XIX.
Come una buona azione ricevesse il suo premio.
Mastro Pasquale era frattanto arrivato in bottega, dove s'aspettava di veder Michele coll'altro «della gazzetta», ma dove non vide altri che il suo fattorino, giovine allocco che se ne stava guastando colla sgorbia un pezzo di legno di tiglio, per farne non sappiam quale balocco.
—E così, non c'è nessuno?—dimandò il legnaiuolo.
—Sì, principale, ci son io.
—Lo vedo, babbaccione, che ci sei tu. Dico se non c'è stato ancora nessuno.
—Sì, c'è stato il Trinca che andava all'osteria a pigliarsi una zuppa, e voleva darvi il buon giorno.
—Va là, bietolone; chi ti domanda del Trinca? Ti domando se è venuto nessuno che avesse bisogno di parlarmi.
—Ah, ho capito; sì, c'è stato uno, ma il nome non
lo so.
—E se n'è andato?
—Sì, principale.
—Senza lasciar detto nulla?
—Non lo so, perchè è passato di sopra, da vostra moglie.
—Bestia! potevi dirmelo subito, e non avrei perso tanto fiato con te.
—Non me lo avete domandato, principale….
—Uff! Riporrai que' ferri, che poi a raccapezzarli ci metterei tre ore, infingardaccio, buono a nulla, balordo che sei!
—Questo è l'acconto che mi dà sulla settimana!—disse tra sè il garzone, mentre riponeva la sgorbia nel cassetto e appendeva il gattuccio al muro.—E quando gli dico che ho quindici anni e che mi aggiunga qualcosa sul salario, me ne dice altrettanto.—
Il vecchio legnaiuolo s'era avviato a una porticina che dal fondo della bottega metteva nell'andito delle scale, per salire al primo piano della casa, dov'era il suo alloggiamento. Colassù, tutta imbacuccata in un vecchio scialle, accoccolata su d'una vecchia scranna presso la finestra, stava una femmina dal volto giallo, malazzato, che doveva essere appunto quella tal brenna di cui aveva detto nel suo soliloquio il nostro Pasquale.
—Siete voi?—diss'ella, voltandosi all'uscio, mentre egli compariva nel vano.
—Son io, Tecla. Vi siete alzata da letto?
—Non ci stavo troppo bene, e sono venuta a cercare un po' di sole qui presso.
—Chi c'è stato a cercarmi?
—Ah, sì, fate bene a rammentarmelo. C'è stato or fa mezz'ora il garzone del panattiere. Quel lasagnone del vostro fattorino lo ha fatto salire quassù, e io ho dovuto sentire l'antifona. M'ha detto che il suo padrone non vuol più aspettare, e che domani, se non gli saldate il conto, se ne va dove bisogna.
—S'incammini!—brontolò il legnaiuolo.
—Sì, bravo, perchè venga anche l'usciere, e crescano le spese! Io gli ho detto invece che tornasse alle cinque, stasera, che ci sareste stato voi.
—Bella trovata! E che gli dirò io stasera, che voi non poteste già dirgli senza di me?
—Ma….—rispose la donna;—ho pensato che andando oggi dalle monache a finire il vostro lavoro, vi avrebbero pagato il conto, e allora….
—Sì, me l'hanno proprio pagato!—interruppe Pasquale.—Non servo più monache, io; vadano in malora le monache!
—Che diavolo dite, Pasquale?
—Dico,—rispose il legnaiuolo, sedendo a cavalcioni su d'una scranna, coi gomiti puntellati sulla spalliera e il mento puntellato nelle palme,—dico che l'ho mandate a quel paese, e non voglio più saperne. Brutte bertucce! dar del gobbo a me! Dite su, voi, Tecla; m'avete visto gobbo, quando v'ho dato l'anello?
—Che cos'è quest'altra novità? Avevate, sì, le spalle tozze….
—Ma non ero gobbo?
—Questo no; ma perchè mi domandate queste cose?
—Perchè, vedete, quelle scioperatacce di San Silvestro m'hanno dato del gobbo senza tante cerimonie.
—E per questo siete montato in bizza? Ci avreste ancora grilli in capo?
—Che grilli e che cavallette d'Egitto! Statemi a sentire. Ho fatto servizio a un amico. Che male c'era? Chi le ha cercate, loro! Nessuno vuol frodare la gabella per quella brutta merce là. Ma quella povera ragazza….
—E adesso che cosa m'andate voi borbottando, di ragazza, di gabelle e di merci? Parlate chiaro, se volete essere inteso.
—Ho fatto servizio ad un amico;—ripigliò mastro Pasquale.—C'è là dentro una povera ragazza che vogliono far monaca per forza. Orbene, i suoi parenti ed amici, il fratello, l'innamorato, e che so io, quelli insomma che ci hanno le loro ragioni per cavarla di là, com'ella ci ha le sue per uscirne, volevano farle giungere una parola di conforto, perchè stesse di buon animo, che non l'avrebbero abbandonata.
—E voi ve ne siete incaricato!
—To'! sicuro, che me ne sono incaricato; e con che gusto! Ma il diavolo ci ha messa la coda. La fanciulla ha letto il foglio, un foglio aperto (mi capite? aperto) ed è svenuta dalla contentezza. Il foglio è stato veduto; e allora, addio roba!
—Ah, Pasquale, Pasquale!—esclamò la Tecla, crollando il capo in atto di rimprovero.—Perchè andate a mettere il naso dove non ispetta a voi? Sapete, la pentola di terra, quando l'andò a cozzare col paiuolo di rame, che cosa le avvenne?
—Bella scoperta! s'è rotta.
—E anche voi, Pasquale, vi romperete le costole, a volervi mettere co' più forti di voi. Vedete, intanto, avete perduto un pane sicuro, il pane dei vostri figliuoli. Ne aveste a palate! Ma lo sapete meglio di me, che il po' che guadagnate non basta a tenerci ritti. Le due ragazze vanno alla sarta, senza buscare un soldo, ed è già molto che imparino l'arte. I vostri due figli, tanti ne guadagnano, tanti ne spendono, e li vedete appena all'ora del pasto; sanno venire a prendere; ma per portare, aspettateli! E voi, per giunta alla derrata, colla vostra esperienza, vecchio come Matusalemme, ne fate ancora di queste!
—Tecla!
—E in un santo monastero!—proseguì, riscaldandosi, la donna.—In un posto di confidenza come quello! Vi ricordate di quel che vi diceva il Padre parroco di Castello, il mio santo confessore, offrendovi or fanno i quindici anni, quel pane?—«Pasquale, badate a voi; dovete esser cieco, sordo e muto, tutt'insieme; fare il vostro servizio e non impacciarvi d'altro. Or come gli avete voi dato retta? Facendo il procaccino alle novizie.
—Tecla! Tecla! Non mi fate perdere la tramontana! Quel che ho fatto, l'ho fatto a buon fine, e non me ne pento.
—Bravo! Vedo i guadagni che n'abbiam fatti. Vo' che mi compriate uno scialle di tartano con quei denari, poichè l'inverno è vicino, e questo è ragnato così che pare una mestola bucherata.—
Pasquale era lì lì per rispondere a que' sarcasmi con qualche buona sfuriata; quando s'udì la voce del garzone che gridava dal basso:
—Principale! principale!
—Che c'è?—dimandò il legnaiuolo, andando in fretta ad alzare il saliscendi.
—Due signori che vi vogliono quaggiù,—rispose il
garzone.
—Ma se lo dicevo io, che non avrebbero tardato!—esclamò Pasquale, rasserenandosi a un tratto.—E non sapevano mica che io dovessi spicciarmi così presto lassù. Ero una bestia io, e un pochino anche voi, Tecla, colle vostre intemerate.
—Grazie del complimento!
E qui mastro Pasquale, fattosi tutto zucchero, si avvicinò per farle una carezza. Ma Tecla gli rispose con una alzata di spalle.
—Vedete che grazietta!—disse il vecchio legnaiuolo tra sè, in quella che scendeva le scale.—Se la mi avesse fatto sempre così, non ci sarebbero quattro mangiapani di più, senza contarne altri due, che, poveretti, mangiano quello degli angioli. Basta, pigliamo quello che Domineddio ci ha mandato.—
Con questa chiusa filosofica, mastro Pasquale giunse in bottega, dov'era Michele ad attenderlo, e con Michele quell'altro delle gazzette come lo chiamava il legnaiuolo, e che era (i lettori l'hanno capita da un pezzo) il nostro bravo Giuliani.
—Buon giorno e buona sera, Pasquale!—disse il nostro Michele a mala pena ebbe veduto il legnaiuolo.—Passavamo da queste parti, e siamo entrati a vedere se per caso foste già di ritorno.
—Diffatti eccomi; quest'oggi mi sono sbrigato più presto.
—Orbene?—gli chiese il Giuliani.
—Ho fatto ogni cosa.
—Da Senno?
—Sì;—disse Pasquale;—la ci ha avuto il foglio, e l'ha subito letto.
—Da bravo, raccontateci come.
—Volentieri; ma prima di tutto si accomodi. E tu che fai costì ritto, a bocca aperta, bighellone?—
Quest'ultima frase, già i lettori indovinano, era rivolta al garzone, che vedendo quei personaggi a colloquio col suo principale, si era ficcato dentro anche lui, per esser quarto tra cotanto senno.
—Vedete che bel muso, da volersi mettere in riga colla gente a modo!—prosegui il legnaiuolo.—Vattene!
—Dove?—chiese con aria melensa il garzone.
—Dove ti pare. To', per l'appunto, portami questa cornice all'indoratore.
—In due salti, vado e torno;—disse il ragazzo, afferrando la cornice.
—No, non occorre; vattene a dare una capatina all'Acquasola, e fa anche il giro delle mura, da Santa Chiara alle Grazie; così ti sgranchirai le gambe, mammalucco!
—Che stranezze son queste?—pensò il garzone, mentre, colla sua cornice ad armacollo, saltava fuor di bottega.—Quando sto fuori mezz'ora per giuocare alla lippa, mi sgrida; e adesso che sto in bottega, mi manda a spasso.—
Come furono soli, incominciò il racconto del legnaiuolo. Il Giuliani s'era adagiato sul banco; Michele gli stava di costa; Pasquale chiacchierava e gestiva nel fondo, come un attore in scena. Quello ch'ei raccontò non ripeteremo, che già i lettori lo sanno, e non vi porrebbero certo quell'attenzione con cui il Giuliani e Michele stettero ad udire il buon successo della loro intrapresa.
Lo ascoltarono, diciamo, con grande attenzione, quasi senza, batter palpebra, e sebbene qua e là ci fossero ripieni, fioriture, lungherie (chè il gobbo, come è noto, ci aveva una buona parlantina) non si fecero con parole o con atti ad interromperlo mai. Solo quando egli fu giunto alla fine, Michele, che s'era fortemente commosso all'udire dello svenimento, non potè trattenersi dal gridare: «E come starà ella, adesso, la mia povera padroncina?»
—Che?—disse il legnaiuolo.—Siete il suo servitore?—Pasquale non aveva mai pensato che quell'uomo così lindamente vestito da vecchio militare in ritiro, col suo cappello di feltro e il topazio alla cravatta, potesse essere un servitore; Michele, dal canto suo, non aveva avuto bisogno nè occasione di dirglielo. Neppure si vergognò di averlo a confessare in quel punto; che a' suoi occhi, servire la signorina Maria e il signor Lorenzo, valeva quanto il viver d'entrata. Gli dolse in quella vece d'essersi lasciato sfuggire quelle parole di bocca, perchè da alcuni mesi aveva imparato a sue spese che cosa fruttasse il parlare a vanvera, e raccontare alla distesa i fatti suoi.
A lui che taceva, facendo le mostre di non avere udita la domanda del legnaiuolo, venne in aiuto il Giuliani.
—Servitore no; dite in cambio l'amico, il vecchio arnese, il ser faccenda di casa. Voi siete un galantuomo, Pasquale; per farci servizio vi siete guastato colle sacre vergini di San Silvestro; a voi dunque bisogna dire ogni cosa. La fanciulla è orfana; Michele è il vecchio compagno d'armi del padre di colui che la deve sposare.
—O non è forse Vossignoria, lo sposo?
—No; anch'io non sono altro che un amico di casa.
—To', ed io avrei giurato che fosse Lei!
—Non prendo moglie, io, caro Pasquale;—soggiunse il Giuliani ridendo;—io voglio che si possa mettere sul mio cataletto una corona di candidi fiori; poniamo anche artefatti, ma candidi.
—In fede mia, la pensa bene. Chi piglia donna, piglia una mala gatta a pelare.
—Michele,—disse il Giuliani,—beccatevi questa, voi che meditate un pateracchio __in facie Ecclesiae__. Eh via, non vi fate rosso; che male c'è?
—Son vecchio!—rispose sospirando Michele.
—Baie! Vecchio è chi muore; non è vero, mastro Pasquale? Ma, non ci dilunghiamo in chiacchiere; come la è finita? Per colpa nostra ci avete perduta la clientela?
—Sicuro, e il pentolino per giunta, che ho lasciato nell'orto.
—Lasciare il pentolino in mano al nemico, non fu mai disonore se non pei Giannizzeri, i quali portavano le pentole in luogo di bandiere;—sentenziò il giornalista.—Eccovi da comperarne un altro.—
Il legnaiuolo strabuzzò gli occhi e diede un sobbalzo, alla vista di dieci marenghi che gli metteva dinanzi il Giuliani.
—Prendete, prendete! Questi vi consoleranno un poco della perdita che avete fatta lassù. Notate inoltre che la zecca che gli ha coniati lavora sempre, e ce ne saranno degli altri. L'amico Garaventa vi chiamerà di questi giorni in un certo palazzo, dove troverete una bella vigna da sfruttare, poichè il padrone fa casa nuova con suppellettili fatte venire a bella posta da Parigi, tutte di legno rosa, magaleppo, palissandra, madreperla, e a voi si darà l'incarico di arredar la cucina ed il quartierino della gente di servizio.
—Certo, ha da essere la casa degli sposi?
—L'avete indovinata, Pasquale. Or dunque addio; __jam vale, generose senex__, e grazie tante di ciò che avete fatto. Io non vi innalzerò una statua, come è fama che facessero ad Esopo i Milesii; ma state sicuro che io, col racconto della vostra impresa nobilissima, vi tramanderò all'ammirazione dei posteri.
—Passati, presenti e futuri—aggiunse Michele, stringendo la mano al più allegro dei gobbi.
Mastro Pasquale accompagnò il Giuliani sull'uscio con molti inchini, e ricambiò a Michele un amorevole buffettone che questi gli avea dato sulle spalle, a mo' di commiato.
—Gente allegra, coi soldi in tasca! Ha da guadagnarne molti colle sue gazzette, costui: ma se li merita, in fede mia, perchè gli è buon pagatore. E quest'altra vigna che m'ha accennata? Pasquale, qui bisognerà farsi onore!—
Così, cogli avuti in tasca, e cogli sperati in testa, il gobbo legnaiuolo si sentì leggero come una piuma. E certo assai più leggero del solito, sebbene con cinque marenghi in una mano e cinque nell'altra (tanto per non destar gelosie) pesasse molti grammi di più, risalì la scala che metteva in casa. Spinse l'uscio colle spalle, senza cavare i pugni dalle tasche ed entrato nella sala, con un piglio da trionfatore romano, andò a piantarsi dinanzi alla moglie, che se ne stava ancora rincantucciata presso la finestra, sebbene il sole fosse sparito da un pezzo.
—Tecla,—entrò egli __ex abrupto__,—quanto credete abbia a costare uno sciallo di tartano?
—Lasciatemi in pace. Che storie sono queste?
—Vi domando quanto credete abbia a costare uno scialle di tartano.
Parlo turco, forse?—
Tecla si voltò tra curiosa e stizzita a guardarlo.
—Siete diventato ricco in mezz'ora?—gli chiese ella a sua volta.
Pasquale non rispose, bensì risposero le tasche per lui, nelle quali il legnaiuolo facea saltellare quelle dieci monete. Tecla, a quell'armonico tintinnio, aperse tanto d'occhi e mutò la smorfia in sorriso.
—Che so io, quant'abbia a costare?—-diss'ella.—Dieci, quindici lire…. sono tanti anni che non compro più nulla!
—Eccone venti!—soggiunse superbamente Pasquale. E cavata una mano di tasca, gettò una moneta in grembo alla moglie, che fu pronta a metterci addosso ambe le sue. Egli, allora ridendo, così prese ad ammonirla:
—Tecla, Tecla, donna di poca fede, perchè avete voi dubitato? Vedete, ce n'ho altri nove, di questi confetti; erano dieci, come i comandamenti di Dio.
—Lasciate là i vostri paragoni, ereticaccio! Quella è roba di mal acquisto.
—Di mal acquisto, Tecla? e perchè? Li ho forse rubati in saccoccia a qualcuno? Li ho forse chiesti a patto d'una cattiva azione? M'hanno detto: Pasquale, amicone, c'è una disgraziata figliuola nel monastero dove andate voi a lavorare; bisogna che ci aiutiate a salvarla.—Che! non me ne immischio, io.—E perchè? Non si tratta mica di far cosacce; quella poverina è sola, in mano a gente che le vuol male, e la costringe a farsi monaca, contro la sua volontà.—Oh, per questo, lo credo, che l'ho veduta io, co' miei occhi, a piangere.—Orbene, commetterete un gran peccato, a darle un biglietto?—Un biglietto? Io? Per chi m'avete voi preso?—Ma, sapete? un biglietto aperto; lo potrete leggere e vedrete che non ci sarà nulla di male; non si tratta d'altro che di farle coraggio.—Sì veramente m'è parso che n'avesse bisogno.—Or dunque, da bravo, Pasquale, fatelo per amor mio. Sapete, inoltre; una mano lava l'altra.—E tutt'e due il viso, lo so; ma se perdo il pane?—Che pane? avrete pane e vino ed ogni ben di Dio da coloro che hanno a cuore quella disgraziata; ve ne sto mallevadore io, non vi basta?—Così m'hanno parlato, ed hanno mantenuto più di quanto m'avevano promesso. Roba di mal acquisto! E sia pure; qua l'altro marengo che avete già messo in tasca; io lo metto di costa agli altri nove, e li butterò tutti quanti nella cassetta delle anime, alla parrocchia di Castello. L'ospedale farà limosina alla chiesa. La non v'entra? Neanco a me; ma allora non mi state lì ingrugnata a cantare i paternostri della bertuccia.—
E adesso, per non riuscire stucchevoli ai lettori, lasciamo Tecla e Pasquale a finire il loro battibecco, che già volge all'accordo, per seguire un tratto il Giuliani e Michele.
Il nostro Templario uscì contento come una pasqua dalla bottega del legnaiuolo; non così Michele, a cui era rimasta una spina nel cuore.
—Maledetta lingua!—diss'egli.—Ho fatto male a lasciarmi sfuggire quelle parole.
—Perchè?—dimandò il Giuliani.
—Perchè adesso, se quest'altro ci girasse nel manico…. Non si sa mai….
—E quando pure girasse?
—Ma…. Ella mi capisce. Siccome quei furfanti verranno in cognizione del tiro di Pasquale, andranno da lui, lo sobilleranno, gli caveranno il segreto di corpo verranno a sapere che sono stato io….
—E poi?
—E poi…. Gli è vero! non sapranno niente più di quello che già era scritto in quel foglio.
—Vedete dunque, Michele, che non c'è nulla di guasto. Vi siete fatto sospettoso, da un pezzo in qua, diffidente come una lepre. E non eravate mica così nel passato; che anzi….
—Ah, signor Giuliani! chi è stato scottato dall'acqua calda una volta, ha paura della fredda. E dico questo a mo' di proverbio, che per verità l'acqua m'è venuta a piacere, d'ingrata che m'era, e il vino lo assaggio, ma non ne bevo mai più d'un sorso. Quello è un briccone; ma gli ha finito di giuntarmi, di cavarmi i segreti di bocca. Veda, signor Giuliani, io mi trovo certe volte a non aprire le labbra, per timore che m'esca il fiato e vada negli orecchi di quella brutta gente. Ora, mi scusi, veh! se batto sempre il medesimo chiodo; ho una paura maledetta che vengano a indovinare….
—E che cosa, di grazia? Che la signorina Maria non poteva esser dimenticata da Lorenzo Salvani? Che Lorenzo Salvani ci ha degli amici? Che questi amici lo aiuteranno secondo il poter loro, a render pan per focaccia? Ben sarebbero scemi d'intelletto, se non lo avessero argomentato alle prime! Ora, che cosa potrebbero sapere di più? Il filo che può condurli in questo labirinto s'interrompe qui; essi avranno sentore d'una insidia, ma senza intendere dove ella sia tesa, e in che modo. Questo è l'essenziale; ma questo non sapranno di certo. Noi abbiamo il loro segreto; essi non hanno il nostro. State di buon animo. Michele; fate il vostro dovere, io farò il mio; il nostro __Deus ex machina__ farà il suo. E riderà bene chi riderà l'ultimo.
—Non ho ben capito che cosa Ella si voglia dire, colla sua macchina;—soggiunse Michele;—ma le dico __amen__ dal profondo del cuore.—
XX.
Nel quale si fa la conoscenza d'un nuovo personaggio, che non giungeva altrimenti nuovo al Giuliani.
Per intendere la sicurezza del Giuliani, e come e perchè egli si facesse agevole ogni cosa, egli che aveva dovuto sudar tanto e stillarsi il cervello, solo per iscoprire un filo di quella trama tenebrosa che circondava la casa dei Salvani, bisognerà tornare parecchi giorni indietro, non senza aver prima rammemorato in succinto le cose fatte dall'animoso Templario, e detta la ragione di certe altre che sono passate dianzi sotto gli occhi dei lettori benevoli.
Qual parte avessero avuta i Templarii nel discoprimento di quella macchinazione infernale, è noto. L'ascoso nemico era stato rintracciato e scovato dal Giuliani, posto in sull'avviso dalle confessioni di Michele. Il Garasso, l'anello di congiunzione tra casa Salvani e i suoi coperti assalitori, era stato costretto a parlare, in quel modo che tutti sanno, a spifferare il nome di Bonaventura Gallegos, del fiero gesuita, del degno maestro del dottor Collini. La cassettina d'ebano, innanzi che fosse involata, avea detto per fortuna i suoi segreti a Lorenzo; e se non s'intendeva ancora per bene che importanza potesse avere agli occhi del capitano dei neri, già s'era capito che doveva averne, e non poca. Bonaventura ignorava che quella cassettina fosse stata aperta; che anzi le confidenze fatte al Bello dall'imprudente Michele, gli facevano argomentare che nè Lorenzo, nè altri, ci avesse posto ancor gli occhi. Ora, non pure Lorenzo, ma con esso lui Aloise di Montalto, l'Assereto e il Giuliani, erano a parte del segreto, e poterono cavarne quanto bastava per venire in aiuto alla sventurata Maria.
L'amicizia dell'Assereto e del Giuliani aveva procacciato a Lorenzo e ad Aloise, involti ambedue nelle trame dei neri, l'alleanza dei Templarii. Tutti quei rossi, d'ogni levatura e d'ogni ceto, avevano fatto causa comune; ma il carico delle operazioni molteplici, l'ardua malleveria del combattimento, strategìa, tattica, logistica, stato maggiore, armi dotte, tutto perfino l'intendenza militare, era sulle spalle d'un solo. Il marchese di Montalto, dopo aver detto agli amici quello che aveva risaputo a caso dai Torre Vivaldi intorno alla nuova ospite del monastero di San Silvestro, era stato tratto dai suoi fati sulle orme della marchesa Ginevra; l'aveva seguita da Genova a Parigi, da Parigi a Vienna, a Monaco, in Isvizzera, stazioni tutte d'un viaggio che lo conduceva speditamente in rovina. Questo è come dire ai lettori che l'innamorato Aloise non era un aiuto pe' suoi alleati, e, già presso al naufragio, doveva aver bisogno di aiuto egli stesso. L'Assereto aveva già fatto abbastanza, mettendo ogni cosa in mano ai Templarii; del resto, costretto a guadagnarsi il pane in piazza de' Banchi e sulle calate del porto, poco poteva aiutare gli amici, e rade volte andare alla Montalda, per salutare il Salvani. Nè questi, pel negozio della congiura, poteva muoversi dal suo nascondiglio; lo avesse anche potuto e voluto, la sua infermità non glielo avrebbe più consentito. C'era il Pietrasanta, l'allegro, lo spensierato Pietrasanta, che non s'era mosso da Genova, vogliam dire dai dintorni, poichè la Giulia Monterosso era in villeggiatura; ma che poteva far egli? Volevano i suoi cavalli? Li avrebbe anche fatti crepare, per comodo loro. C'era da dar la scalata al convento? L'impresa, quantunque gravissima, non gli avrebbe fatto paura. Occorreva denaro? Ne avrebbe dato, s'intende nella misura della sua borsa e del suo credito presso la nobilissima classe degli strozzini. Altro aiuto non c'era a sperare da lui; e ben lo intendeva il Giuliani, rimasto solo a far disegni di guerra, quasi solo a mandarli ad effetto, poichè non aveva altri con sè, tranne Michele, suo fidato scudiero.
Ma egli non si sgomentò, il nostro Giuliani: insieme colla malleveria gli crebbe l'ardimento. Domandava consiglio ai notturni colleghi, ma solo quando aveva cominciato a fare, e allora otteneva facilmente quella dispensa che in istile forense è detta sanatoria, e __bill__ d'indennità in istile parlamentare. La sua prima invenzione, dopo quella felicissima impresa col Bello, fece crollar mestamente il capo a Lorenzo, quando egli ne fu ragguagliato, come quella che pareva impossibile, ed anco se fosse stata possibile, menava assai per le lunghe. Ma le vie lunghe sono spesso le più brevi; e l'esito aveva dato ragione al Giuliani. Il suo scudiero, posto fin dagli ultimi giorni di luglio all'assedio, penetrava ai primi di settembre nella piazza, e non visto vi piantava lo stendardo della lega.
Questa vittoria ne chiamò un'altra assai presto. I lettori rammentano come Michele celebrasse il suo giorno onomastico, origliando dal buco d'una toppa il colloquio di Bonaventura col suo degno discepolo. Per tal modo il Giuliani veniva in chiaro dei disegni dell'inimico, un'ora dopo ch'erano stati fatti, e fin da quel punto aveva scorto il bisogno di avvisar la fanciulla della nuova trama che si ordiva contro di lei. Fin dagli ultimi giorni di giugno ella era stata chiusa, in veste di postulante, nel monastero di San Silvestro; ma il postulato durava sei mesi; c'erano adunque ancora tre mesi di tempo, innanzi che ella riuscisse alle strette del noviziato. Di ciò bastava avvisarla; tenesse fermo, non si smarrisse d'animo fino al segno d'accettare la monacazione come un rifugio da quelle orribili nozze che le apprestava il gesuita; fingesse di accettare la profferta; intanto sapesse che non era abbandonata, che Lorenzo e gli amici suoi vigilavano, l'avrebbero ad ogni costo salvata. E questo prometteva il Giuliani con asseveranza; perchè, ove pure altri spedienti gli avessero fallito, egli si sarebbe appigliato all'__ultima ratio__ della stampa, divolgando l'iniquo tentativo, facendo insomma uno scandalo, che avesse costretto la giustizia a mostrarsi degna del suo nome, aprendo alla fanciulla le porte del carcere.
Ma innanzi di metter mano agl'ingegni, il nostro Templario volle indettarsi con Lorenzo Salvani. Quel nuovo tiro di Bonaventura gli parve tale da non lasciarlo ignorare neanche lo spazio d'un giorno all'amico; epperò, non potendo più correre quella medesima sera alla Montalda, fece disegno di andarvi la mattina vegnente. Intanto, memore del detto d'Apelle: __nulla dies sine linea__, non lasciò passar quella sera senza provvedimenti. Fin da quando avea saputo esser la fanciulla nel monastero di San Silvestro, egli s'era industriato a scoprire chi fossero i laici che per ragion d'uffizio entravano colassù, e munito di quelle notizie, avea posto subito gli occhi addosso al gobbo legnaiuolo. Il giorno susseguente. Michele, sotto colore di certi lavori che voleva allogargli, entrava in dimestichezza con mastro Pasquale; una settimana dopo erano già amici, andavano d'accordo come le chiavi e il materozzolo; Michele passava tutti i giorni un'oretta in bottega di Pasquale; la sera, poi, andavano dal tavernaio a far la partita a tarocchi; Michele perdeva spesso, guadagnava di rado; non beveva quasi mai; ma pagava sempre egli il conto; e Pasquale n'aveva abbastanza. Or dunque, in quella medesima sera, il Giuliani ordinò a Michele che tastasse il suo uomo; occorrendo gli promettesse denari a larga mano, ed anco ne snocciolasse, per averlo più arrendevole. Ma non ci fu bisogno di tanto; Pasquale si dispose a fargli servizio, dicendogli che della ricompensa avrebbero parlato a loro agio più tardi.
Questa lieta notizia aveva avuta il Giuliani prima d'andarsene a letto, e la mattina seguente poteva recarla, insieme coll'altre, all'amico Salvani.
Erano già suonate le dieci, quando egli giunse al palazzotto dei Montalto. Affacciatosi appena sul piazzale, che, come i lettori rammentano, era partito ad aiuole di giardino, e dava il suo quotidiano tributo di fiori alla tomba della marchesa, gli venne veduto il vecchio Antonio, intento, secondo il suo costume, a far qualche cosa, per non istarsene colle mani alla cintola. Fattosi allora innanzi, gli chiese del suo amico Salvani e del marchese di Montalto, ch'egli aveva lasciato lassù, l'ultima volta che c'era stato per salutare l'infermo. Aloise era partito da sei giorni, gli rispondeva il vecchio servitore; Lorenzo, uscito di convalescenza, aveva ripigliate le sue consuetudini, ed era per l'appunto da due ore andato a fare la sua passeggiata pei greppi.
—Andrò dunque a rintracciarlo lassù;—disse il Giuliani, nell'atto di tornarsene fuori.
—Non vuol fare colazione prima di andare?—gli chiese Antonio, che conosceva il suo debito di cerimoniere.
—Più tardi, più tardi;—rispose il Giuliani.—Non ho ancora appetito.
—Vuole che l'accompagni?
—No, conosco la strada, se egli è andato al suo solito luogo.
—Oh, il signor Salvani non muta; sempre alla Bricca. Pigli la viottola della costa, poi volti a diritta….
—Lo so, Antonio, lo so; grazie tante, e a
rivederci.—
Ciò detto e senza aspettare la sberrettata del vecchio gastaldo, il Giuliani scese il poggio della Montalda, e giunto alla stradicciuola campestre, tornò a salire su per la costiera, verso quella balza che era la meta delle gite quotidiane dell'amico. La Bricca era un luogo veramente selvaggio, la cui orridezza piaceva a Lorenzo, se pure può dirsi che cosa alcuna gli piacesse, dacchè era uscito fuggiasco da Genova. Su per quei greppi egli andava in compagnia de' suoi tristi pensieri, senz'altro viatico che un libro, trascelto nei pochi e polverosi volumi della Montalda, un vecchio Cicerone nel quale egli leggeva per la quinta volta le stupende pagine __De Senectute__. Era l'unico intermezzo ch'egli ponesse nelle sue dolorose meditazioni. Quel trattatello di vera e sana filosofia, così serenamente malinconico in quella che era così schiettamente elegante, se per avventura non gli racconsolava lo spirito, certo lo disviava per alcuni istanti dalle sue cure, riusciva una sosta a' suoi struggimenti.
Non era uno svago, di certo; nè sempre accadeva ch'egli spendesse nella lettura quegl'istanti di alpestre riposo. Talvolta gli occhi soli seguivano macchinalmente i periodi armoniosi del gran dicitore romano, mentre lo spirito era altrove. Tal altra il pensiero dominante s'addormentava un tratto nel profondo, ma per rifarsi a punger più forte la sua vittima. E allora il libro si richiudeva, e Lorenzo Salvani rimaneva sopraffatto, istupidito dall'interna amarezza. Sentiva dentro di sè come una grande rovina; non aveva forza da opporre. Questi, che così soffrono, sono gli animi forti, o che si chiamano tali; chè veramente non ce ne sono di autentici, fuorchè in apparenza. L'aspetto è composto, la fronte è serena, solo perchè il cuore si divora le sue lagrime, trangugia le sue maledizioni e s'avvelena del suo fiele.
Quando il Giuliani ebbe afferrate le alture della Bricca, e fu tanto vicino da scorgere fra mezzo ai cespugli se l'amico fosse al suo posto consueto, Lorenzo non leggeva, non meditava, non era neppur solo. Ciò parve strano al nuovo venuto, poichè Antonio non gli aveva detto d'altri che quella mattina fosse giunto prima di lui alla Montalda. Però si trattenne alcuni istanti a guardare, quasi temendo non fosse Lorenzo quel giovanotto che egli vedeva di profilo, seduto a terra, colle spalle appoggiate al ruvido tronco d'un pino gigantesco, intento ad udire i discorsi d'un vecchio signore, che stava ritto in piedi poco distante da lui. Ma era proprio Lorenzo; il Giuliani udì la sua voce, e ne riconobbe l'accento, proprio in quel punto che lo sconosciuto si accorgeva della presenza del nuovo arrivato, e col moto involontario delle ciglia facea voltare da quella parte il Salvani.
—Oh, siete voi?—disse Lorenzo con piglio affettuoso, da cui traspariva una certa ansietà.—Siate il benvenuto su queste alture, che da tanti giorni non vi vedono più.—
Il Giuliani si fece innanzi a stringergli la mano, ma non disse parola. Egli guardava il vecchio signore, che all'apparire di lui era rimasto, se non per avventura turbato, certo scontento, e di molto. Lorenzo proseguì presentando il giovine all'uomo maturo.
—Il signor Giuliani, dottore in leggi, giornalista, ed uno de' miei amici migliori. Nelle mie sventure io ci ho avuta, contro ogni costume, la fortuna di sperimentar saldi i vecchi amici, e di trovarne dei nuovi, schietti ed operosi egualmente; segno che la razza umana non è così perversa come si crede.—
Intanto che Lorenzo parlava, il Giuliani seguitava a guardare, sebbene modestamente, come s'usa tra persone costumate, il vecchio signore. Chi è costui? andava egli pensando tra sè. Non l'ho io già veduto? Ma dove? E non poteva raccapezzarsi. Quel volto non gli era ignoto, e questo gli affermava la sua memoria; ma ella non sapeva dirgli altresì come e quando l'avesse egli veduto.
—Il signor Salvani non mette in conto una cosa,—soggiunse egli, ponendo fine alle sue interrogazioni mentali;—ed è la tempra nobilissima del suo carattere, che ha virtù di attrazione. Uomini come lui, avranno nemici coperti, astuti, implacabili; ma troveranno sempre amici schietti, costanti, e battaglieri, ove occorra.—
Lo sconosciuto, a cui, come era stata fatta la presentazione, era rivolta l'aggiunta del presentato, rispose con un cenno del capo alle prime parole del Giuliani; all'ultime col farglisi incontro.
—È verissimo ciò che voi dite, o signore. La vostra mano, che io la stringa, come l'ha stretta il signor Salvani!
—Cioè a dire da amico?
—Ci s'intende;—rispose lo sconosciuto, stringendo quella destra che il Giuliani non offriva nè ricusava.
—Ci s'intende!—disse il Giuliani tra sè.—Ci s'intende un cavolo! E non mi dice nemmeno il suo nome! Che modi son questi? Io ho la visiera calata; egli la tiene alzata sugli occhi, e porta l'impresa dello scudo coperta. Ma io lo conosco, costui; l'ho veduto, e non deve essere gran tempo. O dove diamine l'ho veduto? Questa è la disgrazia di vedere tante facce nuove ogni giorno, che una fa perdere la memoria dell'altra. Dicono che Napoleone gran capitano, l'avesse così salda, la memoria, da ricordarsi il volto del più oscuro personaggio ch'egli avesse veduto dapprima. Vedete gran caso, ricordarsi dei volti! Ma il nome, il nome bisognerebbe ricordare; questo è il busilli.—
La curiosità del Giuliani e la sua diffidenza erano tanto più ragionevoli in quanto che la figura del vecchio era di quelle tali, che, vedute una volta, non si dimenticano più. Vecchio, a rigor di vocabolo, non si poteva neppur dire, essendo egli appena in quella età fra i cinquanta e i cinquantacinque anni, che segna bensì il riposo delle passioni, ma ancora la maturità del senno per la comune degli uomini. Folta aveva la capigliatura, ma bianca, senza pure un filo di nero, e medesimamente i baffi, che scendevano lunghi ad ombreggiargli le labbra; donde un maggior risalto ad una carnagione che sarebbe apparsa pallidissima, se non fosse stata abbronzata per modo da lasciarlo credere lungamente vissuto sotto la sferza d'un sole equatoriale. Il suo volto era di belle fattezze; i lineamenti larghi e ricisi spiravano un'aria di gran nobiltà; e l'avrebbero anche avuta di somma dolcezza, se i suoi grandi occhi azzurri, affondati nelle orbite, non fossero rimasti di soverchio all'ombra sotto l'arco delle folte sopracciglia, in mezzo alle quali un fascio di rughe profonde poteva raffigurare i fulmini di Giove, in atto di sprigionarsi dalle nubi. Era di giusta statura, e di membra asciutte; le spalle non erano curve, ma tali le faceva sembrare il capo chino per antica consuetudine, e s'intendeva agevolmente che non lo avesse incurvato a quel modo il peso degli anni, bensì quello dei gravi pensieri.
Restringendoci per ora a dipingere l'uomo estrinseco, non diremo che pensieri fossero i suoi. Nè dal volto di lui era dato indovinar l'animo, come pure si argomentano di poter fare taluni. In quel volto, che doveva essere stato bellissimo, era alcun che di concentrato, di buio, che non lasciava trapelare nè arguire nulla di certo. Si sarebbe potuto dire un volto di gran diplomatico, se non si sapesse che l'aria chiusa, il far misterioso di questa gente, anzichè dall'indole loro, deriva dallo ignorare alcune volte gli arcani dei loro governi, e quasi sempre dallo aver sperimentato la mutabilità della ragione di Stato a cui servono. Che avesse patito, si poteva anche credere; ma chi non ha patito a questo mondo? Meglio sarebbe il dire che aveva vissuto, e vivendo aveva imparato come si debba nascondere l'animo suo a quella moltitudine di sciocchi o di malvagi, che sono, giusta i computi più recenti e più accurati, i due terzi del buon genere umano.
Quest'aria di mistero spiacerà, ne siamo certi, alle lettrici impazienti; ma spiacque maggiormente al Giuliani, che ricordava di aver visto quell'uomo, e non sapeva più dove, che lo considerava attentamente e non ne raccapezzava nulla, neanche l'origine. Vestito con quella severa eleganza britannica che è ormai diventata il privilegio dei gran signori d'ogni paese, lo sconosciuto parlava italiano con rara sceltezza di vocaboli e con accento rotondo, armonioso, che arieggiava il romano, senza esser tale a dirittura; ma la costruzione delle frasi sapeva un tantino di forestiero. Certo egli era nato altrove, e vissuto a lungo in Italia; ma di qual parte del mondo civile egli fosse, non era dato al Giuliani d'intendere. E questo aguzzava la curiosità, e colla curiosità la diffidenza del giovine.
—Orbene, Giuliani,—disse Lorenzo, poichè ebbe finita quella bisogna preliminare della presentazione,—c'è egli del nuovo a Genova?
—Del nuovo…. secondo i casi;—rispose il Giuliani con aria di riserbo, che non sfuggì all'attenzione di Lorenzo.
—Potete parlar liberamente;—soggiunse questi.—Il signore non è straniero alle mie sventure, e potete considerarlo come un fratello.—
Lo sconosciuto fece un gesto amorevole, quasi un inchino, alle parole di Lorenzo. Ma nè l'atto di lui, nè la fiducia di Salvani, toccarono il cuore al giornalista.
—Questo poi passa ogni misura!—pensò egli nel più riposto della sua coscienza.—Non lo conosco; non mi si dice neppure il suo nome; ed io dovrò aprirmi con lui? Fossi matto!—
E mentre così pensava, ad alta voce proseguì:
—Lo credo benissimo, ma proprio non ci ho nulla di nuovo per voi. Son venuto per salutarvi, ed anche un po' per vedere il marchese di Montalto.—
A quel nome la faccia dello sconosciuto si fece scura, come se una nube gli passasse sugli occhi. Il Giuliani, che s'era voltato a lui, come per dargli la sua parte dei gran segreti che gli uscivano dalla bocca, colse quella nube al volo, e la messe di costa a tutte l'altre ragioni di diffidenza che ci aveva nell'animo.
—Il nostro amico Aloise è partito, or fanno sei giorni:—disse Lorenzo, che non aveva notato nulla.—Egli voleva rimanere, come mi aveva promesso; ma io lo vedevo così triste, che a mala pena mi son sentito in gambe per uscir fuori di casa, gli ho restituito la sua libertà, e l'ho mandato via. Povero amico! Egli ha certo dei gravi dispiaceri!—
Il Giuliani ne sapeva la sua parte, dei dispiaceri di Aloise; perchè nel colloquio di Bonaventura e del suo degno discepolo se n'era lungamente parlato, e quello che Michele gliene aveva rifischiato era tale da mettere in gran pensiero il Giuliani. Ma anche questo era un discorso da non farsi in presenza d'un terzo, e il Giuliani stette mutolo, come se Lorenzo non avesse parlato con lui.
XXI.
Dove si vede come si possa avere un amico, senza sapere il suo nome.
La conversazione moriva di languore. Posto tra lo sconosciuto che non poteva, e il Giuliani che non voleva dir nulla, Lorenzo deliberò di farla finita.
—Torniamo a casa;—diss'egli;—Voi sarete partito da Genova senza far colazione, e la corsa vi avrà svegliato l'appetito.
—Parlate pure liberamente;—soggiunse il Giuliani, copiando una frase dell'amico;—dite la fame; che questo è il vocabolo __ad hoc__.—
Quelle erano parole da metter fine ad ogni chiacchiera, se pure tra quei tre ci fosse stata voglia di farne. Però Lorenzo, aiutato dal vecchio, si alzò da sedere, e il Giuliani vide allora come fosse ridotto allo stremo. Del povero Salvani non c'era altro che l'ossa e la pelle.
Una tristezza infinita gli entrò nel cuore a quella vista, e si avanzò per offrirgli il braccio; ma quell'altro era stato più pronto di lui, e Lorenzo aveva accettato l'appoggio con un sorriso di gratitudine. Però il Giuliani rimase indietro, a chiuder la marcia.
Si barattarono poche parole in quella discesa, perchè la stradicciuola era sparsa di sassi e bisognava guardarsi a' piedi. Lorenzo come un convalescente che sperimenta le sue forze, badava alla strada; lo sconosciuto, tutto sollecitudine per Lorenzo, lo sorreggeva ne' passi più malagevoli, che non incespicasse, e lo esortava amorevolmente a non volersi affrettare; il Giuliani, che era sciolto d'ogni cura materiale, e poteva lasciare alle sue gambe l'ufficio di portarlo, badava allo sconosciuto, e si stupiva di udirlo a chiamare Lorenzo col nome di figlio, quando gli volgeva il discorso.
—Che novità è questa, da quindici giorni che non sono venuto alla Montalda? O donde è sbucato, questo signor padre? Che ogni dì nascano funghi, lo dice anche il proverbio; ma, padri, in verità, non lo ha mai detto nessuno.—
Così andava il Giuliani ragionando tra sè. E non credano i lettori che lo facesse pensare a quel modo un pochino di quella gelosia che tutti sentiamo al veder gente nuova farsi troppo dimestica coi nostri amici più cari. Gli amici del Giuliani, i prediletti, erano il Contini, il capitan Dodero e gli altri colleghi Templarii. Egli poi, come tutti i gran lavoratori, sentiva bensì forti simpatie, ma non aveva alcuna di quelle strette amicizie che fanno andare due uomini l'uno all'altro indissolubilmente legati, come due galeotti (scusate il paragone) dalla stessa catena. Il tempo e l'agio a far ciò, gli erano sempre mancati; non già le anime che fossero degne della sua, i caratteri che si confacessero al suo. Amava Lorenzo, perchè Lorenzo aveva bisogno di lui; ma più ancora che l'uomo, amava la lotta che per esso doveva sostenere.
Le varie vicende della vita pubblica lo avevano condotto a non vedere negli uomini se non altrettante incarnazioni di principii; però difendendo il tale, e combattendo il tal altro, non sempre amava e non sempre odiava gli uomini che era tratto a difendere o a combattere. E quante volte non gli occorse di dover chiudere le sue simpatie nel profondo del cuore! Quante volte, in cambio di odiare il nemico, non si fermò egli nel bel mezzo della mischia, per lodare un bel colpo che gli rompeva un pezzo dell'armatura! Con quanti non s'avvenne a correre una lancia, che gli erano cari, più cari di taluno de' suoi! E allora il Giuliani avrebbe fatto volentieri come Glauco e Diomede, nel più fitto della pugna tra Greci e Troiani; avrebbe barattato le armi col suo avversario, e giurato di non alzare più il braccio contro di lui.
Bei voti, buoni pei tempi eroici! Chi così fa di presente, ha nota di fiacchezza imperdonabile tra' suoi. Ed anco allora, chi sa, forse i Greci non la perdonarono a Diomede, se non perchè guadagnava nel cambio; poichè le armi del Greco erano di rame, e quelle del Troiano erano d'oro. Basta, torniamo al Giuliani, al Giuliani che combatteva, e da buon capitano vigilava sul suo campo, nè poteva patire l'intrusione di gente straniera, che poteva esser nemica, innanzi che egli l'avesse conosciuta, e passata, stiamo per dire, allo staccio.
I nostri tre viaggiatori giunsero finalmente a un punto della costiera, ove la stradicciuola si partiva in due, l'una che seguitava al basso, l'altra che saliva dolcemente verso il poggio coltivato, su cui torreggiava il palazzotto.
—Ecco la Montalda!—disse Lorenzo, fermandosi.—Un edifizio austero, ma bello.
—Austero fin troppo!—notò il Giuliani, rattenendo il passo egli pure, e alzando gli occhi a quella volta.
—È il più bel luogo che io mi conosca!—sentenziò lo sconosciuto, con un accento malinconico che contraddiceva alla lode.
—Non vorrete venire una volta a vederlo?—chiese amorevolmente il Salvani.—Il marchese di Montalto mi ha lasciato tutti i suoi diritti di padronanza, ed io posso far le sue veci con voi.
—Diritti!—borbottò il Giuliani tra' denti.—Non vogliono durar molto, se quello scorpione del Collini ha detto il vero.—
Intanto lo sconosciuto così rispondeva all'invito di Lorenzo:
—No, grazie; debbo scendere fino al paese per pigliar le mie lettere, e tornerò tra due ore. Se sarete sulla strada vi saluterò, innanzi di ridurmi a casa.—
E quasi a premunirsi contro il pericolo di un secondo invito, il forestiero, stretta la mano a Lorenzo, e fatto un profondo saluto al Giuliani, infilò la stradicciuola che metteva alla valle.
—Sempre così!—disse Lorenzo, appoggiandosi al braccio del Giuliani, per far la salita.—Non ha mai voluto muovere un passo alla Montalda.
—Dove sta egli di casa?—dimandò il giornalista.
—Lassù,—disse Lorenzo, voltandosi indietro;—di là dalla Bricca, un quarto di miglio discosto dal luogo ove eravamo seduti.
—E chi è costui?
—Non lo conosco.—
Al Giuliani cascò l'asino a dirittura. Non cascò egli, per altro; che anzi stette fermo più che mai su due piedi, e voltatosi di sbieco, guardò in volto Lorenzo, come per sincerarsi se parlasse da senno.
—Non lo conoscete?
—Ve l'ho detto; non lo conosco.
—Bravo! Ed egli sa i fatti vostri?
—A un dipresso;—rispose Lorenzo.—Vi sa di strano?
—No; che diamine? Mi sembra anzi la cosa più naturale del mondo;—soggiunse il Giuliani con un piglio che i lettori indovineranno di certo.—Se fosse un vecchio amico, capirei che s'avesse a star sulle guardie; ma un amico recente, anzi un ignoto…. che s'ha a temere da lui?
—Siete ingiusto;—disse Lorenzo, che capiva il latino.—Tutto da un altro, niente da lui. Se sapeste in che modo io l'ho conosciuto!…
—Ditelo, amico Salvani, ditelo, in nome di Dio, che io possa cavarne profitto; sapere verbigrazia se non sia più utile confidare i proprii segreti, anzichè ad un amico provato, al primo che capita, che non s'è mai visto, nè conosciuto.
—Come v'infiammate, Giuliani! Calmatevi!—disse Lorenzo, accompagnando la frase con uno de' suoi mesti sorrisi.—Ho conosciuto quel signore alla Bricca, la prima volta che mi sono provato a inerpicarmi lassù, dopo la partenza del nostro ottimo Aloise. Ero solo; a salire non ho durato gran fatica, poichè andavo adagino; tuttavia, giunto al mio posto consueto, mi avvidi di aver fatto troppo a fidanza colle mie forze convalescenti. Quel signore passava di là, mentre io cascavo dalla stanchezza; mi salutò e tirò dritto. Non so perchè si sia fermato più in là; forse perchè si addiede del mio stato. Io, certo, dovevo parergli un agonizzante. Fatto sta, che egli rifece la strada e mi domandò che cosa avessi, e se mi occorresse aiuto. Lo ringraziai; barattammo alcune parole, e che so io? si sedette vicino a me, parlandomi dell'aria campestre, del cielo, del mare, del libro che avevo tra mani; a farvela breve, due ore erano passate, e stavamo ancora a conversare insieme, senza esser rimasti pur un istante impacciati. Mi ricondusse egli stesso fino al portone della villa, ed io gli dissi: a rivederci. Perchè? Non lo so. Quell'uomo mi piaceva, perchè era mesto, perchè ne' suoi modi, ne' suoi discorsi, non c'era nulla di volgare. Credete che egli operasse in tal guisa con un secondo fine? Poteva egli sapere di trovarmi lassù?
—Continuate, Salvani; il vostro racconto mi tiene attentissimo.
—Il giorno seguente egli stava aspettandomi a mezza strada, fra la Montalda e la Bricca. Seppi che dimorava in una sua palazzina, di là da quel bosco. Mi offerse di condurmi a riposare un tratto nel suo èremo; ci andai, e vidi una casa malinconica come il suo padrone. Colà rimanemmo a lungo, ragionando di mille cose e di nessuna. Non mi chiese nulla de' fatti miei; solo mi parlò di forti dolori dell'animo, i quali distruggono la sanità del corpo: e così, senza sforzo, mi sentii tratto a confessargli che il mio male era nel cuore. Anch'egli mi narrò di aver molto patito; nè mi diceva cosa nuova, perchè l'avevo già indovinata al solo vederlo. C'intendemmo in tal guisa; nè fu bisogno di più minuti particolari. Poco parlammo del presente, assai più del passato; egli mi narrò della sua sconsolata giovinezza, io della morte di mio padre sulla tomba di sua moglie, della mia povera madre. Vi accenno la cosa, perchè ricordo di averlo veduto piangere. Così diventammo amici; così venni a raccontargli una parte di me. Nè egli mi aveva chiesto nulla: egli sapeva a mala pena il mio nome, e lo sapeva per caso; poichè avendomi egli tolto, la prima volta che mi profferse il suo aiuto, pel marchese di Montalto, io gli avevo risposto chiamarmi Salvani, e non esser altro che l'ospite e l'amico di Aloise.
—Segno che non lo conosceva!—notò il Giuliani.
—Di veduta, no certo;—soggiunse Lorenzo;—ma dimorando da queste parti, e dovendo passare ogni giorno per questo sentiero, aveva veduto il palazzo e saputo il nome del padrone.
—Avete ragione; continuate.
—Ho finito. In questi ultimi giorni abbiamo continuato a vederci, e ogni nuovo colloquio non ha potuto che raffermare nell'animo mio il buon concetto che m'ero formato di lui; per modo che mi sapeva mill'anni di veder voi, l'Assereto e Aloise, per farvelo conoscere ed amare. Non amate voi i vecchi, Giuliani? Non vi par egli di starci meno a disagio che coi giovani? La loro compostezza, la severità, poniamo anco soverchia, non vi urtano, non vi opprimono, come la spensierata allegrezza, come lo spirito chiassoso, turbolento, di questi. Ogni simile ama il suo simile, voi lo sapete; e noi siamo vecchi, Giuliani, vecchi, molto vecchi qua dentro.
—Dite pur logori, se parlate per me;—soggiunse il Giuliani.—Il mio cuore ha cinquant'anni; il mio cervello ne ha cento. Tirate la somma; cento cinquanta; o non vi pare ch'io n'abbia da vendere, d'anni e d'esperienza, a moltissimi? Ora, questa m'insegna che chi si fida rimane ingannato. Quel vostro vecchio sarà un brav'uomo; ma non mi capacita. Chi è costui? Non sapete il suo nome, ed egli sa il vostro; non sapete neppure da che parte egli venga….
—Questo lo so;—interruppe il Salvani;—dal Brasile, dove ha vissuto lunghi anni; dall'Asia, che egli ha viaggiata da capo a fondo, innanzi di venire in Italia.
—Ah!—interruppe Giuliani, a cui in quel punto tornava la memoria smarrita.
—Che c'è?—chiese Lorenzo, volgendosi a lui.
—Nulla, nulla!—fu pronto a risponder l'altro.—Questi sassi non mi riconoscono più, e mi hanno quasi storpiato. Per fortuna sto saldo sulle gambe; se no, me ne slogavo una, a dir poco.—
Lorenzo, intento com'era nel suo racconto, non s'addiede del sotterfugio.
—Volete riposarvi?—diss'egli.
—No, no;—rispose il Giuliani.—Già siamo vicini al piazzale; andremo a sederci a tavola. Non ricordate che ho fame?—
E fatte queste parole, proseguì la sua strada, leggermente zoppicando.
—Basta, lasciamo il vecchio da banda,—disse egli, per mutar discorso.—Ho a dirvi di cose importanti…. Ma non mi fate, per carità, quella cera da funerale. C'è del nuovo, ma volgerà in bene; il gesuita e quella birba matricolata del suo scolaro, si saranno aguzzato il palo sulle ginocchia.—
Così preso l'aire, e intanto che salivano in casa, dove egli fu pronto a sedersi dinanzi ad una mezza dozzina di uova a bere, che, consapevole de' suoi gusti, gli aveva preparati il provvido Antonio in una scodella d'acqua bollente, il Giuliani raccontò all'amico tutto ciò che sapeva del colloquio udito da Michele, in casa il Gallegos. Inutile il dire con che attenzione stesse in ascolto il povero Salvani, e come ci volesse fatica a chetarlo, quando udì del nuovo laccio teso a Maria. Per ventura, il Giuliani non aveva anche vuotato il sacco, e quella trovata del legnaiuolo delle monache, il quale s'era assunto di avvisar la fanciulla e recarle insieme una parola di speranza, valse più d'ogni amorevole esortazione a tranquillargli lo spirito.
Nè egli aveva dimenticato (e se pure gli fosse uscito di mente, quell'ultima trovata glielo rammentava più efficacemente che mai) di quanto andasse debitore al Giuliani e a' suoi operosi colleghi. Mercè loro, gli autori di quel tranello, sebbene con ogni maggior cura nascosti, erano stati scoperti: trovato il luogo in cui era stata chiusa la fanciulla; astuzie opposte felicemente ad astuzie; e se Maria stava per esser tolta dall'ugne dei tristi, certo era per l'ingegno e l'ardimento di quegli instancabili amici. Però egli, commosso, stese la mano al Giuliani.
—Se voi non giungevate in mio aiuto,—disse egli,—io non saprei nulla di nulla; forse sarei morto di dolore e di rabbia impossente, al pensiero della mia casa disfatta, dei miei nemici padroni del campo. E come può essere che io, sventurato qual sono, abbia trovato tanti generosi che m'hanno profferta la mano, e si mettono ad ogni sbaraglio per me?
—Già ve l'ho detto lassù, alla Bricca. Questi miracoli, se pure vi paiono tali, dovete ascriverli alla tempra nobilissima del vostro carattere che ha virtù d'attrazione. Nemici ne avrete, implacabili, feroci; ma non vi mancheranno amici costanti e battaglieri all'occorrenza. Ma veniamo ad altro; ora incomincian le dolenti note, ho a parlarvi del marchese Montalto.—
Qui il Giuliani narrò per filo e per segno tutto quanto era stato detto di Aloise in quel colloquio così in buon punto origliato da Michele. Ma a questa parte del giuoco di Bonaventura non si poteva rispondere di trionfo come all'altra, perchè il Giuliani non era milionario, pur troppo. Aloise era agli sgoccioli; le sue sostanze, non molte, come tutti sanno, erano ite per la china delle matte spese, e il famoso banco Cardi Salati e C. le aveva grandemente aiutate a scorrere. E c'era anche di peggio, che racconteremo tra breve, non volendo ora allungar di soverchio il capitolo.
Lorenzo, che molto amava Aloise, ne fu oltremodo turbato. Come rimediarvi? E chi, potendo, l'avrebbe voluto? Povero Aloise! Egli intendeva in quel punto le cagioni della sua profonda mestizia. Ma come mai Aloise, così saldo di mente, così assegnato nello spendere, aveva potuto d'un tratto uscir così fuori delle sue consuetudini, darsi così spensieratamente a sfoggiar da gran signore? E la Montalda, retaggio de' suoi maggiori, dov'era la tomba di sua madre, la cui memoria era tanto venerata da lui!… Questi pensieri si succedevano, turbinavano nell'anima di Lorenzo, che in quelle di Aloise dimenticò le sue medesime sventure. Ed egli non sapeva ancora ogni cosa; non sapeva che il suo povero amico, disfatto nelle sostanze, era mortalmente ferito nel cuore.
In queste malinconie trascorsero due ore. Il Giuliani, che già più volte aveva guardato l'orologio, si alzò finalmente, scusandosi coll'amico di non poter rimanere più oltre. Era molto affaccendato; sarebbe tornato il giorno seguente, per dirgli l'esito del suo stratagemma in monastero, che era del resto certissimo; stesse dunque di buon animo, e intanto non si muovesse di casa per accompagnarlo al portone.
—Voi andate adagio,—diceva egli,—ed io ho bisogno di volare.—
E volò infatti, senza aspettare altre parole dell'amico, dal palazzo alle falde della collina. Ma giunto colà, in cambio di scendere, prese a salire; pochi minuti dopo era alla Bricca, e infilava il sentieruolo che metteva all'èremo dello sconosciuto.
—Non doveva rimaner più di due ore;—pensava il Giuliani, mentre studiava il passo a quella volta.—A quest'ora ha da essere già passato. Ah, eccolo, è lui!—
XXII.
Qui si conta del Giuliani, come sapesse afferrar l'occasione pel ciuffo.
Diffatti era lui; il Giuliani lo scorse tra gli alberi, in una insenatura che faceva il sentiero. Egli se ne andava a passi lenti e misurati, col capo chino sul petto, come se volesse contare i ciottoli della strada, verso la casa che si vedeva biancheggiare nel fondo.
Il Giuliani affrettò il passo, per giungergli alle calcagna. Lo sconosciuto lo udì, poichè si volse indietro; e vedutolo, si fermò ad aspettarlo.
—Ella non s'argomentava di vedermi oggi una seconda volta, signor duca di Feira?—
Così disse il Giuliani con piglio tra cortese ed ironico, in quella che si accostava a lui. Lo sconosciuto, così pigliato __ex abrupto__, non fece alcun atto di maraviglia, e sebbene fosse difficile non addarsi del tono con cui gli aveva parlato il giovinotto, non parve darsene pensiero, poichè gli rispose con nobile serenità.
—Certo, oltrepassato il palazzo, non pensavo di averla più ad incontrare. Ma poichè Ella ha voluto giungere fin qua, tanto meglio, potremo parlar più tranquilli.—
A queste parole dovette maravigliare il Giuliani.
—M'aspettava?—diss'egli tra sè.—Dopo tutto, perchè no? Egli doveva capire che quando c'era un terzo in un segreto, non si può rimanere senza invitarlo a dichiararsi, pro o contro.—
Intanto che così pensava, il Giuliani rispondeva con un mezzo inchino alle parole del duca, e gli si metteva a pari, per andar di conserva.
—Il signor Salvani sa già il mio nome?—chiese il vecchio, entrando anch'egli difilato in argomento.
—Non ancora,—rispose il Giuliani,—ma lo saprà quanto prima.
—È inutile,—sentenziò il vecchio.
—Tanto almeno quanto il non saperlo;—disse di rimando il Giuliani.
—Può darsi,—soggiunse l'altro;—ma Ella sarà tanto cortese da non dirglielo. A che pro' mettere il ghiaccio delle cerimonie nella nostra amicizia fraterna? Questi titoli altisonanti che paiono far l'uomo più grande del vero, non aiutano di certo a mantenere le buone relazioni da pari a pari, così naturalmente nate dal caso, come la nostra. Se gliel avesse detto subito, meno male!
—E perchè non gliel ha detto Lei?—
A quella dimanda, un tal poco impertinente, il duca di Feira si volse a mezzo per dare un'occhiata al Giuliani. Ma fu un'occhiata tranquilla, senz'ombra di sdegno.
—Non me l'ha chiesto;—rispose.—Io poi non ho alcuna ragione a celarmi. Sapevo bene che un dì o l'altro sarebbe giunto da Genova qualche amico del signor Salvani, il quale potesse sapere il nome d'un forestiero, come son io, giunto da due mesi costà, e non rimasto ascoso alla gente. Ma poichè Ella mi dà l'esempio delle dimande, signor Giuliani, ne consenta una anche a me. Perchè non ha detto subito il mio nome al nostro amico, quando io li ho lasciati?
—Ci avevo le mie ragioni….—rispose il giovanotto.
Ma nel profferire quelle parole, si avvide che erano troppo acerbe, e fu sollecito a soggiungere:—le mie ragioni, che Le dirò schiettamente tra breve.
—Io dunque torno a rallegrarmi di non averla incontrata laggiù;—ripigliò il duca, sorridendo cortesemente;—poichè ad una conversazione come la nostra, la tranquillità di quattro pareti è più conveniente d'una pubblica strada. Ma eccoci a casa mia, voglia entrare, e considerarsi il padrone.—
Il Giuliani non rispose altro, ed entrò lestamente, senza pur dare un'occhiata alla palazzina, del resto assai poco notevole per architettura, in cui dimorava il suo ospite. Egli e il duca salirono una scala modesta, scortati da un servitore nero, o quasi, che pareva mutolo. Costui, diffatti, non disse verbo, e a certe dimande che gli fece il padrone in lingua forestiera, e che certamente non era tra le parlate in Europa, ripose a cenni rispettosi del capo.
—Un servitore di poche parole!—notò il Giuliani, mentre salivano.
—Ah sì, povero Sindi!—rispose il Duca.—Egli cincischia tutte le lingue de' paesi, nei quali mi segue da ott'anni, ed io lo compenso parlandogli il suo bengalese, che egli sta ascoltando con venerazione, come un sacro ricordo della patria. Non è egli vero, Sindi?
Il servitore, dall'alto del pianerottolo dov'era giunto, e dove stava raccogliendo colla mano i lembi della portiera, rispose con un breve sorriso.
—Questo signore è amico mio,—soggiunse il duca,—e tu lo avrai come un altro me stesso. Suvvia, di' due parole in italiano.
—Sindi farà come padrone comanda;—rispose il servitore con breviloquenza spartana.
Intanto, nel cuore del Giuliani s'andava operando un gran mutamento. Quella imperturbabile serenità di volto, quella severa dolcezza di modi, se al tutto non lo avevano soggiogato, attiravano già tutta la sua attenzione. Anch'egli incominciava, suo malgrado, a sentire quello che pochi giorni innanzi aveva sentito Lorenzo, e già, mentre si preparava a combattere, andava rimasticando il desiderio di trovare in quel mesto gentiluomo un amico.
—E adesso,—parlò il duca, come furono soli nel salotto,—sedete, signor Giuliani, e ditemi in che posso tornarvi a grado. Lascio, come vedete, il Lei, che è troppo cerimonioso, e vi prego a fare altrettanto.
—Volentieri, signor duca; alla romana,—rispose il Giuliani.—Ed entro subito in materia. Anzitutto non vi sembri disdicevole questo mio venire a mezza spada con voi, che conosco a mala pena di veduta da un mese, e di parole da tre ore. Sono amico di Lorenzo Salvani; non già da anni, da mesi, ma le grandi necessità fanno le grandi amicizie. Lorenzo è sventurato; la sua indole nobilissima lo ha messo in guerra coi tristi; le sue opinioni politiche ugualmente; un segreto di famiglia che il caso aveva posto nelle sue mani, anche più. Egli è tre volte perseguitato, da quella bieca sètta che non perdona a generosità di carattere; che vede nel progresso umano la sua morte; che vuol vivere ad ogni costo, e s'abbarbica dovunque le venga fatto, nè rifugge dalle più nere trame, da più pravi disegni, pur di afferrare un comando che i tempi mutati, lo spirito di libertà che li informa, le hanno strappato di mano.
—Lo so;—disse il duca.
—Orbene,—proseguì il Giuliani,—se Lorenzo è tre volte perseguitato, è anche tre volte difeso; difeso da noi, giovani suoi pari, inesperti se si vuole, ma volenterosi, ma ardenti, e sorretti, se non da soverchio di forze nostre, dalla stessa bontà della causa.
—Lo so;—disse ancora il duca.—Non m'è ancora ben noto tutto quanto questi prodi amici hanno fatto per lui; ma quello che io ne ho in parte udito e in parte indovinato, me li fa grandemente stimare. L'amicizia, a parer mio, dovrebb'essere sconfinata come l'amore, e aver la medesima impresa: «__O tutto, o nulla__».
—Così la penso anch'io;—soggiunse il giovinotto.—Ma così pensando, non vi parrà strano che io venga da voi, e vi dica: signor duca di Feira, che fate quassù, solitario, incognito, per questi greppi? Buon padrone di rimanere dovunque vi piaccia, ma non già di farvi tanto intrinseco di un perseguitato, d'un fuggiasco, da ottenerne l'affetto e la fede.—
A quella sfuriata del Giuliani, il duca non rispose parola. Egli era rimasto sovra pensieri, col gomito puntellato sulla sponda di una tavola presso cui era seduto, e la palma della mano di rincontro agli occhi, in atto di profonda meditazione.
—Ecco,—proseguì il Giuliani, non udendo risposta;—la mia schietta domanda vi annoia.
—No, no, giovinotto!—disse allora il duca, scuotendosi.—Che cosa m'impedirebbe di sviare onestamente la vostra curiosità, e di fare intendere che la vostra dimanda è…. inopportuna? No, non mi annoia la vostra richiesta, nè mi mette in angustia. Io penso in quella vece, e con rammarico, che non posso rispondervi, e che vorrei esserne scusato presso di voi.—
Il Giuliani rimase un tratto senza parlare; ma i suoi occhi non si tolsero un istante dal volto del duca. Egli si sarebbe detto, a vederlo, che il giovine volesse penetrare a forza ne' più segreti recessi di quell'anima così saldamente chiusa ai profani. Ma nulla gli valse lo sguardo scrutatore; e intanto, poichè la battaglia era incominciata, bisognava andar oltre. E come? Il duca di Feira non era un uomo volgare, con cui scendere alle minacce; era un gentiluomo, era un vecchio al paragone di lui; l'incalzarlo ancora, senza l'aiuto di qualche sfumatura, di qualche artifizio oratorio, sarebbe parso atto di scortesia, e il Giuliani ben ne vedeva il pericolo.
—Tolga il cielo,—diss'egli, che aveva finalmente trovata la frase,—che io dimentichi il rispetto dovuto al vostro carattere. Siete voi persuaso, signor duca, che io, proseguendo, non ho in animo di usarvi irriverenza?
—Lo credo fermamente,—rispose il vecchio gentiluomo,—e abbiatene la migliore testimonianza nello avervi io ascoltato fin qui come si ascolta un amico, sebbene voi non vogliate avermi per tale.
—E come potrei, se vi avvolgete nel mistero? Come volete che io mi acquieti alle vostre mezze parole? Di ciò che io abbia a pensare, giudicate voi stesso. Se voi aveste un segreto, se proseguiste un alto disegno, da cui pendesse la salvezza vostra o dei vostri più cari, v'andrebb'egli a sangue che fosse scoperto? Lo lasciereste voi, così ad occhi chiusi, e con animo tranquillo, nelle mani d'un ignoto?
—Glielo strapperei a forza, foss'anco dal cuore!—proruppe il duca di
Feira, scuotendo fieramente il capo, e mettendo lampi dagli occhi.
—Voi stesso, signore,—gridò il Giuliani,—voi stesso lo dite!…
—Sì certo, io stesso;—proseguì il vecchio;—ma uditemi ancora. Se questo segreto fosse in mano di Lorenzo Salvani, o nelle vostre, vivrei sicuro, come se non fosse uscito ancora dal profondo dell'anima. Eppure, da pochi giorni appena conosco il Salvani; voi da quest'oggi! Ma voi giovani egregi, non siete più ignoti, nè recenti amici per me. Credete voi che il volto non abbia la sua eloquenza? che l'onestà, non la volgare, la dozzinale, che serve a far vivere in pace col Codice, ma la profonda, la vera onestà, quella che ispira gli alti sacrifizi, che fa parer tristo un giorno passato senza un'opera virtuosa, senza un generoso pensiero, non si dipinga negli occhi? Di me non saprei dirvi; giudicatemi voi. Da lunga pezza ho smesso di rimirare il mio volto, per rintracciarvi l'immagine di quella bellezza interiore che è il segreto della forza di tante anime elette. Se lo guardassi oggi, chi sa? vi leggerei forse la stanchezza di tante fatiche inutilmente durate, il desiderio di adempiere un voto supremo, e di lasciar quindi una vita che non ebbe mai conforti, che non ha più speranze per me. Son solo al mondo; nè il mio nome, nè le mie ricchezze, troppo tardi venute, quando non potevano più rincalzare i baldi propositi della mia giovinezza, andranno in eredità ad alcuno che sia del mio sangue. Vorrei, per quel poco che mi rimane a vivere, amar qualcheduno, amarlo utilmente, non per me, ma per lui. Amo il vostro Lorenzo Salvani, che voi avete dipinto stamane in poche efficaci parole; lo amo perchè, non conoscendomi punto, e senza pur chiedere il mio nome, ha posto fede in me, com'io, giovine al pari di lui, l'ho posta in altri, candidamente, senza restrizioni, senza secondi fini. Avvicinatomi a lui, ho veduto una sventura, e, debbo dirvi ogni cosa? n'ho avuto piacere, pensando che presso gli sventurati c'è sempre del posto. Signor Giuliani, non siate egoista nel bene; lasciatemi il posto che ho preso. Vorrete in ricambio il mio segreto? Non è mio del tutto. Mi farete ingiuria? Sono gentiluomo e la respingerò colle armi; ma badate, io non ho sete del sangue di alcuno. L'ho avuta un giorno; ho odiato…. forse odio ancora, e bisognerà che lo sprema dal petto, quest'ultimo avanzo di fiele. Il cuore è fatto per l'amore; ognuno di noi si foggia il suo piccolo mondo nella gran scena della vita, si edifica il suo sacrario d'affetti, v'innalza la sua ara, vi colloca il suo nume tutelare, innanzi al quale egli ha da essere senza macchia, come innanzi al mondo profano ha da essere senza paura. E adesso, non vi par egli di conoscermi abbastanza? Non vi ho confessata l'anima mia? È il labbro d'un mentitore, quello che v'ha parlato così?—