Verissimo, diceva Michele; e intanto se ne pigliava di grandi. Perchè, bisogna sapere, che quest'ultima parte dei discorsi della signora Marianna non erano più fatti passeggiando per via. Egli, che non beveva più dopo quella sbornia malaugurata dond'erano venuti tanti malanni, ebbe l'avvedutezza di non andare in visibilio per le ricchezze della signora Marianna. Egli non vedeva altro che lei, non amava altra donna che lei; l'avrebbe sposata, come suol dirsi, colla sola camicia, e magari senza; intanto gli usasse misericordia, gli concedesse di vederla, di parlarle, senz'altri testimoni che Dio. Era questa una frase che gli aveva insegnata il Giuliani, e voleva dire in buon volgare che Marianna andasse in casa di Michele. Vedersi e parlarsi per via, come facevano da due settimane, era pericoloso; avrebbe potuto scapitarne ella nel suo buon nome; qualche mala lingua rifischiarne al padrone; e queste erano ragioni di peso che alla signora Marianna fecero rizzare i capegli. Così almeno ella disse, la povera colomba spaventata. Ma andare da lui…. Non era pericoloso egualmente? E il vicinato? E lo star fuori oltre l'ora della messa, non sarebbe parso troppo gran novità al padrone, se fosse tornato a casa e avesse trovato faccia di legno?
Bonaventura era un uomo metodico, vogliam dire ordinato nelle cose sue e fermo nelle consuetudini. Usciva di casa alle undici, e non gli era mai avvenuto di tornar prima delle tre. Ma quello che non era accaduto in un anno, poteva accadere in un punto, e la signora Marianna, anche ignorando il verso latino che lo dice, poteva argomentarlo facilmente. Oltre di che, quelle erano le ore in cui ella dava sesto alle faccende di casa e ammanniva il pasto al padrone. Come avrebbe potuto andar fuori? O non era meglio che lui…. Sì certo, e Michele non se lo fece dire due volte, poichè era ciò che voleva. Così la povera colomba spaventata si tirò in casa l'inimico; l'esploratore d'Israello era, mercè sua, non pure nel campo, ma proprio sotto la tenda del duce filisteo.
«__Amicus Plato, sed magis amica veritas__» ha detto saviamente l'antico; ora, se dicessimo che la era tutt'arte di guerra, faremmo oltraggio a Michele, che c'è amico quanto Platone, e alla verità, che c'è amica più d'ambedue. Quella sbertucciata amorosa fu in lui stratagemma da prima, stratagemma immaginato dal Giuliani, e da lui condotto in ogni più minuto particolare; che del Giuliani erano i panni orrevoli (per dir le cose in Crusca), il cappello di feltro, e perfino il topazio. Ma si deve soggiungere che il commediante pose amore alla parte, ed essendo più sincero riuscì anche più efficace. Aveva cominciato per celia a simular la cottura, e rimase, cotto non già, che sarebbe un dir troppo, ma bazzotto di certo. Che volete? L'amore è appiccaticcio come…. Gli antichi l'avevano trovato, il paragone, e non si peritavano a spiattellarlo; noi, costretti a tanti riguardi, dobbiamo cercarne un altro che non faccia torcere il muso. Eccolo: come la fiamma; appiccaticcio come la fiamma. E Michele, come i lettori già sanno, era di legno stagionato fin troppo. Si vide amato con foga, che mai la maggiore; il gusto di farla da sultano, di spadronare in un cuore di donna, gli parve uno zucchero. E a proposito di dolcezze, di leccornie, la governante era sempre in dare; e senza dire che il cuore avesse da pagare i debiti dello stomaco, un po' di gratitudine doveva pure rispondere a tante cure affettuose. Insomma, se a lui, Michele Garaventa, avessero detto: tu sposerai la signora Marianna, avrebbe risposto: perchè no? la donna è ancora in essere; tutta amorevolezza per me, vecchio barbone; in qualche modo bisogna finire: il diavolo, che è il diavolo, quando divenne vecchio, non si fece egli frate?
Egli dunque, sebbene a modo suo, amava la signora Marianna; intanto ambedue tiravano là, aspettando di poter santificare il pateracchio in __facie Ecclesiae__. Per continuare a parlar latino, diremo che non c'erano ancora le __justae nuptiae__, ma soltanto una specie di __contubernium__. Quelle giuste nozze, alla signora Marianna non metteva conto affrettarle. Perchè? Era certezza del fatto suo? O voleva sperimentare l'amante, innanzi di avere il marito? O temeva, coll'annunzio della sua felicità trovata fuori di casa, di far dare il padrone in uno scoppio di risa? Queste cose non è del nostro ufficio indagare; qui cade in acconcio il «__glissez, n'appuyez pas__» dei Francesi, e noi non scorreremo, sorvoleremo a dirittura, anche sul resto della conversazione bisticciosa, che abbiamo lasciata interrotta pur dianzi.
Una scampanellata all'uscio fece star cheto Michele assai più che non facessero i finti sdegni della sua bella ritrosa.
—Chi sarà quest'altro?—diss'egli.
—Certo il dottor Collini;—rispose Marianna.—Lasciatemi andare ad aprirgli; se no il padrone va in bestia.—
Al nome del Collini, Michele aveva dato un sobbalzo. Intanto la donna s'era spiccata di là per correre nell'anticamera. All'aprirsi dell'uscio di casa egli tese l'orecchio, e riconobbe la voce del medico; poco dopo udì aprirsi anche l'uscio dello studio del gesuita, e richiudersi alle spalle del nuovo venuto, la cui voce dava il buon dì al padre Bonaventura.
E in quel mezzo un audace disegno balenò nella mente di Michele.
—Era lui?—chiese a Marianna, appena ella fu ritornata.
—Sì; il dottor Collini per l'appunto.
—E che cosa hanno da fare insieme così spesso?
—Ma!…—disse la signora Marianna, stringendosi nelle spalle, mentre ripigliava il suo ferro da stirare.—Ci avranno delle conferenze di religione.
—E debbono essere molto istruttive!—soggiunse
Michele.
—Perchè?
—Dico così per dire. Due uomini tanto dotti, ha da essere un gran gusto a sentirli! Dove mette quell'uscio?
—Nell'andito del terrazzo.
—E dall'andito non si va nella sala da pranzo, e di là nello studio?
—Sì; ma badate!—esclamò ella sgomentita.—Se vi sentissero, povera me!
—Che! non temete; dicevo per celia. Certo mi piacerebbe sentirlo un pochino, il vostro padrone, e vedere dal buco della toppa che viso ci abbia; ma poichè avete paura, lasciamola lì, e….—
I puntini rappresentano una stretta che Michele voleva dare alla signora Marianna. Ma ella fu pronta a liberarsene.
—Non vedete?—diss'ella.—Il ferro è già freddo.
—Andate a cambiarlo, crudelaccia!
—Vado certamente. Ci ho ancora un monte di roba, e il pranzo da ammannire.—
Così dicendo, la signora Marianna si mosse alla volta della cucina.
Era ciò che voleva Michele. Appena ci fu tra lei e l'innamorato lo spessore d'un tramezzo, il nostro Michele, lesto come un giuocoliere di piazza, si cavò, anzi fece saltarsi le scarpe da' piedi, e girata delicatamente la maniglia di quell'uscio che aveva poco prima accennato, lo aperse e disparve nel vano.
Argomentate lo stupore della signora Marianna, quando tornò al suo stiratoio, e più non vide Michele. Il ferro caldo fu per uscirle di mano; e certo intervenne un miracolo a trattenerlo fra le dita.
Lo depose in quella vece sulla tavola per mettersi le mani alla fronte; ma nella confusione non badò a collocarlo sul cencio nel quale usava stropicciarlo, e la lastra rovente abbronzò una manica di camicia, che, fresca di salda, si mise a stridere compassionevolmente, a quell'atto di sbadataggine inaudita.
—Gesummaria!—borbottava intanto la donna.—Che cos'è egli andato a fare là entro? E collo scricchiolio delle suola per giunta!…—
In quel punto le vennero vedute sul pavimento le scarpe di Michele. Respirò un tratto; ricordò che le sue pantofole di cimosa non potevano far rumore, e infilò quell'uscio medesimo per dove era sparito Michele. E lo vide, passate due camere, il suo damo ribelle; egli era in fondo alla sala da pranzo, presso l'uscio che metteva allo studio del padrone, curvo sul fianco, l'orecchio alla toppa.
Michele a sua volta la vide colla coda dell'occhio, e colla mano le fe' cenno di tornarsene alle sue faccende. E perchè ella non si muoveva, le mandò un bacio col sommo delle dita, quasi a dirle: ti voglio un gran bene, ma vattene!
Che fare con quel testereccio? La signora Marianna alzò gli occhi e le palme al cielo, e tornò ai suoi ferri, raccomandandosi a tutti i santi del calendario, che non avesse a nascerne un guaio de' grossi.
XVI.
Di una finestra che fece aprire una porta.
Non se ne dolgano i lettori; lasciamo Michele ad origliare il colloquio del padre Bonaventura col suo degno discepolo, Marianna a struggersi tra l'ansietà per quella imprudenza del suo damo e il rammarico della camicia abbronzata; e saltando una settimana, ce n'andiamo a San Silvestro, o per dire più propriamente, al monastero che si fregiava di questo gran nome, sull'altura di Castello, o Sarzano, come più talenta chiamarlo.
Sarzano e Castello, chi ben guardi, è tutt'uno. Sia che allegramente deriviate Sarzano da un pazzesco __Arx Jani__, o da un più ragionevole __fundus Sergianus__, in Sarzano, era la ròcca degli antichi Genoati, e intorno a lei, sulle falde della collina, facevano ceppo le case dell'antico municipio romano; qui, nei secoli barbari, o rimbarbariti d'intorno al Mille, sorgeva il castello dalle tre torri, che lasciò il suo ritratto ad impronta delle prime monete di Genova e le sue vecchie mura ad abitazione del vescovo, per tutto quel tempo che l'episcopato tenne la potestà civile, diventata __res nullius__ nella decadenza dei conti carolingi, fino a che i cittadini non ebbero la buona pensata di ripigliarsi il fatto loro, e di mettere i consoli in luogo dei diaconi.
Rimasto in balìa della mensa vescovile (dacchè il Comune era sceso a far casa da sè) il Castello fu arso nel 1394 dalla fazion ghibellina, perchè colà dentro, secondo narra la storia, si radunavano i Guelfi, per consigliar le cose loro con Giacomo del Fiesco. Lo restaurò nel 1403 il suo successore, Pileo de' Marini, il cui nome, col pastorale e l'altre insegne, così del grado come della sua nobiltà, si vede tuttavia scolpito in pietra nera daccanto al portone del monastero.
Ma i vescovi, poi diventati arcivescovi, che avevano già posto la sede presso il duomo di San Lorenzo, non tornarono al Castello, e nel 1449, l'antica dimora del metropolitano fu venduta a Filippina Doria, genovese, e a Tommasina Gambacurta, pisana, monache ambedue, venute in età quasi decrepita da Pisa, ov'erano vissute in quel monistero di San Domenico. Il nuovo convento s'intitolò dal __Corpus Domini__.
Pochi anni dopo, Nicolò V concedeva loro l'attigua chiesa parrocchiale di San Silvestro, che dovea dare un nome più stabile al convento, mentre le monache, domenicane dapprima, si chiamarono __donne di Pisa__, fino a tanto, riunite ad esse nel 1797 le francescane d'altri conventi soppressi, tutte si posero sotto l'invocazione di santa Chiara, e si chiamarono __Clarisse__.
A questi cenni, veramente, sarebbe luogo più acconcio un libro di storia erudita. Ce ne scusi presso i lettori la divozione paesana a quella sacra altura che serba le più antiche ricordanze di Genova. E adesso mettiamo la storia da banda lasciando ai contemporanei la cura di ricordare che nel 1857, a' tempi del nostro racconto, c'erano ancora le Clarisse nel monastero di San Silvestro. Eglino poi ci consentano di aggiungere che v'era badessa una Madre Maria Concetta, zia della marchesa Ginevra. Della qual cosa, e d'altre non poche, avranno a capacitarsi con noi, se vorranno seguirci oltre la clausura, da noi facilmente violata, senza far contro alle ecclesiastiche discipline.
Passato per tante mani nel corso de' secoli, rabberciato le tante volte, non mai riedificato dalle fondamenta, notevole pe' suoi muri da levante e da mezzogiorno, che sono ancora i vecchi bastioni di mille e più anni addietro, e pe' suoi ripiani più alti che mal dissimulano il mastio della ròcca, il monastero di San Silvestro serba tuttavia l'aspetto d'un antico castello, murato a difesa delle case circostanti, a rifugio de' loro abitatori da una scorreria di Saraceni. E mezzo monastico e mezzo militare, era nel 1857 un assai triste soggiorno, con tutta la sua felice postura, l'ampiezza de' cortili, l'allegria dei loggiati, dei terrazzi e di un orto pensile sorretto dai bastioni anzidetti, sul cui ciglio si mutava in altana, munita, giusta il costume, de' suoi ripari di lavagna traforata. Là dentro era una confusione di tetti alti e bassi, di sporgenze e di vani, di linee spezzate, di archi d'ogni forma e misura; non palazzo, ma catasta di casipole; vera delizia dei pittori di paese, e di que' rigattieri della storia, che sono gli archeologi.
Tutta quella baldoria di calce e mattoni faceva mostra di sè a chi, varcato il vestibolo, o androne che dir si voglia, giungeva nel primo cortile del monastero, tagliato a sghimbescio e attorniato da un ordine (meglio per avventura disordine) di portici, lungo i quali erano cellette, sepolture, oratorii e simiglianti. Quasi in mezzo al piazzale, una piccola tettoia, sorretta da quattro pilastri, serviva a coprire un pozzo; e un rosaio ed un gelsomino dai molteplici tronchi salivano a incoronarla co' rami, lasciando ricader dalle gronde il rigoglio delle lor ciocche frondose. Ma tutto ciò non era gaio a vedersi, neppure allorquando que' mescolati viticci facevano pompa, secondo le stagioni, d'una allegra figliuolanza di gelsomini o di rose. Il luogo tutt'intorno era uggioso; quei fiori odoravan di chiuso, davano a pensare che il cespo fosse innaffiato, anzichè dell'acqua sottostante, di lagrime.
L'orto pensile era dall'altro lato del monastero, verso levante, tra l'antico mastio e il bastione, che si vede di presente aperto ad una interna gradinata per dar l'adito a scuole governative e comunali, poste colassù da pochi anni. Ai tempi delle monache, un'altra scala, ma stretta e segreta, si apriva dal mezzo di quell'orto nelle viscere della terra, e rasentando le cisterne sotto la piazza di Sarzano, scendeva al mare, a' piè delle mura, dove una buia arcata ne dissimulava l'uscita. Quel varco, certamente antichissimo e praticato ad uso di guerra, tornò mai utile ad alcuna di quelle rinchiuse? La leggenda non ha nulla da dirci intorno a ciò; la cronaca sola ci racconta che ne' primi anni del dominio di casa Savoia quella via sotterranea fu chiusa perchè le claustrali non avessero modo di frodar la gabella. Oh secolo decimonono, secolo di prosa!
Nel 1857, l'orto, il cortile, i loggiati, se non lieti, erano puliti; i porticati sapevano di santità, o d'incenso, che torna lo stesso; l'androne, ornato di vecchie lapidi, risuonava soltanto ai passi della suora portinaia e delle rare madri che dovevano in certe ore del giorno passarci, quando erano chiamate in parlatorio; il portone ferrato si apriva soltanto nelle grandi occasioni, verbigrazia per la solennità delle monacazioni, allorquando la povera novizia, scesa sul limitare a dar l'ultimo sguardo e l'ultimo saluto al mondo profano, baciava in fronte i parenti, senza ardire di mettere il piede fuori dello scalino di marmo. E noi, che non abbiamo una di queste solennità da raccontare, lasciamo il portone chiuso, e seguitiamo per l'uscio di servizio un nuovo personaggio del nostro racconto, che è mastro Pasquale, il legnaiuolo delle monache.
Non si scandolezzino i lettori timorati, nè facciano bocca da ridere i maliziosi; qui non c'è nulla che esca di riga. Mastro Pasquale aveva passo libero in monastero (s'intende quando fosse bisogno dell'opera sua) come il muratore ed il medico, quegli curatore delle vecchie pareti, questi delle vecchie abitatrici; e al pari di queste due, c'entrava senza bisogno di tenere il campanello tra mani e sbattagliar di continuo, come si adopera in certi conventi, per dare agio di scampo alle timide spose del Signore, che vanno in volta pei corridoi.
Vi parrà un privilegio; ma per verità a mastro Pasquale non gliene importava nientissimo, e n'avrebbe fatto volentieri un presente a chi gli avesse levato dalla gobba la metà, o almeno un terzo, de' suoi sessant'anni. Del resto, anche a quarant'anni egli entrava in monastero a quel modo; chè, forse pensando di nominarlo a quell'ufficio geloso, Domineddio lo aveva fatto scrignuto e sbilenco, ornandolo per giunta d'un naso cosiffatto, che, a segarne mezzo, gliene sarebbe rimasto ancora abbastanza.
Parlando di lui col confessore (non ci si domandi per carità come ci sia giunto all'orecchio) la madre Badessa era uscita in queste parole: «sia detto senza far torto all'immagine del Creatore, il nostro legnaiuolo è brutto come il peccato mortale.»
Brutto, davvero, brutto di fuori; ma buono di dentro come i tartufi. Nè si argomenti dal paragone che mastro Pasquale ci avesse buon odore; che anzi egli sapeva maledettamente di colla e di segatura, e, come ciò non bastasse, ci metteva di costa il tabacco, ch'egli fiutava di sovente, e non del migliore; il che non vuol già dire ch'egli non fosse buon gustaio, e rifiutasse il buono quando gli era profferto. Il buono piace a tutti, soleva dir lui con un proverbio vernacolo che è certamente d'ogni paese.
Da parecchi giorni alla fila, mastro Pasquale andava al monastero di San Silvestro. C'erano colà parecchi vetri rotti da rimettere; inoltre (e questo era il grosso guaio) una finestra non chiudeva più a modo, nè gli arpioni tenevano. Così stando, cioè a dire, così non istando le cose, mastro Pasquale era stato chiamato al monastero, perchè vedesse e provvedesse lui. Ed egli aveva veduto e sentenziato che, non pure la finestra, ma la intelaiatura voleva essere rinnovata; fradicia questa, e fradice le imposte, non erano più buone ad altro che a far legna da ardere. E già, mentr'egli andava qua e là pei balconi del monastero rimettendo i vetri rotti, il mastro muratore aveva messa a posto la nuova intelaiatura, nè più rimaneva altro a fare che aggiustarvi le nuove imposte, opera accuratissima di mastro Pasquale.
Fin dal giorno innanzi le due imposte erano state portate là dentro; bisognava vedere se combaciavano colla intelaiatura, che non ci fosse nulla a piallare, nè sopra, nè sotto, nè ai lati; quindi dar loro due mani di colore, imperniarle sui gangheri, stuccare i vetri, e via dicendo. Per tutte queste bisogne andava mastro Pasquale, mezz'ora dopo il meriggio, e una conversa delle Clarisse gli apriva la porta di servizio non senza dargli ad intendere che egli giungeva troppo tardi, e troppo presto; troppo tardi, perchè era aspettato fin dal mattino; troppo presto, perchè era l'ora del refettorio, ed ella aveva dovuto scomodarsi a bella posta per lui.
—Ah, Madre, non mi dica altro!—esclamò il legnaiuolo.—Ci ho avuto più a fare stamane che chi muor di notte….
—O come?
—Vossignoria sa bene; mandar pel medico in fretta e in furia; non veder giungere il prete; il campanaro a letto colla chiave del campanile in tasca; o non le pare che ci sia un gran da fare a morir di notte? Or bene, io n'ho avuto altrettanto, colla mia Tecla ammalata.
—Oh, povera donna! Gravemente?
—Questo no, grazie al cielo; ma in letto la c'è tornata. Anche a lei pesano, gli anni! E quando la Tecla è a letto, chi mette al fuoco la pentola? Ci ho due figli che, non fo per dire, sgobbano da mattina a sera, e vorrei che tutti ne avessero di somiglianti; ma l'ora del refettorio non la sgarrano di un minuto, e se la pentola non è giù dal fornello brontolano più della pentola stessa. E Pasquale col ramaiuolo, e Pasquale col pizzico di sale; insomma, la mi capisce, son io che ho da fare ogni cosa. Gran disgrazia non esser nati signori!
—Pazienza, mastro Pasquale, pazienza!—disse la conversa, mentre richiudeva il portone.
—Quella era una gran santa!—soggiunse il vecchio legnaiuolo, a mo' di commento.—Basta; tanto si muore tutti; e chi più ne soffre, più ne racconta.
—A proposito di raccontare, niente di nuovo al secolo?—domandò la conversa.—Che nuove in città?
—Non so proprio nulla; ma ci ho qui i giornali per la madre badessa.
Questi ce n'hanno di tutti i colori, nè so dove le peschino.—
Così dicendo, mastro Pasquale depose il pentolino della tinta a olio che aveva portato con sè, e cavò di tasca alcuni fogli stampati, che la religiosa servente fu sollecita a levargli di mano.
—Benissimo;—diss'ella;—prima di darli alla superiora vo' farmeli leggere dalla madre Scolastica, che legge così corrente, che gli è un gusto a sentirla.
—Non occorre;—ripigliò Pasquale, mettendo ancora una volta la mano in saccoccia;—eccone altri due che ho posti in serbo per Vossignoria.—
La conversa fece un grazioso risolino al presente e al titolo sonoro con cui la salutava il legnaiuolo, scaltro come tutti i gobbi suoi pari. Curiosità e vanità, peccati veniali; se fosse altrimenti (lo ha detto un padre della Chiesa), nessuna donna metterebbe piede in paradiso.
—Grazie;—soggiunse ella;—e adesso andatevene pure al vostro lavoro che v'aspetta, insieme con una bottiglia di quel vecchio, che n'avrete bisogno. La reverenda madre Badessa me lo ha comandato; ma io ho aggiunto mezza dozzina di cantucci, che vi daranno buon bere.
—Non saranno mai così buoni come Vossignoria;—rispose mastro Pasquale;—ma li assaggerò con piacere. E adesso, con sua licenza, se non ha altro da comandarmi….
—Andate, andate, mastro Pasquale.—
Così congedato dalla conversa, il nostro legnaiuolo ripigliò il suo pentolino, e si avviò per le scale che mettevano all'altro piano del monastero.
—La è poi una buona diavola, quella suora Bibiana!—andava egli borbottando tra sè.—Basta chiamarla Madre, e se ne va tutta in brodo di succiole. Se mi fossi aperto a lei, chi sa? Ma il proverbio dice: fidarsi è bene, e non fidarsi è meglio. Pasquale, qui ci vuol giudizio, se no…. Un anno per l'altro, qui si busca un trecento lire; pigione di casa e bottega. Dunque, io dico, un occhio al lesso e l'altro all'arrosto….—
Intanto ch'egli veniva facendo in tal modo i suoi conti, mastro Pasquale giungeva al pian di sopra e metteva piede sul limitare dell'orto pensile che abbiamo già descritto ai lettori, dond'egli aveva a passare per recarsi al lavoro.
Ma innanzi di voltare da quel lato dove la finestra nuova aspettava le sue cure paterne, il nostro legnaiuolo diede una sbirciata al viale che correva tutt'intorno all'orto, tra le aiuole e il murello del bastione.
—Non c'è ancora nessuno; tanto meglio;—disse il gobbo;—così avrò tempo a piantare la batteria.—
Andò allora verso un quartierino, al quale si ascendeva per cinque o sei scalini di pietra di lavagna; cavò fuori da una piccola sala i suoi arnesi, che v'erano riposti dal giorno innanzi; levò dalla parete, dove stavano appoggiate, le imposte di finestra che aveva fabbricate, già debitamente piallate e stuccate, ma non ancora rivestite della loro tinta cenerognola; le adattò sugli arpioni, le raccostò e vide che combaciavano per bene; ed allora, spiccatane una da capo, se la recò a braccia verso il bastione.
Tornò indietro; diè di piglio ad un cavalletto che aveva colà per suo uso, e se lo messe sotto braccio; dall'altra mano prese il pentolino col quale era andato lassù, e si rifece di bel nuovo a quel punto dove già aveva portato quell'altro negozio. Tra il murello del bastione e il cavalletto, l'imposta fu alzata da terra: il pentolino fu collocato sul murello, per modo che mastro Pasquale potesse averlo sempre sotto mano; e così disposta ogni cosa, rimestata la tinta con due tratti di pennello, il nostro legnaiuolo diventato pittore incominciò a dare per lungo le prime zaffardate di cenerognolo sui regoli dell'imposta.
E intanto che dipingeva, andava canticchiando tra i denti una sua frottola, che lo aiutasse ad ingannare il tempo; e intanto che canticchiava, teneva d'occhio il viale, per tutto quel tratto che correva da lui fino all'uscio, pel quale era venuto egli stesso nell'orto.
—Ci siamo!—diss'egli, interrompendo la cantilena, pochi minuti dopo che s'era messo all'opera.—Ecco il naso della Madre Maddalena che spunta.—
E qui mastro Pasquale si fece tutto intento nell'opera sua, mandando una pennellata dopo l'altra, come un manovale che lavorasse a cottimo.
XVII.
Nel quale si dimostra fin dove giungesse la scaltrezza d'un gobbo.
Quella che il nostro legnaiuolo avea battezzata per Madre Maddalena, e che diffatti si chiamava con tal nome, si affacciava per l'appunto sull'uscio. Era una monaca già attempatella; non doveva essere stata brutta in gioventù, e il suo volto era ancora piacente, sebbene sformato un tal poco da una certa pappagorgia che pareva un altro mento, di giunta a quello che aveva avuto dalla nascita. Non istaremo a dipingerla più minutamente, bastandoci pel nostro bisogno di averla accennata in due tratti; solo aggiungeremo che era vestita di scotto, specie di pannolano nero; che un velo nero di seta le copriva la testa e scendeva fino alle spalle, dando spicco maggiore agli orli d'una bianca cuffia insaldata che le nascondeva mezza la fronte, le tempia ed il collo, dove si allargava a mo' di gorgiera sul petto; che infine teneva un libro in mano; segno questo che amava la lettura, o che non aveva altro a far di meglio in quell'ora di svago.
Dietro alla vecchia Madre (bel nome di madre, com'era sprecato in quella casa della sterilità!) si avanzava a lenti passi una giovinetta, ma diversamente vestita. Ella non era una monaca, e nemmeno una novizia. Come andassero vestite le monache s'è detto pur ora; le novizie non differivano da quelle se non pel velo, che era di mussolina bianca, laddove le madri lo portavano di seta nera. Le postulanti poi andavano vestite dei loro panni, fino a tanto non fossero ricevute in noviziato.
Queste postulanti, come s'intenderà di leggieri, erano quelle fanciulle che volevano farsi monache, e dovevano sudar sei mesi ad ottenere quella grazia profumata del velo bianco di mussolina; dopo di che, accolte tra le novizie, rimanevano un anno ad aspettare il velo nero di seta.
Cosiffatti indugi posti alla solenne dichiarazione di un voto indissolubile, eterno, avevano aria di provvido temperamento donde un mutarsi di volontà potesse avere lo scampo. Ma quante delle inesperte o derelitte rinchiuse, ancorchè non sentissero in cuore la vocazione profonda, irresistibile, alla vita del chiostro, poterono uscire all'aperto, e ricuperare la libertà, questo sommo dei beni? Non durava assidua nell'animo la vergogna del mutato proposito? Non le risospingeva più addentro l'acerba memoria del mondo noncurante, della casa ahi poco materna, dei congiunti e degli amici dimentichevoli o beffardi? E d'altra parte non le assaliva un desiderio di annientarsi, di sentirsi e di apparir come morte in quella solitudine di mura? Il sacrificio di sè, non è egli la gran virtù della donna? Quel cuore che trema dinanzi ad una lama sguainata, va con sublime serenità incontro ad una vita di tormenti ineffabili. Così alla povera derelitta, quella bara aperta in mezzo alla chiesa, non appariva soltanto come un simbolo del suo separarsi dal mondo profano, ma come una vera sepoltura, rifugio sperato contro l'amarezza delle ricordanze; ed ella sentiva allora tutta l'acerba voluttà di distruggere i segni d'una bellezza spregiata, di dare a sterili adorazioni, a inani idolatrie, un cuore che la famiglia aveva respinto da sè; pareva una festa, ed era, un funerale; solenni ambedue, questo soventi volte più grato di quella a gran pezza! Il non essere ha i suoi pericolosi allettamenti; il vuoto attira. E in tal modo la fanciulla, fatta postulante per violenza o disamore dei suoi, diventava novizia per irresolutezza o vergogna, monaca per abbattimento di forze, per sacrifizio disperato di sè.
E poi? E poi, chi non sa come la carne si mortifichi, come la passione s'addormenti, e il dolore si strugga nella sua medesima fiamma? Non perdiamo noi bellezza e gioventù? Il sangue non si fa egli più tardo nelle nostre vene? Così gli spiriti bollenti svaporano; la torpida vecchiezza si volge lentamente indietro a rimirare il fatto cammino, e se per avventura non le accade di sorridere all'immagine delle angosce passate, sicuramente si maraviglia di averle così profondamente sentite. Per ciò solo la vecchiezza è saviezza; triste conforto in verità, questa saviezza, che nasce soltanto dal corrompersi della nostra esistenza, e, come il passero solitario, non fa udire il suo verso fuorchè in mezzo alle rovine!
Poi quando la povera donna ha varcato l'età delle pugne, delle pronte ribellioni dei sensi e delle faticose vittorie dello spirito, quando non ha più nelle notturne visioni il gaudio dei celestiali colloquii, che facevano odorare d'arcane fragranze, fiammeggiare di eterei splendori ogni angolo della sua cella solitaria, quando la vita è logora, e il cuore, questa lira dalle sette corde, non manda più suoni, allora ella si avvezza, la povera rinchiusa, a que' luoghi dove ha tanto patito, dove incomincia a posare. I dolori passarono; rimane la placida contentezza dei bisogni soddisfatti, delle consuetudini non turbate. La carne, già tanto combattuta, si adagia tra quelle piccole consolazioni che più non avrebbe nel mondo profano, dove non è chi serva per amor di Dio, dove ogni cosa si paga, ed anco pagando non si ottiene ogni cosa, e dove infine la famiglia, le attinenze, gli usi tutti del vivere, danno obblighi, molestie, tribolazioni, alla meglio coronata delle duchesse.
Qui, al contrario, non più affanni, nè cure moleste; lo spirito tranquillo, non isviato da importuni pensieri, non stimolato da febbrili ansietà, s'incammina chetamente, leggicchiando una meditazione, o biascicando un paternostro, per la dolce salita del paradiso. L'Imitazione di Cristo non ha più spine, o toccano a mala pena la cute; le vigilie, i digiuni, ed ogni altra maniera di mortificazioni, giungono fin dove il medico pietoso sentenzia; la cura necessaria di sè mette il __nec plus ultra__ a quegli esercizi di pietà, che tornavano tanto dolorosi alla carne ribelle di un tempo.
Tutto si rammorbidisce, tutto si spiana. E che sarebbe il mondo alla rinchiusa, se ella uscisse, malaccorta, dal nido? Troverebbe ella la cameretta acconcia, l'oratorio vicino, la mensa imbandita alle sue ore, i loggiati, i giardini, e a farla breve tutte le agiatezze di un palazzo, in uno di que' nostri quartieri cittadineschi, che paiono fatti a posta per starne fuori? E che farebbe ella poi fuor di casa, in un consorzio, del quale per la lunga interruzione del chiostro, nonchè parteciparvi, non intenderebbe neanco le gioie? Quale delle nostre case le darebbe continuati i conforti della vita comune, degli uffici sciocchi ma gravemente accettati, e dei piccoli litigi, dei piccoli cicalamenti claustrali, che riempivano le lacune dell'oziosa giornata?
Guardate quel vecchio colonnello che gode la sua pensione di riposo. La sua anima è sempre al reggimento, in quella famiglia di fuori via, che gli diede tante tribolazioni da giovine, che gli diroccò tanti bei castelli in aria, che gli guastò tante dolcezze; ma dalla quale, tardi divelto, egli pure non sa dipartirsi col pensiero. Laonde, in una casa non sua, o mal sua, egli sta sempre contegnoso, accigliato, come soleva, a capo de' suoi battaglioni. La moglie è buona, ma non ha pur troppo tutti i saldi pregi, l'arrendevole giudizio e la complice severità del suo aiutante in primo; i suoi figli son sani, di bell'aspetto, studiano anche, e sanno più che egli non voglia da essi, ma ci hanno il vizio incurabile di non giungere puntuali al rapporto; il servitore ha da stargli davanti impalato e salutare in tre tempi; la fantesca, guai a lei se non adopera la granata a dovere, perchè egli è tal uomo da metterla al passo, e già glien'ha dato come un cenno in aria, alla lontana, tanto che non esca di riga. Le esercitazioni d'un reggimento in piazza d'armi sono il suo gran passatempo quotidiano; legge alla sfuggita i giornali, per non far la ruggine in politica, ma svolge con memore affetto le pagine dell'annuario militare, che lo fanno rivivere nella famiglia passata, e medita sul regolamento di disciplina, che vorrebbe introdurre, con poche e lievissime varianti, nella famiglia presente.
Se ciò avviene così naturalmente dell'uomo, che non sarà della donna, tanto più mite di spirito, tanto più dolce di tempera? Noi medesimi abbiamo udito, or non è molto, una vecchia monaca pigliarsene una satolla contro i malvagi che s'argomentavano di voler restituire la loro libertà alle spose del Signore. E ci parlava, vecchia sessagenaria, dai vani di due grosse inferriate. Darle la libertà? In fin de' conti, che ne avrebbe ella fatto? Però ci rattristammo in udirla, ma non ardimmo dimostrarle il suo torto. La prigione è prigione a cui sembra.
Ed anco lasciando in disparte tutte le cose dette più su, non si ama egli talvolta di vivere dove s'è più lungamente patito? Quelle conscie pareti hanno le tante volte riflesso la nostra ombra, che ci pare abbiano a ritener sull'intonaco qualche particella di noi; quegli angoli serbano l'eco dei nostri sospiri; su quel pavimento c'è tuttavia l'umidore delle nostre lagrime.
Ma in questa guisa non pensava, nè poteva pensare la giovinetta postulante che seguiva in giardino i passi della Madre Maddalena. In questa giovinetta i nostri lettori hanno già riconosciuto Maria, non postulante, ma rinchiusa a forza nel convento di San Silvestro, Maria coll'anima piena di Lorenzo, Maria fieramente addolorata di non aver sue novelle, Maria tribolata da quella orribile clausura, e vicina ad impazzire al pensiero che forse non avrebbe potuto uscirne mai più, mai più sollevare colle sue deboli braccia la lapide di quel pauroso sepolcro. Che cuor fosse il suo, che negri pensieri le ingombrassero la mente, mal sapremmo descrivere. Argomenti queste ineffabili angosce chi ha fortemente amato, e in un giorno della sua vita ha desiderata, invocata la morte.
E quella mattina, la poveretta, se non più triste (che sarebbe stato impossibile), era turbata più del consueto. Quella gran signora verso la quale ella s'era sentita attrarre da una ignota possanza, per cui consiglio ella s'era ridotta là dentro, quella gran signora era venuta poche ore dianzi, era rimasta sola, lungamente sola, con lei, alla sbarra del parlatorio. Che cosa le aveva detto in quel lungo colloquio la marchesa di Priamar? La povera madre aveva parlato in quel modo che le era comandato dal terribile dilemma di Bonaventura. E i suoi intendimenti erano materni, poichè ella sacrificava sè stessa, per offrire uno scampo alla sua diletta figliuola.
Però, con molti giri e rigiri di frasi, ella aveva cominciato a toccarle del segreto in cui erano involti i suoi natali; delle gravi difficoltà che ne derivavano a lei, innocente creatura, condannata dal reo destino a viver sola nel mondo, senz'altro aiuto che la protezione, ristretta e manchevole pur troppo, di una dama di misericordia. Ella non poteva acconciarsi alla vita monastica; voleva uscir dal convento; ma come, se a lei mancava una stato, una famiglia? Entrare in casa altrui, farsi una famiglia nuova; questo era il punto. Ma chi l'avrebbe condotta in moglie, chi le avrebbe dato il suo nome, poichè ella non ne aveva uno da poter recare con giusta alterezza in quella comunione di beni morali e materiali, ma anzitutto morali, che è il matrimonio?
La giovinetta, che era rimasta fino a quel punto, e senza parole, ad udirla, non ardì profferire il nome di Lorenzo, sebbene il pensiero corresse a lui facilmente; a lui che non aveva avuto bisogno di sapere dond'ella nascesse per amarla e proteggerla come una sorella; a lui che, innanzi di partire per quella impresa disperata nella quale era impegnato il suo nome, le aveva detto una santa parola di amore; a lui che lasciava al mondo le sue viete consuetudini, le sue sottigliezze crudeli, e soleva reputare ognuno figlio delle opere proprie. Non ardì profferire quel nome, perchè ogni nobile affetto ha il suo pudore, nè ama svelarsi ai profani; ma tacendo, vide il mondo come le era dipinto da quella dama, pensò con amarezza al suo misero stato, e rimase in ascolto.
Chi l'avrebbe sposata? proseguiva intanto la marchesa. Innanzi di crederla degna di entrare in una onorata famiglia, non si sarebbe voluto sapere il nome de' suoi genitori? E allorquando Maria timidamente notò che il segreto della sua nascita era chiuso in quella cassettina d'ebano portata via dalla casa Salvani nella sera del 29 giugno, la marchesa Lilla le aveva susurrato alle sbarre del parlatorio queste dolorose parole:
—Figlia mia (consentite che io vi chiami con questo nome poichè siete sola al mondo, e nessuna donna, pur troppo, sorgerà a contrastarmelo), se questo segreto, quando fosse svelato, dovesse coprir di vergogna la vostra povera madre, che forse, che certo vi ama, e non può confessarlo ad alta voce?…—
E la marchesa non aveva soggiunto altro, vedendo Maria reclinare la sua bella fronte tra le palme e dare in un pianto dirotto.
Dopo una lunga pausa, durante la quale fu fatto il più triste soliloquio che penna umana potesse descriver mai, la fanciulla sollevò verso la marchesa Lilla i suoi occhi lagrimosi.
—Si salvi mia madre!—esclamò ella, con accento di sublime tenerezza.—Viva, io non la farò arrossire per me; morta, non infamerò la sua memoria. Mi farò monaca.—
La marchesa di Priamar sentì come uno schianto al cuore. L'affetto di madre palpitava là dentro; e la madre sentì quanta virtù di sacrifizio ci fosse, quanta disperazione, in quelle poche parole, così semplici e schiette. E fu lieta di poter ricusare quell'olocausto; lieta in quel punto di offrirsi ella in sua vece, vittima espiatoria, al feroce gesuita, al comune nemico.
—No!—rispose ella, guardando amorevolmente sua figlia. Fiammeggiarono gli occhi della fanciulla; il suo volto, le mani, la persona tutta si tese verso l'inferriata, come per avvicinarsi vieppiù a quella parte donde le veniva l'inaspettata parola.
—No, voi dite? E come? Ve ne prego, ve ne supplico a mani giunte, o signora; come uscirò io da questo orribile luogo?—
L'esaltazione della giovinetta turbò grandemente la marchesa, che si provò a chetarla con amorevoli parole; ma non ne venne a capo se non col ripeterle che veramente avrebbe potuto uscir dal convento. E allora, vedutala più tranquilla e tutta intenta ad udirla, si fece a parlarle della possibilità di trovare un uomo, giovine e piacente, chiaro per bontà di costumi, che potesse darle il suo nome onorato. Trovato quest'uomo, che non era difficile (anzi ella aveva già posto gli occhi sopra un tale che certamente non avrebbe ricusato). Maria avrebbe avuto una dote, non indegna dell'onorevole parentado, una dote che ella stessa, marchesa di Priamar, avrebbe data del suo, poichè era libera, padrona di sè, senza conforto di prole. Per tal modo Maria sarebbe stata felice tre volte in un punto; felice di uscire dal monastero, felice di avere uno sposo che l'avrebbe adorata, felice di trovare in lei una seconda madre, in luogo di quella che la poverina non aveva mai conosciuta.
Maria si fece smorta in viso a quel ragionamento della signora. La sua allegrezza era durata poco. Un freddo acuto le corse per ogni vena. Ma quell'angoscia le parve soverchia; le parve impossibile che Iddio dovesse dare un così aspro martirio alla sua creatura; e accolse, colla istintiva cura di chi si sente mancare il suolo sotto i suoi piedi, un'ultima speranza, la speranza che quell'uomo, il cui nome non era stato ancor profferito dalla marchesa, potesse esser egli, Lorenzo, il suo adorato Lorenzo.
—Il nome?—chiese ella trepidante.—Il nome di quest'uomo?
—Il dottore Ernesto Collini;—rispose la signora.
—Ah!—proruppe Maria, e si strinse le palme al petto, quasi per tema che il cuore avesse a scoppiarle. L'ultimo fil di speranza a cui s'era aggrappata, le si spezzava tra mani, ed ella si sentiva precipitare nell'abisso.
Lilla ben si avvide del senso doloroso che quel nome aveva fatto sull'animo della fanciulla.
—Ma voi non lo conoscete, figliuola mia!—diss'ella con voce affettuosa.
—Non lo conosco? non lo conosco?—incalzò con veemenza la giovinetta.—Così non avessi io mai udito profferire il suo nome! Per lui, per quest'uomo, ho provato le prime angosce della paura; per lui, Lorenzo, il mio fratello d'adozione, il mio unico sostegno, la mia unica difesa in questa terra di dolore, ha posto a repentaglio la vita. Poteva morire; il marchese di Montalto è un forte schermitore…. Ah, signora! prenderò il velo. Iddio non vuole aiutarmi; morrò.
—Calmatevi, figliuola mia, ve ne prego.
—Sì, sono tranquilla, non vedete?—proseguì la giovinetta, atteggiando con supremo sforzo le labbra al sorriso—Ma permettete, o signora, che io mi ritiri. Ho bisogno di raccogliere i miei pensieri; la mia mente è confusa.—
Così era finito quel doloroso colloquio. La marchesa Lilla se n'era andata, colla tristezza nel cuore, dopo aver raccomandata la giovinetta alle cure della Madre Maddalena, che era ritornata in parlatorio per ricondurla nella sua camera.
Quel dì la povera giovinetta non pose il piede in refettorio, ma stette nella sua piccola cella a considerare le sue speranze perdute, la sua vita distrutta. Già da lunga pezza era sventurata; la miseria regnava nella casa fraterna; ma la libertà, che è sì cara, stendeva l'ali consolatrici sul suo telaio da ricamo, in quella cameretta dov'ella faticava da mane a sera, ma dove le tornava così dolce il lavoro, quando ella ne cavava il frutto, a sollievo delle comuni strettezze. E le sue prime angosce, allorquando indovinò gli amori di Lorenzo per la Cisneri, allorquando il morso della gelosia svelò a lei stessa, fino a quel punto ignara, il segreto del suo cuore, che erano mai, innanzi al martirio che ella durava dalla sera del 29 giugno fino a quel giorno? Quei tre mesi erano stati per lei una spaventosa progressione di mali.
E non poter più piangere! Ella non aveva più lagrime, o le avevano fatto nodo intorno al cuore. Le fauci aride come gli occhi, le braccia e il petto prosteso sul suo letticciuolo, ella non metteva singhiozzi, ma rantoli. Povera Maria, povera vittima di colpe non sue!
In questo mezzo, la Madre Maddalena, a cui era data in custodia la giovinetta, giunse tutta anelante dal refettorio. Aveva fatte due scale, la povera Madre; ella che di consueto, finito il pasto, se ne stava tranquillamente a meriggiare nella strombatura d'una finestra, era salita in fretta (vogliam dire senza por tempo in mezzo, che quanto al correre gli è un altro paio di maniche) fino al pian di sopra, per invigilare sopra sua figlia, come soleva chiamarla per monastico vezzo. Tutti la chiamavano figlia, quella povera fanciulla; e intanto ella non aveva una madre, a cui chiedere aiuto!
La Madre Maddalena era una buona pasta di donna ci pare d'averlo già detto; non poteva patire la gente piagnolosa, a cagione dei nervi, che aveva sensitivi oltremodo, quantunque fasciati per bene dall'adipe; la tristezza altrui le dava il mal di capo. La qual cosa, messa di costa al dover salire lassù, le incresceva non poco; ma tolse in santa pace quella nuova tribolazione, e ne fece anzi un'offerta al Signore, che non sapremmo dire se l'accogliesse, o no. Quel che sappiamo si è che la Madre Maddalena giunse nella cella di Maria, scosse quel corpicino snello, bufonchiò alcune sue esortazioni all'orecchio della fanciulla, e finalmente la consigliò di uscire un tratto in giardino, che un po' d'aria e di luce le avrebbe recato sollievo. Maria le tenne dietro a guisa d'automa. Quella era a un dipresso l'ora della ricreazione, in cui soleva ogni giorno recarsi nel giardino del monastero, che era quasi sempre deserto.
Era una stupenda giornata; il cielo sereno, color di zaffiro; il sole alto illuminava tutto il giardino quant'era largo e lungo, salvo in una lista di terreno su cui disegnava la sua grand'ombra l'antico mastio di quella cittadella ridotta a convento; l'aria non era calda, ma tiepida, come suole in autunno, che il raggio solare ha smesso alquanto della sua forza; e parevano beverla avidamente alcune piante di malve e girasoli, tristi fiori, che si trovavano soletti, come smarriti, in mezzo ad una mescolanza d'ortaglie. Botanica claustrale!
La giovinetta, come fu giunta in capo al viale dalla parte di levante, si sentì spossata, e si lasciò cadere su di un sedile di lavagna, che era appoggiato al murello. Ma la prudente monaca, che non faceva punto a fidanza col sole, proseguì pel viale a mezzogiorno, fino all'altro da ponente, dov'era l'ombra desiderata, e dove si messe a passeggiare con lento metro, leggicchiando di tanto in tanto un versetto del suo libriccino di digestione (altri direbbe di devozione), badando ben bene, quando era ai punti estremi della sua passeggiata, a non uscir fuori dall'ombra anzidetta, che la parte superiore dell'edifizio mandava sul piano dell'orto.
Per tal modo rifacendo ad ogni tratto il suo breve cammino, la Madre Maddalena poteva vedere il profilo di Maria, che se ne stava immobile, collo sguardo fisso, in apparenza tranquilla. A che pensava la giovinetta? Dove guardava? Neppur ella avrebbe saputo dirlo; nella sua mente era una confusione di forme vaghe e mutevoli, come avviene a chi sia travagliato dalle visioni d'un sogno febbrile: e rimaneva così attonita, stordita, senza pensare, senza veder altro dintorno a sè, che le dolorose immagini della sua vita.
Intanto il nostro Pasquale seguitava a mandar su e giù tratti disperati di pennello. La Madre Maddalena gli era passata daccanto, ed egli, tirandosi prontamente da un lato e cavatosi rispettosamente la berretta, s'era sprofondato in un cosiffatto inchino, che la gobba aveva soverchiata la testa, e se avesse avuto occhi avrebbe potuto contargli i peli vani sulla nuca rugosa. Poi, ripigliata quanto più gli venne fatto la postura verticale, lo scaltro legnaiuolo tornò da capo a inzaffardare l'imposta colla sua tinta a olio, facendo tra una pennellata e l'altra l'occhiolino alla fanciulla che gli sedeva di rincontro.
L'occhiolino, sissignori; ma non vi date a credere che mastro Pasquale, co' suoi sessant'anni sulla gobba…. Neanche per sogno! Mastro Pasquale ci aveva le sue brave ragioni, e punto personali, a guardare di quella guisa e fare i suoi versacci a quella bellissima immagine della tristezza. Or come avvenne che gli occhi di Maria cascassero sulla grama persona di mastro Pasquale, non sapremmo dirvi, e forse non metterebbe conto, chi pensi ch'ella era così poco lontana da lui e che quel dimenìo delle braccia del legnaiuolo pittore doveva, po' poi, anco macchinalmente, attrarre lo sguardo. Del resto Maria aveva già veduto il dì innanzi quell'uomo, ed aveva anzi considerato com'egli, vecchio e sgraziato delle membra (segnato da Dio, diceva il popolino) fosse più felice di lei a gran pezza. Forse egli aveva una famiglia; anzi di certo; che l'artigiano ha mestieri di questo conforto, assai più del ricco e del fannullone. Faticava da mane a sera; quelle spalle gliel'aveva fatte curve il lavoro, in quella medesima guisa che a lei il lavoro aveva fatti sovente gli occhi rossi. Ma almeno era libero; libero come lei una volta, e i suoi più santi affetti non pativano contrasto d'altrui volontà.
Questo pensando ancora in quel giorno, le occorse di rimirare più attentamente il legnaiuolo. Si addiede allora delle occhiate e dei versacci eloquenti di lui, e stette tra curiosa e stupefatta a guardarlo. Questo voleva Pasquale, che, seguitando cogli occhi e colle labbra le smorfie, colla destra mano a trar giù pennellate ficcò la manca tra le risvolte del suo giubberello e fe' sbucarne timidamente fuori il corno dell'argomento, vogliam dire d'un foglietto di carta.
Era una lettera, sì certamente; non poteva esserci inganno, e quella lettera era per lei.
Il cuore le palpitò forte. Per la prima volta in sua vita ella usò un artifizio (del resto innocentissimo) volgendo gli occhi con aria sbadata ai monti lontani, poichè aveva veduto la Madre Maddalena dipartirsi dal suo viale ombroso per venire alla sua volta.
Mastro Pasquale capì da quel gesto che l'inimico gli era alle spalle, e lasciata ricader la lettera nel taschino, proseguì alacremente il suo lavoro, senza scomodarsi neanco, allorquando da monaca gli fu presso per andar oltre. Così intento com'era a' suoi negozi, come poteva egli accorgersi dell'avvicinarsi di lei?
—Figlia mia, questo sole vi farà male;—-disse la vecchia custode, in quella che andava verso Maria.—Siete rossa in volto come una brace.
Non era il sole, quello che avea fatto arrossire Maria, sibbene la vergogna del suo atto, e più ancora delle parole che avrebbe dovuto soggiungere, per non aversi a muovere da quel posto.
—No, Madre, non mi fa male;—rispose ella.—Sento anzi che questa luce tiepida mi rinfranca. Ve ne prego, lasciatemi rimanere ancora per pochi minuti, poichè mi sembra che a questo sole mi si sgelino le ossa.—
E così dicendo, prese la mano alla vecchia e la baciò rispettosamente.
La Madre Maddalena aveva una bella mano, e l'atto non le dispiacque.
—Sia come volete, figliuola mia;—ripigliò.—Per me, amo meglio un po' d'ombra, e me ne torno al riparo.—
Ciò detto, rifece la sua strada, non senza ricevere un altro inchino dal legnaiuolo. Il quale, a mala pena l'ebbe lontana due passi, tornò al giuoco di prima, e visto che la giovinetta guardava a lui, cavò rapidamente, il foglietto bianco dal seno, e col pretesto di intingere il pennello nel pentolino, s'accostò al murello, vi depose il foglietto, per modo che uno dei capi restasse trattenuto da quell'arnese fuligginoso, tanto che non cadesse giù, tra il ciglio del murello e le lavagne traforate che correvano tutto intorno, a riparo dagli sguardi profani.
La fanciulla seguiva degli occhi tutti quei maneggi di mastro Pasquale, senza scorgere ancora in qual modo ella avrebbe potuto adoperarsi, per avere quel foglietto tra mani, così lontano com'era.
Ma il gobbo non era uomo da lasciare una impresa a mezzo. Posto il pennello a dormire nel pentolino, allungò le braccia ai due regoli maestri dell'imposta, li abbrancò saldamente, e a nervi tesi sollevò quel suo arnese dalla postura orizzontale. Quindi, fatto un cenno eloquente col mento e cogli occhi alla fanciulla (gli occhi si volgevano a lei, il mento accennava al pentolino), alzò l'imposta a bilico sulla testa, e glorioso come Sansone quando se ne tornò agl'Israeliti colle porte di Gaza sulle spalle, mosse alla volta di quel viale ov'era andata la Madre Maddalena, e dove, se i lettori rammentano, era per l'appunto la scalinata che metteva alla camera de' suoi strumenti, e a quel medesimo balcone pel quale aveva fatta la sua legnosa fatica.
Bravo Pasquale! Quello era un colpo maestro, ma bisognava compir l'opera. E non dubitate; ci aveva di molti ingegnosi trovati nel suo scrigno, il gobbo legnaiuolo.
La vecchia monaca che lo vide giungere, e dovette cansarsi per lasciarlo passare si trattenne a' piè della scalinata per dirgli:
—Avete già finito, maestro?
—Oh no, Madre reverendissima; alla mia età non si corre più tanto. Questa ci ha già la prima mano; ora mi metto attorno all'altra; la seconda mano la darò quando saranno a posto tutte e due, e coll'aiuto di Dio prima di sera ci avranno anco i vetri stuccati.
—Bravo, bravo; lavorate senza posarvi.
—Eh, come si fa? Bisogna pur dargliene, a tre femmine, sia detto con licenza di Vossignoria reverendissima. Quel che i miei due maschi guadagnano, basterebbe a mala pena pel pugno di sale; e il paiuolo brontola, quando non ci si butta nulla.—
La Madre Maddalena sorrise, come chi non ha più nulla a dire; e mise il piede innanzi, per continuare la sua passeggiata. Per tal modo ella avrebbe potuto scorgere la giovinetta dall'altro lato dell'orto. Ora ciò non faceva comodo al nostro Pasquale.
—A proposito, reverendissima,—diss'egli, standosene colle spalle al muro, affinchè la monaca, fermandosi da capo per rispondergli, non avesse a guardare dall'altra banda,—io debbo render grazie a questo santo monastero….
—Di che?
—Oh, Vossignoria fa le viste di non saperlo. Queste sante Madri vogliono sempre darsi molestia per me. Quella bottiglia di vino, que' cantucci che sanno di paradiso…. Oh, non li tocco io….
—E perchè?
—Perchè quella non è pasta pe' miei denti. Il buono piace a tutti, ed anche a me per conseguenza. Ma Vossignoria mi compatirà; ci ho quella povera donna di mia moglie, che non istà troppo bene. E allora ho detto a me stesso: Pasquale, pensa a tua moglie, che non ci ha i buon bocconi, i confortini, i brodetti, come le signore, quando vien loro un po' di male, e non può certo mandar giù la sbroscia che passa il convento.
—Siete un buon marito,—interruppe la monaca,—e san Giuseppe vi aiuterà.
—Gli è il mio santo due volte;—ripigliò il legnaiuolo.—Ora, con licenza di Vossignoria….
—Fate, fate;—e così dicendo, la Madre Maddalena si messe in moto.
Pasquale non aveva più bisogno di lei, perchè aveva veduto colla coda dell'occhio la giovinetta accostarsi al murello, prendere il foglietto e tornarsene con lenti passi al luogo ove era prima seduta.
Ma in quella che la Madre Maddalena si muoveva per un verso lungo il viale e il gobbo legnaiuolo per l'altro verso la scalinata, un grido soffocato, un tonfo, li fecero rimaner sospesi ambedue, quindi pigliar l'abbrivo alla volta della fanciulla.
Che era egli avvenuto?
La giovinetta, come s'è udito, aveva tolto il biglietto, e, rivolgendosi dall'altra banda, s'era fatta a nasconderlo in seno. Ma il cuore le batteva fortemente; la colse un gran desiderio di leggere. Era un foglietto piegato in quattro. Lo aperse, tenendolo vicino al petto e andando oltre a capo chino, in atto di meditazione; lesse i quattro o cinque versi di scritto che c'erano; tosto le si offuscò la vista; si sentì venir meno, e senza aver più la forza nè il tempo di nascondere quel foglio, che le si aggrovigliò tra le dita irrigidite, cadde svenuta sul lastrico del viale.
XVIII.
Come qualmente mastro Pasquale perdesse il pentolino.
Il legnaiuolo, quantunque, per aver già salito due scalini, fosse molto più indietro, non tardò a raggiungere la Madre Maddalena, che correva a passo d'anitra lunghesso il murello. Ma il diavolo volle (fu proprio il diavolo?) che la corsa di mastro Pasquale fosse rattenuta dal cavalletto ch'egli aveva lasciato pur dianzi in mezzo al viale, e il tempo ch'egli pose a mettere quell'arnese da banda, fu guadagnato dalla vecchia monaca, che potè giungere, ad una con esso lui, presso la fanciulla svenuta.
Il primo sguardo del gobbo fu pel biglietto; ma non lo vide, per quanto girasse gli occhi tutto all'intorno. Allora egli si fece a sollevare la giovinetta da terra, mettendole rispettosamente un braccio sotto le spalle, e tentando di ricondurla, senza brancicarla di troppo, al sedile. Tra tutt'e due ne vennero a capo, e già mastro Pasquale incominciava a respirare, pesando che la fanciulla avesse avuto tempo a nascondere in tasca il foglietto, allorquando vide la monaca chinarsi a terra e metter la mano su d'un batuffolo di carta che era uscito in quel punto dalle dita di Maria.
—Che negozio è questo?—esclamò la Madre Maddalena, in quella che spiegava sollecitamente quel foglio tra mani.
Mastro Pasquale fece le viste di non avere udito; ma mentre si adoperava a collocare in miglior modo la fanciulla sul sedile, notò che la monaca leggeva lo scritto, inarcando le sopracciglia e battendo le labbra in segno di corruccio.
—Gesummaria!—gridò la monaca, appena ebbe finito.—Vo a chiamar la madre badessa.
—E le dica che porti dell'acqua!—aggiunse Pasquale, che non sapeva più in che acque si fosse.
La vecchia monaca non gli badò più che tanto, e andò più speditamente che non fosse suo costume verso l'uscio dell'orto, dove si messe a strepitare come un'ossessa, chiamando la superiora, il capitolo, le, converse, la comunità tutta quanta.
Pollione, il malcapitato proconsole delle Gallie, quantunque scombussolato dalle furie di Norma e dalle sue minacce contro la povera Adalgisa, fu molto più saldo ai tre colpi percossi sul sacro disco dalla gran sacerdotessa d'Irminsul, che non fosse mastro Pasquale all'udire quell'altra druidessa che suonava a stormo sul ballatoio.
—Diamine!—borbottò egli tra' denti.—La frittata è fatta, e mi toccherà mandarla giù senza vino. Purchè, quelle befane non mi cavino gli occhi!… Ahi, ahi! eccone già due…. tre…. quattro…. Sbucano dalle quinte come le streghe in teatro.—
In nostro gobbo, chi nol sapesse, aveva speso i suoi cinquanta centesimi per andare tra la gente alta, in un teatro di second'ordine, a vedere il Maccabeo, com'egli diceva, storpiando popolescamente il titolo d'un melodramma verdiano.
Frattanto, insieme collo stuolo delle monache, giunse una conversa (quella ch'egli chiamava riverentemente la madre Bibiana) con una brocca d'acqua tra mani. E qui bisogna dirlo ad onore di mastro Pasquale, non badando al susurro, al tramestio che facevano quelle sante madri intorno a lui, non pensando più che tanto al suo danno imminente, egli si adoperò, stiam per dire colle mani e co' piedi, a far rinvenire la giovinetta, che fino a quel punto non aveva dato segno di vita.
—Povera piccina!—pensava egli, mentre le veniva spruzzando il viso.—Vedete mò, le buone notizie, quando vengono improvvise! Ho forse fatto male. Ma come si poteva fare diverso, con quell'altra alle costole?—
Tutto il sacro capitolo gli si stringeva curiosamente alle spalle. Ce n'erano d'ogni forma e d'ogni età, come diceva Leporello, grasse e magre, alte e basse, vecchie e giovani, belle e brutte; queste a dir vero più numerose dell'altre. Talune, dal mento fiorito di peli e dall'accento mascolino, apparivano, anzichè monache, carabinieri travestiti; talaltre, dal naso imbrattato di tabacco, dagli occhiali inforcati, dalla voce chioccia, si poteva argomentare che fossero consiglieri d'appello; nè ci mancava l'avvocato fiscale, che sotto le spoglie di Madre Maddalena, poteva mettere innanzi il corpo del reato e chiedere la condanna del colpevole ai signori giurati.
La povera Maria, tornata finalmente in sè, fu per comando della superiora portata dalle converse nella sua cella. Pasquale avrebbe voluto far lui quella impresa; ma un no imperioso gli avea fatte cadere le, braccia. Pensò allora di tornarsene ai suo pentolino, e mogio mogio sbiettò dietro un filare di viti.
—Chi mi scampa, adesso da quelle megere?—pensò egli; che, parlando con sè medesimo, non si reputava obbligato a tanti riguardi.—Se potevo giungere all'uscio, infilavo le scale, e buona notte! Ora, invece, eccomi colto come una volpe alla tagliuola….—
Mastro Pasquale aveva una battisoffia in corpo, da non dirsi a parole. Se avesse studiato mitologia, si sarebbe ricordato di Orfeo, e della mala fine che fece tra le Baccanti che ognuna ne volle uno spicchio.
—Dove andate, quell'uomo?—tuonò improvvisamente la voce della badessa.
—Ahi, ahi! Son già diventato quell'uomo!—borbottò il povero gobbo.—Con sua licenza, Madre reverendissima—rispose ad alta voce;—vado a dare una mano di colore; se no, mi secca nel pentolino.
—Non importa; venite qua!—
Mastro Pasquale ci andò come la biscia all'incanto. Teneva gli occhi bassi, ma non tanto che non gli fosse dato vedere il malaugurato biglietto tra le dita della badessa.
—Ho capito;—disse tra sè,—ci siamo!—
E armatosi di coraggio, quanto più gli venne fatto tirarne su dai precordii, sollevò la fronte a guardare l'eccellentissimo tribunale.
—Che cosa significa questo foglio di carta?—
Il legnaiuolo fece l'atto di stringersi nelle spalle, e spinse fuori il labbro inferiore; maniera volgare, ma eloquente, di dirle che egli non ne sapeva un bel nulla.
La madre badessa allora, volgendosi alle monache, e in mezzo alle loro esclamazioni di orrore, di raccapriccio, lesse ad alta voce il biglietto.
«—Non temete, signorina, non vi perdete d'animo; mostrate di accettare ogni cosa che vi si proponga. Lorenzo è in Genova; egli e i suoi amici vegliano su di voi; vi salveranno ad ogni costo, e tra breve.» Questo infame biglietto, che desta un senso di esecrazione in tutte le Madri qui raccolte,—proseguì la badessa, volgendosi da capo a Pasquale,—non può essere stato portato qua dentro se non da voi, confessatelo!
—Non so nulla, io, non so nulla!—gridò il legnaiuolo.
—Ah, nulla? proprio nulla? Bravo, Pasquale! Questo è il modo di governarsi in un sacro luogo? Questo è il modo di corrispondere alla fiducia che s'era posta in voi, nella santità dei vostri costumi? Vergognatevi! Avete già un piè nella fossa, e in cambio di mettervi in grazia al Signore, vi macchiate di sacrilegio, pagate di questa moneta la nostra bontà, il guadagno che fate da tanti anni in questo convento…
—Oh, per questo,—interruppe Pasquale, che vedeva andar la predica per le lunghe, e tanto, o prima, o dopo, bisognava rompere il ghiaccio,—la non si metta sui trampoli. Vossignoria reverendissima. Trecento lire genovesi, da ottanta centesimi l'una, e chiamato quassù tre volte almeno per settimana, ora per una cosa or per l'altra, che più ci ho rimesso di scarpe!
—Sì, neh?—entrò a dire Bibiana, la conversa;—e il bicchier di vino e i cantucci da inzupparvi dentro, che vi si davano ad ogni tanto, non li mettete in conto, bocca mia dolce?
—Mille grazie. Reverendissima!—ribattè l'altro alla conversa, con un piglio ironico che fece increspar le labbra a più d'una di quelle Madri.—Ed Ella non le mette mica in conto, le gazzette che io….
—Basta, basta!—gridò la badessa, dando sulla voce a lui e accennando alla conversa che si tenesse la lingua tra' denti.—Non è da noi il trattenerci qui a garrire con un pari vostro, così indurito nelle male opere.
—Metta che io sia una stiappa di merluzzo;—non potè tenersi dal rispondere il gobbo.
—E bisognerà dare un esempio;—soggiunse la badessa, senza scomporsi.
—Purchè non si tratti d'unghiate, io me la rido;—pensò mastro
Pasquale. E stette imperterrito ad aspettar la sentenza.
—Meritereste di andare a marcire in una prigione;—proseguì la giudichessa;—ma noi non useremo i mezzi della giustizia umana, bastandoci i castighi della divina, che vi attendono, se durate nel vostro peccato. Quella è la porta, e badate! non metterete più piede qua dentro.
—Che io mi possa rompere il nodo del collo se ci torno!—gridò sollevato il legnaiuolo, in quella che sguisciava in mezzo a due file di monache per correre all'uscio.—Se ne cerchino pure un altro, le Signorie loro reverendissime!
—Oh, non ne mancheranno di certo, e più rispettosi di voi;—disse la madre badessa.
—E più timorati di Dio;—aggiunse la madre
Maddalena.
—E meno gobbi!—chiuse la conversa Bibiana, che aveva, come il lettore argomenta, la sua vendetta da fare contro il manigoldo che le aveva data la baia.
Non l'avesse mai detta! Mastro Pasquale, che era gobbo come un dromedario, e da quella parte lì non pativa la celia, si rivoltò come una vipera a cui sia pestata la coda.
—Gobbo a me? Brutte streghe! gobbo a me? Sono i peccati delle Signorie Loro reverendissime, che mi tocca portar sulle spalle, e tutti i giorni s'accresce la soma. Vedete bel modo di trattare i galantuomini! Gobbo a me! Con questa gobba io ho trovato moglie, e Lei colla sua bazza non ha trovato nemmeno un orbo che la volesse per accompagnatura.
—Bibiana,—tuonò la badessa con piglio severo,—quest'oggi e dimani rimarrete a far penitenza. E voi andate una volta, malcreato!
—Ah sì? anche malcreato?—gridò il legnaiuolo, più inviperito che mai, piantandosi vicino all'uscio, come Aiace sul vallo.—A me gobbo? a me malcreato? Streghe, befane, versiere, biliorse, arcaliffe, che nemmeno il diavolo le vorrebbe in cucina per fargli la zuppa! Ma, l'hanno a pagar cara! Venga chi so dir io al comando, e se n'andranno tutte quante in mezzo alla strada, se n'andranno!
—Scellerato! Lo sentite?—esclamò la badessa, volgendosi con aria stupefatta alle suore.
—Sì, e voglio che mi sentano perfino da Mascherona, e dal pozzo di Sarzano!—incalzò il gobbo.—Sì, l'ho detto e lo ripeto, in mezzo alla strada!
—Sta bene,—soggiunse un'altra delle Madri;—intanto andateci voi.
—E non troveranno un cane che faccia loro la limosina di un osso.
—Santa pazienza!—esclamò la Madre Maddalena.
—Ma andate, suvvia!—gridarono allora, facendoglisi incontro, parecchie delle più robuste.
Orfeo capì allora che non c'era più tempo da perdere, e passò incontanente la porta. Le Madri finalmente respirarono; ma Pasquale non aveva anche finito, poichè, comparso da capo nel vano, alzò il braccio, tese l'indice in atto di maledizione, gridando con quanto fiato aveva in corpo:—se n'andranno; sì, se n'andranno!—
E fu la sua ultima: dopo di che scese le scale brontolando, seguito dalla conversa, che gli aperse la porta di servizio e gliela richiuse tosto sulla gobba.
Egli era già in istrada, allorquando, vedendosi colle braccia penzoloni e le mani inoperose, si sovvenne del suo pentolino, che nella fretta aveva dimenticato lassù.
Tornò indietro, col proposito deliberato di bussare e andarsi a pigliare il fatto suo; ma quando fu per abbrancare la corda del campanello, un'altra cosa gli sovvenne, cioè il voto che avea fatto pur dianzi di rompersi il nodo del collo, se riponeva piede nel monastero. Ora mastro Pasquale era superstizioso, e portava al suo collo quel ragionevole amore che ci hanno, si può dire, tutti i figli d'Adamo.
—Se me lo rompessi davvero?—pensò il legnaiuolo.—No, no, Pasquale; la donna che te l'ha fatto, l'è ita in gloria, e non potrebbe più fabbricartene uno nuovo. Aggiungi, che da questo ginepraio ne sei uscito a buon patto, e la Provvidenza non s'ha a tentarla due volte. Ma adagio un tantino; ne sono io poi uscito tanto a buon patto? Un trecento di lire le buscavo, e dove quelle andavano, non ne occorrevano altre. Ora, chi m'avesse visto e udito poc'anzi, trar calci a quella moneta, non m'avrebbe tolto pel banchiere Parodi? Sicuro, il cognome ce l'ho, e il banco del pari; ma un banco da menarvi la pialla; il cognome, poi, posso andarmelo a spendere!—
In questi discorsi il nostro Pasquale era sceso dall'erta di
Mascherona, per andarsene poco lontano, dove ci aveva casa e bottega.
Ma più s'avvicinava ai dolci penati, e più gli sbollivano le ire.
—L'ho fatta, e adesso mi bisognerà rasciugarla. Del resto, domando io, come potevo uscirne altrimenti? Mi fossi anco buttato ginocchioni e tanto mi mandavano a spasso, dopo quel negozio della lettera. Non avrei dovuto mettermi in quella briga, e ricordarmi il detto de' miei vecchi, che cenci van sempre in aria; ma sì!… Quel Garaventa è un così allegro compagnone, che s'ha da volergli bene per forza, e fare tutto ciò ch'egli vuole. E che buon vino si beve, in sua compagnia! Altro che il vino delle monache! Peccato ch'egli baci a mala pena il bicchiere! Si direbbe che n'abbia paura, lui, un vecchio soldato d'America! Basta, quel che non imbotta Michele imbotta Pasquale, e i conti si pareggiano. L'ho a far rimanere di princisbecche, or ora, quando gli racconterò che il colpo è fatto a dovere. E quell'altro signore, quello della gazzetta, sarà certamente con lui ad aspettarmi, poichè ci ha il diavolo dell'impazienza in corpo. Giovani, giovani! Quand'ero giovine io, ne ho fatte la mia parte, per sposarmi la Tecla!… E adesso anche lei m'è diventata una vecchia brenna, piena di guidaleschi, brontolona, balorda. Chi me l'avesse detto, quando s'era promessi e s'andava a far la nottata fino alla Madonna della Guardia, per trovarci lassù prima dell'alba? Che grazia di Dio! Al primo raggio di sole ci si specchiava tutti nelle nostre facce scialbe e nei nostri occhi lividi; ma lei, la Tecla, era là, colorita e fresca come una mela carla. E ce n'erano di volti a strizzarle l'occhio, ce n'erano, di questi damerini che vanno attorno per le fiere; ma lei dura; volle Pasquale, ed ebbe Pasquale. E l'ha tuttavia, il su' omo, ma con trent'anni di sopraccarico. Povero cavallo bolso, ha finito anche lui di trottare; le spalle poi gli si sono incurvate, come per fargli vedere la fossa. Ma vedete un po' quelle scimunite, quelle teste imbacuccate! Perchè la fatica m'ha concio a questo modo, s'ha a darmi del gobbo?—