XXXVI.
Nel quale una cassettina d'ebano dischiude alla perfine i suoi ventenni segreti.
—Eppure…. bisognerà aprirla!—diss'egli tra sè, in quella che, a riposarsi dalla sua lunga fatica, si lasciava cadere su d'una scranna,—Maria rimarrà sola, domani. La poverina ha imparato a cavare il vivere dalla stentata opera delle sue mani, e il buon Michele non verrà meno alla usata fedeltà. Io, poi, non le tornavo più utile in alcun modo; e forse morto le gioverò più che vivo. L'Assereto potrà farle avere una piccola somma dalla vendita de' miei libri, e dove ella voglia ristringersi in un più modesto quartiere, egli potrà anche farle vendere una parte delle masserizie. Tutto ciò, aggiunto a' suoi guadagni, le assicurerà un anno di vita non al tutto disagiata. Ma chi la custodirà. Dio santo? chi le terrà luogo di fratello, di madre? L'Assereto è un cuor d'oro, e veglierà certo a' suoi bisogni; ma altro non potrebbe fare per lei, senza dar esca ai sospetti, alle ciarle assassine del volgo umano. Povera Maria! povera sorella!… Ma via! io non posso abbandonarla, prima di aver letto là dentro. Chi sa? forse in quelle carte è il suo destino, e certamente, dopo aver conosciuto ogni cosa, potrò lasciarle un consiglio che la indirizzi su questa terra, dove si troverà tutta sola. Che ha detto mio padre? Le sue restrizioni intorno a quel segreto domestico, non erano forse derivate dalla tema di recare un pericoloso turbamento nella pace di qualche famiglia? E la turbo io, leggendo? E posso io non leggere, al punto in cui sono, di dover lasciare un addentellato tra la volontà di lui e la sorte di questa povera fanciulla?—
Lorenzo stette forse una mezz'ora in queste considerazioni, le quali finalmente ebbero forza di farlo andare verso il cassettone, a cavar fuori dal suo ripostiglio la cassettina d'ebano.
Era una graziosa cassettina, sulla foggia di que' cofanetti tanto in uso nei secoli scorsi presso le dame, che solevano riporvi i loro preziosi gingilli ed ogni nonnulla che loro piacesse di avere più agevolmente alla mano. Il coperchio, rilevato come un tetto a quattro acque, portava al sommo una maniglia di bronzo dorato, e tutt'intorno bei fregi d'intarsiatura, ai quali ne rispondevano altri sui quattro lati della cassa.
Lorenzo, poi ch'ebbe cavato fuori il cofanetto e messolo in mostra sulla scrivania, andò a cercare in un altro ripostiglio la chiave. Il cuore gli tremò, quando egli ne pose l'ingegno nella toppa; la vista gli si offuscò, quando, levati due giri di serratura, una molla interna fece scattare il coperchio. Egli aveva dinanzi il segreto dei natali di Maria; due vite, a lui sconosciute, spente già forse, si affacciavano da quel vano, mettendo in balìa dell'estraneo gli arcani ventenni di un amor sciagurato.
Sciolto il nodo che legava un primo involtino di carte a sinistra, Lorenzo incominciò a leggere. E qui, un foglietto dopo l'altro, senza alcuna sosta, passarono molte lettere sotto gli occhi di lui.
Due ore di tempo non furono troppe a quella fatica. Noi non ne faremo perder tanto ai nostri benevoli, e daremo appena un compendio di ciò ch'egli lesse.
Era quello un carteggio abbastanza continuato dal 1833 al 1835: quindi ripigliava dal 1839 al 1843, dove cessava affatto. La scrittura, fine e allungata, indicava alla bella prima la mano di una donna. E non mancava il nome della scrittrice, in molte lettere espresso nella forma di Lilla, in altre, specie delle più recenti, allungato in Camilla, essendo sempre una la mano di scritto, e quasi tutte quelle lettere, poi, recando sulla soprascritta il nome di Paris Montalto.
Paris Montalto! Era costui della famiglia d'Aloise? Sì certo; raccogliendo i suoi pensieri, Lorenzo si ricordava che questo nome era stato proferito una volta da Aloise, come quello d'un suo zio paterno. L'amico, volendo chiarire a Lorenzo che nella sua aristocratica famiglia l'amore della patria non era merce sconosciuta, gli aveva accennato di Paris Montalto, fratello di suo padre, emigrato la prima volta nel 1833, e morto, durante un nuovo esilio, nel 1846, in Ispagna.
Ma Lilla? chi era Lilla?
Il carteggio, come abbiam detto, incominciava dal 1833: ma le prime lettere lasciavano argomentare un affetto di due anni innanzi, affetto tenuto a disagio dalle troppo rare occasioni di vicinanza che erano offerte ai due innamorati dalle veglie e dalle feste da ballo del patriziato genovese. Paris non andava in casa di lei, e non ardiva chiederne la mano, poichè non era tanto ricco da sperare che i parenti della fanciulla gliela avrebbero concessa. E l'amava frattanto, e si struggeva dalla rabbia e dalla gelosia. In quelle sue lettere, schiette espansioni di un cuor giovanile. Lilla si doleva della congiura che le avevano ordita dintorno i parenti e i congiunti tutti, per farla sposa ad un altro; ma giurava a Paris che, innanzi di consentire alle nozze, si sarebbe chiusa in un monastero. Il pretendente era stato introdotto in casa! ma Lilla non lo poteva in nessun modo patire; nè di lui nè d'altri al mondo avesse ad ingelosire il suo Paris, nemmeno di quello Spagnuolo che gli spiaceva tanto per le sue leziosaggini intorno a lei, e che a lei pure tornava molesto, più molesto dell'altro, del pretendente, se pure fosse stato possibile.
Queste prime lettere non avevano bollo postale, e in una di essa era accennato come giungessero tra le mani di Paris. La notte egli andava ad appostarsi in una viottola, dietro al palazzo dov'ella dimorava; un filo pietoso scendeva colla lettera di Lilla, e per quel filo un'altra lettera di Paris saliva fino alle mani di lei. Ingegnosi trovati dell'amore! Ma un giorno Paris aveva dovuto fuggire. Le lettere dalla fine del 1833 al cominciamento del 1835 erano scarse, e recavano sulla soprascritta, insieme con un finto nome, il bollo delle regie poste. Il Montalto, giovinotto bollente, s'era legato d'amicizia con taluni più in voce di volere e di promuovere novità; si erano rifischiate parole sue, che lo accusavano audace cospiratore ai danni dello Stato; laonde, pel suo meglio, aveva dovuto uscire da Genova e rifugiarsi a Parigi. Le prime lettere di questo secondo periodo erano un rammarichio continuo; Lilla non poteva sopportare l'amarezza di quella lontananza, ma i pericoli d'un ritorno di Paris la spaventavano; ella era infelice, dannata all'avversa fortuna, ma almeno lo sapeva in salvo e ne rendeva grazie al cielo. Talvolta si doleva di lui, che aveva sacrificato l'amor d'una donna all'amore di patria; tal altra andava superba dell'amore di un uomo tanto dissimile da tutti que' neghittosi e codardi che si vedeva dattorno; ora si dava in balìa della disperazione, ora si beava ne' sogni di una felicità senza pari. Sublimi contraddizioni dell'affetto, chi non vi ha sentite una volta in cuor suo?
Ma le lettere della giovinetta andavano a mano a mano facendosi più rare; tutto il giorno, e perfino la notte, ella era vigilata dalla sospettosa cura de' suoi, che non sapevano intendere la cagione de' suoi ostinati rifiuti; una lettera incominciata era caduta nelle mani di sua madre; la cameriera, che portava di soppiatto le sue lettere alla posta, era stata congedata sui due piedi; finalmente, mancando gli spedienti, fors'anco soppravvenendo la stanchezza, Lilla non aveva più scritto. Un ultimo suo biglietto, vergato nel gennaio del 1835, lasciava trapelare com'ella dovesse inchinarsi alla ferrea volontà dei parenti. L'ultima frase diceva: «Paris, per pietà, dimenticatemi! Dio era contro di noi!»
Accanto a queste lettere di Lilla ce n'era un'altra, ma non scritta da lei. Era un amicissimo di Paris Montalto, che gli dava ragguaglio del matrimonio della sua «antica fiamma», ragionandone con quella libertà di modi che si deriva dal non entrar punto nella faccenda di cui si tratta, dal non averne, come suol dirsi, nè caldo nè freddo.
«__Te Deum laudamus__!—scriveva l'amico.—Finalmente la Lilla s'è smossa dal no, e s'è degnata di far felice il cugino. Vuol essere un bel matrimonio! Lei giovine, bella e punto contenta; egli in visibilio, ma logoro e scemo. Già i Priamar, da tre o quattro generazioni, sono tutti così. Per me, credo che egli, se non fosse uno scemo, non si sarebbe tanto incocciato ad averla. E nota che, per giungere a questo sì, ha dovuto passare sotto le forche caudine; far casa nuova, pigliar palchetto al Carlo Felice, in seconda fila, vicinissimo alla Corona; fare insomma tali novità, che in casa Priamar non si sono vedute mai. Non ti dirò le chiacchiere che se ne fanno dappertutto; tanto gli è stato un caso impensato, strano, inaudito, un vero fulmine a ciel sereno. E lo Spagnuolo, poverino, che le faceva una corte spietata, ha dovuto appender la voglia all'arpione. La vigilia del matrimonio, egli è scomparso da Genova. Dicono che sia tornato a Madrid, col proposito di farsi frate. Buon pro' gli faccia. Io non sarei così pazzo. Le donne sono graziosi animaletti, da pigliarne sollazzo un giorno o due: ma guastarcisi il sangue attorno…. il cielo ne scampi ogni fedel cristiano!»
A questa lettera succedeva una lacuna di quattro anni, che Lorenzo non poteva colmare, digiuno com'era della cronaca genovese di que' tempi. Aloise, soltanto, colle sue memorie di casa alla mano, avrebbe potuto dirgli che un anno di poi il giovine Montalto aveva ottenuto, mercè le poderose attinenze del fratello a Torino, di tornare senza pericolo nei felicissimi Stati del re di Sardegna, e che nell'autunno del 1836 era in Genova, stanco, malinconico, infastidito, rifuggente da ogni compagnia, sebbene da molti desiderato, segnatamente dalle donne, alle quali era argomento di curiosità non poca.
Apriamo, noi che lo possiamo ad ogni ora, le opere di Sant'Agostino alla lettera P, nel dodicesimo volume, e troveremo il nome della marchesa Lilla di Priamar che vi era citata come una delle più ragguardevoli dame del suo tempo. Bella, arguta, assai corteggiata, questo dicono le note della società del Parafulmine: le quali tuttavia non possono trovar niente a ridire intorno ai fatti suoi, e ne dànno cagione alla freddezza del suo carattere. Abbondano in quella vece le considerazioni intorno al rammarico della famiglia, perchè la casa Priamar non è rallegrata di prole, e lo scemo, logoro e podagroso marchese vi è pettinato a dovere. Ma ecco, segue alcun che di più ghiotto. Paris di Montalto, il politicante, l'esule rimpatriato, il giovanotto più grave di Genova, del quale si notano le apparizioni in teatro, o nei geniali ritrovi, come uno stranissimo evento, Paris di Montalto è andato in casa Priamar, e sembra che guardi la marchesa con occhi più desiosi che non faccia colle altre. La cosa è tanto più credibile, in quanto che parecchi anni prima, la marchesa nubile ancora, gli andava a genio maledettamente, Ma ohimè, il romanzetto non andava più oltre; la Lilla era severa, asciutta con lui più ancora che cogli altri, e ricusava l'omaggio che tante altre, più cortesi di lei, si sarebbero recate ad onore grandissimo. Già, non era da farne le meraviglie; la Priamar era fredda come un marmo, anzi come uno scoglio. E qui veniva un bisticcio genovese sulla pietra e sul mare, che accennava alla etimologia del casato di Priamar.
In questo giudizio della compagnia del Parafulmine non c'era nulla di vero, salvo le apparenze che l'avevano tratta in inganno. Il compilatore di quella notizia, che pure apparteneva al ceto nobilesco, aveva pigliato un granchio a secco. Era giovine, e, comunque volenteroso annotatore, non era anche fatto ad intendere certi arcani del cuore. Ma le cose notate da lui, insieme con parecchie altre avvenute di poi, avevano in quella vece ad insospettire un certo Spagnuolo, a cui gli atti del Parafulmine dovevano cadere più tardi tra mani. Il savio lettore ha già capito di chi intendiamo parlare.
Ma proseguiamo il racconto. Dalle carte dell'anonimo appariva che Paris Montalto, dopo poche visite, non avesse più messo piede in quella casa. La fama della marchesa di Priamar seguitava a correre illibata, sotto l'usbergo di quella sua petrosa freddezza. Di casa sua si continuava a scrivere, per tante altre ragioni secondarie; ma di lei, particolarmente, non era più fatta menzione, fuorchè sullo scorcio del 1838, per raccontare d'una sua malattia di languore, che la costringeva ad un lungo viaggio. Questo era il Consiglio del medico, che si riprometteva moltissimo da un mutamento di clima, e proponeva una gita in Isvizzera.
Il marito, inchiodato a letto da' suoi continui malori, non aveva potuto muoversi da Genova; però la marchesa Lilla aveva dovuto andar sola in compagnia del medico. Ma su questo capitolo non c'era nulla a dire; il cronista notava candidamente che il sacerdote d'Esculapio, dottissimo, onestissimo e ben voluto da tutte le più spettabili famiglie, aveva i suoi settanta suonati. L'assenza della marchesa durò mesi parecchi, in capo ai quali tornò, ma non risanata. L'aria dell'Oberland non le aveva giovato, come sperava; laonde, trovandosi a disagio in città, era andata a chiedere la salute restìa all'aure di un suo podere di là da Sestri Levante, dove rimase forse due anni, non tanto per sè, quanto per una malattia del consorte, che, ancora in verde età, era giù di salute, pieno di acciacchi, come un gaudente sessagenario. Quando ella si ridusse da capo a vivere in Genova, era mutata del tutto nelle sue consuetudini. In casa sua non più feste, nè ritrovi di allegra gioventù, ma severe conversazioni, o piuttosto conferenze, ordinariamente tenute in mercoledì, alle quali convenivano tutta gente posata, magistrati sputasentenze, dame contegnose, nobili parrucconi, e simiglianti. Per qual ragione ciò fosse avvenuto di una donna che di poco avea varcata la trentina, come la marchesa Lilla, non si giungeva ad intendere. L'annotatore del Parafulmine, leggero oltremodo, ne dava cagione, secondo il solito, alla proverbiale freddezza della signora di Priamar.
In tal guisa i teatri, le veglie eleganti, perdevano un prezioso ornamento; per contro, i più riputati oratori di chiesa guadagnavano una assidua ascoltatrice. Era sempre a gironzare per le chiese, la marchesa Lilla; la sua testa era un taccuino ambulante delle __quarant'ore__, delle __indulgenze plenarie__, de' __tridui__ e, a farla breve, di tutte le solennità divote. Ciò che tutte le donne, le quali hanno molto amato aspettano a fare quando abbiano cinquant'anni almeno, la marchesa Lilla anticipava di venti. Perchè? L'annotatore non sapeva dirlo; si rifaceva sempre al suo ritornello, che i lettori conoscono.
Basta; per non dirne altro, al tempo in cui l'anonimo cronista deponeva la penna, la marchesa Lilla di Priamar non era più annoverata tra le signore di cui mettesse conto indagare la vita e celebrare i miracoli. Ella era citata in quella vece come una dama di specchiata pietà, come una patrona d'istituti di carità, dama di Misericordia, visitatrice di infermi, di carcerati, e via discorrendo.
Più fortunati di Lorenzo Salvani, il quale non aveva altro sott'occhi che il carteggio rinchiuso nella cassettina d'ebano, noi sappiamo dagli atti della società del Parafulmine chi fosse la marchesa Lilla. E poichè abbiamo colmata con queste notizie la lacuna dal 1835 al 1839, ripigliamo il compendio delle lettere che ella scriveva al Montalto.
Si chiariva da queste lettere che Paris aveva lasciato Genova alcuni mesi prima di lei. L'aria della terra natale non era abbastanza respirabile per un uomo segnato, com'egli, sui libri del palazzo Ducale. Troppo spesso egli era stato chiamato ad __audiendum verbum__ dall'eccellentissimo governatore, e soltanto i suoi titoli, le sue attinenze, lo avevano fino allora scampato da molestie più gravi. Per farla finita co' sospetti continui dell'autorità, Paris Montalto aveva dovuto andarsene un'altra volta in esilio, e si aggiungeva che a ciò fosse stato consigliato da persone, le quali avevano paglia in becco, ed amavano fargli cansare qualche mese di villeggiatura a Fenestrelle, o in altro orrevole castello di pertinenza dello Stato.
Questo non era vero del tutto, o solamente era una parte del vero; poichè la partenza del Montalto, se forse fu affrettata da ragioni di salvezza personale, era anche consigliata da un negozio più delicato. Ma nessuno ebbe a trapelarlo in quei tempi: la ragion politica lo coperse col suo manto pietoso. Il dispotico reggimento d'allora poteva portare benissimo la malleveria di questo e d'altri più gravi peccati.
Comunque fosse, Paris Montalto era di là dai confini tre o quattro mesi innanzi che la marchesa Lilla ne uscisse per ragion di salute; e come nessuno aveva sospettato per lui, così nessuno ebbe a sospettare per essa. E quando ella tornò, per andarsi a chiudere nel suo podere di Sestri Levante, non ci fu alcuno che più pensasse agli amori giovanili, nè ai rinnovati ardori di Paris Montalto; nè alcuno, per conseguenza, che immaginasse come certe lettere, messe alla posta di Sestri Levante, col ricapito di Enrico La Vega, a Barcellona, fossero lettere di Lilla di Priamar al marchese di Paris Montalto.
Or da queste lettere s'intendeva come il viaggio di Sestri non fosse che uno spediente adatto a colorire meglio, a rafforzar le ragioni del viaggio fatto dianzi in Isvizzera. Durante il quale, Lilla e Paris si erano' veduti; e lo accennava chiaramente il carteggio. In una di queste lettere, così scriveva la povera solitaria:
«….Abbiamo errato, Paris, ed io ne sconto la pena. Iddio non mi aveva concesso che io ritraessi dalle infauste mie nozze un frutto; ed ecco, l'ho avuto dalla colpa, ma triste ed amaro, come tutti i frutti della colpa. E non poterlo confessare! e dover contraddire alle mie viscere di madre!… Oh amico, ditemi, ve ne prego, come sta Maria, la mia bella Maria? Mi sento più raffidata, poichè essa è nelle vostre mani, e voi l'amerete anche molto per la sua povera madre. Uomo fatale, perchè vi ho io conosciuto?…. Ma voi l'amerete, non è egli vero? Voi avete un nobilissimo cuore; quando l'ho confidata a voi, mi è parso di non separarmi tutta quanta da lei.
«Paris, mio ottimo amico, io sono inferma davvero, quantunque non sia da principio venuta a seppellirmi in quest'angolo di terra se non per isviare la curiosità sospettosa della gente; inferma di membra come di spirito. V'hanno giorni che non sento la forza di uscire dalla mia camera; sto in casa quasi sempre; non vedo, nè amo vedere persona. Il mondo m'è in uggia; la natura non ha colori, il cielo non ha luce per me.
«Ditemi, Paris, ma siate sincero, ve ne supplico; è bella Maria? A chi somiglia, il mio povero angioletto? Oh Dio! e pensare che io non potrò abbracciarla; che ella non porterà il mio nome; che non la vedrò cresciuta negli anni, fiorente di bellezza, passeggiare al mio fianco, quasi un'altra me stessa!… Almeno ella sia più felice di sua madre! Non conosca le angosce, gli spasimi, e soprattutto i rimorsi di un amore come il mio! Se il cielo è giusto, ho fede che darà a lei quello che ha negato alla povera Lilla.»
Un'altra lettera, scritta sullo scorcio del 1841, diceva:
«…. Gran conforto è la preghiera agli afflitti. Io non l'ho mai sentito così profondamente come ora. Io prego, ottimo amico, io prego per essa e per voi. In tal guisa mi sembra di poter pensare ad ambedue senza peccato, ed anche (se il cielo vorrà consentirmelo) di espiare il passato. Ditemi Paris, non vivete voi nell'errore? Non siete voi sempre in aperta ribellione contro le leggi umane e divine? Ravvedetevi; non date ascolto alla superbia della ragione, che è così trista consigliera; fidatevi al cuor vostro, che io conosco buonissimo. Se sapeste come è bello il credere; e come l'animo si sente, se non per avventura più felice (chè la felicità non è di questo mondo), certo più riposato e sereno! Porgete orecchio a chi ha molto patito; il mondo è vanità; noi siamo poveri pellegrini sulla terra; dalle nostre passioni, fumo della materia, non abbiamo altro che rammarico e danno, laddove la nostra patria è in cielo, ed ogni qualvolta i nostri occhi si affisano lassù, interrogando con potenza di affetto gli spazii azzurri, i nostri pensieri medesimi si purificano, e lo spirito turbato prova una calma che non si era mai conosciuta, che non si era mai derivata dalle cure della vita quotidiana.
«Desidero che Maria diventi una buona cristiana. Voi forse, ottimo amico, non potrete darvene pensiero; ma vi sarà facile trovare una buona maestra, donna di poca dottrina, ma di molta pietà, che val meglio assai; una di quelle povere vedove derelitte, come ce ne son tante al mondo, per la quale voi sarete, inconsapevolmente, la mano della provvidenza, e il premio che questa avrà mandato a' suoi patimenti. Fatelo, Paris; ve ne prego, ve ne supplico, per Maria, per me, per quello ch'io sono stata un giorno ai vostri occhi….»
Come aveva potuto una donna, ornata ancora di tutte le conscie lusinghe della bellezza e della gioventù, commossa ancora da tutti i prepotenti ardori del sangue, trionfare cosiffattamente di sè medesima, soffocare, annientare la sua volontà, consumarsi, e diventare un'altra, tanto da poter scrivere sinceramente in quel modo all'uomo amato, al padre di Maria? I patimenti l'avevano sopraffatta; il cuore aveva ceduto agli spasimi dell'assidua tortura; Lilla non era più Lilla.
Non senza contrasto, per altro. Qualche volta la materia si ribellava alle mortificazioni dello spirito. Anche nella piaga più profondamente visitata dal ferro e dal fuoco, rimane qualche cosa, che a volte ripullula. Inoltrata negli anni, Lilla si sarebbe chetata del tutto: giovine ancora, ella durava acerbi patimenti: e l'ardore male spento dagli anni si faceva a sviare con irrequietezza febbrile, spandendolo, consumandolo in sempre nuovi tentativi, larve di operosità più affannosa che efficace.
«…. Mi sono rinchiusa in questa dimora campestre, e nelle sue umili consuetudini, più facilmente che non sperassi da prima.»—Così ella scriveva nel febbraio del 1842.—«Un tempo davo troppa parte di me alle vanità del mondo, e furono quelle che mi hanno perduta. Ora battono all'uscio, ma invano. Mi compiaccio di vestire dimesso, come una povera monaca. A volte amerei di fare qualche passeggiata all'aperto, e di respirar l'aria pura dei monti che torreggiano alle spalle del nostro palazzo; ma di lassù si scorge troppo distesa d'orizzonte, e lo spirito va in balìa di sogni pericolosi; laonde, ammonita dalla esperienza di un giorno speso in tal modo, ogni qual volta mi venga il desiderio di andare, mi costringo a non uscir nemmeno in giardino.
«Faccio male a scrivervi queste cose, mio ottimo amico; forse è male che di tanto in tanto io prenda in mano la penna. Perdonatemi: accogliete questi scritti come un'umile confessione de' miei falli, ed assolvetemi, come mi assolve il sant'uomo, ai piedi del quale io depongo ogni settimana questi ultimi atti di debolezza femminile. Egli è pietoso ed umile, questo curato, come un vero seguace di Cristo; non ho avuto segreti per lui, ed egli versa sulle piaghe del mio cuore il balsamo delle sue benedizioni. Ora egli mi aiuta in un'opera di gran sollievo per me. I bambini di questo paesello, lasciati in balìa di sè stessi dalle loro madri, non facevano altro che correre qua e là pei campi o sulla riva del mare, scalzi, sudici, alla rinfusa, a giuocare o ad accapigliarsi, come è costume della loro età. Noi li abbiamo raccolti dalla strada; ripuliti e coperti da me, vanno ogni giorno in chiesa, dove il curato insegna loro la dottrina cristiana, e chi più impara riceve in premio da me qualche bella immagine, o qualche libriccino di divozione, ed ha la speranza di venire a pranzo dalla __signora__. Poveri bambini! care creature innocenti!…
«Mio marito è buono; conoscendolo meglio, ho incominciato ad amarlo come una sorella, dirò anzi come una madre. E dire che un tempo io non potevo stargli vicina!… che i suoi mali mi facevano dare in atti d'impazienza!… Egli non esce quasi mai; i suoi dolori reumatici lo hanno tenuto quasi tutto l'inverno nella sua camera. Io mi sono posta intorno a lui come una suora di carità; ho vegliato intiere notti questo bambino di cinquant'anni. Quand'egli è meno infastidito dal male, mi dimostra con poche ma affettuose parole la sua gratitudine. Egli! gratitudine a me!… Ma Iddio mi ha ricompensata oltre i miei meriti, concedendomi di vederlo assai migliorato. Il ritorno della bella stagione fa miracoli. Se si potesse star sempre qui! Ma pur troppo bisognerà tornare in Genova, per dar sesto a molte faccende domestiche….»
Qui sarebbe stata gran ventura a poter leggere le risposte di Paris Montalto, e più grande a vedergli nel cuore, quando il povero esule andava leggendo quelle pagine spietate. Generoso qual era, certo egli doveva intendere ed anco perdonare quei manifesti mutamenti del cuore di lei. Le anime grandi sentono dolore, non isdegno; non odiano, nè sprezzano; dimenticano, o ne fanno le mostre.
Paris non dimenticava; amava sempre, a malgrado d'ogni cosa. E amando con tutte le virtù dell'anima sua, ebbe certamente a scrivere nel 1843 una lettera, da cui traboccasse una grande amarezza, perchè la risposta di Lilla (ultimo foglio di quel mesto carteggio) mostrava aperto che l'antica fiamma era spenta, e sopravviveva la fredda alterezza della gentildonna offesa. L'abbiano per fede gl'innamorati; quando un lagno strappato al cuor loro dagli spasimi di un affetto profondo non fa più vibrare la corda più tenera, la donna non ama già più, e in tal caso, che giova il proseguire, e dare ad un idolo muto, o schernitore, l'incenso spregiato delle nostre lagrime? Ora questo era il caso di Paris Montalto; ai suoi lagni, allo sfogo della sua amarezza. Lilla avea rizzato alteramente il capo, e rispondeva come una donna la quale non aveva più nulla di comune con esso lui, salvo la odiata ricordanza di un fallo.
«Finalmente (ella scriveva) ho avuto notizie vostre, e ve ne so grado. La piccola Maria che mi annunziate essere già presso di voi, e farvi compagnia, aiuterà a calmarvi lo spirito e a togliervi una volta di mente quella vostra eterna politica. Amate quella bambina, e soprattutto serbatevi per lei, perchè ella non avrà, dopo voi, alcun protettore sulla terra. Vi parlo, come vedete, il linguaggio della saviezza e dell'amicizia; che volete di più? Le nostre pazzie di gioventù furono grandi; industriamoci ad espiarle. A questo io, povera donna, vo lavorando ogni giorno.
«Avete torto a dolervi di me. Ciò ch'io sono, è opera vostra. Se il passato non mi costringesse ad arrossire, sarei certamente diversa, e potrei forse pensare senza rimorso ai lontani. Errammo; ma gli errori non debbono essere eterni. Così potessi io distruggerli, dimenticandoli; che di nulla nella mia vita avrei a pentirmi più oltre.
«Questo è un dirvi chiaramente che i vostri sospetti non giungono fino a me, e che io non potrei condonarli a chi pure dovrebbe conoscermi, se non pensassi che le tempeste della vita inaspriscono i cuori, e offuscano gl'intelletti. Quegli che voi chiamate lo Spagnuolo, è in Genova; sì certamente, ma che importa a me? Egli è qui venuto, ma colla tonaca nera della Compagnia di Gesù, ch'egli ha indossata da ott'anni. Ho avuto occasione di parlargli una volta. Egli non è più l'uomo di prima, nè credo che ricordi il passato; ma se ciò pur fosse?… Lilla non l'ha amato mai, lo sapete; ed ora ambedue non amiamo, non adoriamo altro che Dio. Questo è, io credo, il primo e l'unico punto di contatto che possono avere le anime nostre.
«In una cosa soltanto ho errato, e me ne accuso. Sappiatela, poichè essa è, insieme con questa lettera, l'ultimo atto di debolezza di quella donna che avete così mal giudicata. Or fanno due mesi, mio marito era in fin di vita. In una di quelle lunghe veglie durate al suo capezzale, mentre i medici già disperavano di lui, ho accolto nella mente un malvagio pensiero.—Non è, pensai, non è per cagion mia ch'egli muore; la natura, il cielo, lo avranno voluto; or bene…. se io rimanessi sola…. padrona di me….—E in questo pensiero mi fermai un istante; vagheggiai una vita nuova. Uno spirito perverso mi sussurrava arcane parole all'orecchio, mi additava in lontananza una distesa di sereno orizzonte…. Un lamento dell'infermo richiamò la figlia d'Eva al suo debito di moglie, e sgombrò dalla sua mente le larve di un sogno colpevole; Lilla tornò in sè medesima. Ma di quel sogno, di quell'istante d'aberrazione involontaria, inconsapevole. Iddio l'ha punita, acerbamente punita, facendole giungere nella lettera di Paris Montalto una testimonianza di oltraggiosi sospetti.
«Vi perdono, poichè è debito mio di donna e di cristiana, vi perdono; ma per l'oltraggio medesimo e per tutto ciò che l'alterezza dell'animo mio ha dovuto patire, o mutate costume, o ritenetevi dallo scrivere più oltre ad una donna la quale ha fallito una volta e solamente per voi, come solamente per voi deve arrossire di sè stessa, ma che ora non ha più nulla a rimproverarsi, se non forse la colpa di aver segreti per l'uomo a cui è legata da un sacro giuramento; e ciò per voi, solamente per voi.»
XXXVII.
Come Lorenzo andasse in traccia di Niso e dovesse far capo ad Eurialo.
Leggendo la sua parte di quel dramma intimo, che i lettori conoscono oramai per intero, Lorenzo Salvani rimase fortemente turbato. Nell'animo suo, lo sapete, era un certo che di femmineo; però egli, senza trascorrere a pronti ed acerbi giudizi, intendeva tutti i dolorosi rivolgimenti, per cui, come in altrettante filiere, aveva dovuto trascorrere, assottigliarsi, l'affetto di Lilla, giovinetta innamorata senza ardimento, donna amante senza saldezza di propositi; non abbastanza generosa per darsi tutta quanta; d'indole buona, ma di consuetudini guasta; una di quelle donne, in fine, le quali son nate per sacrificare la vita a chi le inganna, o per uccidere chi le ama davvero; povere figlie d'Eva, sì veramente, alle quali la logica diritta del cuore è offuscata da false sembianze di vero, non abbastanza notate da prima, e troppo notate e troppo ingrandite di poi.
L'orgoglio era il peccato capitale di Lilla. Dalle lettere scritte nella sua solitaria dimora campestre ella appariva soltanto una donna infelice; la puntigliosa morale che governa il mondo, o crede di governarlo, poteva condannarla; ma la logica del cuore, che non sa d'impedimenti umani, nè di patti giurati, notando nel fatto di quella donna, non già un pervertimento di sensi, sibbene l'impulso di un amor prepotente, l'assolveva, la rendeva degna di compianto. Senonchè l'anima debole era trascorsa all'eccesso dei nuovi consigli; si rifaceva al debito antico, ma rinnegando ogni senso di tenerezza umana; s'argomentava di far sentire la schietta voce della virtù sospettata, ed altro non parlava in lei che l'orgoglio offeso. La superbia aveva vinto l'amore, triste istoria, solito epilogo di tanti romanzi!
Lorenzo mise l'ultima lettera accanto alle altre nel cofanetto, lo chiuse e di bel nuovo lo depose nel cassettone. Egli conosceva finalmente l'arcano dei natali di Maria; ma che farne? come trarne giovamento per lei?
Innanzi di metter mano su quel carteggio, egli aveva fatto il disegno di raccomandare la sua sorella adottiva alle cure del generoso Assereto. Ma dopo aver letto que' fogli che in così strana e inaspettata maniera gli mostravano Maria figliuola d'un Montalto, e congiunta di sangue ad Aloise, il primo consiglio più non gli parve il migliore. Aloise, era al pari dell'Assereto uno schietto amico, un gentiluomo, un vero uomo; per giunta si chiariva esser egli l'unico protettore naturale, autorevole, della fanciulla; a lui dunque si spettava la custodia dell'arcano.
Le quali cose meditate, e diremo quasi librate sulla bilancia, Lorenzo Salvani diè di piglio alla penna, per scrivere una lettera ad Aloise di Montalto. Ma egli aveva a mala pena incominciato, che ancora mutò consiglio, parendogli meglio fatto di andare egli stesso a cercar dell'amico. Molte cose si dicono agevolmente a voce, che sulla carta richiedono eterni rigiri di frasi, e poi si teme di non averle dette per modo che altri le intenda a puntino. Suonavano in quel mentre le nove del mattino; certo, Aloise era in casa; lo andar da lui tornava più agevole e più spedito dello scrivere.
Rassettandosi in fretta per andar fuori, aperse l'uscio della camera; ma nella sala d'entrata s'imbattè in Maria che appunto veniva a chieder di lui.
—E la vostra colazione?—diss'ella, notando come Lorenzo si fosse avviato all'uscio.
—Non ne ho voglia, stamane;—rispose il giovine.—Del resto, non starò fuori più di un'ora.—
Ma in quella che Lorenzo parlava, la giovinetta aveva potuto scorgere com'egli fosse pallido in viso e turbato.
—Che avete, Lorenzo? Voi siete ammalato….
—No, buona sorella, non ho nulla; ho letto molto e ho bisogno d'aria.
Addio; tra un'ora e mezzo alla più lunga, sarò di ritorno.—
E senza aspettar altro, si volse all'uscio, lo aperse e partì. Dieci minuti dopo, era in via Balbi e scampanellava all'uscio del marchese di Montalto.
Ma Aloise, per dirla nello stile di Lucullo, non era dormito quella notte in casa di Aloise, e il servo non seppe dire a Lorenzo nè dove fosse, nè quando sarebbe ritornato; soltanto sapeva e diceva che da due giorni il suo padrone era fuori.
Che fare? A Lorenzo venne in mente il Pietrasanta, l'amico fedele del Montalto, come quegli che certo avrebbe saputo dirgli se fosse possibile, e quando, di abboccarsi con lui. E difilato si mosse per andarlo a cercare, ben sapendo ove stesse di casa. Per fortuna non doveva andare lontano, poichè il palazzo dei Pietrasanta era sulla piazza della Nunziata.
Giunto al portone e saputo che il marchesino non era uscito, Lorenzo salì al secondo piano e scampanellò all'uscio di casa. Un servo in mezza livrea venne ad aprirgli, per rispondergli asciuttamente, poi ch'ebbe udita la sua domanda, che Sua Eccellenza era a letto, e quando era a letto non si poteva scomodarla.
—Dategli questo;—soggiunse Lorenzo, sporgendogli un suo biglietto da visita,—e v'accorgerete di non aver fallito a svegliarlo, od altrimenti a disturbarlo. Io aspetterò qui.—
Il servo sì strinse nelle spalle, e lasciatolo solo nella vasta anticamera, andò, sebbene di male gambe, a far l'imbasciata. Dopo tre o quattro minuti, che Lorenzo spese a contemplare un Noè del Grechetto, che entrava nell'arca con ogni generazione d'animali, ricomparve il servitore, ma stavolta tutto inchini e sorrisi, per dirgli:—Entri, signor avocato; il mio padrone l'aspetta.—
Percorse due o tre sale sontuosamente arredate, nelle quali se ne stavano contegnosi e muti una dozzina di antenati d'ambo i sessi; sulla tela, s'intende. Lorenzo Salvani fu guidato alla camera dell'amico, più che dagli atti ossequiosi del servitore, dalla voce medesima del Pietrasanta, il quale gridava dalla sua cuccia:
—Siate il benvenuto, amico Salvani! Venite con me a deliziarvi nello spettacolo dell'alba!
—Dell'alba?—chiese Lorenzo, accompagnando le parole col suo placido sorriso, in quella che entrava nella camera del Pietrasanta:—volete dire quella de' tafani?
—Non ne conosco altre, io; sebbene pel fatto di San Nazaro, dovrei dire il contrario. Ma un fiore non fa primavera; la mia alba, eccola…. __Bell'alba è questa__!—
E usando di quella dimestichezza che era tra lui e Lorenzo, il Pietrasanta si sollevò quasi in piedi sul letto, col lenzuolo ravviluppato intorno alla persona, per dare immagine dell'alfieresco personaggio a cui rubava il suo famoso emistichio.
—Ma lasciamo la tragedia in disparte;—proseguì l'allegro giovanotto, ricadendo col gomito sul guanciale.—lo vi ho fatto entrar qui, perchè non aveste ad aspettar troppo il mio scendere __dalle molli piume__. Licenziatemi quest'altra frase, vi prego, poichè stamane sono nel classico, e appunto quando giungevate voi stavo pensando a due personaggi dell'Eneide.
—Oh diamine! E chi sono, costoro?
—Ve lo dico subito. Ma, prima di tutto, sedetevi. Guardate, là, presso a voi, c'è un mazzo di spagnolette. I fiammiferi sono qui, sul tavolino. Io fumo come il Vesuvio, reggia di Vulcano, o come l'Etna, quando Encelado si fa lecito di respirare.
—Ma davvero siete classico, stamane!—disse Lorenzo, mentre, per contentare l'ospite amico, accendeva una spagnoletta.
—A proposito di fumo, Teodoro!—proseguì il Pietrasanta, chiamando il servitore, che fu sollecito a comparir sulla soglia.—Apri quella finestra, ma lascia chiusa la persiana, «perchè la brezza mattutina un varco—trovi, e il raggio del dì non ci percuota.—Vanne!» Ed eccovi ora, in disadorna prosa, a che stavo pensando, mio caro Salvani, innanzi che veniste voi. Pensavo a que' due amici inseparabili che Virgilio ha dipinti, Niso ed Eurialo. Ho tradotto dieci anni or sono quell'episodio sulle panche di retorica, e m'è rimasto impresso. Che bella cosa! dicevo tra me; che bella cosa, era l'amicizia ne' tempi andati! Niso ed Eurialo nel Lazio, Damone e Pizia a Siracusa, Oreste e Pilade in Grecia, Castore e Polluce in cielo…. Mitologia, tempi eroici, bellissime cose! Ma di presente tutto è mutato!—
Lorenzo Salvani sorrideva sempre. Il sorriso era stampato, Siam per dire, sulle sue labbra, a dissimulare l'interno affanno, come dissimula il volto una maschera di carnevale.
—Ma che vuol dire tutto questo sfoggio di erudizione?—dimandò egli.
—Vuol dire che a' tempi nostri non ci sono più amici. Non mi dite di no; non parlo per voi, Salvani, che vedo così di rado, e non ne so veramente il perchè; parlo pel signor Aloise di Montalto, giovine biondo e infido, Niso che s'infischia d'Eurialo, Damone che manda Pizia a quel paese, Oreste che…. Non ridete Salvani! Sono venti giorni, senza mettere in conto questo, incominciato appena, che Aloise non viene da me, e quando io vado da lui, non lo trovo in casa.
—Diamine! E così, sono venti giorni che non lo vedete?
—Oh, non dico già questo. Qualche volta lo vedo, ma è una fortuna che io debbo guadagnarmela con gravi stenti, con lunghi pellegrinaggi, come a' tempi delle crociate.
—Ah, capisco,—disse Lorenzo;—c'è qualche donna di mezzo.
—Sicuro, una donna. Oh le donne, le donne! __Gens inimica mihi tyrrhenum navigat aequor__!—gridò il Pietrasanta, con più enfasi di Giunone nel suo abboccamento con Eolo.—Ma scusatemi, Salvani; per raccontarvi i miei mali, dimentico che siete probabilmente venuto per parlarmi d'altro.
—No, appunto venivo da Eurialo perchè non avevo trovato Niso in casa.
—Ah, vedete? Ci ho gusto che vi sia toccato quello che tocca a me. Ma ditemi, può fare Eurialo quello che avrebbe fatto Niso, e con tanto piacere, per voi? Son tutto vostro, Salvani.
—Grazie;—rispose Lorenzo.—Desideravo parlargli; ma poichè non lo trovo, gli scriverò una lettera, e voi vi darete la briga….
—Di fargliela avere?—interruppe il Pietrasanta.—Sicuramente. Se oggi non viene, domani lo scoverò io.—
Un moto delle labbra di Lorenzo dimostrò ad Enrico Pietrasanta che non bastava ancora.
—Si tratta di cosa grave?—dimandò egli, mettendo la sua gaiezza mattutina in disparte.
—Gravissima; almeno per me.
—Diamine! e perchè non dirmelo subito? Ed io che stavo a ciaramellare, a ridere…. Scusatemi, Lorenzo!…
—Vi pare?—interruppe Salvani, stringendo affettuosamente la mano che gli stendeva l'amico.—Voi siete un'anima nobile, Pietrasanta. Rendetemi un servizio e dimostratemi, contro la vostra opinione di quest'oggi, che l'amicizia non è un nome vano. Aloise ha da avere, oggi medesimo, una mia lettera, e da venire, da correre a Genova, appena l'avrà letta.—
Enrico stette un tratto sovra pensieri, come se misurasse in cuor suo tutte le probabilità del negozio; quindi rispose con breviloquenza cesarea:
—L'avrà, la leggerà, verrà. Teodoro!… Ehi, dico, Teodoro!…
—Eccellenza!—esclamò il servitore, ritornando come un automa in sull'uscio.
—Fa attaccare il mio __brougham__…. no, anzi il mio __landau__, per le undici in punto.
—Eccellenza, le undici son già suonate.
—Non importa; fa attaccare prima che ribattano.
—Corro subito.
—Avete già scritta la lettera?—chiese Enrico a Lorenzo.
—No, ma se permettete….
—Teodoro!
—Eccellenza!
—Condurrai il signor Salvani nel mio studio. Là troverete ogni cosa,—soggiunse il Pietrasanta, volgendosi a Lorenzo;—io intanto salto giù e mi vesto in…. fretta. E bada tu, Teodoro, quando il signor Salvani avesse a venire altre volte, fallo entrare, e subito, a qualunque ora, come l'altro mio amico Aloise.
—Non ne dubiti. Eccellenza; ora che lo so….—Lorenzo sorrise mestamente, come volesse dire: sarà inutile, oramai! E seguì Teodoro che lo condusse nello studio, elegantissimo stanzino dove il Pietrasanta non istava di certo lunghe ore assorto, sebbene ci avesse una piccola libreria e due trionfi di pipe turche colle canne di gelsomino.
Rimasto solo là dentro, Lorenzo andò alla scrivania. Sullo scannello stavano preparati a ricevere il battesimo dell'inchiostro due o tre quinterni di finissima carta a filone, che portava la lettera E, sormontata da una corona marchionale, stampata d'inchiostro azzurro, sul margine dei fogli. Il primo di questi, su cui caddero gli occhi di Lorenzo, oltre quel segno stampato, recava un cominciamento di epistola, e la frase vocativa: «__Ma bien-aimée__» dinotava due cose: che Enrico Pietrasanta teneva carteggio colle donne (__gens inimica sibi__), e che non usava sempre finir le sue lettere.
—Egli è felice!—esclamò Lorenzo, leggendo involontariamente quelle due paroline. Indi, messo da banda quel foglio, incominciò a scrivere la sua lettera ad Aloise. Ma era un lavoro difficile. Scrisse, cancellò, riscrisse, e finalmente, dopo avere inchiostrati tre fogli, che andarono a pezzi nel cestino, gli venne fatto di metter insieme questi paragrafi:
«Amico,
«Forza di eventi che tornerebbe inutile ora di starvi a chiarire, mi costringe a lasciar sola, senza aiuto, senza consiglio, la mia buona e santa sorella adottiva. Io la confido alle cure di Giorgio Assereto e alle vostre, ma più assai alle vostre, per quelle ragioni che intenderete agevolmente, quando avrete letto un antico carteggio che sta chiuso in una cassettina d'ebano, segreto di famiglia che ho dovuto leggere anch'io, questa mattina medesima. Mostrate questa lettera a Maria di Montalto (ella può portare questo nome, se non forse al cospetto del mondo, certo agli occhi di un gentiluomo come suo cugino Aloise) ed ella vi dirà dove si trovi la cassettina.
«Voi e il mio vecchio compagno Assereto sarete per quella infelice due fratelli, in cambio di uno che ella perderà; sarete l'anima di Lorenzo Salvani in due; il suo consiglio di famiglia, a gran pezza migliore d'ogni altro che potrebbe darle la legge; perchè a voi non occorrono articoli di codice, e l'amicizia, l'onore, sono i più sicuri canoni di giurisprudenza del mondo.
«Addio, Aloise, mio avversario di un'ora, e mio amico di tutta la vita; e se non avessimo a vederci più, dite alla gentile Maria che mi perdoni questa diserzione della custodia che m'aveva affidato mio padre; ed ella, e voi, e l'Assereto, amate un pochino la memoria del vostro, infelice ma non immemore,
«LORENZO SALVANI.»
Ciò scritto, rasciugò due lagrime che erano venute fuori ad offuscargli la vista; chiuse il foglio nella sopraccarta, e vi scrisse sopra:
«Al marchese Aloise di Montalto. Sue mani.»
In quel mentre, capitava sull'uscio dello studio il Pietrasanta, già vestito a mezzo, anzi per due terzi, poichè aveva già fatto il nodo della cravatta, opera capitale nella acconciatura d'uno zerbinotto par suo.
—Così presto?—chiese Lorenzo.
—O che, credete ch'io non sappia fare alla svelta, quando occorre? Son venuto in maniche di camicia, temendo che aveste già finito da un pezzo e vi annoiaste ad attendermi.
—No; appunto ora ho finito di scrivere.
—Tanto meglio. Venite dunque; metto la corazza, il sorcotto, e il cimiero, e sono ai vostri comandi.—
La corazza era il panciotto, come i lettori avranno già indovinato; il sorcotto era una attillata giacca di velluto; il cimiero un cappellino di paglia, fasciato d'una larga fettuccia nera, i cui capi pendevano svolazzanti fuor della tesa, ma non tanto da nascondere la discriminatura delle chiome, che scendeva diritta e sottile fino al basso della nuca.
Come si fu vestito di tutto punto, prese dalle mani del servitore la sua mazzetta di giunco indiano, col pomo d'argento, e il fazzoletto imbevuto d'acque odorose; quindi dalle mani dell'amico la lettera, che ripose accuratamente nel portafoglio, ed ambedue uscirono sulle scale.
Giù nel portico era già la carrozza ad attendere, col suo cocchiere gallonato a cassetta, collo staffiere allo smontatoio, e una coppia di cavalli rovani che scalpitavano, aspettando il segnale del loro automedonte.
—A rivederci, dunque, se non venite anche voi per un tratto di strada con me.
—No, debbo scendere verso Banchi; a rivederci, e grazie!
—Che! che! faccio un po' di moto. A stasera, Salvani.
—Stasera!—ripetè macchinalmente Lorenzo. E fatto un ultimo saluto all'amico, se ne andò pedestre verso una delle strade inferiori della città.
—Eccellenza, dove si va?—chiese lo staffiere che era salito a cassetta, daccanto al cocchiere.
—Veh che bestia! Io, s'intende, non tu! A Quinto, villa Vivaldi; e di buon trotto!—
XXXVIII.
"Amor che a nullo amato amar perdona".
Fornita quella importantissima bisogna, Lorenzo Salvani aveva da tornare a casa, sebbene per pochi minuti. Quel giorno egli fingeva di dover contentare l'amico Assereto, facendo una scampagnata con lui, e non gli rimaneva più altro a fare che accennar la cosa a Maria, perchè non avesse da attenderlo per desinare.
Il pensiero della fanciulla era l'unico rimorso che avesse in cuore Lorenzo. Quando l'angelico sembiante di Maria gli si parava dinanzi agli occhi della mente, egli bene intendeva che il suo disegno, in apparenza così generoso e tale da meritargli lode e rimpianto presso l'universale, era un delitto bello e buono al cospetto della sua coscienza, ch'egli non poteva ingannare. Ed erano allora combattimenti feroci nell'anima sua travagliata.—Ma, infine, dovrò io vivere a questo modo? Sarò io incatenato, come Prometeo, alla rupe dell'esistenza, col rostro dell'avvoltoio nel cuore, e senza il conforto di tornar utile in alcuna maniera ad anima nata?—
Quella mattina, un poco di calma gli era pur derivato, non sapremmo se più dalla istessa vicinanza della catastrofe, o dal pensiero di aver provveduto, come si poteva meglio, al futuro.
—Vivo,—pensava egli, in quella che uscito dal palazzo Pietrasanta si avviava al basso della città,—non tornavo di alcun giovamento a lei. Morto io, conosciuto l'arcano de' suoi nascimenti, un nobil parente, se non forse sua madre medesima, oggi vedova, ricca e padrona di sè, avrà cura di lei, tergerà facilmente le lagrime che la perdita di un fratello d'adozione potrà farle versare. Animo, dunque; ciò che importa oggi, è di vederla un'ultima volta, senza balenare; di poter uscire da capo, senza che ella s'insospettisca di nulla.—
Sicuro; andar tranquillamente a casa, annunziare a Maria che quel giorno egli desinava fuori, star dieci minuti a ragionar di cose da nulla, uscire da capo e buona notte; questo era il disegno, facile a concepirsi, facile a mandarsi ad effetto, tranne i casi imprevisti, od una di quelle cose da nulla, che conducono i casi a farne qualcuna delle loro, come spesso interviene.
Le cose da nulla c'erano, e attendevano in casa sua l'inconscio
Salvani.
I nostri lettori non ignorano che il servo Michele era nel segreto della congiura, e rammentano certamente il suo dialogo col Bello nell'osteria della Piccina, nel qual dialogo s'eran fatte allusioni parecchie all'impresa, e alla parte che ci aveva da prendere Lorenzo. Queste cose. Michele non le sapeva soltanto dal Bello, ma dal suo padrone medesimo, il quale non avrebbe onestamente potuto tacerne a quel vecchio commilitone di suo padre, legionario d'America e veterano di Roma. Michele, sebbene in umilissimo stato, era quel che oggi si direbbe un uomo politico; e Lorenzo Salvani, se non era andato tant'oltre da lasciargli intendere che cosa aspettasse per sè dallo scoppio della congiura, aveva pur dovuto chiarire al suo fidato, com'egli ci fosse a capo fitto, per riuscire a raccomandargli di star zitto in casa, ed altresì a persuaderlo che volesse tenersi quella sera in disparte, per custodire la signorina Maria.
A questo non s'era piegato agevolmente il vecchio servitore, Le mani gli pizzicavano anche a lui, e un po' di governo provvisorio fatto con quelle sue mani, gli sarebbe parso doppiamente gustoso. Ma Lorenzo gli aveva dipinto con tanto vivi colori il pericolo di lasciar sola in casa Maria, e lo sgomento naturalissimo della fanciulla quando ella avesse udito far le schioppettate per le vie, che Michele, il quale amava la signorina quanto il signorino, anzi quanto l'Italia e la repubblica insieme, s'era finalmente rassegnato; e dopo aver promesso di starsene colle mani in tasca, aveva anche giurato di tenersi la lingua tra i denti, per non spaventare innanzi tempo la sua padroncina.
Aveva giurato, diciamo; ma serbava il giuramento a modo suo, sebbene colle migliori intenzioni del mondo, e col più saldo proponimento di non mettere la fanciulla in sospetto. Figuratevi che da parecchi giorni, in casa, mentre accudiva alle sue faccende, non faceva altro che canticchiare le canzoncine spagnuole. Ora, per Maria era segno di guerra, quando Michele cantava spagnuolo, e segno di guerra grossa, imminente, quando erano canzoni di genere gaio e soave. Michele somigliava in ciò a quel gran capitano che soleva dissimulare la gravità dei suoi disegni con qualche facile cantilena mormorata tra' denti. E più Michele era internamente agitato, più dava nell'arcadico; più era grave il sopraccapo, più gaia la canzone.
Già due o tre volte nei giorni precedenti la giovinetta aveva chiesto a Michele che cosa volessero dire quelle sue insolite riprese di canto spagnuolo.
—Nulla, nulla!—aveva risposto il servitore con aria impacciata.—Canto per distrarmi un tantino, la non ci abbadi!—
E poi, gli uscivano dette, tra una strofa e l'altra, certe frasi di colore oscuro, le quali non aveano nulla a strigare colle canzoni, nè con ciò ch'egli andava facendo. Ed ella ad interrogarlo da capo, ma senza cavarne un costrutto.
—È tempo di finirla!—aveva gridato Michele, proprio la sera innanzi, in quella che stava in cucina a rigovernare il vasellame da tavola, e non s'era addato della presenza della padroncina che passava lì presso.
—Che cosa?—aveva chiesto Maria, fermandosi sull'uscio.
—Nulla, signorina. Parlavo da solo come fanno i matti.
—Non avete detto che è tempo di finirla?
—Ah sì, certo, gli è tempo. Se comandassi io…
—Da bravo, Michele! Sempre colla politica?
—Che vuole, signorina? Il dente batte…. cioè, la lingua duole…. insomma, dico che se comandassi io, la finirei senza tanti discorsi…. Ma già, un giorno o l'altro, l'ha da venire, la resa dei conti; e certi stancapopoli…. Ma basta, acqua in bocca; se no, esco fuori dei gangheri.—
Questi discorsi non erano fatti, come i lettori argomentano, per raffidare Maria; Maria che aveva notato la crescente tristezza di Lorenzo; Maria che lo vedeva taciturno, chiuso in sè stesso, non d'altro sollecito che di sviare il discorso quando ella si faceva a chiedergli la cagione di quel suo umore malinconico; Maria infine che talvolta pregava Michele a volerla aiutare per vincere quella ritrosia di Lorenzo, e non otteneva altro da lui che diplomatici stringimenti di labbra.
Però, argomentate come fosse grande il turbamento della giovinetta, nella mattina del 29 giugno, allorquando Lorenzo fu uscito ed ella passando rasente l'uscio della camera di lui, sentì odore di bruciaticcio, ed entrata prontamente, vide ogni cosa sossopra, minuzzoli di carta ammonticchiati nel cestino, rimasugli di lettere arse in un angolo, le cassette del canterano mezzo aperte e quasi vuote, le poche carte rimaste incolumi accuratamente raccolte e legate, tutti i segni, infine, d'un lungo e paziente riordinamento, che, per la sua novità, non le presagiva nulla di buono.
Il cuore della poverina batteva, batteva forte, come se fosse ad ogni tratto per rompersi. Ella non giungeva a intendere le ragioni di quella lunga e molesta fatica; ma indovinava che una assai grave necessità l'avesse consigliata a Lorenzo.
Credete nei presentimenti? Noi sì, e abbiamo dalla nostra intelletti fortissimi; tanto è vero che al mondo c'è di molte cose oscure tuttavia, e non sempre la nuda ragione è norma ragionevole all'animale che pensa. Ora la povera Maria, alla vista di tutti quegli apprestamenti malinconici, sentì una stretta al cuore, che le diceva esser quel giorno uno dei più gravi, forse il più grave, il più triste, di tutta la sua vita!
Corse difilata da Michele; il quale, come la vide giungere con quel piglio risoluto, fece atto di non aver occhi se non per le sue faccende.
—Non mentite, Michele;—disse ella, guardandolo in faccia e costringendolo a guardarla del pari,—voi sapete qualcosa.
—Io nulla, signorina, proprio nulla.
—Nulla! di che?
—Ma…. di quello che vorrà dir Lei;—ripigliò impacciato Michele.
—Guardatemi bene in viso, se potete!—soggiunse Maria.—Troppo presto vi siete provato a negare. Stamane c'è qualcosa.
—Stamane? Oh no! che vuole Ella ci abbia ad essere stamane? Di mattina fa un bel dormire per molti, e chi dorme non piglia pesci.
—Suvvia, Michele, non istate a celiare sulle parole. Oggi c'è qualcosa di grave, e Lorenzo ci ha mano. Non mi dite di no; io so tutto.
—O come?—esclamò il servitore, spalancando gli occhi le braccia.—Egli le ha detto?…
—Ah! ci siete caduto?
—Come una bestia!—aggiunse mentalmente Michele.—Maledetta lingua! Ma veda, signorina, io non so niente…. cioè…. qualcosa ci ha da essere, ma ragazzate, cose da nulla; il signor Lorenzo c'entra come c'entro io, che non c'entro affatto; gliene hanno parlato, ed egli ne ha parlato con me…. Ma già, poi, non ne faranno niente….—
E voleva tirare innanzi su questa solfa; ma la signorina era diventata pallida, si sentiva venir meno, e cadeva su d'una scranna, in quella che colla mano tesa gli accennava di smettere quelle sue invenzioni. Qui il povero servitore perde veramente la bussola.
—Si faccia animo, padroncina! Se il signor Lorenzo giunge a risapere che mi son lasciato cavare il segreto di bocca, povero a me! Sono una talpa; anzi peggio; una talpa si sarebbe avveduta di qualche cosa. Animo, padroncina; non mi faccia quegli occhi!… La cosa non è grave come Ella immagina; neanco il diavolo è così brutto come si dipinge….
—Ditemi tutto, Michele!—gridò la fanciulla, afferrando le mani callose del veterano.—Ditemi tutto, se non volete vedermi morire d'angoscia!
—Oh, per l'anima di…. Morir lei! Ecco, le dirò ogni cosa; tanto ho cominciato, e chi ha fatto il male faccia la penitenza.
Così preso l'aire, il buon Michele ci andò proprio di punta, raccontando ogni cosa per filo e per segno a lei che stava ansiosa ad udirlo; come per quella sera medesima tutti i volenterosi avessero giurato di menar le mani, per metter Genova a tumulto, e così riuscir d'aiuto efficace a Livorno, a Napoli e ad altre regioni della penisola, le quali avevano da sollevarsi tutte, per farne una sola e libera famiglia; come una parte dei congiurati dovessero muovere all'assalto dei forti, altri impadronirsi del palazzo Ducale, costringendo le poche soldatesche del presidio ad uscir fuori le mura della città, altri piombar sulla Darsena, e ghermiti i legni da guerra che erano in porto, dar opera sollecita ad una spedizione navale per altre provincie italiane; e il resto in conseguenza. Ma Lorenzo? chiedeva Maria. Lorenzo doveva capitanare un centinaio d'uomini pronti ad ogni sbaraglio, quelli appunto che dovevano tentare il colpo dalla parte del mare, a mala pena i forti principali fossero caduti in mano del popolo; la qual cosa doveva accadere di prima sera, ed essere annunziata da un colpo di cannone dall'alto del forte Sperone, quindi….—
Quindi il discorso di Michele fu interrotto sul più bello da una scampanellata all'uscio di casa.
—Poveri a noi!—gridò il servitore, balzando al suono improvviso.—Questi è il signor Lorenzo. Se egli sa ch'io non ho tenuta la lingua a segno, sono un uomo spacciato. Padroncina, mi raccomando….—
La giovinetta lo raffidò con un gesto, e in quella ch'egli andava ad aprir l'uscio, ella si ridusse nella sua camera da lavoro. Giunta colà, si assise al suo deschetto, nel vano della finestra, e tolse tra mani il suo ricamo; ma la poverina, era cosiffattamente fuori di sè, che non potè mettere un punto, e rimase colla mussolina tra le dita, le braccia prosciolte sulle ginocchia, gli occhi sbarrati, immobile come una statua.
Pochi minuti dopo, Lorenzo entrava nella camera della fanciulla, colle labbra composte a sorriso. Maria non si addiede di quel sorriso, tanto era turbata; ma ben s'avvide Lorenzo del turbamento di lei, e il sorriso col quale s'era studiato d'ingannarla, scomparve d'un subito, cedendo il luogo alla consueta mestizia.
—Maria,—diss'egli avvicinandosi,—oggi sono a pranzo fuori….—
Voleva aggiungere: con l'Assereto; ma non ardì. Al primo vederla, aveva rapidamente, quasi istintivamente, capito che quello non era tempo da mendicar pretesti, sibbene da disporsi a gravi ragionamenti, con schiette ed aperte parole.
—Lo so;—aveva risposto la giovinetta, crollando lievemente il capo e senza alzar gli occhi verso Lorenzo.
—Come?… sapevate….
—So tutto, io.
—Ah! Michele ha parlato….
—No, non accusate il povero Michele. Ho indovinato, la mercè di questo (e accennava il cuore) che non mi ha ingannata mai. Ditemi ora, Lorenzo, quali sono le vostre speranze? che cosa pensate di fare?—
Il giovine, andato a sedersi su d'una scranna di rincontro alla parete, rimase taciturno guardando il pavimento. La fanciulla non udendo risposta alla sua domanda, incalzò:
—Voi non siete uso a mentire, Lorenzo, fratello mio; vi ho udito sempre a dire la verità, anche se dovesse tornarvi a danno. Parlate dunque; sperate di esser utile alla patria vostra, con ciò che tentate?
—No!—rispose asciuttamente, dopo una breve pausa, il giovine
Salvani, senza alzar gli occhi da terra.
—No, voi dite? E allora, perchè tentate?—L'interrogazione della fanciulla, ricisa, diritta, sibilò come uno strale all'orecchio di Lorenzo. Tremò egli, ma non rispose parola, disponendosi a sviare il discorso.
—Non parliamo di me!—disse poscia,—parliamo di voi. Stamane, rassettando le mie carte, ho dovuto aprire la cassettina d'ebano, e leggere il segreto de' vostri natali. Nè avrei dovuto ragionarvene io, sibbene un altro, stasera o dimani; cioè a dire Aloise di Montalto…. vostro cugino.
—Che dite voi mai?—proruppe Maria, lasciando cadere il ricamo che aveva tra le mani sospeso.
—Sì, vostro padre era un Montalto. Vostra madre, povera donna, ha molto patito, o Maria. Ella vive; è libera, ora, e padrona di sè; quando conoscerà la sua figliuola da tanti anni perduta, l'amerà, l'amerà!—
La sospensione che s'era fatta nell'animo di Maria alle prime parole di Lorenzo, cessò tutto ad un tratto. Un altro pensiero, più grave, più urgente, le ingombrava lo spirito.
—E perchè avete aperta la cassettina?—dimandò ella, piantando gli occhi in viso a Lorenzo.
—Perchè…. perchè non potevo lasciarvi, o Maria, senza prima aver provveduto ai casi vostri.
—Ai casi miei! è presto provveduto,—soggiunse ella, con accento di profonda intenzione.—La mia sorte non si dipartirà dalla vostra. Senza voi, senza la casa vostra, che sarebb'egli avvenuto della povera bambina?… Ricordo,—proseguì con tono solenne,—ricordo i primi anni della mia infanzia, e un uomo dai capegli neri, dal viso pallido e severo, che mi teneva sulle sue ginocchia, e mi baciava e piangeva, ed io, aggrappandomi a lui, gli gridavo: «babbo, non piangere!» Vedete, Lorenzo, questo ricordo d'infanzia era il mio segreto, il mio unico segreto, che ho custodito gelosamente dentro di me, senza mai farne parola ad alcuno; un ricordo che spesso mi assaliva, e che, fatta più grandicella, mi stemperava in lagrime, nella solitudine della mia cameretta. Ricordo altresì che fui posta un giorno, non so il come nè il quando, in compagnia d'una vecchia dama, e che io dimandavo del babbo e piangevo. Ella mi rispose che mio padre era in cielo, e m'insegnò a giungere le mani, e a pregare per lui. Io non so molte orazioni; ma questa preghiera non l'ho mai dimenticata. Da quel tempo, ogni mattina, ogni sera, ho giunte le mani ed ho pensato a mio padre, la cui faccia pallida, severa, lagrimosa, mi stava davanti agli occhi. Poi, venne un signore che sulle prime mi parve mio padre, e rammento che corsi ad abbracciargli le ginocchia, chiamandolo babbo.—Sì, bambina, chiamami con questo nome!—mi disse egli con una voce soave, che voi conoscete, o Lorenzo;—d'ora innanzi io sarò veramente tuo padre.—E andai con lui di buon grado, come se lo avessi conosciuto ed amato da un pezzo. Ed egli mi fu padre davvero, e mi diede anche una madre; la vostra; quell'angelica donna, sulla tomba della quale egli è andato a morire, amante disperato; accanto alla quale egli riposa, da due anni, nel camposanto di Montobbio. Perdonatemi, Lorenzo, se io turbo l'anima vostra con queste dolorose ricordanze. Esse sono, come per voi, sacrosante per me; ho vissuta la vostra medesima vita; sono cosa vostra, io, e i vostri son miei. Così ha voluto il cielo; così voglio pur io. Il passato non si distrugge, Lorenzo; esso è la catena che ci lega al futuro. Una nuova famiglia! Una madre che mi amerà!… Ma io l'ho avuta, una madre; ed era Luisa Salvani. La nuova, di cui mi parlate, mi darà essa un fratello? Mi darà essa colui che correva gaio al mio fianco? colui che bambina mi baloccava colle sue arti fanciullesche? colui che più tardi ha patito per me e con me? colui che fu la mia guida, la mia salvezza, la mia vita? Andate, Lorenzo; fate ciò che vi consiglia il cuor vostro; ma non chiedete a Maria di strapparsi il cuore dal petto, e di vivere, quando tutto il passato, tutto il suo dolce passato, dintorno a lei fosse morto!—
E pronunziate queste ultime parole, la povera fanciulla diede in uno scoppio di pianto. Lorenzo Salvani pallido, ansante, non aveva potuto interromperla; non sapeva che risponderle. L'animo suo durava una guerra la quale ai lettori sarà più facile argomentare, che non a noi raccontare.
—Maria! Maria!—gridò egli perduto.—voi mi straziate l'anima con queste parole. Abbiate pietà di me, ve ne supplico. Lorenzo, il vostro povero fratello, non è più buono a nulla su questa terra. Non vedete? Il destino mi perseguita, m'incalza; la mia vita è senza luce di allegrezza presente, senza un barlume di speranza lontana. Ella è buia buia, paurosa, come un sogno d'infermo, trabalzato senza posa di dolore in dolore, di sgomento in sgomento. Siate pietosa, o Maria, a un uomo il quale non ha più coscienza di sè; lasciate che il mio fato si compia!
—Quanto dolore. Dio santo!—proruppe Maria in un impeto di angoscia prepotente, suprema, che le tolse ogni misura, ogni rispetto di sè:—quanto dolore, per una donna che non vi ama! Ma che ho fatto io a quella donna, perchè ella abbia da uccidermi in tal guisa?—
Sussultò Lorenzo a quelle parole, che il soverchio dell'amarezza dettava a Maria; ma egli era tuttavia lontano dallo intenderne il perchè.
—V'ingannate, sorella;—rispose con accento sicuro;—io non amo quella donna che voi dite: non la ricordo nemmeno.
—Giuratelo!
—Per tutto quanto ho di più sacro al mondo; per la memoria venerata dei miei parenti, che voi avete invocata testè, per voi medesima, lo giuro; quella donna mi ha fatto del male, ma da gran tempo io la ho dimenticata, e dimenticati i dolori che mi vennero da lei; ella ora è per me come non fosse vissuta mai.
—E perchè dunque volete morire? Perchè,—soggiunse con piglio deliberato la fanciulla,—io vi ho inteso, Lorenzo. Voi avete dato sesto a tutte le cose vostre, come un uomo che si dispone ad uscire di vita. Perchè dunque volete morire?
—Perchè? Ve l'ho detto. Perchè la vita m'è in uggia, non potendo io quind'innanzi esser utile ad alcuno; perchè v'hanno nella vita gradi di decadenza, sotto i quali non c'è più altro che l'abbiettezza; momenti in cui il soffrire pazienti, il volere aggrapparsi all'esistenza, sarebbe viltà senza pari. Voi siete giovine, bella, soave; voi dovete essere felice, se Dio è giusto con anima nata. Perduto me, non rimarrete già sola; che anzi, rotto il legame di una oscura e turpe miseria, il segreto svelato dei vostri natali vi condurrà ad un'altra e più lieta, quanto più vera famiglia; dove sarà altissimo conforto alla mia tomba se ricorderete con memore affetto i Salvani, e penserete che valevano assai più del loro miserando destino; dove, povera colomba raccolta finalmente sotto l'ala materna, riposerete le membra e lo spirito affaticato dal turbine che vi aveva divelta dal nido. Ora sapete tutto, Maria; lasciate che il vostro fratello di adozione se ne vada con Dio, a cercare egli pure, ma in una mareggiata di sangue, il riposo che non ha avuto e che non potrebbe trovare sulla terra.—
In quella che Lorenzo parlava, il volto della giovinetta si andava facendo cupo sotto l'impressione d'un fiero disegno, come il mare s'infosca sotto il riflesso di un temporale che si addensi nell'aria.
—Andate, Lorenzo;—diss'ella con voce lenta ma risoluta, mentre si alzava dalla scranna, quasi volesse rendere le sue parole più solenni col gesto;—andate a cercar quella morte che vi è tanto cara. Io pregherò per voi, quando uscirete di qui: vi aspetterò fino a domani, e poi, ve lo giuro innanzi a Dio che ci ascolta, vi seguirò nella morte.
—Ma voi….—soggiunse titubante Lorenzo:—voi avete una madre….
—Che importa,—gridò la fanciulla (e così parlando apparve come trasfigurata agli occhi di lui)—se non avrò più voi sulla terra, voi, Lorenzo, mio sole, mia luce, mia vita?
—Maria!… Maria!…—esclamò il giovine, balzando in piedi a sua volta, e guardandola in viso trasognato, come uomo che non sa se debba aggiustar fede a' suoi sensi medesimi.
La fanciulla sostenne animosa lo sguardo, quasi volesse dirgli ch'egli si apponeva al vero, e, quantunque il volto fosse tutto una fiamma, proseguì con sublime ardimento:
—Orbene, morite adesso, se vi dà l'animo di farlo, e uccidete me pure. Io v'ho detto ogni cosa.—
Fatta questa confessione, si mosse dignitosa come una regina, per uscir dalla camera.
Lorenzo rimaneva tuttavia al suo posto, incerto, quasi istupidito, a guardarla; ma come la vide già presso l'uscio, mosso da uno di que' pensieri che, ratti a guisa d'un lampo, illuminano d'un guizzo i più oscuri recessi dell'anima umana, non corse, precipitò a' suoi piedi, le afferrò la mano e la baciò.
—Vi amo. Maria, vi amo!—
Qual foste allora, o divina fanciulla, e che arcano struggimento fu quello del vostro nobilissimo cuore, quando udì, diciam male, quando bevve la confessione dell'uomo diletto? Come v'hanno parole che tolgono, così ve n'hanno altre che dànno la vita.
Pallida in quel momento quanto s'era fatta rossa dapprima, ansante, tremebonda, chinò gli occhi a guardarlo. Nuovo, insolito, era lo stato dell'animo, com'era insolito e nuovo quello stato di cose tra essi, vissuti fino a quel giorno nella inesplorata tranquillità di un affetto fraterno. La faccia del giovine era rivolta a lei, e lo sguardo fiso, fiammante, le diceva, le ripeteva «vi amo» dimostrandole che un amore profondo, immenso, era balzato fuori, aveva rotta ed invasa quella calma superficie della tenerezza fraterna, in quella medesima guisa che dagli occhi e dalle parole di lei, in un momento di angoscia suprema, erasi sprigionato il suo, con tutto l'impeto di un vergine cuore. E il capo di Maria si chinò allora sul capo di Lorenzo, e le sue labbra attratte da un'arcana virtù, sfiorarono i capegli dell'amato.
—E adesso andrete, Lorenzo, poichè avete promesso….
—Andrò…. andrò…. ma non ho più nessuna voglia di morire.—