—Hai ragione;—soggiunse il Savioli,—ma chi le ha foggiate, queste molle? e questa trappola, chi l'avrà tesa?
—Oh, pezzi grossi, di certo! Questa gente che invigila una casa e giunge a risapere d'un cofanetto così gelosamente custodito; questa gente che sa di lunga mano i negozi del partito, in cui s'è gittato il Salvani, e conosce così bene il giorno e l'ora di un tentativo politico da cavarne profitto per sè, mandando lo scatto de' suoi congegni di conserva collo scoppio della rivolta; questa gente che ci ha i carabinieri apocrifi a' suoi comandi, e mentre vi maneggia i bari da carte, i ladri notturni, così facilmente com'io questo bicchiere vuoto, fa a fidanza con tutte le autorità costituite; questa gente che ha modo di farvi uscire spontaneamente una virtuosa e severa fanciulla dalla casa che ama; questa gente, dico io, è schiuma di neri, o ch'io ho perduto l'ultima oncia di cervello. E chi sarà poi la dama che ha condotto via la fanciulla?
—Sua madre;—entrò a dire l'avvocato Emanuel.
—Potrebbe darsi, quantunque non lo creda; ad ogni modo, una dama di misericordia. La pietà è un'ottima bandiera per coprire ogni razza di merce.
—E i falsi carabinieri?
—Furfanti di tre cotte; gente avvezza al furto con rottura, vecchie pratiche della eccellentissima Corte, pensionati di Sant'Andrea; cotesto s'intende a bella prima. A me importa piuttosto indagare chi li ha guidati; e questi, già lo sapete dai sospetti del servitore, è quella buona lana del Garasso. E chi conferisce a costui l'ardimento di mettersi a questa impresa difficile? I pezzi grossi, sempre i pezzi grossi. Notate infatti: all'udire di quel doppio tiro, che farebbe rizzar i capegli in testa ad ogni fedel cristiano, la polizia non si commuove, manda tre gentiluomini da Erode a Pilato….
—Ottimamente!—gridò il Savioli, che non aveva ancor detto la sua.—Ma tutto ciò non ci chiarisce dove sarà la ragazza.
—Bravo! e dovrò dirtelo io? Ma dopo tutto, perchè no? In una casa privata, no certo, che sarebbe poco prudente consiglio. E questo mi fa pensare che la madre non c'entra, o soltanto (scusate la ripetizione) di sbieco. La madre, che ha cercato di occultare per oltre diciott'anni il suo peccato, non sarà diventata così audace ad un tratto. Io mi attengo sempre alla dama di misericordia; e la dama di misericordia mi chiama alla mente il monastero. La fanciulla è chiusa in un monastero; metterei la mano sul fuoco. Ho detto.
—E ben detto, Giuliani!—soggiunse capitan
Dodero.
—Al primo avvocato fiscale che tira le cuoia, ti proporremo candidato a quel ragguardevole uffizio. Ma ora, che si fa?
—Anche questo v'ho a dire? Orbene, mi provo. Due intenti abbiamo; riavere le carte, e per questo occorre sapere chi le ha; riavere la fanciulla, e per questo occorre sapere dov'è.
—Torniamo da capo!—disse il Contini.—Saper questo! sapere quest'altro! Francava la spesa di ragionar tanto!
—Hai finito?—chiese il Giuliani.
—Io sì; e tu hai ancora da cominciare.
—Probabilmente, e tu mi darai una mano, venendo con me alla scoperta di questo segreto.
—Adesso?
—Subito subito; genovese aguzzo, piglialo caldo.
—Possiamo venire anche noi, se c'è da scoprire qualcosa,—entrò a dire l'Assereto.
—No; è un negozio delicato; due bastano, uno di più guasterebbe.
—Ma dove andate?—chiese Mauro Dodero.
—Nell'antro del lupo rapace. Hai fede in me. Contini?—proseguì il Giuliani, volgendosi al compagno che aveva scelto.—Si fa un'impresa da vecchi Templarii.
—Mi piaci più quando operi, che quando ragioni;—rispose romanamente il Contini.
—Ingrato! Io t'amo anche quando canti; chi è il migliore, di noi due?
Ma lasciamo le chiacchiere, e mettiamo alla vela.
—Si potrebbe almeno sapere che cosa hai immaginato?—chiese quell'ostinato di capitan Dodero.
—Ah, gli è il grande arcano; lo saprete tra due ore, se non vi dorrà di aspettarci.
—Aspetteremo sicuramente!—gridò l'Assereto.—Ma dove?
—Sedetevi a consiglio sulle panche delle cavolaie, qui sulla piazza di San Domenico; due ore, e siamo da voi.—
In questi discorsi s'erano alzati da tavola e scendevano, per la scaletta, nella sala a pianterreno. Colaggiù non c'erano più avventori, e il provvido tavoleggiante aveva già spento tre becchi della lucerna a gasse, lasciando a mala pena uno spiraglio nel quarto, per nutrire una scarsa fiammella, alla cui luce azzurrognola si poteva scorgere l'ostessa, che sonnecchiava dietro il suo banco in mezzo alle sue mostre di vivande, come un timoniere alla barra, in una notte di calma.
All'udir scendere quella lieta brigata che la faceva pisolare ogni notte a quel modo, la povera ostessa aperse gli occhi e mise un sospiro.
—Sospira per me?—chiese il Contini, accostandosi al banco.
—Sì, per l'appunto;—rispose l'ostessa,—e penso che non vorrei esser sua moglie per tutto l'oro del mondo.
—E perchè, di grazia?
—Perchè? Ma le par ora, questa, di andare a casa?
—Brava! appunto perchè non ci ho persona ad attendermi sulle celibi piume. Se sapesse com'è triste a vedersi, il letto d'uno scapolo! Vuol forse vederne uno?
—Vada là, vada là, buona lana!
—Non vuole? Ha torto. La cosa meriterebbe d'esser veduta.—
E ridendo a crepapelle, il più matto dei Templarii seguitò l'amico Giuliani, non senza aver stretto la mano agli altri colleghi e ricevuti i loro augurii per la magna impresa fantasticata dal giornalista.
Rimasti in due, tirarono diritto pel vicolo della Casana, e di là fino a Campetto. S'intende che il Giuliani guidava, e il Contini teneva dietro, non sapendo ancor nulla dei disegni dell'amico.
X.
Qui si dimostra che, per far la guerra a modo, ci vogliono alleati.
—E adesso mi spiegherai….—diss'egli, fermandosi alla svolta di
Scurreria.
—Certamente, ogni cosa; ma entriamo in questo andito.—E condotto Marcello nel vano di un portone, il Giuliani si fece a indettarlo sommessamente di ciò che aveva in animo di tentare.
—Sì, perdinci, stupenda pensata! Tu hai buona lingua; io, non fo per dire, ho buone braccia, e se ardisce far l'omo, lo concio come va. Bravo, Giuliani! Ma se lo dicevo io, che mi piaci più quando operi….
—Vuoi sentirti a ripetere che mi piace il tuo canto? Non lo sperare.
Contini! Ma andiamo, che il merlo non ci abbia a sfuggire.—
Abbiamo fede che i lettori discreti non ci chiederanno di condurre la precisione del racconto fino al segno di spiattellar loro il numero dell'uscio dove entrarono i nostri due personaggi. Era uno dei tanti che sono nella via di Scurreria, o di Scutaria, come si diceva cinque o seicent'anni fa, essendo in quella strada le officine degli scudai.
I due Templarii salirono, coll'aiuto di mezza scatoletta di fiammiferi, sino al quarto piano, e colà fecero sosta dinanzi a un uscio di modesta apparenza.
—Ecco il campanello!—disse a mezza voce il Contini, accennando la corda di lana intrecciata che pendeva, colla sua nappa, lunghesso lo stipite.
—No;—rispose il Giuliani;—se ella non ha smesso le antiche consuetudini, questo è il picchio notturno che dovrà farci aprir l'uscio.—
E mandando gli atti compagni alle parole, bussò quattro volte colle nocche delle dita sopra uno dei battenti.
Lo strepito di una porta interna che si apriva e il fruscio d'una veste sul pavimento, annunziarono poco stante che quella maniera di picchio notturno non aveva punto perduto della sua efficacia. Il Giuliani si volse con aria di trionfo a guardare il Contini; ma il Contini non vide quell'atto, perchè appunto allora gittava lungi da sè per le scale un rimasuglio di fiammifero, che gli scottava le dita.
—Chi è?—dimandò una voce di donna, che non doveva esser di donna giovine, nè bella, per conseguenza. Così almeno parve al Giuliani.
—Son io, un amico;—diss'egli.
Ma se la voce di dentro non parve a lui di donna giovine, nè bella, quella di fuori non parve, a chi stava dentro, la voce di persona aspettata, nè altrimenti conosciuta, perchè una nuova dimanda venne in aiuto alla prima.
—Un amico! Ma chi?
—Io, il Giuliani!
—Non la conosco.
—Vedi la fama, com'è traditora!—bisbigliò il Giuliani nell'orecchio al compagno.
Indi proseguì ad alta voce, rivolgendosi all'uscio.
—Non importa; va dalla signora, e dille che c'è il Giuliani, il
Trovatore.
—La padrona è a letto.
—__Ma veglia la sua donna__!—ripigliò il Giuliani con accento melodrammatico.—Va ad ogni modo, e dille che Giuliani, il Trovatore, o Alfredo, se più le torna gradito, è qui, ed ha bisogno di parlarle.—
E siccome la donna borbottava dietro l'uscio, Alfredo, o, se più vi garba, il Trovatore, soggiunse a mo' di perorazione:
—Bada, vecchia, se non fai l'ambasciata, la __regal signora__ ti manderà a spasso. Se la fai, contenti la padrona e ricevi da me dieci lire, in premio «__del celere obbedir__».
—Vado!—disse la voce, rabbonita ad un tratto.
—«__All'idea di quel metallo__»,—canticchiò Marcello tra i denti.—Ma l'ora è già tarda, e la vecchia non aprirà.
—Oh, ci aprirà!—disse il Giuliani.—Se poi non aprisse, non m'importerebbe una saetta. L'esito del picchio ha messo in chiaro che egli non è ancora venuto, e noi potremmo aspettarlo nelle scale. Già, egli, per solito, viene verso le tre, dopo essere stato alla bisca.—
Mentre così ragionavano, tornò la fantesca ed aperse l'uscio.
—Entri;—diss'ella, tirandosi da un lato, colla lucerna in mano;—la mia padrona si veste. Ma quest'altro signore….
—Non temere, è un amico mio, e della signora. Prendi, Gabrina!
—Mi chiamo Rosa, a' suoi comandi!—soggiunse la donna.
—Non importa; io ti chiamo Gabrina. Eccoti il battesimo!—disse il
Giuliani, mettendole in mano un mezzo marengo.
—E questa è la confermazione!—aggiunse il Contini, che aveva stimato opportuno di raddoppiare la dose.
—Grazie! Pregherò il Signore per le loro
Eccellenze.
—Brava!—esclamò il Giuliani.—E procura di ottenere che non ci mandi in un luogo dove ti s'abbia a trovare.
—Ella ha ragione; son vecchia, e le vecchie non le vuole nemmanco il diavolo.
—Per risparmio di legna, perchè no?—le disse di rimando il Giuliani, in quella che la seguiva dall'anticamera nel salottino.—Vanne, Gabrina, e dormi i tuoi sonni tranquilli.—
La fantesca uscì sorridendo e facendo inchini a quei due gran signori. Intanto, il Giuliani, andato alla volta di un uscio che metteva alla camera della padrona, accostò il viso alla toppa, non già per guardare dal buco, ma per mandar queste parole alla diva del santuario.
—Violetta, ve ne prego, non istate a farvi troppo bella; se no caschiamo in tentazione.
—Pazzo!—rispose una voce argentina.—Ma voi non siete solo, m'è parso di udire….
—E le vostre orecchie piccine non vi hanno ingannato. È con me un amico carissimo, il quale è innamorato cotto di voi. Ha già speso cinquantamila lire per una bionda, e per un'altra getterà il rimanente.
—Bravo, e aiutate i negozi degli altri?
—Che volete? Si diventa vecchi; ma il cuore è sempre giovine, e se vi parrà di averlo a preferire….
—Oh, lo conosco, il vostro cuore! un limone strizzato!—gridò la diva, ridendo liberamente, in quella che la sua mano si accostava alla maniglia del saliscendi, per aprire il santuario.
—Prostrati, Marcello! Ecco la leggiadra Violetta che appare, «__misteriosa, altera, croce e delizia al cor__».—
Mentre così parlava il Giuliani, compariva appunto sul limitare la donna, tutta chiusa in un lungo accappatoio bianco, di cui, per vezzo, veniva stringendosi i capi colle braccia raccolte a mo' di croce sul seno.
Quell'atteggiamento riusciva mirabilmente a disegnare i contorni di una persona svelta e pienotta ad un tempo, mettendo anche in mostra la bellezza delle mani, le cui dita affusolate parevano dire ai riguardanti: non sappiamo che sia fatica; non ci siamo mai punzecchiate coll'ago, nè indurite collo strofinaccio di cucina; per contro, morbide, tiepide e candide come siamo, ci è dimestica l'arte delle carezze, in cui sarà forse chi ci agguagli, non mai chi ci superi.
Costei, che i nostri lettori già conoscono moralmente un tantino, per quattro noterelle che abbiamo tirate giù sulla carta, a proposito del Bello e de' suoi dispendiosi amori, veduta di giorno, mostrava di non esser più giovanissima, perocchè la ci aveva, tra gli occhi e le tempie, le tre rughe accusatrici, e qualche chiazza di pallore le guastava le rosee temperanze della carnagione. Ma di sera, quando l'avessero un tal po' riscaldata le svariate cure d'un giorno allegro, o le sfavillasse negli occhi azzurri la pazza allegria del convito, ella appariva giovine e bellissima su tante altre, al cui paragone non avrebbe potuto reggere innanzi il mezzodì. Che fosse bionda, è già noto; che avesse occhi azzurri l'abbiam detto dianzi; che fosse padrona (e padrona per diritto di nascita) di due file di denti mirabili per candore, si aggiunge adesso, anche per far sapere ai lettori come e perchè ella avesse il riso facile, frequente, non pure quando era contenta, ma anche quando era adirata per qualche cosa, o infastidita dalla presenza di qualcheduno. E facciamola finita col ritratto; ella era quel che si dice volgarmente un bel tòcco di femmina, e se in cambio d'essere quella che era, fosse stata una matrona, ornata d'un marito, vivo o morto, e d'un cencio di stemma, antico o moderno, il suo nome sarebbe volato di bocca in bocca come quello di una Giunone, o d'una Venere ligustica, da adorare il giorno all'Acquasola, la sera al teatro Carlo Felice, e da additare agli ospiti forestieri, colla solita aggiunta, a mo' di leggenda sotto il quadro, «salvo il tal di tale, che è morto dieci anni or sono, non si conosce ch'ella abbia avuto amanti; un po' superbiosa, un po' sciocca, ma bella come una figura del Vandyck!»
Una certa smorfia del viso diceva ai due visitatori che la signora Violetta non era molto contenta d'essere disturbata a quell'ora, sebbene uno dei due fosse il Giuliani, un antico Alfredo, cioè uno di quegli uomini, nei quali una donna riconosce qualche diritto di cittadinanza, e pei quali talvolta si scomoda, tanto per vedere come sopportino la memoria del passato.
—Che gravi cose,—domandò ella,—mi procacciano una vostra visita, a quest'ora?
—È l'ora degli innamorati!—rispose modestamente il Giuliani.
—Ma voi non siete più tale.
—Ah, crudele, me lo rammentate?
—Si può ben rammentarlo a chi lo ha dimenticato da cinque anni?
—Proprio da cinque? Mi pareva di più; e questo vi prova come il tempo mi sia parso lungo. Ma permettete che vi presenti il signor Contini, uno dei più bei giovani di Genova.
—Non gli credete!—soggiunse Marcello Contini con un accento e con un piglio così dolce che «parea Gabriel che dicesse Ave».
—Credo a' miei occhi;—rispose la Violetta, guardandolo in volto colla libertà di certe donne, a cui non sogliono andar angioli per ambasciatori. E, ciò detto, venne a sedersi sul canapè, accanto a Marcello.
—Ah, sono contento!—disse il Giuliani, sedendosi a sua volta su d'una scranna, di costa al canapè, e pigliando familiarmente tra le sue una mano della Violetta.—Se non amate più me, amerete il mio amico, colui che io amo, sto per dire, più de' miei occhi medesimi. Non sarò io il preferito; __tu Marcellus eris__….—
Marcello aveva già aperto la bocca per dire al Giuliani che volesse finirla col suo eterno latino; ma non gliene lasciò il tempo la donna.
—Non vi farò il torto di credere,—diss'ella al Giuliani;—che siate venuto per ciò….
—Vi potrei rispondere: «perchè no?»—interruppe il giornalista.—C'è un amico che si strugge d'amore, e bisogna pure aver compassione di lui, non mettere indugio a contentarlo. Ma io rinunzio a questo argomento, e vi parlo col cuore in mano. Marcello è venuto per conoscervi, accompagnando me, il quale….
—Il quale?—incalzò la donna, vedendo che il Giuliani, rimaneva sospeso.
—Il quale sono venuto,—proseguì il Giuliani, la cui esitanza altro non era che un artifizio oratorio,—per parlare col nostro Garasso.
—La bomba è scoppiata!—disse Marcello tra sè.—Ora vediamo che cosa gli risponde costei.—
Bisogna credere che le donne siano meno sensitive degli uomini, o che un'antica necessità, diventata come una seconda natura, le faccia più forti a dissimulare le commozioni dell'animo. Non un lampo degli occhi, non un moto delle labbra, accennò che la Violetta fosse tocca da quel colpo repentino.
—Garasso!—ripetè ella, spalancando i suoi occhi azzurri in atto di maraviglia.—Chi è questo Garasso?
—Ah, non lo sapete?—ripigliò il Giuliani.—Allora ve lo dirò io. Il
Garasso…. è il Bello.
—Ne so come prima;—disse la Violetta, stringendosi nelle spalle.
—Cioè a dire moltissimo;—soggiunse il Giuliani.—Questo Garasso, detto il Bello, è il personaggio misterioso, il notturno amante, che furtivo ascende….
—Parla come un libretto d'opera!—disse la Violetta, ridendo, e voltandosi a Marcello, che fu pronto a saettarla d'una tenera occhiata.—Ma voi,—proseguì, volgendosi all'altro,—vedete pure che sono sola.
—Sì, ma egli verrà tra un'ora, il crudo!
—In fede mia, Giuliani, ne sapete più di me.
—Oh, qui, poi, ci avete ragione; so molte cose di lui, che non vi andranno a sangue. Or via, biondissima creatura, volete che vi parli da amico, da uomo a cui foste un giorno «__croce e delizia al cor__?» Questo Bello, non è un uomo per voi, elegantissima camelia variegata, degna di ornare la risvolta di un abito tagliato dal Cosci, non fatta per insudiciarvi all'occhiello di un Alfredo da trivio, o di un Armando…. da quadrivio. Siete nata per lacerar cuori, ma soltanto ad illustri vittime, come un nobile uccello di rapina. Questo Bello è un farabutto, e la sua giacca ha odore di bisca. Voi stessa lo indovinate, poichè lo nascondete come si nasconde una vergogna. E qui non è tutto. Questo Bello, che, a dirvela di passata, ha venduto la sua gioventù ad una vecchia peccatrice danarosa che si chiama la signora Momina, ha venduto da un pezzo la sua coscienza, e fa un altro mestieraccio che saprete più tardi, quando avrete fatto il proponimento di levarvelo da' piedi e di aver fede in un vecchio amico, che vi parla per amor vostro, e non senza un suo onestissimo perchè.
—Potevate venire da solo, a dirmele, tutte queste cosacce!—gridò stizzita la donna.
Marcello si avvide che questa era per lui, e da quel destro alleato ch'egli era, afferrò l'occasione per dare un'altra piega al discorso.
—Violetta, perdonate al Giuliani!—diss'egli, stendendo le mani, in atto di chetarla e accostando il viso a mezza spanna dal suo.
La Violetta, che era donna da cogliere i moscerini al volo, rispose a Marcello con un'occhiata da tragedia, che aveva l'aria di volerlo passare fuor fuori; e si sciolse dalle sue strette col piglio di donna che è allo stremo delle sue forze e che invita a tener saldo.
Intanto il Giuliani, che vedeva riuscire il suo disegno a buon porto, proseguì:
—Violetta perdonate. Ve ne ha pregato il mio amico Marcello, che mi pare innamorato cotto di voi. Io, poverino, lo vedete, lavoro umilmente per gli altri.
—Pazzo!
—Ridete? Tanto meglio. Ciò vi aiuta a mostrare trentadue perle orientali. Ora, se io vi facessi toccar con mano che il Garasso è un furfante….
—Non lo riceverei più! Anzi, non occorre che lavoriate più oltre;—disse Violetta, volgendo un'occhiata assassina a Marcello,—dico fin d'ora alla Rosa che non gli apra l'uscio…. se gli saltasse in mente di venire quassù.
—Ah, se gli saltasse in mente? Ma bisognerebbe proprio che gli saltasse, poichè ho un gran desiderio di vederlo.
—È vero, me lo avevate già detto….—notò la Violetta, ricordando le prime parole del Giuliani.
E in quella che così parlava, i suoi occhi si volsero a lui, in atto d'interrogarlo. Ma egli non stimò necessario rispondere a quella muta dimanda.
—E la Rosa,—proseguì egli,—farà molto bene ad aprirgli.
—Ma perchè?
—Perchè ho cose importantissime a dirgli.
—Giuliani, qui c'è qualcosa che io….
—Che?
—Un mistero…. Voi mi sembrate molto desideroso di vedere quest'uomo.
—Fate conto che io n'abbia una gran voglia.
—Ma voi andrete ad aspettarlo fuori.
—In verità, avremmo pur fatto così, se voi non ci aveste aperto. Ora siamo dentro e ci stiamo, con vostra licenza, perchè il luogo è più sicuro, e più acconcio al colloquio che debbo avere col nostro galantuomo.
—Galantuomo! Perchè dite galantuomo?
—Ah sì, scusate, dovevo dire briccone; ma ormai l'abuso del vocabolo è tale che può reputarsi un sinonimo dell'altro. Ricordate, Violetta, che ho promesso di mostrarvi chi sia il Garasso….
—Avete ragione; io già ve l'ho data vinta: ma io temo di qualche guaio…. Giuliani, io non consentirò mai… Ve ne prego, andate ad aspettarlo fuori! Pensate al risico che io dovrei correre per un vostro capriccio. Se nulla nulla alzate la voce…. se odono i casigliani. Povera me! Giuliani, ve ne supplico, andate a tendere le vostre trappole altrove.
—Udite;—notò sorridendo il Giuliani;—non è più tempo; salgono le scale.
—È vero! Vedete? per colpa vostra! Oh, ma io non farò aprire.
—Brava! per riceverlo liberamente e tranquillamente domani, il vostro Alfredo da trivio. Povero Marcello, vedi come già se ne va in fumo l'amore!
—Finitela, co' vostri sarcasmi!—gridò la donna, in quella che rispondeva con una stretta di mano alle tenerezze del Contini.
Marcello, già i lettori lo sanno, era un bel giovine, e un gran signore, agli occhi di Violetta. Il Garasso saliva le scale, e non sapeva ancora, il disgraziato, di scendere, anzi, d'esser già sceso.
Ella di sicuro non lo amava, e neanco lo preferiva ad altri, avendolo tolto per sua àncora di salvezza in una di quelle stagioni difficili che talvolta occorrono a certe bellezze stagionate, e lo teneva saldo, perchè era utile; ma nascosto, perchè avrebbe fatto cattivo servizio alla sua riputazione. Anche queste donne hanno una riputazione; le nobili protezioni ne accrescono il pregio; gli ignobili commerci non pure lo scemano, ma lo tolgono affatto. Che il Garasso fosse un poco di buono, lo aveva indovinato alle prime; ma avrebbe arrossito di sentirselo a dire; pronta del resto a piantarlo, se altri si fosse profferto, o se nel suo concetto il danno di quella tresca avesse superato il benefizio. Ora questo era il caso di Violetta. Il Giuliani aveva scoperto il segreto. Si aggiunga che il Bello le pareva sdanaiato; si poteva, si doveva metter fuori. E tutte queste cose le erano girate per la fantasia in quella mezz'ora di dialogo; nella sua ultima resistenza ai disegni del Giuliani non c'era più altro fuorchè il timore di uno scandalo notturno.
—Io non vorrei che avesse ad accadere una qualche disgrazia!—aveva ella soggiunto.
—Non temete, non accadrà nulla.
—Me lo giurate?
—Ve lo giuro. Conosco il mio uomo; so da che piede egli zoppica.
—Ma che gli dirò io?….
—Non gli direte nulla, perchè ve ne andrete in un'altra camera.
—Udite? È sul pianerottolo….
—Padrona!—disse con voce sommessa la vecchia fantesca, che s'era affacciata sull'uscio del salottino.—Ho da aprire?
—Sì, Gabrina;—entrò a dire il Giuliani;—non senti che suonano? Non è cortesia lasciar la gente sulle scale.—
La vecchia non si muoveva, e ci volle un cenno della padrona perchè obbedisse al comando del giovinotto.
—Presto, dunque!—disse questi;—andate con Marcello; non per di qua, che credo sia la vostra camera da letto…. Dove mette quell'uscio di rimpetto?
—Nella sala da pranzo;—bisbigliò Violetta, che udiva la Rosa esser giunta all'uscio di casa e metter mano al catenaccio.
—Orbene, andate, e non vi muovete; gli dirò che siete fuori di casa.
—Ma…. mi promettete?
—Sì, sì, non perdiamo tempo…. E tu, quel che sai!—disse al
Contini, mentre li spingeva ambedue verso la sala da pranzo.
Marcello gli rispose con un gesto eloquente, ed ambedue disparvero nel buio della camera attigua. Il Giuliani tirò l'uscio per modo che paresse chiuso, e andò a sedersi sul canapè dove rimase, con una gamba cavalcioni sull'altra, in atto di contemplare gli arabeschi del soffitto.
Era tempo; il passo del Bello risuonava sul pavimento dell'anticamera, mentre la vecchia Rosa, o Gabrina, se più vi aggrada, richiudeva l'uscio dietro di lui. Poco stante egli entrò nel salottino, dove aspettava di veder la Violetta, e in quella vece gli si parò davanti agli occhi il profilo del Giuliani.
Se fosse in lui maggiore la meraviglia o la molestia, non sapremmo chiarirvi per bene. L'atteggiamento suo rimase perplesso tra il punto ammirativo e l'interrogativo; segno di grave turbamento. E ce n'è d'avanzo, a dipingervi la figura ch'ei fece.
XI.
"Tra male gatte era venuto il sorco."
Qui il Giuliani badò a lavorar di fine, chè ne andava dell'onor suo; e in quella che un sorriso gli si dipingeva sulle labbra, l'anima chiamò tutte le forze a raccolta.
—Oh! siate il benvenuto, Garasso!—diss'egli, voltando a mezzo la persona sul canapè.
—Signor Giuliani, le son servo;—rispose l'altro, ma col piglio di un uomo che in cuor suo mandasse al diavolo l'importuno.
—Vi pare strano di vedermi qui, non è vero?—ripigliò il Giuliani, che non poteva lasciar passare senza nota quell'aria stupefatta e infastidita del Bello.
—Ma sì, veramente, un pochino…. e se Ella, mi vorrà dire….
—Anzi! Avrete giuocato, m'immagino, qualche volta a' goffi….—
Il Bello accennò col capo di sì, non sapendo dove il giornalista volesse andare a parare.
—Orbene, Garasso,—proseguì il Giuliani,—noi andiamo ambedue del medesimo seme; E non facciamo un buon punto, nè voi, nè io, poichè, a quanto pare, un altro aveva già in mano la donna.
—Che vuol dire Ella con ciò?
—Che la donna non c'è, e non ci resta altro che andare a monte, o aspettarla allo scarto.—
Senza fermarsi a gustare quella metafora continuata del suo interlocutore, il Bello si mosse per andare alla camera letto. Girò la maniglia, aperse l'uscio, e vide la camera vuota.
—Uomo di poca fede!—gli disse il Giuliani.—Perchè avete voi dubitato!
—E dov'è?—chiese il Bello.
—Non ve l'ha detto Gabrina? È uscita. Ma venite qua; possiamo aspettarla. In due sarà meno fatica. Consolatevi, poi, che non vi sono rivale, ed ero venuto a bella posta per voi.
—Per me?
—Sì, per voi, col quale ho da ragionare di cose gravi. Non vi stringete nelle spalle; io so bene che siete uno dei grossi.
—Non la capisco, in fede mia!
—Chi non vi conoscesse! Ma vi conosco ben io, e so che in tutti i segreti del partito ci ha mano il Bello, e non si fa un passo che egli non lo sappia, non si tenta una impresa ch'egli non c'entri. So inoltre che la sera del 29 avete fatto il debito vostro…. Non vi schermite, non infingete con me! Sapete pure che io non son uomo da tradire nessuno.
—Oh, signor Giuliani, non ho detto questo; ma gli è che io….
—Eravate al Diamante?—interruppe il Giuliani.
—No signore.
—In Vallechiara?
—No signore.
—E dove eravate voi dunque?
—Ma, la mi scusi, disse il Bello, a cui quelle interrogazioni tornavano moleste,—se Ella sa tutto, perchè mi domanda?
—Ah, vedete,—rispose il Giuliani con piglio che aveva del beffardo,—io so bene che qualcosa di grosso dovete aver fatto; ma per certe mie ragioni, che vi dirò poi, mi metterebbe conto udirne la narrazione da voi.
—Orbene,—ripigliò il Bello spazientito,—sono stato a letto.
—Baie!
—Se non lo crede, non so che farci. Dica Lei quel che ho fatto d'altro, che mi farà gran servizio a informarmene.
—No, non vi dirò nulla; aiuterò piuttosto la vostra memoria, che zoppica un tratto. Che cosa è avvenuto della fanciulla di casa Salvani?—
Il Bello (già i lettori l'hanno inteso) era da parecchi minuti sulle spine. Appena veduto in quella casa il Giuliani, aveva capito che c'era un pericolo per lui. Di qual sorte? Non poteva indovinarlo, ma lo sentiva imminente; paventava, senza saperne il perchè, e le sue risposte alle vaghe interrogazioni del Giuliani mostravano com'egli sapesse di viaggiare in territorio nemico. Quell'ultima domanda del giornalista era stata come lo smascherarsi d'una batteria; la prima palla gli era fischiata all'orecchio. Avrebbe voluto andar subito all'assalto; ma gli parve più prudente consiglio costringere il nemico a spiegar le sue forze.
—Di casa?…—domandò egli, come trasognato.
—Salvani;—ripetè l'altro;—non conoscete il
Salvani?
—Lo conosco, sicuro, perchè è uno dei nostri; ma non capisco che cosa
Ella abbia voluto dire.
—Ah no? proprio no? Ve ne avverto, Garasso, io so che lo sapete, ciò che v'ho chiesto; se non me lo dite, me l'avrò a male.
—Ella ha voglia di scherzare;—disse il Bello, guardandolo fisso.
—No, per Iddio, non è il caso!—rispose il Giuliani, alzandosi dal canapè, su cui da parecchi minuti non era già più seduto che a mezzo.—Facciamola finita, Garasso; o voi parlerete, o vi farò parlar io.
—In che modo?
—Pigliandovi pel collo.
—Ah, era una trappola? Ma vedrà Lei come la gira!—Così dicendo diede uno sbalzo indietro, e cavò di tasca una pistola, quella pistola che poche sere innanzi aveva fatto luccicare agli occhi, o, per dire più veramente, all'occhio buono del Guercio.
«Ma saetta previsa vien più lenta» ha scritto l'Allighieri; e il
Giuliani, che aveva preveduto il gesto, ebbe tempo a cansarsi.
—Signor Garasso,—gridò egli, mentre si tirava da un lato,—avete un bel girare la trappola; essa non è arnese pei gatti della nostra specie.
—E senta le unghie che ci hanno!—tuonò un'altra voce all'orecchio del Garasso, in quella che una mano di ferro lo agguantava nel collo.
Tentò di rivoltarsi, il manigoldo; ma non gli venne fatto, tanto quella mano era salda. Un'altra morsa gli afferrò il polso, e gli fe' dare un grido di dolore, mentre le dita prosciolte lasciavano andar la pistola, che il Giuliani con bel garbo gli tolse, innanzi che cadesse sul pavimento.—Lascialo andare, Marcello;—disse il giornalista.—Non vedi? gli è pavonazzo come il collare d'un canonico, o come la faccia d'un impiccato.
—Come ho da vederlo, se son dietro? Ma aspetta un poco!—
E Marcello, con un mezzo giro sollecito, fece passare la morsa delle sue dita robuste dalla nuca alla strozza. Per tal modo egli si pose da fianco al paziente, e potè vedergli il viso in tre quarti, come direbbe un pittore.
Il Bello, che in quel punto non era tale davvero, vide a sua volta la faccia del nuovo nemico; ma non istette a contemplarla, chè la sua attenzione, se così può dirsi di una suprema angoscia, di uno smarrimento d'agonia, era tutta a quella mano che gli stringeva la gola.
—Misericordia!—gridò con voce soffocata.—Per amore di Dio, non mi uccida!
—Va, ribaldo, sei libero!—gli rispose Marcello, lentando la stretta, per contentare il Giuliani.
Il primo atto del Bello fu di respirare largamente; il secondo di voltare istintivamente gli occhi da un lato, e, veduto un coltello sul ripiano d'una cantoniera, di scagliarsi a quella volta per afferrarlo. Ma innanzi che egli avesse mandato il suo disegno ad effetto, un poderoso manrovescio del Contini volò tra la sua persona e l'arma, facendogli ricadere il braccio intormentito sul fianco.
Allora stramazzò su d'una sedia, e vi rimase col capo chino, come istupidito da quella rovina di casi, dal dolore e dalla vergogna.
—Senti, briccone….—incominciò il Giuliani.
—Parla con te; alza il grugno;—soggiunse il Contini, accompagnando l'invito con un golino;—o ch'io ti dò il secondo per il buon peso.—
Il tapinello, tremando a verghe, rimase col mento all'insù, in quella postura che gli aveva dato il colpo di Marcello Contini.
—Senti, briccone;—ripigliò concitato il Giuliani,—o tu parli, o quella finestra sarà l'altezza dalla quale tu volerai sul selciato.
—Ella non vorrà macchiarsi d'un delitto….—balbettò il disgraziato.
—Ah, tu lo intendi, che a noi non metterebbe conto di risicar la galera per un furfante della tua risma? Ci ho gusto, perchè intenderai altresì quello che io sto per dirti. Abbiamo tre vendette a fare su te, e le faremo tutte e tre se pel tuo meglio non ti disponi a parlare. Quella furia di tua moglie saprà le tue marachelle per filo e per segno e ti concerà lei pel dì delle feste. Poi, siccome io non fo il giornalista per nulla, e ci ho il mio ripostiglio di segreti come tu di roba di malo acquisto, metterò, innanzi che tu possa uscire di qui, la polizia sulle orme di certi negozi che sai. Inoltre, racconterò le tue gesta a coloro che tradisci, apostolo del fico, spione ribaldo. E credi che nessuno ti accopperà, quando io abbia parlato, e quando pure, poichè lupo non mangia lupo, tu avessi scampato l'ergastolo?—
Alla progressione delle minacce aveva risposto una progressione di paura. Il Garasso che sotto il peso delle parole del Giuliani si era fatto piccin piccino sulla scranna, si provò infine con accento supplichevole a dirgli:
—Grazia! grazia! Non mi rovini, per carità….—
Il Giuliani stette immobile e muto alcuni istanti a contemplare quel mucchio d'ossa e di colpe; crollò le spalle, fece colle labbra un verso, come di nausea; quindi si rifece da capo all'interrogatorio.
—Dov'è la sorella di Lorenzo Salvani?
—Non lo so.
—Non lo sai? Bada a te!…
—Non lo so, signor Giuliani; come è vero Dio, non
lo so.
—In bocca tua,—entrò a dire il Contini,—potrebb'esser questa una restrizione mentale.
—Per che cosa ho da giurarlo?—gridò il Bello.—Per tutto quanto c'è di più sacro….
—A te?—ripigliò il Giuliani.—E che cosa puoi avere di sacro, birba matricolata? Io, vedi, non crederei neanche ad un giuramento fatto per la tua viltà. Ma via, stammi alla rimessa; chi ha fatto il colpo della cassettina d'ebano?
—O parla, o ti strozzo come un cane!—gridò il Contini, misurandogli le mani al collo.
Il Garasso sapeva come stringessero quelle tanaglie; però, innanzi d'esser colto, si lasciò andare vigliaccamente in ginocchio.
—Io, io ho tutto preparato, condotto io ogni
cosa. Misericordia!
—E per conto di chi? Rispondi!
—Del padre Bonaventura.
—Chi è costui?
—Bonaventura Gallegos, quel vecchio Spagnuolo, gesuita sfratato, che sta nel palazzo Vivaldi.
—Ah! il capo dei neri! Lo avrei dovuto indovinare;—disse il
Giuliani, scambiando un'occhiata coll'amico Marcello.
Questi, come il dio Termine, anzi come la immagine della giustizia inflessibile, stava lì presso al reo, ritto come un piuolo, colle braccia incrociate sul petto.
—Benissimo! La pagherà!—soggiunse egli recisamente, senza muoversi da quella postura.
—Ma io mi raccomando, signori, non mi tradiscano!—gridò il Garasso.—Quell'uomo è potente; loro signori non lo temono, ma a me può far male e di molto. Per carità, signor Giuliani, Ella è uomo d'onore…. Non mi rovini!
—Questo vedremo; dipenderà anzitutto dalla tua parlantina. E le carte che erano in quel cofanetto, chi le ha?
—Lui, lui, che era venuto, per maggior cautela, ad aspettare con me l'esito del colpo nella casa del Ceretti.
—Del Ceretti? Chi è costui?
—Il padrone della casa ove abitano i Salvani.
—E come c'entra che il tuo gesuita avesse posto colà il suo quartier generale?—
Messo per tal modo alle strette, il Bello raccontò per filo e per segno ogni cosa. Tanto, poichè aveva cominciato, meglio valeva il finire, e mettersi quanto più poteva in grazia a quei due, non giudici, animali feroci.
Così narrò dell'Arturo Ceretti, di quel Ganimede da dozzina, e delle pretensioni che aveva presso la sorella adottiva di Lorenzo Salvani; come fosse respinto da lei e picchiato dal servo Michele; come questi avesse cantato, ed egli, Garasso, per far servizio al gesuita, gli avesse recato in mano quest'altro filo della sua trama tenebrosa; la quale doveva riuscire al colpo della falsa perquisizione e al furto della cassettina d'ebano.
Ma qui si fermavano le notizie del Bello. Egli non sapeva che diamine di segreto si racchiudesse in quel cofanetto; padre Bonaventura lo aveva preso dalle sue mani, e se n'era andato sollecito. Nè altro sapeva della fanciulla, nè della signora che era andata in quella medesima notte a levarla di casa. Ogni più ragionevole congettura faceva credere che il vecchio suo compagno fosse il gesuita medesimo, o che per lo meno quel secondo colpo fosse una conseguenza del primo; ma questo poteva argomentare facilmente di per sè il Giuliani, senza mestieri delle induzioni del Bello. Questi infine non sapeva altro; lasciato il padre Bonaventura, congedati gli apocrifi carabinieri, se n'era andato pe' fatti suoi, a vedere i suoi __amici politici__, perchè egli in fondo in fondo era un buon patriota (diceva lui) e se per sue strettezze domestiche avea fatto quella azionaccia, della quale si pentiva amaramente, era nondimeno devoto alla buona causa, e voleva fedelmente servirla.
A quest'ultima dichiarazione del Bello, i suoi ascoltatori diedero ambedue in uno scroscio di risa, che lo fece rimanere sconcertato e confuso.
—Basta;—soggiunse il Giuliani, dando sulla voce a lui, che umilmente cercava di scolparsi;—questo non è affar nostro, e ne sappiamo quanto occorre.
—Se mi verrà fatto saper altro….—balbettò allora il Bello.—Se mi verrà fatto….
—Ce lo direte, Garasso, non ne dubito; poichè, a tenervi in nostra balìa, c'è la spada di Damocle. Sapete che cos'è, anzi dirò meglio, che cos'era la spada di Damocle?
Il Bello, confuso com'era, non rispose verbo.
—Ve lo dirò io;—ripigliò il giornalista.—Damocle era un cortigiano di Dionigi il vecchio, tiranno di Siracusa, detto il vecchio perchè fu padre di Dionigi il giovane. Questo Dionigi il vecchio era un tiranno arguto, come potrete sincerarvene dal tiro che fece a Damocle, suo cortigiano, il quale lo andava celebrando per la sua felicità senza pari. E gliela fece provare, la dolcezza del suo vivere; lo mise un'ora al suo posto, sdraiato a mensa su d'un letto magnifico, servito da schiavi attenti ad ogni suo cenno; ma ohimè, con una spada la cui impugnatura era raccomandata per un crine di cavallo alla travatura del soffitto, e la cui punta gli pendeva minacciosa sul capo. Immaginate, Garasso, come stesse d'animo il galantuomo; pur gli convenne tirare innanzi a mangiare, con quelle frutte in aria. Mi avrete capito; la spada di Damocle è sempre sospesa; fatene una, e il crine di cavallo si spezza. Ora andate; io non ho a dirvi più altro.—
In questo mentre, quell'uscio per cui era già venuto Marcello ad afferrare non visto il Garasso, si schiuse da capo, e comparve la Violetta nel vano.
—Era in casa!—esclamò il Bello, turbato da quella veduta improvvisa.
—In casa, sì,—rispose la Violetta,—e ne ho udito di belle!
—Perdonategli!—entrò a dirle sarcasticamente Giuliani,—egli ha fatto il male pel troppo amore che vi porta. Costa così caro, l'amore!
—Oh, io non voglio saperne a nessun prezzo, del suo; non voglio avere a che fare con uomini della sua risma; se ne vada per dove è venuto.
—Virtù, dove diamine sei venuta a ficcarti!—borbottò tra' denti il
Giuliani.
Quindi, volgendosi al Bello, gli disse:
—Sicchè, Garasso, per questa notte potrete riparare all'ombra amica del talamo.
—Sì, vado!—ringhiò, stringendo i pugni,
quell'altro.—
Il Giuliani, per farla finita, lo condusse sull'uscio dell'anticamera.
—Gabrina,—gridò egli, che non sapeva piegar la lingua al nome di
Rosa,—Gabrina, fategli lume!
—Non occorre, signor Giuliani, non occorre;—disse il Bello, col medesimo accento di prima.—Ella me l'ha fatta da galeotto.
—A marinaro, Garasso; da galeotto a marinaro; non vi lagnate. Sta in voi che non v'incolga peggio. Andate, andate, e, se vi torna, continuate a peccare.—
Ciò detto, e mentre il can bastonato infilava le scale, il Giuliani rientrò nel salotto, dove la donna preparava una scenetta delle sue.
—Ah signori!—gridò ella con piglio da tragedia.—Un uomo di quella fatta!…—
E svenne, o fece le mostre di svenire, nelle braccia di Marcello.
—Io me ne vado;—disse il Giuliani, senza punto
scomporsi.
—E chi rimarrà,—chiese il Contini,—a farla
rinvenire?
—__Tu Macellus eris;__—rispose l'amico, ridendo.
—Come vuoi.
—No, come vuoi tu.
—E sia pure, come voglio io; ma tu esci, e quell'altro non potrebbe essere in agguato?…
—Ecco la sua rivoltina; ce n'è per cinque suoi pari. Ma non te ne dar pensiero; questa gente scantona alla lesta. A lei dunque, sor Magnifico: si faccia onore coll'inferma.—
E seguitando a ridere, il Giuliani se ne andò, per ritrovare gli altri Templarii. Gabrina, che aveva la virtù della gratitudine, come la sua padrona quella del pudore, lo accompagnò con mille benedizioni e col chiaro d'una lucerna di ottone, fino all'ultimo gradino delle scale.
XII.
Il quale par fatto a posta per servire d'intramessa.
Come un pizzico di sale o di pepe nelle vivande, così un miccino, un'ombra di prepotenza nelle cose di questo mondo, non guasta mai, quando (ci s'intende) le siano condite di giustizia.
La violenza da sola fa il male, e non altro; la libertà fa il bene, gli è vero, ma da sola non basta; perchè non metterle uno zinzino di forza in aiuto? La forza è il braccio destro della giustizia, il braccio che picchia. Dove il nemico sta fermo in agguato, bisogna combattere. A chi assale, si potrà sempre rispondere: ragioniamo? Persuaderemo il male a morire di morte volontaria, e senza trarre un colpo sulle nostre file? Ogni cosa nel mondo procede per via di azione e riazione; la vita istessa si appalesa in questo modo, per diastole e sistole. Colla ragione ridurremo il nemico in più stretti confini; colla ragione gli toglieremo i suoi alleati; ma colla forza bisognerà dargli il tracollo; la giustizia dovrà far capo alle armi, l'acciaio rispondere all'acciaio.
Nel caso nostro, come avrebbe potuto il Giuliani venire in chiaro di quella trama tenebrosa, senza un miccino di prepotenza? Far capo alle leggi? Ottimamente; ma come, se i custodi della giustizia giravano nel manico? Quello non era tempo da sillogismi; la forza occorreva. E i Templarii ne usarono parcamente, come si è potuto vedere. La rivoltina cadde a tempo dalle mani del briccone; per farlo parlare ci volevano quelle medesime argomentazioni __ad hominem__ che già lo avevano disarmato. Fu grave il modo; ma, lo ha detto il proverbio: a mali estremi, estremi rimedii.
Il cominciamento fu felicissimo, poichè la medesima notte in cui l'Assereto narrava l'accaduto agli amici, eglino avevano in mano il bandolo della matassa, mercè la confessione del Bello. Il resto andò più lentamente, per quelle tali ragioni che governano ogni cosa di questo mondo, e fanno maturar tutto col tempo e colla paglia, come le nespole. La nostra storia è umana, nè può dipartirsi da queste leggi naturali.
I Templarii, che furono nella odierna società genovese un breve ma efficace esempio di ciò che possano dodici volontà associate, messero in moto tutti i congegni della loro operosità, e il segreto lavoro del gesuita fu prontamente scoperto. Scoprire era già un aver vinto a mezzo; doveva fare il resto l'astuzia, opponendo stratagemma a stratagemma, imboscata ad imboscata.
Sventuratamente, tutto ciò non salvava Lorenzo, non valeva a rilevarlo dall'abisso. I segugi di palazzo Ducale l'ormavano, come uno de' congiurati, quantunque nessuna testimonianza fosse contro di lui e tutti gl'imprigionati della famosa notte, richiesti dai giudici intorno a lui, avessero fatto prudentemente lo gnorri. Ma ciò non sapeva egli, e ad ogni modo, poichè in Genova lo avrebbero còlto, egli non doveva tornarci.—Del resto, a che pro? (gli diceva l'Assereto). Nè a torto nè a ragione, non lasciar che ti mettano in prigione.—Così rimaneva fuor di città, nei pressi di Bolzaneto, ma senza uscire di casa; prima, perchè lo stato dell'animo suo non era da andar girelloni, poi perchè era la stagione della villeggiatura, e ad uscir fuori c'era pericolo che la gente chiacchierina lo adocchiasse, e allora non c'era più scampo.
—Non ti fidare dei ciarlieri di buona fede,—gli diceva l'amico, portando sassi al Bisagno e campane a Genova.—I signori di palazzo Ducale ci fanno molto assegnamento, su questa classe di galantuomini. Uno solo di questi linguacciuti fa migliore ufficio che non una dozzina di spie.—
E Lorenzo, tra per arrendevolezza e per naturale desiderio, rimaneva chiuso, non pure in casa, ma in camera; svigorito, scorato, come sarà facile intendere, e col rammarico di vivere alle spese dell'Assereto, il quale, se era ricco di cuore, non era altrimenti ricco di borsa.
Ma egli avvenne che un giorno, essendo andato a visitarlo, e vedutolo così giù dell'animo, Aloise gli profferse, con quella amorosa cortesia che non patisce rifiuti, più sicura e più libera ospitalità nel suo castello di Montalto, che, come i lettori rammentano, era posto in cima ad una di quelle tante gole di monti che fiancheggiano la Polcevera.
—Andatevene alla Montalda!—gli disse.—È una rocca solitaria, una vera bicocca ascosa tra i greppi, ultimo ricordo de' miei maggiori. Colà son nato; colà è sepolta mia madre. Quando son triste me ne vado lassù. Dovrei andarci piuttosto quando son lieto, per temperare la baldanza delle illusioni, e misurare dall'alto il nulla delle umane speranze. Ma che volete? siam fatti così. Perchè non vengo da voi quando son gaio, quando il futuro mi arride pieno di dolci promesse? Perchè, quando son mesto, come oggi, invilito, sento il bisogno di venire a passar due ore con voi? Eppure vi amo, Lorenzo, e so che la vostra amicizia è più schietta, più salda, di tanti rapimenti del cuore…. Ma lasciamo stare le mie malinconie; parliamo delle vostre. Lassù sarete triste a vostro bell'agio. Il luogo non è gaio, di fatto. Ma almeno voi non intisichirete, come in questa clausura; ma almeno potrete correre a vostra posta, al cielo aperto, quando il soverchio dell'amarezza, rompendo dal cuore, vi spingerà le maledizioni sul labbro, vano sfogo della creatura che soffre. Ed anche la forza del maledire vi verrà meno lassù, poichè sarete vicino alla tomba di una donna, la quale è vissuta come una martire, ed è morta come una santa, e voi l'avrete esempio continuo ne' travagli dell'anima, e le direte che suo figlio non è molto più lieto di voi.—
Lorenzo non aveva mai udito il suo amico Aloise parlargli in tal guisa. Il marchese di Montalto era cortese, ma severo di modi, affettuoso ne' suoi discorsi, ma riguardoso ad un tempo. Qual rammarico era il suo, che lo rendeva così subitamente espansivo? Lorenzo non istette a cercarlo; ma in atto di andare incontro a quella mestizia, mentre tacitamente accettava la profferta dell'amico, gli disse:
—Perchè non verreste anche voi, Aloise?—
A quelle parole il giovine trasse un sospiro, chinò il capo e fece scorrere la palma della mano sulla fronte, come un uomo che cerchi di scacciare un pensiero molesto.
—Oh perdonate!—soggiunse tosto il Salvani, che ben si accorgeva di aver toccato una piaga.
—Nulla, nulla!—rispose il Montalto.—Debbo rimanere a Genova, per tante cose e nessuna. La vita di città ci tiene legati per mille fili sottilissimi, che non si possono romper tutti ad un tratto. Ciò mi fa ricordare di quel povero Gulliver, quando capitò nella terra di Lilliput, e, addormentatosi sulla riva deserta, si svegliò così strettamente legato da migliaia di crini, come se avesse avuto i polsi stretti da gomene fermate al terreno. E poi, chi sa? dovrò anche andar fuori, in Francia, o in Germania; ma questo vi posso promettere, che verrò più tardi a farvi compagnia, e sarà una festa per me.—
Quel medesimo giorno, salutato l'Assereto, che era sopraggiunto in quel mezzo e aveva rincalzato de' suoi consigli le profferte di Aloise, il nostro Lorenzo si avviò per le colline fino alla Montalda, chiedendo a sè stesso che cosa potesse aver reso così triste quel giovine, il quale era parso tanto felice, dedito com'era a tutti i fastosi passatempi de' suoi pari, e non d'altro curante che delle sue cavalcate, de' suoi patrizii ritrovi e delle sue superbe fatiche d'automedonte.
—Ognuno ha la sua croce!—pensava Lorenzo in quella che andava lentamente per l'erta su cui era murato il castello.—Niente manca ad Aloise, per esser felice; gioventù, bellezza, nobiltà di sangue, e quella agiatezza in cui risiede l'indipendenza, la bella indipendenza, che solo intende ed apprezza chi l'ha perduta, ma di cui tuttavia gode i benefizi chi l'ha. Ed egli è triste, e si paragona a me nel dolore. Ama egli forse?… Amare, soffrire, navigar per mare in tempesta senza scorgere il porto, naufragare senza una vela all'orizzonte che dia speranza di aiuto!—
E il pensiero di Lorenzo tornava a Maria. Dov'era Maria? Come aveva potuto lasciare la casa che era pur sua? Egli ben sentiva di amarla, quella casta fanciulla, fatta donna dal dolore. Perchè veramente era stato un momento d'angoscia suprema, quello che a lei, innocente creatura, aveva strappato dalle labbra il segreto inavvertito dell'anima, e a lui rischiarati di una luce improvvisa i più riposti penetrali del cuore. La santa tenerezza di due vite non affratellate dalla comunanza del sangue, può rimanere come un abisso invarcabile per esse, fino a tanto che duri, colla calma usata degli eventi, la rispettosa consuetudine. Ma viene il tremuoto a scuotere dal profondo la terra, e l'abisso incontanente si colma; una sventura, tremuoto dell'anima, rompe i vincoli della consuetudine, e l'amore trabocca nell'ossequio, lo copre, lo compenetra nel suo torrente di lava. Tutto ciò era accaduto; la tenerezza aveva ceduto il luogo all'amore. E quel giorno medesimo che doveva schiudere un nuovo orizzonte a quelle due vite, mostrar loro nella unione l'indirizzo a quella felicità di cui erano sì degne, quel giorno medesimo le aveva separate, divelte violentemente l'una dall'altra. Egli ramingo; ella perduta per lui. Povero Salvani! povero gladiatore ferito! egli non si alzava altrimenti sulle ginocchia, che per ricadere da capo.
Questi pensieri lo accompagnarono fino alla meta del suo viaggio, dove gli si parò davanti agli occhi un palazzotto quadrato, sullo stile del cinquecento, colla sua torre da un fianco, e la sua cappella dall'altro, aggiunta del secolo decimo settimo, come era facile argomentare dai fregi barocchi della facciata. Un piazzale partito ad aiuole di giardino, e ornato di spalliere di aranci e limoni, correva sulla fronte dell'edifizio. Tutt'intorno, la collina era coltivata, e i ciglioni delle fruttaglie, coperte di pampini, mostravano che il dilettevole era stato sacrificato all'utile dai signori del luogo. Per compenso a questa usurpazione agricola, un bosco foltissimo di castagni si distendeva alle spalle del palazzotto, a cui serviva di cornice, ed esso medesimo appariva incorniciato, sui lembi lontani della costa, da una doppia selva di pini, roveri, frassini, corbezzoli e di ogni altra maniera di piante, che vivono in facile compagnia sulle nostre montagne ligustiche.
In altri tempi la Montalda doveva essere stata una bella dimora, ma sempre di molto severa apparenza. E assai più severa, quasi selvaggia, appariva allora agli occhi di Lorenzo Salvani, a cagione della lunga trascuranza de' suoi signori, e dello squallore che sempre tien dietro alla solitudine. Le persiane tutte chiuse, mostravano per due ordini il loro verde sbiadito; anche la tinta giallognola della facciata, qua e là macchiata dagli sgoccioli nerastri delle finestre, accusava per molte bianche sfaldature dell'intonaco i suoi lunghi anni di servizio.
Un vecchio dalla pelle rugosa, dall'aspetto severo come e forse più del palazzo, levò il capo, all'avvicinarsi di Lorenzo, dal mezzo d'un'aiuola, e si fece innanzi, col sarchiello in una mano e il cappello nell'altra, ad ossequiare sua Eccellenza. Senonchè, come gli fu dappresso, vedutolo bruno e non biondo, poi meno aitante della persona che non fosse Aloise, ammutolì, chiedendogli col gesto che cosa volesse lassù.
Lorenzo, precorrendo quel gesto, aveva già cavato di tasca una lettera.
—È qui l'Antonio?—diss'egli.
—Antonio son io,—rispose il vecchio.
Il Salvani gli porse allora la lettera, che egli con molto rispetto, ma con altrettanta prontezza, si fece a leggere, non senza meraviglia del giovine, che lo vedeva correre così spedito da un verso all'altro dello scritto, come uno de' più esercitati lettori. Veramente, all'aspetto pareva uno zotico villanzone; ma egli era come le melagrane, le quali non hanno di ruvido che la buccia, e celano a centinaia i rubini nel grembo. Nato alla Montalda, Antonio era il più fidato servitore dei castellani; e quando la marchesa di Montalto, morto il marito, si ritrasse a vivere lassù, egli, vecchio arnese della casa, egli che aveva palleggiato sulle sue braccia Aloise bambino, egli che aveva aiutato a rinchiudere nella sua cassa di piombo il marchese Alessandro, egli era rimasto il servo confidente della marchesa Eugenia, egli aveva assistito al lento struggersi di quella santa vittima di un triste Imeneo.
Letta la lettera, che era, come già s'è indovinato, del marchese di Montalto, il vecchio accennò rispettosamente a Lorenzo di seguirlo; quindi, deposto il sarchiello sul ciglio dell'aiuola, lo precedette nel palazzo, spiccò da un chiodo un mazzo di chiavi e salì al primo piano, dov'era una gran sala, le cui alte pareti erano ornate di vecchi ritratti. Tali almeno parvero a Lorenzo, che poco poteva discernerli in quella scarsa luce vespertina che trapelava delle imposte chiuse.
Sempre taciturno, il vecchio gastaldo andò verso un uscio in capo alla sala, e apertolo, si ritrasse per dare il passo all'ospite. Era colà il quartierino di Aloise, che faceva riscontro a quello di sua madre, posto dall'altro lato della sala. Un'anticamera, uno studio, la camera da letto e lo spogliatoio, formavano quel piccolo appartamento, arredato con una severa semplicità che piacque a Lorenzo, il quale amava molto le vecchie masserizie, e non poteva mandar giù il fasto degli arredi, se non era passato per la trafila di due secoli almeno.
Colà si ridusse Lorenzo; e il giorno di poi la sua tristezza s'era già cosiffattamente accomodata a quella solitudine, come se egli non avesse avuto altra dimora da un anno. Egli si avvezzò ad Antonio, Antonio a lui; l'uno e l'altro senza barattar parole, salvo nei casi di vera necessità.
Il vecchio scendeva di buon mattino sul piazzale per curare i fiori della marchesa. Così era uso di fare quando ella viveva; così seguitava a fare, dopo la morte di lei. Sarchiava, annaffiava, seminava a suo tempo, ma sempre le medesime specie, e coglieva ad ogni stagione i medesimi fiori. In una sola cosa era mutato il costume, poichè Antonio, colti i suoi fiori, in cambio di portarli nella sala da lavoro della marchesa, li portava in cappella, e li disponeva in due vasi di cristallo a' piè della tomba. E tutti i giorni così; un automa non avrebbe fatto meglio il suo periodico uffizio.
Si è mattinieri in campagna; mattiniero tra tutti colui che un'interna cura affatica, rendendogli molesta la tranquillità del riposo. Lorenzo era desto coll'alba; pochi minuti dopo, come un'ombra pallida sul limitare della tomba, si affacciava al portone, dove ancora non giungevano i primi raggi del sole, e donde gli era dato ogni giorno vedere il vecchio, che, più mattiniero di lui, già stava a curare i fiori della morta signora. Quello spettacolo divenne in pochi dì una consuetudine, e la consuetudine portò l'imitazione.
Ciò avvenne senza mestieri d'intesa, dopo uno di quei saluti che l'ospite e il custode della Montalda barattavano tra loro, come due monaci della Trappa. Antonio coglieva ciocche d'elitropio da un lato: Lorenzo si fece a cogliere amorini dall'altro, precorrendo coll'opera sua la fatica che gli aveva veduto fare ogni dì. Antonio, la prima volta che il signor Salvani si adoperò in tal modo a dargli una mano, si volse a lui e stette, tra attonito e scontento, a guardarlo: forse voleva dirgli di smettere, che quello era affar suo, tutto, suo; ma poi, fosse il ricordo che quello era l'ospite del padrone, o il pensiero che cortesia non merita villania, si tenne le parole nel gozzo, e si contentò della sua mezza fatica. Neppure si dolse che Lorenzo lo accompagnasse alla cappella col suo fascio di fiori; ma parve gradire l'atto riguardoso del giovane, che lasciò a lui la cura di mettere i fiori a mazzo e di collocarli in mostra, pago del più umile ufficio di togliere i vizzi e di rinnovar l'acqua ne' due vasi di cristallo.
—Erano i suoi!—disse Antonio, accennando i vasi che lui porgeva il suo nuovo aiutante. In quelle tre parole, che chiamavano in mezzo a loro la memoria della marchesa era la consacrazione di quell'aiuto che a prima giunta gli era parso una usurpazione de' suoi diritti.
D'allora in poi quell'uffizio mattutino fu sempre fatto in comune. Altre ragioni di ravvicinamento e di conversazione non erano tra loro. Buon giorno e buona sera, secondo le ore; la frase sacramentale: «il signore è servito» all'ora della colazione e a quella del desinare; e ogni cosa era detta. Lorenzo non comandava mai nulla; assaggiava a mala pena i cibi ammanniti da una vecchia fante tornata contadina, che pure ricordandosi di aver servito in casa Montalto, la pretendeva a cuoca; e subito a correre pe' monti, come una fiera. Più e più volte occorse che egli dimenticasse il desinare, ritornando con le ombre della notte al palazzo. Allora si metteva a tavola, e mandava giù, senza pure addarsene, il pranzo raffreddato. «Povero signorino!» diceva la cuoca, e almanaccava le disgrazie che avevano potuto ridurlo in quello stato; Antonio lo serviva senza far motto; la mestizia dell'ospite pareva ai custode la cosa più naturale del mondo.
La selvaggia orridezza di que' monti piaceva a Lorenzo; o, per dire più veramente, il suo spirito, non turbato da contrasti di allegra prospettiva, spaziava liberamente, naufragava a sua posta in quella profonda tristezza di natura. Vagava senza proposito qua e là; le membra si muovevano; la mente era altrove, o giaceva offuscata, istupidita da quel rovescio d'immeritate sventure.
Le sue corse quotidiane giungevano fino ad una balza che signoreggiava la valle e le circostanti costiere, e donde il palazzotto dei Montalto appariva come un masso bianchiccio rovinato da una di quelle alpestri sommità e arrestato a mezzo il suo cammino precipitoso da una anfrattuosità del terreno. Lassù rimaneva lunghe ore, inerte, smemorato, colle braccia raccolte sul petto e gli occhi fissi nel lontano orizzonte. Spesso egli era ancora lassù, in quella postura, al cader della notte, e pareva la statua dello stupore; il contadino che avesse veduto da lontano, nel ricondursi al suo casolare, quella immobile figura nereggiante di rincontro alla pallida luce della sera, avrebbe fatto il segno della croce ed affrettato il passo per la via solitaria, come nei pressi d'un camposanto, o d'una casupola diroccata, asilo di folletti e di streghe.
L'Assereto andava qualche volta a vederlo, in que' ritagli di tempo che gli erano lasciati dalle cure della settimana. Anche il Giuliani era stato un giorno alla Montalda, per udire da Lorenzo alcuni particolari intorno al segreto dei natali di Maria, e raccontargli quel che sapeva, e quel che aveva in mente di fare. Ma le notizie che potessero ridonar la vita al solitario erano scarse. Dopo la scoperta dei Templarii non c'era più stato nulla di nuovo, salvo che la fanciulla, come il Giuliani aveva argomentato, era chiusa in un monastero. E questo aveva risaputo Aloise, per un discorso fatto a caso dalla marchesa Ginevra, la quale, come si è detto, aveva una zia a San Silvestro, e andava di tanto in tanto a visitarla. Ma egli non aveva potuto dicevolmente insistere colle domande, nè chiederle il suo patrocinio e la sua intromissione in quel negozio; gli bastava aver saputa la cosa, e la riferiva agli amici.
Un pensiero era balenato alla mente del Giuliani; presentarsi alla dama del carteggio; entrarle della giovinetta rapita; parlare al suo cuore, e la mercè di quella alleanza finir la guerra d'un tratto. Ma il disegno era più che ardito, temerario. Come lo avrebbe accolto la vedova marchesa di Priamar? Dato il caso che, con un pretesto difficile a trovarsi, egli avesse potuto giungere fino a lei, come avrebbe potuto entrare in materia senza farla arrossire, e senza farsi mettere alla porta? Offendeva una donna; non raggiungeva l'intento; lasciava argomentare che il segreto era scoperto, e ciò poteva tornare a maggior danno per la sventurata fanciulla. Il concetto era gramo, e bisognò rinunziarvi.
Ma l'ardito Giuliani non volle darsi per vinto. Egli ne pensò un'altra più strana a gran pezza, che fe' crollar mestamente il capo a Lorenzo. Pareva impossibile, e forse era; comunque fosse, conduceva per le lunghe; ma ci aveva questo di buono, che era l'unica, e non guastava nessun altro disegno migliore che si potesse immaginare in processo di tempo. Con questo spediente, disse il Giuliani, mettiamo un piede nella piazza. Le sacre carte c'insegnano di quanto aiuto tornasse alle armi di Giosuè che Raab dimorasse di costa alle mura di Gerico.
Intanto, due mesi trascorsero. Erano già tre, dopo il 29 di giugno, e non c'era nulla di fatto. Aloise era andato a Parigi, ombra pedissequa della marchesa Ginevra, che aveva fatto quella gita in compagnia del marito. Il Giuliani attendeva al suo disegno, che faceva assai poco cammino, e sebbene si consolasse col proverbio «chi va piano va sano» non poteva ritenersi dal ricordare la giunta «ma va poco lontano» che pur troppo ne tempera l'efficacia.
E in quel mezzo il povero Lorenzo ammalò. La febbre lo ardeva, e fu per morirne. Il delirio gli rappresentava sformati, intrecciati in mille guise, gli eventi della triste sua vita. Scorgeva Maria, l'amata Maria, costretta da una madre snaturata a prendere il velo; il Collini, il gesuita, il Ceretti e tutte le ombre nere del suo passato gli danzavano intorno, chiudendogli l'adito al santuario dove si stava consumando il sacrifizio della sua povera bella, che indarno tendeva le palme a lui ed al cielo. E quelle ombre gli si stringevano intorno, lo soffocavano; nelle loro sghignazzate beffarde s'andavano perdendo le ultime fievoli strida della vittima, che egli non vedeva già più. Sgomentito, si rannicchiava, tentava ritrarsi indietro, facendosi schermo colle mani da que' ceffi ribaldi, il cui alito infuocato gli frizzava sul volto. Rompeva allora, in uno sforzo supremo, quella cerchia di nemici; fuggiva, sentendoli incalzare alle spalle, e cadeva trafelato sulla soglia d'un cimitero, donde suo padre e sua madre, pallidi fantasmi usciti pur mo' dalla tomba, gli stendevano le braccia amorose.—È questi mio figlio?—diceva la morta, stringendolo al seno.—E donde tante ferite, tante lividure, su questo povero corpo? Vieni, figliuol mio, angelo mio, vieni; il letto che tu hai composto a' tuoi genitori è largo abbastanza per tre. Qui, come il dì che sei nato, riposerai sul seno di tua madre.—