantunque fosse la cosa più naturale del mondo che questa grazia cadesse su d'un nuovo venuto, il gran ciamberlano non poteva mandarla giù, nè il marchese Tartaglia, nè il piccolo Riario, il quale ci aveva egli pure le sue pretensioni.
Il Cigàla che aveva seguito da capo a fondo tutta quella scena muta, ma eloquente, di aspettazione, se la rideva sotto i baffi. Il Pietrasanta, che era giunto più tardi, fu il solo che non ponesse mente a tutte quelle speranze deluse, e si rallegrò in cuor suo che l'amico Aloise comparisse nella sala da ballo a fianco della bella Ginevra. Era il gaudio dell'artefice quello che gli splendeva sul volto, poichè gli pareva d'essere stato egli l'operatore di quel miracolo che conduceva Aloise in mezzo alla gente.
In quanto al nostro eroe, egli non parve molto contento di quell'atto di preferenza notevole. Lo era tanto e poi tanto nel profondo del cuore, che rimase impacciato, non seppe cavare una parola, e si mostrò quasi distratto.
—Marchesa,—disse il Cigàla a Ginevra, come furono giunti nel salone di Flora,—ricordatevi del vostro debito.
—E quale, di grazia?
—Il mio __walzer__. Lo attaccano per l'appunto, ed io sono il primo inscritto nel vostro taccuino.
—Davvero?—rispose ella con aria astratta.
—Sì, marchesa, e quantunque mi dolga di rubarvi subito al mio ottimo amico Aloise…. il quale tuttavia….
—Tuttavia!… Stiamo a vedere, signor Cigàla, che voi diventate tanto clemente da offerire al marchese di Montalto quello che egli non vi ha nemmeno chiesto.
—No, marchesa; volevo dire che egli avrebbe potuto dimandarmelo, ma che io, con tutta l'amicizia che ho per lui, non avrei potuto accordarglielo.—
Aloise era turbato. Si accorgeva di aver fatto male a non chieder subito, e si pentiva di non esser più in tempo.
—Marchesa,—disse egli allora,—io non ardivo certamente chiedere una grazia somigliante al mio amico Cigàla; ma se c'è sul vostro taccuino una pagina bianca….
—O che, mio buon Aloise, vorresti riempirla tutta?
—No, certo; non chieggo tanto; ma se vi rimane un po' di posto pel mio nome….
—Orbene, vedremo di contentarti;—rispose il Cigàla, con una comica gravità che fece ridere la bella Ginevra.—Marchesa, il vostro libriccino?
—Eccolo; volete far da segretario?
—Sì; non voglio che il mio ottimo amico m'abbia in concetto d'un tiranno, perchè sto per rapirgli la dama al primo giro di __walzer__.—
E presa dalle mani della marchesa quella magnifica farfalla tempestata di gemme, che i lettori conoscono, l'aperse e scrisse il nome del marchese di Montalto per una __mazurca__.
Aloise s'inchinò per ringraziare la bella Ginevra.
—E adesso, marchesa, udite? Gli è tempo di venire con me.
—Con che aria me lo dite, Cigàla! Lo spirito del male non parlerebbe diverso ad un'anima che avesse sottoscritto un patto col sangue.—
Ciò detto, la bella Ginevra si alzò da sedere, e poco dopo Aloise la vedeva aggirarsi con elegante compostezza in braccio al Cigàla nel turbine della danza.
Ritto in piedi, contro lo spigolo della strombatura di un finestrone che era accanto alla porta, egli era rimasto a contemplare la dama, pensando. A che cosa?
Dapprima cercò di ordinare tutti i suoi concetti, cosiffattamente ingarbugliati e tumultuati nell'anima. Pensò che aveva veduto Ginevra, udito il suono della sua voce, bevuto i raggi che sprizzavano que' grandi e profondi occhi verdi, che aveva respirata la sua aria, che era penetrato insomma e s'era inebbriato in quell'aureola di luce tiepida e di arcani effluvii che circonda una donna gentile. Ma egli non era contento di sè medesimo, e ricordava di essere stato taciturno, impacciato, poco manieroso.
E poi, che cosa gli avevano detto quelle labbra di corallo? Parole cortesi, ma nulla di particolare, nulla che gli dimostrasse aver ella sentito la presenza di un amore profondo, veemente. Strana logica degli innamorati! Dopo essersi chiarito scontento di sè, riusciva scontento di lei. Avrebbe voluto che ella avesse indovinato su due piedi l'amor suo; ma in che modo? S'era egli mai fatto innanzi? O poteva ella vederlo sul belvedere dell'Acquasola, quando egli stava le ore intiere amorosamente speculando i comignoli del palazzo Vivaldi? O poteva in teatro avvedersi dell'affetto di un uomo, il quale non la guardava mai? E poteva intendere che quel suo continuo girar degli occhi, in aria di sbadataggine, era un sottile accorgimento adoperato per veder lei? E in quella sera stessa, vedendolo e parlandogli per la prima volta, che poteva dirgli di più, se egli era rimasto così senza parole? Che cosa concedergli, se egli non aveva chiesto nulla? Quel poco che aveva ottenuto, egli non l'aveva neppur guadagnato con la sua fatica; ne era debitore all'amicizia, al fare spigliato e gaio dell'ottimo Cigàla.
Mentre tutte queste cose gli tornavano in mente e si schieravano lì dinanzi a lui, armate di quelle minacciose falci che sono i punti interrogativi, egli sentiva la sua logica tapina a disagio; ma tant'è, non sapeva gettar via quella sua arma spuntata e darsi vinto; correva pur sempre a pensare che una donna ha da capire, da indovinare ogni cosa. E poi, a che approdavano tutte quelle buone ragioni, se egli si sentiva stringere il cuore?
Com'era bella ed elegante! Quanto più elegante e più bella in quel punto, e da vicino, che non per lo innanzi, quando gli era dato appena, e raramente, vederla da lontano! Nel contemplarla che faceva, attratta dal braccio del Cigàla in que' giri vorticosi del __walzer__, egli pensava alla ebbrezza che lo avrebbe sopraffatto, quando la sua mano avesse stretta la mano di Ginevra, il suo braccio ricinto quella vita svelta ed aggraziata; e così pensando, tremava. Come sarebbe rimasto sulle gambe? I piedi non gli sarebbero rimasti inchiodati sul tavolato?
Ognuno di noi, una volta almeno in sua vita, ha provate queste dubbiezze. Ognuno di noi ha dovuto raccogliersi in quel modo, microcosmo solitario di gioie e di dolori, di rapimenti e di angosce, di desiderii e di timori, frammezzo al turbine di una danza, alle bellezze sfavillanti, ai mille riflessi della luce, alle fragranze dei fiori.
In quel tumulto di pensieri, Aloise era rimasto là ritto, in atto di smemorato. Era solo; il Pietrasanta, l'amico suo, che con qualche celia delle solite avrebbe potuto scuoterlo, mutar l'indirizzo malinconico della sua mente, aveva già trovato il bandolo in quel laberinto di splendide tentazioni, e ballava allegramente con quella magnifica baccante della marchesa Giulia Monterosso.
—Enrico almeno è contento!—pensò Aloise, vedendo l'amico affaccendato intorno alla marchesa Giulia.—Egli ha forse ragione a non lasciarsi cogliere da quella brutta malattia. Dio le fa belle, e poi leva loro l'anima, perchè…. Ma via che bestemmie son queste?—
In quella che Aloise così parlava tra sè, una mano gli posò sulla spalla, e una voce gli disse:
—Orbene, mio bel filosofo, e come va che non ballate?—Aloise si volse, e si vide innanzi il marchese Antoniotto che lo guardava con aria sorridente. I lettori, che conoscono appena questo gentiluomo pel nome di tiranno postogli dal Pietrasanta, si meraviglieranno un poco di tutti questi sorrisi coi quali egli si presenta alla loro attenzione; ma noi non sappiamo che farci. Quella sera il marchese Antoniotto era proprio un zucchero.
—Oh, signor marchese….—disse il giovine, còlto così alla sprovveduta.
—Che marchese! Qui siamo in due, di questa fatta. Chiamatemi pel mio nome, come io faccio con voi. E ora ditemi un po', come va che non vi vedo al fianco di qualche bella signora?
—Signor Antoniotto,—rispose il giovane, sorridendo dolcemente,—è cosa facile ad intendersi. Io non sono un gran ballerino, e poi, vivendomene quasi sempre solo, non ho molta dimestichezza con tutte queste graziose dame.
—E state qui meditabondo. Aloise, Aloise, voi covate qualche alto disegno nel profondo dell'anima.
—Io?…
—Sì, voi; ma non ve ne faccio un delitto;—proseguì con voce quasi melata il Torre Vivaldi, in quella che metteva dimesticamente il suo braccio sotto quello di Aloise, e lo tirava fuori dalla strombatura della finestra per condurlo in giro nelle altre sale.—Voi non siete come tutti gli altri della vostra età; io già me n'ero avveduto da un pezzo. Voi avete capito che la vita di un uomo pari vostro ha uno scopo più grave di quello che non si pensi dalla comune dei nostri giovanotti, e ve ne lodo. Ma di ciò parleremo a lungo, perchè avete da essere amico mio, non è vero?
—Signor Antoniotto….
—Bene, bene siamo intesi. Frattanto bisogna che facciate qualche cosa, che danziate, e vi mettiate a conversare con qualcheduna delle nostre signore. Voi saprete meglio di me che le donne non sono disposte a patire l'autorità degli uomini, se questi in alcune cose non si adattano alle loro frivolezze. Volete che vi presenti alla Torralba, che è là seduta?—
XXVII.
Come la bella Ginevra non avesse ad essere molto contenta dei fatti di
Aloise di Montalto.
Aloise avrebbe voluto ringraziare il marchese Antoniotto della sue cortese profferta, e rispondergli destramente come non gli andasse punto a' versi essere presentato alla marchesa Torralba. Ma non era più tempo. Il marchese Antoniotto, senza aspettare la sua risposta, lo aveva già condotto così dirittamente verso quella signora, che non c'era più modo di dare indietro.
I lettori conoscono già per un breve cenno la marchesa Torralba, quella gentildonna dalle carni del color del latte e dai lineamenti soavi, tutta impastata di bontà, tutta dolci pensieri significati con dolci parole da una voce melodiosa, sebbene un po' gutturale. Per rammentar loro quel tipo, non facciamo altro che copiare a un di presso le nostre parole.
La marchesa Maddalena accolse benissimo il nostro Aloise, che si presentava a lei sotto gli auspicii del grave marito della Ginevra, e il vecchio cavaliere, Cupido scadente, dai capegli brizzolati e dalla faccia grinzosa, che le faceva compagnia, approfittò della loro venuta per svignarsela e correre attorno.
Un giovine, a dir vero, non si sarebbe diportato in quel modo. Ma i giovani non sono vecchi, e questo nessuno vorrà mettere in dubbio. Ora è noto che i vecchi Ganimedi, pigliando per buona moneta quelle cortesie profumate che ad essi usano le signore, perchè sono utilissimi e fanno le veci di mariti custodi, senza essere mariti e senza usare una vigilanza del pari sospettosa, montano in gran superbia, e farfalleggiano quinci e quindi, come se avessero venti o trent'anni di meno; si affrettano a cogliere il fiore di questa pianta e di quella, come api le quali non abbiano tempo da perdere: danno guizzi sfavillanti, come la lucerna che è presso a spegnersi per mancanza d'alimento.
Aloise, non sapendo come meglio incominciare, pregò la marchesa Maddalena d'un giro di __valzer__. Ma ella ricusò, dicendogli schiettamente come fosse quello l'unico ballo che non le piaceva, perchè le dava il capogiro, e come già avesse dovuto rispondere con un rifiuto ad altri parecchi.
Era naturale che Aloise la richiedesse di un altro ballo, e appunto egli fece. Ma anche qui c'erano parecchie difficoltà; che la __mazurka__ era promessa al Riario, la __polka__ al Pietrasanta (briccone d'un Pietrasanta! egli non era stato con le mani alla cintola!) la __scotish__ poi ad un altro, di cui essa gli fe' leggere il nome sul suo libriccino di avorio.
—Sono pur disgraziato!—disse Aloise, poichè ebbe veduta quella filza di nomi.—E la quadriglia?
—Per questa,—rispose la marchesa Maddalena,—mi sembra che non ci sia proprio nessuno.
—Orbene, signora, vogliate concedermi questa.—
La Torralba acconsentì di buon grado, e Aloise scrisse il suo nome nel libriccino; quindi fece atto di accomiatarsi. Ma aveva fatto i suoi conti senza il marchese Antoniotto, il quale era già andato più oltre, lasciandoli soli.
—Signor Montalto,—disse la Torralba, ridendo dello stupore di
Aloise,—vi hanno lasciato solo.
—Accanto a voi, signora; il che vuol dire molto bene accompagnato.
Voi in cambio non potrete pensare lo stesso.
—Volete un complimento?
—No, in fede mia, signora marchesa. Ho detto quello che pensavo, e nulla più.—
Di questo modo incominciò tra la bianca signora Maddalena e il nostro Aloise una conversazione, rotta dapprima, poi facile e tranquilla, qua e là condita di motti graziosi, ma in ogni parte affabile e misuratamente sdolcinata, come sempre occorre tra un uomo e una donna, anco se la donna e l'uomo siano lontani le mille miglia da quel paese del __Tenero__ che fu così acconciamente scoperto e misurato a palmi da madamigella di Scudéry.
La signora Maddalena non era una di quelle donne di pronto e sottile ingegno, nate per offrire ad un romanziere novellino il tipo delle sue perfette eroine. Ella era tuttavia un'ottima pasta di donna, e la bontà dell'animo, la dolcezza dei modi, in quella che richiamavano alla mente l'immagine della colomba, facevano dimenticare ch'ella non era un'aquila.
Timida appunto come quel leggiadro animaletto domestico, la nobiltà del cui ufficio risale ai tempi del diluvio, modesta come la mammola, la signora Maddalena non era fatta certamente per risplendere su tutte le altre sue pari, e avrebbe avuto il gran torto chiunque l'avesse posta a raffronto della Ginevra, della Erminia, o della Usodimare. Era dolce, era pietosa, ed appariva tanto più dolce, tanto più pietosa, in quanto che dolcezza e pietà erano le sue virtù culminanti.
Però la conversazione della signora Maddalena, se non era splendida, riusciva sommamente gradevole, con tutte le debolezze, con tutte le storte opinioni che le erano derivate da quella gretta educazione che si dà di presente alle donne, e dal consorzio continuo di donne e d'uomini la più parte educati alle medesime frivolezze.
Aloise, come già avranno notato i lettori, era molto più sciolto nel conversare con la Torralba, che non fosse stato con la bella Ginevra. E in ciò non era nulla di strano, essendo egli posto così di punto in bianco nella necessità di parlare, e l'amore non facendogli nodo alla lingua. Laonde potè mostrarsi disinvolto, com'era veramente, e ragionare con assai garbo di cento nonnulla.
La signora Maddalena lo ascoltò volentieri. Egli non era quell'orso di cui gli amici caritatevoli le avevano fatta una così fosca dipintura. Però in dieci minuti di conversazione, lo spirito della bianca gentildonna aveva già fatte cento miglia, e già pensava che nessuno di que' giovinotti, i quali portavano il vanto della cortesia e dell'arguzia, potesse mettersi in paragone con Aloise di Montalto.
Il quale dal canto suo rendeva larga giustizia alla signora Maddalena, notando la delicatezza de' pensieri e la grazia de' modi, che rispondevano perfettamente alla soavità del suo viso. Ma fermiamoci qui, non corriamo a dare uno storto giudizio del cuore di Aloise, che pure s'avrebbe oramai a conoscere un tantino.
S'erano fatti dapprima a parlare della festa, poi di musica, e dalla musica erano saltati a ragionar di pittura. Egli era un dialogo che andava da sè, piano, scorrevole, come avrebbe potuto farsi fra due uomini, anzi no, tra un uomo e una donna; imperocchè nel dialogo di due uomini si ficca pur sempre lo spirito aspro della controversia, e tra Aloise e la signora Maddalena il ragionamento correva limpido e cheto come…. come…. Cercatelo voi, un paragone che calzi.
Il __valzer__ finì, ed Aloise si profferse ai servigi della marchesa per accompagnarla alla credenza. Segno questo, per ogni osservatore di buon conto, che egli non pensava punto al bel viso della signora. Il cuore che comincia a intenerirsi non profana le sue gioie delicate colla immagine di una donna che mangia.
Così dicono i fisiologi dell'amore, intendiamoci bene. In quanto a noi, non rifuggiamo punto dalla immagine della donna che mangia; pure, non ci faremmo mai lecito di invitarla a mangiare, quando fossimo seduti accanto a lei, ragionando di cose più spirituali.
Sebbene la signora Maddalena non avesse ballato, e però mancasse la ragion sufficiente dell'andare alla credenza, ella nondimeno accettò l'invito di Aloise, ma forse più per il desiderio di muoversi un tratto, che non per centellinare una chicchera di __tè__.
Nella credenza era una folla di dame e di cavalieri che avevano finito di ballare, e andavano a rinfrescarsi l'ugola o a rafforzarsi lo stomaco. Tra gli altri, Aloise notò l'amico Pietrasanta, il quale stava discutendo colla marchesa Giulia se fosse meglio un poco di __tè__ o un poco di __lei__, e cavalcava il bisticcio così agevolmente come il suo leardo moscato pei viali dell'Acquasola.
E v'era anche il Cigàla con la marchesa Ginevra. Aloise tremò per tutte le membra, appena la vide. Fino a quel punto egli non aveva pensato a quel che si facesse; era andato ad occhi chiusi: ma al cospetto di Ginevra, i suoi atti innocentissimi gli apparvero pieni di colpa. E infatti, dopo forse venti minuti che l'aveva lasciata, mostrandosi così freddo e contegnoso verso di lei, farsi scorgere con un'altra dama al braccio, lasciar argomentare il desiderio di un'altra presentazione e il naturalissimo accompagnamento di molte sdolcinature, era certamente tal cosa da dare alla marchesa Ginevra un gramo concetto de' fatti suoi, da farle credere, alla men trista, che egli non fosse innamorato di lei.
Ora, quantunque ella non dovesse saper nulla dell'amor suo, questo pensiero appariva orribile ad Aloise. Mentire in una sera a sei anni continui di affetto, farsi stimare tal uomo che potesse vicino a lei innamorarsi di un'altra, ecco il rischio a cui correva incontro il nostro giovine amico. E il pensare a questo risico gli ingarbugliò il cervello per modo, che non seppe rispondere nulla al Pietrasanta, il quale allegramente lo chiamava giudice nella sua controversia.
Uggioso, impaziente nell'animo, ma misurato nei modi, anzi stecchito con la tesa del suo __gibus__ appoggiata alla coscia, egli rimase là, rispondendo a spizzico e stentatamente alle cortesi domande della marchesa Maddalena.
In quel mentre la bella Ginevra si accostò alla Maddalena, e le chiese con piglio amorevole:
—Orbene, hai ballato?
—No, mia buona amica;—rispose la signora Maddalena,—tu sai che il __valzer__ mi dà il capogiro. A te ha fatto bene; guardati nello specchio, come sei bella.
—Ah, Maddalena! E che cosa diranno questi signori, ai quali si ruba la parte?—
Aloise, a cui la Ginevra si era rivolta, dicendo quelle parole, stette muto; ma il Cigàla colse la palla al balzo, e fece una stupenda volata.
—Diremo,—rispose egli,—che fate benissimo a dirvi tra voi delle cose gentili, ma che, con tutto il vostro ingegno, non giungerete mai a dirvene tante, quante ne pensiamo noi. Non è il tuo parere, Aloise?
—Sì, certo,—rispose il giovine, che si studiava di correggere, con qualche frase a modo, il cattivo senso de' suoi diportamenti,—noi pensiamo di molte cose; pensiamo tra l'altre che la bellezza è la bontà del corpo, e la bontà è la bellezza dell'anima, e l'una si specchia nell'altra. Avventurose quelle donne che possiedono il talismano di questa doppia bellezza e di questa doppia bontà.
—Bravo, signor di Montalto!—esclamò Ginevra, con un sorriso che rallegrò il cuore ad Aloise.—Non si potrebbe, io penso, dir meglio una bella verità; ed io, con vostra licenza, la farò mia, per ripeterla alla gentil Maddalena. Eccoti vinta, Maddalena, arrenditi a discrezione!—
La marchesa Torralba arrossì, non seppe che altro rispondere, e ringraziò timidamente degli occhi Ginevra ed Aloise.
Ma questi, che già s'era fortemente turbato in udire quel discorso della bella Ginevra, non fu molto grato alla signora Maddalena del suo ringraziamento. Che diamine ho detto mai (pensava egli tra sè) che la marchesa Vivaldi abbia potuto voltarlo a lode della Torralba? Non certamente per questa m'ero fatto a parlare.
Con quest'altra spina nel cuore, il povero Aloise divenne più inquieto, più uggioso che mai.
La credenza intanto s'era spopolata delle dame, e il Montalto ricondusse fuori la marchesa Maddalena. Si stava per cominciare la __mazurka__, che ella aveva promessa al piccolo Riario. Ma il nostro vagheggino non si vedeva, e la __mazurka__ cominciò senza ch'egli fosse venuto a cercare d'ella signora.
Che ne era avvenuto? La marchesa lo seppe dal Pietrasanta, il quale raccontò gravemente come, sul più bello del __valzer__, il piccolo Riario, volendo fare il giro a rovescio, fosse caduto disteso, trascinando la dama sul tavolato. Era uno di quegli episodii che sono così frequenti nelle feste da ballo, e mettono un po' d'allegria in quelle contegnose brigate. Il Pietrasanta, raccontandolo con molta gravità, faceva ridere due tanti di più. La marchesa Maddalena, che, d'indole pietosissima qual era, non aveva aperto bocca, non seppe più tenersi le risa, allorquando il Pietrasanta, venendo a dire di quella gran caduta, uscì fuori con queste parole:
—Vogliono alcuni che ciò sia avvenuto per l'altezza forse soverchia dai tacchi del nostro ottimo Riario, e desumono questa loro opinione dal fatto, che io riferirò col massimo riserbo, non volendo menomamente __intaccare__ la fama del calzolaio, di uno di questi tacchi male attaccati, che fu, dicesi, rinvenuto staccato sul pavimento.—
Era vera questa storia del tacco, o non era che un'arguta giunterella del Pietrasanta? Non abbiamo mai potuto sincerarcene: ma il fatto si è che al piccolo Riario fu da quella sera in poi appiccicato il soprannome di __senza tacchi__, che ognuno seguita a dargli, sebbene ne abbia un paio di molto ragguardevoli.
Per dire soltanto di quella sera, fu un continuo ripetersi dei bisticci del Pietrasanta, sui tacchi, perchè male attaccati, e via dicendo. Il disgraziato eroe di quella scena era scomparso, o, se vi garba di più, aveva battuto il tacco; e fuvvi un bell'umore il quale asserì di aver veduto nella sala d'ingresso un signorino che se la svignava zoppiconi, tirandosi il cappello sugli occhi, dinanzi alla mazza d'argento del guardaportone.
La conseguenza inaspettata del ridicolo episodio fu questa, che Aloise si profferse alla marchesa Torralba per ballare con lei la __mazurka__ in vece del piccolo Riario, e che la signora Maddalena accettò.
Per tal modo Aloise era più affondato che mai, senza speranza di cavarsene. E intanto la marchesa Ginevra, che aveva ballato il __valzer__ col Cigàla, ballava una __mazurka__ con un altro amico d'Aloise, il Nelli di Rovereto, che i lettori hanno veduto nella chiesuola diroccata di San Nazaro.
La bella Ginevra vide il Montalto giungere nel salone con la signora Maddalena, e parve ad Aloise di scorgere in quelli occhi verdi un tal po' di maraviglia de' fatti suoi, Cotesto, che non sappiamo se fosse vero, lo turbò di bel nuovo, e cosiffattamente, che egli perdette addirittura la bussola. Vedendolo astratto e non sapendo che dirgli in uno di quelli intermezzi che occorrono frequenti dove son molto numerose le coppie dei danzatori, la marchesa Maddalena incominciò un discorso intorno alla conversazione fatta pur dianzi.
—Che angelica creatura è la Ginevra!—disse ella con molto candore, pensando davvero quel che diceva.
Aloise non rispose. Il nome di Ginevra, messo fuori così repentinamente, gli fece dare una scossa al capo, che alla signora Maddalena parve un mero segno di risveglio naturalissimo in chi è sovra pensieri e si sente richiamato in carreggiata.
—È buona,—proseguì la Torralba,—buona e cortese quanto è bella, e volere o non volere bisogna ammirarla ed amarla.—
V'è egli mai avvenuto, o lettori, di udire a parlare di cosa o di persona, che vi premesse moltissimo, e non potervi tenere che non diceste l'animo vostro, contro tutte le norme della prudenza? Orbene, ciò avvenne ad Aloise di Montalto.
—Sì,—esclamò egli, stringendo inavvertitamente il braccio della marchesa, come se fosse stato quello della bella Ginevra,—ella è buona, cortese, bellissima; e l'uomo che, vedutala una volta, non l'amasse con tutte le forze dell'anima, meriterebbe di perdere gli occhi.—
Egli disse ciò con un piglio così concitato, e strinse così forte il braccio della dama, che ella volse rapidamente il capo, guardando in volto Aloise, come trasognata. Lo stupore della signora Maddalena era tale, che ella non badò neppure alla scortesia, del resto involontaria, di quella pazza sfuriata del suo cavaliere.
La signora Maddalena era donna, e le parole di Aloise erano così chiare, che l'uomo più corto d'ingegno le avrebbe capite. Però ella non durò fatica ad intendere il segreto del giovine, e fu come un velo che si squarciasse d'improvviso davanti a lei.
Aloise amava la bella Ginevra, e tanto più fortemente, tanto più profondamente, in quanto che egli appariva un uomo di tempra vigorosa e di pensamenti severi. Quella era dunque la riposta cagione della sua astrattezza, de' suoi modi impacciati. E allora le tornarono a mente quelle poche parole dette dal marchese di Montalto in risposta al Cigàla. Ella capì che erano state dette per Ginevra, sebben costei le avesse voltate ad elogio dell'amica. Ma perchè la Ginevra aveva mostrato di non accettarle per sè? V'era egli forse una segreta ruggine tra lei e il Montalto? Ginevra aveva forse voluto punzecchiarlo?
La signora Maddalena non poteva adattarsi a questa opinione. Ginevra era nobilissima d'animo, ed ella non si ricordava d'averla udita mai usare scortesia ad alcuno, o dir parola che sapesse d'amaro. Ella poi non poteva indovinare fino a che punto fossero inoltrate le cose. Rammentava d'aver udito poc'anzi che il marchese di Montalto metteva il piede quella sera per la prima volta in casa Torre Vivaldi; ora come si poteva credere che tra la Ginevra e lui ci fosse alcun che? E d'altra parte, perchè mai Aloise era turbato a quel modo? Insomma, la signora Maddalena si stillava il cervello senza indovinare la verità. Ma una cosa era certa, e le ultime parole del giovine l'avevano posta in chiaro. Aloise amava Ginevra; Aloise era fuori di sè.
Simiglianti scoperte riescono sempre argomento di riso o di rammarico, secondo l'indole di chi ne è venuto a capo. Però il primo pensiero di quella affettuosa gentildonna fu di pietà. Aloise le apparve come un povero ferito, che ella avesse raccolto sul campo di battaglia. E nondimeno dover tacere, non potergli dire che lo aveva inteso e che s'impietosiva a' suoi patimenti! Fu questo un nuovo rammarico per la marchesa Torralba, la quale poteva dire come Bidone: __Non ignara mali, miseris succurrere disco__.
Intanto com'era ben custodito il segreto di Aloise! Francava la spesa di tenerlo sei anni, sei lunghi anni celato, se in una sera di vicinanza egli doveva spiattellarlo a quel modo! Ma purtroppo l'amor fa come le selci, che, fino a tanto le si tengano divise, vi appaiono mute ed inerti come debbono esser i sassi; ma fate tanto di percuoterle l'una sull'altra, e subito vi sprigionano scintille.
Con questi cominciamenti, pensate voi che allegra __mazurka__! Aloise era sdegnato con sè medesimo per quelle sue sconsiderate parole, e non ardiva aggiungerne altre. Alla marchesa Maddalena poi, quella scoperta era cosiffattamente feconda di molesti pensieri, ch'ella non aveva tempo a dir nulla. Ella inoltre con quel fine accorgimento che è della donna, notava che il suo malinconico cavaliere, ogni qual volta i giri del ballo lo riconducessero presso Ginevra, si faceva rosso in viso, e il cuore gli dava le battute doppie.
Come a Dio piacque e all'orchestra, la __mazurka__ ebbe fine. Aloise accompagnò, sempre muto e contegnoso la signora Maddalena a posto, e poco di poi, cogliendo il momento opportuno, si allontanò, andando difilato nella sala più remota del palazzo, dove si buttò su d'un seggiolone, e vi rimase corrucciato, facendo a pezzi i suoi guanti paglierini, che non ci avevano colpa.
—Che fo io qui? Il mio cuore è pieno di amarezza. Amo quella donna come un dissennato, e non so mettere insieme quattro parole da dirle, sicchè ella m'avrà in conto di uomo noncurante, o scemo come tanti altri. E suo marito che viene a mettermi tra l'uscio e il muro, presentandomi alla marchesa Torralba! Ed io che non so cavarmi d'impiccio! Ma come fare? Era debito di cortesia lo stare accanto a quella donna gentile…. E intanto, chi sa? con tutta la mia sollecitudine intorno a lei, avrò forse dato molestia ad un povero diavolo che rama. Ed ella stessa a prima giunta avrà creduto…. sì certo; ma adesso non avrà a temer nulla; sebbene avrei potuto tenere una strada diversa, e non esser villano per mostrarmi sincero. Ora, quel che è peggio, ho lasciato trapelare il mio segreto. La signora Maddalena saprà che amo Ginevra, e Ginevra non ne sa ancor nulla; io non mi sono certamente diportato in modo che ella potesse avvedersene. Qual concetto si sarà fatto di me? Le sue parole non mi hanno fatto scorgere ch'ella mi crede invaghito della Toralba? Oh, in fede mia, che è stato un bel cominciamento! Ella almeno s'è ingannata; mentre io ho veduto che a lei non ne importa un bel nulla. Ma che donna è costei? Che pensieri girano per quella testa? E che so io? È bella, stupendamente bella, ed io darei dieci anni di vita per poterle parlare con quella disinvoltura che avevo accanto a quell'altra. Suvvia, Aloise….—
Così dicendo si alzò, mettendosi a passeggiare per quella sala, dove la luce dei doppieri era più mite e dove giungeva più fiocco il rumore della festa.
—Suvvia, Aloise! Bisogna superare questa ritrosia bambinesca, farsi animo, ed essere con lei quello stesso che sono con altre. Che dirà ella, alla perfine, vedendomi sempre così asciutto e freddo come un giorno di febbraio?—
L'immagine del giorno di febbraio lo fece sorridere, sebbene mestamente, e la sua fantasia proseguì su quel metro.
—Sì, bisogna ch'io mi scaldi, e scaldi a mia volta la statua di ghiaccio. Ella non ama nessuno, e questo mi è noto. Per bellezza di forme e nobiltà di pensieri ella appare troppo alta ad ognuno di questi adoratori pedestri, ed è giusto. L'amore soltanto, l'amore sconfinato, può levarsi all'altezza di quella donna. E per questo, Ginevra, voi non istarete molto a saperlo, non c'è chi mi vinca.—
In quella che Aloise dallo sconforto correva alla fede, e cavando di tasca un altro paio di guanti si rifaceva verso la porta della sala deserta, udì nella camera attigua alcune voci di uomini e donne che dicevano:—La quadriglia! suonano la quadriglia.—
E allora gli sovvenne della quadriglia che doveva ballare colla marchesa Maddalena. Giungeva proprio in mal punto, quel ballo cerimonioso!
Quando Aloise fu presso alla marchesa Torralba, vide accanto a lei Enrichetta Corani e il Nelli di Rovereto, suo cavaliere per la quadriglia, il quale chiedeva alla marchesa se ella avesse già scelto una coppia di riscontro.
—Io no;—rispose la signora Maddalena.—Chiedetelo al mio cavaliere, che giunge a proposito.
—Che c'è?—disse Aloise al capitano.
—Chiedevo alla marchesa se non avesse coppia di riscontro per la quadriglia, ed ella si rimette a te. Perciò ti prego…. ed anzitutto ti presento alla mia dama.—
Aloise fece un profondo inchino alla Corani, e fu stabilito il riscontro fra le due coppie, che andarono nel salone di Flora a mettersi in figura.
La Ginevra non era tra quelle coppie di danzatori; di guisa che il giovine Montalto apparve più tranquillo, e non perdette la tramontana, come sarebbe certamente avvenuto se la marchesa dagli occhi verdi fosse stata colà. Ma se Ginevra non c'era, il suo nome fu ricordato. La signora Maddalena, che sapeva il segreto di Aloise, ed era una pietosa creatura, gli parlò sempre della bella Vivaldi, narrandogli per filo e per segno, negli intermezzi del ballo, come fossero amiche, e come fossero state in educazione nello stesso convento. Al qual proposito la signora Maddalena non si peritò di raccontare al suo cavaliere com'ella uscite dal convento poco dopo l'entrata di Ginevra; dond'era agevole argomentare una differenza di parecchi anni d'età, e tutta a scapito della gentil narratrice.
Il giovine rimase intento ad ascoltarla, e chiunque li avesse veduti, senza udire una parola dei loro discorsi, avrebbe creduto Aloise di Montalto innamorato cotto della marchesa Maddalena, e in atto di libar la dolcezza delle parole che le uscivano di bocca. «Vedi giudizio uman come spesso erra!» Di ben altra donna il povero innamorato si dava pensiero; e la signora Maddalena, vedendolo così attento, tornava sempre a dirgliene; laonde, tra tutti e due, nel parlar che facevano della bella Vivaldi, furono errate più volte le figure della quadriglia, proprio come sarebbe avvenuto tra due innamorati.
Ottima signora Maddalena! Ella godeva in cuor suo della consolazione che recava altrui, e ad Aloise parve assai breve quella quadriglia che egli s'era fatto così di mala voglia a ballare.
Ma zitti! La quadriglia è finita, e già si è ballato un altro __valzer__, durante il quale Aloise di Montalto andò di bel nuovo a ragionare con sè medesimo nella sala remota. Siamo giunti alla __mazurka__, a quella tal __mazurka__ che il nostro giovine ha da ballare con la marchesa Ginevra, e per la quale ha scritto il suo nome sulle ali della farfalla gemmata.
Ad Aloise tremarono le gambe, allorquando fu per entrare nel salotto dov'era seduta la marchesa Ginevra, centro d'un circolo, o, per dir meglio, fuoco di un elisse, sulla curva del quale si notavano i soliti corpi opachi, come il nobile De' Salvi, il marchese Tartaglia ed altri di quella risma.
—Marchesa,—le disse egli, accostandosi, con quella scioltezza che gli venne fatta maggiore,—rammentate di essermi debitrice d'una __mazurka__?—
La marchesa Ginevra sorrise, ed alzandosi per andargli a fianco, rispose:
—Signor di Montalto, io non dimentico mai i miei debiti.—
La frase parve un po' asciutta ad Aloise, e noi non sapremmo dargli torto.
—Come?—si provò egli a dire, vincendo la natural timidezza;—non è altro che un debito?—
A quelle parole, dette con accento di mestizia, la Ginevra rizzò il capo, guardando fiso il suo malinconico cavaliere. In quelli occhi verdi parve ad Aloise di scorgere un po' di stupore; e infatti, dopo averlo guardato, la marchesa gli chiese di rimando:
—Che vuol dire questa dimanda, signor di Montalto? Sarebbe egli in quella vece un debito per voi? Veramente, dovrebbe pesarvi, che avete ballato già molto.—
Era un rimprovero? Certo le parole ignude potevano averne l'aria, ma il piglio sorridente e l'accento scherzevole della marchesa Ginevra davano a quelle parole il colore di una di quelle frasi di nessun conto, che si mettono fuori tanto per barattar parole. E così dovette intenderla Aloise, sebbene a prima giunta gli fosse sembrato che la bella Ginevra volesse dargli una trafittura.
—Io, marchesa?—rispos'egli, con aria di candore, a guisa d'innocente che stupisca d'essere accusato;—ho fatto un giro di __mazurka__ e una quadriglia; tutto il rimanente del tempo l'ho passato nella galleria, a vedere i vostri magnifici quadri.—
Stando seduto in quella sala, Aloise aveva notato alla sfuggita che c'erano dei quadri; ma, turbato com'era, non aveva nemmanco pensato a guardarli. Era dunque una bugia innocente, e necessaria d'altra parte a colorire la sua lunga fermata. Doveva egli forse raccontare alla marchesa che era stato un'ora laggiù a ruminare i suoi dolori, dopo aver fatto a pezzi un paio di guanti?
—E così,—soggiunse Ginevra,—i morti vi hanno fatto dimenticare i vivi?
—Lo credete voi, signora?
—No, certo! Io non potrei pensare sul serio che voi, cavaliere perfetto, aveste usato una simile scortesia alle belle dame che adornano la mia festa. Che ne dite della Maddalena Torralba? Non vi par ella una delle più belle signore di Genova?
—Signora marchesa, io non so…. Sono un cattivo giudice.
—Come? E chi ha da sentenziare in materia di bellezza, se non un giovine come voi, signor di Montalto? Io non ho tanti dubbi, e penso che la mia amica Maddalena ne superi molte delle più decantate.—
Aloise si provò ad interromperla; ma ella indovinò quello che gli stava per dirle.
—Badate!—fu sollecita a soggiungere;—ho detto questo perchè lo penso, e voi non avete a rispondermi con un complimento. Non siete del resto un cattivo giudice?—
Aloise chinò il capo senza dir altro. Che cosa avrebbe egli potuto rispondere? Che la signora Maddalena era brutta e gli era in uggia? Avrebbe detto due grosse bugie, e la Ginevra non l'avrebbe creduto. Poteva dire in quella vece come non gl'importasse punto che fosse bella o brutta; ma non gli venne fatto di raccappezzare una frase meno sgraziata, per dirlo.
Per buona sorte l'orchestra venne a levarlo d'impaccio. Senonchè, levata di mezzo la necessità del parlare, sopraggiungeva quella del ballare a modo; e qui fu davvero un cascar di male in peggio. Aloise, come potete argomentar di leggieri, era turbato, e la terra gli traballava sotto i piedi. Non si stringe impunemente per la prima volta fra le braccia la donna che si ama, e il povero giovine aveva a sperimentarlo in quel punto. E mai ballo fu più contegnoso, più freddo, tra una bella dama e un bel cavaliere che a vederli, parevano fatti l'uno per l'altro.
A dirvela schietta, non c'era unità in quella coppia; Aloise andava spesso fuor di tempo, epperò erano costretti a fermarsi ad ogni tratto. Finalmente la marchesa Ginevra, o fosse stanca di quel martirio, o mossa a pietà delle angustie del suo cavaliere, mise un eloquente sospiro.
—Siete stanca, signora!—le chiese il giovine, rosso in volto e tremante.
—Sì, un poco. Non so…. forse il valzer di poco fa….
—Venite a riposarvi, signora.—
E così dicendo, la condusse a sedere in quel medesimo salotto dov'era andato pur dianzi a cercarla.
XXVIII.
Nel quale si conosce il buon onore di Enrico Pietrasanta, e della marchesa Maddalena.
Giova alla nostra vanità di narratori sperare che il cortese lettore non s'infastidisca di tutte queste minute scavazioni psicologiche. Son cose verissime, e noi, giusta il consueto, vogliamo narrarle per filo e per segno, come le abbiamo notate, rammentando le più sottili e riposte cagioni d'ogni atto, e facendo, stiamo per dire, la diagnosi di quella malattia che s'era appiccicata al cuore del nostro amico Aloise.
Lasciata la marchesa Ginevra nel salotto, dove le si era rifatto intorno un crocchio di cortigiani, Aloise si allontanò, per ritornare nella galleria che aveva già accolto i suoi malinconici soliloqui. Ma in quella che stava per uscire dal salotto, s'abbattè nel Pietrasanta, il quale gli pose una mano sul petto, come avrebbe fatto un solerte carabiniere al malandrino, del quale fosse per l'appunto andato in traccia.
—Orbene, Aloise, che c'è? che cos'hai?—
La domanda non era inopportuna, dappoichè il giovane appariva cupo e con gli occhi stravolti.
—Ho….—rispose egli,—ho tal cosa che ti prego a non chiedermi qual sia.
—Così parli ad un amico, Aloise? Tu hai un dispiacere, ed io devo saperlo.
—E quando lo sapessi?
—Diamine! Lo terrei in corpo, e cercherei intanto di darti un buon consiglio. Suvvia, Aloise, non stiamo qui ad armeggiare di sentenze, come due personaggi da tragedia. Sei tutto scombuiato nel viso, ed io voglio saperne il perchè.
—Ma che cosa credi ch'io abbia?—disse Aloise, schernendosi.
—Vieni laggiù in quella galleria, dove io t'ho veduto già entrare due volte, e ti dirò quello che penso de' fatti tuoi.—
Aloise lo seguì, sebbene a malincuore. Come furono giunti (e non fu cosa agevole pel Pietrasanta, il quale ebbe a fare il viso ilare per due, correndo in mezzo alle brigate colla mano dell'amico sotto il braccio), il dialogo ricominciò.
—Eccoti dunque quello che penso. Sei innamorato.
—Io?—esclamò Aloise, scuotendo il capo in atto d'impazienza.
—Sì, tu, innamorato! E non mi crollar le spalle, come se io fossi le mille miglia discosto dal vero. Hai ballato colla Ginevra in modo da farla cadere almeno una dozzina di volte.
—Orbene, e che inferisci da ciò?
—La più naturale delle conseguenze. Vedi, Aloise; io ho ragionato di questa conformità: Il mio amico non è un bambino a cui occorrano le dande e il carruccio per star ritto in piedi, e il suo maestro di ballo non gli ha rubato i denari. Basti sapere che dianzi colla Maddalena Torralba s'è fatto il nome di ballerino esercitato e valente: pregio che, a dirla di passata, conduce molto innanzi nelle buone grazie del sesso debole. Anche la Ginevra balla a modo, e sto per dire meglio della Torralba, la quale in fin de' conti tira sempre in ballo il suo capogiro, quando si tratti di ballare il __valzer__. O come mai Aloise, che era così destro colla Maddalena, mi diventa colla Ginevra un pulcino nella stoppia? Perchè, sappilo, Aloise, tu non andavi nemmeno in tempo; e per questo ti posi gli occhi addosso. Avevi il viso smorto come un moribondo, le membra aggranchiate…. Insomma mi avevi aria di un collegiale, e il parer tale soltanto allora, mi ha dimostrato che fiamma t'avesse accesa nel cuore la marchesa Ginevra. Ed ora che cosa fai? Il tuo atteggiamento non mi dice egli forse che ho colto nel segno?—
Aloise, durante il discorso dell'amico, non aveva detto parola, nè fatto un gesto che accennasse a diniego. Era in quella vece andato a sedersi, o, per dir meglio, era caduto sopra un divano, rimanendo mezzo arrovesciato, come una nave che mostri il fianco scoperto, con un braccio penzoloni, il capo chino e gli occhi sbarrati che guardavano il pavimento.
—Orbene,—proseguì il Pietrasanta, sedendosi a fianco dell'amico e pigliandolo amorevolmente per mano,—orbene, Aloise, io ti compiango. È una sirena, costei, che ne ha già adescati di molti, quantunque senza volerlo, e soprattutto senza curarsene più che tanto. Non è una lusinghiera, e guai a chi togliesse i suoi sorrisi, le sue cortesi parole, per una dolce promessa, o per un invito a farsi avanti. Ella è più facilmente da paragonarsi ad una di quelle fortezze, cinte tutt'intorno di verzura, che ti sembra di poter salire dolcemente fino alle cannoniere; ma non è che un errore di prospettiva, e giunto sul ciglione dello spaldo, trovi quaranta metri di fosso, a dir poco. Però mi duole di te, Aloise, mi duole di te, che, vedutala appena, hai perduto il cervello.
—No, Enrico; t'inganni!—rispose finalmente, con accento malinconico, Aloise di Montalto;—non è stato un errore di prospettiva, come tu dici, nè fresco di questa sera, il mio! Già da lunga pezza ero preso.
—E da quando, ch'io non ne ho saputo mai nulla?
—Da sei anni.—
Aloise non poteva più nascondere cosa alcuna al Pietrasanta, poichè questi aveva indovinata la cagione del suo dolore. Nè il Pietrasanta era di quei tali amici da dozzina, i quali non sono degni che si confidi loro un segreto. Innocente segreto, alla perfine, quello di Aloise, che amava Ginevra da sei anni, e le si avvicinava quella sera per la prima volta.
—Da sei anni? e come mai?—esclamò stupefatto il
Pietrasanta.—Appunto da sei anni è maritata.
—Sì;—rispose Aloise;—e il tuo povero amico è da quel tempo innamorato. L'ho amata fin dal primo giorno che l'ho veduta. Destino! Vederla e sentir la ferita nel cuore, fu un punto solo. Da quel giorno ho imparato a tacere, a tener segreti i miei patimenti. Credi tu forse, Enrico, che non mi avesse a dolere di nasconderli a te, al migliore de' miei amici? Dapprima sperai che fosse una cosa da nulla, una passioncella fugace, come tante altre che ti colgono a diciott'anni, e, dopo aver chiuso gli occhi piangendo, ti svegli un bel mattino risanato del tutto. Ma che? era in quella vece un amore sterminato, che vinceva il tempo e la lontananza, e, tacente per lunga pezza nel profondo del cuore, si rifaceva più forte al ricomparire di quella divina bellezza; un amore, insomma, che io, pauroso, ho tentato di spegnere nella solitudine, che tuttavia si è nutrito di sè medesimo, ed è cresciuto tanto da soggiogarmi.
—Ed ella?
—Ella non si è mai avveduta di nulla. Tu sai che ha sempre fuggite le occasioni di venire in questi ritrovi di gente, a tal segno che tu spesso m'hai accusato di umor nero, di misantropia e che so io. Ora tu intendi il perchè. Era come un'avversione, una riluttanza ad imbattermi in quella donna, che stava in cima a tutti i miei pensieri. Perchè, dicevo tra me, perchè andrei ad accrescere la schiera de' suoi corteggiatori? Che cosa posso io sperare, io, scarso di que' pregi che fanno risaltare un uomo al cospetto della donna amata? O non si prenderà giuoco costei di un amore che, quanto più è forte, riesce altrettanto più impacciato e ridicolo? Infine, che ti dirò di più? Mi rattenevano tante altre ragioni, che io medesimo non ho indagate in tutti i loro rigiri, in tutte le loro sottigliezze. Tu stesso, Enrico, rammenterai che mi ero ostinato a non volerla guardare, quando ella comparve per la prima volta in teatro, e tutto il pubblico della platea s'era rivolta a contemplarla.
—Sì, perdio, mi ricordo! Non si vedeva altro che la tua bionda cuticagna superbamente voltata contro il palchetto della bella Ginevra. Mi pare di vederti, ritto e duro come un piuolo, poco lontano dal palchetto, senza voler mai piegare d'un punto a destra o a manca, in quella che tutti, intorno a te, davano le spalle alla scena, e gli amici non rifinivano dal dirti: ma guarda Aloise, che viso stupendo! guarda che occhi splendidi, e che spalle meravigliose! E tu, duro, peggio di sant'Antonio…. quello delle tentazioni, s'intende. Oh Aloise! Come fingevi!…
—Sì; vedi come so fingere adesso!—
Il Pietrasanta non disse verbo, rispettando il dolore di Aloise. Questi, intanto, la cui mente proseguiva a fantasticare, ripigliò spontaneamente il discorso, rispondendo a un rimprovero che il Pietrasanta non gli aveva neppur fatto, ma che egli sentiva in cuor suo di aver meritato.
—Scusami,—disse dunque Aloise,—io non credo che l'amore sia una canzoncina, come nelle opere in musica, da doverla schiccherare ad una moltitudine di spettatori, attenti e disattenti. È uomo dappoco chi non sa tenersi in corpo la sua malinconia. Senonchè, giunti una volta alle strette, non è più dato nascondere i propri mali ad un amico provato….
—Sei dunque contento che io t'abbia letto nel cuore?
—Sì, perchè tu non vorrai rider di me.
—Figurati se ne ho voglia! Ma che cosa intendi ora di fare?
—Lo so io, forse?—esclamò il Montalto, levandosi da sedere.—Amo fieramente questa donna; e, vedi maledizione, sono impacciato accanto a lei, contegnoso, freddo come un pezzo di marmo. Come se ciò non bastasse, debbo per cortesia stare mezz'ora accanto alla Torralba, ballar due volte di fila con lei, quasi che io fossi venuto per la marchesa Maddalena. E questo, se pure s'è curata un tratto de' fatti miei, questo avrà potuto pensare la marchesa Ginevra.
—A dirti il vero, Aloise, sulle prime l'ho pensato ancor io. Mi pareva una corte __in formis et modis__.
—To', vedi? Pure non c'era ombra di vero. Ma che cosa avrà ella creduto di me, che, avvicinandomi a lei per la prima volta, non so dirle quattro parole, e non ho disinvoltura, nè grazia, fuorchè accanto ad un'altra?
—Sì, questi sono pur troppo i contrassegni dell'amore; sebbene io penso che la natura avrebbe fatto meglio a darcelo senza tanti fastidii. E il peggio è che la donna, quando ci abbia il cuore tranquillo, non bada alla eloquenza delle nostre contraddizioni. Dico nostre, così per dire, che in quanto a me, soglio amare con parsimonia, tanto da non perder mai la tramontana.
—Il che vuol dire non amar punto;—interruppe Aloise.
—Come ti garba, ma essere amati di più. Vedi tu il bel guadagno che hai fatto a perderti d'animo. E nota che a correr diritto ci avevi proprio trovata la strada fatta!
—O come? che vuoi dir tu?
—Che eri stato cercato e pregato. Il marchese Antoniotto che t'invita, e mi raccomanda di farti venire ad ogni costo, perchè t'ha in grandissima stima ed è stato amico stretto di tuo padre, lo dimentichi tu? Sulle prime io non ci avevo badato, a questa novità del tiranno di Quinto; ma poi mi è tornata a mente quando l'ho veduto usarti tante cortesie e farti tanti salamelecchi sull'uscio. Eri nato vestito, Aloise, e non hai saputo agguantar la fortuna.—
Aloise non rispondeva nulla, e si poteva credere che non ascoltasse già più le parole del Pietrasanta.
—Ma vedi,—proseguì,—che sto qui a farti il predicozzo, come se dovesse giovare a qualcosa! Ora è fatta; sei innamorato cotto, e non c'è verso di uscirne. Mio povero Aloise, che farai tu?
—Che fare? Non lo so. Mettendo l'animo ad una cosa, non ho mai badato al bene o al male che me ne potesse derivare, nè pensato quello che avrei fatto il giorno appresso.
Una sola cosa io so, che quella donna ha da sapere che l'amo, anche se debba poi riderne. E poi…. e poi…. c'è sempre un modo onorato di uscire di pena.—
Questa volta era il Pietrasanta che andava a cascar sul divano.
—Aloise, Aloise! Questo non si chiama ragionare; e c'è di peggio, che non approda a nulla.
—Orbene, sentiamo!—proruppe Aloise, piantandosi dinanzi all'amico.—Che cosa faresti tu nel caso mio?
—Io…. farei…. Insomma, non tremerei tanto; parlerei come sapessi meglio…. e farei istessamente un buco nell'acqua. Credimi, Aloise; quella è una stupenda camelia. Donna senza amore, e camelia senza odore.—
Aloise si strinse nelle spalle.
—Credi di no? Orbene, vedremo. Io t'ho detto l'animo mio, da amico schietto, che ti conosce impetuoso e magnanimo, e non vorrebbe vederti troppo impegnato. Ma poichè hai deliberato di non dare indietro, io non ti lascerò. Un amico è sempre buono a qualche cosa. E per dar principio, balli più con lei questa sera?
—No.
—Perchè?
—Perchè non le ho chiesto altro che quella malaugurata __mazurka__.
Vorresti forse che fossi andato a chiederne un'altra?