Il morbo e la natura lottarono con varia fortuna; finalmente la natura la vinse. Ma la convalescenza fu lunga, e Lorenzo Salvani non tornò altrimenti nella pienezza delle sue facoltà, che per un largo periodo di torpore intellettuale. Il giorno che si svegliò da quel letargo e ravvisò la sua cameretta, vide Aloise seduto al suo capezzale, ma così scombuiato, che a prima giunta credette gli tornassero innanzi i fantasmi del suo lungo delirio.
Aloise si curvò sopra di lui, e lo chiamò soavemente per nome.
—Ah, siete dunque voi, Aloise?—disse
l'infermo.—Tornato?…
—Sì, da otto giorni, e rimarrò con voi fino a tanto non uscirete a respirare all'aperto.
—Siete mutato, Aloise; non vi riconoscevo più….
—Non parliamo di me!—rispose l'amico.—Già ve lo dissi, Lorenzo; triste come voi; e le mie amarezze, come le vostre, sono di quelle che a rimestarle inaspriscono.—
Due grosse lagrime tremarono sugli occhi dell'infermo, e scesero a rigargli le guance. Aloise chinò la fronte e nascose il volto sulla sponda del letto; anch'egli piangeva.
XIII.
"Se Messenia piange, Sparta non ride."
Ai nostri lettori, i quali non hanno dimenticato Lilla di Priamar, traveduta a mala pena dalle indiscrete pagine di un antico carteggio amoroso, non sarà discaro che li conduciamo ora in via del Campo, nota per la lapide infame di Giulio Cesare Vachero, e che entriamo in un palazzo di severa apparenza, dove abitava nel 1857 la vedova marchesa. Colà, per le necessità del nostro racconto, dobbiamo seguire il padre Bonaventura.
Intorno al quale egli è tempo che diciamo alcun che di più intimo. Due o tre passi del carteggio accennato ci hanno già fatto trapelare una parte della sua giovinezza, e per qual cagione riposta lo Spagnuolo, ferito nel cuore, avesse consacrato l'animo a Dio, ma in quel solo modo che la sua indole consentiva, ascrivendosi alla operosa e battagliera compagnia di Gesù. Il Gallegos aveva amato fieramente la marchesa Lilla, e, cosa strana, l'amava tuttavia a cinquant'anni, con tutta la tenacità del suo gagliardo carattere.
Il salotto della marchesa di Priamar era un luogo assai malinconico, sebbene dagli affreschi della volta sorridessero ai visitatori mortali tutti gli dei dell'Olimpo, raccolti a convito dal pennello del Tavarone, e sulle vaste pareti un'Armida scollacciata trattenesse con isvariate lusinghe il suo Rinaldo nelle sbiadite verdure di quattro magnifici arazzi di Fiandra. In quell'ampio salotto si smarriva la luce, bevuta a larghe fauci da quattro alti finestroni, scarsamente illuminando i più suntuosi arredi che il Secento avesse tramandato alle cure restauratrici degli stipettai d'oggidì. Vi regnava il fasto per entro, pompeggiava nel damasco, splendeva nel bronzo, ma severo come le pieghe di quel superbo tessuto, contegnoso come i fregi di quel ragguardevole metallo. Un'aria grave di nobiltà ingombrava la sala; e tuttavia, all'entrarvi, si era colti come da un senso di freddo, sebbene l'apertura di un alto camino di porfido, alla foggia antica, il cui architrave era sorretto da due Telamoni di lodato scalpello, fosse ben suggellata da un paravento di stoffa. Tutto era sfarzo, come in una chiesa; ma severo e freddo del pari.
Da un lato del salotto e presso uno dei finestroni che abbiamo accennati, l'acconcia postura di un sofà, di un tavolino di lacca giapponese e di alcune scranne svariate di forma e di nome, aveva naturalmente foggiato un più geniale ridotto, dove sedeva la signora del luogo, intenta a leggere le novelle del giorno nell'__Armonia__ di Torino, in quella effemeride che pretendeva accordare la religione colla civiltà, e le pareva d'aver fatto il colpo, affermando la cosa nel titolo.
Anch'essa, la nobil signora, effigiava una armonia, ma più efficace e più vera, l'armonia della maturità colla bellezza. Le membra tondeggiavano, ma senza perdere la grazia dei contorni; e dall'imbusto, sebbene ella fosse seduta e un po' curva sul foglio, poteva argomentarsi che fosse di bella statura. Il suo volto era ammirabile per quella giustezza di lineamenti che si vantaggia ingrassando, e consente a certe donne gli splendori della seconda gioventù. Nè meno bella appariva la mano, che poteva essere lodata come quella di Anna d'Austria, vent'anni dopo che era stata baciata dal duca di Buckingham. L'occhialino cerchiato d'oro e ornato d'un manico di madreperla, che ella teneva accostato agli occhi, dinotava esser ella di vista corta; la qual cosa per le signore donne è un vezzo di più. Non si direbbe che il colmo della bellezza consista per l'appunto in certe imperfezioni? I greci pittori, non è chi nol sappia, per dar l'ultimo tocco alla bellezza di Venere, la dipinsero losca.
Sottili le labbra e naturalmente chiuse, la dimostravano punto cedevole ai sensi, e di carattere imperioso. Due fasci di rughe finissime, che dalle tempie andavano restringendosi verso le occhiaie, erano, insieme coi capegli già largamente brizzolati, i soli indizi della guerra degli anni. Era pur cosa facile cancellare quella ingiuria del tempo! Ma, fosse noncuranza di animo tutto rivolto a cure celesti, o quintessenza di quella civetteria che è innata in tutte le donne, e si ficca perfino nelle pieghe del cappello insaldato d'una suora di carità, o l'una cosa e l'altra ad un tempo, la marchesa Lilla non chiedeva ai trovati dell'arte quel nero lucente d'ebano che la natura, per vendicarsi in qualche modo di quella avvenenza ostinata, le veniva distruggendo a mano a mano colle sue nevicate.
Vestiva infine severamente, di seta a cordelloni, d'un pavonazzo carico; il seno, coperto bensì fino alla radice del collo, ma non dissimulato da pieghe, pareva non aver riconosciuto, oltre i trenta, l'impero degli anni. E la marchesa ne aveva quarantasette, o poco più; certo i quarantotto non erano anche suonati.
Superbo avanzo del passato, che vince soventi volte al paragone le più celebrate maraviglie del presente, ella era tuttavia una di quelle donne a cui tutti offrono il tacito omaggio di un alto stupore. Non è che si dimentichi l'età; ma ognuno dice in cuor suo: o come può durarla così? Per verità ci vergogneremmo di confessarlo, e sogliamo anzi celiare intorno a queste bisarcavole della bellezza; ma dentro di noi sentiamo verissima quella sentenza che il Guerrazzi pose sulle labbra d'un paggio innamorato: «non si fa all'amore col calendario alla mano.» Or dunque, vedendo costei, ognuno diceva: come può ella trionfare in tal guisa degli anni, che pure s'accrescono a tutti e si fanno maledettamente sentire? Pari alla famosa Ninon de Lenclos, ha ella avuto un filtro di giovinezza da un nuovo Fortunio Liceti?
Senonchè, per simili donne il filtro è spesso l'avere poco o punto patito, l'esser vissute senza affanni di cuore, l'aver goduto senza turbamento, considerando ed accogliendo felicemente la vita come una lunga sequela di soddisfazioni. Figlie di Eva, ma più avvedute di lei, dopo l'insegnamento della cacciata, gustarono il pomo della vita, dopo averlo diligentemente mondato; bevvero alla coppa del piacere, ma a sapientissimi sorsi, e cansarono i fumi dell'ebbrezza.
I lettori, rammentando la storia giovanile di Lilla e di Paris Montalto, ci noteranno di contraddizione. Ma aveva ella amato davvero? A noi pare più giusto il dire che era stata amata, che aveva ceduto, ma che subito, poichè non amava da senno, aveva badato a ritrarsi dal giuoco, ripigliandosi la posta. Tutto è lecito alle donne, e i giuocatori che lo sanno, le vedono di mal occhio sedersi al tappeto verde con essi.
E Lilla, che un giorno aveva creduto di amare, ma che non amava da senno, fu amata, adorata fino alla morte, da un povero esule. Bel sacrifizio di un nobile cuore ad un idolo muto! Se egli fosse sopravvissuto al marchese di Priamar se fosse tornato a lei, finalmente libera, chi sa?… Ma, vivi ambedue, il lontano si affacciava alla sua mente come la memoria d'un fallo; e quando il lontano morì, non lo pianse; pregò per lui, e le parve un conto saldato.
Nè vogliano reputarla cattiva i lettori; umana soltanto, nel senso che Terenzio ha dato al vocabolo, nient'altro che umana. Era una donna pentita, nè poteva operare o pensare diverso. Nobilissima com'era, non si rallegrò; ma tacitamente, quasi istintivamente, senza pure formarsi un chiaro concetto di ciò che sentiva, adorò in quella morte i decreti della divina provvidenza, che cancellavano in tal guisa un malaugurato ricordo. S'era data alle pratiche religiose come ad un rifugio dello spirito; vi perdurò senza fatica, ingannandosi anche nell'amor divino, come s'era ingannata nell'amore terreno.
La casa della marchesa di Priamar, come abbiam detto a suo luogo, era un ritrovo di gente posata, magistrati sputasentenze, dame contegnose, nobili parrucconi e simiglianti, tra i quali ella regnava, legittima Aspasia di quel fastoso consorzio. Le smancerie degli abati, le riguardose tenerezze dei vecchi Alcibiadi, le dicevano che era tenuta per bella; il che non guasta mai. Le dame anche più apertamente la decantavano bellissima, poichè non rapiva loro gli amanti, e la sua vanità femminile aveva largo tributo d'incensi, in quella che la sua ambizione si esercitava liberamente ne' suoi caritatevoli patrocinii, ne' suoi misericordiosi maneggi.
Poco dopo il Montalto, anche il marito morì, rendendo alla terra un corpo pieno di acciacchi e alla marchesa la sua libertà. Vedova, ella giunse all'età in cui la passione ridotta agli sgoccioli dà l'ultimo guizzo, e il più vivido, nel cuore della donna più austera per costume, più fredda per indole; vogliam dire a quello scoglio de' quarant'anni, tanto più pericoloso per lei, in quanto che la sua freschezza dimostrava non aver sentito alcun danno dal tempo. Ma il caso le diede di uscirne vincitrice, custodita come era da quel contorno di gente sciocca e cerimoniosa, e più ancora dalla sua medesima vedovanza, stato minaccioso che potrebbe paragonarsi a quelle fortezze abbandonate, dove il nemico non ardisce di entrare, per sospetto di agguati, o di mine pronte a scoppiare. Que' prosecutori di facili conquiste che sono certi zerbinotti, gente che va a cacciare nelle boscaglie di Pafo col biglietto d'andata e ritorno in tasca, non si perigliavano sull'orme di una selvaggina che li avrebbe condotti, Dio sa dove, fors'anco nelle ugne ai guardacaccia dell'Imeneo. Così ella varcò tranquillamente il tratto pericoloso; girò quel capo delle tempeste, oltre il quale l'anima che non vi giunse accompagnata è costretta a rimaner sola per tutto il rimanente del suo viaggio sul mare della vita.
C'era bensì il Gallegos, l'amante spregiato della prima giovinezza, pertinace nell'età matura, tanto più ardente quanto più taciturno e chiuso in sè stesso. Ma lo Spagnuolo, a lei fanciulla increscioso, non si impadronì più mai del cuor della donna. Tra quelle due anime fu sempre un abisso; e se le cime apparivano raccostate, il torrente romoreggiava sempre nel fondo, scavandolo sempre più addentro. I lettori rammenteranno ciò che la marchesa di Priamar scriveva al Montalto fin dal 1843: «Quegli che voi chiamate lo Spagnuolo, è in Genova; sì certamente, ma che importa a me? Egli è qui venuto, ma colla tonaca nera della Compagnia di Gesù, ch'egli ha indossata da ott'anni. Ho avuto a parlargli una volta. Egli non è più l'uomo di prima, nè credo ricordi il passato; ma se ciò pur fosse? Lilla non lo ha amato mai, lo sapete; ed ora ambedue non amiamo, non adoriamo altro che Dio. Questo è, io credo, il primo e l'unico punto di contatto che possano avere le anime nostre.» Ed aveva scritto il vero, e vero rimase pur sempre. Anche rammentando gli antichi amori dello Spagnuolo, fors'anco trapelando che non erano spenti, Lilla accolse il gesuita come un venerabile amico, il quale per tal modo si fece consigliero ed arbitro in casa sua, ed ella riuscì a non iscorgere altro in lui che l'amico, a riverirlo come un padre spirituale, in quella che pur lo temeva, come si temono instintivamente tutti gli uomini di gran levatura, di troppo gagliarda tempra per l'indole nostra più mite.
E Bonaventura, frattanto, col suo segreto chiuso nel cuore, portava la catena ch'egli medesimo s'era imposta votandosi agli ordini ecclesiastici, e corrucciato di quella immobilità volontaria, ma altrettanto pauroso di muovere un passo verso di lei, rimaneva muto, rannuvolato, scontento, sull'orlo dell'abisso.
Triste cosa, facile a dirsi, come il nome scientifico di certe orride malattie, solo che s'abbia dimestichezza colla struttura dei vocaboli greci e latini, ma terribile a sentirsi, chi n'abbia dentro di sè la malnata radice! Vivere, ombra eterna, accanto ad una donna fieramente amata; non poterle dir nulla: non vedere, non sentir nulla che raggi da lei e risponda alla fiamma che vi consuma; ardere e sentir freddo dintorno a voi; la vostra energia sempre viva e gagliarda spandersi da tutti i pori come un fluido magnetico, ma non poter correre una spanna più oltre, aggrumarvisi intorno, come il vostro alito denso in una regione di ghiacci eterni; orribile vita! Forte al cospetto del mondo, anima nata per comandare altrui, Bonaventura era debole innanzi a quella donna, non più giovine, già sparsa di rughe accusatrici e di capelli bianchi alle tempie. Lo spirito del male aveva la sua punizione in sè stesso. Se lo avessero saputo nel campo nemico!
Scriviamo per lettori i quali intendono questi viluppi del cuore umano, e non ci fermeremo a distrigarli con sottigliezze psicologiche. Quell'uomo così fortemente innamorato si struggeva di cogliere in fallo la donna amata. Che cercava egli? che sperava? Forse un istante d'ira feroce che gli desse ardimento a ferire un gran colpo, a farle paura, ad ottenerla colla violenza. Ma quella donna era muta, fredda invincibile, come una sfinge di granito. Però nell'amore di Bonaventura a lungo andare, s'era infiltrato l'odio; quel vino poderoso (ci si consenta il paragone) s'era inacetito nel vaso. Torturato nel profondo, pigliava un aspro diletto a torturare anche lei; mancandogli un fallo recente, almanaccava a rintracciarne un antico. De' suoi amori con Paris Montalto non aveva potuto sincerarsi mai, e la dolcezza di sale dell'aristocratico annotatore del Parafulmine lo faceva talvolta sorridere di compassione, tal altra uscire in maledizioni contro la umana sciocchezza. In quello spicilegio di errori e di colpe, di debolezze e di nequizie, c'era ogni cosa, salvo quel tanto che a lui metteva più conto sapere.
Ma il vecchio geloso aveva tutte le sottigliezze dell'inquisitore. Fiutata la colpa, andò difilato sull'orme; pose a raffronto le date; seguì il tenue filo delle ricordanze; pronunziò accortamente un nome d'estinto; notò gli atti e i sospiri; la parola e il silenzio gli giovarono egualmente. Il ripesco c'era stato; bisognava averne le prove. E i lettori già sanno in che modo il superstite dei Gesuiti genovesi, il vendicatore della espulsa compagnia, il capitano dei neri, tra i segreti dei rossi, tra i lembi scoperti del loro passato indovinò, e nelle battaglie del suo partito combattendo le sue, giunse a leggere il grande arcano, così gelosamente custodito fino a quel giorno nella casa di Lorenzo Salvani.
La sera del 29 giugno, nell'ansia della duplice lotta in cui s'era impegnato, tra le mille necessità di un'azione previdente e sollecita, egli non ebbe tempo ad assaporare i frutti della sua triste vittoria. Ma, per quel tanto che aveva a fare, una scorsa fuggevole al carteggio di Lilla, bastò. E il suo disegno fu pronto; condurre la marchesa, che era dama di misericordia, in casa Salvani, e trarne via la fanciulla.
Il colpo era audace; nella mente di un uffiziale della giustizia sarebbe stato agevole collegarlo con quell'altro dei falsi carabinieri. Ma Bonaventura era e sapeva d'essere onnipossente in certe anticamere, dove la legge è soverchiata dalla opportunità. Chi, degli offesi, avrebbe potuto farsi udire lassù? Chi, dei vendicatori, avrebbe voluto render giustizia, spontanea, a gente nemica dell'ordine? Da un pezzo è stato detto, le leggi esser come le ragnatele, che i moscerini vi restano impigliati, e i mosconi le sfondano.
Condotta da lui, indettata da lui, la dama di misericordia andò in quella notte in casa Salvani. Quel che avvenisse, s'indovina. Maria vide quella donna così austeramente bella, che, senza saperlo, senza formarsene un concetto nell'animo arrossiva dinanzi a lei; la guardò lungamente, mentr'ella le parlava con quell'accento soave e lievemente turbato; nel suo cuore fu un risvegliarsi confuso di sensi ignoti dapprima; sentì la voce del sangue, e spinta da una virtù inconsapevole, riparò sotto l'ala materna, senza pensare se ella avrebbe potuto, se pure avrebbe voluto proteggerla.
Il mattino vegnente, la fanciulla entrava di buon grado nel convento di San Silvestro, dove la superiora delle Clarisse l'accoglieva come una raccomandata della marchesa di Priamar, come una povera orfana, la quale sentisse nell'animo la vocazione di prendere il velo, sotto gli auspicii di santa Chiara. S'intende che una simigliante vocazione non era manifestata da Maria. La marchesa, tra mille soavi esortazioni, le aveva dimostrato il convento come un luogo di rifugio e di aspettazione. La povera fanciulla era affranta da tutto ciò che le era avvenuto il giorno innanzi, dai casi di quella notte, e dal non saper nulla di Lorenzo, dopo il tentativo della sera. Bonaventura aveva parlato, in sua presenza alla marchesa, di una mischia in piena regola, di morti e feriti, della presa e dell'abbandono di un fortino, di prigionieri fatti in gran numero, e la fanciulla aveva sentito un'acerba stretta al suo cuore, già travagliato da un'ansia febbrile. Che era egli mai avvenuto di Lorenzo, dell'unico suo protettore, dell'amico d'infanzia, dell'uomo a cui poche ore innanzi aveva detto il segreto dell'anima sua? Forse morto; forse in carcere, e condannato a tristissima fine! Sì davvero, il convento era un rifugio a tanta ad ineffabile angoscia.
E la marchesa, intanto? Che cosa le aveva detto Bonaventura? Tutto e nulla. Le sue parole avevano fatto intendere alla marchesa com'egli fosse consapevole dei natali dell'orfana. Lilla, che, alla vista di Maria, all'udirne il nome, al considerarne la giovinezza, s'era fieramente turbata, non ardì chiedere di più. E quando il gesuita, lasciando cader lentamente le frasi, toccò di alti natali, d'un segreto domestico di diciott'anni addietro, la nobile dama si fece tutta di fuoco nel viso, e tremò ch'egli proseguisse. Ma quel primo assalto bastava per quella volta al gesuita; si morse il labbro, e non disse più altro.
Quale aspra battaglia combattessero l'amore e lo sdegno nel cuore di Bonaventura, allorquando egli, raccoltosi finalmente nel silenzio della sua cameretta, si recò in mano il carteggio di Lilla, non istaremo a dir noi. Le forti commozioni si accennano, non si dipingono. Lesse e rilesse quelle pagine ingiallite dal tempo, e si abbeverò largamente di fiele. Rivide là dentro sè stesso, giovine, invaghito di quella donna, e posposto al suo nobile rivale. Ma lo aveva ella amato veramente, il Montalto? No; quella fiammata di gioventù s'era spenta al partire di lui, e Lilla era andata sposa al marchese di Priamar senza rimpianto per l'uno, senza amore per l'altro. E poi…. e poi!… Bonaventura avrebbe fatte in pezzi quelle pagine, se insieme avesse potuto distruggere quella ebbrezza di sensi che aveva tratto colei nelle braccia di Paris. Ed ella non lo amava! Ciò che avvenne di poi, lo dimostrava apertamente. Ma allora, perchè un altro amore, un'altra sollecitudine, un'altra agonia, veementi del pari, se non forse di più, non avevano ottenuto uno sguardo da lei, non avevano scaldato un tratto quel simulacro di donna? A Bonaventura il raffronto, anche lontano, cuoceva. Un altro! un altro! Non lo ha amato, lo ha respinto più tardi crudelmente da sè; ma che rileva ciò? Ella è stata sua un giorno, sua, tutta sua!
E l'amarezza s'era accresciuta in cuore al Gallegos, dopo quella lettura. Come avrebbe egli incalzata la sua preda? Pregare, inginocchiarsi, egli, dopo ciò che aveva letto? La odiava troppo, in quel punto. L'arma terribile gli era venuta alle mani, ma il furore ond'era invaso, gli impediva di usarla con frutto. Aspettò, ma fremendo, ruggendo dal profondo del cuore, come un vulcano che stenti ad erompere. E i fremiti, i ruggiti di quel cuore erano tronche frasi, lontane allusioni al passato, le quali facevano tremare ad ogni istante la marchesa di Priamar. La fanciulla che avevano salvata in due gliene offriva argomento ogni giorno. E Lilla taceva, non chiedeva mai nulla, nascondendo la sua ansietà sotto le apparenze d'una pietosa sollecitudine per quella loro protetta, che ella andava a visitar di sovente, ma senza dirle alcuna di quelle parole in cui si manifesta il cuor d'una madre; e anch'essa, come il gesuita, non risolvendo mai nulla.
—Ella si vergogna,—pensava il fiero Spagnuolo;—argomenta ch'io sappia ogni cosa, ma teme ch'io parli; ama sua figlia, ma trema pel suo buon nome nel mondo. Animo, dunque, ella è mia.—
Con questo fermo proposito, il padre Bonaventura, un giorno di settembre, metteva il piede nel salotto della marchesa di Priamar.
XIV.
Intimazione di resa.
—Lilla, buon giorno!—diss'egli alla gentildonna, con quella dimestichezza che gli era derivata da una lunga consuetudine e dal suo venerabile aspetto tra il padre spirituale e il vecchio amico di casa.
—Buon giorno, amico!—rispose la marchesa, con fievole accento, in quella che deponeva sul tavolino il clericale diario torinese.
Bonaventura notò quell'accento, e fu sollecito a chiederle che cosa avesse.
—Un po' di stanchezza;—disse la marchesa.—Sono tornata da pochi minuti in casa.
—Da San Silvestro, forse?
—Sì.
—E come va?—chiese il gesuita, a cui quella breve risposta non poteva bastare.
—La poverina era tanto abbattuta, che non ho ardito parlarle di nulla.—
E dette queste parole in fretta, come per farla finita più presto, la gentildonna trasse un sospiro.
—Eppure,—sentenziò lo Spagnuolo, scandendo le parole con molta lentezza e accompagnando ogni sillaba con un cenno del capo,—bisognerà che ella si rassegni, e che voi la riduciate a quel passo.
—Oh, io non ardirò mai….—proruppe la signora.
—Perchè?
—Perchè….—continuò ella, vedendo di non poter più cansare quell'argomento.—Lo so io, il perchè? Povera fanciulla! Se la vedeste, farebbe tenerezza a voi pure. Che volete, padre? La vocazione non viene a tutti, com'è venuta a voi e a tant'altri eletti del Signore. Il mondo, ch'ella ha a mala pena intravveduto, la chiama troppo fortemente a sè con tutte le sue liete speranze; gli affetti di famiglia, raccolti in un fratello, parlano ancora troppo caramente al suo cuore….
—È troppo più che non si convenga ad una fratellanza d'adozione, io m'avvedo;—interruppe il gesuita.—Ma non le avete voi detto, marchesa, che questo suo fratello, questo mal arnese, è a Londra, dove mena una pessima vita, in mezzo a tutta quella schiuma di fuorusciti?
—Sì, padre, fin dall'altro ieri le ho detto tutto quello che voi mi avete…. raccontato de' fatti suoi; ma temo non lo creda, o non giovi. Ella, anzi, quest'oggi ancora, s'è amaramente lagnata con me del furto commesso nella sua cella, mentr'ella dormiva….
—E non ha sospettato della Madre Maddalena?
—No, perchè alla Madre Maddalena non aveva confidato nulla di quel suo innocente segreto. Ella non sa di esser stata veduta da lei quando svitava la moneta, e crede ancora che le abbiano rovistato i panni e tolti que' pochi spiccioli per timore ch'ella non avesse a tentar di corrompere la suora conversa. Difatti, ella mi diceva stamane, combattendo i supposti timori delle monache: «A che mi servirebbero quelle sette lire? Nè io vorrei darle ad altri, poichè mi ricordano la mia povera casa e le mie modeste fatiche.»
—E dov'è, ora, quella moneta?—chiese Bonaventura, piantando i suoi occhi grifagni in volto alla marchesa.
Lilla si turbò a quella dimanda, e rimase un istante senza rispondere.
—Gliel'avete ridata?—proseguì egli, con piglio sarcastico, mentr'ella balbettava alcune frasi scucite.
—Sì, amico mio;—soggiunse allora la gentildonna.—Forse ho fatto male; ma, in verità, mi doleva troppo di vederla piangere. Le avevo detto, per chetarla, che quel poco denaro era in mie mani, e, cavata la borsa, lo feci vedere a lei, dicendole che lo tenesse pure, a patto di non farne mal uso. Poverina! Erano due monete da due lire, con altre poche di minor prezzo, sette lire in tutto. Ella cercò subito la moneta del segreto, la baciò, e restituendomi le altre, mi disse: «permettetemi, signora, che io tenga questa; è il primo frutto de' miei lavori di ricamo, ai quali avevo posto mano per non esser troppo d'aggravio al mio ottimo fratello.» Io m'ero bensì avveduta, che, innanzi di trascegliere quella moneta, ella aveva considerate attentamente le due consimili….
—Mentiva!—notò Bonaventura, col medesimo accento beffardo.
—No padre! Quando io le chiesi come avesse conosciuta la moneta, tra due che ce n'erano della medesima forma, ella mi guardò con aria di candore, mi baciò le mani, e in cambio di dirmi, come avrebbe potuto, che l'avrebbe conosciuta dall'anno o da altro segno particolare, confessò che era una moneta cavata da due altre, lavorate dentro a guisa di scatola, e commesse insieme la mercè d'una vite che girava internamente lungo la costa. Quelle quattro lire, ridotte a parer due, erano proprio il primo frutto delle sue veglie; ma dentro c'era il ritratto di Lorenzo Salvani, suo fratello, suo protettore. Voi ben vedete, o padre, che la poverina non sapeva mentire.
—L'amate molto! È strano!—saettò il gesuita, facendo sibilar le parole dai denti chiusi e dalla chiostra delle dita, che andavano tormentando irrequiete il campo raso del labbro superiore.
Lilla chinò gli occhi sul pavimento e non disse verbo.
—Queste figlie del peccato,—proseguì egli, dopo una breve pausa, per conficcar lo strale nella ferita,—hanno tutta la caparbietà della loro origine. Eppure, bisognerà ch'ella si disponga a farsi monaca; e voi, marchesa, vi adoprerete domani a vincere la sua ostinatezza.
—Padre!—esclamò la gentildonna, con accento supplichevole.
Bonaventura crollò superbamente le spalle.
—Orbene—diss'egli—sia come volete, e il mondo dica ciò che gli pare.
—Che cosa?—dimandò la signora.
—Che la vostra tenerezza è soverchia, per una semplice protettrice. La vostra assiduità, senza frutto di conversione, sarà notata, e la vostra misericordia sembrerà….
—Sembrerà, voi dite, sembrerà?…
—Che so io?—continuò Bonaventura.—Troppo…. materna!—
A quelle parole che finalmente svelavano il pensiero del gesuita, un lampo di sdegno illuminò il volto della marchesa di Priamar. Si rizzò in piedi, con piglio di regale alterezza; ed egli del pari si alzò dalla scranna, ma calmo e sicuro, guardandola fissamente, come un giudice il reo. Lilla vide allora quel volto severo, vi lesse in un'occhiata tutto il suo passato fatto palese; nè potendo sostenere la lotta, nè reggersi più oltre, ricadde, come sfinita da quello sforzo supremo.
Era stato un baleno; ma in quel baleno si era rischiarata ogni cosa tra i due.
Bonaventura si assise a sua volta. Un silenzio sepolcrale regnava nel salotto, lasciando udire i tocchi ricisi dell'orologio a pendolo, che dall'alto del camino veniva numerando con monotono metro i minuti secondi di quella pausa solenne.
Lo Spagnuolo squadrava Lilla con occhi torvi, che le avrebbero fatto sgomento, se ella avesse levata la fronte a guardarlo. Ma ella teneva il viso rivolto a terra, e le palpebre chiuse; nella sua mente era una confusione d'immagini che il martellare del sangue alle tempie agitava senza posa; le fischiavano gli orecchi; il lieve suono del suo respiro interrotto le giungeva mutato in un sordo rumore. E quando la voce di Bonaventura si fece udire da capo, parve a lei che venisse com'eco da luogo lontano, fors'anche dal passato, che è lontananza di tempo.
—Ricordo—disse dopo una lunga pausa lo Spagnuolo, con un accento solenne da cui trapelava l'amarezza dell'animo—che or fanno trent'anni era in Genova un uomo fieramente innamorato di Lilla Lercari. Quell'uomo era giovane allora, ma d'animo fatto; e in lei, a mala pena uscita d'infanzia, aveva presentito un miracolo di bellezza e di grazia. Lo ricordate, marchesa, quell'uomo? Lilla, quando ebbe la prima volta a vederlo, esclamò con fanciullesca sincerità: «che giovane vecchio!» E diceva il vero, e il giovane vecchio sorrise, scusandola amorevolmente presso i parenti, che la riprendevano di quella scappata infantile. Egli era giovine d'anni, ma vecchio d'esperienza; egli commise in vita sua un errore soltanto; e fu quello d'invaghirsi di Lilla, di credere che ella avrebbe potuto un giorno esser sua, e di darle intanto, consapevolmente e pur ciecamente, tutto sè stesso. Ciò avviene alle anime virili, sperimentate alle battaglie della vita, assai più facilmente ch'altri non creda.—
Così dicendo, trasse un sospiro, se pure non è più acconcio chiamarlo un ringhio; indi proseguì:
—Quando il cuore di Lilla si schiuse all'amore, non fu egli che ne colse le primizie; fu un altro, un altro che l'occasione profferse a' suoi occhi, e che altre cure assai facilmente allontanarono da lei. Questa è sorte di tutti gli affetti veri, che debbano esser turbati da qualche apparizione improvvisa e fugace. Nulla è, nulla giova la cura assidua, l'adorazione costante; al nuovo venuto le promesse, che non ha chieste, i baci, che non ha implorati colla tacita preghiera dello sguardo, specchio della interna agonia. Tacque il povero innamorato, ed attese; il caso, che aveva tratto quel nuovo venuto al fianco di Lilla, il caso lo sbalestrò lontano da lei. Ma mentre il cuore del disgraziato si riapriva alla speranza, mentre egli preparava la sua dignità di gentiluomo alla vergogna d'un rifiuto dei parenti di lei, pure ripromettendosi che il cuore di Lilla non avrebbe confermata la triste sentenza, Lilla Lercari si piegava facilmente ad un disegno improvviso de' suoi; poco stante, sposa ad un altro, si chiamava Lilla di Priamar. Che avvenne allora? Io vi prego di ascoltarmi, marchesa! Dei due amanti, il lontano e il vicino, quale la amava più veramente? Il lontano…. Ma che ne dirò io, del lontano? Questa parola non basta ella per chiarire ogni cosa? L'amore non era stato il gran tutto per lui; bensì un trastullo pei ritagli di tempo che gli erano lasciati dalle sue matte ambizioni politiche. Però durava tranquillo in un esilio ch'egli aveva voluto; pensava ad altro, laggiù, forse sapendo non aver da far altro che presentarsi da capo per vincere. Il vicino, intanto, a patire la più aspra delle battaglie; che inferno fosse nel suo povero cuore, egli solo lo sa, e il ricordarsene tuttavia lo sgomenta. Ma egli rispettò quella donna; imprecò a sè medesimo, non a lei, e riguardoso dinanzi al vincolo che univa per sempre due vite, fece della sua il più gran sacrifizio che un disperato amore inspirasse mai ad un uomo, sul fiore della balda giovinezza; la votò ricisamente, irrimediabilmente, a Dio, a Dio che non accolse il sacrifizio, a Dio che non volle sradicargli dal cuore quelle malaugurata passione. Sì, o signora; ciò ch'egli soffrisse allora, argomentatelo da questo, che trent'anni sono passati ed egli ama ancora Lilla di Priamar, e così fieramente, come in quei giorni di dolore infinito….—
Al prorompere di quella confessione, la marchesa non rispose verbo, non alzò neppur gli occhi. Se li avesse levati fino a lui, avrebbe veduto quel volto come trasfigurato dalla potenza arcana delle ricordanze. E in verità, da quella fronte corrugata nelle battaglie della vita, traspariva alcun che della giovinezza di Bonaventura; la passione, così a lungo rattenuta, lampeggiava dagli occhi, non già col soave baleno della preghiera, nè col torvo bagliore della minaccia, ma sì coll'aperto splendore, in cui si dipingeva l'audace alterezza del comando. Lilla non osava guardarlo, tremando tutta in cuor suo; non come si trema davanti ad un volgar tentatore, che un tocco di campanello può costringere alla temperanza delle parole e degli atti, ma come si trema al cospetto di un vincitore, che detta, superbamente composto, le sue condizioni. Perchè aveva egli tanto aspettato? Lilla lo intendeva assai bene; l'uomo forte aveva frenato gl'impeti del suo cuore, chiusi gli sdegni nel profondo, fino a tanto non avesse raccolte nella sua mano di ferro tutte le ragioni della vittoria. Epperò, indovinando, ella lo aveva sempre temuto; quell'apparenza di calma, a lei memore del passato, era sempre stata argomento di sospetto. Ed ora il sospetto diventava certezza; quelli erano tutti i segni della fiamma antica; l'incendio divampava tanto più forte, quanto più lungamente covato.
Fu un'altra pausa, durante la quale Bonaventura divorò degli occhi quella donna, quasi volesse trasfondere in lei quell'ardore che dal petto gli saliva alle tempie. Ed ella, sempre nel medesimo atteggiamento, pareva la statua dello stupore; solo il respiro affannoso la diceva viva.
—Votato a Dio!—ripigliò amaramente Bonaventura.—Sacrifizio fatto nell'ira colla preghiera sul labbro e la maledizione nel cuore, altro non porta che fumo ingrato lassù. Ho inteso allora perchè i sacrifizi di Caino non tornassero accetti al Signore. Ma che diceva quel sacrifizio, se non a Dio, alla donna? Io non amerò altra che voi; distruggo in un punto tutte le mie speranze; anniento la mia giovinezza; consacro tutta la mia operosità al nulla, tutta la mia vita all'inferno, e per voi, solamente per voi. E quell'altro, intanto, quell'altro? Egli che, amato da lei, non aveva saputo, nè voluto farla sua, egli ben seppe, ben volle insidiarla, quando fu d'altri, e la ottenne. Egli che aveva potuto vivere senza di lei, lontano da lei, volontariamente travolto nel turbine delle umane vicende, egli tornò, fu visto e vinse; poi sparve da capo, col frutto e colla testimonianza durevole del suo trionfo, lasciando a quella donna i dolori d'un tardo rimorso, e quel che è peggio, facendo di ghiaccio un cuore che avrebbe potuto riaprirsi alla compassione, all'amore, e condannando un altr'uomo a vivere obliato, non curato, fino alla tomba….—
In queste parole la voce di Bonaventura aveva trovato un accento malinconico, quasi soave, che commosse il cuore di Lilla.
—Non è egli il mio migliore amico?—diss'ella.—La gioventù e la bellezza passano; l'amore con esse; l'amicizia rimane.
—Lo credete?—diss'egli di rimando.
La marchesa sollevò allora lo sguardo, vide la faccia di Bonaventura, e n'ebbe sgomento.
—Vi amo!—soggiunse egli, alzandosi lentamente in piedi e andando a piantarsi vicino a lei, con una mano aggrappata alla ricurva spalliera del sofà dov'ella rimaneva accasciata.—Non m'inginocchierò a' vostri piedi; non piangerò. Queste sono le armi dei giovani, e la mia gioventù si è consumata in questa vana pugna contro il passato. Ma non vedete che soffro? che la vostra austerità mi ha scemate le forze, m'ha reso vile a' miei occhi medesimi? E quella vostra austerità ha pur ceduto ad un altro!…
—Il mio pentimento sarà eterno!—esclamò la marchesa, nascondendosi il volto nelle palme, come a celare il rossore che le era salito alle guance.
—Il pentimento! Che è ciò? a che serve, se non reca un conforto a chi per cagion vostra ha tanto patito?
—Che dite amico mio?—balbettò la marchesa, cercando, in quello stesso nome affettuoso, uno scampo.
—Dico, Lilla, che ho troppo sofferto, e che voi dovete esser mia.—
Un alito di fuoco sfiorò il capo di Lilla, a quelle parole, sommessamente profferite, e la povera donna ne fu sbigottita.
—I vostri voti….—accennò ella timidamente.
—I miei voti!—ripetè Bonaventura, la cui voce s'era fatta pari al sordo brontolio del tuono lontano.—I miei voti…. pronunciati per cagion vostra, per dimostrarvi che senza l'amore di Lilla il mondo non era nulla per me!… Io ho vissuto giorni d'angoscia ineffabile, patito tormenti, al cui paragone ogni tortura è nulla…. Che mi parlate di voti? Il mio cuore non li ha pronunziati; il mio cuore non ha accettato alcun vincolo oltre quello che lo stringeva a voi, e che stringerà pur voi, foss'anche a vostro mal grado!—
Come chi soggiaccia alle visioni d'un sogno pauroso, e, quasi sapendo di sognare, si sforzi con moto istintivo a liberarsi dalle strette dell'incubo, la marchesa di Priamar tentò sottrarsi a quella foga crescente del suo assalitore, e in uno sforzo supremo balzando in piedi, corse al lato opposto del ridotto, dove rimase, ritta, ansante e lo sguardo smarrito.
—Padre,—diss'ella con voce tremante,—non posso udirvi più a lungo.—
Bonaventura era rimasto fermo al suo posto, chiuso, accigliato, come il simulacro del destino.
—Mutiamo discorso;—rispose egli, asciutto.
—Sarà meglio per ambedue;—soggiunse la marchesa.
Egli fu per dare un sobbalzo a quelle acerbe parole; ma non si mosse, e finse non averle udite. In quella vece si morse il labbro, fino a far sangue; indi proseguì con piglio beffardo:
—Dov'eravamo rimasti, innanzi ch'io saltassi fuori a parlarvi di tutte queste sciocchezze? Ah, ecco! Parlavamo di vostra figlia, che, voglia o non voglia, dovrà farsi monaca. Mi sono pur fatto frate, io, che ero padrone di me, e non avevo da arrossire dei miei natali, come lei!—
Sentendo venir meno quel po' di forza che l'aveva tratta in piedi pur dianzi, la marchesa alzò la fronte al cielo, come implorando soccorso. Ma il cielo era muto: nessuna ispirazione le venne dall'alto, e flagellata in volto dallo scherno di Bonaventura, la povera donna andò ad occhi chiusi contro la vergogna.
—È orribile, orribile, ciò che voi dite!—esclamò.—Mia figlia…. sì! Credete voi che io abbia paura? Mia figlia! Orbene, io non la costringerò a maledirmi! Povera creatura innocente! Io non le farò espiare il mio fallo; ella sarà libera, uscirà dal convento, raccolta dalle braccia di sua madre….
—Adagio…. madre!—interruppe beffardo il Gallegos.—Anzitutto, come uscirà dal convento? Bisognerà parlare, dire come ella non sia una fanciulla orfana, derelitta. Bisognerà dire,—e qui la voce di Bonaventura andava facendosi a mano a mano più alta,—che la marchesa Lilla di Priamar, la severa matrona, la santa dama di misericordia, l'inflessibile giudichessa delle debolezze altrui, ci ha avuto ella pure le sue debolezze, le sue misericordie colpevoli; che Lucrezia rediviva ci ha avuto i suoi amorazzi, che ella non soggiacque alla violenza di Sesto Tarquinio, ma l'ebbe caro, e che quello stolido marchese di Priamar ebbe, senza volerlo, senza saperlo, una figlia….
—Parlate piano!—disse con accento supplichevole la marchesa.
Un lampo di gioia sinistra illuminò lo sguardo del Gallegos. Il suo trionfo cominciava in quel punto.
—Ah, voi temete!—soggiunse egli, con voce più
rimessa.
—E voi sfidereste lo scherno dell'universale, voi che ora paventate l'orecchio di un servo, che potrebbe passare in questo mentre dall'anticamera? Non avevate paura! Siete balzata contro di me, in atto di minaccia! Eccolo, il vostro coraggio, dove vi ha tratta, e come presto vi manca!—
La marchesa, ridotta allo stremo, s'era lasciata cadere come corpo morto su d'una scranna.
—Bisognerà pure che la fanciulla si faccia monaca!—proseguì spietatamente Bonaventura.—Sua madre non può arrossire per lei, non può dire oggi, manifestare in un giorno, ciò che ha nascosto gelosamente vent'anni, ciò che non può confessare, nè lasciarsi dire, a fronte alta, dall'uomo che, solo al mondo, conosce il suo segreto, dall'uomo che l'ha spiata giorno per giorno, seguita fedelmente come l'ombra il corpo. Il mondo è crudele, colle sue leggi; ma noi gliele abbiamo insegnate, e dobbiamo a nostra volta subirle. Mostrare i suoi falli, brutta cosa! Sono sciocchezze, lo so; l'amore si ride di certi nomi con cui si tenta avvilirlo, e dacchè mondo è mondo la infamia del nome non ha frenato mai gl'impeti dell'affetto prepotente. E tuttavia, voi lo sapete, marchesa di Priamar, si nasconde questo amore come un delitto; peggio ancora, come una vergogna. Si viola la legge, perchè è esorbitante; ma si rispetta, nascondendo la violazione. Non si vuole arrossire. Che direbbe la gente? Sapete la gran novità? Quella fanciulla, di cui non si sapeva l'origine, era sua figlia. Sì, davvero. Narrate; ha da esser sugosa, la storia. Sicuro! c'è di mezzo un amore antico, che nemmeno l'aria aveva a risaperlo; ma il diavolo, che fa le pentole, non sa fare i coperchi. Già, ci vuol pazienza; siam tutti fragili; ogni merce ha il suo calo, e la marchesa di Priamar, la Lilla, ci aveva pure il suo caro segreto. Tutte così, queste gran dame, che dànno la battuta alla plebe; più alte sono, e più cascano! E lei, anche lei come tutte le altre! Questa è ghiotta davvero; la racconterò in conversazione stasera.—
La marchesa si contorceva sotto quella scossa di sarcasmi feroci.
—Oh, la mia povera figlia!—gridò ella, perduta, tendendo le palme al suo flagellatore.—Pietà, Bonaventura, amico mio da tanti anni! Non avete voi cuore? Pietà, ve ne supplico a mani giunte! Debbo io abbracciare le vostre ginocchia!—proseguì ella, spiccandosi con impeto disperato dalla scranna.—Pietà, non per me, per mia figlia! Io l'amo. Alla sua vista ho sentito il mio seno commuoversi tutto, svegliarsi nel mio cuore un affetto ignoto dapprima, un affetto irresistibile, quell'affetto che senton perfino le belve per le loro creature. Perchè non lo sentirei io? Mia figlia! intendete? mia figlia! È stata una colpa; ma l'ho espiata con lunghi dolori; la espio terribilmente adesso, nella vergogna che mi assale e mi ricopre davanti a voi. Ma ella è innocente. Non fate che io la sacrifichi. Lasciate a me il mio buon nome. L'onore è la vita. Abbiate misericordia! Mio Dio! è impossibile che voi siate tanto spietato con me….
—Fanciullaggini!—disse Bonaventura, in quella che la respingeva tranquillamente da sè e la rimetteva a sedere sul sofà, presso cui era rimasto.—Vedrò piuttosto se l'amate davvero, la figlia vostra!
—Oh, dite, parlate!…
—Sì, c'è un mezzo. Ella potrebbe andar moglie a qualcuno che fosse di buon casato, degno di lei, ma che non avesse a domandare dond'ella venga….—
Gli occhi della marchesa pendevano da lui in quel punto; le labbra della povera donna mormoravano interrotte parole in guisa d'assentimento continuo alle parole di lui.
—Tutto ciò potrebbe ottenersi;—proseguì lo Spagnolo.—Voi sareste la sua protettrice, nient'altro, in apparenza, e l'apparenza tornerebbe tutta a vostro vantaggio. Voi che, per l'uffizio vostro di misericordia l'avete raccolta in mezzo alla strada, o quasi, voi potreste esserle madrina, voi darle uno stato. Nessuno ci troverebbe a ridire, anco se le assegnaste una dote. Siete ricca, siete sola, padrona di voi, e n'andreste anzi celebrata per ogni bocca, come esempio di onesta liberalità, di munificenza pietosa. E quella fanciulla, beneficata da voi, fatta felice da voi, vi amerebbe come una seconda madre, anzi come la vera madre, che ella non ha conosciuta. Non è egli ciò che vorreste?
—Sì, sì! ma come? dove trovare?
—È ufficio mio; ho l'uomo da ciò; giovine, costumato, ben avviato, diventerà anche un uomo ragguardevole in mezzo a questa turba di sciocchi.
—Oh, se faceste ciò!—
Bonaventura la interruppe, accostandosi a lei con satanico piglio, e sussurrandole due parole, due sataniche parole, all'orecchio.
Lilla abbassò gli occhi, e due grosse lagrime le scesero per le guance sul petto.
—Orbene?—chiese egli sommesso, ma con piglio
riciso.
—Che debbo io dirvi?—esclamò ella alzando al cielo le ciglia lagrimose.—Che io possa vedere contenta mia figlia, non farla infelice per tutta la vita….
—E lo giurate?—incalzò Bonaventura.
Lilla si recò una mano sul volto, e singhiozzando gli porse, o per dire più veramente, lasciò ch'egli afferrase l'altra e la stringesse nella sua.
—Marchesa,—disse Bonaventura, pigliando subitamente commiato da lei,—oggi stesso mi adoprerò per questo negozio. Domani, innanzi di andare a San Silvestro, aspettatemi.—
Ed uscì dal salotto, con passo lieve e guardingo, quasi ella dormisse ed egli non volesse turbarla. Lilla rimase ancora un tratto così abbandonata sul sofà, colla testa supina contro la spalliera e le palme raccolte sul viso. Si alzò finalmente, guardandosi intorno con occhi smarriti, e prese barcollando la via della sua camera, dove andò a cadere sulla predellina d'un inginocchiatoio, dando in uno scoppio di pianto a' piedi di un crocifisso che pendeva dalla parete, e col capo chino pareva guardarla e compiangerla.
Povera madre!
XV.
Nel quale è detto perchè la signora Marianna sapesse di tabacco.
Quello era un gran giorno per Bonaventura Gallegos. Ogni cosa gli andava a seconda. Però egli uscì di casa Priamar con occhi fiammanti; scese le scale stropicciandosi le mani, e s'avviò verso il palazzo Vivaldi, dov'era il suo quartierino, col passo spedito d'un giovinotto di ventiquattr'anni.
Perchè se n'andava egli così difilato a risalutare i suoi fidi penati, trascurando le altre visite che ancor gli rimanevano a fare in quel giorno, mentre erano a mala pena le due dopo il meriggio, e alla vecchia governante aveva detto, innanzi di uscire, che sarebbe tornato sulle tre?
Bonaventura sentiva il bisogno di raccapezzarsi. Per la prima volta in sua vita egli era confuso. E veramente, egli non aveva avuto mai nella sua vita un giorno come quello. «__Il n'y a pas de grand homme pour son valet__ __de chambre__» fu detto argutamente da un gentiluomo di Francia; noi potremmo aggiungere non esserci grand'uomini dinanzi all'amore, il quale non è servo, pur troppo, ma signore di tutti. Quella vecchia passione, che abbiamo testè colta sul fatto, era il lato debole di Bonaventura, il punto vulnerabile di quel nuovo Achille, anch'egli, come l'antico, mal tuffato nello Stige. Egli era dunque confuso, inebriato dai fumi della vittoria. Tutto il passato, colle sue combattute speranze, co' suoi desiderii insaziati, colle sue ire profonde, gli ribolliva nel cuore.
Ogni cosa, abbiam detto, gli andava a seconda. Il trionfo della sètta e il suo particolare, venivano appaiati, come i serpenti di Tenedo. Aloise, il giovine ed animoso patrizio che accennava a ribellione, risospinto nell'inerzia, ridotto alla catena sulla soglia d'un ginecèo, e condannato, per la rovina delle sue sostanze, agli sdegni del vecchio nonno; sgominati i disegni dei rivoltosi e assicurata una nuova êra di pace feconda alla nera falange; il Salvani fuggiasco; il segreto della cassettina d'ebano e la giovinetta Maria, inconsapevole strumento di vendetta, in sue mani; tutto ciò era molto, più assai che egli non avesse ardito sperare, allorquando, sulla spiaggia deserta di San Nazaro, col vaticinio delle comuni vittorie, si faceva a racconsolare il suo tristo discepolo. Ma tutto ciò era ben poco, era nulla, innanzi alla gioia del trionfo ottenuto in quel giorno. La cittadella era venuta a patti; gli elementi della vittoria, così faticosamente raccolti, irrompevano alla conquista. E Bonaventura era fuori di sè; un'ora di calma solitaria, per rimettersi da quella commozione, per distrigare i suoi pensieri arruffati, era necessaria davvero.
—Finalmente!—pensava egli, mentre la mano scoteva la corda del campanello di casa.—La lotta è stata accanita; ma ella ha ceduto. Per me, l'essenziale era di rompere il ghiaccio. Come sono stato fanciullo! V'ebbero due momenti nel dialogo, che io quasi non riconobbi me stesso. Una donna m'aveva posto nel sacco. E adesso, a me! A quell'altro non gli parrà vero, aver bella donna e quattrini. Ella, pur di uscir di convento e cansare il velo che la spaventa, si piegherà; posta al bivio, sceglierà il minor male. Il minor male? __Respice finem__;—sentenziò ridendo la coscienza del gesuita.—O ch'io non sono più io, o che ella sposerà un furfante di tre cotte. Quello è un uomo da farla in barba a tutti i suoi, quando non ci sarà più Bonaventura per tenerlo a segno.—
Qui Bonaventura si rammentò di aver suonato pur dianzi inutilmente; epperò, afferrata da capo la nappa, diede una strappata padronale al campanello, che mandò tosto un subbisso di acutissime note.
—Chi è?—dimandò una voce lontana, vogliam dire che non era dall'anticamera.
—Son io, signora Marianna.
—Vengo, vengo…. Son qui col ferro alle mani.—Poco stante la signora Marianna si mosse; e Bonaventura udì il passo frettoloso della sua governante nell'anticamera.
—È lei, Padre?…
—Son io, apra, son io.
—Gli è perchè sono sola in casa;—disse la signora Marianna, con aria impacciata, in quella che faceva girar l'uscio sugli arpioni per lasciar passare il padrone;—e non si sa mai….
—Sta bene, sta bene;—interruppe egli.—Intanto ho dovuto suonare due volte.
—Non ho udito, padre, non ho udito. Ero in cucina a mutare i ferri sul fornello. Poi ci avevo una sua camicia sullo stiratoio….
—Chi è stato qui?—domandò Bonaventura, interrompendola un'altra volta.
—Nessuno, padre. Perchè?
—Credevo ci fosse stato qualcuno. Sento un certo puzzo di fumo….—
Alla parola fumo la signora Marianna si fece di fuoco.
—Fumo?—esclamò ella.—O non sa che io faccio cucina a carbone?
—Che carbone, che cucina? Intendo fumo di tabacco. Anzi, mi pare che ne sappia lei, signora Marianna.
—Gesummaria!—gridò la governante, giungendo le palme.—Ma sì…. ora che ci penso…. Ella ha ragione. Eppure, m'ero così bene risciacquata il viso!
—Che è avvenuto? Le doleva un dente, ed ha fumato un sigaro?
—Oh, grazie al cielo, li ho tutti sani, e poi il puzzo del sigaro non lo posso patire. Se sapesse piuttosto che cosa m'è accaduto stamane….
—Sentiamo; non mi tenga sulla corda.
—Ecco; quand'ella è uscita di casa, ho detto tra me: il padrone non torna prima delle tre; io ho dunque tempo a dar sesto a tutte le faccende di casa, ed anche a sentire la santa messa. Ella saprà che oggi è San Michele, arcangelo benedetto, e mi sarebbe parso peccato non andare in chiesa quest'oggi. Dunque, dicevo, andiamo a messa prima di tutto. E sono uscita per andare alle Vigne. Ma nel traversare la via della Maddalena per scendere dietro il coro delle Vigne, ecco tre marinai, od altro che fossero, perchè non li ho guardati, i quali, tenendosi tutti per braccio, m'impediscono la strada. Mi strinsi al muro per cansarli; ma essi, pareva lo facessero a posta, mi vennero addosso; e uno di loro, che mi era più vicino, e fumava la pipa, mi lasciò andar sulla faccia una boccata di fumo. Che brutta gente, padre, che brutta gente c'è a Genova! Venire a dar molestia alle persone che se ne vanno per la loro strada! E quando ebbero fatta quella bella impresa, e mi sentirono tossire, si fermarono ancora a ridere, a dirmi delle cosacce….
—Povera signora Marianna!—disse Bonaventura, ridendo,—si risciacqui ancora la faccia, e metta nel catino due o tre gocce d'acqua di Colonia.
—Oibò!—rispose la vecchia, con aria di raccapriccio.—Io non ne adopero, di queste diavolerie!
—Diavolerie! perchè mo'! Non è tutta roba creata
da Dio?
—L'acqua di Colonia?
—Questa, no, ma gli elementi dei quali è composta;—seguitò Bonaventura, che in quel giorno e a quell'ora aveva voglia di scherzare.—E quando la si adoperi con buone intenzioni…. Non si veste Ella, non si mette in fronzoli, per andare alla chiesa? Dico fronzoli così per dire; ma la gala nel cuffiotto….
—È vero, padre!—disse la governante con aria contrita;—non ci avevo pensato. E poi, male non fare….
—Paura non avere;—conchiuse il gesuita.—Vada ora alle sue faccende, signora Marianna, e quando verrà il dottor Collini, che non può star molto a giungere, lo faccia entrare da me.—
Ciò detto, Bonaventura s'avviò alla sua camera da studio. E la signora Marianna, dall'altro lato, prese la via della cucina borbottando, fino a tanto potè argomentare che la udisse il padrone: che brutta gente! dar molestia alle perone che vanno per la loro strada!—
Ma quando ella fu giunta in un'altra camera di là dal corridoio, e si richiuse l'uscio dietro, la timorata governante mutò solfa ad un tratto, dicendo ad un tale, che sbucava allora allora dalla viottola d'un letto, tutto ingombro di biancheria, dietro il quale s'era rimpiattato:—L'ho risicata bella, per voi! Quando smetterete di fumare que' vostri sigaracci?
—O come?—esclamò l'altro, parlando con quell'accento sommesso che era consigliato ad ambedue dalla presenza del padrone in casa;—e non me li avete dati voi, questi sigari? Di che cos'era, forse di ravanelli, quel mazzo che m'avete regalato oggi, pel mio giorno __monastico__?
—Sì, sì!—disse Marianna, dandogli sulla voce.—Fortuna che non mi sono perduta d'animo, e quando m'ha chiesto donde venisse quell'odor di tabacco….
—Che cosa gli avete risposto?
—Ho dovuto raccontargli di un incontro fatto per via…. di certi marinai che erano venuti a darmi la baia….
—E sarebbe vero?—saltò su l'altro, facendo cipiglio.—Badate,
Marianna; se qualcheduno vi ronza attorno, lo concio io come va.
—Sareste geloso?
—Come un Turco!
—Zitto là, omaccione. Non vi vergognate? esser geloso d'una vecchia….—
E dicendo queste parole, la signora Marianna faceva la bocca piccina e l'occhio tenero.
—Vecchia!—ripigliò l'altro, ingrugnato.—Vi fate sempre più vecchie che non siete, voi altre donne, per aver libertà di girandolare a vostro piacimento.
—Ne ho quarantadue sulle spalle, pur troppo, e nessuno me li leva; nemmeno la vostra gelosia;—soggiunse la signora Marianna, crollando la testa, in atto di rassegnazione.—Ma non andate in collera, ora, che non ci mancherebbe più altro. Ho raccontato quella storia al padrone, perchè subito non m'è venuto altro in bocca.
—Non è dunque vero nulla?—disse il geloso.
—Che, vi pare?
—Ah, meno male!—esclamò l'altro; e trasse un lungo sospiro, che fece andare la signora Marianna in brodo di succiole.
—Vedete, ora,—proseguì ella, mentre ripigliava il lavoro interrotto, e abbronzava maledettamente, con un ferro troppo caldo, lo sparato di una camicia del padrone,—quanto era meglio che ve ne andaste, quando io ve lo dissi la prima volta. Adesso vi bisognerà rimanere nascosto fino a tanto egli non torni ad uscire.
—__Alma de mi alma__, si sta così bene presso a voi!
—Parlate piano! E adesso che c'è? Tenete le mani a casa!
—Come si fa, quando si è presso a voi?
—Tiratevi in là!—ripiccò la donna torcendo le labbra.
Lasciamo un tratto bisticciarsi gli amanti, e contentiamo una curiosità a cui, dal fitto di queste righe, vediamo foggiarsi le labbra dei nostri lettori. Che diamine! sembra di udirli a gridare. La signora Marianna, la timorata signora Marianna…. tirarsi un amante in casa! Sicuro, un amante; ma l'ara d'Imeneo non è molto lontana. Questo almeno ella crede, la nostra colomba; e questo le mette l'anima in pace. Ma chi poteva innamorarsi di lei? chiederà un altro e più sofisticoso lettore. Di lei che non contava già più i suoi cinquanta autunni, e ci aveva il naso bitorzoluto e il mento fiorito di peli?
Questo signor lettore (sia detto con sua licenza, e con tutta la più gran venerazione che abbiamo, noi poveri venditori di ciance, per questa eletta classe di cittadini) non sa l'amore che sia; non argomenta come possa andare tentoni e saettare a casaccio, un fanciullo che ha sempre la benda sugli occhi. Ed è grande fortuna che sia così. La cecità dell'amore lascia sperare ad ogni donna la sua parte di felicità in questa valle di lagrime. Se l'amore fosse soltanto per le belle e per le giovani, chi le potrebbe tenere a segno, queste care puppattole? Torniamo alla signora Marianna e al suo damo. Chi era costui? Da uno sproposito che già egli v'ha detto, da una frase spagnuola, e dalla notizia del suo giorno __monastico__, non avete riconosciuto Michele Garaventa, il legionario di Montevideo e di Roma, il servo fidato di casa Salvani? Ma come ciò? Chiedetene ai Templarii e ai loro stratagemmi di guerra; noi ce ne laviamo le mani.
Rispetto al modo come quei due cuoricini giunsero ad intendersi, potremmo sciorinarvi la vecchia teorica delle anime sorelle che si vanno fiutando a vicenda sulla faccia della terra, fino a tanto si raccapezzino e si congiungano; o quell'altra delle mezze noci, maschio e femmina, che Domineddio buttò un giorno per suo diletto su questo globo terracqueo, e che s'agitano sempre, cercandosi l'una coll'altra, si provano e si riprovano guscio a guscio, fino a tanto non paia loro di combaciare per bene; donde occorre che nel rimescolo molti gusci si rompano, molt'altri credano d'aver trovato davvero il compagno, e tanti per conseguenza rimangano vedovati in eterno. Ma di queste invenzioni la prima è una scempiaggine da poeti, l'altra una capestreria da umoristi, e noi bene intendiamo come non vengano a taglio pel nostro assunto di storici. Raccontiamo dunque partitamente, alla buona (e ci assista la Musa pedestre) come l'andò tra que' due, come avvenne che mezzo secolo si invaghisse dell'altro.
Ogni mattina la signora Marianna andava alla messa. Bisogna nutrir l'anima come si nutre il corpo, soleva dire la divota femmina; ora il corpo ha bisogno di nutrirsi ogni giorno, e l'anima non deve rimanere da meno. Però ogni mattina, tra il battere e il ribattere delle nove all'orologio delle Vigne, si vedeva la signora Marianna metter fuori il piede guardingo dal portone del palazzo Vivaldi, col suo sciallo bigio sulle spalle, la sua cuffia a cannoncini insaldati sulla testa, il suo pezzotto bianco pieghettato sul lembo, e raccolto pei capi sul petto, rasentare il muro fino ai quattro canti di San Francesco, scendere per la piazza della Posta vecchia, fino alle Vigne, e infilare la porta della navata __in cornu Evangelii__.
Quella era l'ora che il padrone, sorbito il caffè, non aveva bisogno dell'opera sua. Fino alle undici egli non usciva di casa, dove era solito far ritorno, come sappiamo, alle tre dopo il meriggio. Ma alle dieci in punto la signora Marianna era sempre rientrata, per accudire alle faccende domestiche, e non usciva più, salvo per urgenti negozi.
Ora, egli avvenne che per molti giorni alla fila, nello uscire di casa, sul crocicchio di San Francesco, piantato a mo' di colonnino contro lo spigolo del palazzo Verde, ella scorgesse un tale che la guardava, lei, proprio lei. Un uomo è sempre un gran caso nella vita d'una donna; figuriamoci poi d'una pinzochera. Quell'uomo pareva un pilastrino di rinforzo al muro, anzi un collega dei due robusti Telamoni incaricati di reggere l'architrave del portone.
Ad onore della signora Marianna, bisognerà dire che sulle prime non ci badò, o non se ne avvide; ma l'assiduità dello sconosciuto finì, com'era naturale, col darle nell'occhio; ed ella non teneva tanto le ciglia a terra da non accorgersi che egli stava in sentinella per lei. Nè basta; da due giorni appena ella aveva notata la cosa, e, quasi, a riprova, vide il medesimo uomo, sulla piazza delle Vigne, al suo uscire di chiesa.
D'allora in poi, sempre la stessa canzone; dapprima contro lo spigolo del palazzo Verde, poi dinanzi alla parrocchia, quell'uomo era sempre ad attenderla, con questa sola diversità tra i due momenti, che alla sua uscita di casa egli era fermo, come s'è detto: laddove, alla sua uscita di chiesa, il nostr'uomo, in cambio di prestar l'opera sua a sostegno di qualche cantonata, asolava per la piazza noverando i lastroni.
Non c'era più dubbio; quell'uomo stava a piuolo per lei, asolava per lei. E allora la signora Marianna, sebbene facendosi rossa come una brace, incominciò a sbirciarlo da lontano. Egli era decentemente vestito, a guisa d'un vecchio capitano in ritiro. Indossava un cappotto nero, abbottonato fino alla gola; il suo cappello alto di feltro, non nuovo fiammante, ma senza macchia e senza un pelo arruffato, testimoniava la lindura e l'aggiustezza del suo padrone; la bella statura, il volto severo, ornato di due baffi e d'un pizzo che incominciava a mostrare qualche filo di bianco, lo facevano, come suol dirsi volgarmente, un bell'uomo.
Tutto ciò vide la signora Marianna, e l'esame tornò favorevole allo sconosciuto. Tra l'altre cose che ella vide sbirciando (che cosa non vede una donna in un batter di ciglia?) era notevole un anello d'oro massiccio al pollice della mano destra, che egli teneva superbamente appoggiata al petto, tra un occhiello e l'altro della giubba. Un anello al pollice; che stranezza! E non era il solo gingillo dello sconosciuto; perchè i petti del soprabito non salivano tanto, nè tanto scendevano i peli della sua barba, che non lasciassero scorgere i capi d'un fazzoletto di seta, raffermati da una spilla su cui era incastonato un topazio. Capperi! E forse, anzi senza il forse, sotto quel soprabito c'era il suo bravo orologio, con tanto di catenella d'oro. Insomma, quello era un uomo per la quale, da svegliare la curiosità, non d'uno, ma di cento mezzi secoli in gonnella.
E così rispettoso nel suo farle la corte! La guardava tra severo e malinconico, senza mai bisbigliarle una parola quando ella era costretta a passargli vicino. Una volta, una volta sola, le parve udirlo a sospirare. Com'è garbato! pensava ella. Così va bene! Ecco come dovrebbero essere tutti gli uomini!
Ma un giorno, uscendo all'ora consueta dal palazzo Vivaldi (ella era andata non solo per la messa, ma anche per la solennità delle quarant'ore), la signora Marianna non vide al posto consueto il piuolo. Che vuol dir ciò? Forse sarà ad aspettarmi sulla piazza delle Vigne. Come la ci andasse ansiosa, immaginatelo voi. E neppure laggiù! Che novità era mai quella? Forse infastidito di lei? Forse spazientito dalla sua austerità? Ma perchè non aveva egli cercato di dirle una parola? Doveva dunque esser lei la prima a rompere il ghiaccio? Le donne non fanno di queste cose, e quelle che le fanno, sono…. quel che sono. Che aveva egli dunque? La povera signora Marianna non sapeva capacitarsene.
Così turbata entrò in chiesa; fece sbadatamente il segno della croce, e andò, portata dalla consuetudine, ad inginocchiarsi sulla sua panca. Ogni versetto de' suoi paternostri era un pensiero a quel tale; ogni periodo delle sue avemmarie una dimanda a sè stessa. Di tratto in tratto, colla coda dell'occhio, or da un lato, or dall'altro, andava investigando le navate; degli uomini che stavano, __rari nantes__, nella chiesa, a quell'ora, nessuno era lui. Ma ecco, mentre la signora Marianna era per lasciarsi sfuggire in un sospiro l'ultimo fil di speranza, le venne veduta la nuca brizzolata di un tale che stava genuflesso nella panca dinanzi alla sua. Santa Zita benedetta! Sarebbe egli, per avventura? Il soprabito nero lo aveva; il cappello di feltro, diligentemente spazzolato, gli riposava al fianco. Ma ci sono tanti soprabiti e tanti cappelli consimili, in questa valle di lagrime!
I lettori indovinano che la signora Marianna, accolto il sospetto in cuor suo, non lasciò più degli occhi il suo divoto vicino. Questi, poco stante, come uomo che abbia finita la sua orazione, sollevò un tratto la testa dalla sponda dell'inginocchiatoio, e alla signora Marianna parve riconoscere il portamento del suo corteggiatore modesto. Ma il volto, il volto, bisognava vedere; e qui la beghinella stette spiando, come il micio al buco, donde egli spera che abbia a saltar fuori il topolino. Finalmente, come a Dio piacque, e a santa Zita, protettrice delle fantesche, il divoto si tolse da quella disagiata postura, per sedersi sulla panca; e nel gesto che fece per sincerarsi che non avrebbe ridotto il cappello ad una stiacciata, il suo profilo si offerse all'avido sguardo della zitellona cascante. Noi non potremmo giurarlo, ma quasi vorremmo scommettere che in quel punto la signora Marianna intuonò mentalmente il __Magnificat__.
Lo sconosciuto adoratore non si volse neppure a guardarla. Tutto assorto nelle sue divote meditazioni, rimase un tratto seduto; poi cadde ginocchioni da capo, e stette a fronte china, in atto di fervorosa preghiera, fino all'__Ite missa est__; ascoltò religiosamente la lettura degli ultimi evangelii; quindi si alzò, raccolse il fazzoletto di seta che gli aveva custodito le ginocchia dalle polverose impronte della predellina, fece la sua brava riverenza in mezzo alla navata, e via. Diede egli un'occhiata alla signora Marianna, nel passar rasente alla panca? Non si potrebbe giurarlo; certo, se la diede, fu al lembo della sua veste, e non giunse all'altezza della cintura.
Che anima divota! disse tra sè la governante di Bonaventura. Ma almeno un'occhiata! le sussurrò un demonio nel cuore. E invero, nel cuore più divoto, nella più timorata coscienza, ci sta sempre, non si sa come, forse ad alloggio militare, un piccolo demonio, che soffia le passioncelle inavvertite, che bisbiglia i consigli traditori, che solletica dell'unghia le vanità peritose, stimola i desiderii incerti, e nutre a zuccherini i peccatuzzi innocenti. E via via le passioncelle si scaldano, i consigli fruttano, le vanità crescono, i desiderii ringagliardiscono, i peccatuzzi, impersoniti come tante ragazze da marito, domandano al babbo un più succoso alimento.
La signora Marianna, che aveva finito anch'ella le sue preghiere, si alzò poco stante per uscire di chiesa. Ma quando giunse alla pila dell'acquasanta, non ebbe ad intingervi il sommo delle dita, come soleva fare ogni giorno. Un'altra mano, tratta pur dianzi dalla conca di marmo, le porgeva rispettosamente l'acqua lustrale. Che cuore fu il vostro, o Marianna, a quell'umido tocco di polpastrelli? Certo il sangue scorse più rapido nelle arterie, e i vasi capillari ne bevvero in maggior copia dell'usato, perchè il naso, ultima Tule del vostro mondo conosciuto, s'imporporò subitamente di gioia.
L'acquasanta fu il ritrovo, l'incontro di tutti i giorni. Lo sconosciuto, da quegli atti di silenziosa servitù, venne alla cortesia delle parole. Come avvenne ciò? Fu egli che le disse: ave, o fu ella che gli rese grazie della sua cura gentile? Non si sa; forse eglino stessi, interrogati di ciò, non avrebbero saputo chiarire come fosse andato il negozio. Basti adunque il sapere che per tal modo incominciarono a barattar parole; rotte frasi da principio, poi brevi dialoghetti come due che imprendano a parlare una lingua imparaticcia; da ultimo conversazioni filate, di cui erano confidenti le viottole circostanti, dall'archivolto dell'orologio delle Vigne, fino all'archivolto dei Boccanegra, donde ella, mutata la consuetudine, veniva a passare, per riuscire sulla via Nuova, dove era il palazzo Vivaldi. E quella strada veniva facendosi a mano a mano più lunga, poichè le gambe erano più tarde, e quei due ne avevano sempre più da sgranellare, innanzi di separarsi, come prudenza voleva, dietro il palazzo Brignole rosso.
Così, a lenti passi e sbrendoli di conversazione, ella seppe che il suo adoratore aveva fatto in sua giovinezza il soldato, e corso mari e terre lontane, dove aveva potuto mettere qualcosa di costa, non molto, ma tanto da vivacchiare senza bisogno di aspettar la manna dal cielo, e da fargli desiderare di non morir solo, come aveva fino allora vissuto. Brutta cosa, esser soli; ma è così dolce poter dire ad un uomo: ecco, tu non sei più solo, poichè io sono con te! Ora se egli non fosse stato solo, la signora Marianna non avrebbe potuto consolarlo; questo s'intenderà senza bisogno di prove. Anch'ella era sola; zitella a cinquant'anni e più; ma il cuore era giovine, e l'amore, che va aliando di continuo qua e là per turbare la pace alle donne, non s'era fino a quel giorno avveduto della sua presenza nel mondo. Basta, egli era finalmente venuto, e al proverbio che dice: «dal farle tardi Cristo ti guardi» risponde l'altro più noto e più autorevole: «meglio tardi che mai». E la signora Marianna accolse l'amore che si presentava a lei sotto le spoglie di Michele Garaventa; lo vide solo, e s'intenerì; lo riconobbe costumato, timorato di Dio, e si squagliò tutta per lui, che era per giunta un bell'uomo, e tale da far crepare d'invidia una dozzina di pulzellone sue pari, quando l'avessero a vedere, lei, la signora Marianna, incedere per le vie di Genova, appoggiata con legittimo orgoglio al braccio di lui.
Ed anche lei, con quella foga confidente che tira le anime amanti a compenetrarsi, a confondersi, anche lei s'aperse tutta quanta a Michele. Narrò come ella fosse, non già vile fantesca, ma governante in casa di un vecchio ecclesiastico, il quale era tutto chiuso ne' suoi studi e nelle sue conferenze religiose, asciutto di modi, un po' bisbetico di umore, ma in fondo un sant'uomo, che lasciava alla sua governante qualche ora di libertà, e le dava sempre del Lei. Questo era l'essenziale, e la signora Marianna amava farlo sapere. La vanità è di genere femminile. E così seguitando, la vecchia innamorata raccontò neppur ella esser danarosa, ma in vent'anni, dacchè ella mangiava il pane altrui, otto de' quali a' servigi del Gallegos, aver fatto qualche sparagno. Non le mancavano insomma le sue tremila lire, onestamente guadagnate, e un forziere di bella e buona biancheria, che a lei donna di garbo, era sempre piaciuta, e certamente piaceva anche a lui, che fin dalle prime le era parso un uomo a modo; se no, non si sarebbe sentita così prontamente tirata a volergli bene, lei che fino a quel giorno ci aveva avuto un sacro orrore per gli uomini; gente senza legge, nè fede, che una donna dovrebbe pensarci su tre giorni e tre notti, innanzi di conceder loro certe piccole libertà.