VI.
Dove si legge di tre naviganti che avevano perduta la bussola.
Per tutto ciò che vi abbiamo raccontato, Enrico Pietrasanta non potè consegnare all'amico la lettera di Lorenzo Salvani se non a notte alta, quando finalmente rimasero soli nel quartierino serbato dal marchese Antoniotto a' suoi ospiti. Ora, a mala pena l'ebbe scorsa da capo a fondo, il giovine Montalto rimase come trasognato. Lo scritto del Salvani diceva troppe cose e troppo poche ad un tempo, svegliando nell'anima di Aloise, insieme coll'ansietà dell'amico, la curiosità dell'uomo, la sollecitudine del cavaliere, la pietà del congiunto.
Però, lasciamo argomentare al lettore con che impazienza Aloise aspettasse il mattino. E sebbene molti altri pensieri, frutto delle prime cortesie usategli dalla donna amata, gli stessero in mente, dobbiamo pur confessare, ad onor suo, ch'egli era assai più sollecito di correre in città che non di rimanere lassù, a sperimentare, nella sua continuazione, la dolcezza di questi scherzi e guerricciuole di donna, che mostra per la prima volta di accorgersi dello amore di un uomo.
Al primo romper dell'alba, egli era già in piedi e raccomandava ad Enrico Pietrasanta, di non metter due ore a vestirsi, come soleva. Ma Enrico, fin dal giorno innanzi, col Salvani, aveva mostrato di sapere alla occorrenza far presto: quella mattina, poi, non era meno impaziente dell'amico Aloise. Per tal modo egli avvenne che le sei non erano anche suonate, e già i due amici passeggiavano davanti al vestibolo, aspettando che il __landau__ fosse pronto per la partenza.
Il palazzo Torre Vivaldi non aveva ancora schiusi gli occhi alla tiepida luce del mattino; la qual cosa, ridotta in istile volgare, significa che le persiane erano tutte chiuse, sulla facciata, e che i signori del luogo dormivano, o ne facevano le viste.
Nel salire in carrozza, gli occhi di Aloise si volsero furtivamente a una persiana del secondo piano, e il suo fazzoletto bianco, cavato di tasca, con atto che voleva parer naturale, andò a stropicciargli la fronte, dove non c'erano sudori da tergere, ma donde per avventura si sprigionavano saluti, giaculatorie, alla diva del luogo. Era dessa in piedi, la diva, dietro le stecche di quella persiana? Il cuore gli diceva di sì; gli veniva persuadendo che la bellissima donna, svegliata dallo scalpitar dei cavalli innanzi al vestibolo, fosse discesa dalle molli piume e, ravvolta nel suo peplo mattutino, stesse dal vano della finestra a vederlo partire. S'ingannava egli, forse; noi non diremo ne sì, nè no; lasciamolo nel suo dolce inganno, o nella sua dolcissima certezza, secondo i casi.
I rovàni del Pietrasanta fornirono rapidamente la corsa da Quinto a Genova. Colà, presso l'entrata di porta Pila, un insolito moto, un affollarsi di gente curiosa, svegliò l'attenzione di Enrico.
—Che è ciò?—domandò egli, senza por mente che Aloise non gli avrebbe potuto rispondere.—Perchè tutti quei capannelli affaccendati, che guardano verso la porta?—Passato il ponte levatoio e l'androne, la curiosità del Pietrasanta si mutò in maraviglia. Drappelli di soldati, coi fucili al piede, vigilavano l'entrata, e visitavano, frugavano, quanti dessero loro nell'occhio, dei viandanti che venivano di fuori. Un carrozzone, di quelli che son chiamati latinamente __omnibus__, e che onestamente non avrebbe dovuto servire a nessuno, tanto era sgangherato, sudicio e polveroso, stava per l'appunto lì fermo, e i viaggiatori malcapitati avevano a sbottarsi la giubba e rivoltare le tasche al cospetto dei vigili.
I due amici si ricambiarono le loro considerazioni, in quella che un sergente, più a modo di formalità che di precauzione, dava una sbirciata in quel cocchio, la cui fresca vernice, la fodera di seta, lo stemma dipinto sugli sportelli e il cocchiere gallonato a cassetta, non davano certamente aria, nè odore, di rivoluzione. E il frutto di quelle loro considerazioni si fu, che, in cambio di andar prima a casa loro, smontarono in piazza Carlo Felice, e, scesi da' Luccoli, si recarono tosto all'uscio di Lorenzo Salvani.
Ma qui, suonarono inutilmente due volte; l'uscio rimase chiuso, la casa muta come una tomba. Aloise ed Enrico si guardarono in volto, senza far motto; poi suonarono una terza volta, una quarta, e, a farvela breve, scampanellarono a riprese per forse dieci minuti. In quella casa, di sicuro, non c'era anima nata. E la sorella adottiva di Lorenzo, fuori anche lei? E Michele, dov'era egli andato a far capo?
Turbati, senza un concetto in mente, uscirono per le vie, dove seppero del tentativo fallito la sera innanzi e dei pericoli che aveva corso la cosa pubblica; pericoli ingranditi nell'universale dalla paura del caso recente e dalla ignoranza de' particolari. Certo il Salvani era imprigionato, o nascosto; ma la fanciulla? ma il servo? E i due amici di Lorenzo, in queste indagini al buio, si andavano stillando inutilmente il cervello.
Due ore dopo, sperando che qualcuno ci sarebbe finalmente tornato, andarono di bel nuovo a casa Salvani. Ma, in quella che facevano le scale, ebbero a persuadersi che era un altro viaggio inutile, il loro; poichè qualcuno stava martellando e scampanellando disperatamente all'uscio, in quella medesima guisa che essi avevano fatto dapprima.
—Basta; vediamo intanto chi sarà quest'altro;—disse Aloise.
E, seguendo la buona ispirazione, continuarono a salire le scale. Alla loro comparsa sul pianerottolo, quegli che stava all'uscio si volse, e il Pietrasanta e il Montalto lo ravvisarono; era l'Assereto, l'Assereto, che, com'essi, veniva a cercar di Maria e di Michele per la seconda volta in quella mattina.
—Oh, alla perfine troviamo un amico!—esclamò Aloise.—Orbene, non c'è alcuno?
—Che volete? Suono, sto per dire, da un'ora, e nessuno mi apre.
—Noi siamo già stati….—disse il Pietrasanta.
—E anch'io,—rispose l'Assereto,—ma, come stavolta, ho trovato faccia di legno.
—E il Salvani, quando lo avete veduto?—dimandò
Aloise.
—Stanotte, nel tornare a casa, dov'egli era ad aspettarmi. Saprete del tentativo di iersera?….
—Sì, e appunto per ciò temevamo.
—Oh, quanto a lui, gli è in salvo, sebbene siano venuti i carabinieri a rovistargli la casa.
—Quando?
—Iersera, sulle dieci. Venne appunto il Michele, in fretta in furia, ad avvisarmene, ed io corsi dalla signorina, la quale era in uno stato da far compassione. I messeri del pennacchio, entrati nella camera di Lorenzo, avevano frugato dappertutto, ed erano usciti portando con sè una cassettina….
—D'ebano?—chiese, interrompendolo, con aria di grave ansietà, il marchese di Montalto.
—Sì, d'ebano; ne sapevate qualcosa?—dimandò stupefatto l'Assereto; ma tosto, col piglio di un uomo che si ricordi, proseguì:—ah! è vero; Lorenzo mi ha detto, per l'appunto, questa notte, della lettera che aveva mandata a voi. Sapete dunque il segreto, come ho dovuto saperlo anch'io. Ora notate; quella cassettina è l'unica cosa che i carabinieri hanno portata via di casa Salvani.
—Strano!—esclamò il Pietrasanta.
—Stranissimo!—rincalzò l'Assereto.—Il nostro amico, a dir vero, non aveva, rispetto a politica, nessuna carta di rilievo; che anzi aveva bruciato, o fatto a pezzettini, ogni cosa. Ma, se nulla c'era di ghiotto pel Fisco, essi certamente non lo avevano da sapere, e, secondo ogni più ragionevole presunzione, dovevano frugar dappertutto per trovare, se potevano, il fatto loro. Dico bene?
—Ottimamente! Proseguite!—rispose Aloise, che teneva dietro alle argomentazioni dell'Assereto con molta attenzione.
—Orbene, Michele mi ha detto, e la signorina mi ha ripetuto, che quei tutori dell'ordine pubblico, entrati deliberatamente nella camera di Lorenzo, andarono difilati al canterano, e, dopo aver posto sossopra tutto quanto era nelle cassette, sparpagliate le carte senza leggerle, buttate a rinfusa sul pavimento le camicie, i fazzoletti, e quanto poteva riuscire d'impedimento alle loro ricerche, adunghiarono la cassettina d'ebano, e senza pure fermarsi ad aprirla, se ne andarono via. Michele, vecchio soldato e punto rispettoso verso i rappresentanti dell'ordine, s'era provato a far loro qualche rimostranza; ma il brigadiere gli aveva risposto: «in nome della legge! noi facciamo il nostro dovere» e s'era allontanato, insieme cogli altri, che ridevano a crepapelle.
—E la signorina Maria, chiese il Montalto,—non sapeva nulla di ciò che conteneva la cassettina?
—Sì, lo sapeva; Lorenzo gliene aveva fatto cenno, innanzi di andare al suo posto di combattimento.
—E perchè allora non farsi innanzi, e dire a quei signori: badate, in quella cassettina non son carte per voi, ma cose di famiglia, le quali non hanno alcuna attinenza con ciò che cercate?
—Che volete? La signorina era fortemente commossa; e turbata dalla assenza del fratello, di cui conosceva le cagioni, sto per dire che non pensava nemmeno ai segreti della cassettina d'ebano. La prima e l'unica cosa che mi domandò, a mala pena mi ebbe veduto, fu questa: «e Lorenzo? dov'è Lorenzo?» Io non potei dirle nulla, poichè, come vi ho raccontato, io lo vidi soltanto a notte alta, quando ebbi fatto ritorno a casa. Ella era in un'ansia mortale, la poverina, ed io non venni a capo di racconsolarla. Partii promettendole di cercar Lorenzo, di metterlo in salvo, e di tornare stamane, a ragguagliarla d'ogni cosa che avessi potuto fare per lui. E difatti, Lorenzo è in salvo, a quest'ora. I soldati, carabinieri e sergenti di pubblica sicurezza che vegliano alle porte, per visitare chi entra, non badano ancora molto attentamente a chi esce; e Lorenzo, travestito da contadino, è andato ad uscire tranquillamente dalla porta degli Angeli.
—Questo è già tanto di guadagnato;—notò Aloise di Montalto; ma la signorina…. E si trovasse almeno il servitore!…
—Voi lo vedete! Scomparsi!—soggiunse l'Assereto;—scomparsi, mentre io venivo a portar novelle di ciò che avevo fatto, non senza fatica, tra le quattro e le sei di questa mattina.
—C'è un grave mistero, qui sotto!—disse, crollando il capo, Enrico
Pietrasanta.
—È quello che penso anch'io;—ripigliò l'Assereto;—ma come scoprirlo? Darei, ve lo giuro, metà del mio sangue.—
In quella che così ragionavano, senza conchiuder nulla, si udì il rumore di un catenaccio che scorreva negli anelli, e di un uscio che rimessamente, timidamente, si apriva, alla svolta del pianerottolo.
All'Assereto, che era pratico di quelle scale, venne come un raggio di speranza, nello udire lo strepito di quell'uscio che si apriva. Fu in due salti all'altro capo dell'andito; scese uno scalino, e si parò innanzi a quell'uscio, dalla cui breve apertura compariva, in atto tra curioso e guardingo, una donna attempata, come dimostravano i suoi capegli grigi e un cuffione bianco, ornato di cannoncini, alla foggia delle nostre vecchie massaie.
—Scusi,—disse l'Assereto, mettendo una mano al cappello, e accennando rispettosamente coll'altra alla vecchia signora, che volesse ascoltarlo;—eravamo venuti a chiedere del nostro amico signor Salvani, e nessuno ci risponde.
—Li ho uditi già parecchie volte suonare, in questa mattina;—risponde la vecchia;—e adesso, parendomi di udire un certo bisbiglio sul pianerottolo, era venuta a vedere chi fosse. Ma Lei, mi par di conoscerla….
—Sì sono un amico di casa Salvani, e ci sono stato ancora iersera.
Dovevo tornare questa mattina per certi ragguagli dalla signorina
Maria.
—Oh, poverina!—interruppe la vecchia signora, che, ravvisando un volto amico, aveva spalancato l'uscio e messa in moto la lingua;—se Ella sapesse che notte ha passata, aspettando suo fratello! Veda, quantunque io fossi sola in casa, perchè mio figlio è partito ieri mattina alla volta di Torino donde tornerà posdimani, quando ho sentito tutto quel viavai di carabinieri, non mi sono potuta trattenere dallo andare a chiedere alla povera ragazza se avesse bisogno di qualcosa. Mi ringraziò, dicendomi che non voleva nulla; ma più tardi, verso la mezzanotte, venne il suo servitore da me per dirmi che egli andava in cerca del padrone, e che io volessi tener compagnia alla signorina, che rimaneva sola. Andai, e rimasi presso di lei fino alle due, cercando di consolarla, perchè la era come disperata. Oh, questi giovanotti non ne hanno mai abbastanza, colla loro politica! Se pensassero che hanno una famiglia, a cui non lasciano che gli occhi da piangere….
—Scusi;—interruppe l'Assereto,—ma il servitore, a che ora tornò in casa?
—Oh, così fosse tornato! Ma si perdette anche lui, e la poverina volle ad ogni costo che me ne tornassi in casa, per dormire un pochino. Ma come si fa a dormire, dopo tanto rimescolo? Io non ho potuto chiuder occhio fino all'Avemaria. Ma che crede, che la fosse finita? Appunto allora, odo bussare all'uscio. Che è, che non è? Una donna, che, a quell'ora, in compagnia d'un vecchio, viene a cercare della signorina Salvani. Avevano fatto errore da un uscio all'altro. E difatti, per chi sale quassù al buio, e non vede la svolta del corridoio, sembra che questo sia l'ultimo uscio della casa.
—Chi poteva essere questa donna?—esclamò l'Assereto.—Ella, non è venuta a capo di conoscer chi fosse?
—Io l'ho a mala pena intravveduta dall'uscio che avevo aperto a mezzo, senza levar la catena. Risposi che i Salvani stavano all'altra porta, in fondo al corridoio, e richiusi l'uscio. Tuttavia, rimasi qualche minuto ad origliare, per sincerarmi se entravano dalla signorina Maria. E diffatti, poco dopo, suonavano all'uscio dei Salvani, e la poverina, udendo una voce di donna, aperse e fece entrare quelle due persone in casa. Mezz'ora dopo, udito uno stropiccìo di piedi nell'andito, io, che come lor signori potranno immaginarsi, non avevo più potuto pigliar sonno, venni nell'anticamera, e mi accorsi che scendevano le scale, insieme colla signorina, della quale intesi la voce.
—Chi sa? Forse erano congiunti della famiglia;—disse l'Assereto, tanto per dir qualche cosa.—Ma non abusiamo più oltre della sua cortesia. La prego, se torneranno in casa, a dir loro che Giorgio Assereto, con altri amici del signor Lorenzo, sono venuti due volte, stamane, a chieder notizie.
—Non dubiti; sarà fatta la commissione, appena udrò giungere qualcheduno della famiglia a metter la chiave nella toppa.—
E qui, ricambiate poche altre parole di commiato, i tre amici infilarono le scale per uscire.
—E adesso?…—chiese il Montalto, quando furono sulla strada.
—Adesso,—rispose il Pietrasanta,—ne sappiamo come prima.
—Adagio!—entrò a dire l'Assereto.—Sappiamo che qualcosa di grave è accaduto, e la polizia, che ha avuto mano nella perquisizione, avrà il bandolo del rimanente.
—Lo credete?—dimandò, con aria dubbiosa, il
Montalto.
—Credo,—rispose l'Assereto,—che sia questo l'unico partito a cui possiamo appigliarci. Che cosa vedete voi di più efficace?
—Nulla, in fede mia! Andiamo dunque al palazzo
Ducale.—
Si era in gran faccende, quella mattina, nel palazzo Ducale. L'intendente (oggi si direbbe il prefetto) non intendeva niente; e strepitava perchè dovessero intendere gli altri. L'assessore capo pigliava il ranno, e lo rovesciava in capo alla turba minore de' suoi satelliti. Il generale del presidio mandava ordini e contr'ordini. L'avvocato fiscale sguinzagliava tutta la falange dei giudici istruttori. E tutti i campanelli, di qua e di là, di su e di giù, erano in moto, come le gambe dei sergenti, degli uscieri, e, a farla breve, di chiunque avesse qualchedun altro sopra di sè, nella gerarchia degli uffizi. Gran lavoro, troppo lavoro, per un ultimo giorno di trimestre!
Quella mattina, di sicuro, l'assessore capo non dava udienza ad ogni sorta di gente. E già alla dimanda dei tre amici, l'usciere aveva risposto, con breviloquenza spartana: «__occupato__.» Ma essi, tenaci, cavarono fuori i loro biglietti di visita, e dissero all'usciere che avrebbero aspettato risposta. E l'usciere, veduti tre nomi accompagnati da tre stemmi (perchè l'Assereto, quantunque non la pretendesse a marchese, conosceva le prerogative del suo casato), si persuase che quei signori francassero la spesa dell'ambasciata. Nè s'ingannava. Un minuto dopo, tornava frettoloso in anticamera, per sollevare rispettosamente la portiera, e dire ai tre visitatori: «Il signor Cavaliere li prega di entrare.»
Il signor Cavaliere era un uomo di quarantacinque anni, o in quel torno, da' capegli brizzolati, che portava sempre tagliati alla radice, e dal volto affatto ignudo, il quale lasciava scorgere in tutta la loro bellezza le cento grinze di un sorriso, che vi era come stereotipato, ed aiutava alla sua nominanza d'uomo piacevole e di belle maniere. Aveva fama altresì d'uomo avveduto; ma in quei giorni era stato ad un pelo di perderla, e quella mattina ancora egli non era ben certo di non aversela guastata davvero. Però il sorriso stereotipo del suo volto arieggiava la smorfia, e il saluto ch'egli fece ai tre signori era a mala pena quel tanto che occorreva, per istare alle buone creanze. Gli atti, poi, volevano dire assai chiaramente: «Signori, è proprio per le vostre pergamene che vi ho fatto entrare; sbrigatevi!»
—Signor cavaliere,—incominciò Aloise,—la cagione che ci conduce da Lei è molto grave, e forse Ella, ne' momenti in cui siamo, non crederà opportuno di darci le informazioni che siamo venuti per chiederle.
—Dica, ad ogni modo, signor marchese, e dove io possa…. senza nocumento….
—Una perquisizione,—proseguì Aloise,—è stata fatta iersera in casa di Lorenzo Salvani….
—Salvani! La scusi,—interruppe l'assessore,—conosco questo nome.
Non sarebbe, per avventura quello di un signore che ebbe un duello con
Lei?
—Per l'appunto, e di presente amicissimo mio. Ora, nella perquisizione fatta iersera in sua casa….
—Perquisizione!—esclamò il magistrato, stringendosi nelle spalle.—Aspettino, dò un'occhiata ai rapporti, per sincerarmene; ma, se ben ricordo, nessuna perquisizione è stata fatta in casa Salvani.
—È stata fatta dai carabinieri;—entrò a dire l'Assereto;—e forse
Ella non ne avrà avuto ragguaglio.
—Oh, in questi negozi si procede d'accordo,—rispose l'assessore capo, in quella che andava scartabellando alcuni fogli che aveva sulla tavola, di costa allo scannello,—ed io, se la perquisizione è stata fatta, avrei pure a saperne qualcosa. E infatti, qui non trovo nulla di ciò.
—Diamine!—borbottò l'Assereto.—O come va, questa faccenda?—
E guardò in viso agli amici, stupefatti al pari di lui. Quindi, richiesto dall'assessore, raccontò per filo e per segno quello che egli aveva udito da Michele e dalla signorina Maria, non ommettendo neppure la conversazione fatta pur dianzi colla vicina di casa.
—Non ne capisco un ette!—disse l'uffiziale di pubblica sicurezza, quando l'Assereto ebbe finito la sua narrazione.
—L'Autorità non ha ordinato nulla di tutto quanto Ella mi dice.
—Ma, in tal caso,—soggiunse Aloise,—qui si chiarirebbe una bricconata, anzi due, di privati….—
Il signor cavaliere si strinse nelle spalle, giusta il suo costume, quasi volesse dirgli: che ci ho da far io?
—E l'Autorità,—fu pronto a seguitare il Pietrasanta,—certamente si farà debito di scoprire….
—Signori miei,—interruppe il magistrato, increspando la faccia alla solita smorfia,—molte cose abbiamo da scoprire quest'oggi. Lor signori intenderanno che le questioni d'ordine pubblico hanno la precedenza. Del resto, se vogliono, possono raccontare il fatto all'avvocato generale…. non oggi, s'intende, poichè ci avrà molto da fare pur egli, ma domani, o poi….—
Così dicendo, il signor cavaliere si alzò; maniera pulita di dir loro: andatevene, signori, che non ho tempo da perdere.
E i tre amici, intesa la mimica, e veduto come il degno tutore dell'ordine pubblico avesse quel giorno altro in capo che quella bagattella di una perquisizione apocrifa e della scomparsa di una fanciulla, si accomiatarono da lui.
—E adesso, indovinala, grillo!—esclamò il Pietrasanta, come furono nell'atrio del palazzo Ducale.
—In questo imbroglio,—disse Aloise,—c'è sicuramente la mano di qualche matricolato furfante. Ma giuro, per l'anima di mia madre, che ne verrò in chiaro, e guai a lui!
—Ci avrete compagni, Aloise,—soggiunse l'Assereto porgendogli la mano,—compagni nel giuramento e nelle opere. Ora leviamoci di qua, e chiamiamo senza indugio i pensieri a capitolo.—
VII.
Nel quale si racconta chi fossero i Templarii.
I Templarii! chi erano i Templarii?
Oh bella! risponderà l'erudito lettore. Erano i cavalieri di quell'ordine tra religioso e militare, che, fondato nel 1118 da nove cavalieri francesi, ebbe il nome dalla dimora che gli assegnò Baldovino II in Gerusalemme, in un palazzo attiguo al luogo dell'antico tempio di Salomone. I cavalieri del Tempio erano ordinati dapprima a soccorrere, curare e proteggere i pellegrini cristiani in Terra Santa; poscia l'ufficio loro si stese, anzi addirittura si volse, a difendere coll'armi la fede di Cristo e il Santo Sepolcro contro gli assalti degli infedeli. Più tardi, ricaduta Gerusalemme in balìa dei Saraceni, i Templarii si ridussero nell'isola di Cipro, donde proseguirono la guerra giurata, combattendo sul mare, o tentando audacissime imprese sui lidi nemici. Sterminatamente ricchi e possenti, avevano, intorno al 1250, alta e bassa signoria su novemila baliaggi, commende, priorati; la più parte de' quali in Francia, dove la baldanza loro, le mire ambiziose, e i tenebrosi instituti dell'ordine tornarono molesti a Filippo il Bello, per modo che egli pensò di sterminarli, e ne venne a capo, col ferro, col fuoco, e colle scomuniche di Clemente V, suo degno compare.
Il lettore erudito ha ragione; parla come un libro stampato, nè si potrebbe, per questo rispetto, insegnargli nulla di nuovo. Ma noi scriviamo cronache contemporanee, non storie antiche, e qui non si tratta dei Templarii, spenti nel 1314, sul rogo del loro gran maestro Giacomo Bernardo di Molay, bensì d'un altro ordine, assai più moderno, cioè a dire dei Templarii che fiorivano in Genova, nell'anno 1857, e non furono spenti da altri roghi, se non da quelli del matrimonio, da altre tanaglie, se non da quelle della necessità, da altre ruote, se non da quella della mutevole fortuna, da altri __in pace__, se non da quelli della spietata vecchiaia.
Ordine, sodalizio, compagnia, e simiglianti, non sono vocaboli adatti a significarvi che cosa fossero i nostri Templarii di Genova. Essi erano, o, per dire più veramente, formavano un __quid__, che sfugge a tutti gli uncini, a tutte le strette della definizione. Anzitutto, perchè si chiamavano Templarii? Forse perchè erano cavalieri nati d'ogni più arrisicata intrapresa, e nelle loro adunanze non ammettevano donne. Entravano scudieri, e poscia diventavano cavalieri. Tutto ciò si faceva naturalmente, senza bisogno di statuti, e diremmo quasi senza lume di consuetudini. Come erano nati? e fors'anco esistevano come corpo?
Costoro, in principio, non erano i Templarii fuorchè dalle undici di sera alle cinque del mattino; gente racimolata da parecchie classi sociali, diverse di costume e d'intenti; signorotti scioperati, studenti svogliati, artisti chiacchierini, dilettanti di critica, fannulloni per elezione, ai quali scorrevano disutili le ore del giorno, di guisa che potevano impunemente dormirle, spendendo quelle della notte in lieti ragionamenti, in pazze scappate. Si radunarono una volta intorno ad una tavola d'osteria; mangiarono poco, bevvero molto, chiacchierarono moltissimo, e si separarono a notte alta, colle frasi del duetto di Pollione e di Adalgisa. __Qui domani, all'ora istessa,—Verrai tu? Ne fo promessa.__ Un'altra sera, mentr'erano seduti, capitò qualcheduno che aveva dimenticata la chiave dell'uscio di casa, e veduta la luce del gasse illuminare i vetri di una finestra sotto i portici del teatro Carlo Felice (colà per l'appunto era il Tempio dei primi cavalieri) aveva deliberato di entrarvi, e sbocconcellare una fetta di arrosto e far ora sul bicchiere. Occorse poi che qualche sfegatato ammiratore della prima donna, o delle due ballerine __comprimarie__ del teatro vicino, riscaldatosi nella controversia, si fermasse un'ora di più nella trattoria, dov'era venuto col proposito di rimanere appena dieci minuti, e nei nuovi arrivati riconoscendo amici suoi di vecchia data, trovasse l'addentellato per altre due ore di conversazione. Tutti costoro, raunati dal caso, rimasero uniti dalla chiacchiera; e videro che ciò era buono.
La promessa di Adalgisa fu ripetuta, e dopo la promessa il giuramento. In progresso di tempo, non fu più bisogno di tanto; la consuetudine s'era formata, e i nostri primi Templarii, che non si chiamavano ancora con quel nome, furono il centro, il nocciolo, intorno a cui vennero raggruppandosi tutti i capi scarichi ed ameni della città. Molti, che pure, a cagione dei loro negozi, non avrebbero potuto far quella vita notturna, ci andarono perchè la tentazione era più forte della loro virtù. I giornalisti, gente avvezza a lavorar di sera, diedero un largo contingente d'uomini alla lega; gli artisti di teatro, legione avventizia, furono gli ausiliarii che venivano quivi, di stagione in stagione, a darsi la muta. E sempre nuovi erano i commensali, e non c'era bisogno dei capi per convocarli in assemblea. Non c'erano statuti, abbiamo già detto, ed aggiungeremo che non c'erano vincoli. Oggi mancava uno; domani l'altro; i primi tre che si radunavano, facevano manipolo; non passava un'ora, ed erano covone; liberi tutti di andarsene, di sparpagliarsi da capo, ma rattenuti dal sapore di una cena dond'era sbandito il cerimoniale, allettati dalle dolcezze di una fruttuosa comunione di pensieri, che sgocciolavano allegramente dai calici, o vaporavano mollemente, raccomandati a buffi di fumo.
In mezzo a questa mutevole e gaia brigata, v'ebbero, come s'intenderà di leggieri, i più volenterosi, i più assidui. E furono costoro i veri, gli autentici Templarii, in numero di dieci, come i comandamenti di Dio. Ma uno solo fu il comandamento della loro fede: __far di notte giorno__; comandamento facile a tenersi in mente, senza mestieri di tavole, poichè ne bastava una sola, imbandita; più facile a seguirsi, senza bisogno che vigilasse un Mosè, poichè erano dieci, tutti legislatori e profeti ad un modo, e se per avventura non sapevano donde far scaturire l'acqua, con un colpo di verga, sapevano bensì da che botti si spillasse il buon vino.
Tra i nostri lettori (chi sa?) c'è forse taluno che avrà partecipato alla lega. A questo invalido senza pensione noi ci volgiamo, pregandolo a dire se non è verità pretta tutto quello che andiamo narrando. Mai sodalizio, confraternita, consorteria, furono più pronti ad accogliere, più larghi a licenziare. Per entrarvi, occorrevano quattro cose; gioventù e danari da spendere; onestà da tenere in serbo, e ingegno da mettere in comune. Per uscirne, bastava cominciare una sera a mettersi in letto di buon'ora, e alzarsi la mattina per tempo. Così facendo, si era certi di non veder più Templarii, e volendo si poteva anco dimenticare che fossero mai esistiti.
Il Templario, per solito, si alzava da letto alle quattro del pomeriggio, e gli amici e i conoscenti lo vedevano verso le cinque, allorquando, vestito di tutto punto, egli andava a goder la frescura mattutina sulla piazza della Posta. Sorseggiato il suo caffè nero (leggete vermutte) dal Moder, faceva colazione all'ora in cui gli altri volevano pranzare; leggeva i giornali del mattino (altri direbbe della sera), e poscia per ingannare il tempo, andava a sedersi nel suo scanno a teatro, dove ascoltava la musica, o la recita di qualche nuovo dramma, secondo i casi, facendo tutte quell'altre cose che fa, in somigliante postura, ogni semplice mortale. Quasi sarebbe inutile il dire che non era sempre a teatro, e che sapeva alternare questo passatempo colle visite, e coll'attendere a' suoi negozi particolari, molti o pochi, sempre secondo i casi, rilevanti o di niun conto che fossero.
Così giungeva la mezzanotte, ora in cui si metteva a desco e pranzava coi soliti amici e con tutti quegli altri avventizii che vi abbiamo già detto. Questo pranzo, che i semplici mortali chiamerebbero cena, riusciva un vero simposio, in cui regnava la più sciolta allegrezza, la più cara festività di modi, la più bizzarra varietà di discorsi; cose tutte che tiravano in lungo il convito, e facevano schierare in bell'ordine una legione di bottiglie vuote nel mezzo della tavola.
Finalmente, verso le tre del mattino, cedendo alla muta eloquenza del tavoleggiante, che pisolava in un angolo, i compari levavano le tende, per andarsene a passeggio, continuando i ragionamenti incominciati a mensa, fino all'ora in cui gli asinelli dei lattai, le ceste delle cavolaie e delle, fruttivendole, giungevano dal Bisagno, a mutare l'aspetto della piazza di San Domenico. Qui veniva in taglio una visita agli ortaggi, e, secondo la disposizione degli animi, si mercanteggiava mezz'ora intorno ad un canestro di frutta, o ad un mazzo di radici, tanto per dar molestia alle erbivendole e farsi dire che lor signori avevano tempo da perdere.
Ciò fatto, e comperata, per farla finita, qualche libbra di patate, o una dozzina di melarance, per accoccarsele a vicenda più in là, si davano la buona notte e andavano a letto per tempissimo, come solevano dire a chi li riprendeva di andarci troppo tardi.
Questa maniera di vivere parrà sregolata a taluni, e strana, per lo meno, all'universale; non già a noi, i quali la reputiamo soltanto regolata diversamente, non altrimenti strana che in apparenza, a cagione di un mutamento d'orario. E di quel loro orario particolare molto si compiacevano i nostri Templarii, poichè le ore che passavano fuori di casa erano quelle appunto che consentivano loro di trovarsi in fiorita compagnia a teatro, con gente di loro elezione a tavola, e d'essere i veri padroni della città, quando uscivano a passeggio, senza aver molestia da ruote di carri, da scuriade di cocchieri, da gomiti di screanzati, nè nausea dalla vista continua di asini calzati, o di furfanti matricolati.
Nè di ciò solo si lodavano i Templarii, ma ancora, del poco spendere. Uno tra essi, ai predicozzi del babbo, che era venuto dal borgo natale per pagargli i debiti, poteva dir di rimando:
—Di che vi lagnate, padre mio? Domandatene a quanti mi conoscono, e tutti vi diranno che vivo con una lira al giorno.
—Ah sì, con una lira? E il resto va tutto in libri, lezioni e limosine, non è vero?
—No, padre mio; non sono tanto ricco da far limosine; lezioni particolari non ne prendo, e i libri non li pago.
—Sentiamo dunque dove va il tuo denaro.
—Ecco, cinquanta centesimi tra assenzio e caffè…. Voi vedete che non è molto! poi, trenta centesimi di sigari, venti di giornali; tutto sommato, è una lira.
—E il pranzo, manigoldo? E la cena, e le male
spese?
—Ah! tutto ciò, padre mio, entra nel conto della notte. Io vi dicevo quello che spendo al giorno, e certo non troverete che sia molto.—
Buona pasta di giovani, quei Templarii! Si riscaldavano per una questione di politica, d'arte o di scienza, come tanti e tant'altri per far roba e quattrini; si ficcavano animosi in ogni ginepreto, col medesimo ardore che altri metterebbe a cavarsene. Non c'era forma, non delicatezza d'intelligenza, a cui fossero o volessero rimanersi stranieri; e tutto ciò senza sussiego, senza pedanteria, senza sforzo. In una città mercatante e affaccendata come la loro, essi erano gli ospiti cortesi, i cerimonieri, i ciceroni volenterosi, di quanti giungessero, artisti, letterati, giornalisti, scienziati d'altre parti d'Italia, anzi d'Europa a dirittura, per visitare la regina del Tirreno. Parecchi di questi signori confessarono ai Templarii, dinanzi a un piatto di dàtteri di mare, che avevano molto sbadigliato il mattino, in compagnia di certi incravattati e stecchiti arcifanfani. Qualche gran diplomatico, ristucco delle visite ufficiali e dei pranzi di gala, respirò liberamente in mezzo ai notturni cavalieri, e dichiarò ad alta voce, tra due sorsate di Barbèra (oh, indimenticabile Sir James Hudson!) che gli Italiani valevano assai più dei loro rispettivi governi.
E insieme con questi giramondi, quante lezioni improvvisate di storia, alle tre dopo la mezzanotte, sulla piazza di Sarzano, o sotto la torre del palazzo Ducale! Quanti aneddoti archeologici, quante cronache gentilizie, sul ponte di Carignano, sugli scalini della Malapaga, e giù per lo Stradone di Sant'Agostino! quante cicalate intorno all'architettura bisantina, araba e lombarda, sulla gradinata di San Lorenzo, e in groppa ai leoni del Rubatto!
Nè mancavano le pazzie, che anzi erano frequenti, e non sempre argute. Lo seppero i cartelloni tondi del teatro Carlo Felice, che spesso andarono a far bella mostra di sè, e ad annunziar la serata della Bendazzi, o della Pochini, in luogo della solita __Indulgenza plenaria__, ai divoti di Sant'Ambrogio. Lo seppero i carri della spazzatura, che più volte ruzzolarono, con grande frastuono, giù per la via Carlo Felice, portando in trionfo qualche Pollione, o qualche conte di Luna, costretto la sera di poi ad omettere la sua cavatina. Lo seppe troppe volte il portone della casa al numero 5 in via Carlo Felice, fatto a due battenti, i cui picchiotti, in forma di S, e girevoli, si incrocicchiavano con bel garbo l'uno sull'altro, per modo che le fantesche mattiniere non potevano più uscire di casa, se qualche pietoso viandante non si faceva a rimuover l'ostacolo.
Ne tralasciamo, per amore di brevità, molte e molte altre, che ai Templarii parevano belle invenzioni, ma non garbavano punto, come s'intenderà facilmente, ai cittadini che avevano necessità di dormire. Accenneremo soltanto, a mo' d'esempio, certe prediche strambe, piene zeppe di frasi senza costrutto, di testi latini citati a rovescio, che or l'uno or l'altro degli allegri compagnoni andava facendo all'uditorio, dall'alto del muricciuolo di piazza Giustiniani, facendosi mandare al diavolo da tutto il vicinato. La predica finiva, per solito, in un battibecco tra l'oratore e qualche pacifico cittadino, che si affacciava stizzito alla finestra, esponendo il suo berretto da notte alle omeriche risa della brigata. E guai al pacifico cittadino, se gli avveniva di gridare che la notte è fatta per dormire; perchè l'oratore era pronto a rispondergli coi sacri testi alla mano, che chi dorme non piglia pesci, che quello era tempo di far penitenza e non di starsene in panciolle, che bisognava vegliare e pregare per non essere indotti in tentazione, e via discorrendo.
Non erano belle cose certamente, ma bisogna condonarne qualcuna a una gioventù per tanti altri rispetti nobilmente operosa. Paragoniamo, verbigrazia, i Templarii con la società del Parafulmine, che già i lettori conoscono. Questa era il frutto di una educazione viziata, in mezzo a tempi di servitù politica, a esempi di abbiettezza morale; tristo era l'intendimento e malvagie le opere. I Templarii ci avevano i loro difettucci, come il sole ci ha le sue macchie, come il cielo più sereno ci ha le sue nubi; queste nubi, queste macchie, questi difettucci dei Templarii, non erano altro che sovrabbondanza di vita, impeto di giovanile baldanza. Erano scapati, ma generosi, ma buoni; la consuetudine dei loro ritrovi amichevoli, dove le donne erano proibite come le pistole corte, dove non si ammetteva che alcuno si lasciasse sopraffare dal vino, dove insomma non era nulla che potesse far degenerare in una stupida orgia il geniale simposio, era un continuo ricambio di pensieri, che allargava i cuori, che aguzzava gl'ingegni. Quell'assiduo stropicciamento scambievole d'arte, di letteratura, di scienza, di politica e di cavalleria, era, sotto apparenza di sollazzo, una palestra, una scuola pei congregati, un nobile esempio per tutti. In essi e con essi, sorse una generazione che poco tempo di poi aveva da rappresentare degnamente Genova, la mercatante, la marinara, nel risorgimento politico e intellettuale della nazione. E questo avvenne facilmente, naturalmente, sebbene i Templarii non mirassero in particolar modo a professioni di fede, e non si guastassero il sangue per dimostrare che la libertà, il progresso, eran ristretti in questo o in quel partito, incarnati in questo o in quell'uomo.
Combattevano per la verità; si commovevano per ogni cosa che lor paresse generosa e in tempi non ancora maturi per opere di maggior conto, tenevano acceso il fuoco sacro, custodivano il palladio, portavano nei loro cuori le speranze del futuro. Si venivano, intanto, esercitando in parziali combattimenti, rendendosi utili in isvariate occasioni, partecipando a parecchie di quelle coperte guerricciuole in cui si manifesta la vita di una città, rompendo talvolta le uova nel paniere ai grossi mestatori, dando qualche mazzata ai bricconi, e qualche botta di terza o di quarta ai prepotenti.
E adesso che sappiamo chi fossero, vediamoli all'opera. Ma anzitutto, chiudiamo il capitolo.
VIII.
Nel quale si disputa lungamente intorno all'origine della donna.
Siamo nella sala superiore della trattoria del Teatro. La sala del pian di sopra, che già abbiamo accennato, non troppo grande nè troppo piccola, par fatta a bella posta per quei cenacoli, di cui diamo un saggio al lettore. Arredata pulitamente, senza pretensione, fa buon viso ad ogni maniera di gente, purchè costumata. Vi si giunge per una scaletta, la quale ha due ingressi, l'uno nella sala a pianterreno, e l'altro nel vestibolo del teatro Carlo Felice.
Non è ancora suonata la mezzanotte, ma già i Templarii sono adunati. Una lucerna a gasse scende dal soffitto a illuminare la mensa; dalle tre finestre spalancate, per dar libero corso all'aria, si spande l'acciottolìo de' tondi e de' bicchieri, il suono delle voci e delle risa festevoli dei commensali, che sono tredici in punto (nè l'hanno per malo augurio) intorno ad una tavola, a cui il rinforzo di due tavolini sui lati minori ha dato la forma della più smilza tra le cinque vocali.
I dieci Templarii, gli autentici, non c'erano tutti; ma ai due che mancavano, supplivano cinque ausiliarii. Tra i primi si notava Mauro Dodero, vecchia conoscenza dei nostri lettori, il quale non aveva raccontata ancora la sua famosa storia d'Ocuenacati ai congregati epuloni di Quinto; Mauro Dodero, a cui la gran barba bionda, già largamente frammista di fila d'argento, aveva fatto ottenere più agevolmente il titolo, d'altra parte meritato, di gran maestro dell'ordine. Gli sedeva daccanto Marcello Contini, quell'allegro giovinotto che, nove anni di poi, doveva morire, glorioso uffiziale dei Carabinieri genovesi, sulle contrastate alture di Montesuello, e che allora era noto al sesso debole per la maschia bellezza della persona, agli amici per la smania di cantare senza azzeccarne mai una, a tutti per l'ottimo cuore, per la schietta cortesia dei modi, posta maggiormente in rilievo, anzichè scemata, come in tant'altri avviene, dagl'impeti di una bollente natura.
Marcello, povero amico! Tu eri de' buoni: perciò, come tanti altri buoni, sei morto nel fiore degli anni. La gran mietitrice che «fura i migliori e lascia stare i rei» s'è chiarita anche con te fedele al costume, e ti ha volto sull'ampio torace il piombo sibilante d'un cacciator tirolese, in quella che tu andavi canticchiando a tuo modo, tra il fischio delle palle e il rombo delle artiglierie, la canzoncina inventata poche ore innanzi dai compagni, e incuorando i tuoi a snidare il nemico da una abbattuta di tronchi d'alberi, donde esso traeva liberamente sulle camicie rosse e sui bigi farsetti dei carabinieri genovesi. Marcello, povero amico! I nostri cuori battono più forte, ogni qual volta si rammenta il tuo nome; il tuo elogio funebre ben sopravvive alla cerimonia della sepoltura, se chi ti conobbe, e t'amò, tuttavia lo ripete.
Templario per eccellenza, era nel numero l'avvocato Emanuel, che diceva di far le sue pratiche nello studio dell'Orsini, e in cambio la faceva a letto, dove rimaneva più a lungo di chicchessia. Per contro, era l'ultimo a rientrare a casa, dopo avere accompagnati ai rispettivi usci tutti i suoi notturni colleghi.
C'era poi nella combriccola il Giuliani, quel giornalista universalmente accusato di non scrivere quattro periodi al giorno, poichè lo vedevano girandolar sempre da piazza Carlo Felice all'angolo della libreria Grondona. Il poveraccio aveva un bel lavorare e far miracoli; non c'era un cane che lo credesse. Egli stesso, così soverchiato dalla voce pubblica, aveva finito col credersi il più gran scioperato del mondo. Nè va dimenticato il Savioli, egregio dilettante di musica, che usciva qualche volta colla chitarra ad armacollo; nè il Lorenzini, il più grave dei matti, che Firenze dapprima e poi Roma ha rapito all'aria libera di Genova, per chiuderlo nella cella penitenziaria di un ministero. Peripezie della vita!
«__J'en passe et des meilleurs__» diremo con Ruy Gomez de Silva. Questi, ed altri che non nominiamo per non esercitare la pazienza dei nostri lettori, se ne stavano seduti a desco, incominciando allegramente la cena, intorno ad un maiuscolo piatto d'ostriche: le quali, lasciato il ruvido guscio nei tondi, andavano ad affogare in que' tredici stomachi sotto una pioggia di vin bianco delle Cinque Terre, che non teme confronto di Capri, nè di Sauterne.
—Lorenzini!—gridò il Savioli, che, sporto il braccio sulla tavola per metter mano al piatto, se lo vedeva portar via da quell'altro:—Tu inghiottisci più ostriche colle tue mascelle, che Sansone non uccidesse Filistei…..
—Colla tua!—proseguì il Lorenzini, tra le risa dell'assemblea; e frattanto si trasse nel tondo un'altra dozzina di gusci pieni.
Tra Templarii la celia era permessa, anco se andasse un poco fuori di riga. Il Giuliani aveva messo fuori questa legge, che dopo le undici di sera non fosse più lecito aversela a male per cosa alcuna che altri dicesse. Però il Savioli si lasciò dare tranquillamente dell'asino, e tirò innanzi.
—Colla mia, o colla tua; fatto sta che ti piacciono maledettamente, le ostriche, e le mandi giù senza misericordia…. per noi….
—L'ostrica,—sentenziò il Lorenzini, in quella che ne alzava una all'altezza delle labbra,—è la regina dei molluschi, ed io, quantunque acefala, non dubito di proclamarla superiore all'uomo.
—E alla donna per conseguenza;—notò l'avvocato Emanuel.
—Oh, questo poi, no!
—Sentiamo quest'altra!—disse capitan Dodero.—Il Lorenzini ha ancora più paradossi in corpo, che ostriche.
—La donna,—proseguì il Lorenzini, col suo piglio cattedratico,—è una cosa….
—Una cosa!—sclamò, interrompendolo, in atto di maraviglia, il
Savioli.
—Una cosa, sicuro, una cosa che non patisce confronti, nemmeno col sole e coll'altre stelle, perchè essa è la cosa più divina dell'universo. E te lo provo, come due e due fanno otto.
—«__Io ti dimostrerò con belle prove__»—canticchiò Marcello Contini, dall'altro capo della tavola,—«__Che la terra si bagna allor che piove__.»
—Chètati, Orfeo!—gridò il Lorenzini.—Io dico e sostengo, anche se m'aveste a pigliare per un poeta, che la donna è cosa tutta divina, o poco meno. Ne ho veduta una, quest'oggi, in via Luccoli, per la quale darei, Dio mi perdoni, tutte le ostriche che sono ancora nel piatto.
—Bello sforzo!—esclamò il Giuliani.—Ce n'hai lasciate sette.
—Anzi, mi piglio anche queste, e proseguo. Credete alla Sacra
Scrittura?
—Siamo gente battezzata!—rispose per tutti il gran maestro Dodero.
—Orbene, narra la Sacra Scrittura che Iddio in principio creò il cielo e la terra….
—__Avocat, passez le déluge!__
—Non posso, Giuliani; non posso uscire dalla
Genesi.
—Tanto meglio, poichè, in tal caso, avrete posto mente che Iddio creò la terra, ogni specie d'animali, e l'uomo medesimo, colla grossa materia, contentandosi, per quest'ultimo, di soffiargli addosso.
—Sta bene; e che cos'è la donna, se non carne della sua carne?
—Adagio Biagio! L'ha detto Adamo, e per dire una corbelleria di quella fatta, poteva fare a meno di svegliarsi. Osso delle sue ossa, meno male, ed anche per una centesima parte.
—Tu stesso lo ammetti;—disse di rimando il Savioli;—la donna è fatta d'una costa dell'uomo.
—Bravissimo, d'una costa. Tu ti danni colle tue ragioni; ti aguzzi il palo sulle ginocchia. Notate bene, o signori; è fatta di una costa, carne od osso che sia, cioè a dire materia già ridotta e trasformata dalla volontà del Creatore. Sappiamo dunque che ella non viene direttamente dalla mota, come l'uomo, suo indegno vicino. Ora, poi, come potrebbe una costa pigliar statura e forma di donna, senza l'aiuto di un nuovo elemento?
—E l'aria?—dimandò il Savioli.
—Ah, tu credi,—proseguì il Lorenzini,—che sia stata gonfiata d'aria, come le bottiglie, o come i palloncini?
—E perchè no?
—Infatti,—disse il Contini, tornando a cantare.
La donna è mobile
Qual piuma al vento…
—Sta zitto…. Piave! e poni mente anche tu alle mie parole. La donna non ci ha di umano altro che la quantità di una costa, cioè a dire venti o venticinque grammi; il resto, cinquanta o sessanta chilogrammi, è tutto soffio di Dio. Io lo vedo, il Creatore,—proseguì con ardita ipotipòsi il Lorenzini,—soffiare sopra una mota di fango per far l'uomo, ma soffiar dentro a una costa per foggiarne la donna; l'unica cosa creata che contenga, checchè ne dicano i chimici, maggior parte di Dio.—
La chiusa del Lorenzini fu accolta dalla brigata con una salva di applausi.
—Peccato non ci siano donne ad udirti!—esclamò il giornalista
Giuliani.
—Non siamo Templarii per nulla!—notò il Savioli.—Le donne se ne stiano da banda. Dov'è la donna, non c'è più libertà di parola; sottentra la cerimonia, o la passione; quella mette il bavaglio alla verità, questa soffoca il raziocinio. Ho detto—proseguì con burlesca gravità l'oratore—e non patisco osservazioni, perchè questa è la mia opinione.
—Sia bene o male—entrò a dire Mauro Dodero—poichè non ci sono donne tra noi, farò una variante alla storia del Lorenzini.
—Ne muta il senso?—dimandò questi.
—Press'a poco.
—Mi riserbo la facoltà di combatterla.
—Anzitutto, sentiamola;—disse il Savioli.—Capitano, hai la parola.
—Grazie tante;—soggiunse capitan Dodero;—ecco la variante. Il Signore aveva tolta la costa all'uomo. Fin qui la è storia conosciuta….
—Sicuramente;—interruppe il Giuliani;—«__immisit ergo Dominus Deus soporem in Adam: cumque obdormisset, tulit unam de costis eius, et replevit carnem pro ea__.»
—Tutto benissimo, salvo l'ultima frase!—ripigliò a dire capitan Dodero.—Il Signore aveva tolta la costa di Adamo ed era lì per farle quell'uffizio che ci raccontò il Lorenzini, allorquando fu veduto dalla volpe, che passava a caso da quella parte dell'Eden. Voi sapete meglio di me che gli animali erano già creati, quel giorno, e ciascheduno secondo la specie sua.
—Verissimo!—tornò a dire il Giuliani, che era forte di Sacra Scrittura, come i suoi colleghi del __Cattolico__;—Ed eccovi il testo che lo dice: «__Et fecit Deus bestias terrae juxta species suas, et jumenta, et omne reptile terrae in genere suo. Et vidit Deus quod esset bonum.__»
—Vuoi finirla. Giuliani, col tuo latino?—gridò Marcello Contini.
—Non mio, ma di san Gerolamo; del resto, ho
finito.
—Meno male; ora, continua tu, Dodero, che parli in genovese, come
Iddio comanda.
—E come difatti parlavano Adamo ed Eva, poichè la genovese è la prima lingua del mondo;—disse gravemente Mauro Dodero, pettinandosi la barba colle dita, come era suo costume.—Ora torno al racconto. La volpe adocchiò la costoletta, e, spiccato un salto, vi pose il dente, come se fosse roba sua, e il Signore non l'avesse tolta all'uomo se non per farne un presente a lei. Fu per tal guisa, come vedete, la prima costoletta mangiata a questo mondo.
—E allora?—dimandò il Lorenzini.
—Allora avvenne che messer Domineddio, volendo riavere la costoletta, sporse la mano per afferrare la volpe; ma siccome la volpe fuggiva, egli non fece in tempo a pigliarla pel collo, e non agguantò altro di lei che la coda. E qui, tira lui per un verso, tira quella per l'altro, accadde che al Signore rimase la coda in mano, e la volpe sguizzò lontana da lui, portandosi la sua preda tra' denti.
—E allora? io torno a dimandartelo, e allora?
—Allora, messer Domineddio, rimasto con quel negozio in mano, sorrise, e poichè di riavere il fatto suo non c'era neanche a pensare, fece in tal guisa i suoi conti:—«Abbiamo già tolta all'uomo una costa, e a levargliene un'altra gli si potrebbe recar troppo danno. Ora, poichè non possiamo fare la donna ad immagine dell'uomo, facciamola ad immagine della volpe». Detto, fatto; il Signore accostò la coda della volpe alle labbra, soffiò, fece la donna….
—__Et vidit Deus quod esset bonum;__—soggiunse l'impenitente latinista Giuliani.
—Questo non so;—proseguì capitan Dodero,—la variante non lo dice. Questo so bene che essa ci chiarisce come e perchè la donna nascesse molto più astuta dell'uomo, e come il serpente trovasse il terreno già preparato, quando le entrò del negozio del pomo.
—È grossa, capitano, è grossa!—esclamò l'avvocato Emanuel.
—Che volete, amici? Non l'ho mica inventata io. Ve la racconteranno tutti i contadini di Quinto, dai quali l'ho raccolta, e che forse l'avranno avuta dal parroco.
—Fortuna per te, che non ci siano donne ad udirti!—gridò il
Lorenzini, copiando a suo modo una frase del Giuliani.
—Che! in fondo in fondo, possiamo esser d'accordo, poichè tutt'e due ammettiamo il soffio di Dio. Quanto alle donne, esse potrebbero risponderci che tra una coda di volpe e una costa d'uomo non c'è poi quella gran differenza, da doversene dar briga.
—L'uomo è un brutto animale; non l'ho sempre detto io?—gridò il giornalista.
—Parla per te, Giuliani!—disse di rimando il
Contini.
—Ah sì, scusate, dimenticavo…. l'Apollo del Belvedere,—prosegui il Giuliani ridendo.—Ma, in fede mia, non avete notato voi altri che nella specie umana occorre tutto il contrario delle bestie? Tra esse, nessuna eccettuata, il maschio è più bello della femmina; uccello, ha più varietà di colori nelle penne, ciuffo e coda più appariscenti; leone, ha più criniera; tigre, ha più chiazze sul mantello, e va dicendo. Solo nella nostra specie avviene che la femmina è più bella, più graziosa ne' suoi contorni, più bianca nella sua carnagione, più elegante nelle sue movenze, più gradevole insomma a vedersi….
—E a toccarsi;—aggiunse il Contini.
—Sicuro, a toccarsi; e qui, parlo proprio per me!—conchiuse il
Giuliani, tra le risa dell'uditorio.
Il Contini si disponeva a rispondere; ma in quel mentre capitan Dodero, che era seduto in capo alla tavola, colla faccia rivolta all'entrata, alzò la mano, in atto di trinciare una benedizione.
—Ah, ecco un renitente!—gridò l'avvocato Emanuel, volgendo gli occhi all'uscio.
—Il figliuol prodigo!—soggiunse il Lorenzini.—Ammazziamo il vitello grasso.
—Sul tardi mordono i mùggini!—disse il Giuliani, ripetendo un noto proverbio genovese, tolto a prestanza dai pescatori.
—Vieni,—cantò Marcello Contini,
Vieni all'amplesso estremo
D'un genitor cadente;
Il giudice supremo
Ti mandi….
—Uno stuzzicadente!—interruppe l'Assereto, che era egli appunto il nuovo venuto, accolto con tanta gazzarra, dai radunati.—Il verso cresce, ma tu cali di mezzo tono, e i conti si pareggiano.
—Hai detto la verità, Assereto!—disse il Savioli.—Per te non c'è più altro in tavola. Chi tardi arriva male alloggia.
—Non ho appetito, io! Sono venuto per salutarvi e ragionare di cose gravi…. se si può.—
IX.
Dove si chiarisce la bontà del metodo induttivo.
—Se si può!—ripetè capitan Dodero.—Si può sempre, purchè se n'abbia voglia.
—Anzitutto, bevi!—soggiunse il Contini, mescendogli nel suo bicchiere.
—Le tue bellezze; grazie!—rispose l'Assereto, accostando il bicchiere alle labbra.
—E raccontaci che cos'è avvenuto di te,—entrò a dire il
Lorenzini,—che non t'abbiamo più visto da due giorni.
—Lo saprete insieme colle cose gravi per le quali sono venuto stanotte.
—Ah, gli è vero: parliamone dunque, e subito.
—__Paulo majora canamus!__—disse il Giuliani.—Eccoci ad ascoltarti.—
Ed egli, e gli altri tutti, si raccolsero nel più profondo silenzio per udire le cose gravi dell'amico Assereto. Questi non entrò subito in materia, e, fosse per meglio disporre gli animi a prestargli attenzione, o fosse per non dipartirsi da certe loro consuetudini di conversazione, si trattenne in quella vece a fare alcune dimande, in maniera d'esordio.
—Amici,—diss'egli gravemente,—siamo Templarii?
—Siamo!—risposero parecchi ad una voce.
—E da senno, s'intende, non già per modo di celia?
—Da senno.
—Deliberati,—proseguì l'Assereto,—ad operar di concerto, ogni qualvolta uno di noi abbia bisogno degli altri? Pronti a soccorrere i deboli contro i prepotenti, a sventare i maneggi degli imbroglioni, a romper le trame dei tristi, quando tornino a danno di noi, o degli amici nostri?
—Perdio! e lo dimandi?—gridò il Lorenzini.—Pronti deliberati, col senno e colla mano, in ogni caso, in ogni occorrenza.
—Orbene, qui abbiamo un caso, per l'appunto: il caso di una fanciulla che è sparita da casa sua, non si sa come, ma certo per opera di furfanti matricolati, e assai potenti per giunta, poichè i signori di palazzo Ducale non vogliono darsene briga, certo per tema di scottarsi le dita.
—Questo è pan pe' tuoi denti!—disse capitan Dodero, volgendosi al Giuliani.—Due paroline sul giornale, e poi si provino a star quatti!…
—No!—rispose il giornalista.—L'accusa sul giornale ha da lasciarsi pei casi disperati. Vediamo in cambio se non si potesse far meglio.—
Il consiglio del Giuliani dovette parer buono, perchè i colleghi di lui si fecero a chiedere all'Assereto che volesse raccontar loro per filo e per segno ogni cosa, e stettero ad udirlo con molta attenzione.
L'ottimo Assereto parlò forse mezz'ora, senza essere interrotto, narrando partitamente e minutamente tutto quel che sapeva; come il suo e loro amico Salvani avesse avuto mano nei rimescolamenti politici de' giorni innanzi; come avesse in casa sua una sorella adottiva; come fosse stato custodito fino a quel tempo in una cassettina d'ebano il segreto dei natali di lei; come un'apocrifa perquisizione rapisse la cassettina appunto in quell'ora che il Salvani metteva a repentaglio la vita e la libertà; come egli, fallito il colpo, si mettesse in salvo, e come la fanciulla, in quella notte medesima, abbandonasse la casa, tratta fuori da una dama sconosciuta che era andata a cercarla, in compagnia d'un vecchio, congiunto, amico, o servitore che fosse.
Queste cose i nostri lettori le sanno, e non occorre ripeterle, seguendo il filo del racconto di Giorgio Assereto ai Templari. Egli narrò inoltre del servo Michele; e questo, che i lettori ignorano tuttavia, faremo di spiegar loro in brevi parole.
Il povero servitore, sapendo anch'egli della congiura e della parte che ci aveva il padrone, ma non volendo far contro a' suoi comandi con lasciar sola in casa la giovinetta, segnatamente dopo quel guaio della perquisizione, per un po' aveva roso il freno, misurando un centinaio di volte, con passo irrequieto, lo spazio che correva dalla cucina all'anticamera, e borbottando tra' denti qualche verso delle sue canzoni spagnuole. In tal guisa passarono due ore, che gli parvero due secoli; finalmente, non udendo mai nulla, nè una schioppettata, nè un grido, commosso dalla ansietà della padroncina, ed aggiungendovi la sua, che non era poca nè lieve, pensò di andar fuori a pigliar lingua egli stesso, e uscire una volta da tanta inquietudine. E così fece, consentendolo la signorina Maria, dopo aver pregato una vicina che volesse andare a farle compagnia, per quella mezz'ora ch'egli sarebbe rimasto fuori.
Da casa alla piazza Carlo Felice non erano stati che due salti. Ma giunto in capo al vicolo della Casana, Michele aveva veduto una compagnia di soldati; e rifatta la sua strada, era andato per le scorciatoie fino alla Nunziata, Anche laggiù, soldati, carabinieri e sergenti di polizia; di popolo, niente. Michele ebbe insomma a confermarsi sempre più nella sua prima opinione, che il colpo fosse andato fallito. Ma Lorenzo, dov'era? Il nostro veterano volle averne l'intero; perciò mosse alla volta della Darsena. Ma non era anche giunto nei pressi di Santa Sabina, che s'imbattè in un popolano suo conoscente, appunto di quelli che dovevano menar le mani da quelle parti là, il quale gli diede in poche parole ragguaglio d'ogni cosa; tutto andato a monte; essi fuggiti in tempo e sparpagliatisi per la città; il loro comandante uscito prima di loro per andare al quartier generale; altro più non sapere di lui.
—Per Sant'Antonio!—esclamò Michele, che giurava volentieri nel nome di quel santo, dopo il combattimento che ne portava il nome laggiù in America;—il padrone è in salvo.—
E fattosi alquanto più tranquillo, se ne tornava a casa, pigliando la strada più larga. Passò senza intoppo per via Nuovissima, e giunto al quadrivio di San Francesco, stette perplesso un istante, se dovesse proseguire per via Nuova, o discendere dalle Vigne. Quest'ultimo consiglio la vinse; ma quel momento d'incertezza gli era tornato a danno, perchè due sergenti di polizia, sbucati di là presso, si fecero a domandargli con mal garbo dove andasse a quell'ora.
—Non lo so;—rispose asciutto Michele, a cui la vista di que' due figuri aveva rimescolato nelle vene il suo sangue repubblicano.
—Non lo sapete? Venite con noi!—
Sulle prime, Michele aveva pensato a resistere; anzi, un moto delle braccia che poteva rassomigliare assai bene ad un pugno, aveva cominciato a far testimonianza del suo proposito. Ma in quel mezzo aveva scorto due carabinieri, i quali salivano l'erta, rasentando il palazzo Brignole, e, posto il caso si fosse liberato dai due sergenti, gli avrebbero impedito ogni scampo. Però, trattenendo il pugno a mezza rada, s'era contentato a protestare contro i modi delle guardie, e aveva finito col dire: orbene, poichè vi piace tanto la mia compagnia, vengo con voi.
Ed ecco per che modo il nostro Michele, in vece di andare a casa, era andato a Sant'Andrea, del quale non era punto divoto.
La mattina seguente, il prigioniero era stato interrogato dal giudice. Avendo imparato a sue spese, nella notte, a tener la lingua a segno, rispose modestamente esser egli Michele Garaventa, servitore del signor Salvani, che se ne andava tranquillamente a casa, dopo averne bevuto un bicchiere, non intendendo nulla di tutto quel subbuglio di __uomini d'arme__.
Il nome del Salvani non parve facesse alcuna impressione sul giudice. Le autorità di palazzo Ducale, colte alla sprovveduta in quei giorni, con tanta roba sulle braccia, molta se ne lasciavano cadere a terra, senza pensare neanco a raccattarla. D'altra parte il nome del Salvani, conosciuto per quel che valeva al comando militare, ma salvato dal più grave pericolo mercè l'amichevole sollecitudine del capitano Nelli di Rovereto, non era ancora, quella mattina, sulla lista del potere civile, e non poteva, per conseguenza, esser noto al potere giudiziario, il quale non aveva tra mani più di una trentina di popolani, arrestati la più parte a caso, e tutti intesi a dichiarare che non sapevano nulla.
Tornando a Michele, egli non era uomo da destar sospetto nell'anima timorata del giudice istruttore, il quale s'impuntò solamente, e più per consuetudine d'ufficio che non per altra ragione, a chiedergli il perchè avesse risposto «non lo so» alla domanda delle guardie.
—Mi hanno colto all'impensata;—rispose Michele senza turbarsi;—avevo anche un po' bevuto, come ho già detto a Vostra Eccellenza…. Ella sa bene…. il vino impedisce lo __sviluppo delle sillabe__…. E poi,—proseguì egli, vedendo le labbra del giudice incresparsi, per trattenere il sorriso,—lo sapeva io, dove andassi? Non potevo mica sapere che mi avrebbero portato in catorbia!—
Qui il magistrato aveva riso a dirittura, e, la sera di quel giorno medesimo, il nostro Michele era posto in libertà. Corso a casa, aveva trovato faccia di legno, come il Montalto, il Pietrasanta e l'Assereto; però, dopo essere stato un pezzo a grattarsi la pera, aveva deliberato di andare da quest'ultimo, per chiedergli se sapesse nulla de' suoi amati padroni.
L'Assereto gli aveva narrato a sua volta tutto quel che sapeva di casa Salvani. Non gli era molto, per verità. Ma la sparizione della fanciulla, tanto più notevole in quanto che pareva essere spontanea, messa a riscontro colla perquisizione, chiarita apocrifa, nella camera del signor Lorenzo, fece gridar Michele e strapparsi i capegli come un dannato.
—Sì certo!—andava egli borbottando negli intermezzi delle sue furie.—Erano venuti soltanto per la cassettina d'ebano, quei carabinieri di nuovo conio. Ah maledetta lingua!…—
E alle ripetute domande dell'Assereto che instava presso di lui per avere la spiegazione di quelle parole, il povero servitore aveva risposto un nome, quello del Bello, che era stato il suo Pilade, e poteva dirsi con più ragione il suo Giuda. Ma non sarebbe andato impunito, o non avrebbe avuto il tempo d'impiccarsi da sè, come l'apostolo del fico; perchè egli, Michele, com'era vero Iddio, l'aveva a freddare colle sue mani.
L'Assereto, che aveva durato molta fatica a cavargli i suoi sospetti di bocca, così furente com'era, ne durò un'altra grandissima a chetarlo. Finalmente (così narrava agli amici) gli aveva ingiunto, per l'amore dei suoi padroni, di non muoversi di casa, fino al suo ritorno, aspettando che egli avesse trovato il modo di porsi sulle tracce della signorina Maria. Questo era l'essenziale; quanto alla vendetta, sarebbe venuta poi; che intanto la era, giusta il proverbio de' Côrsi, una vivanda da mangiarsi fredda.
Il racconto dell'Assereto fu ascoltato dagli amici Templarii con una attenzione che mai la maggiore. E invero, quel tenebroso sviluppo di casi, quella filatessa di malanni che s'era andata svolgendo così assiduamente nel breve giro di pochi mesi, e seguendo la legge del __motus in fine velocior__ su quella giovine coppia fraterna, appariva tale da far pensare non poco, e da far credere che una possanza occulta avesse vigilato l'intrigo, condotto lo svolgimento del dramma.
Chi volle andare al fondo di quella evidente macchinazione fu il giornalista Giuliani, avvezzo per lunga e non lieta consuetudine del suo ufficio, a scrutare i cuori e le reni, per ogni atto degli uomini a metter sempre il naso nelle quinte, sul teatro della vita. Se Adamo fosse stato giornalista, scommettiamo che non avrebbe mangiato così alla leggiera il pomo della scienza, vogliam dire senza levargli la buccia, e senza investigarne la polpa, giù giù, fino alle cellette del torsolo. Epperò il Giuliani, mentre gli amici rimanevano come trasognati, fu sollecito a cogliere il primo appiglio, per tentare il suo lavoro a ritroso.
—Il Bello, hai detto? Chi è costui? Sarebbe per avventura un certo
Garasso?
—Sì, il servitore del Salvani me lo ha indicato anche con questo nome. Lo conosci tu?
—Lo conosco. Molta gente conosco io, e di __diversa mena__, come ha scritto Dante, pigliando il vocabolo da noi Genovesi. Amici,—proseguì il Giuliani, voltandosi con piglio solenne ai Templarii,—qui certamente occorre di far qualche cosa; l'Assereto non ci avrà, spero, raccontata la sua storia per nulla.
—Sicuro; ma che fare?—dissero gli altri.
—Non lo so ancora, ma fare bisogna. Andiamo innanzi; troveremo, strada facendo. Conoscete il metodo induttivo?
—Filosofia!—esclamò il Lorenzini.
—Sia pure; l'ha trovato la filosofia, ma è buono dappertutto, come il prezzemolo. Chi lo ha tolto dal limbo, dove lo avevano cacciato i dogmatici, non fu propriamente un filosofo, sibbene un gran pittore, il quale s'intendeva di moltissime cose, Leonardo da Vinci. Un altro, astronomo e filosofo, Galileo, gli diede forma scientifica; un altro ancora, che fu un po' di tutto, anche un tristo, Bacone da Verulamio, ne foggiò una fiaccola, e la portò a rischiarare tutte le ottenebrate sorgenti dello scibile; noi, Templarii, secondo il nostro bisogno, facciamone un'arma di combattimento.
—Parli come il Boccadoro; vediamo il tuo metodo alla prova.
—Eccolo. Mettiamo le fondamenta. Perchè questa guerra al Salvani? Che nemici ha egli, giovine, modesto, quasi oscuro, come è? Lo sai tu, Assereto?
—Credo non ne abbia alcuno, salvo il Collini, che lo tirò dapprima in quel suo garbuglio che sapete, e poi, quando egli se ne cavò valorosamente colle sue mani, gliene volle un mal di morte.
—Il Collini! Non mi basta;—sentenziò il Giuliani.—Costui è un ambizioso; ma non è, non può essere altri che uno stromento in mano di più ragguardevoli bricconi.
—D'altri non so, e non credo;—proseguì l'Assereto.—Il mio amico Lorenzo se ne è vissuto sempre ne' suoi panni, lontano da ogni briga….
—No, no, il Salvani non c'entra, o c'entra soltanto di sbieco. Qui bisogna tener d'occhio il segreto domestico, la nascita della sua sorella adottiva. Non vedete come tutto è riuscito ad un fine? La perquisizione architettata da questo ignoto avversario, non mira ad altro che ad agguantare la cassettina d'ebano. Dopo la perquisizione, viene il tiro alla ragazza. A proposito, come nasce ella?
—Il segreto era appunto nella cassettina, e Lorenzo ne aveva accennato nella sua lettera al marchese di Montalto.
—Perchè al marchese di Montalto?
—Perchè la fanciulla verrebbe ad essergli congiunta di sangue, come figlia ad un zio paterno del signor Aloise, che è morto in esilio, or fanno dodici anni.
—E la madre?
—Non lo so; Lorenzo ne ha letto il nome in un carteggio che era chiuso nella cassettina, ma non ne ha detto nulla a me, nè al signor Aloise.
—Bisognerà vederlo, e saper questo nome.
—Sicuro, e questo è anche il disegno del marchese di Montalto, le cui ricerche si uniranno alle nostre.
—__Viribus unitis!__—disse il Giuliani;—va benissimo. Intanto sappiamo che qui sotto c'è un vecchio peccato aristocratico, di cui forse una madre vuol sottrarre le prove, od altri giovarsi per suoi fini particolari. Questa seconda congettura mi pare anzi la più ragionevole. C'è troppi congegni in questa trappola che hanno tesa, troppo sforzo di molle!