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I rossi e i neri, vol. 1 cover

I rossi e i neri, vol. 1

Chapter 36: XXXII.
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About This Book

The narrative opens in a Ligurian port city and sketches urban life through close domestic scenes, detailed interiors, and lively street observation. It follows several members of a patrician household and their neighbors, unfolding personal relationships, social ambitions, and generational contrasts. Through episodic character portraits the story examines tensions between tradition and change, public reputation and private feeling, and the interplay of political and familial loyalties. Scenes move from intimate rooms to promenades and theatrical evenings, with gentle irony and sentimental detail used to portray a community's manners, moral dilemmas, and shifting fortunes.

XXX.

Della relazione che c'era tra le opere di Sant'Agostino e la "Società del Parafulmine".

Egli fu nell'anno di grazia 1834, che ebbe principio in Genova la __Società del Parafulmine__, fiorentissima società anonima, la quale, sebbene non avesse avuta la sanzione del governo, tirava innanzi senza paura, come il cavaliere Baiardo, ma non già senza macchia.

Che cos'era questa società, e a che razza di negozi s'applicava? Non era una società politica, quantunque fosse segreta; coloro che ci avevano mano non congiuravano contro alcuno dei poteri costituiti, e il signor Governatore non li teneva d'occhio. Non era una società di buontemponi, quantunque tutti amassero mangiar bene e ber meglio, e convenissero di sovente a geniale convito. Che diamine di società era dunque cotesta del Parafulmine? Una brutta società, veramente; diciamo anzi bruttissima.

Ecco in che modo essa ebbe principio, e nome, e tutto quello che bisogna per la fondazione di una società.

Una notte di carnevale, una brigata di giovanotti, usciti dalla veglia delle maschere, s'erano radunati a cena in una sala remota di una delle migliori trattorie che ci fossero allora tra porta Pila e porta San Tommaso. Scorreva il Bordò e lo Sciampagna, perchè i giovanotti erano ricchi e potevano spendere; ma non scorreva neppure un filo di vera gaiezza, perchè quei dodici (chè tanti erano colà convenuti) non avevano nessuna avventura galante da raccontare, ed erano, qual più, qual meno, tutti adirati colle signore donne, che non s'erano punto curate dei fatti loro.

La qual cosa si chiariva dai loro discorsi; i quali avrebbero potuto essere raccolti e messi alle stampe come il più fiero trattato contro il bel sesso. Ma se non furono stampati i discorsi, altra cosa ne venne fuori, e di molto rilievo, che siamo per raccontare.

I ragionamenti del nuovo cenacolo volgevano su questo punto: le donne esser più facili ad amare gli scemi che non gli uomini di vaglia; concetto adulatorio che rispondeva alla vanità offesa dei dodici commensali, e sul quale ognuno di loro si faceva a ricamare ogni sorta di ghirigori, secondo i consigli della propria esperienza.

Costoro certamente sragionavano; chè pur troppo le signore donne son condotte ad amar uomini d'ogni risma, e fortuna vuole che più facilmente abbiano a dolersi poi degli uomini di vaglia anzi che degli scemi. Gli uni e gli altri arrecano disinganni; ma gli ultimi hanno questo di meno cattivo, che non lasciano eredità di rimpianti.

Un tale, per cavar qualche costrutto dalla discussione, aveva proposto che si dovesse trovare uno spediente per domare quelle creature ribelli. Costui era stato più sventurato di tutti, poichè giungeva sempre tardi all'assedio, quando altri aveva già condotte le parallele fino agli spaldi della rocca.

—Lo spediente!—gli risposero.—Si fa presto a dirlo; ma come trovarlo, che giovi a tutti i casi? La tattica è una sola, ma pur troppo bisogna temperarla, rimutarla, secondo le forze e gli accorgimenti del nemico.—

Queste considerazioni erano giustissime, e la discussione risicava di non approdare a nulla, se non era uno dei colleghi, il quale aveva parlato poco fino a quel punto, e che, percuotendosi la fronte colla palma della mano, si alzò e disse con piglio d'oratore inspirato:

—Signori, ho un'idea, la quale provvede a tutti i casi, e non ha mestieri di mutarsi mai. Quelle armi, di cui patiamo difetto, le avremo; saremo potenti, e le ribelli ci cascheranno ai piedi, implorando misericordia.

—Ottimamente! Le armi! Mostraci le armi!—gridarono, quasi ad una voce, undici curiosi.

—Anzitutto, signori, mettiamo le fondamenta; cominciamo dal principio. Siamo tutti giovani, agiati, non brutti, nè stolidi; e tuttavia abbiamo tutti cagione di lagnarci del bel sesso. Perchè? Qui bisogna cercar le ragioni del male. Io, con vostra licenza, le trovo nella educazione troppo gretta e difettosa delle donne. A Genova, lo sapete, trionfano ancora il provinciale cugino, il cavaliere servente, __il patito__; animali pazienti che non si scuorano dei dinieghi, che mandano giù i sarcasmi e i rimbrotti, che aspettano le occasioni, e approfittano dei momenti di noia, dei dissapori domestici, di ogni cosa che li aiuti a inoltrarsi d'un passo. A costoro non paiono gli anni più lunghi che a noi le settimane; la loro servitù diventa come un'appendice del matrimonio, e riesce del pari beatamente noiosa, o noiosamente beata, come vi torna meglio. Nè vuolsi dimenticare che la più parte delle donne sono oche….

—Oh diamine!

—Sì, che c'è da ridere? Belle, bianche, fatte a pennello, ma oche. Però queste lungaggini non le disamorano; tutto ciò che diventa consuetudine di anni non le turba, non le spaventa. E di questa guisa, senza sale nè pepe, in un guazzetto d'olio, si condisce e galleggia la più insipida delle passioni.

—È vero! è vero!—gridarono gli ascoltatori, battendo delle mani.—Ma come vincere queste oche? Come entrare in Campidoglio?

—Attenti!—proseguì l'oratore.—L'esordio e l'esposizione sono finiti; ora vengo al buono. Avete voi mai pensato, o signori, all'utile che si può cavare dai segreti del prossimo?—

A questa improvvisa dimanda, gli undici rimasero silenziosi e turbati. Dopo una breve pausa, uno di loro che era il più giovine, si provò a dire che l'approfittarsi de' segreti altrui non era la più bella cosa del mondo.

—Verissimo,—ripigliò l'oratore, senza turbarsi punto,—ma intendiamoci bene, o signori; qui si tratta di segreti donneschi.

—Oh, la cosa cangia d'aspetto!—

E in questa sentenza del giovine convennero tutti gli altri. Si trattava di segreti donneschi, cose da nulla, come vede, graziosi peccati, e non c'era più nessun male a scrutarli; la moralità era largamente custodita. Però tutti quanti respirarono, come uomini che si fossero levati un peso dallo stomaco, e non badarono più ad altro fuorchè allo svolgimento della nuova teorica.

—__In primis et ante omnia__,—disse l'oratore,—e considerando che qui non si tratta di politica nè d'altri importanti negozi, voi potrete ammettere con me che il fine giustifica i mezzi.

—Lo ammettiamo….

—E poi, è certo ugualmente che non si vuol far male a nessuno. Noi non miriamo ad altro che a domare le creature ribelli, a diventar terribili, e metter fuori di sella gli scemi.

—Sì certo! Ma come?

—Aspettate; ho appena cominciato. Ognuno di voi saprà che il conoscere il segreto di taluno vi rende in certo qual modo padrone di lui.

—Sì,—gridarono tutti,—è cosa nota.

—Adagio, signori! La massima è vera, ma non riesce sempre sicura nella pratica. Molte volte, anzi il più delle volte, questa padronanza non è intiera, epperò non torna efficace. Perchè? Ve lo dirò io. Perchè di questo tale non conoscete interamente il segreto. Vi pare di averlo colto, e non ne scorgete che un lato. Il segreto, o signori, è come un poliedro, figura geometrica, che offre molti lati allo sguardo, e ogni riguardante ne vede uno, o due, o tre, ma non tutti veramente se non andandogli in giro; la qual cosa non tutti possono, o non credono utile di fare. Ora questa utilità nel caso nostro è provata, e per evitare il pericolo del non potere, bisogna che ciò che molti vedono e sanno dei segreti di una tale, sia messo in comune. Uno per tutti e tutti per uno, è l'impresa del progresso in ogni cosa. Se ognuno di noi avesse a farsi le sue camicie, i suoi stivali, i suoi vestiti, e anzitutto farsi la tela per le camicie sullodate, conciar la pelle per gli stivali, tessere il panno pei vestiti, e via di questo passo fino alle prime preparazioni della materia, io penso che andremmo tutti nudi come all'uscita del paradiso terrestre. Uniamoci, o signori; facciamo un potente sodalizio a nostro vantaggio particolare.—

Gli ascoltatori tutti erano rimasti ammirati per tanta saviezza dell'oratore, e in cuor loro già lo avevano nominato presidente della nuova società, di cui metteva così profondamente le basi.

—Avete dunque capito;—proseguì egli, pigliando ansa a ragionare della impressione che il suo discorso faceva,—qui bisogna lavorar tutti per modo che i segreti delle belle, delle loro famiglie, dei loro aderenti, siano studiati, vagliati, e notati sul libro mastro della società, e ogni giorno la mèsse delle nostre scoperte si accresca, formando come un vasto granaio pei tempi di carestia.

—La pensata è buona,—interruppe uno degli undici,—ma vedo molto difficile il mandarla ad effetto. Per giungere a quello che tu dici, in una sola città, ci vorrebbero centinaia di compari, e allora dove n'andrebbero gli utili, divisi e suddivisi tra mille?

—Tu hai bevuto troppo, e non capisci nulla!—disse a lui di rimando l'oratore.—Qui bastiamo in dodici, e uno di più guasterebbe il negozio. Ognuno di noi conosce un lato dei segreti di cento e più donne. Vi par troppo? Pensateci un tratto; ricordatevi; frugate nei ripostigli della vostra memoria! Talvolta, in un crocchio di amici, non avete udito dire chi fosse l'amante della tale, e della tal altra? Un piccolo scandalo avvenuto, e commentato per cinque o sei giorni dall'universale, non vi ha egli messo sulla traccia di molte cosette ignorate? O non avete, passeggiando per una via fuori mano, veduto una coppia d'innamorati? A teatro, mentre il tenore stuonava una dichiarazione d'amore, non avete colto uno sguardo tra un palchetto e un punto della platea? Di questi fatterelli ognuno di noi ha certamente udito e veduto le migliaia. Ma pur troppo il difetto di unità nelle osservazioni, la sbadataggine, la noncuranza per una cosa che direttamente non ci risguarda, fanno sì che tanti preziosi aneddoti, tante ghiotte considerazioni non approdano a nulla, poi si dimenticano, e quando verrebbero a taglio non si sa più cavarne un costrutto.

—È vero! verissimo!—gridarono gli altri in coro.—Tu parli come un savio della Grecia.

—Grazie tante! Ma andiamo innanzi. Pensate un poco voi altri, di quanta efficacia sarebbe il mettere tutto questo contingente di appunti quotidiani a pro' del nostro consorzio, e scriverlo sul gran libro per ordine alfabetico. Non passa un anno, e la storia di una bella signora si trova là dentro, scritta da cima a fondo, come se ci avesse posto mano Plutarco. E adesso veniamo all'utilità del negozio. Uno dei colleghi è innamorato della tale; s'è posto a corteggiarla, e non sa come venirne a capo; risica, per poca conoscenza del suo umore, di fallire la strada, di pigliar la più lunga, o di pigliarne una che lo conduca in un ronco. Che fa egli, essendo dei nostri? Apre il libro mastro a quella tal lettera dell'alfabeto; legge e rilegge il capitolo che narra la vita e i miracoli della dama; vede che cosa ella abbia fatto in suo vivente; quali affetti l'abbiano consolata o desolata; quali argomenti di tristezza ella abbia avuti, o abbia tuttavia in casa; in quali aneddoti, in quali storielle sia stata protagonista; di quali persone si fidi, e di quali no; che piccoli fatti ci siano che ella crede ignoti al mondo, e che la vigilanza assidua di taluno ha scoperti e la malevolenza propalati. Vestito, anzi catafratto di questa armatura, il Don Giovanni scende in campo, combatte e vince, poichè conosce il lato debole della sua bella nemica.—

Un applauso universale soverchiò le ultime parole del discorso, e un brindisi proposto al valente oratore fu accolto da tutti con una sollecitudine degna di miglior causa.

—Bello! sublime!—gridavano.—È un profondo concetto, e merita che ti s'innalzi un monumento.

—Ha da essere più duraturo del bronzo;—gridò il più giovine, quel degli scrupoli,—Orazio lo insegna. Il monumento degno dell'amico sarà dunque nel mandar prontamente ad effetto la sua buona pensata. Cominciamo subito dal poco, e andremo facilmente al molto. Il presidente lo abbiamo; io mi profferisco come segretario per la compilazione delle note, e domani potremo tenere una prima seduta.

—Dove?

—In casa mia. Per domani dunque, e ognuno prepari la sua parte di note.

—Sì, sì,—gridarono tutti,—per domani!—

Era un ignobile spettacolo, in verità! Quei giovanotti avevano sulle prime arrossito un tantino al pensiero di cavar profitto dai segreti del prossimo; ma udito poscia che si trattava soltanto di donne, la loro coscienza non aveva più sentito un rimorso. E tutti avevano madre, sorelle, ed un sacrario di affetti domestici, gelosamente custoditi!

Ma così allora si educavano i giovani spensierati. In tal guisa cresceva una generazione di malveggenti, i quali, come in gioventù si disponevano a commettere bricconate amorose, si preparavano per l'età matura a commetterne in ogni ragione di cose, e sempre in apparenza di galantuomini.

La società, come è agevole argomentare, fu fatta, e s'intitolò del __parafulmine__, per guardarsi dai tradimenti, o dalle malizie femminili. Poverini! Erano essi che si guardavano.

Nel giro di pochi mesi, il libro della società del Parafulmine divenne doppiamente nero, e certo il più nero non fu l'inchiostro col quale erano scritte tutte quelle prelibate notizie. I dodici compilatori cavavano profitto da ogni cosa; scandali grossi e piccoli, segreti gelosi, induzioni, raffronti, tutto andava a rimpinzare la loro raccolta.

E venne giorno che, maravigliati dell'opera loro, se ne accesero a tal segno da lavorare pel solo piacere di lavorare, la qual cosa nel campo letterario fu significata col famoso precetto: __l'arte per l'arte__.

L'incentivo era grande; perchè infatti lo scandalo risponde assai bene ai gusti dell'uomo, e tale che si addormenta se vi fate a svolgere un teorema filosofico, sta poi ad udirvi con tanto d'orecchi se gli narrate del più veniale tra tutti i peccati di una graziosa donnina. Ora i soci del Parafulmine mettevano in quel loro negozio tutte le forze dell'ingegno, facendo a chi recasse maggior copia di note. Non c'era storia che rimanesse dimezzata o manchevole, poichè non usavano porsi attorno ad una donna, senza piluccarne ogni minuzia, e in breve ora gli appunti dell'uno confortavano e supplivano nelle lacune gli appunti dell'altro.

Intanto, cosa che parrà strana, non ci fu alcuno di loro che violasse il segreto della combriccola. I messeri del Parafulmine erano vincolati della comunanza della vergogna, in quella istessa guisa che i galeotti sono appaiati dalla catena. Ma per essi, in famiglia, non c'era vergogna; e ci fosse anco stata, l'utile che ne derivava ad ognuno l'avrebbe fatta tacere. Perchè infatti, come già i lettori avranno argomentato, le note biografiche della società non si tenevano più nei ristretti confini delle avventure galanti. Le indagini erotiche avevano posto i nostri cacciatori sulle tracce di miglior selvaggina, e v'ebbero uffizi parecchi ed onori che ripetevano la loro origine da quelle note acconciamente sfruttate.

Nel 1844, cioè dieci anni dopo l'instituzione della confraternita, i socii s'erano ridotti a cinque. Qualcheduno, ammogliato, aveva preso un nuovo indirizzo; qualchedun altro era andato in America; due erano morti. Ma intanto il libro era cresciuto a dismisura per notizie d'ogni fatta, nelle quali tutta la società più o meno elegante era passata in rassegna; sicchè poteva dirsi una vera enciclopedia dei sette peccati capitali, ad uso dei compilatori superstiti.

Ma ohimè, ogni bel giuoco dura poco; e anche la società del Parafulmine doveva morire. Egli avvenne che il segretario della confraternita ammalò gravemente, e bisognò mandare pel medico, il quale a sua volta mandò pel confessore. Il più saldo sostegno del Parafulmine non istette saldo egualmente contro la morte, e il pensiero della vita eterna lo assalse, lo soverchiò, con tutte le sue immagini paurose. La confessione fu ampia, e grande il pentimento; ma l'assoluzione costò salata, perchè il confessore, saputo del libro, orribile fattura di dodici scapestrati, volle fosse dato alle fiamme innanzi che l'infermo ricevesse il conforto della manna celeste.

Ma come fare per darlo alle fiamme? Il buon confessore si tolse egli quel grave incarico, ed anzitutto portò via i dodici volumi, i quali (così egli diceva) davano odore di zolfo.

E tuttavia quel cattivo odore non tolse che il reverendo personaggio
rimanesse grandemente ammirato per la novità e il pregio dell'opera.
Egli era un uomo di senno, il confessore, e si chiamava padre
Bonaventura Gallegos, __de Societate Jesu__.

Da quel giorno ne passarono quaranta; e il buon padre Bonaventura non uscì quasi mai dalla sua camera, dove aveva riposto il suo bottino, senza darsi pensiero dell'odore di zolfo, che avrebbe potuto mettere in sospetto i suoi santi colleghi. Egli forse aveva pensato che bastasse non dirne parola ad alcuno, tenendo il libro sotto chiave, quando per qualche negozio fosse costretto ad uscire. In quanto alle lunghe ore che passava nel silenzio e nella solitudine, c'era una buona ragione da chiuder la bocca ai curiosi. Il padre Bonaventura meditava un commento alle opere di Sant'Agostino; perciò non doveva sapere di strano ch'egli rimanesse volentieri nella sua camera, assorto nello studio dell'autore suo prediletto.

E per studiare con maggior profitto, mandò le __Opera omnia__ del vescovo d'Ippona al legatore, perchè le rilegasse a nuovo, inframmettendovi i fogli di carta bianca consacrati alle sue dotte annotazioni teologiche; le quali in buona sostanza non erano altro che gli appunti biografici della società del Parafulmine. Sant'Agostino fu per tal guisa rilegato in ventiquattro tomi, che parevano fatti a bella posta per dare alloggio alle ventiquattro lettere dell'alfabeto; e l'arguto lettore intenderà il rimanente; come, ad esempio, l'erede universale del Parafulmine, da quel savio uomo ch'egli era, facesse fruttare e crescere il patrimonio ad interessi composti. Da dodici anni scriveva, scriveva sempre, conducendo a perfezione il suo commento; sicchè, giunto al 1857, cominciava a pensare che la carta bianca gli sarebbe indi a non molto mancata. Però gli era venuto in mente di lasciare Sant'Agostino, per commentare gli scritti di Tertulliano, già acconciamente interfogliati in anticipazione.

È noto adunque che cosa scrivesse il padre Bonaventura, a che studi profondi si desse, in cambio di andarsene a dormire, dopo la partenza del marchese Antoniotto. Egli aveva squadernato sullo scrittoio il volume decimonono di Sant'Agostino, o, se più vi garba, la lettera T della sua preziosa enciclopedia, e stava facendo qualche giunterella alla biografia dei Torre Vivaldi.

Là entro potevate leggere vita e miracoli del marchese Antoniotto, della madre di lui, del padre e d'altri aderenti alla famiglia. Veniva quindi la storia della bella Ginevra dagli occhi verdi, a gran pezza più lunga di quella del marito. E non era già perchè ci fosse molto a dire della bella marchesa, ma perchè, rispetto alle donne, il padre Bonaventura diventava più facilmente prolisso. Degli uomini notava i fatti, stringendoli in brevi parole; delle donne poi o, per dir meglio, di certe donne, notava le opere, i pensieri e perfino le ommissioni. Egli a ragione pensava, la vita delle donne essere una trama così sottile e delicata di nonnulla, da non doversi dimenticare la più piccola cosa. Se la bilancia degli imponderabili non fosse stata trovata dai fisici, certo il padre Bonaventura l'avrebbe scoperta egli, per adoperarla in quelle biografie femminili.

Ora, se il tempo non stringesse, e le fila del dramma, fatte più numerose, non ci persuadessero della necessità di badare anzitutto a raccoglierle, vorremmo esporre ai lettori ciò che ha spigolato il padre Bonaventura intorno alla vita ed ai più riposti pensieri della bella Ginevra. La quale, a dir vero, quantunque sia tra le più spiccate figure del quadro, non ci ha ancora lasciato scorgere una parte del suo cuore, rimanendo per tutti enigmatica come la sfinge egiziana.

Ma questo si rechino in pace i lettori, condonando la passeggera molestia alle ineluttabili necessità del racconto. Una cosa già sanno; che l'entrata di Aloise dai Torre Vivaldi era un accorgimento del padre Bonaventura. Un'altra ne diremo loro: che il gesuita, aperto il volume decimonono delle Opere di Sant'Agostino, si pose diligentemente a notarvi il ricevimento del giovine, come gli era stato narrato dal marchese Antoniotto, aspettando che una lettera di Ginevra, alla viscontessa della Roche-Huart di Parigi, venisse a chiarirgli tutti i minuti particolari del felicissimo evento, ingrossando così la biografia dei Torre Vivaldi. Molt'altre ce n'erano già, debitamente trascritte, che la bella Ginevra andava scrivendo da sei anni alla sua amica di collegio, e che una mano misteriosa andava a sua volta ricopiando e rimandando a Genova, in quel medesimo palazzo dond'erano uscite.

Ginevra adunque, quell'anima chiusa, commetteva i suoi pensieri alla carta traditora? Sì veramente, questo era il punto debole di una armatura per tanti rispetti fortissima. Fin dai primi giorni del suo matrimonio, la bella vittima delle consuetudini aristocratiche e delle arti gesuitiche collegate, aveva per costume di svelare, di raccontar sè medesima alla compagna d'infanzia. Il cuore della gentildonna, stretto dalle leggi della fredda cerimonia, gelato dalle catene, a gran pezza più fredde, del talamo, si schiudeva alle ricordanze dell'amicizia lontana, prolungava nella vita adulta le libere e dolci confessioni della spensierata adolescenza. Ed erano lettere minuziose, delibazioni d'ogni cosa udita o veduta, scavazioni d'ogni più lieve affetto sentito, giudizi intorno alle costumanze della civil compagnia, donne ed uomini passati in rassegna; infine che vi diremo? debolezze umane considerate dall'alto, e considerate da un angelo; ma da un angelo il quale non si peritava di rasentarle col sommo delle piume e intingervisi un pochettino. Poichè, se la donna è un angelo, e tuttavia rimane in terra, bisogna dire che sia un angelo a cui qualche peccatuzzo faccia tarde le ali e impedisca il ritorno a casa.

E adesso, per farvela breve, lettori umanissimi, vi diremo che in quel carteggio della bella Ginevra si leggeva un nome, che, per essere quello di un uomo non mai avvicinatosi a lei, appariva troppo spesso ripetuto; il nome di Aloise Montalto.

Come ci fosse scritto, e perchè, sarà detto più oltre.

XXXI.

Nel quale si racconta dell'uomo vestito di nero e degli apprestamenti che fece per una giornata campale.

La mattina del 28 giugno, chi avesse potuto vedere il padre Bonaventura nel segreto della sua camera da studio, avrebbe durato fatica a riconoscerlo. Era vestito di nero, come sempre; mostrava le guance e il mento accuratamente rasi di quel giorno medesimo; non era insomma nè più bello, nè più brutto di quello che i nostri lettori sanno; ma ne' suoi occhi sfavillanti si leggeva qualcosa d'insolito, come la gioia di una vittoria ottenuta, o la speranza di riportarla tra poco. Il che, per gli uomini avvezzi a' grandi disegni, è tutt'uno.

Inoltre, il padre Bonaventura (cosa strana a vedersi, quando era nel suo studio) non leggeva, nè scriveva. Le opere di sant'Agostino non erano squadernate sullo scrittoio; la penna, povera vittima della sua feroce alacrità, si riposava un tratto nel calamaio, e forse andava col suo compagno di sventura facendo le meraviglie di questo non mai sperato giubileo che loro concedeva il padrone.

Questi, intanto, passeggiava concitato dall'una all'altra parete, o, per dire più veramente, dall'una all'altra scansìa, come un uomo a cui dolgano i nervi. Ad ogni tanto andava stropicciandosi forte le mani, poi le tornava a raccogliere dietro le spalle, senza punto smettere del suo passo breve e spedito, che lo costringeva a frequenti giravolte sui tacchi.

Finalmente si fermò un istante; e fu per guardare una ventesima volta il suo orologio.

—Ancora pochi minuti!—borbottò egli tra i denti.—Sia lodato il cielo! Signora Marianna!…—

E siccome non gli parve che la chiamata fosse efficace, fatti altri due giri, andò verso l'uscio e tornò a gridare:

—Signora Marianna! signora Marianna!

—Vengo, Padre, vengo,—rispose una voce dall'anticamera.

E poco stante comparve sull'uscio quella vecchia governante che i lettori conoscono, col naso bitorzoluto e il mento fiorito di peli, tutta chiusa nella sua gonnella di lana nera, nella sua cuffia e nel suo grembiale di pannolino.

—Non è ancora venuto nessuno?—chiese Bonaventura.

—Padre, no.

—Appena verrà qualcheduno, faccia entrare.

—Padre, sì.—

E la signora Marianna fece per andarsene e richiuder l'uscio, in quella che Bonaventura ripigliava la sua passeggiata.

—Signora Marianna,—diss'egli ad un tratto, come un uomo che si risovvenga di qualche cosa,—e il caffè?

—Domine!—esclamò ella voltandosi, e giungendo le palme in atto di maraviglia.—O non l'ha anche bevuto?

—E come vuole che io l'abbia bevuto, se non l'ha ancora portato?

—Ma sì, ma sì, Padre! Eccolo appunto, là, sulla scrivania. Sono venti minuti che l'ho portato, ma Lei pensava, e m'ha fatto cenno di lasciarlo là e di andarmene.

—È vero, è vero; l'avevo dimenticato. Grazie tante!—rispose in fretta Bonaventura, andando verso la scrivania.

—Ma sarà freddo, ora;—proseguì la signora Marianna.—E Lei che lo ama caldo….

—Non importa, non importa!—ribattè Bonaventura; e fosse per castigarsi della sua smemoratezza o per farla finita colle considerazioni della governante, mandò giù d'un tratto il caffè, rimettendo tra le mani di lei il vassoio e la chicchera.

La signora Marianna non disse altro; ma recandosi in mano il vassoio, notò la zuccheriera che non era stata neanche scoperchiata; segno che padre Bonaventura aveva trangugiato il suo caffè amaro (egli che lo amava inzuccherato per bene) e non se ne era accorto neppure.

—Quest'oggi è molto astratto;—disse ella tra sè.—Il sant'uomo lavora troppo, e non vuol sentirselo a dire. E sì, ch'egli non è più di primo pelo, e non fo per dire, ci ha tre anni più di me.—

Con questi pensieri, la governante dalle cinquanta primavere uscì dallo studio. Bonaventura frattanto avea ricominciato a passeggiare, a stropicciarsi le mani, a raccoglierle dietro le spalle, a guardar l'orologio. Pari al Cerbero dantesco, egli «non avea membro che tenesse fermo».

Una scampanellata si udì finalmente, dieci minuti più tardi, all'uscio di casa, e Bonaventura tese l'orecchio. La signora Marianna era lenta di soverchio nello andare ad aprire. Benedetta donna, sempre a tu per tu coi paternostri! O non aveva tempo la sera, a mettersi in grazia con Domineddio? Quasi quasi andava egli in persona, a far da portinaio! Ma, lode al cielo, la signora Marianna s'era mossa; si udiva il suo passo da sergente invalido nella sala d'entrata. A Dio piacendo, ella giungeva all'uscio; lo schiudeva un tantino per vedere chi fosse di fuori; finalmente, raffidata dalla sua ispezione, faceva uscir la catena dal gancio, e un passo mascolino suonava sul pavimento. Pochi secondi dopo, la signora Marianna apriva l'uscio dello studio, e si tirava da un lato, per lasciar entrare il nuovo venuto.

—Alla perfine!—non potè trattenersi dal dire Bonaventura, quando ebbe visto dinanzi a sè la faccia scialba del Bello.

Era per l'appunto il Bello, che padre Bonaventura aspettava; il Bello, che quel giorno mal rispondeva al suo nomignolo; colla zazzera bionda, ma un po' scarmigliata; le guance rosee come le mele cotogne, ma come cotogne avvizzite. La cascaggine delle membra, gli occhi rossi, cerchiati di giallo e male avvezzi ancora alla luce, dicevano chiaro che il Garasso aveva passata la notte fuori di casa, con grande rammarico della signora Momina. Del resto, sempre vestito colla sua popolesca attillatura; una giacca di panno del colore di fava secca; un fazzoletto di seta rossa sprezzatamente annodato al collo; i calzoni a quadrelli, anticamente del color del latte, ma ingialliti dall'uso; insomma, quell'Adone da quadrivio che i lettori rammentano.

—Signor mio,—disse egli, per rispondere alla esclamazione dell'altro,—sono appena suonate le dieci….

—Sì, sì, sta bene; non dicevo per questo;—ripigliò Bonaventura.—Mi sapeva mill'anni di vedervi a giungere, perchè il tempo stringe. Veniamo a noi; che cosa avete fatto?

—Non tutto; il Guercio non l'ho veduto.

—Dovevate trovarlo ad ogni costo;—rispose asciutto il gesuita.—Garasso, badate; ne va la vostra riputazione….—

Pareva che celiasse, il padre Bonaventura, con quella sua frase. Ma così non parve al Bello, che conosceva con chi avesse da fare, epperò sudava già freddo.

—Perdoni, illustrissimo,—diss'egli,—io non potevo fare il miracolo di…. non potevo essere in dieci luoghi ad un tempo. Vossignoria sa benissimo che iersera dovevo andare nella combriccola…. per pigliar lingua…. e penso che trattandosi d'una faccenda, la quale ha da esser finita domani a sera….

—Sì, sì, domani a sera;—interruppe Bonaventura;—ma intanto, se non m'industriassi io, non ci sarebbe mai nulla di fatto. Siete stato dal Ceretti?

—Illustrissimo, sì. Le sei divise son pronte in casa sua. Mastro Nicola se n'è andato ieri a Molassana; così il suo figliuolo, rimanendo solo in casa, avrà le mani più libere. Del resto, come ho già detto a Vossignoria, il Guercio è contentissimo, e non gli par vero di dover fare quella stupenda figura.

—Lo credo io!—sclamò Bonaventura.—Si piglia anche una bella moneta, per farla. E ditemi, la cassettina d'ebano?

—Sempre a posto, illustrissimo. Iersera ho veduto Michele, che ha trincato con me, e l'ho mandato cotto fradicio a casa.

—Vi rimarrà egli, domani a sera?

—Ah, credo di sì, perchè il Salvani non vorrà lasciar sola, in così grande trambusto, la sua sorella adottiva.

—Bisognerà farlo uscire con qualche pretesto;—notò Bonaventura.

—Sarà difficile, illustrissimo; tanto più che io dovrò essere al mio posto.

—Ah, ah!—disse Bonaventura.—Al vostro posto! voi? E dove sarà il vostro posto, di grazia?

—Sulla piazza della Nunziata. Il quartier generale è laggiù.—

Qui il padre Bonaventura si atteggiò dentro di sè ad uno di que' sorrisi invisibili che erano la sua consolazione, sorrisi dei quali c'è già occorso notarne parecchi nei suoi dialoghi col dottor Collini e col marchese Antoniotto, sorrisi somiglianti alla parentesi dei personaggi da tragedia, che l'interlocutore può indovinare, se è accorto, ma che non ode nè vede.

—Garasso,—diss'egli,—bisognerà che per domani il quartier generale rimanga senza di voi. Uno di meno nel gran numero non farà sconcio, voglio sperare, e non ci si baderà più che tanto.

—Oh, non è per questo;—rispose timidamente il Bello, che ben vedeva come il gesuita lo canzonasse, mostrando di pigliarlo sul serio;—è pel timore di quello che potranno dirmi poi, se non m'avranno veduto in compagnia.

—Ma dunque,—esclamò spazientito Bonaventura, piantando in viso al Bello i suoi occhi grifagni,—avevate proprio fermo in mente di andare a farvi accoppare anche voi? Bravo, Garasso, me ne congratulo colla vostra prodezza. Ma andiamo per la più breve, che in queste ciarle non si guadagna nulla, nemmeno il gusto di trovar chi le creda. Voglio darvi un consiglio da padre. Voi non siete mai stato alla guerra…. Neppur io, ma ve ne parlo d'udita. Fate domani a sera come tanti e tanti usano fare alla guerra. Statevene rannicchiato in qualche buco, fino a tanto che tuona il cannone e fischiano le palle. Poi uscite fuori e vi fate scorgere qua e là nei crocchi, dove ognuno ci ha da raccontare la sua. Qui tenete bordone a chi le sballa più grosse. Egli vi piglierà tosto per testimonio, e farà a sua volta testimonianza onorevole per voi. Una mano lava l'altra e tuttedue lavano il viso.

—Ella ci ha sempre la sua celia per tutti, illustrissimo!—disse il
Bello, ridendo.

—Perchè conosco un tantino gli uomini, Garasso, e conosco voi come tutti gli altri;—rispose Bonaventura.—Ora torniamo al fatto vostro; voi rimarrete domani a sera dal Ceretti, per invigilare il negozio, e al momento opportuno trarrete fuori di casa il Michele, con qualche frottola di vostra fattura. A voi queste alzate d'ingegno non mancano….

—Ha altro da comunicarmi?—chiese il Bello, inchinandosi a quella lode meritata.

—Sì, che troviate il Guercio, per dargli l'appuntamento ed esser sicuro di lui e de' suoi compari. Fino a domani, poi, cercherete di stargli a' fianchi, perchè non vi giri nel manico. Perciò vi consiglio, per questa sera, a lasciare in disparte anche la Violetta.

—O come!—esclamò il Bello, trasognato.—Ella sa?…

—So tutto, io. So che passate troppo di frequente la notte fuori di casa, e alla signora Momina, a quella santa donna—(Bonaventura disse proprio: santa donna)—fate veder lucciole per lanterne: che gli amici vi hanno trattenuto, che avete dovuto adoperarvi per me, eccetera, eccetera; e a me, poi, tocca rappezzare le vostre bugie presso quella megera innamorata. Basta, questa notte vi voglio veder di ritorno, a ragguagliarmi d'ogni cosa. Le due mila lire pei vostri compari le avrete a colpo fatto. E badate a non lasciarvi fuggire di bocca il nome di chicchessia; se no, metto fuoco alle polveri…. m'intendete?

—Oh, la non dubiti!—si affrettò a dire il Bello.—Ci ho troppi debiti con Vossignoria…. E poi, so bene come s'abbiano a maneggiare queste faccende.

—Benissimo, ora andate con Dio, e a rivederci stanotte.—Con queste parole il gesuita accomiatò il suo aiutante, e se ne tornò a passeggiare per la camera, stropicciandosi le mani.

—Ah, la vedremo!—andava mentalmente dicendo.—Domani a sera tenteranno la grande impresa per la liberazione d'Italia…. L'avranno, sì, l'avranno, l'Italia! L'avranno a Genova, a Livorno, a Napoli, e dovunque salterà loro il grillo di muoversi. E dire che se Bonaventura non era, se non li teneva d'occhio uno di questi poveri frati che i messeri del governo, per far cortesia alla plebaglia ubbriaca, hanno cacciato fuori come tanti lebbrosi, domani, sì davvero, sarebbero stati colti all'impensata! Che cime d'uomini! Ma vegliano per essi i lebbrosi, i reietti, e la Dio mercè comandano e comanderanno ancora un bel pezzo, a marcio dispetto dei libertini….—

Il monologo fu interrotto in questo punto da un altro de' sorrisi invisibili di padre Bonaventura. Il sarcastico uomo, non sapendo con chi pigliarsela, scherniva sè stesso.

—Adagio, Biagio! Tu vai mulinando una predica, come se si trattasse ancora di parlare ai fedeli nella chiesa di Sant'Ambrogio, o di tener bordone ai colleghi Curci e Bresciani sulla __Civiltà Cattolica__. Quegli arruffapopoli hanno la loro parte di ragione…. cioè intendiamoci, l'avrebbero, se venissero a capo de' loro disegni. __Post factum lauda__. Ora comandiamo noi ed abbiamo ragione noi; questo è il punto. Branco di pecore matte, che non s'avvedono del lupo! E più matti quei giovani presuntuosi che s'attentano di tenere il campo contro di noi. Il Salvani, il colonnello in erba, l'avrà domani, la sua, e più salata che forse non pensa. Quanto all'altro…. Oh ecco! questi ha da essere proprio il Collini; sono infatti le undici.—

Era una nuova scampanellata (i lettori già l'indovinano), che interrompeva ancora l'allegro monologo del gesuita.

Il dottor Collini, che infatti era egli, entrò nello studio del suo antico maestro.

—Oh, buon giorno; capitate proprio a tempo;—gli disse Bonaventura.

—Mi avevate detto di esser da voi a quest'ora, e sono puntuale;—soggiunse il Collini;—la puntualità è la cortesia dei principi, e dei medici.

—E qui poi, dove non c'è nè un suddito nè un ammalato,—ripigliò il gesuita,—bisognerà darvene lode due volte. Sedete e ragioniamo.

—Domani a sera, dunque,—incominciò il Collini ex abrupto,—metteranno il fuoco….

—Lo so.

—Il Mazzini è in Genova da parecchi giorni, e….

—Lo so.

—Il Salvani s'è riserbata l'impresa della Darsena….

—Lo so.—

Il dottor Collini, interrotto da tutti questi monosillabi, ammutolì.

—Orbene, non dite altro?

—Che ho più da dir io, se ad ogni capoverso delle mie notizie rispondete: lo so?

—E sta bene; so per l'appunto tutte le cose che volevate accennarmi; ma non c'è proprio altro, e di più rilevante, che pure avevate da dirmi?

—Non v'intendo, padre mio.

—Ah, vedo che bisognerà rinfrescarvi la memoria. Il negozio del vostro banco…. Come si chiama il vostro banco? Cardi e….

—Cardi Salati e compagni.

—Benedetto nome! Cardi Salati e compagni; me lo dimentico sempre. Or dunque, vi siete già intesi?

—Ma…. non ancora. Credevo che fosse un negozio poco urgente, da parlarne poi, a bell'agio e a mente riposata.

—No, no, v'ingannate, figliuol mio. È urgentissimo, anzi, e mi sta a cuore.

—Vi sta a cuore!—notò a denti stretti il Collini.—Io del resto ne ero già entrato, ma così alla grossa, e senza conchiuder nulla. Sapete che siamo cinque socii, che anzitutto a trovarci tutti insieme, e poi a persuaderci scambievolmente…. D'altra parte, si tratta di una somma ragguardevole, e di questi giorni non credo ci sia tanto danaro in cassa da poterne cavare tutto questo in una volta.

—Pretesti! ragazzate!—sentenziò Bonaventura. Queste cose s'hanno a poter fare in mezz'ora. Quanto al danaro, ne entrerà tutti i giorni. E poi, perchè lo tenete, se non per darlo a prestito e guadagnarvi su? Ora, questo negozio è d'oro, e così buone occasioni non capitano mica ogni giorno!—

Il Collini non rispose nulla a queste considerazioni; ma, con accento da cui trapelava un tal po' d'amarezza, ne fece egli un'altra al maestro.

—Avete una gran voglia di aiutarlo, questo nobile spiantato!

—Sì, non lo nego, gli ho posto amore;—rispose Bonaventura, facendo ballar tra le dita la stecca che aveva tolta dallo scrittoio; segno che incominciava a perder la pazienza.

—E perchè, in tal caso…. Scusate, padre, se vi parlo alla libera….

—Sì, dite, dite; c'è sempre qualcosa da imparare, a sentirvi.—

Il Collini fece una smorfia; ma proseguì:

—Perchè, in tal caso, non gliele date voi ad imprestito, le trentamila lire?

—Io non le ho.

—Potete fargliele imprestare dal suo nonno, che ha tanti conti da saldare!—incalzò il Collini.

—Ragazzo!

—Ragazzo! Me lo avete già detto troppe volte.

—Perchè siete tale, e non volete mutarvi mai. Uomini nati ieri, che v'impancate coi vecchi, e non sapete ancora l'abbiccì della vita! Sentite, Collini; siete stato mio scolaro, e non avete fatto mala prova. La gente vi ha stima, come medico, lo concedo. Ma voi dovreste pur ricordare che tutto ciò che siete ora, non è merito del vostro ingegno, sibbene di chi ha preso a proteggervi.

—E l'ho io mai negato?—chiese il giovine, non giungendo ancora ad intendere dove volesse andare il gesuita.

—No,—soggiunse questi,—ma col fatto mostrate di volervi ribellare a quando a quando. E ciò non va bene. Lasciamo stare la gratitudine, santa che non è sul vostro calendario; lasciamo stare anche il vostro tornaconto, che io serberò per le frutte; parliamo da amici, da gente che si conosce, e che ha da stare insieme come pane e cacio. Queste vostre ribellioni mi seccano. Siete fidato ed operoso ma nella vostra fedeltà e nella operosità vostra recate troppi difetti. E i vostri difetti, figliol mio, se durano, leveranno il pregio ai vostri servizi.

—Difetti….—si provò a dire il Collini.

—Sì, e non lievi. È il vostro vecchio maestro che ve lo dice, e che vuol darvi un insegnamento. Sarà l'ultimo. Volete che io vi dica quel che siete? Un cervello piccino. Ecco, voi eravate nulla, e da fanciullo, in collegio, portavate invidia ai più ricchi, ai più svegliati, ai più belli di voi. Una penna dorata, un calamaio, un astuccio di matite, messo in mostra da uno de' vostri fortunati compagni, vi facevano stare in broncio per intiere giornate. Non eravate ricco di biancheria, nè di quei gingilli con cui si adorna la gioventù, ed eravate lì sempre a tirarvi i manichini, a rassettarvi allo specchio. Sono inezie, scusate, ma dalle inezie del fanciullo fanno capolino i vizi dell'uomo fatto. Vi ricordate la scena col Pedralbes? Amore della nettezza, direte voi, e sarà; ma intanto, quando il Pedralbes, vostro vicino allo studio, nella camerata, ebbe a farvi schizzare per caso una macchiolina d'inchiostro sulla vostra camicia di lino, gli metteste rabbioso i pugni sotto il naso, e minacciaste di richiamarvene al rettore, se egli non vi dava in cambio una delle sue belle camicie di tela battista, che guardavate da un pezzo con tanta malinconia di desiderio.

—Ma Padre, queste piccolezze….

—Abbiate pazienza; ora vengo al buono. All'università non vi siete mostrato punto dissimile da quello che eravate in collegio. Eravate assiduo alle lezioni, sempre a capo della prima panca, perchè i professori vi vedessero pigliar note di continuo, far tesoro dei loro insegnamenti. Ed anzi, per non averne a perdere un ette, imparaste anche la stenografia, e notaste ogni cosa, perfino gli spropositi. I vostri compagni vi chiamavano lo sgobbone; ma voi non ve ne davate per inteso, e tiravate innanzi a studiare. Ciò tornava ad elogio vostro, sicuro; non già il ricusar che facevate i vostri quaderni ai compagni, quando all'avvicinarsi degli esami, taluno di essi faceva capo a voi, perchè gli dèste una mano. Ricordate il Cosmelli, che tenuto a bada dalle vostre mezze promesse, non ebbe poi i quaderni, e fu coperto di palle nere all'esame?

—Voi vi ricordate di molte cose,—entrò a dire il Collini, che s'andava contorcendo sotto i colpi del sarcastico aguzzino,—ma io ricordo altresì che allora voi stesso mi deste ragione, perchè il Cosmelli era figlio d'un liberale.

—Non si tratta di me, ma di voi;—disse Bonaventura di rimando.—Proseguiamo intanto. Più tardi venne il tempo di raccogliere ciò che avevate seminato; venne il tempo degli onori, dei guadagni e degli amori. La vostra passione suprema, l'invidia, si manifestò sotto tutte le forme. Volevate esser ricco, per andar di pari passo coi ricchi; del dotto invidiavate i ciondoli, dell'elegante la sciocca attillatura, del giovinotto più in voga le avventure galanti. Credo che se un giorno passando per via aveste veduto far ressa intorno ad un pagliaccio e ammirarne le capriole, avreste invidiato la gloria del pagliaccio. E le donne, come piacevano a voi? Perchè piacevano ad altri. E quali vi piacevano di più? Quelle che notavate più riverite, più decantate dal pubblico. Corteggiavate la Cisneri perchè attorniata di spasimanti; v'impuntaste ad ottener le sue grazie per soddisfare una smisurata vanità, e ci guadagnaste una briga con Aloise di Montalto. Volevate atteggiarvi da cavaliere, da spadaccino, per non parere, anche in questo, da meno dei più celebrati Don Giovanni; e ne avete riportato il danno le beffe. Nè vi basta; c'è ancora il desiderio di mettere il vostro cuore a' piedi della Torre Vivaldi. Crescono gli anni, la superbia del pari. Che diamine? la più ragguardevole dama, la più bella di Genova; e non ci saremmo un tantino anche noi, inginocchiati sul tappeto? C'è Aloise di Montalto, e noi no? Egli cercato, desiderato, voluto in casa dal marito, e noi no? Egli entrarci di primo acchito, laddove noi da due anni andiamo inutilmente implorando l'onore….

—E voi, padre, da due anni me lo contendete!—interruppe sdegnoso il
Collini.

—Io non vi ho conteso nulla,—rispose Bonaventura, con la sua pacatezza crudele.—In queste cose io non c'entro. Il marchese Antoniotto non può chiamarvi presso di sè come medico, dacchè ci ha il suo, del quale non ha ragione a lagnarsi. Come amico, non vi conosce: non siete della sua sfera, e non può nè deve sapere che voi desideriate tanto di entrare in casa sua. Aloise di Montalto è in quella vece un gentiluomo….

—Senza il becco d'un quattrino.

—Più o meno; certo non è ricco, ma gentiluomo.

—Or bene, se vuol quattrini, li pigli a prestito dai gentiluomini.

—Lasciatemi finire, e glieli darete voi.

—Sì,—gridò amaramente il Collini,—perchè possa pagare il __phaeton__ testè comperato a Milano; perchè si possa cavare il ruzzo di avere i due cavalli inglesi del principe Sobinski, e di sfoggiarla da gran signore sulla strada di Quinto….

—Sicuro, per tutte queste belle cose. Vedete, Collini, qui le vostre solite malinconie vi disaiutano, come sempre, e vi acciecano, come tante altre volte. Se foste un uomo avveduto, come vi dànno vanto di essere, avreste già capito che questo giovanotto manda le cose sue a rifascio; che con sette od ottomila lire di entrata, necessarie a vivere, non si possono far debiti senza mangiarsi il capitale. O che? vedete un giovine sodo, assennato fino al presente, il quale incomincia ad operare da pazzo, e non capite che le pazzie degli uomini sodi sono le più gravi e menano più rapidamente in malora? Per una vostra invidiuzza, per la soddisfazione di un momento, rinunziate ad una contentezza di tutta la vita? Venite qua, e consideriamo la questione da ambedue i lati. Entrate voi in casa Torre Vivaldi? No. Ed anco entrandoci, che fate? Nulla. Ve lo trovate di fronte, lui, sempre lui. Vi dà l'animo di romperla? Nemmeno. Ed anco se il cuor vi bastasse, vincereste il cuore di una donna come la Ginevra? Neppure. Egli ha gioventù, nome, bellezza, e non le ha baciato il sommo delle dita. Che otterreste voi, che non potete entrare in paragone con lui, e che al cospetto di quella avreste il gran torto di farle ricordare l'accaduto di San Nazaro? Ma guardate da quest'altra parte, la vendetta vera, la vendetta piena, la vendetta sicura. Tra un anno, Aloise è sul lastrico….

—Ah!—interruppe il Collini.—Così diceste il vero!

—È in vostra balìa che ciò avvenga. Non vi lasciate sviare dalla piccola invidia e della piccola vendetta; proseguite la grande. Ci guadagnerete voi, e non ci perderanno gli altri, che voi impacciate coi vostri rancori e le vostre imprese piccine. E qui torno al mio primo concetto, dal quale ho dovuto dilungarmi per voi. Obbedite senza disputare. La Compagnia, voi lo sapete meglio di tutti, non ha mai dimenticato i suoi fedeli. Essa ha il suo tornaconto a farvi salire, perchè altro è il servigio reso dal basso, altro il servigio reso dall'alto. Non mi parlavate voi d'un matrimonio? Orbene, io posso farvi contento, quando avremo dipanata tutta questa matassa.

—Ma….—disse il discepolo a cui gli occhi sfavillarono subitamente,—quel nobilume accetterà d'imparentarsi con me?

—Perchè no, se noi lo vorremo? La fanciulla non ha volontà. Il consiglio di famiglia è tutto cosa nostra. Quanto alla nobiltà, siete un uomo per la quale; da due anni cavaliere; tra pochi giorni potrete essere uffiziale, e commendatore al tempo del matrimonio. Vi si farà eleggere deputato, se occorre. Farete una professione di fede costituzionale. Insomma, salirete, e i vostri nemici saranno nel fango.—

Abbacinato da tutte quelle grandezze che il maestro gli sciorinava sugli occhi, il Collini rimase un tratto sovra pensiero; quindi alzando la fronte e scuotendo il capo come uomo che ha pensato il pro ed il contro, rispose:

—Orvia, capisco che bisognerà fare a modo vostro. Il Montalto avrà domani le trentamila lire.

—Ah, così vi voglio!—soggiunse Bonaventura, alzandosi da sedere.—Ma badate; lettere di cambio! lettere di cambio! È vanaglorioso e vorrà pagare alla scadenza; perciò si voterà anco al diavolo, e in cinque giorni venderà per trenta ciò che vale sessanta. Voi mi capite.

—Oh, non dubitate. Padre mio; gli costeranno salate, quelle trentamila lire. Scadenza a tre mesi!

—__Optime, fili mi__; e lasciatevi vedere domani, che oggi s'è lavorato abbastanza.—

XXXII.

Nel quale i lettori non genovesi impareranno chi fossero Barudda e
Pippía.

Noi lasceremo adesso il padre Bonaventura alle sue cure, e terremo dietro al Bello; il quale, dopo aver fatto una lunga sosta nella sala da giuoco della bottega da caffè del Gran Corso, dopo aver salutata la Violetta e chinata pazientemente la testa a tutti i suoi mattutini capricci, dopo essersi bisticciato a tavola colla sua cara metà e aver misurato una mezza serqua di ceffate alle sue guance carnacciute, se n'è uscito zufolando dal tetto maritale, per andarsene a fumare un mezzo sigaro fuori di Porta Pila, tanto per far giungere l'ora di andare dai Servi, dove avrebbe potuto, all'imbrunire, far l'ambasciata di padre Bonaventura.

Gli stava a cuore di render servizio al gesuita. I lettori che ci hanno seguitato fin qui, sanno che legami corressero tra i due. Bonaventura conosceva tutte le marachelle del Bello, e lo teneva come la biscia all'incanto. Talvolta, poi, quantunque non volesse confessarlo al Collini, gli lasciava cadere di bei contanti tra le mani, in premio de' suoi servigi, e segnatamente per quest'ultimo gli aveva promesso un largo beveraggio. Su questo faceva assegnamento il Bello, ed anche sulla metà di quelle duemila lire che il gesuita gli aveva a snocciolare per la magna impresa del Guercio.

I denari non duravano molto nelle tasche del Garasso. Contrariamente a quella tal borsa della favola, dove tanti ne toglieva il felice padrone, altrettanti ne germogliavano dal fondo, quella del nostro Adone, più egli ce ne metteva, più sempre era vuota. Laonde, si sarebbe potuto paragonarla a que' terreni sabbiosi che appaiono asciutti e screpolati mezz'ora dopo il temporale, a cagione del sole che, dardeggiando assiduo dall'alto, li va prosciugando di continuo. E il sole del Bello era la Violetta, quella Violetta che l'aveva stregato, per la quale si metteva sotto i piedi le gioie sacramentali, e torceva gli occhi dalle bellezze stantìe dell'amorosa consorte.

La Violetta era una di quelle donne che non si sa donde siano venute, nè dove vadano a finire; talvolta condotte al male dalla turpe miseria, più spesso dal lusinghevole esempio del lusso delle loro sorelle in Eva; fuorviate qualche volta da Alcibiadi spiantati, presso cui riempiono gl'intervalli (ahi troppo lunghi!) di più superbi amori; più spesso da logori Cresi, che esse consolano della freddezza o del tedio domestico; che poscia, avvezze al mercimonio, passano di mano in mano senza arrossire, come le cartelle del debito pubblico, e, ragguagliate da principio a cento, valgono ottanta da capo, oscillano insomma, oscillano sempre tra il più e il meno, tra il meno e il più, secondo i capricci del caso e la credulità della gente.

Costei ci aveva i suoi trenta suonati; però lasciamo argomentare a voi se non avesse oscillato. Aveva già dato il pretesto ad una separazione di coniugi; mandato due cassieri in Isvizzera ed un mercantuzzo in prigione per bancarotta fraudolenta; spennacchiati cinque o sei figli di famiglia, e messo un tutore al punto di non poter rendere i conti ai pupilli. Il resto si omette per brevità.

Vi basti sapere che da qualche tempo era scaduta un tantino, e aspettava la rivincita dal mondo ingrato, vivendo in un quartierino modesto, che si apriva a pochissimi; andando di rado per le vie, ma sempre contegnosa come una vedovella che non vuol sentir parlare di Cupido se non è accompagnato dal suo collega Imeneo: mostrandosi nei teatri a tutte le prime rappresentazioni, e non accettando, da quei pochissimi che abbiam detto, altro che fiori e cartocci di zuccherini; segno che li teneva a stecchetto. Nessuno sapeva dond'ella cavasse i danari, per menar quella vita; si facevano chiacchiere di molte, e senza dare nel segno. Era ciò che ella voleva; il resto sarebbe venuto da sè.

Questa cartella che s'industriava a crescer di prezzo, in un mondo il quale non cura che il valsente, al cospetto di uomini i quali stimano e ragguagliano tutto a lire e centesimi, virtù, vizio, dolore e piacere, era posseduta segretamente, o, per dir meglio, era lei che possedeva il Garasso. Egli, corto ingegno ed uomo volgare, non sarebbe mai venuto a capo d'indovinare i fini riposti di quella donna, che lo chiamava __biondino__ e lo comandava a bacchetta. Essa lo accoglieva e lo rimandava quando le mettesse conto; gli teneva il broncio, e col broncio la porta chiusa, per intiere settimane; poi lo racconsolava con mezze carezze. Ed egli durava quella vita, metteva fuori quattrini, e gli pareva ancor grazia. Quella fragranza, anche viziata, di donna elegante, era una certa novità che egli non aveva sentito mai, egli stropicciatosi per tutta la sua gioventù con gente da taverna e da bisca. In quella casa si sentiva odor di giaggiolo; colà passeggiava su d'un tappeto di lana, in mezzo a pareti coperte di carta felpata, e sedeva su d'un canapè foderato di velluto, mezzo seta e mezzo cotone.

Qualche volta (e questo era avvenuto per l'appunto in carnevale) la Violetta non aveva reputato disdicevole alla sua dignità di indossare le umili vesti della popolana, e imbacuccata nel mèzzaro far le notturne scappate con lui, gongolante e pomposo, nelle festicciuole della bordaglia. Quella era una degnazione! Se la signora Momina l'avesse veduta, e avesse potuto sollevare la maschera di quella femmina che posava audacemente il suo braccio su quello del suo maritino, certo sarebbe morta d'apoplessia. Ma egli era così felice a sentirlo sotto il suo, quel braccio delicatamente tornito! Quella bocca mezzo nascosta dal pizzo della maschera, sapeva bere con tanta grazia lo sciampagna apocrifo delle trattorie! E quando aveva bevuto, sapeva dirgli tante tenerissime cose! __In vino veritas__, avevano sentenziato gli antichi, e gli antichi la sapevano lunga. Dunque essa lo amava, non amava altri che il suo biondino, essa, corteggiata, desiderata da tanti pezzi grossi, che le recavano inutilmente i fiori e i cartocci di zuccherini!

Da parecchi giorni la maliarda ci aveva delle voglie pazze. Il suo salottino non le andava più a' versi, e bisognava metterlo a nuovo, sacrificando il vecchio velluto rosso ad un fresco ed elegantissimo tessuto verde a cordelloni. Abbiamo dimenticato di dirvi che la Violetta era bionda, epperò il verde le andava a capello.

Il biondino non diceva mica di no; ma in quel mese egli aveva già speso molto per lei, e la vena del giuoco, da cui cavava una parte de' suoi guadagni, dava uno scarso zampillo, a cagione dell'estate che sparpagliava i merlotti fuori del nido. Ora non è a dire se i denari del gesuita venissero a taglio, e se per guadagnarli egli ci andasse di buone gambe.

Con questi pensieri in capo, come gli parve ora da ciò, rifece la sua strada, e giunto ai quattro canti di Portoria tirò da mancina per la piazza di Ponticello e pel borgo de' Lanajuoli fino alla via dei Servi, dove andò ad infilare un buio portone, il quale era sormontato da una nicchia, con entro una Madonna di gesso, tinta di giallo, e onorata di una lanterna dalla pietà del vicinato. Un'altra lanterna splendeva nell'androne, tanto per lasciar leggere, sulla tela trasparente che le stava tesa sul maggior lato, la scritta seguente: «__Teatro del Forte in gamba.—Questa sera si recita.—Entrata: dieci centesimi__».

Il Bello si affrettò per una scala umidiccia e logora dal lungo uso, col passo spedito di un uomo assai pratico del luogo. Al primo pianerottolo una lucerna a riverbero, appiccicata al muro, rischiarava il cartellone dello spettacolo, che diceva così:

            DON GIOVANNI BASTARDO D'AUSTRIA
    con Barudda padre guardiano e Pippía converso
            nel monastero di San Giusto.

Il teatro era al primo piano, e ci s'entrava sollevando una cortina unta e bisunta, proprio di rincontro alla lucerna e al cartellone che v'abbiam detto. Figuratevi un camerone, una stamberga dalle pareti ruvide, disuguali, il cui intonaco, nelle sue frequenti sfaldature, mostrava sei o sette mani di bianco datevi su da altrettante generazioni, con uno zelo degno di miglior causa. Lo zelo dell'ultimo padrone si chiariva altresì da certe strisce di carta tinte di terra rossa, che la pretendevano a simulacri di colonne, e da certi sgorbi d'ogni colore che volevano parer fregi, festoni, fioroni, ed altri consimili ornamenti. Dalle nere travature del soffitto pendeva una specie di lampadario spento, che sembrava piuttosto un arnese da pigliar mosche, e che si accendeva solo nelle grandi occasioni, vogliam dire allorquando la sala diventava una festa da ballo, e il palco del teatrino si tramutava in orchestra. La luce fioca che stenebrava il camerone, si spandeva per consueto dai fungosi lucignoli di due lumi a stella, le cui spere di latta pendevano dalle pareti, l'una di rincontro all'altra, e non venivano a capo di confondere i loro riverberi nel mezzo della sala.

Nè vanno dimenticati due cartellini, scritti a stampatello, l'uno de' quali accennava alla vendita di birra e gassosa, e l'altro significava il divieto di certi servizi che avrebbero potuto danneggiare l'intonaco. I lettori discreti intenderanno la perifrasi. Il pavimento era di mattoni, che, stropicciati un tal poco, svolgevano in aria una finissima polvere rossigna; ma il Forte in gamba li risciacquava diligentemente ogni giorno, per non levare addirittura il respiro al colto pubblico che veniva ogni sera a sedersi e a far baccano sulle dieci panche zoppe e sconnesse della platea.

Il Forte in gamba, così detto per ironia, e contento del suo battesimo per modo che egli stesso s'era pigliato quel nome e messolo per insegna del suo teatro, era un uomo sui quarantacinque, o in quel torno, dal viso buffonescamente arcigno, dal mento sporgente, dai capegli rabbuffati che gli uscivano per tutti i versi da un vecchio berretto della guardia nazionale. E non dimentichiamo, ad onore del suo soprannome, che aveva le gambe fuori di sesta. Era egli il primo attore della sua compagnia di fantocci; suo figlio l'aiutante; sua moglie, od altro che fosse, faceva le parti di donna; in tre parlavano per dieci. Qualche volta l'uditorio strepitava; la ragazzaglia scontenta scagliava sul palcoscenico i turaccioli delle bottiglie stappate e le bucce delle melarance mangiate. Ma allora, bisognava vedere! Il dramma s'interrompeva; la prima donna restava lì, colle braccia in aria; il primo amoroso in ginocchio davanti a lei, ma collo smalto degli occhi verso gli spettatori; e da una cortina di fianco alla scena sbucava il berretto di guardia nazionale colla zazzera scompigliata dell'impresario, e una voce sgarbata tuonava all'assemblea.

—Furfanti! canaglia! Or ora vi accomodo io….

—Forte in gamba! Forte in gamba!—gridavano i ragazzi.—Badate che non vi si rompano gli __esse__.—

Gli __esse__ erano le gambe del nostro primo attore, e non è a dire come gli cuocesse lo scherno.

—Ah, sì, pendagli da forca? Gli esse? Ora ve li do io in quel servizio, gli esse! E tu che ridi, e mi fai le fiche, figlio di…. aspetta a me!

—Non son io. Forte in gamba, non son io che ho tirato!—urlava il ragazzo mal capitato, a cui l'impresario, uscito dalla sua tana, ministrava una correzione esemplare.—È quell'altro…. il figlio della Rossa.

—Sì? il figlio della Rossa? Orbene, tu pagherai per lui e per te!—

E lì una gragnuola di busse, un baccano, un diavoleto. Il Forte in gamba, che era arrogante come tutti i segnati da Dio, l'avrebbe fatta a tu per tu con Sansone, e soleva dire che non aveva paura nemmeno di cento. Bisognava sentirlo, quando, invece di ragazzi, erano uomini fatti che gli davano la baia!

—Malandrini! tagliaborse! Andate in chiesa a fare il vostro mestiere, a guadagnarvi la protezione di Sant'Andrea, che vi farà rivedere il sole a scacchi. Zitto là, mascalzone! È questa la scuola che t'hanno data in Oneglia? Voglion ridere de' fatti tuoi i mùggini della Siberia, quando ballerai la monferrina sul Molo vecchio! Tacete, voi, stradina, giubilata del Laberinto, buona a nulla, nemmeno a far la pappa al diavolo, nella cucina delle streghe!—

Queste gentilezze (delle quali i lettori non genovesi potranno intendere qualcosa, quando sappiano che a Sant'Andrea erano le carceri, sul Molo vecchio le forche, a Oneglia il penitenziario, e al Laberinto, sulle mura delle Grazie, l'infimo ritrovo di…. tutto quel che vorrete) queste gentilezze, diciamo, ed altre simiglianti, non avevano mai conseguenza di busse. Si rideva, si sghignazzava, si faceva rimando d'ingiurie, fino a tanto che il Forte in gamba, sentendosi stracco di lingua, non reputasse miglior partito rientrar nelle quinte co' suoi fantocci e ripigliar lo spettacolo al punto in cui lo aveva lasciato.

E adesso che avete potuto congetturare, dai battibecchi dell'impresario coll'udienza, che razza di gente bazzicasse in quella stamberga, non sarà male che diciamo alcun che delle rappresentazioni. Il teatro del Forte in gamba era celebre, come il suo padrone, in tutto il popoloso quartiere dei Servi, e in altri circostanti, che gli mandavano ogni sera il loro contingente di spettatori. Colà si recitavano drammi stupendi, come il __Guerrin meschino, i Reali di Francia, la Bella Maghelona, Ginevra di Brabante__, ossia il __Trionfo della virtù__, e commedie da sbellicarsi dalle risa, come i __Tre gobbi__, il __Flauto magico__, la __Serva padrona__, ed altre imitazioni di commedie e d'opere buffe dei maggiori teatri, ma sempre, nelle commedie e nei drammi, introducendo per amore o per forza i due personaggi di Barudda e Pippía, senza i quali il dramma non sarebbe stato un dramma, e la commedia non sarebbe stata una commedia, pei frequentatori del teatro. Il Forte in gamba s'era qualche volta arrisicato a calzare il coturno, cioè, intendiamoci, a calzarne i suoi fantocci, rappresentando qualche tragedia, come l'__Oreste__ dell'Alfieri; ma in questo caso Oreste era Barudda, e Pilade, l'amato Pilade, assumeva il nome e le spoglie del collega Pippía.

Chi erano questi personaggi? Oramai s'è indovinato; erano maschere del teatro popolesco di Genova. Ma quello che molti non sapranno ancora, e che bisognerà dire, si è che queste erano, e sono pur tuttavia ignobili maschere, e da non potersi dicevolmente raccomandare ad ogni ragion di lettori.

Barudda, il più notevole dei due, parla continuamente furbesco, e vi accompagna sempre le parole, anzi le sillabe, con suoni sconvenevoli. Gli è un tipo di screanzato. Ha un viso tozzo, avvinato, bitorzoluto, e va quasi sempre in maniche di camicia. Pippía non è altro che un suo scolaro degnissimo; mingherlino, pallido (come il __morticino__ dei vecchi fiorentini) col viso tirato a costa di spatola; va sulle pedate del sozio, quanto a morale, ma in genere non gli contende il privilegio dei suoni anzidetti; del resto parla furbescamente come lui, ma con un vizio di pronunzia che gli fa mettere la lettera Ve dappertutto. Egli, verbigrazia, vi dirà ova in cambio di ora, e per dirvi __vengo__ vi dipanerà un __vvvv….engo__, da non finirla più.

E questi due personaggi senza legge nè fede, quantunque chiusi nella ristretta cerchia d'un quartiere di Genova, hanno tre o quattro stamberghe per sè, dove attirano quella udienza che abbiam detto, e tutti i curiosi più arrisicati di altre classi, i quali volendo guadagnarsi il titolo di «Ligure istrutto nella sua patria» non si peritano di portare in quei luoghi il loro cappello a staio, che non sempre ne esce sano. Il lettore conosce certamente di fama alcuni di questi teatri; quello del Forte in gamba, celebre ai tempi di cui raccontiamo, è chiuso da un pezzo, nè sappiamo il perchè. __Habent sua fata Baruddae__.

La rappresentazione del __Don Giovanni, bastardo d'Austria__ era cominciata da un pezzo, quando il Bello entrò nello stanzone. Le prime panche erano stipate di gente: ma tra perchè tutti erano intenti allo spettacolo e non mostravano altro che la collottola, e perchè una fitta nube di polvere e di fumo ingombrava la sala, il nostro eroe non venne a capo di distinguere alcuno degli spettatori.

Egli era andato verso la parete, dove era vuoto il sommo d'una panca. Colà, messosi a cavalcioni, colle spalle al muro, aspettò che la nuvola si diradasse, o che i suoi occhi, avvezzati alla mezza luce della stamberga, gli facessero servizio migliore.

Una femmina, che stava seduta in un angolo, si alzò come lo vide e mosse alla volta di lui. Costei, che non doveva essere stata brutta alcuni anni addietro, ma che le consuetudini di una mala vita avevano sciupata anzi tempo, male in arnese, discinta, con le trecce rossigne scompigliate dagli atti maneschi della pubblica benevolenza, era la tavoleggiante del luogo, e veniva a chiedergli, con aria di vecchia conoscenza, se volesse da bere.

—Sì,—disse il Garasso, dandole un pizzicotto sulle guance avvizzite,—portami una mezza bottiglia di birra, ma che faccia spuma.

—Non dubitate. Bello,—rispose la femmina, schermendosi destramente dalle sue carezze,—è birra __numero uno__.

—Come il tuo primo amante, che Dio l'abbia in gloria?

—Che? lo fate già morto?

—E seppellito da vent'anni, Maddalena.

—Eh, lo so pur troppo, di non esser più bella, nè giovine! Ma un tempo c'è stato che non parlavate così neppur voi.

—Sì,—soggiunse il Bello,—quando non avevo ancor fatto gli occhi.
Ma, a proposito d'occhi, dov'è il tuo innamorato, ch'io non lo vedo?

—Se li avete ora, cercatevelo! Io non l'ho mica in tasca.—Tra queste chiacchiere, Maddalena aveva presentato al Bello il vassoio di ottone, con suvvi il bicchiere e la mezza bottiglia di birra. Allo scoppio del turacciolo che saltò in aria, parecchi spettatori si volsero, ma tra quelle facce patibolari, il nostro eroe non riconobbe quella del Guercio che andava cercando.

—Che non ci fosse!—diss'egli tra sè.—Per solito egli non manca mai.
Ho fatto male a dar la baia a Maddalena.—

Con questo pensiero in capo egli si volse alla femmina, porgendole il bicchiere con atto di popolesca cortesia.

—Maddalena, bevete.

—Non ho sete, io.

—Bevete, via, non mi tenete il broncio.

—Io non l'ho con nessuno.

—Oh sì, l'avete con me, con un vecchio amico….

—Tutti amici ad un modo, quando mi pagano.

—Orbene, io vi pagherò la mezza per intiera, purchè facciamo la pace. Suvvia, Maddalena; non vedete che ho fatto per celia? Ditemi, quando sentiremo le denunzie nella chiesa dei Servi? Il Guercio vi ha pure promesso di darvi presto l'anello!

—Oh, siete tutti d'una pasta, voi altri uomini! Così non avessi mai dato retta ad alcuno! Non avrei logorata la mia giovinezza, e sarei rispettata un pochino di più.

—Non pensate a queste sciocchezze, Maddalena; il Guercio vi vuol bene. L'altro giorno ancora me lo diceva; se faccio tanto di guadagnare certi quattrini, vo' metter su casa e sposarmi la Rossa.

—Non li guadagnerà mai,—rispose Maddalena rabbonita,—e non metterà su casa, e non troverà mai il giorno nè l'ora di mantener le promesse.

—Voi vedete tutto nero; e se egli sapesse che voi ci avete così poca fede….

—Ohè, da poppa!—tuonò improvvisamente una voce stentorea dalle prime panche.—Fate silenzio!—

Una risata universale tenne dietro al comando. Maddalena confusa volse le spalle, e andò a rincantucciarsi sollecita. Il Bello stette fermo, come se non avessero detto a lui, e poichè non gli era dato saper nulla di ciò che voleva, si fece a guardare la scena.

L'uditorio quella sera non era contento del Forte in gamba, perchè già si era al secondo atto, e Barudda e Pippía non avevano ancora mostrato il grugno. Questi erano tiri non infrequenti dell'accorto impresario, il quale non amava spendere ogni sera i pregi singolari di quella artistica coppia, e di tanto in tanto metteva fuori certi drammi, nei quali Barudda e Pippía non avevano che una particina da nulla. Ma allora l'uditorio, desideroso più che mai di sentirli, faceva baccano, e per la sera seguente si era certi di averli in scena dal principio alla fine del dramma.