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I rossi e i neri, vol. 1 cover

I rossi e i neri, vol. 1

Chapter 37: XXXIII.
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About This Book

The narrative opens in a Ligurian port city and sketches urban life through close domestic scenes, detailed interiors, and lively street observation. It follows several members of a patrician household and their neighbors, unfolding personal relationships, social ambitions, and generational contrasts. Through episodic character portraits the story examines tensions between tradition and change, public reputation and private feeling, and the interplay of political and familial loyalties. Scenes move from intimate rooms to promenades and theatrical evenings, with gentle irony and sentimental detail used to portray a community's manners, moral dilemmas, and shifting fortunes.

Il Bello, come dicemmo, si fece a guardare la scena, dove Filippo II, vestito con quello sfarzo che i lettori potranno argomentare, stava dichiarando l'amor suo alla prima donna. La quale, non volendo saperne di lui, e messa alle strette dalle troppo vivaci espressioni della sua regia benevolenza, gli diceva:—scostatevi, sire; io sono un'ebrea.

—Un'ebrea!—gridava il re, che odorava il Sant'Uffizio. E non potendo impallidire, poichè non glielo avrebbe consentito il colore ad olio, nè la sovrapposta vernice, balzava indietro come uomo che si avveda di aver posto il piede sulla coda d'un serpe.

Ma l'udienza, che non partecipava agli scrupoli nè alle paure del re, gli dette apertamente dell'asino.

—E di che diamine avete paura, signor re?—gridava uno degli spettatori.

—Ve' come gli è sbollita, a quel re!—soggiungeva un altro.

—Ce ne vorrebbe uno che conosco io; e vedere se si tirerebbe indietro come lui!—

Questi ed altri consimili erano i discorsi; ma quinci e quindi uscivano, al ricapito del povero Filippo II, altri suoni, che Dante si sarebbe provato a descrivere con qualche vigorosa terzina, ma che noi non ardiremo neanche accennare in un periodo di umilissima prosa.

Il monarca di quello Stato su cui non tramontava mai il sole (come fu detto nello stile cortigiano del suo tempo) faceva intanto la più trista figura del mondo. Voleva parlare, e le sue parole erano soffocate dal tumulto popolare. Anche la prima donna era sgomentata, e agitava le braccia verso la platea, quasi chiedendo, in nome del rispetto dovuto al bel sesso, un po' di silenzio. Ma sì, altro che silenzio; la burrasca ingrossava.

—Vada via il re, e venga Barudda!

—Sì, Barudda e Pippía!

—Signori, mi avete già rotte le scatole,—rispose dai cieli del palcoscenico la voce dell'impresario.

—Le romperemo a te. Forte in gamba,—ribattè dalle prime panche della platea un'altra voce, che fece rizzar la testa al Bello;—le romperemo a te, se non ci dai Barudda e Pippía. Quelli sono amici che si può starli a sentire, perchè non hanno tante fisime, come il tuo re, che il diavolo lo porti.

—Guercio, un po' di pazienza!—disse il Forte in gamba, senza uscire dal suo nascondiglio.

—La pazienza l'hanno i frati!

—Bravo! e Barudda, che è frate nel monastero di San Giusto, ha la pazienza che manca a voi altri. Aspettate che la scena sia nel convento, e lo vedrete.

—Fatecelo vedere fin d'ora,—interruppe dal suo posto il Bello,—tanto da assicurarci che non l'avete messo in pegno per pagar le tasse.

—Sì, benissimo detto, fatecelo vedere!—

Come i lettori intenderanno, l'attenzione dei tumultuanti s'era un tratto rivolta al nuovo interlocutore. Era ciò ch'egli voleva, poichè in quella occasione gli occhi, o, per dire più veramente, l'occhio buono del Guercio si volse a lui e riconobbe l'amico. E l'amico gli fece un cenno che voleva dire: son qua e mi occorre parlarvi.

Frattanto, a chetare il tumulto comparve Barudda al proscenio, e senza riguardo alcuno per Filippo II e per la prima donna, salutò l'udienza con uno dei soliti suoni, per vibrare i quali egli non aveva neppur bisogno di farsi arco alle labbra col pollice e coll'indice tesi.

Quello era il __quos ego__ di Nettuno ai venti scatenati, e bastò a ricomporre ogni cosa. Un applauso universale accolse il prediletto personaggio, che si affacciava alla ribalta in tonaca da frate; poi fu un silenzio, universale del pari, per starlo ad udire.

Noi non abbiamo la sciocca presunzione di metter qui la predica di Barudda in tutta la sua nativa energia; che a far tanto ci vorrebbero molte cose; verbigrazia la facoltà di scrivere in vernacolo, con tutti i traslati, con tutte le licenze del gergo, con tutte le esorbitanti libertà del trivio, e la potestà di condire ogni frase coi larghi partiti dell'armonia imitativa, che è propria alla maschera di Barudda. I lettori discreti si contentino di un pallido compendio.

—Mascalzoni! screanzati! feccia di furfanti! Non rispettate dunque più nulla? nemmeno il __Sire__, che si è scomodato pei vostri grugni? Badate a voi, __buone voglie__, pendagli da forca! Se la va nell'orecchio all'assessore, vi manda tutti in galera senza processo. Belle cose, bravissimi! Io me ne stavo tranquillo a dire il breviario….

—In cantina,—interruppe una voce dalla platea.

—Ah! mangiate la foglia, birbe matricolate? Orbene, sì, stavo a berne un __nitro__ in cantina, e mi avete fatto perdere il filo del salmo.

—E Pippía?—domandò un altro.

—Pippía sta in cucina, presso i fornelli, a picchiarsi il petto e a pregare per la dannazione delle anime vostre. Il cuoco ha fatto una salsa nella quale vorrei cuocervi tutti, quanti siete, figli di galeotti, nipoti di impiccati, che mastro Nicola abbia presto a darvi la pedata anche a voi! Mi avete visto, ora? mi avete sentito? Andate in vostra malora; quando verrà il mio giro, mi vedrete da capo. __Sire__, Lei continui a dire le sue, e se fanno un'altra volta baccano, faccia calare il sipario. Addio, dunque, mascalzoni! Vi voglio bene. Amo meglio i morti che i vivi.

—__Ovvva__!—sclamò una voce dalle quinte, che fu tosto riconosciuto esser quella del socio Pippía.

Barudda diè fine alla predica con un altro e più romoroso de' suoi amabili suoni, al quale uno spettatore rispose per tutti: «buon pro' vi faccia!» e se ne andò pe' fatti suoi.

Così ebbe fine l'episodio, o, come dicono in Parlamento, __fu chiuso l'incidente__. Intanto il Guercio aveva saltato le panche, ed era venuto di costa al Garasso, che lo aspettava.

—Oh, eccovi qui, buona lana!—disse il Bello.

—Presente!—rispose l'altro.—Volete che andiamo a bagnarci il becco?

—S'intende. Ho da parlarvi a lungo.

—E anch'io, perdinci!

—Che ve ne pare?—disse il Bello.—Andiamo dalla Piccina? Laggiù ci si sta come papi.

—No, non ho tempo da perdere. Andremo qui presso, a dare una scorsa all'Acquasola. Tanto, per me la è tutta strada. E poi, lassù non avremo cattivi vicini. Che cosa ne dite?—

Il Bello, sulle prime, aveva arricciato il naso a quella proposta del Guercio. Ma egli aveva anche posto la mano sulla tasca, come per tastare qualcosa che v'era dentro, e il buon esito della sua ispezione lo aveva raffidato; però rispose al compagno:

—Come vorrete, amicone. Andiamo all'Acquasola.—Sull'uscio della stamberga trovarono Maddalena, a cui il Guercio, passando rasente, diede con garbo popolesco un colpo di spalla.

—Socia, vi saluto.

—Ed io vi contraccambio;—rispose asciutto la femmina.

—Che cosa avete, stasera?—chiese il Guercio, fermandosi sui due piedi.

—Andate là, che siete un bell'arnese!—disse Maddalena.—Mi avevate promesso di venire a casa, e andate già coi compagni.

—Nena, vi ho promesso, ma l'uomo propone e il diavolo dispone. Ho una faccenda per le mani, che mi preme…. e il Bello vi dirà…..

—Sì, sì, il vostro compare bugiardo…. Voi altri uomini vi sapete spalleggiare come va. Una mano lava l'altra….

—E tuttedue lavano il viso;—soggiunse il Bello ridendo.—State di buon animo, Maddalena; quando avremo dato sesto alle cose nostre, il Bastiano vi sposerà, ed io verrò alle nozze.—

Bastiano era il nome del Guercio. Maddalena non rispose altrimenti che con una crollata di spalle, la quale voleva dire: «se dessi retta a voi altri, dovrei credere che adesso è giorno chiaro».

I due compari non istettero più oltre a disputare con lei, ed
infilarono le scale. Noi terremo dietro a costoro, poichè da Barudda e
Pippía abbiamo spremuto quel tanto che si poteva, e colla ganza del
Guercio non abbiamo nulla a strigare.

XXXIII.

Nel quale è dimostrato che una ne pensa il ghiotto e un'altra il tavernaio.

Il Guercio era un coso smilzo smilzo, che parea fatto a posta per uscir da ogni fesso, a guisa delle lucertole. Aveva la faccia scura e di poca apparenza, come un fico d'inverno, i capegli neri, ruvidi e corti, come le poche setole che gli ombreggiavano le labbra sottili. Il segreto della sua età era custodito dalle membra segaligne assai meglio che non lo custodiscano alle signore donne i cosmetici, le polveri e tutte le altre diavolerie che si mettono addosso. Lo chiamavano il Guercio, perchè nel dialetto genovese dicendosi guercio non già a chi ha gli occhi torti, ma a chi vede da un solo, egli per l'appunto ci vedeva solamente dall'occhio destro, e l'altro, il sinistro, era imperlato d'una maglia bianchiccia, la quale pur troppo non gli aggiungeva in bellezza quello che gli toglieva in potenza visiva. Cionondimeno, bisognerà soggiungere che il fratello superstite gli facesse un doppio servizio, perchè dov'egli adocchiava, le mani correvano spedite e sicure.

Era questi il peggiore ribaldo che si potesse immaginare. Adolescente, aveva bazzicato più assai nell'ergastolo che non nelle scuole; per contro, sapeva leggere, scrivere, e far d'abbaco, poi, come un provetto ragioniere. Nei ritagli di tempo che gli avanzavano dalle sue faccende, il Guercio leggeva volentieri, e mai di politica. I suoi libri prediletti erano i melodrammi del Metastasio, l'__Aristodemo__ del Monti, le favole del Pignotti, e tutti i romanzi pastorali e cavallereschi che si vendono sui muricciuoli. Tanto per darsi aria di guadagnare onestamente il suo pane, aveva un mestiere visibile, innocentissimo, diremo anzi bucolico; faceva il pollaiuolo. Il vino non gli dispiaceva punto; ma sapeva esser sobrio, come tutti gli uomini che hanno un alto disegno da proseguire, un gran concetto da far trionfare sulla terra.

Ma siccome non c'è niente di perfetto in questo basso mondo, così neanche il Guercio era perfetto, e ci aveva egli pure il suo lato debole come tutti i figli d'Adamo. Ora il lato debole del Guercio era il cuore; il cuore che si sentiva palpitare in seno, ogniqualvolta pensasse (e ciò gli occorreva sovente) ad una modesta casetta sui Gioghi, dove sarebbero bastati al suo bisogno i più famosi alimenti bucolici, mele, ballotte e latte rappreso; una casetta, insomma, un poderetto, nel quale avrebbe potuto ridursi a finire i suoi giorni con Maddalena; con Maddalena, avvizzita, scaduta, ma che lo aveva amato, lui Guercio, per la sua smilza persona, non già per i suoi quattrini, come tante altre; con Maddalena che non chiedeva nulla; con Maddalena che egli percuoteva talvolta, ma che s'era assuefatto a vedere e ad amare. Frattanto, aspettando il giorno che l'avrebbe tirata a stare con sè, stava tranquillamente con lei. La qual cosa non parrà che faccia un gran divario dall'altra; ma noi raccontiamo le cose come sono, senza togliere nè aggiungere un ette.

Nel suo mestiere nascosto (del visibile non rileva parlarne) non aveva ancora fatto roba abbastanza. Da giovine era stato disgraziato, come abbiam detto, e aveva salutato frequentemente il sole a quadrelli; oltre di che, non aveva saputo tener conto del fatto suo, se pure è lecito di chiamar fatto suo il frutto della rapina. Ora egli s'industriava a guadagnare il tempo perduto, ed aspettava molto da un certo colpo che a lui e a cinque compagni avesse dato modo di acciuffar la fortuna.

Ma non ci perdiamo in chiacchiere. I nostri eroi sono giunti presso le porte degli Archi, e barattando alcune parole di nessun conto, sono saliti, per l'erta di Santo Stefano, alla spianata dell'Acquasola, dove non hanno altri testimoni che i radi lampioni a gas confusi tra i filari delle robinie e dei platani, e non sono turbati da altro rumore che quello della vasca, il cui largo zampillo canta assiduamente nel mezzo.

—Eccoci giunti, Garasso!—esclamò il Guercio fermandosi prudentemente presso la siepe della vasca anzidetta, dove il frastuono dell'acqua spegneva la sonorità della voce.—Che cosa avete a dirmi di nuovo?

—Di nuovo, nulla; abbiamo da intenderci chiaramente su quello che sapete. Il colpo è per domani, alle dieci di sera, e bisogna che io possa contare su voi.

—Non dubitate; il Bastiano è puntuale come il banco Parodi. A proposito, e voi, come state a memoria?

—Che cosa volete dire? Ho io dimenticato qualcosa?

—Ma…. mi par bene. __I cum quibus__.

—__I cum quibus__ ci sono.

—Sta bene, ma quanti? Io li amo molto, i __cum quibus__!

—Anch'io;—rispose il Bello, ridendo.

—Appunto perchè so che li amate voi pure,—soggiunse il
Guercio,—vorrei vederli e contarli, prima di fare il colpo.

—Non vi fidate di me?—chiese il Bello.

—Sì e no;—rispose Bastiano.—E non credo già di farvi torto. Vedete, io non mi fido neanche delle mie mani, perchè le conosco, e sto per dire che se potessero, le ingrate, ruberebbero perfino a chi le mantiene da trentacinque anni…. salvo errore.

—Quand'è così,—ripigliò il Bello,—non dico altro. Ma vi ho già raccontato l'altro giorno che l'amico non dà fuori i quattrini se non a colpo fatto.—

Il Guercio crollò il capo, a queste parole, e messe le labbra in moto per masticarsi la saliva.

—Che diamine, Bastiano? Voi non ragionate più, ora!—soggiunse il
Garasso.

—Intendiamoci;—rispose l'altro, dopo un po' di silenzio.—Io ci ho gusto a quel giuoco, e già ve l'ho detto. Indossar l'onorata divisa, figuratevi! questa fortuna non capiterà mica ogni giorno….

—E notate che non c'è risico;—interruppe il Bello.—Avrete da vestirvi nella casa medesima, al primo piano, di guisa che non ci sarà da uscire per via, nè da esser veduti da alcuno. Là, in casa, non avrete da fare con altri che colla ragazza e col servitore, se pure ci sarà. E per questa fatica di salire e di scendere, vi buscate mille lire….

—Ma….—entrò a dire quell'altro, dandogli sulla voce,—e chi mi guarentisce che il danaro verrà?

—Oh bella! vi guarentirà la cassettina che vi ho detto e che dovrete portar via dal cassettone. Da una mano sporgerete la cassettina, dall'altra riceverete le mille lire. E notate che il cofanetto, sebbene non contenga nessuna cosa di prezzo per voi, potrebbe inuzzolirvi; ma noi non abbiamo tante paure, ci fidiamo di voi.

—Grazie!—rispose il Guercio ironicamente.—Dunque, dicevamo, duemila lire?'

—Che duemila? Volevate dir mille….

—Scusate, avevo inteso duemila. E siccome sono un po' duro di comprendonio, così, quando una cosa m'è entrata in testa, non c'è più verso a cavarnela. Ora io ho inteso duemila, e, duro come sono, non mi voglio dar torto.

—Lo avete, Bastiano;—ripigliò il Bello.—Queste cose bisognava dirmele subito, quando mi sono aperto con voi. Ho combinato per mille, e come volete che torniamo da capo?

—Siamo sei, Garasso, non lo dimenticate. Inoltre, perdiamo una giornata di lavoro….

—O che? Sareste uomo da voler fare le parti giuste?

—Come voi, Garasso, come voi!—ribattè il Guercio, ghignando.

—Sentite, Bastiano;—disse il Bello, facendo le mostre di non averlo udito.—Facciamo un po' d'abbaco.

—È il mio passatempo! facciamo d'abbaco.

—Mille lire,—proseguì il Bello,—divise per sei, quanto danno?

—Ho già fatto questo conto più volte,—rispose il Guercio gravemente,—e mi torna sempre centosessantasei lire, sessantasei centesimi, e il resto divisibile all'infinito.

—Male, male! e dove avete lasciato le regole della nuova divisione?

—Della nuova?

—Cioè, nuova no, ma diversa! parlo di quella d'Arlecchino.

—E come divideva Arlecchino?

—Eccovi qui; faceva tanti mucchietti, l'uno daccanto all'altro e contava: questo a me—questo a te—questo a me. Poi si fermava e tornava a contare: questo a me—questo a te—questo a me; poi….

—Basta, basta, ho capito. Ma anche col vostro conto, io non piglierei più di cinquecento lire. Ora nella mia aritmetica c'è scritto che io debba intascare mille lire, innanzi di mettere le altre mille in divisione. Voi vedete che Arlecchino a petto mio, può mettersi la sua aritmetica in tasca. Volete che vi parli da avvocato? Qui c'è un contratto bilaterale; voi vi servite di me, io mi servo di voi. Ragioniamo dunque di duemila lire; la base più larga fa l'edifizio più saldo.

—Non si può;—disse il Bello, che difendeva la sua preda coll'unghie e coi denti;—ho sempre parlato di mille lire, e su mille siamo rimasti. Che cosa direbbe l'amico de' fatti miei, se gli barattassi le carte in tavola?

—Oh, se non c'è che questo di rotto, mio buon Garasso, ve l'accomodo io!—rispose il Guercio.—Ci ho tutto quello che fa al caso vostro.

—Che cosa?—domandò il Bello, tremando. Gli spedienti del Guercio lo facevano sudar freddo.

—Fatemi parlare col principale, e lo capacito io. Eccellenza, gli dico, il Bello non ci ha colpa; sono io, io, il furfante, che dimando le duemila lire. Non mi ero legato nè per mille, nè per cento; mi dia quello che mi occorre, e la servo da buon compare. Sono un galantuomo: il Bello potrà farne testimonianza, e dirle che quando il Guercio ha promesso di fare una cosa, venisse anco il Padre eterno a scongiurarlo, a caricarlo d'oro, sta fermo come un muro maestro. Fede per fede, e qua le duemila lire! Che ve ne pare, collega? non sarebbe un parlar bene?

—Voi capirete che non si può,—disse il Bello, nicchiando;—il principale ha le sue buone ragioni per non darsi a riconoscere.

—Ed altri,—disse il Guercio di rimando,—ci ha le sue per non darmi che la metà.

—Guercio!

—Ohe!

—Voi non ricordate più che io ci ho tanto da farvi andare in galera.

—Accompagnandomi, s'intende!—soggiunse prontamente il briccone.—Ah! il micio mette fuori le unghie? Bravo! questa è l'amicizia? alla larga! Ma voi dovreste sapere, Garasso, che io vi conosco, e a me non l'appioppate di certo. E conoscendovi, ho fatto tra me questo discorso: egli mi offre, per conto d'altri, una lasagna bianca, mille lire. Quant'altre ne sgraffia? Altrettante. Vedete che sono modesto nei calcoli, e forse, chi sa? vi faccio anche onore a credervi meno ladro di quello che sarete. Io sono un galantuomo; potrei sincerarmi del fatto, che forse avrete già il metallo in saccoccia; ma non lo voglio.—

In questo dire il Guercio fece balenare la lama di un coltellaccio che aveva cavato fuori pian piano.

—V'ingannereste, Guercio,—rispose il Bello, balzando rapidamente un passo indietro,—io non ho in tasca altro metallo che questo…. a doppio scatto.—

E trasse fuori, appuntandone le sei canne giranti di acciaio al petto del Guercio, una di quelle rivoltine inglesi che paiono fatte per capire nel pugno.

Il Guercio non si mosse, ne altrimenti mostrò di esser turbato, o maravigliato, da quella novità. Sorrise, in cambio, e disse placidamente al Garasso:

—Ah, ah! la carezzavate tanto, venendo quassù, che finalmente non avete potuto tenervi dal mostrarla agli amici! È belloccia, in fede mia, ma troppo chiassosa. Credete a me; voi non siete altro che un principiante. Arma bianca, arma buona; non fa strepito, ma buco.

—Sarà,—notò il Bello, senza riporre l'arnese,—ma confessate che questa fa buon servizio, quando s'è disposti a risicare ogni cosa.

—Perchè risicare?—proseguì l'altro.—Io, per esempio, senza risicar nulla, con un po' di nero sul bianco, vi mando il negozio in malora.

—Che cosa intendete di dire?

—Intendami chi può, che m'intend'io.

—Siete un furfante di tre cotte.

—Come voi, Garasso, come voi, e non per niente ho imparato a scrivere. Buona notte, dunque, e chi avrà miglior filo farà miglior tela.

—Ve n'andate?—chiese il Bello confuso.

—Oh bella! se m'interrompete quando parlo…. Orvia, capisco che qui s'ha da fare la pace. Ripigliamo il discorso dove l'avevamo lasciato. Noi dunque dicevamo due mila lire.—

Il Bello mise un lungo sospiro, che fu un ultimo vale a quella lasagna bianca (stile del Guercio) che voleva mettersi in tasca.

—Bisognerà passare per dove volete voi!—soggiunse egli.—Non siete un amico.

—Anche gli innocenti vanno alla forca!—rispose il Guercio con aria di compunzione.—Io non sono vostro amico? E quando mi avete voi mai veduto mancare alle promesse? Non vi buscate la miglior parte nei guadagni che faccio? Mi servo io d'altri, per rivendere quel che ho comprato…. coi miei sudori? Andate là, siete un ingrato, e meritereste che non vi volessi più bene.

—Sì, datemi per giunta la baia! Io frattanto dovrò far come l'asino, che porta il vino e beve l'acqua.

—Oh, questo non sarà detto mai, fino a tanto che ci sarò io;—ripigliò il Guercio sul medesimo metro.—Andiamo subito a bere, e sia del migliore che ci ha la Piccina.

—No, grazie, ora non bevo più. A domani, dunque?

—Alle nove sarò coi colleghi al ritrovo; e voi colle due lasagne….

—A colpo fatto.

—Sta bene; se no, vi ammanettiamo come un cane, e vi portiamo in caserma.—

Con queste ed altre ciarle di minor conto, i due compari si accomiatarono scambievolmente. Il Bello rifece i suoi passi verso Santo Stefano, bestemmiando in cuor suo il destino che gli guastava tutti i suoi conti, e lo faceva rimanere colle sole cinquecento lire a lui promesse, come suo beveraggio, dal padre Bonaventura. Ma egli aveva peccato di ghiottoneria, e ben gli stava doverla pagar cara. Già, il proverbio l'ha posto in sodo: una ne pensa il ghiotto e l'altra il tavernaio.

Il Guercio se ne andò dal canto suo, zufolando, verso la Villetta Di Negro. La notte buia, a cagione delle nuvole addensate nell'aria, le quali impedivano alla luna di mostrar le corna, come pure avrebbe dovuto, essendo ella allora ai cominciamenti del primo suo quarto. Ma di ciò non si dava pensiero il Guercio, che conosceva la strada, e che ci vedeva da un occhio, al buio, come gli altri, al chiaro, con tutti e due.

Quello che non vedeva, nè sapeva, era l'ora; imperocchè, tra per lo svago del teatro e il lungo conversare fatto col Bello, egli non veniva più a capo di misurare il tempo perduto.

—Che ora sarà?—andava egli pensando, in quella che infilava il ponte davanti al Teatro Diurno, per salire verso i Cappuccini.—Non ho nemmeno la __cipolla__ in tasca. Se passa qualcheduno, vo' pigliarne una ad imprestito.—

Cipolla (i lettori l'avranno già argomentato) nella lingua furbesca, è sinonimo di orologio.

Giunto colà, dove il bastione della Villetta svolta sulla salita delle Battistine, il nostro eroe udì un mutar frettoloso di passi che venivano in su, e insieme coi passi, alcuni sbrendoli d'una romanza da teatro.

—To'—disse il Guercio,—il cacio sui maccheroni! E come canta col tremolo, il signorino!—

Il viandante, che era già a mezza salita, cantava per modo da lasciare intendere com'egli avesse bisogno di compagnia. Veniva su, a passi brevi ma veloci, belando in falsetto una melodia del __Trovatore__.

    —Ah…. che la mor….te o….gnor
    È…. tar….da nel ve….nir….—

Intanto il Guercio non era stato tardo a scendere e a mettersi in agguato a piè del bastione. E il viandante, già vicino al luogo dov'egli era nascosto nell'ombra, continuava:

    —A…. chi de….sia
    A chi de….sia mo….o….rir
    Leono….ra add….io add….i….o.

—Che bel tremolo!—disse il Guercio in cuor suo.—Se ti sente l'impresario Sanguineti, hai fatta la tua fortuna!—

E come il viandante gli fu giunto a pari, il nostro eroe si spiccò dal muro.

L'altro vide quell'ombra nera e trasaltò; fu per voltar le calcagna, ma il sangue gli si era gelato nelle vene, e le gambe gli ricusarono il loro ufficio.

—Niente paura, signor tenore!—disse il Guercio.—Sono un povero diavolo….

—Che cosa volete?—dimandò l'altro, più morto che vivo.

—Scusi, lustrissimo; vorrei sapere che ora è.

—Io non so…. saranno le undici…. cioè, le dieci…. a un dipresso….

—Vo' saper l'ora precisa, io, perchè ho da mettere l'orologio a segno. Via, non si scomodi, farò io.—

Così dicendo, gli aveva già posto le mani al panciotto; e quelle mani, sicure del fatto loro, non pure avevano cavato fuori l'orologio dal taschino, ma spiccata ancora la catenella dall'occhiello.

—Ah, vedo che bisognerà aprirlo, perchè ci ha il coperchio d'oro. Basta, non ho tempo; vedrò poi,—proseguì il furfante, riponendo in una tasca dei suoi calzoni orologio e catenella.—Trecento lire dell'orologio, e forse cencinquanta del resto; sono dunque quattrocento cinquanta lire che io metto in salvo per Lei. O come porta di questi arnesi addosso, dovendo star fuori di notte?

—Ma voi….—si provò a dire il derubato.

Silenzio, se no ti faccio freddo!—interruppe il Guercio, mostrandogli, uscito a mezzo fuor della manica, il suo coltellaccio.—Tu non hai cura del tuo metallo, e il primo mascalzone che passa potrebbe rubartelo. Dammi il portamonete, il borsellino, o quel diavolo che sarà. Te lo custodirò io.

—E accompagnando gli atti colle parole, mezzo si fe' dare mezzo si pigliò colle sue mani, il portamonete del malcapitato.

—Benone! E adesso, ara diritto, senza voltarti indietro.—

Quell'altro non se lo fece dire due volte, e pigliò l'abbrivo, parendogli d'uscirne a buon patto. Ma, per quanto si fosse affrettato ad obbedire, non si mosse tanto presto che non gli giungesse ancora un vigoroso calcio del ladro, a raddoppiargli la forza d'impulsione.

Al domani, la cronaca cittadina di un giornale recava, e gli altri colleghi copiavano con poche varianti la narrazione seguente, che noi riferiremo con tutti i suoi fioretti di lingua:

«Un'audace aggressione è stata perpetrata iersera, verso le dieci, nella salita delle Battistine. L'egregio dottor cavaliere Ernesto Collini, mentre si recava, per ragioni del suo ministero, in una casa di quei pressi, venne fermato da un tale che gli domandò bruscamente la borsa o la vita. Per nulla intimorito, il giovine dottore cavò una pistola per difendersi, e certo avrebbe data una severa lezione al malandrino, se altri compagni di quest'ultimo, sbucati non si sa donde, non lo avessero sopraffatto, impedendogli l'uso delle braccia. Per tal modo, egli fu alleggerito dell'orologio, del portamonete e (quasi sarebbe inutile il dirlo) dell'arma che aveva impugnata per propria difesa, e malmenato per giunta, con accompagnamento di orribili imprecazioni. Egli non potè riconoscere i suoi aggressori, che portavano il cappello tirato sugli occhi; però dall'accento, ebbe a formarsi la persuasione che fossero gente estranea alla nostra città. La qual cosa dimostra in quali deplorevoli condizioni sia caduta la sicurezza già proverbiale di Genova, per l'affluenza di tanti ceffi proibiti, ecc., ecc.»

Per alcuni giorni il Collini fu l'eroe delle conversazioni private, dei capannelli di piazza, delle librerie, delle farmacie, delle botteghe da caffè. Il caso suo del 28 giugno diede argomento di chiacchiere, come i casi del 29 giugno, e quasi altrettanto, ad ogni ragione di scioperati e di curiosi. Ci fu anzi chi volle scorgere una certa colleganza tra l'aggressione delle Battistine e il tentativo repubblicano occorso ventiquattr'ore dopo. Infatti, i malandrini non parlavano genovese; erano dunque lombardi, romagnoli, emigrati, insomma, di quelli che volevano mettere a sacco e in fiamme la tranquillissima Genova; e l'audace aggressione patita dal Collini altro non era che un prodromo, una pregustazione di quello che sarebbe capitato a tutti gli abbienti, a tutti i ben pensanti della città, se i rivoltosi fossero venuti a capo della loro scellerata congiura. Don Basilio non avrebbe argomentato diverso.

Il prode ma sfortunato Collini, ricevette un subisso di cartelline da visita, e condoglianze e strette di mano a centinaia. Questo, comunque gratissimo, non era che fumo; ma ci fu anche l'arrosto, perchè il cliente alla cui casa si avviava in quella malaugurata sera il Collini, dolente che il brutto caso gli fosse avvenuto per cagion sua, si recò a debito di mandargli uno stupendo orologio inglese, col suo nome e colla data del 28 giugno incisa nella faccia interna del coperchio, a testimonianza durevole della sua gratitudine. __Sic itur ad astra__.

XXXIV.

Dove si fa un brutto viaggio, ma parecchio istruttivo.

Ora seguitiamo le pedate del Guercio, il quale, contento del fatto bottino, non pensa davvero di aver dato argomento a tanto chiasso futuro.

Il destro furfante, poi ch'ebbe veduto il suo uomo correre in su, come se avesse l'ali alle calcagna, se ne discese con passo misurato al crocicchio del Portello, donde si avviò per via Caffaro. La strada era pressochè deserta, e oltrepassato il teatro Paganini era deserta del tutto. I Genovesi sanno che nell'anno di grazia 1857 la via Caffaro non giungeva ancora molto più in là dal teatro anzidetto, e la valle non appariva anche allargata, come ora si vede, per dare ospitalità convenevole a due file di casamenti e alle loro intercapedini rispettive.

Si notavano in quelle vece le vigne sterpate, i camperelli distrutti, le falde della collina sconvolte dalle mine, fondamenta a mala pena gettate di case future, fossi di calce, monti di rena, sterramenti, cataste di pietre da costruzione; insomma un caos, che aspettava ancora il __fiat__ degli architetti e dei mastri muratori.

In mezzo a questo laberinto il Guercio si aggirò destramente, come se fosse giorno chiaro, o come se avesse il filo d'Arianna tra le mani. Per tal modo egli potè giungere in un luogo dove il suolo fangoso mostrava una gran buca, una specie di voragine, e gli addentellati ancora scoperti di un vôlto recente accennavano che là era il cominciamento della chiavica maggiore sottoposta alla via.

Il Guercio diede un'occhiata in giro, e sinceratosi che non ci fosse anima nata in quelle vicinanze, si curvò sulla buca, ne abbrancò gli orli e si calò dentro colla fidanza di un uomo, che già aveva misurato l'altezza del salto. E qui lettori umanissimi,

    Qui ci convien lasciare ogni sospetto,
    Ogni viltà convien che qui sia morta;

perchè, noi dietro al Guercio, e voi altri con noi, dobbiamo scendere nella buca, e dare una corsa per Genova sotterranea.

Anzitutto, a raffidarvi contro il timore di dover camminare nel buio, vi diremo che il furfante, dopo esser corso un cinquanta passi, seguendo il muro a tentoni, si fermò, diè mano ai cerini e poco stante il lucignolo acceso d'una lanterna cieca rischiarò dinanzi a lui uno spazioso androne, alto forse tre metri, che correva tra due ruvide pareti, su d'un piano inclinato di forma concava, seguendo sotterra l'asse medesimo della via sovrapposta.

Genova sotterranea, che noi sappiamo, non è stata mai particolarmente studiata nè descritta, e mi dicono che fino ad ora il Municipio non ne abbia neppure la pianta. Noi che ci siamo avventurati là dentro una volta, faremo di dirne qualcosa, aiutando i nostri ricordi con alcuni particolari più esatti e minuti che la cortesia d'un vecchio architetto ci ha posti in grado di aggiungere. Come li conosceva bene, il nostro compianto Pedevilla, tutti quegli oscuri meandri! E che Cicerone meraviglioso fu egli, per farne gli onori alla nostra curiosa giovinezza!

I nostri benevoli hanno prima di tutto a notare che noi non li terremo soverchiamente sotterra; che non seguiremo, verbigrazia, l'esempio di tanti famosi romanzieri che hanno fatto vivere i loro lettori, per una infilzata di capitoli, quattro o sei metri sotto la superficie del suolo. Oltre che noi non abbiamo tanto ingegno, nè tanta dovizia di partiti da tenerli a bada, va ricordato che le chiaviche di Genova non possono entrare in paragone coi monumenti sotterranei di Parigi; nè colle catacombe di Roma, nè colle immani cisterne di Bisanzio, nè colle vie dischiuse sotto l'Eufrate dagli antichi re di Babilonia. Genova, edificata a più riprese, secondo le crescenti necessità della sua popolazione, su d'un terreno malagevole, altro non riuscì che un lavoro di aggiunte e di rappezzamenti faticosi, così sopra come sotto, e privo, ahimè, di un concetto ordinatore. Laonde i grandi canali, invisibili seguaci delle grandi arterie cittadine, son pochi; tutti segnati in anticipazione dai letti de' rigagnoli, che separano le une dalle altre le colline digradanti dell'anfiteatro di Genova. Altri canali minori a centinaia, pochissimi de' quali son praticabili, inesplorati tutti, seguono i capricciosi meandri delle vie, viuzze e vicoletti della Superba, e ognun d'essi mette, giusta la sua pendenza, a taluno degli anzidetti canali maggiori.

Questi gran dignitarii della dea Mefite son cinque, i quali scendono, come dicemmo, a piano inclinato dalle alture; ma giunti al centro della città si stendono in linea orizzontale, e qui i topi medesimi, loro abitatori naturali, non ci vanno altrimenti che a guazzo. Se vi pigliasse il desiderio di visitarli, accettate il nostro consiglio di farvi portare in collo dai serventi addetti a que' sotterranei lavori, ed anche d'indossar vestimenta le quali non abbiano più da servirvi sulla faccia della terra.

Il primo di tutti (non già per ordine gerarchico, ma per ordine topografico) ha origine dal fossato di Sant'Ugo, là dalle parti dell'Arsenale di terra, e correndo sotto la piazza dell'Acquaverde e la Commenda di San Giovanni di Prè, attraversa la via Carlo Alberto, per metter foce in mare nel seno di Santa Limbania, di quella santa che ha comune coll'ottimo San Torpete la cittadinanza genovese, e la vergogna di non trovare anima nata che voglia portare il suo nome. Qual è, nella città dei __Baciccia__ e delle __Marinin__, la donna che si chiami Limbania, e l'uomo che si chiami Torpete? I due poveri santi non hanno divoti; ma in forma di compenso, e diremmo quasi di elemosina, San Torpete ebbe una chiesuola e Santa Limbania un seno; seno di mare, s'intende, sulla sponda occidentale del porto.

Il secondo canale nasce alle spalle dell'albergo dei Poveri in Carbonara, e passandogli tra le fondamenta, scende sotto la piazza dell'Annunziata, sotto quella delle Fontane, sotto la porta dei Vacca e va a scaricarsi in mare sotto il magazzino dei Salumi.

Il terzo, nel quale siamo ora avventurati noi, sulle orme del Guercio, dall'alto di via Gambaro, all'ingresso di via Nuova; di là per le viscere di piazza del Ferro, dei Macelli, di Soziglia, di via degli Orefici, di piazza de' Banchi (tutti luoghi ne' quali non raccoglie oro per fermo) va a sgabellare la sua mercanzia sotto il palazzo della Dogana.

Il quarto e il quinto, a dir vero, non la durano a lungo divisi. Scendono da via Assarotti e da via Palestro; si vedono, s'amano e si maritano clandestinamente sotto gli archi dell'Acquasola. Di qui, rasentando le case di via San Giuseppe (più conosciuta sotto il vernacolo nome di __Crosa del Diavolo__) la felicissima coppia scorre sotto il braccio sporgente dell'ospedale di Pammatone, e difilata per Portoria, Rivo torbido, i Lanaiuoli, i Servi e la piazza della Marina, va a nutrire con paterna cura i suoi figli adottivi, che sono (il lettor genovese l'ha già indovinato) i mùggini punto schifiltosi del cosiddetto Seno di Giano: un seno accecato, pur troppo, dal bisogno di una strada a mare, che ha pur sottratto all'amore dei Genovesi l'indimenticabile scoglio Campana.

Genova sotterranea possiede anche la sua storia, se non chiara per avventura come quella della sua sovrastante sorella, certo meno oscura di quello che si potrebbe argomentare dai suoi foschi rigiri. Negli annali di questa storia tenebrosa un'impresa che andava tentando il Guercio con parecchi suoi degnissimi aiuti, non era nuova nè strana, e gli scrittori delle cose nostre ricordano le scoverte fatte, nei secoli scorsi, di audaci furfanti, i quali per lavorare più sicuramente avevano messo dimora nelle chiaviche, e taluni, allogati per l'appunto sotto la piazza della Nunziata, dormivano alla guisa dei marinai su ranci sospesi alla vôlta. Inoltre i contrabbandieri, i frodatori delle gabelle, ebbero sempre per le chiaviche una tenerezza particolare. Parecchi dei loro anditi furono chiusi ai tempi dei nostri vecchi; quello, ad esempio, che di sotto alla piazza di Sarzano metteva al monastero di San Silvestro. E non è molto che un altro (e non certamente l'ultimo) ne fu scoperto ed asserragliato, il quale da un certo luogo della città andava a far capo nel Portofranco.

Se poi da questa geldra c'innalziamo allo stuolo degli illustri orditori di congiure, troviamo più nobili ragioni di celebrità per queste vie nascoste di Genova. Per una di esse il Raggi intese a penetrare dalle sue case nel palazzo Ducale, volendo mutar con ardito tentativo il reggimento della cosa pubblica. Per un'altra, ancora in parte conservata, il conte di Lavagna introdusse il nerbo dei suoi partigiani in città, ai danni del fortunato Andrea Doria. Infine, che diremo di più? Genova sotterranea aspetta tuttavia un cronista volenteroso; la mèsse è abbondante ed intatta.

E intatta e abbondante era quella che il Guercio si riprometteva da certi suoi scavi sotto la via degli Orefici. La sua pensata era questa: sforacchiare il terreno sotto una delle case che fiancheggiano la via, e, la mercè di un buco verticale nel pavimento, penetrare in una ricca bottega d'orefice: quindi in una notte, senza tema dei vigili, al coperto dalle sentinelle (__excubiarum securus__), far repulisti nella custodia e nelle bacheche del mercatante.

I suoi manovali erano da parecchi giorni all'opera, sotto la vigilanza dell'Architetto; che così era chiamato per celia il compare che aveva misurate le distanze e disegnato il luogo dove occorreva aprire la breccia. E quel luogo era appunto al confluente di un cunicolo laterale colla chiavica maggiore. Il cunicolo, che era stretto e quasi impraticabile, rispondeva ad un vicolo sovrastante, e rasentava le fondamenta della insidiata bottega. Ci si lavorava a disagio, e bisognava darsi il cambio; ma il lavoro andava innanzi pur sempre, e in capo a cinque o sei giorni l'impresa poteva essere condotta a buon fine.

Il Guercio, che abbiamo lasciato sul primo tratto del sotterraneo, giunse facilmente sotto la latitudine dei Macelli di Soziglia. Qui, occorrendo la parte piana della città, egli incominciò a diguazzare nel pantano; ma vuolsi notare che, pratico dei luoghi, egli aveva avuta la precauzione di cavarsi le scarpe e i calzoni, per guadare lo Stige. Qua e là per le ruvide pareti scorrazzavano topi dalle lunghe basette e dalle lunghissime code, parecchi dei quali, mal potendo aggrapparsi alle scabrezze dei muri, davano tonfi romorosi nella poltiglia, facendogli schizzare larghe e frequenti pillacchere sul viso. Buio aveva dinanzi a sè, e buio alle spalle; la luce della sua lanterna rischiarava un breve tratto dintorno, e le ragnatele, pendenti dalla bassa volta in larghi festoni, non davano comodità dì riverbero. Egli pareva un punto luminoso, un fuoco fatuo, che errasse frammezzo alle tenebre.

Come fu giunto sotto Soziglia, dove il canale si piega leggermente verso gli Orefici, si fermò, trasse fuori uno zufolo e mise un fischio sottile, ripetuto tre volte. Tre fischi gli risposero tosto; uditi i quali, il Guercio si rimise la via tra le gambe. Due minuti dopo, egli era dinanzi, alla luce d'un falò, la cui fiamma lambiva ed affumicava la volta umidiccia, e intorno a cui stavano accoccolati i suoi cinque compagni, veri ceffi da galera che non istaremo a descrivervi.

—Finalmente!—gridò uno di costoro.—Noi ti facevamo già in catorbia.

—E perchè mo'?—chiese il Guercio, in quella che spegneva la lanterna e se la riponeva in tasca.—In catorbia ci vanno i ladri, e non la brava gente come noi.

—Capisco;—soggiunse l'altro,—ma quei del pennacchio fanno errore così spesso!

—La prima causa dell'errore sono quei tali che hanno fatta la legge;—sentenziò il Guercio, sedendosi accanto ai compagni e levando la pipa di bocca al più vicino per mettersela tra i denti egli stesso.—Quando comanderò io, farò un codice nuovo che dica: sono ladri tutti quelli che hanno quattrini. Infatti, io ragiono così: se hanno denari, in qualche luogo li hanno presi: ora chi prende ruba; dunque….

—Benone!—interruppe un altro.—Tu parli come il mio avvocato, che, se gli davano retta i signori del berrettone, non andavo a passar tre anni nel collegio di Oneglia. Ma già, quei signori non badano mai a quello che dice un galantuomo, e legano sempre l'asino dove vuole il Fisco.

—O non lo sai, imbecille, che lupo non mangia lupo? Ma basta! tornando al discorso che non avevo ancora incominciato, domani a sera si fa il colpo.

—Impossibile!—gridò l'Architetto, o, per dir meglio, quel che i compagni chiamavano con quel nome.—In quella maledetta buca non ci si può lavorare più di due per volta, i vorranno almeno sei giorni….

—E chi ti parla della buca?—ripigliò il Guercio.—Parlo dell'altro colpo, di quello che v'ho detto una settimana fa, pel quale, da ladri che sembriamo, diventeremo carabinieri.

—Ah sì, ottimamente!—esclamò uno dei cinque.—E in cambio di lasciarci ammanettare, ammanetteremo.

—No, Bellavista, non ci saranno manette da mettere.

—E che diamine ci sarà dunque da fare?—dimandò il Bellavista.—Io non so che facciano altro, quei del pennacchio.

—Perchè tu li conosci soltanto da quello che hanno fatto a te;—rispose il Guercio tra le risa della brigata;—ma essi, te lo so dir io, fanno altro ed altro, che ti bisognerà imparare, prima di metterti all'opera.

—Sentiamo dunque!—disse il Bellavista.

—Incomincio. Domani a sera, verso le nove, si va (alla spicciolata, s'intende) in casa Ceretti, qui presso a via Luccoli. Il Ceretti tu devi conoscerlo, tu Architetto, che sei stato muratore.

—Se lo conosco! È mastro Nicola, di Molassana, quegli che ha trovato due pentole di genovine in un ripostiglio di muro che stava rompendo, e non ne ha detto nulla al principale….

—Sì, lui, per l'appunto.

—Ci ha da esser denari a palate, in casa sua!—proseguì il
Bellavista.

—Certo;—disse il Guercio,—ma per questa volta bisognerà sputarne la voglia. In casa del Ceretti ci si va per la mascherata, e nient'altro.

—O come?—dimandò l'Architetto.—Mastro Nicola ci tiene il sacco!

—Non egli, che è in villa, ma il suo figliuolo. Io non so nulla e non ho cercato di saper nulla; ma mi sembra di avere indovinato che questo giovanotto l'abbia a morte con un suo pigionale, certo Salvini, Salvetti o che so io, e lo voglia colle nostre mani, __vestire da angelo__…. mi capite? fargliene una da coltellate. Domani a sera scoppia la rivoluzione….

—Parli sul serio?—interruppe il Bellavista, mentre gli altri inarcavano le ciglia.

—Sicuro; ma questo non risguarda noi altri. In questi pasticci non c'è nulla da guadagnare. Ora questo Salvetti, Salvini, od altro che sia, è un uomo che pesca nel torbido, e domani a sera sta fuori di casa. Noi, col pennacchio in testa e la divisa a coda di rondine, andiamo in casa, dove c'è una ragazza sola con un servitore, ci spacciamo per carabinieri mandati a fare una perquisizione, rovistiamo nella camera del nostro uomo, e portiamo via certi documenti che devono trovarsi in una cassettina d'ebano; la qual cassettina è in un cassettone a destra entrando, nella seconda cassetta, in un angolo a sinistra. Vedete che conosco il fatto mio. La Giustizia è bene ragguagliata, non fo per dire. Ci becchiamo la cassettina: salutiamo la signora chiedendole scusa del disturbo, scendiamo al primo piano, ci vestiamo da capo dei nostri panni, e ce ne andiamo pe' fatti nostri. Il colpo non è male architettato. Che ne dici tu, Architetto?

—Io dico,—rispose l'Architetto,—che a questa fabbrica mancano le chiavi.

—O come?

—Mancano, ti dico, e te lo provo. Noi, stando a quel che ci hai posto in chiaro, lavoriamo per la gloria.

—Ah, capisco!—disse il Guercio ridendo.—Io avevo dimenticato l'essenziale. Accanto alla gloria c'è una lasagna bianca, di quelle che si fabbricano in via San Lorenzo.

—Mille lire?

—Sì, certo, mille lire; e notate,—soggiunse il Guercio, volgendosi alla brigata,—che le guadagniamo senza risico, a mo' di passatempo, in mezz'ora di mascherata.

—Sta bene, sta bene;—ripigliò l'Architetto.—Ma quando la si vede, questa lasagna bianca?

—Nell'atto di consegnare la cassettina; non sei contento?

—Ah, meno male, questo si chiama ragionare. E adesso facciamo un pochino di divisione. Tu, come capo….

—Mi contenterò di cinquecento lire;—disse il Guercio. L'esorbitanza delle sue pretensioni gli fece buon servizio, perchè gli altri diedero tutti nella pania.

—Ah, Guercio!—gridarono in coro.—Tu non sei ragionevole!

—Orbene, quattrocento, e crepi l'avarizia! Io sono un buon diavolo, e voglio farvi vedere che non tengo al danaro.

—No, no!—ripigliarono parecchi.—È troppo.

—Sta bene,—soggiunse il Bellavista,—che tu sia il manipolatore del negozio; ma quattrocento lire….

—No, no;—incalzarono gli altri,—tu vuoi troppo per la tua porzione.
Perchè non dire recisamente: voglio tenermi la somma intiera?

—Ma io….—si provò a dire candidamente il Guercio. Non sono il capo, io?

—Zitto, là!—gridò l'Architetto, dando sulla voce a lui e agli altri che volevano rimbeccarlo.—Lasciate che io pure metta fuori la mia. Se parlate tutti in una volta non riusciremo mai ad intenderci.

—Sì, parla tu! parli l'Architetto!

—Benone!—ripigliò questi, contento del trionfo ottenuto. Ditemi ora, non par giusto a voi che il Guercio, come capo e come manipolatore del negozio, abbia qualcosa di più?

—Certamente!—entrò a dire il Bellavista.—E mi pare che centocinquanta lire….

—No; facciamo la somma rotonda; mettiamo dugento.

—E vada anche per dugento!—disse il Guercio, coll'aria di un uomo che fa un grande sacrifizio.—Io non voglio romper l'amicizia per questa miseria. Dugento lire a me, e centocinquanta al maresciallo!

—Che maresciallo? chi è questo maresciallo?—chiesero i compagni stupefatti.

—Oh bella! non capite che un drappello di carabinieri ha da averci il suo comandante? O come andremmo noi a fare una perquisizione, senza maresciallo?

—Ha ragione, perdiana!—dissero gli altri, guardandosi in faccia.

—Ha ragione, sicuro!—aggiunse il Bellavista.—Ma chi sarà il maresciallo?

—Non io certamente, col mio occhio traditore; nè tu Bellavista, che sei mingherlino come una lucertola.

—Mettiamo dunque l'Architetto!—gridò uno della brigata.—Mettiamolo lui, che sembra il figliuolo della Madonna del Gazzo.

—Sì, sì, l'Architetto!—risposero tutti, ridendo a crepapelle.

—Sarò io, chetatevi, sarò io!—disse gravemente l'eletto.

—Ma badate! il maresciallo vuol doppia razione. Datemi dunque dugento lire; se no, cedo l'onore ad altri. Io sono stanco di gloria, e se non viene la paga doppia, mi contento del grado di semplice carabiniere.

—Il diavolo si porti l'Architetto! Vuol quello che vuole.

—Ma…. io non vi cerco! Siete voi altri che volete innalzarmi, non io. Mi volete grande e grosso? Pagatemi. Non vi par che io ragioni a modo?

—Come un libro stracciato;—soggiunse il Bellavista.

—Abbiti dunque le dugento lire; seicento che rimangono salve dalle vostre unghie, le spartiremo tra noi quattro.

—E lagnati ancora, manigoldo! Vi buscate centocinquanta lire a testa, e non siete contenti? Che cosa vorreste ancora? Se io le avessi ogni giorno, e lavorando un'ora sola, mi parrebbe d'esser più ricco dei Parodi, e vorrei che passando da' Banchi tutti mi facessero largo e si cavassero il cappello, come quando passa qualche ladro dei grossi….

—Hai ragione! hai ragione! finiscila dunque!—interruppero i colleghi.

—E adesso che ci siamo intesi,—soggiunse il Bellavista,—beviamone un bicchiere alla salute del maresciallo.—

La proposta fu accolta all'unanimità. Uno della brigata diè di piglio alla damigiana che stava lì presso, e versò il vino nei bicchieri, che corsero in giro parecchie volte, tra gli evviva più sperticati e più strani al collega Architetto.

Il Guercio se la rideva sotto i baffi, perchè, non mettendo in conto l'orologio e la catenella del suo tenore col tremolo, quella sera guadagnava milleduecento lire senza molta fatica.

L'Architetto, dal canto suo, se si faceva pagare per due, sapeva bere all'occorrenza per quattro. E così fece quella sera; se pure non è più giusto il dire che bevve per sei. Tanto per quella sera il lavoro era interrotto, e non si doveva ripigliare se non la mattina, allorquando il frastuono della via soprastante avrebbe soffocato il rumore monotono e traditore dei loro picconi. E il nostro Architetto, reso eloquente dal vino, raccontò candidamente ai colleghi che il sogno della sua vita era stato mai sempre di essere carabiniere, anzi carabiniere a cavallo. E d'essere carabiniere e di trottare in __corrispondenza__ da una stazione all'altra, sognò veramente un'ora dopo, quando il vino, facendo il suo effetto, lo ebbe dato per morto in braccio a Morfeo.

Forse in quell'ora medesima, un vero carabiniere, disteso nel suo letticciuolo, sognava di aver vinto una quaderna al lotto, e di non portar più il pennacchio rosso e cilestro.

Ahimè! Nessuno è contento del suo stato, in questa valle di lagrime!

XXXV.

Come un gladiatore moderno si disponesse all'ultima pugna.

Memori sempre di tutti i personaggi della nostra storia, non abbiamo dimenticato Lorenzo Salvani, il povero giovine che abbiamo lasciato in via Nuova, sotto le finestre dei Torre Vivaldi, a guardare un'ultima volta Matilde che saliva alla festa, leggiera e felice come persona che si sia liberata di un grave peso, ed abbia fatto un'opera buona. Fu l'ultimo sguardo che egli volse a costei, ma non ardiremmo dire che fosse l'ultimo pensiero.

Chi penetra negli ultimi recessi di un cuore trafitto? Chi sa dire quante volte, anche inconsciamente, un'anima aspreggiata dalle ineffabili angosce di un morto affetto, accolga nel suo segreto una perfida immagine, e la vagheggi e la maledica, e frema a quella vicinanza come la carne al contatto di un ferro rovente, innanzi di affogarla nel suo immenso disprezzo e di poterla contemplare impunemente e sorridere?

Il forte animo di Lorenzo s'era chiuso in quella medesima notte; ma la tempesta ruggiva dentro, nè potremmo dirvi quando e per che modo si chetasse. Forse le avvenne di consumarsi da sè; forse ardeva tuttavia, ma il cuore, divenuto insensibile per soverchio di pena, non tradiva il suo signore nei moti del volto o negli atti. Laonde, mutato apparve, non turbato, alla gente; e se lo spirito afflitto maturava un feroce proposito, niente lasciava trasparire agli occhi del volgo profano.

Ferito da una donna amata in ogni cosa più cara, nella sua adorazione per lei, nel suo divino inganno di poeta, nella sua dignità d'uomo, egli, dopo quel giorno, non la cercò, nè la fuggì; non la vide. Gli era ella passata daccanto per via? Non lo sapeva neppure. Ella era e non era per lui. Questo non significava ancora il disprezzo, ma più non significava l'amore; sibbene, e assiduamente, l'angoscia, il disdegno, lo scontento di sè.

Aveva la morte nel cuore, e lo stato suo era tanto più grave in quanto che egli non aveva potuto ottener sollievo da un'ora di vendetta. Quel conte palatino, ma così poco paladino, dell'Alerami, egli non aveva potuto trovarselo a faccia a faccia sul terreno. Ciò ch'egli aveva detto nel suo ultimo colloquio con Matilde, intorno a quel vile spavaldo, era pure avvenuto.

I lettori rammentano che innanzi di uscire dalla casa della Cisneri, Lorenzo aveva detto all'avventuriero, conchiudendo il suo sarcastico discorso sul giuoco: «Ella è dunque avvertita; io soglio giuocar grosse poste, e quando le piaccia, sarò sempre a' suoi riveriti comandi». Alle quali parole avea risposto l'Alerami, facendosi bianco in viso come un cencio lavato: «Eh! chi sa che non me ne venga la voglia?» E Lorenzo aveva soggiunto: «S'accomodi!».

Ora questa voglia non era venuta al conte palatino, che s'era accomodato assai meglio non rispondendo all'invito. Non già che ne' suoi colloqui colla contessa egli non avesse simulato di voler tenere la giostra; che anzi aveva strepitato, e di molto. Ma egli aveva fatto come que' tali rodomonti da quadrivio, i quali sogliono finire i loro alterchi colla frase proverbiale, «tenetemi, se no l'ammazzo!». E la contessa, sgomentita, lo aveva tenuto; ed egli s'era chetato, per non mettere (diceva lui) a repentaglio l'onore di una dama, in una contesa con tal uomo (soggiungeva lei) che non ne francava la spesa, che non era della civil compagnia e che non c'era nè gusto ne gloria a sforacchiargli la pelle.

Così erano sbollite le ire d'Achille; così l'Alerami ebbe al cospetto della bionda contessa un pregio di più. Ma così va il mondo; si passa a buon mercato per valorosi e per gentiluomini. E il vero gentiluomo, il valoroso, passava, agli occhi di certo volgo eccellentissimo, per un dappoco, per uno screanzato, che non francava la spesa d'un colpo di pistola, o di spada.

Ma così non la pensavano tutti; chè per buona sorte il volgo eccellentissimo, se spesso promulga, non sempre fa accettar le sue leggi. Ventiquattr'ore dopo quel suo battibecco in casa Cisneri, il nostro Lorenzo, maravigliato di non avere anche veduto i padrini dell'Alerami, era andato su tutte le furie, e s'era aperto coll'Assereto e col Montalto, perchè volessero andargli a chiedere se egli, conte palatino, avesse gl'insulti per celie. Ma Giorgio Assereto avea crollato le spalle, chiedendogli se egli, Lorenzo Salvani, avesse dato il cervello a pigione; e Aloise di Montalto, fior di gentiluomo se altri fu mai, gli aveva soggiunto:

—Se quel conte apocrifo mandasse una disfida a voi, ed io avessi la fortuna di essere vostro padrino, comincerei da non averlo per degno avversario, e sfiderei per conto mio quei due gentiluomini che avessero ardito presentarsi come suoi mandatarii.—

E un'altra volta, a giugno inoltrato, nella affettuosa dimestichezza d'un fraterno colloquio, gli aveva parlato in tal guisa:

—Lorenzo, voi sapete come io vi apprezzi e vi ami. Non so d'uomini i quali possano starvi a paragone, e certo non ce ne sono, ai quali volessi chiedere consiglio od aiuto, siccome a voi. Questa confessione mi darà, spero, il diritto di dirvi una schietta parola, come la direi ad un fratello, come saprei dirla a me stesso.

—Oh parlate, Aloise!—aveva risposto Lorenzo.—Vi ascolto come si ascolta un fratello, come si ascolterebbe la voce della propria coscienza.

—Orbene, Lorenzo, io avevo saputo del vostro amore fin da' primi giorni ch'esso era nato, e fin da que' giorni mi dolse che foste caduto ne' lacci di una donna guasta dalle consuetudini d'una vita frivola e vana. Amavate, credevate, ed io tacqui. Che cosa avrebbe potuto allora la voce di un amico, e, quel che è peggio, di un amico recente? Ora voi stesso vi siete ricreduto; quella donna non amava voi, in quella medesima guisa che non ha amato e non amerà mai nessuno, salvo il piacere. Se costei non fosse ricca e gentildonna, qual nome e quale stato le si converrebbe? Ditelo voi. Or dunque, perchè vi accorate? Rimpiangete forse ch'ella medesima, generosa senza saperlo, vi abbia aperto gli occhi alla luce del vero?

—No, Aloise, v'ingannate; io non rimpiango l'amore di quella donna. Soffro…. ecco tutto! Soffro di esser caduto così stoltamente in errore, di aver commesso altrui così ciecamente il mio cuore. Torno ora in balìa di me stesso; ma basta egli forse? Voi non sapete quanti bei sogni si proseguono, amando; che castelli in aria si edificano; che dolci consuetudini si vagheggiano, e come l'animo confidente, quasi ringiovanito, si schiude agli aliti della nuova vita, e come paion nulla le molestie, le difficoltà d'ogni maniera, e come nasce, come si rinvigorisce il desiderio di adoperarsi in questa battaglia dell'esistenza. L'amore è un liquor generoso che ridesta e centuplica tutte le virtù dormenti o prostrate dell'uomo. E un bel dì, tutto crolla, tutto svanisce! Ma voi, rimanete, pur troppo, voi rimanete, logoro, impossente, disperato, in presenza del nulla. Credetemi, Aloise; da gran tempo infelice, ho imparato a leggere nel mio cuore. Non è l'amore di quella donna che io rimpiango ora; è il mio povero edifizio crollato, la mia speranza morta, la mia vita disutile.—

A render più doloroso lo stato di Lorenzo si aggiungeva che tutto era buio d'intorno a lui, che ogni via era chiusa alla sua operosità, che il turpe bisogno batteva alla porta. I lettori rammentano com'egli ponesse la sua ultima speranza nel dramma «__Una corona di spine__» scritto, stiamo per dire, col suo sangue, e come il Bonaldi gli avesse promesso, se gli andava a' versi, di pagarlo. Ecco ora la lettera che il Bonaldi gli scriveva da Brescia, venti giorni dopo l'invio del manoscritto:

«Egregio signore,

«Il dramma di V. S. m'è piaciuto assaissimo, laonde non ho a dirle se mi paia meritevole d'un pubblico sperimento. Soltanto mi duole di dover soggiungere che non potrei rimeritarla della sua letteraria fatica in contanti. La condizione del capocomico è dura oltremodo in Italia. Ogni cosa m'è andata a rifascio nei teatri di Roma e di Trieste; causa la malattia della prima donna, che come non sarà ignoto a V. S. ha dovuto smettere per qualche tempo, ed io sono stato costretto a presentare in sua vece una prima amorosa, buonina sì, ma al suo posto, non già nelle parti di forza.

«Ma lasciando da banda tutti questi particolari, che io le ho accennati soltanto per chiarirle lo stato delle cose mie. Ella è, mio egregio signore, tuttavia sconosciuto nell'arringo drammatico, non appartenente ad alcuna consorteria letteraria. Questo è suo merito, lo so; ma l'universale non ragiona sempre colla testa, e quantunque a volte si ribelli contro certe chiesuole (vera dannazione di noi poveri artisti!), non si affolla, poi, in teatro, se non ci ha l'esca dei nomi conosciuti. Oltre che, sebbene il dramma di V. S. ci abbia di molti pregi, e quello anzitutto dello stile che io non mi periterò di chiamare classico addirittura, Ella converrà meco che possa piacere e dispiacere. L'argomento è delicatissimo e del novero di quelli che vanno trattati, come suol dirsi, coi guanti.

«Comunque sia, se Ella si sente di affrontare il giudizio del pubblico, ai magri patti che io posso per ora proporle, tenteremo la prova, e mi è grato sperare che riesca favorevole al suo stupendo lavoro, e mi dia agio ad offrirle, per un nuovo dramma, qualcosa di meglio del decimo dell'entrata, detratte le spese serali. Aspetto dunque una sua riverita lettera, la quale mi dica si o no, e dolentissimo di non potere più efficacemente dimostrarle quanto apprezzo il suo nobile ingegno, me le profferisco devotissimo

«RAFFAELLO BONALDI»

Questa lettera era caduta come un fulmine in casa Salvani, a turbare l'ultimo sogno di Lorenzo, a distruggere l'ultima speranza che egli vagheggiasse in cuor suo, di tornare in qualche modo di sollievo alla sua povera sorella adottiva.—«Piove sul bagnato!»—aveva sentenziato con spartana breviloquenza Michele, allorquando il suo padrone, sorridendo amaramente, gli aveva annunziato il colpo di misericordia vibratogli dall'avversa fortuna.

Un ultimo lampo d'orgoglio guizzò nell'animo di Lorenzo Salvani. Scrisse al capo comico ringraziandolo di aver letto il suo dramma, che non era poca cortesia; distribuisse pure le parti e lo facesse recitare; non si desse pensiero di pagamento, nè di decimo netto, o lordo, nè d'altro, perchè a lui queste inezie non importavano punto. E scritta quella lettera, volle mandarla affrancata. «È l'ultima spina della mia __Corona__;—disse a Maria,—non ci pensiamo più!»

E non ci pensò più, davvero. __La Corona di spine__, entrando nel repertorio del Bonaldi, usciva per sempre dall'animo dell'autore. L'ultima tavola di salvezza…. diciamo male, il suo gorgo vorace, __l'onorevole uscita__ (come egli stesso usava chiamarla) gli si apriva tuttavia dinanzi allo sguardo. Nemico del suicidio immediato, violento, che un uomo si procaccia colle sue mani in un momento di delirio, egli ne vedeva, ne vagheggiava un altro, che gli appariva certo del pari, ma che non avrebbe offerto ad alcuno argomento di biasimo e di scherno. Era questo il tentativo di rivoluzione che si maturava in Genova; tentativo che egli non aveva caldeggiato mai, ma al quale aveva promesso l'opera sua, in rispondenza alla sua fede politica, e che ora egli affrettava coi voti, come quello che gli avrebbe dato il modo di farla finita, presto e bene, col tedio dell'esistenza. Egli insomma s'industriava a disfarsi, a buttarsi via, come tanti altri a campare, a procacciarsi uno stato.

Così pensava Lorenzo, e sotto questo aspetto considerava i prossimi eventi. Egli non s'era mai pasciuta la mente di vane speranze, e reputava certissima la sconfitta. Era stato soldato, e ben sapeva quante cose ci vogliono a fare un soldato; era italiano, e non ignorava come difetti nelle moltitudini italiane la tenace concordia dei propositi, l'obbedienza al comando di un solo; era avvezzo alla vita pubblica, e gli erano note le difficoltà d'ogni maniera che avrebbero, anco nel caso più felice d'una vittoria parziale, mandato a male un rivolgimento, il cui trionfo dipendeva dalla simultaneità dello scoppio in parecchie regioni della penisola. Questo ed altro sapeva; nè, sulle prime, lo aveva taciuto. Ma altri consigli avevano vinto; il concetto era generoso, e Lorenzo Salvani, pronto alle opere com'era dubitoso ai consigli, aveva chiesto per sè una delle parti più rilevanti. Morremo, pensava egli, morremo; che importa? __Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor__….

E la mattina del 29 giugno era giunta. L'ora del gran tentativo, che già doveva essere per una parte iniziato in alto mare a bordo del __Cagliari__, sarebbe suonata in quella sera per Genova. Saldo nel suo proposito, Lorenzo Salvani guardava con occhio sereno l'imminente pericolo. Sotto le spoglie del suicida si era ridestato il veterano di Roma.

Che facesse egli quella mattina, può argomentarlo chiunque è stato al punto di doversi appigliare ad un grave partito che egli facesse sentire la necessità di non lasciare dietro di sè, morto, o lontano, nessuno di quei nonnulla, i quali dessero appiglio alla indiscreta curiosità o allo scherno della gente, non tanto a suo danno, quanto d'altrui. Chiuso nella sua camera, il giovine Lorenzo metteva sesto nelle sue carte, quali ordinatamente riponendo, quali stracciando, quali altre bruciando a dirittura.

Ce n'erano d'ogni forma e ragione; lettere di minor conto che bastava fare in quattro pezzi e buttar nel cestino; scritture fuggevoli, noterelle, capricci letterarii, abbozzi, versi non finiti, pensieri scombiccherati sulla carta, in attesa di tempo migliore; cose tutte dalle quali un uomo, che abbia avuto addosso la febbre dello scrivere, mal volentieri si separa, perchè ognuno di quei fogli rammenta un bel giorno, un pensiero felice, una speranza, una illusione, e la mente, guidata dal tenue filo nel laberinto degli anni trascorsi, corre tra desiosa e malinconica indietro, ripensando mille casi abbelliti dalla lontananza, per fermarsi poscia in questa considerazione tristissima: ohimè, tutto passa, tutto muore, in questo povero mondo!

E chi non ricorda poi quell'altra ricchezza del cassetto più geloso della scrivania, fatto custode delle lettere e dei piccoli doni d'amore? Perchè ognuno di noi ci ha pure avuto i suoi romanzetti giovanili; tal volta non finiti per difetto di occasioni, di audacia nostra o di buona volontà della gentil collaboratrice; tal altra male conchiusi dalla ferrea rigidezza degli eventi, o interrotti o guastati dai capricciosi trapassi della volubile giovinezza; tutti vani, transitorii come i nembi di maggio, e per dirla umoristicamente, falsi allarmi di un cuore che non ha sostenuto ancora la vera sconfitta che lo riduca in servitù duratura.

Di simili romanzetti facevano fede quelle lettere, così gelosamente custodite, legate in principio da un nastro verde, azzurro o rosato, il cui nodo era soventi volte disfatto per leggere e rileggere que' dolci messaggi e veder di cogliere nuovi punti e nuove virgole che dicessero: t'amo! E la preziosa mèsse era riposta in un elegante scatolino, nel quale andavano a riposarle in compagnia i fiorellini furtivamente dati da lei in un giro di mazurca, i guanti felicissimi che l'avevano toccata, le foglie secche della robinia sotto la quale essa era stata un giorno seduta; un tesoro, a farvela breve, un tesoro che non avreste barattato con tutte le ricchezze dei Rotschild. Questo va inteso per que' tempi; che, veramente, più tardi la divozione andava scemando per gradi; più raramente il nodo era disfatto; più raramente aperto lo scatolino elegante; poi dimenticato del tutto in un angolo del conscio cassetto, dove talvolta rovistando per altre ragioni, appariva improvviso ai vostri occhi; e allora vi facesse sospirare, o sorridere, vi tornava giovani un tratto, e…. e…. che serve tacerlo? non ardivate darlo alle fiamme.

Il caso di Lorenzo era diverso, come abbiam detto più sopra. Egli aveva a distruggere inesorabilmente ogni ricordo del passato, che potesse lasciare i superstiti, e quel ch'era peggio, i messeri del Fisco, in balìa di segreti, non tutti, nè interamente suoi. Forse egli aveva già di soverchio aspettato, e se ci era biasimo a dargli, risguardava appunto l'indugio ch'egli aveva posto alla esecuzione del suo __auto da fè__.

Già, le carte più rilevanti erano state arse nella notte alla fiammella del candeliere. Altre andavano a mano a mano seguendo la sorte delle prime. Ma la più parte erano fatte a minuzzoli, per tema che l'odore di bruciaticcio, invadendo la camera, non avesse a dar sospetto in casa.

Ed ormai non restava più altro d'intatto fuorchè la cassettina d'ebano, già più volte accennata nel corso del nostro racconto. Lorenzo Salvani, dando sesto a tutte le cose sue, ben sapeva di doverci giungere, a quella __incognita__ del suo cassettone; epperò quasi senza formarne il disegno in mente, aveva lasciato ultimo tra le sue cure il pauroso problema.